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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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lunedì 20 ottobre 2014

Europa: non ripartono i consumi

Banca centrale europea 
Rivitalizzare il credito, missione impossibile per la Bce?
Alessandro Giovannini
02/10/2014
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Il portafoglio di misure non convenzionali che la Banca centrale europea (Bce) ha messo in campo in questi anni di crisi si è ampliato durante l’estate. A giugno, la Bce ha offerto alle banche mirate operazioni di rifinanziamento a lungo termine (Tltro).

A settembre ha annunciato la sua intenzione di acquistare grandi (ancora non specificate) quantità di titoli garantiti emessi dal settore privato (Abs e Covered bond).

L’obiettivo di queste operazioni è quello di migliorare le condizioni di finanziamento per gli investimenti, in particolare per le piccole e medie imprese (Pmi) e riattivare così il credito nella zona euro.

Tltro, un inizio deludente
Il Tltro è stato esplicitamente disegnato per aumentare il flusso di finanziamenti al settore privato provenienti dal settore bancario. Nell'ambito di questo strumento, infatti, le banche della zona euro zona sono state autorizzate nelle prime due operazioni Tltro del 2014 a richiedere un finanziamento pari a 7% dell'importo dei loro prestiti al settore privato non finanziario, esclusi i crediti verso famiglie, così come risultava dai bilanci delle banche al 30 aprile 2014.

La potenziale fornitura di liquidità alle banche era stata stimata attorno ai 400 miliardi di euro per le prime due operazione. Tuttavia, dopo la prima operazione del 18 settembre, la Bce ha annunciato di aver assegnato solamente 82 miliardi di euro, una cifra molto al di sotto delle attese, il che ha generato molti dubbi sull’effettiva efficacia di questo strumento.

Nella progettazione del programma Tltro, la Bce ha osservato la recente esperienza della Banca d’Inghilterra e al programma “Funding for Lending” lanciato nel luglio 2012 con l'obiettivo di spingere le banche ad aumentare i prestiti alle imprese grazie e crediti ottenuti dalla Banca centrale che finanziava un importo pari al 5% del totale dei crediti verso il settore non finanziario.

Anche in questo caso il risultato è stato al di sotto delle attese: le banche non hanno fatto pieno uso del programma e il take-up è stato alquanto limitato.

Per comprendere davvero quale possa essere il risultato del Tltro e il suo effetto sul credito dell’area euro, questo “fiasco” deve essere analizzato più in dettaglio.

Restringimento degli standard creditizi
Il Tlro è espressamente progettato per affrontare la questione dei prestiti insufficienti nell’euro zona, aggredendo il problema dal lato dell’offerta di credito, cioè riducendo i costi di finanziamento delle banche.

Questo dovrebbe innescare così un circolo virtuoso di maggior credito a disposizione per l'economia. Si è spesso sostenuto, soprattutto in Italia, che il problema principale che sta inibendo una ripresa nella periferia dell'area euro è che le banche non stanno elargendo credito, soprattutto per le Pmi.

Questo soprattutto perché nei paesi periferici della zona euro i costi di rifinanziamento delle banche sono stati troppo alti e perché il loro capitale era troppo basso. Tuttavia, entrambi gli argomenti non sono più validi, dal momento che negli ultimi mesi la dispersione nei costi di rifinanziamento tra centro e periferia si è ridotta e il capitale delle banche si è notevolmente rafforzato.

Questa visione è confermata anche dai dati di un'inchiesta condotta dalla Bce tra le banche dell’eurozona, il Bank Lending Survey. La figura sottostante mostra come sia in Italia sia in Spagna, per la prima volta dal secondo trimestre del 2007, le banche nel secondo trimestre del 2014 hanno registrato un allentamento netto dei criteri di concessione dei prestiti alle imprese.

Dall’analisi emerge come i principali fattori che influenzano la poca elargizione del credito non sono il costo di finanziamento per le banche o i loro vincoli di bilancio (che erano stati molto rilevanti nel 2011-2012), ma la percezione del rischio delle banche in termini di previsione dell’evoluzione della situazione delle imprese e il rischio di incertezza macroeconomica del paese.

Principali fattori che contribuiscono al restringimento/allentamento degli standard creditizi, in Spagna (sx) e in Italia (dx)
Lezioni per la politica monetaria 
Affrontare il problema della mancanza di credito nell’euro zona attraverso operazioni che puntino a migliorare le condizioni di finanziamento delle banche potrebbe non portare agli obiettivi sperati. Il prestito è infatti in calo nonostante i vincoli di approvvigionamento dal lato delle banche stiano scomparendo. Il problema presente è quindi la domanda di credito che è molto debole.

Una questione aggravata anche dal fatto che in tempi di cambiamenti strutturali come quello attuale, il problema di asimmetria informativa tra le banche e debitori diventa più acuto, portando banche a diffidare delle richieste di credito, data la difficoltà a giudicare sotto condizioni in evoluzione. Un problema che non può essere superato facilmente dalla politica monetaria, ma che potrebbe essere ridotto se altri strumenti di finanziamento diventassero maggiormente importanti nel finanziamento delle Pmi.

Per una più approfondita analisi della questione, si rimanda al rapporto di Daniel Gros, Cinzia Alcidi e Alessandro Giovannini commissionato dalla Commissione per i Problemi economici e monetari del Parlamento europeo.

Alessandro Giovannini è Associate Researcher al Centre for European Policy Studies.
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mercoledì 15 ottobre 2014

Dai BRICS ai MINT: Messico Indonesia Nigeria Turchia

 Pietro Stilo e Domenica Alessia Trunfio Geoeconomia 0 commentI
Dai BRIC ai MINT
Terence James O’Neil, noto ai più come Jim O’Neil, è un’economista britannico passato alla storia per aver coniato nel 2001 l’acronimo BRIC, con la relativa teoria. Ha iniziato la sua carriera di economista presso Bank of America nel 1982 occupandosi di finanza, successivamente ha lavorato per Goldman Sachs, dove nel 2010 è arrivato a ricoprire la posizione di presidente della divisione di Goldman Sachs Asset Management. L’acronimo BRIC, scisso in ogni sua parte, svela quelle che sono le quattro economie emergenti di inizio secolo, ossia Brasile, Russia, India e Cina, alle quali successivamente si aggiunge la “S” del Sudafrica, voluto nel “club” dalla Cina soprattutto per motivi geopolitici e geo-strategici, e non per la sua condizione economica che tra l’altro non è assimilabile alle performance degli altri membri del club.  E’ curioso notare come l’acronimo BRIC abbia una vaga assonanza con la parola inglese brick che significa mattone e di conseguenza potremmo immaginare questi paesi come dei veri e propri mattoni per la costruzione di nuovo impianto economico mondiale, ma qui rischiamo di sfociare nel campo delle supposizioni.
Perché O’Neil associa questi paesi in un gruppo omogeneo, i quali poi, come è ben noto, faranno gruppo tra loro per poter meglio affacciarsi sulla scena economica (e non solo economica) globale? Perché secondo O’Neil tutte queste economie condividono una situazione economica simile: sono economie in sviluppo, hanno una popolazione in rapida crescita con sacche di scolarizzazione e specializzazione in alcuni settori tecno-scientifici ragguardevoli, dei territori vasti con la presenza di abbondanti risorse naturali strategiche per l’industria. Tutti elementi che hanno contribuito a far impennare il valore dei loro Pil e la loro quota di commercio internazionale, aumentando di conseguenza il Pil mondiale che si è spostato sempre più verso di loro, tant’è vero che oggi rappresentano circa il 20% del Pil globale con un trend che, almeno stando alle stime, li rafforzerà sempre più. Ovviamente vanno fatti i dovuti distinguo paese per paese, ma andiamo per ordine.
Secondo la teoria messa a punto dell’economista britannico, questi paesi dovrebbero dominare l’economia mondiale nei prossimi anni. Le economie emergenti sono cresciute così rapidamente da riuscire a portare i livelli dei loro Pil al pari dei paesi del G6. Sta di fatto che dal 2000 tutti questi paesi hanno accresciuto il loro reddito pro-capite e di conseguenza il loro potere d’acquisto (soprattutto delle classi medie) del 99% contro il 35% dei sei maggiori paesi industrializzati. Leggendo i rapporti della Goldman Sachs, i paesi del BRICS (Cina e India in particolare), riusciranno a superare il Pil nominale dei paesi del G6 (Usa, Giappone, Francia, Regno Unito, Germania, Italia), riconsegnando così al continente asiatico il primato economico perso nel XIX secolo.  I BRICS, a differenza dei paesi di vecchia industrializzazione, si caratterizzano per avere un debito pubblico più basso e riserve internazionali molto elevate. La crisi dei debiti sovrani in Europa ne è la conferma più lampante. Ma la vera grande ricchezza di queste economie in ascesa è sicuramente la popolazione. Questi stati infatti rappresentano il 42% della popolazione mondiale complessiva, che com’è noto in una economia inserita nel sistema capitalistico è la principale determinante della domanda.
Se fino allo scorso anno, la situazione era quella che abbiamo appena delineato, adesso è venuto il momento di rivedere e aggiornare la classificazione dei paesi emergenti, con l’innesto di nuove realtà che si affacciano nel contesto economico globale con forza e determinazione, a tal punto da far concorrenza (almeno in alcuni settori) ai BRICS. Infatti guardando gli indicatori economici fondamentali di altri paesi, possiamo notare come altre economie stanno crescendo rapidamente negli ultimi anni, e secondo le stime più accreditate continueranno a farlo ancora per molto tempo.
I fattori che hanno determinato il successo e l’ascesa di questi paesi a nuovi colossi dell’economia mondiale sono molteplici; fra questi troviamo la disponibilità di materie prime, tra cui petrolio, gas naturale, metalli preziosi e il basso costo della manodopera che aumenta la competitività con le economie emergenti classiche e di conseguenza la capacità di attrazione di investimenti esteri, soprattutto di IDE (Investimenti Diretti Esteri), portatori (almeno in teoria) di competitività, know how e posti di lavoro.
Il mondo corre velocemente e di conseguenza cambia con una rapidità mai conosciuta prima, comportando la necessità per tutti i paesi di adeguarsi a tali cambiamenti per potersi agganciare ai potenti motori che trainano l’economia mondiale e non rimanere indietro in questo confronto “senza fine e senza confine”. I BRICS non bastano più allo scopo, o almeno non sono più soli in questo contesto. Ecco dunque che vediamo affacciarsi sulla scena globale i MINT.
Questo infatti è il nuovo acronimo, coniato da Jim O’Neil per definire le nuove economie in rapida crescita, quei paesi che potremmo definire come gli esordienti tra gli emergenti.
Ma chi sono i MINT? O meglio quali paesi fanno parte di questo nuovo club secondo l’economista britannico? L’acronimo MINT sta per Messico, Indonesia, Nigeria, Turchia.
Possiamo affermare che di MINT si discuteva già nel 2010, quando il presidente dei liberaldemocratici al Parlamento Europeo, Guy Verhofstadt scriveva all’allora presidente del Consiglio dell’Unione Europea Herman Van Rompuy che: “Nel 2050 il G7 sarà composto da Usa, Cina, India, Russia, Brasile, Messico e Indonesia”. Secondo quelle che erano le stime del FMI, il Pil di questi paesi avrebbe superato quello dei paesi avanzati e a quanto pare questa è la tendenza.
Anche se questo nuovo acronimo ha iniziato a circolare nel mondo economico solo in tempi recentissimi, sempre per merito di O’Neil, era già stato messo in giro nel 2011 dal gruppo finanziario Fidelity. Ciò che accomuna tutti questi paesi è soprattutto la loro crescita demografica e il fatto di avere molte opportunità ai loro confini geografici.
Il Messico per esempio, si colloca per Pil dopo la Spagna ma prima dell’Olanda al 14° posto nella scala mondiale; subito dopo ci sono Indonesia e Turchia mentre la Nigeria è al 39° posto. Quello che però stupisce è la previsione che la banca d’affari americana Goldman Sachs fa da qui al 2050, quando Messico e Indonesia (secondo gli analisti a stelle e strisce) saliranno rispettivamente al 9° e 10° posto, ossia più in alto di Regno Unito, Francia e Germania. Il fatto che tutti questi paesi abbiano una popolazione molto numerosa fa sì che gli sia garantita sufficiente manodopera a prezzi bassi fino al 2050. Per quel che riguarda l’aspetto geografico invece, possiamo evidenziare la vicinanza del Messico agli Usa (con i quali insieme al Canada diedero vita ad un accordo economico regionale molto importante, il NAFTA) e all’America Latina (con la quale ci sono legami culturali e linguistici oltre che geografici). Se tutto ciò garantisce al Messico l’accesso a mercati diversi e molto grandi, stessa cosa vale per l’Indonesia nel cuore del Sud-Est asiatico, vicinissima alla Cina, mentre la Turchia da sempre rappresenta un ponte fra Est e Ovest non solo geografico e ideale ma anche economico. Ma vediamo nello specifico le caratteristiche che consentono ad ognuno di questi paesi di entrare di diritto tra le economie emergenti.
Messico: Situato in America Centrale, il Messico confina a Nord con gli Stati Uniti d’America, a Sud con Belize e Guatemala ed è bagnato a Ovest dall’oceano Pacifico e ad Est dall’Atlantico. Come già detto la posizione geografica è una delle caratteristiche importanti dei MINT. Nel caso del Messico, questa gli consente di beneficiare non solo dell’influenza economica degli USA ma anche di poter entrare in contatto con le economie e i mercati dell’America Latina. A proposito della sua presenza nell’economia mondiale, il Messico è inserito dal 1994 nel NAFTA (North American Free Trade Agreement) il trattato di libero scambio commerciale stipulato fra Messico, Canada e Stati Uniti il cui scopo principale è quello di eliminare tutte le barriere tariffarie esistenti (99% per l’esattezza) fra i paesi aderenti e l’apertura del mercato alle società nordamericane. Il Messico è l’unico paese a poter vantare la più grande rete di accordi di libero scambio con le più grandi economie mondiali, oltre che con gli USA. Ha stipulato accordi con UE, Giappone ed EFTA. Negli ultimi anni le esportazioni hanno contribuito significativamente alla crescita del paese, rappresentando nel 2006 il 4% del PIL totale. Al fine di crescere ed arrivare a ricoprire la quattordicesima posizione fra le economie più importanti del mondo, il Messico ha in questi anni modificato e ammodernato il proprio sistema politico ed economico, sviluppando un ambiente liberale caratterizzato dalla combinazione di industria e agricoltura. Le amministrazioni più recenti hanno guardato con interesse ai settori della costruzione di infrastrutture, telecomunicazioni e alla produzione di energia e distribuzione di gas naturale. Il paese centroamericano è anche una delle nazioni più popolose dell’America Centrale e, come sappiamo, anche il requisito demografico influisce e non poco sulla capacità di crescita economica di una nazione. Il Messico conta circa 106 milioni di abitanti e una forza lavoro di 48 milioni di persone, molto giovane e a buon mercato. Sono questi fattori dunque che fanno rientrare questo paese nei MINT. Se guardiamo nel dettaglio i dati percentuali degli indicatori economici, notiamo quanto siano interessanti: Popolazione 109.955,400 Mln abitanti; PIL 893.4 Mld; PIL nominale 1.058.349 $; Pil pro-capite 17.085 $; disoccupazione 5.1%; alta formazione/istruzione 4%; modernizzazione tecnologica 3.7%.
Indonesia : Con una popolazione stimata attorno ai 240 milioni di abitanti, l’Indonesia  rappresenta il più grande paese del Sud-Est asiatico. E’ fortemente integrato con i paesi dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations), un’organizzazione politica, economica e culturale di nazioni del Sud-Est asiatico, della quale fanno parte anche Filippine, Malaysia e Thailandia. L’associazione esiste dal 1967 e ha lo scopo di promuovere la cooperazione e l’assistenza reciproca fra gli stati membri per accelerare il progresso economico e aumentare la stabilità della regione. L’Indonesia è anche membro del G20. Questo paese è stato protagonista negli ultimi anni di una transizione che lo ha visto passare da nazione sull’orlo del baratro fallimentare a sistema economico stabile. Il dato più sorprendente è che l’Indonesia cresce allo stesso ritmo di un altro colosso asiatico, quello cinese. Nel 2011 questo paese, ha mostrato una crescita del suo PIL del +6.4%. Anche i flussi commerciali hanno dimostrato di essere in crescita registrando variazioni positive pari al 36% per le esportazioni e al 32% per le importazioni. L’Indonesia è stata oggetto di IDE, pari a 19.7 mld di $ nel 2011 ossia 6 mld in più rispetto all’anno precedente, diventando così la meta più appetibile del Sud-Est asiatico, seguita da Thailandia e Vietnam. Anche per l’Indonesia, come per il Messico e la Turchia, vale lo stesso discorso della posizione geografica strategica e della popolazione in forte crescita, entrambi elementi utili all’economia di un paese che vuole avere parte da protagonista nell’economia mondiale. A guardare gli indicatori macroeconomici vediamo il PIL pari a 1.137 mld $; il PIL pro-capite 4.568 $.
Nigeria: La Repubblica federale di Nigeria, con una popolazione di 160 milioni di persone, è la realtà economica africana più interessante. Nonostante il dato drammatico del 61,2% della popolazione che vive con meno di 1$ al mese, il Pil nominale di questo paese è stimato in 247 miliardi di $ pari a 190 milioni di €, dato che nel 2012 è cresciuto del 6,48%. Il reddito nominale pro-capite è stato nel 2011 di 1500 $. Grazie a questi dati possiamo ritenere che la Nigeria punti entro il 2020 a rientrare fra le 20 economie più importanti del pianeta, prevedendo una crescita potenziale del Pil fino a 900 miliardi di $ e un reddito pro-capite di 4000 $. Il settore economico più importante è sicuramente quello rappresentato dalla produzione del petrolio, materia che concorre per il 95% ai proventi delle esportazioni, per l’80% al bilancio e per il 40% alla formazione del Pil.
Oltre al petrolio, la Nigeria è l’11° produttore mondiale di gas con 41.323 milioni di metri cubi nel 2011. L’agricoltura contribuisce per 1/3 del Pil. Fra le maggiori produzioni agricole troviamo riso, cacao, arachidi, grano e sorgo. Le industrie nigeriane sono per la maggior parte quelle estrattive di greggio e di gas, di carbone, stagno, columbite.
Ecco in breve i dati macroeconomici che ci indicano come la Nigeria possa essere collocata fra i MINT: Pil nominale (mln €) (2012) 213.290; popolazione (mln) 169; Pil pro-capite ($) nel 2012 1.913; disoccupazione (2012) 29, 3%.
Turchia: L’economia turca viene generalmente definita come un’economia in salute. Questo paese è uno dei pochi vicini all’area Euro-mediterranea che meno ha risentito della crisi globale e più degli altri ha visto negli ultimi tempi tassi di crescita notevoli. I dati diffusi in questi ultimi anni ci mostrano come questa crescita sia confermata da un PIL che è praticamente triplicato. Gli IDE sono cresciuti esponenzialmente e la crescita totale è stata mediamente del 5%; a sua volta il PIL pro-capite è passato dai 3.500$ del 2003 ai 10.000$ del 2012. Dal canto suo, il presidente Recep Tayyip Erdogan (in carica dal 2003) in occasione dell’ultima campagna elettorale ha pubblicizzato un programma che aveva come obiettivo quello di attuare varie riforme entro il 2023, anno in cui la Turchia festeggerà il centenario dalla sua nascita. Si stima che entro questa data la Turchia vedrà crescere il proprio reddito pro-capite fino ad attestarsi attorno ai 25.000 $, le esportazioni raggiungeranno quota 500 miliardi di $ e l’industria darà il via alla produzione di automobili, velivoli e mezzi militari 100% made in Turkey. Tutte queste previsioni trovano in qualche modo conferma grazie ai dati economici attuali che vedono la Turchia come una delle realtà più dinamiche al mondo, grazie anche alla sua collocazione geopolitica che la vede affacciata nell’area del Mar Nero, nel Mediterraneo Orientale, in Medio Oriente e in Asia Centrale. Motore trainante di questa crescita sono, sin dagli anni ’60, le industrie manifatturiere. Dal 2010 i dati mostrano come il PIL turco sia cresciuto rispetto agli anni precedenti del +9%, del +8.5% nel 2011 e così via, e secondo le previsioni del FMI entro il 2017 i dati a nostra disposizione raddoppieranno grazie ad una crescita stimata, nel periodo fra il 2013 e 2017, fra il 3.2% e il 4.6 % annuo.
Nel dettaglio vediamo quali sono gli indicatori economici che confermano quanto affermato: PIL totale +1.3%; PIL pro-capite 11.582$; disoccupazione 10.5%; popolazione 75.8 milioni di abitanti. Tutto ciò in Turchia ha portato ad un crescente interesse da parte degli investitori stranieri, interesse che ben presto si è tradotto in IDE in entrata, che in quattro anni sono cresciuti oltre venti volte. Sicuramente tutto ciò ha consentito che il tenore di vita della popolazione turca, soprattutto quella borghese, aumentasse, mentre diverse invece sono le condizioni di vita dei lavoratori non qualificati, degli operai e dei pubblici impiegati. Al ridotto aumento dei loro stipendi, infatti, fa da contraltare l’aumento del costo della vita nelle città, con un’inflazione dell’8.9% che sicuramente riduce gli effetti di questo miglioramento generale.
Come si può evincere da quanto affermato sin ora, i MINT esprimono grossissime potenzialità, anche se ognuno di essi si trova costretto ad affrontare sfide di non poco conto, soprattutto per quel che riguarda le questioni di sperequazione dei redditi e del capitale umano. Ma con la sua tipica fiducia, O’Neil ritiene che essi possano ripercorrere le orme dei BRICS e riuscire ad agganciare le maggiori economie mondiali nel giro di pochissimi anni.

Pietro Stilo è Dottorando di ricerca in Scienze economiche e metodi quantitativi all'Università di Messina.
Domenica Alessia Trunfio è Dottoressa in Scienze Politiche e delle Relazioni internazionali.

lunedì 29 settembre 2014

Ucraina: è successo solo due mesi fa

Il 17 luglio il Boeing 777 MH-17 della Malaysia Airlines è precipitato nei pressi della cittadina di Hrabove, nell’oblast di Donetsk, a circa 50 km dal confine russo-ucraino, causando la morte dei 295 passeggeri. Nello specifico, il velivolo, diretto a Kuala Lumpur, si trovava nello spazio aereo ucraino e procedeva in direzione di quello russo, sorvolando l’area del Donbass, controllata dai separatisti filo-russi. Per quanto la dinamica dell’incidente debba ancora essere accertata, i primi dati disponibili fanno sospettare che il velivolo possa essere stato abbattuto da un missile superficie-aria lanciato da un sistema missilistico BUK (NATO SA-11”Gadfly” \ SA-17 ”Grizzly”). Infatti, il Boeing malese sembra essere stato colpito ad una quota di 10.000 metri, altezza raggiungibile soltanto da un tale complesso sistema d’arma. Al momento, la responsabilità dell’accaduto potrebbe essere attribuita alle milizie filo-russe della Repubblica Popolare di Donetsk (RP! D). Infatti, nelle settimane precedenti all’incidente, i miliziani erano entrati in possesso di una batteria di SA-11 \ SA-17, oltre ad aver intensificato le operazioni anti-aeree contro le Forze Armate ucraine, come testimoniato dall’abbattimento, il 14 luglio scorso, di un aereo-cargo An-26 dell’Esercito nei pressi della cittadina di Davido-Nikolsk. Come se non bastasse, le autorità di Kiev hanno esibito prove circa presunte conversazioni telefoniche tra i comandanti delle milizie nelle quali si parlava del tragico incidente. Inoltre, lo stesso comando militare della RPD aveva rivendicato, nei minuti immediatamente successivi alla scomparsa del velivolo dai radar, il presunto abbattimento di un altro An-26. Tuttavia, tale rivendicazione è scomparsa dai canali telematici poco dopo l’ufficializzazione della caduta del Boeing malese. L’abbattimento del MH-17 costituisce il più grave incidente sinora avvenuto dall’inizio dell’insurrezione nelle regioni orientali! ucraine nonché di un evento in grado di cambiare l’inerzia del conflitto. Infatti, se fino ad ora lo scontro aveva una dimensione regionale, l’uccisione di centinaia di cittadini provenienti da diverse parti del Mondo (Paesi Bassi, Germania, Francia, Australia, Malesia, Regno Unito) è destinata ad aumentare la rilevanza mediatica globale dell’insurrezione. Europa e Stati uniti hanno fermamente condannato l’accaduto, schierandosi apertamente in favore di Kiev e condannando la Russia, ritenuta responsabile della tragedia a causa del suo sostegno ai separatisti. In ogni caso, l’enorme danno d’immagine subito da Mosca rischia di comprometterne gli spazi di manovra politica a livello internazionale. Da par loro, sia i separatisti del Donbass che il Cremlino hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda, affermando che la responsabilità è esclusivamente di Kiev. A livello politico, dunque, si rischia un ulteriore inasprimento dei rapporti tra Europa, Stati Uni! ti Ucraina e Russia, già ulteriormente peggiorati dal nuovo round di sanzioni deciso da Washington e diretto a società e banche strategiche russe, quali Gazprombank, il ramo finanziario di Gazprom, e Rosneft, il gigante petrolifero russo. All’indomani della tragedia, il governo ucraino sembra aver guadagnato ulteriore legittimazione internazionale nel proseguo dell’operazione anti-terrorismo nel Donbass, che presumibilmente continuerà fino alla completa sconfitta dell’insurrezione. Appare particolarmente preoccupante l’avvicinarsi della battaglia di Donetsk, quando le Forze Armate di Kiev dovranno affrontare i separatisti barricati nella popolosa città orientale. In questo caso esiste il rischio concreto di alti danni collaterali, come distruzione di infrastrutture critiche e morti di civili. Infine, l’incidente del Boeing malese e le sue conseguenze politiche e militari rischiano di erodere definitivamente i margini di trattativa tra separatisti e governo centra! le, rendendo molto difficile una risoluzione politica e pacifica del conflitto. 

Fonte CESI News letters 153

martedì 23 settembre 2014

Toccare i confini in Europa: un grosso rischio.

Referendum in Scozia
Bruxelles e il divorzio alla scozzese?
Flaminia Caprara
17/09/2014
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Partecipando al referendum per l’indipendenza, gli scozzesi mettono sotto esame un’unione nata oltre trecento anni fa. L’intenzione di Londra di non opporsi a un’eventuale decisione di divorzio non significa però che da una separazione non scaturiranno controversie.

La prospettiva di una Scozia indipendente, e di un Regno Unito ridimensionato, genererebbe nuove problematiche per l’architettura della geografia politica mondiale e soprattutto, per il complesso sistema di equilibri (e squilibri) politici dell’Unione europea (Ue).

Tra queste problematiche c’è anche l’incognita del possibile referendum sul divorzio tra Regno Unito (o ciò che di esso rimarrebbe) e Ue. Se gli scozzesi, più europeisti, abbandonassero Londra, l’eventualità di un’uscita del Regno Unito dall’Ue potrebbe diventare più verosimile, rendendo ancora più incerto il futuro di un’Ue già notevolmente propensa alla crisi.

Zizzania tra Londra ed Edimburgo
La spartizione di oneri e risorse tra la Scozia e il Regno dis-Unito potrebbe richiedere ben più tempo dei 18 mesi previsti dall’attuale primo ministro scozzese Alex Salmond, il cui piano di secessione, esposto in un Libro bianco pubblicato lo scorso novembre, è stato contestato dal governo di Westminster.

Il proposito dei separatisti di preservare la sterlina come valuta della Scozia indipendente ha suscitato numerose obiezioni, comprese quelle del Ministro delle finanze, George Osborne, e del governatore della Banca d’Inghilterra, Mark Carney, che temono che questo meccanismo possa innescare non solo problemi per la redistribuzione del debito pubblico tra i due stati, ma anche una crisi economica.

Tra i dossier che creano zizzania figurano anche la sorte dei missili nucleari Trident custoditi in Scozia nella base militare di Faslane, la riorganizzazione dell’esercito, la questione di una possibile limitazione del libero transito tra i paesi e la spartizione delle ingenti riserve di idrocarburi del Mare del Nord (l’80% delle quali si troverebbe in acque territoriali scozzesi).

Spagna osservatrice impaurita
La Scozia sarebbe il primo stato a ottenere l’indipendenza da un paese membro dell’Ue, un caso che porrebbe di fronte a numerose incognite anche gli altri 27 paesi dell’Unione. I trattati comunitari non dicono come procedere nell’eventualità in cui un membro ratifichi la secessione di una propria unità costitutiva intenzionata a rimanere nell’Ue.

In assenza di un solido terreno giuridico, i separatisti ritengono di potersi appellare all’articolo 48 del Trattato sull’Ue, che definisce l’iter attraverso il quale i governi degli stati membri possono proporre la modifica dei trattati comunitari. In quest’ottica, prima di raggiungere l’indipendenza, il governo di Edimburgo dovrebbe lavorare con Downing Street per ottenere l’approvazione dei paesi membri dell’Ue affinché la Scozia indipendente possa continuare a far parte dell’Unione.

Secondo il presidente della Commissione europea, José Manuel Barroso, una Scozia indipendente dovrebbe presentare formale domanda di adesione. Per diventare parte dell’Ue, dovrebbe ottenere il favore dell’intero Consiglio. Cosa “estremamente difficile se non impossibile” chiosa Barroso. Almeno la Spagna - secondo quanto scritto da Enrico Letta sul Corriere della Sera di martedì - si opporrebbe, per via dell’evidente legame tra l’indipendenza scozzese e quella della Catalogna.

Scozia europea?
I negoziati per raggiungere un accordo sull’eventuale futuro della Scozia nell’Ue potrebbero poi protrarsi ben oltre la data in cui il Partito nazionale scozzese auspica di proclamare l’indipendenza, il 24 marzo 2016. Anche qualora i 28 paesi membri concordassero con l’adesione scozzese, la negoziazione delle modalità di ingresso genererebbe ulteriori dibattiti.

Molto probabilmente la Scozia non potrebbe più permettersi di contare sulle stesse deroghe all’acquis comunitario di cui gode in qualità di unità costituente del Regno Unito. Purché ciò non contrasti con gli eventuali accordi di separazione tra Londra ed Edimburgo, l’Ue potrebbe pretendere l’entrata del nuovo stato sia nell’eurozona che nell’area Schengen. Un percorso ancora più complicato e inverosimile di quello di riapertura di un negoziato di adesione all’Ue.

Flaminia Caprara è stagista per la comunicazione presso lo IAI.
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lunedì 22 settembre 2014

Non solo Stato Islamico

Volontari occidentali della jihad
Crisi di attenzione e di modelli
Antonio Armellini
01/09/2014
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Qualche centinaio o diverse migliaia: sul numero dei combattenti per la jihad islamica provenienti da paesi occidentali non vi sono certezze, ma il fenomeno ha preso una dimensione che, prima ancora di preoccupare, lascia esterrefatti.

I centri di reclutamento sembrano fiorire in Europa, un po’ ovunque: se all’inizio si pensava che la concentrazione massima potesse essere laddove maggiore era la presenza di comunità immigrate - in Francia e in Gran Bretagna soprattutto - si è visto che, grazie ad una azione capillare attentamente preparata, la rete si è estesa sempre più, dalla Scandinavia sino all’Italia.

Le affermazioni dei rappresentanti dell’Ucoii (Unione delle Comunità islamiche d’Italia), secondo cui da noi il problema sarebbe del tutto marginale, se non quasi inesistente, sono state rapidamente contraddette da quanto continua ad emergere circa l’esistenza di reti di collegamento in varie parti del paese.

Colti di sorpresa e disattenti
Che ci si sia tutti accorti in ritardo del diffondersi di un fenomeno che cresceva sotto i nostri occhi senza lasciare apparentemente tracce visibili, è fuori di dubbio. Così come è indubbio che ci siamo trovati impreparati nel tentare di decifrare le ragioni che hanno indotto una quota non irrilevante di cittadini europei (oltre ai combattenti veri e propri, va tenuto conto di un’area grigia più vasta di complicità e sostegni più o meno clandestini) a rispondere ad un appello che nega in radice i principi di tolleranza cui dichiarano di ispirarsi le nostre società.

Da un lato, si pone un problema di prevenzione; dall’altro, c’è l’esigenza di approfondire percezioni psicologiche e condizionamenti su cui siamo stati evidentemente troppo distratti.

Alle frange estremiste delle comunità musulmane sembra essere stata riservata a lungo un’attenzione di routine. Un controllo simile a quello con cui venivano tenuti d’occhio estremismi di varia fattura e consistenza, senza troppo preoccuparsi del fatto che, in questo caso, si trattava di comunità ad un tempo discriminate e coese, in costante contatto con i paesi di provenienza dove, con buona pace delle “primavere arabe”, la pianta dell’estremismo stava facendo rapidamente proseliti.

Ed è stato così che segnalazioni potenzialmente importanti sono state trascurate, nella convinzione che fossero sufficienti misure tradizionali di polizia per tenere a bada gruppi numericamente ristretti, mentre la maggioranza riconosceva la primazia del sistema di regole - forse subito, più che accettato - da cui discendeva la possibilità di una graduale integrazione.

Hanno fallito su questo terreno più o meno tutti i servizi di intelligence, che si sono mostrati impreparati a capire sia l’estensione del fenomeno all’interno di ciascuno paese, sia le sue ramificazioni a livello transnazionale.

Indagare e capire perché
Non è mai troppo tardi per correre ai ripari: un primo passo dovrà essere quello di potenziare di molto non solo l’analisi numerica del fenomeno, ma anche la conoscenza dei meccanismi mentali e delle reti di collegamento, cominciando dal terreno più ostico per un approccio laico, quello dell’interconnessione fra militanza religiosa e società civile che nell’islam è profondamente diversa dall’occidente.

E di farlo superando steccati e diffidenze: le intelligence più e meglio delle polizie sono abituate a dialogare fra loro, ma è evidente che deve essere compiuto anche qui un salto di qualità. Senza porre in pericolo principi consolidati, ma riconoscendo che la minaccia della jihad non può essere affrontata in una mera ottica nazionale, del resto antitetica al suo messaggio.

Si pongono problemi delicati di libertà e di tutela dei diritti dell’individuo; essi costituiscono un caposaldo delle nostre società e sarà necessario vederli nel contesto dell’esigenza primaria di salvaguardarne la capacità di sopravvivenza, ponendo la barra della tolleranza ad un livello conseguente.

C’è poi il problema, fondamentale, di capire cosa possa spingere un immigrato di seconda o terza generazione, a prima vista del tutto inserito in un modello di vita occidentale, ad abbandonare un bel giorno il suo posto fisso, la sua casa borghese col giardino, il tennis e la scuola dei figli, per farsi esplodere davanti ad un autobus a Gerusalemme, o in una stazione di metropolitana a Londra, o farsi riprendere mentre decapita un “nemico” nel deserto iracheno.

Modelli difettosi di integrazione
In Europa sono stati avanzati due modelli di integrazione che si richiamano, rispettivamente, all’esperienza francese e a quella britannica: di assimilazione totale il primo, di autonomia nella pari dignità il secondo.

Le differenze rispecchiano esperienze storiche e strutture sociali diverse, ma certamente democratiche: per lungo tempo si è ritenuto che potessero funzionare, pur con inevitabili carenze e ritardi.

Il melting pot Usa si situa in qualche misura a cavallo dei modelli europei; ha mille carenze e conosce punte di violenza rilevanti, che si collocano per lo più all’interno di una american way of life percepita come un obiettivo da perseguire, ancorché negato. Le frange di rifiuto totale appaiono in termini relativi meno rilevanti, anche se il fenomeno è in rapida crescita.

I paesi europei hanno a lungo vantato la loro superiore capacità di integrare realtà profondamente diverse, rifuggendo dalla violenza dei processi in Usa e riconoscendo piena legittimazione alle diversità etniche e culturali.

Che questa sia stata una lettura corretta è ragionevole dubitare: i processi di integrazione non hanno seguito l’andamento che illuministicamente taluni avevano pronosticato e, dinanzi all’esplodere di fenomeni di totale e aprioristico rifiuto, si è dovuto prendere atto di un complessivo fallimento.

Come salvare società multiculturali?
Cercare di porre rimedio a una crisi, che rischia di essere devastante, dovrebbe rappresentare una priorità assoluta: strumenti e scenari restano tutt’altro che definiti. L’emarginazione che caratterizza banlieues che costituiscono una deformazione grottesca del progetto multiculturale, è una concausa importante, ma non è di per sé sufficiente a spiegare l’implosione di modelli della cui forza di attrazione siamo stati a lungo convinti.

Un’implosione, per di più, causata non tanto da una prima, confusa e incerta generazione di immigrati, quanto dalla seconda o dalla terza, che si riteneva avessero introiettato i canoni della loro nuova cittadinanza, contestandoli magari con forza, ma dall’interno.

L’analisi rischia di tracimare verso la slippery slope della critica del multiculturalismo, della crisi della rappresentanza democratica e della rivendicazione dell’omogeneità storica - e al limite religiosa - come unico dato identitario di società funzionanti.

Una china pericolosa, che ignora il fatto che tutte le società occidentali - in Europa e non solo - non possono che convivere con la complessità che ne costituisce una parte inscindibile. Opporre al miraggio delle Umma la rivendicazione di una diversa supremazia vorrebbe dire rinunciare a secoli di progresso civile: la risposta però non c’è e va cercata con urgenza.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
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TECNOLOGIA E RAPPORTI CON LA RUSSIA

Sicurezza e tecnologia in Europa
Frenata francese verso la Russia, stop alle Mistral 
Jean-Pierre Darnis, Alessandro Ungaro
04/09/2014
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Un comunicato della presidenza della Repubblica francese ha annunciato la sospensione della consegna della prima nave portaelicotteri da assalto anfibio classe Mistral alla marina militare russa, invocando come causa principale il deterioramento della situazione in Ucraina.

Una notizia salutata positivamente da tutti quelli che si auspicavano una forte presa di posizione di Parigi nei confronti del regime di Vladimir Putin.

Con il rapido peggioramento della situazione sul fronte ucraino sembrava insostenibile che un alleato, membro della Nato, potesse fornire materiale bellico di elevate prestazioni a Mosca.

Questa operazione soddisfa in primis l’amministrazione statunitense, desiderosa di isolare la Russia all’interno della comunità internazionale ed è la prova del nove dell’indipendenza di Parigi e della sua capacità di lasciarsi alle spalle affascinanti tentazioni realiste nei rapporti con Mosca, rafforzando invece la sua sintonia con Washington, già molto forte da alcuni anni.

Si tratterebbe quindi di una vittoria delle tendenze filo occidentali, che permette a François Hollande di presentarsi al summit Nato con la fedina pulita per esercitare pienamente il suo ruolo all’interno dell’Alleanza.

Importazioni russe di tecnologiche strategiche
Tutto bene quel che finisce bene? La mossa francese lascia sul tavolo una serie di questioni aperte. Che dire della difficile coesione europea e occidentale? A fronte di una sostenuta mobilitazione occidentale contro le operazioni militari russe in Ucraina, sono state adottate una serie di discutibili sanzioni economiche per cercare di riportare Mosca sulla via della diplomazia.

La Russia è però fornitrice di razzi spaziali, i vettori Soyouz, strumenti essenziali sia al programma spaziale europeo che a quello statunitense e rappresenta un provider fondamentale di servizi militari.

D’altro canto, Mosca dipende da alcuni materiali e tecnologiche strategiche che sono largamente importati dall’Occidente. Inoltre, secondo alcune fonti, diversi paesi europei - come la Gran Bretagna - hanno ancora dei contratti di fornitura militare in corso con la Russia.

Spada di Damocle per le finanze francesi 
La Francia, sospendendo la consegna delle navi Mistral, mette a rischio un contratto da 1,2 miliardi di euro con la possibilità di dover pagare una penale che alcuni indicano in 5 miliardi.

Lo stop alla consegna rappresenterebbe quindi un’ulteriore spada di Damocle per le finanze pubbliche francesi, già malmesse dalla crisi. Cosa ben più grave, potrebbe pregiudicare e compromettere la credibilità politica e imprenditoriale nei mercati internazionali, soprattutto in quelli emergenti, nei quali la Francia ha fortissimi interessi. Primo fra tutti, il contratto per la vendita di 126 caccia Rafale all’India, ancora non finalizzato del tutto.

Il possibile danno non è soltanto la mancata consegna a quello che viene ormai considerato un nemico e l’eventuale buco nelle finanze pubbliche (il 75% del gruppo industriale Dcns, a cui è stata affidata la commessa, appartiene allo stato francese) ma le reazioni a catena che questa decisione può attivare, ossia un repentino aumento di meccanismi e iniziative concorrenziali sui mercati emergenti con aziende britanniche, italiane o tedesche.

Si è spesso giustamente rimproverato alla Francia di coltivare un orientamento da “potenza nazionale”, pronta a difendere la sua sovranità, anche militare, nel contesto globalizzato. In ambito europeo, questa critica è stata formulata per accusare Parigi della sua reticenza al processo di integrazione comunitario.

Il caso delle Mistral dovrebbe quindi fornire un ulteriore esempio dell’impellente necessità di accelerare lo sviluppo di una maggiore integrazione europea.

Maggior integrazione per sicurezza e difesa europee 
Esiste una tale connessione fra la posizione strategica e gli interessi economici che anche nel caso di una condivisione della percezione di minaccia russa in Ucraina, le posizioni nazionali possono risultare in una politica da “scarica barile” potenzialmente disastrosa.

È pressoché condivisibile ritenere che il mantenimento delle capacità militari e tecnologiche francesi, anche nucleari, rappresenti un fattore di sicurezza e di stabilità per l’Europa nel suo complesso.

Parigi però, attuando una scelta giusta politicamente, sta mettendo a rischio una filiera industriale fondamentale nel comparto navale e militare, non solo di rilevanza francese, ma soprattutto europea. Ecco perché la decisione deve essere discussa con i partner del vecchio continente con l’obiettivo di salvaguardare tali capacità industriali e tecnologiche.

Il mercato della difesa europeo è insufficiente a garantire la sopravvivenza delle aziende del settore, le quali dipendono in larga misura da contratti extraeuropei, spesso con paesi emergenti.

Le tensioni nell’est dell’Europa e in Medio Oriente generano instabilità e potenziali rotture politiche e commerciali con alcuni clienti chiave che possono essere efficacemente affrontate solo attraverso un rafforzamento della coesione politica occidentale per salvaguardare le capacità produttive e il know-how europei.

Anche gli Usa devono fare la loro parte; la chiusura de facto del mercato interno ai competitor europei può rivelarsi un calcolo miope e azzardato, generando pericolosi deficit per il mantenimento delle capacità di difesa alleate.

L’attuale crisi ucraina ci deve quindi spingere a una visione fine e complessiva della necessità del mantenimento delle capacità tecnologiche europee in materia di sicurezza e difesa, valutando al tempo stesso i paradossi delle posizioni nazionali - come appunto il “beau geste” francese nel caso delle Mistral. Anche in questo caso, come in altre circostanze, la parola chiave è integrazione.

Jean-Pierre Darnis è professore associato all’Università di Nizza e vice direttore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @jpdarnis).
Alessandro R. Ungaro è Ricercatore del Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter: @AlessandroRUnga)
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martedì 16 settembre 2014

Aiuti Umanitari: che cosa significano e a che cosa servono

La questione degli interventi “umanitari”
Ucraina e Medio Oriente, in cerca di una logica
Stefano Silvestri
19/08/2014
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Un convoglio di profughi è stato bombardato in Ucraina, mentre cercava di lasciare la zona dei combattimenti: forse sono stati i miliziani filo-russi, ma questi accusano l’Esercito ucraino.

Il gigantesco convoglio di aiuti umanitari messo insieme dalla Russia è ai confini con l’Ucraina, ma ancora non passa, anche se sembra sia stato raggiunto un accordo sulle procedure di ispezione e distribuzione.

Ma la Croce Rossa, che dovrebbe prendere il controllo dell’operazione, continua a parlare di tempi lunghi. Nel frattempo cresce il coinvolgimento “umanitario” (ma anche esplicitamente militare) degli occidentali in Iraq, e forse in un futuro prossimo anche in Siria.

Ci sono tutti gli elementi per suggerire il rischio di uno “scambio ineguale”, che lascia agli Usa ed alleati mano libera in Medio Oriente, e consente a Mosca di intervenire ancora più apertamente di quanto già non faccia (ma sempre per ragioni “umanitarie”) nella guerra civile ucraina.

Attenzione all’uso distorto dei precedenti
Questo è il rischio dei “precedenti”, che possono essere piegati e strumentalizzati ai fini più diversi, ma in questo caso essi pongono un problema evidente ed irrisolto: come bloccare o almeno moderare i conflitti, in un mondo più multipolare e quando Russia e Stati Uniti non sono perfettamente allineati? E le altre potenze che fanno, in particolare la Cina?

Il Consiglio Affari Esteri dell’Ue ha cercato di affrontare la questione, in una riunione straordinaria a Ferragosto, da un lato chiedendo a tutte le parti di facilitare l’accesso degli aiuti umanitari in Ucraina e dall’altro invitando la Russia a porre immediatamente fine alle sue attività ostili ai confini con la zona di crisi e a ritirare le forze che ha accumulato nell’area.

In particolare ha ammonito la Russia chiedendole di rinunciare ad usare qualsiasi pretesto, incluso quello “umanitario”, per giustificare un suo intervento militare. In cambio ha proposto una conferenza di pacificazione con la partecipazione di tutti i maggiori attori (Usa, Russia, Ucraina, Ue e Osce).

Nella stessa riunione peraltro il Consiglio ha lodato l’intervento militare americano in Iraq, ha chiesto un più sostenuto aiuto umanitario alle popolazioni, incluse operazioni per facilitare l’evacuazione di profughi, e ha appoggiato la decisione di fornire armamenti ai curdi.

Nel contempo ha incoraggiato il nuovo premiere designato iracheno, Haider Al Abadi, a compiere ogni sforzo per formare un governo aperto a tutte le componenti politiche, religiose e etniche. È evidente la diversità politica delle due situazioni, ma anche la difficoltà di esplicitare una strategia del tutto coerente ed universalmente accettata.

La definizione del terrorismo
Non è certo la prima volta che questo accade. Conflitti analoghi hanno diviso le Nazioni Unite negli anni della decolonizzazione, e per lunghissimo tempo hanno impedito la stessa formulazione di una definizione condivisa del termine “terrorista”, secondo la formula sin troppo abusata che il terrorista dell’uno può essere il combattente per la libertà dell’altro.

C’è voluto l’arrivo del terrorismo internazionale in tutta la sua ferocia per spazzare via queste resistenze “politichesi” e arrivare all’apprezzamento della minaccia comune e condivisa. Ora l’IS cerca di confondere le acque dando una forma pseudo-statuale alla sua identità: ma in realtà la rivendicazione del “califfato” non ha limiti territoriali e non si distingue che tatticamente dal terrorismo internazionale degli altri gruppi jihadisti.

Più tradizionale è il principio della immutabilità delle frontiere mediante l’uso della forza. Questo principio giustifica certamente (in aggiunta a tutte le altre ragioni) la sconfessione dell’IS, ma è già stato violato dalla Russia in Crimea (e, secondo il Presidente Putin, dalla Nato in Kosovo) e potrebbe creare problemi in futuro con i curdi.

In effetti sembra difficile riuscire a trovare una soluzione che non sia in primo luogo politica, e questo significa arrivare ad un accordo con paesi quali la Russia e l’Iran, che sia accettabile insieme per le maggiori potenze e per i paesi dell’area.

Sino ad allora bisognerà prepararsi ad affrontare con decisione, e senza troppe illusioni, ogni sorta di distorsione tattica del diritto internazionale. Ciò non dovrà impedire, quando necessario, l’uso della forza militare. Al contrario: è in situazioni confuse di questo genere che è necessario riportare con decisione i fatti essenziali al centro della questione, spazzando via gli opportunismi collaterali.

Tuttavia bisognerà anche ricordarsi di mantenere bene aperti e funzionanti tutti i canali politici e diplomatici necessari per arrivare a una soluzione del conflitto che le armi, da sole, non riusciranno a garantire.

Stefano Silvestri è direttore di AffarInternazionali e consigliere scientifico dello IAI.
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Euro: una riglessione

conomia
L’introduzione dell’Euro, i vincitori e i vinti
Alessandro Giovannini
05/08/2014
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Con l'introduzione dell'euro non si è deciso solo di creare la prima e unica unione monetaria non legata ad un solo Stato. Dietro, vi è una scelta politica più profonda che ha portato i paesi membri a trasferire gradualmente la loro autonomia sulle politiche fiscali e a perdere sempre più il controllo su molte dinamiche finanziarie, produttive e salariali interne.

Dopo più di dieci anni dalla sua introduzione e soprattutto durante la crisi del debito sovrano, il dibattito sui costi e benefici dell’euro è più che mai intenso. È quindi opportuno tentare una parziale analisi sul tema che sia il più possibile rigorosa e completa.

Gli effetti redistributivi dell’euro tra paesi
La maggior parte della letteratura economica si è finora focalizzata sulla valutazione degli effetti redistributivi dell’euro a livello nazionale, vale a dire come l'euro ha avuto un impatto sulla disuguaglianza tra stati membri.

L'introduzione di una moneta comune in Europa è stata trainata dalla fede idealistica che il conseguente aumento del commercio e una più sana politica monetaria avrebbero portato gli stati membri a godere di sempre maggiori livelli di prosperità, ad accelerare il processo di convergenza e a favorire la creazione di un unico comune e il mercato più efficiente.

Allo stesso tempo, questo avrebbe favorito un processo di catch up - raggiungimento - tra gli stati membri, beneficiando quindi di più i paesi relativamente meno sviluppati.

L’analisi economica finora non ha raggiunto tuttavia una risposta univoca sull’effettività di questo processo. Nel periodo tra il 2000 e il 2007 vi è stato un notevole grado di convergenza delle variabili nominali, suggerendo forti progressi nel benefico processo di convergenza già in corso prima del 1999. La crisi, tuttavia, sembra aver invertito questo meccanismo: considerando in tutto il periodo 2000-2014, i paesi con il più alto livello iniziale di Pil pro capite sono infatti cresciuti relativamente di più.

Gli effetti redistributivi dell’Euro all’interno dei paesi
È ora giusto chiedersi se l'euro ha aumentato la parità economica all'interno degli stati, cioè la distribuzione del reddito all'interno degli stessi paesi. Analizzando l'andamento delle disparità di reddito nella zona euro nel suo insieme, dopo il 1999, il coefficiente di Gini che misura la diseguaglianza di una distribuzione è aumentato da 0,28 nel 2000 a 0,30 del 2007, un livello che in qualche modo uguale rispetto all’indicatore medio Gini dei paesi dell'Ocse.

Tuttavia, il solo indicatore aggregato non è necessariamente corretto, dal momento che esso nasconde importanti differenze interne. Consideriamo i due paesi che ora appaiono più lontani dal punto di vista di performance economica, Grecia e Germania.

Nel primo, tutti i decili (le dieci frazioni in cui è stata divisa la popolazione) hanno visto il loro reddito crescere più di quanto ogni decile tedesco ha visto fare negli ultimi dieci anni. La crescita del reddito disponibile è stata molto bassa in quasi tutta la distribuzione in Germania, ma in particolar modo nei decili più bassi: questo è particolarmente evidente dalla partenza del processo di convergenza al 2008 quando il 30% dei tedeschi più poveri ha subito una crescita negativa del reddito reale.

In direzione opposta, è il caso della Grecia, dove i decili più bassi hanno guadagnato nello stesso periodo rispetto al resto della popolazione.

Inoltre, osservando la quota di reddito nazionale equivalente di ciascun quintile, emerge come nel periodo 1999-2007 (barra blu), il quintile superiore della popolazione tedesca ha guadagnato circa il 4 per cento, nonostante una diminuzione in tutti gli altri quintili di reddito.

In Grecia, invece, il primo, il secondo e il quinto quintile hanno tutti guadagnato prima dello scoppio della crisi. Considerando anche il periodo della crisi (barra rossa), emerge come in Grecia i quintili centrali della distribuzione (2-4) sono riusciti a guadagnare relativamente il massimo in termini di quota di reddito nazionale, compensando i guadagni degli altri prima del 2007.

Questa tendenza di contro-bilanciamento delle evoluzioni 1999-2007 non è presente in Germania, dove negli ultimi anni il guadagno relativo del quintile superiore è diminuito solo parzialmente.

Un più serio dibattito sull’Euro
Queste mere statistiche necessitano un’analisi più attenta e completa per determinare vincitori e vinti dell’introduzione dell’euro. Tuttavia, essi suggeriscono come sia necessario un dibattito diverso e più completo di quello a cui abbiamo assistito negli ultimi anni e che ha portato a forti contrapposizioni ideologiche alquanto inconcludenti.

Solo grazie ad un’analisi simile, accompagnata dalla definizione dei componenti principali attraverso i quali la moneta comune ha avuto un impatto sulla distribuzione del reddito, sarà possibile ottenere indicazioni utili su quelle politiche necessarie per migliorare il funzionamento della zona euro e assicurare una maggiore prosperità condivisa.

Alessandro Giovannini è Associate Researcher al Centre for European Policy Studies.
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Calma piatta ad agosto

eoeconomia e geopolitica 
Lo strano torpore dei mercati
Cesare Merlini
04/08/2014
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È impressionante la bonaccia dei mercati finanziari e commerciali a fronte dei venti di guerra che segnano i nostri giorni. Le pagine di cronaca internazionale e quelle di economia sembrano appartenere a giornali di epoche diverse.

Eppure quello che si usava chiamare "arco delle crisi" è tornato prepotente, dai trecento morti dell'aereo di linea malese abbattuto nei cieli della "drole de guerre" ucraina fino al caos libico, passando per lo scontro mortale fra etnie in Iraq e Siria e il devastante attacco israeliano a Gaza.

Volatilità mercati finanziari 
Il "ritorno della geopolitica" è stato ripetutamente proclamato, in particolare in occasione dell'annessione russa della Crimea, pur avvenuta senza quasi colpo ferire. Da parte sua, il ministro degli esteri britannico ha parlato di "systemic disorder".

Per contro, l'indice di volatilità dei mercati azionari si muove intorno a un quarto dei valori dell'inizio di febbraio (al tempo delle brutte notizie dalle economie emergenti), a loro volta situati a circa un quarto di quelli attorno a cui oscillavano alla fine del 2008, allo scoppio della Grande Recessione.

Il calo degli indici di borsa nel mese di luglio è attribuito principalmente a valutazioni economiche. E i manager degli hedge funds non coinvolti nel default argentino fanno sapere di essere andati in vacanza.

E, malgrado le instabilità coinvolgano duramente importanti produttori di idrocarburi, i prezzi del petrolio tendono a situarsi verso il basso delle forchette previste dagli analisti.

Due letture si possono dare di questo stato di cose un po' sorprendente. La prima è quella del fenomeno contingente. I mercati sono relativamente calmi anche grazie all'attuale larghezza della banche centrali.

Ad ogni momento, a partire dall'indomani della redazione di queste note, una più forte percezione dell'instabilità a causa dell'acuirsi di una qualsiasi di queste crisi può portare a oscillazioni e cadute dei corsi. Cosa che peraltro alcuni osservatori finanziari danno comunque per molto probabile entro la fine dell'anno, ma più per effetto di un cambio di rotta di Janet Yellen, governatore del Fed, che di un'alzata di ingegno del presidente russo, Vladimir Putin.

La seconda lettura è di sistema, in quanto contempla uno spostamento dell'asse del sistema internazionale dalla geo-politica all'interdipendenza economica.

Mercato della sicurezza in declino
Per usare un gergo da borsa, si potrebbe sostenere che oggi il mercato della sicurezza è in declino. La domanda non tira. Morire per la Crimea? Immischiarsi fra sciiti e sunniti? Meglio Assad o i jihadisti? Eccetera.

Ma anche l'offerta è debole: il presidente americano è restio a usare la forza (fra le critiche di politologi e oppositori, ma con il consenso di gran parte dell'opinione pubblica nazionale); dell'Europa non parliamo.

Dall'altra parte, l'economia mondiale è impegnata nel tentativo di uscire dalla crisi e dai conseguenti sconquassi che hanno reso fragili tante delle sue componenti nazionali. La globalizzazione non è morta e i mercati danno prova di callosità rispetto alle guerre, ai rifugiati e ai morti.

E se mai, è l'economia a invadere il terreno della sicurezza, dal momento che le sanzioni sono spesso chiamate a fungere da protesi sostitutive delle armi tenute in serbo, per una logica fondata sull'interdipendenza.

Non necessariamente le due letture sono alternative. Il declino della geo-politica non può che essere parziale e graduale. Ma forse è irreversibile, e già sembra dirci che l'asticella delle crisi oltre la quale si ha lo sconquasso, o comunque l'instabilità, dei mercati è adesso più alta.

L'Unione europea può beneficiare di un maggior peso dell'economia nella sicurezza internazionale, data la sua poca consistenza in materia di "hard power".

Ma questo non significa potersi adagiare nell'irresponsabilità. Significa elaborare una concezione più strategica dell'economia, inclusa la valutazione dei costi (economici) e dei ritorni (in termini di sicurezza) nell'uso dei suoi strumenti. A cominciare dalle sanzioni.

Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI.
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mercoledì 10 settembre 2014

Come affrontare l'emergenza immigrazione

Immigrazione
Un Commissario Ue per il Mediterraneo 
Filippo di Robilant, Nathalie Tocci
14/07/2014

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“Viviamo intorno ad un mare come rane intorno ad uno stagno”, diceva Socrate del Mediterraneo. Non un mare che separa, quindi, ma uno stagno che unisce: un’immagine di comunità che oggi, quasi duemilacinquecento anni dopo, stentiamo a riconoscere. 

Già gli antichi romani parlavano in maniera rivendicativa di Mare Nostrum, la cui retorica ha resistito fino a oggi, al punto che si è arrivati a farne paradossalmente il nome di un’operazione navale per fronteggiare i flussi di migranti provenienti dalla sponda sud.

Compiti della Presidenza italiana
La Presidenza italiana dell’Ue si è aperta in un momento particolarmente drammatico e bene ha fatto a porre l’immigrazione come tema centrale.

Tema caldo che in Europa dovrebbe interessare anche i paesi freddi perché in questi anni non poche crepe si sono aperte nelle loro democrazie avanzate e nel loro “modello sociale” universalmente ammirato per come combinava, in modo virtuoso, crescita economica e welfare, tradizioni nazionali e apertura verso l’esterno.

Un progetto sistematico e coerente di rilancio di una società aperta in chiave liberale e democratica (ed europea) non è stato elaborato da nessuna delle principali famiglie politiche del continente e neppure da singoli governi. La Presidenza italiana, invece di presentarsi con un’agenda unilaterale, dove chiede solo per sé, meglio farebbe a proporre un progetto nell’interesse di tutti.

Regolamento di Dublino, Mare Nostrum e Frontex Plus
Da dove cominciare, allora? Respingendo il paradigma lanciato a suo tempo dalla destra xenofoba “immigrato uguale criminale” che ha ottenuto molto successo, al punto che ancora oggi il fenomeno viene affrontato soprattutto attraverso la lente securitaria, ma anche aggiustando quello lanciato dalle parti politiche e sociali più sensibili al tema e cioè “immigrato uguale forza lavoro”. 

Aggiustarlo, come ha scritto il demografo Massimo Livi Bacci, in quanto “zoppo”: occorre aprirsi agli immigrati sia per ragioni funzionali alla crescita economica e come contrappeso al processo d’invecchiamento della nostra società, sia per considerazioni umanitarie, per definizione non selettive.

Se è vero, come stigmatizzato da alcuni stati membri, che “il tasso di dispersione” dei migranti che arrivano in Italia è troppo alto, è velleitario pensare di superare, in questa fase, il principio di Dublino - secondo cui il paese di primo ingresso è competente per l’esame della domanda di asilo - perché si incontrerebbero troppe resistenze (il principio di Dublino è stato di recente rivisto, ma solo parzialmente).

La proposta di introdurre un altro principio, quello del mutuo riconoscimento delle decisioni di asilo - che avrebbe in futuro permesso di aggirare la norma - è stato infatti subito bloccato dai paesi nordici, quegli stessi che chiedono una maggior ripartizione nei reinsediamenti, soprattutto per i siriani.

Né il phasing out di Mare Nostrum in Frontex Plus appare di facile e rapida realizzazione perché, ammesso che si raggiunga un accordo di principio, occorrerebbe trovare le cospicue risorse necessarie, essendo vuote le casse di Frontex. 

Anche gli screening centers in loco sono fuori discussione finché i paesi di transito, Libia in primis, non avranno trovato quel minimo di stabilità per garantire la sicurezza delle operazioni. Analoghe ragioni - mancanza di stabilità e di interlocutori istituzionali - non consentono, con l’eccezione della Giordania, ulteriori accordi di partenariato sulla sicurezza e la mobilità sul modello di Marocco e Tunisia.

L’idea vacua di un Commissario all’Immigrazione
Tutte obiezioni che si oppongono alla creazione di un Commissario Ue all’Immigrazione, idea che circola nelle cancellerie europee, sponsorizzata, non si sa in quale misura, dal governo italiano. 

Tale funzione sarebbe solo di facciata, non essendo previsti mezzi, strutture e strumenti per spalleggiare in maniera credibile un ruolo che rischia di rivelarsi controproducente. Sarebbe un classico della politica: quando non si sa o non si vuole risolvere un problema spinoso, ma di grande impatto pubblico, ci s’inventa una nuova funzione ad hoc.

Meglio creare allora un Commissario Ue per il Mediterraneo, a cui affidare le politiche di settore per quell’area geografica (commercio, cooperazione, agricoltura, pesca, formazione), con capitoli di bilancio già esistenti e personale qualificato già operativo nelle diverse direzioni generali. 

Strumenti con cui il Commissario per il Mediterraneo potrebbe presentarsi come un interlocutore unico, capace di trattare e - del caso - di imporre. In altre parole, quella che oggi chiameremmo governance mediterranea, con una visione che inglobi tutta l’area del “grande mediterraneo”.

Politica di vicinato al capolinea
Ma è essenziale che al contempo si riveda la Politica europea di vicinato (Pev), nel suo complesso. Le crepe interne della Pev, abbinate alla crisi ucraina a est e alle rivolte arabe a sud, segnalano che questa politica, figliastra della politica di allargamento, ma priva della stessa forza trasformatrice, è ormai giunta al capolinea.

È inconcepibile che le politiche a est continuino a essere disegnate sulla falsariga delle politiche di allargamento. Sia per il Sud che per l’Est l’Unione europea dovrà elaborare nuovi schemi mentali e nuove strategie. Intraprendere questo complesso processo di ripensamento attraverso un disegno istituzionale chiaro - un Commissario per l’Europa orientale e un Commissario per il Mediterraneo - sarebbe un buon inizio. 

Filippo di Robilant è membro del Comitato Direttivo dello IAI; Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI.

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lunedì 8 settembre 2014

IAI: Newletter 17 luglio 2014

Oggetto Newsletter :
Flop nomine Ue, South Stream congelato, negoziati Hamas-Israele
Newsletter n° 329 , 17 luglio 2014

Slitta a fine agosto l’intesa sulle nomine Ue. A opporsi alla candidatura di Federica Mogherini a Mrs Pesc sono in primis alcuni paesi dell'Europa centro-orientale diffidenti per la posizione ‘filo-russa’ dell'Italia, che è ora sulla difensiva.
A nutrire la diffidenza di questi stati è anche il futuro di South Stream, pomo della discordia nel cuore dell'Ue il cui progetto è stato ieri sospeso.
Difficile anche l'intesa su una tregua tra Hamas e Israele. A cercare la mediazione è ancora una volta l'Egitto.

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Gli intrecci tra politica e sport

Dal calcio alla politica vincono i rigoristi 
Cesare Merlini
17/07/2014
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Se i risultati delle elezioni europee hanno consacrato la centralità della Germania nella geopolitica dell’Unione europea (Ue), la Coppa del Mondo vi ha aggiunto la centralità nel “geo-calcio globale”.

Germania vs Argentina: rigoristi vs debitori
La stampa si è sbizzarrita sulle coincidenze che hanno accompagnato la finale del Maracanà fra le nazionali argentina e tedesca. Dalle corrispondenti origini dei due papi, quello in carica e quello emerito, ai leader-donna di entrambi i paesi.

Tutte coincidenze senza precedenti nella storia - non solo del calcio. Meno inaudita, forse, una terza coincidenza, quella della partita di pallone che si disputa fra la “powerhouse” economica dell’Europa e la nazione più a sud del continente americano che è spesso, come ora, sull'orlo della bancarotta. Detto così, sembra ovvio che la vittoria sia andata alla prima.

Di coincidenze se ne erano avute anche prima delle finali. A cominciare da quelle riguardanti noi del Vecchio Continente. Fin dal primo girone sono state espulse da una parte una Russia che si allontana per la crisi ucraina e dall'altra il cuore inglese di una Gran Bretagna che contempla l'uscita dalle istituzioni comuni dell’Ue.

Campioni di austerità e di pallone
Per l'area euro la fase eliminatoria si è tradotta in un impietoso stress test di economie indebitate e annaspanti. Italia, Portogallo e Spagna, illustri protagonisti della storia del calcio, sono stati bocciati al primo turno, la Grecia al secondo e la Francia al terzo.

A disputarsi il podio sono rimasti i paesi virtuosi, i campioni della riforma e dell'austerità, prima che del pallone. Germania e Olanda finiscono poi in prima e terza posizione, come si conviene alla gerarchia di potenza economica.

A conferma di una percezione diffusa che il denaro conta negli esiti del calcio, dopo la drammatica sconfitta della Selecao brasiliana ospite da parte dei futuri vincitori del trofeo, qualcuno ha fatto furore nei social media brasiliani “postando” la cancelliera tedesca Angela Merkel che dice alla al presidente brasiliano: “mi dispiace, Dilma, è che io pago in euro”.

Eppure Daniel Kaufman della Brookings Institution ha fatto un'analisi degli esiti delle suddette fasi eliminatorie negli stadi del Brasile per concludere che l’avanzare delle squadre non è per niente correlato con il prodotto interno lordo dei rispettivi paesi, mentre sembra esserlo, in senso positivo, con il grado di democrazia, misurato e definito come “voice & accountability” dai Worldwide Governance Indicators.

Solo un'altra coincidenza propria dell’anno del signore 2014 o qualcosa di più?

Geo-calcio globale 
La Coppa del mondo 2014 ha consacrato la crescente visibilità internazionale di questa competizione, caricandola di significati e simbolismi che vanno ben oltre il gioco e il colore. L’espressione “geo-calcio globale” potrebbe meritare di essere liberata dalle virgolette. Il calcio non è globale come le Olimpiadi, tanto che le due nazioni più popolose della terra, Cina e India, erano assenti da questa edizione. Tuttavia, più delle Olimpiadi, gode di grande popolarità.

Negli Stati Uniti, il semplice passaggio della nazionale agli ottavi di finale è stato sufficiente ad attirare un'audience domestica superiore a quella della finale di basket della storica Nba. Anche nei paesi non partecipanti si legge di gente incollata agli schermi. Né si deve dimenticare l’attenzione riservata dal pubblico - ormai non solo europeo - ad altre gare di calcio, come quelle della Coppa dei Campioni, che ha il pregio di svolgersi ogni anno anziché ogni quattro.

Le competizioni sportive ad alta visibilità incidono sulle opinioni pubbliche mondiali. Ciò contribuisce all’evoluzione in atto delle relazioni internazionali, che sempre meno si limitano a quelle fra stati, mentre cresce il ruolo delle società e delle interazioni fra di esse. Il conseguente coinvolgimento di interessi e passioni comporta sia dei rischi sia delle opportunità.

Fra i primi vi è innanzitutto la violenza, la politicizzazione e il razzismo delle tifoserie, delle cui manifestazioni locali abbiamo avuto tragici esempi in Italia e in Israele di recente (ma assai poco, è giusto rilevarlo, nel corso della manifestazione brasiliana). In aggiunta, ci sono i ricorrenti casi di corruzione, manipolazione di gare per scommesse e interferenza nell’organizzazione di eventi.

Vi sono anche potenzialità positive insite nell’impatto della visibilità delle competizioni sportive sulle relazioni internazionali ed è il loro essere manifestamente sottoposte a regole condivise (che anzi si tende a rendere ancora più stringenti con l'ausilio della tecnologia).

Ne deriva che anche per il calcio mondiale si pone sempre più un problema di “governance”, di sistema di governo atto ad agire sistematicamente e coerentemente per disinnescare o combattere i rischi e per coltivare le opportunità.

Su di esso si devono confrontare le sedi preposte, a cominciare dalla Fifa che è notoriamente affetta da immobilismo. Non saranno gli striscioni, esposti negli stadi con qualche ipocrisia, ad avvicinarci alla soluzione. Di maggiore aiuto sarebbe leggere attentamente il significato delle coincidenze e dei simboli.

Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI.
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