Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

Cerca nel blog

lunedì 30 gennaio 2012

Il Concetto di Micro Stato. Stato o Paradiso Fiscale?

Le Caratteristiche di uno stato, per tradizione consolidata sono il territorio, la popolazione e la sovranità. Nel caso di micro-Stati occorre fare delle distinzioni e precisazioni. La definizione. Per Micro Stata, secondo l’Atlas des relations internazionales sono Micro Stati quei Stati che hanno una popolazione inferiore a 100.000 unità ed una superficie inferore a 1000 km2.

Il Diritto Internazionale ne ammette in pieno l’esistenza anche se di recente si è cominciato a mettere in dubbio il diritto di dotarsi di una legislazione che consenta con estrema facilità il trasferimento di capitali senza alcun controllori provenienza e legittimità. Con questo sono diventati dei collettori di denaro sporco e di capitali che sfuggono alla tassazione dei paesi di origine. Sono i cosiddetti Paradisi Fiscali.

(Lizza G., Geopolitica delle prossime sfide, Torino, Utet, 2011, pag5-6)

Indicheremo nelle nostre schede questi stati che presentano i requisiti di cui sopra e quindi sono esterni alla organizzazione delle Microare e delle Microaree nelle considerazioni generali ma trattati a parte.

I La Prospettiva Geopolitica

La fine della Guerra Fredda ha travolto l’ordine di Yalta e vi ha sostituito il disordine delle nazioni . Il crollo del muro di Berlino se, da un lato, ha determinato il superamento della semplicità strutturale del sistema bipolare, dall’altro ha decretato la chiusura anticipata del Novecento che, non a caso, è stato definito il secolo breve . Il venir meno di quella forma particolare di sistema di guerra rappresentato dalla contrapposizione mercuriale dei due blocchi, ciascuno espressione di un sistema di valori inconciliabili e dunque alternativi, ha sancito la vittoria del modello di democrazia occidentale rispetto al modello degli stati socialisti. La sconfitta dell’ideologia comunista, tuttavia, non ha significato la fine delle ideologie tout court né, a maggior ragione, la fine della storia .


L’istituzionalismo liberaldemocratico, dopo essersi imposto nel ciclo della Guerra Civile Europea sul nazifascismo, ha prevalso nel confronto bipolare sul socialismo sovietico ponendosi, quindi, come unico superstite delle grandi ideologie novecentesche . E, ciò nonostante, è ben lungi dal parlare quel linguaggio universale che Popper, criticandolo, chiama il “mito della cornice” . L’istituzionalismo, ordinista e funzionalista, e le sue espressioni a livello internazionale, le organizzazioni globali e regionali, risentono della comune matrice anglosassone e spesso sovrappongono la loro filosofia a realtà diversificate e del tutto incompatibili. La fine del conflitto tra gli Stati uniti ed Unione Sovietica ha lasciato supporre che la sola esportazione della democrazia fosse al tempo stesso requisito e garanzia di pace rilanciando il ruolo delle Nazioni Unite e, più in generale, dei sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. La realtà, viceversa, ha visto un sensibile aumento dei livelli di conflittualità. “Il ritorno della storia” si è realizzato nella forma cruenta dei conflitti etno-identitari e religiosi che hanno dimostrato, ad un tempo, la fallacità dell’idea dell’omologazione istituzionalista e la pressoché assoluta impotenza dell’ONU nella gestione delle crisi (si pensi, per esempio, ai risultati modesti, quando non fallimentari, delle missioni in Somalia, Cambogia e Bosnia).



1. La prospettiva geopolica

Il termine geopolitica è impiegato per la prima volta nel 1899 dal politologo e sociologo svedese Johan Rudolf Kjellen il quale definisce, in seguito, come “scienza dello stato in quanto organismo geografico, così come si manifesta nello spazio. Lo Stato in quanto paese, in quanto territorio o, in modo più significativo, in quanto impero” .

Il generale Haushofer, ordinario di geografia all’università di Monaco, considera la geopolitica quale “base per ogni politica scientifica e per ogni riassetto dello spazio sulla superficie della terra, in particolare per un popolo di grande cultura, duramente colpito e prostrato, situato nel cuore di un continente sovrappopolato e in declino per quanto riguarda la sua importanza nel mondo”, e la ritiene “uno dei rari mezzi per portare a punti di vista comuni e in uno stesso spazio vitale migliaia di uomini, quanto meno sulle questioni fondamentali di importanza vitale per tutti” .

Se è condivisibile la prospettiva della geopolitica che si interroga sui rapporti tra lo spazio e la politica, che indaga sull’influenza del fattore spaziale sull’agire politico, bisogna certamente rifiutare la connotazione scientifica della disciplina che emerge dalle due definizioni. La geopolitica è un processo intellettuale, una “metafisica della competizione per il dominio dello spazio che reinterpreta la storia passata e anticipa previsioni per quella futura” , nella quale le direttrici dell’espansione e le minacce alla sicurezza sono determinate in anticipo. Essa unisce “ una schematizzazione geografica delle relazioni diplomatico-strategiche (…) con un’interpretazione degli atteggiamenti diplomatici in funzione del modo di vivere e dell’ambiente - sedentari, nomadi, terrestri, marini” .

La geopolitica consente una riappropriazione dell’elemento materiale della politica internazionale insistendo su un fondamento immodificabile, lo spazio geografico, arricchito nel tempo da nuove dimensioni attraverso la verticalization e la nuclearizzazione, che ne definisce il carattere globale.

In che modo, quindi, la geopolitica concorre all’analisi delle relazioni internazionali? L’approccio istituzionalista, come già detto sopra, si basa su un duplice ordine di idee: da un lato, lo sviluppo tendenziale dell’originaria struttura anarchica del sistema in una gerarchia; dall’altro, la convinzione che la diffusione del modello democratico, ipso facto, determina un abbassamento dei livelli di competizione e di conflitto, dal momento che è valido il principio per cui gli stati democratici non si fanno la guerra. Ciò significa abbracciare la prospettiva di uno sviluppo lineare e progressivo delle relazioni internazionali ed adottare una griglia interpretativa basata sul passaggio dal disordine all’ordine che mal si adatta agli eventi di questo inizio di secolo. Di più. La sovrastruttura ordinamentale delle organizzazioni internazionali omologa situazioni riferite ad attori con caratteristiche culturali, etniche e politiche del tutto peculiari, che agiscono in aree geografiche e geopolitiche diversificate spesso con sensibili differenziali economici e tecnologici.

L’istituzionalismo non è attrezzato per spiegare le fasi di regresso perché non tiene conto dell’alterità. “Ben diverso è invece l’approccio che ipotizzi, come schema d’analisi, un teoria ciclica delle relazioni internazionali. Tale approccio epistemologico si basa, infatti, sull’analisi dei pesi di potenza (…) e in particolare sul grado di concentrazione/diffusione di potenza tanto nelle diverse regioni quanto globalmente” . L’impianto realista permette di mettere a confronto diverse aree geografiche del mondo e di rilevare le discrasie temporali, a livello regionale, rispetto ai trend principali di concentrazione/diffusione di potenza . La geopolitica riacquista la propria importanza interpretativa proprio perché la dimensione spazio-temporale diventa essenziale dopo l’esplosione dei confini dell’Eurasia. Lungi dal determinismo e dal propagandismo del periodo tra le due guerre, essa “riconosce i vincoli oggettivi e le potenzialità dell’azione politica” degli stati rispetto allo spazio in cui operano nella forma primigenia dell’Orso (terra) e della Balena (mare).

II La Prospettiva Geopolitica

2. Il Potere Continentale


“Le teorie del potere continentale sostengono la superiorità della terra sul mare, cioè degli stati che riescono a dominare la massa continentale euro-asiatica sulle potenze marittime sia periferiche, come l’Europa e il Giappone, sia esterne, come gli Stati Uniti” . Esse originano da una situazione storica comune, il controllo dei mari da parte dell’Inghilterra, e rappresentano una razionalizzazione della questione euro-asiatica, ovvero della possibilità di un’alleanza russo-tedesca eventualmente estesa al Giappone. Il sostegno del Reich guglielmino alla Russia nella guerra contro il Giappone (1905), la Pace separata di Brest-Litovsk (1918), il Trattato di Rapallo (1922) e, infine, il Patto Molotov-Ribbentrop (1939) lasciavano del resto prospettare come reale una simile eventualità . Il geografo inglese sir Halford Mackinder e il generale tedesco Karl Haushofer hanno preso in considerazione il problema, ovviamente da punti di vista opposti, ricavando dei parametri di condotta, il primo, per rendere impraticabile l’avvicinamento russo-tedesco, il secondo per realizzarlo.

H. J. Mackinder (1861-1947)

L’originalità del pensiero di Mackinder si rivela nella convinzione del connubio necessario tra storia e geografia, nel fatto che “la storia umana si integra nella vita dell’organismo mondiale” . Da un lato, le ambizioni umane utilizzano e subiscono la geografia; dall’altro la storia ripensa continuamente la geografia attraverso le capacità della tecnologia . Il pianeta è considerato come una totalità, un intero fatto per nove dodicesimi di spazi marittimi e per la restante parte di terre emerse. In questa semplice osservazione è già tracciato il quadro d’insieme della teoria di Mackinder, che utilizza la metafora della coppia diadica terra-mare per indicare la contrapposizione tra World Ocean, l’oceano Mondiale (Artide, Antartide, Atlantico, Pacifico e Oceano Indiano) e la World Island, l’Isola del Mondo, formata dalla contiguità territoriale dei continenti europeo, asiatico e africano. Rimangono le Outing Islands, le isole periferiche, Stati Uniti e Australia, entrate in modo organico nelle vicende della politica mondiale rispettivamente nel XVI e nel XVIII secolo . Il punto centrale delle tesi di Mackinder è che esiste uno spazio, denominato pivot area prima e heartland poi, il cui dominio garantisce il controllo della massa continentale euro-asiatica e quindi del mondo . Attorno allo spazio perno si succedono in semicerchi concentrici altri tipi di spazi. Vi è, in primo luogo, la mezzaluna interna (inner crescent) che protegge heartland e che comprende il vuoto ostile della Siberia, la catena dell’Himalya e i deserti del Gobi, del Tibet e dell’Iran . All’esterno di questa mezzaluna si trovano le regioni costiere, costlands, nelle quali è concentrata la maggior parte della popolazione mondiale e che includono l’Europa, l’Arabia, l’India, l’Indocina, e la Cina marittima. Sul bordo di tale fascia insistono le isole della mezzaluna esterna (outer crescent), la Gran Bretagna e il Giappone (offshore islands). Infine, l’ultimo semicerchio, la mezzaluna insulare (insular crescent), è formato dalle isole del mare aperto (outlying islands) ovvero dall’Australia e dalle Americhe . Questo è il palcoscenico sul quale si giocano gli equilibri di potenza degli stati europei dei primi del Novecento. Ed è questo lo scenario che la Gran Bretagna deve prendere in considerazione nel tentativo di scongiurare la sua ossessione geopolitica costante: essere esclusa dall’isola del mondo e privata dei propri mercati. “Chi controlla il cuore del mondo comanda l’isola del mondo, chi controlla l’isola del mondo comanda il mondo” . Mackinder adatta la posizione geografica di heartland a seconda delle contingenze storiche. Nel 1904, in una fase in cui gli stati dell’inner crescent hanno occupato stabilmente l’outer crescent rovesciando i rapporti di forza e determinando la superiorità delle potenze marittime, la pivot area è collocata in una fascia compresa fra l’Asia centrale e l’Oceano artico . La situazione è destinata, tuttavia, a mutare di lì a breve. Da un lato, la Russia inizia ad organizzare rapidamente l’area perno con la costruzione di un vasto sistema ferroviario che favorisce la manovra per linee interne; dall’altro, la Germania, in costante crescita economica e demografica, porta la sfida al cuore della potenza inglese avviando la costruzione di una flotta d’altura in grado di contendere alla Gran Bretagna il controllo dei mari e simbolo della Weltpolitik tedesca . La Prima Guerra Mondiale interrompe la politica espansionistica del Reich guglielmino; nonostante il pesante ridimensionamento territoriale, militare ed economico, nel 1919 Mackinder percepisce ancora la Germania sconfitta come un potenziale pericolo e dunque sposta heartland ad ovest, includendo tutta l’Europa centro-orientale fino alla linea Elba-Adriatico ed i Bacini del Mar Baltico e del mar Nero . La prospettiva di Mackinder rappresenta una razionalizzazione della necessità di svincolare Cecoslovacchia, Jugoslavia, Polonia e Romania dall’influenza tedesca e sostanzia l’assetto territoriale ed etnico imposto con la pace punitiva di Verailles . Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il ragionamento del geografo inglese si amplia ulteriormente, dovendo considerare il ruolo centrale di un attore periferico quali sono gli Stati uniti. La teoria sul pivot-heartland viene confermata ma si arricchisce della terza dimensione. “Come le ferrovie avevano aumentato la capacità di manovra per linee interne della potenza continentale, conferendole una superiorità sulla manovra per linee esterne delle flotte delle potenze marittime, così l’aviazione poteva ora consentire alla potenza continentale di colpire le teste di ponte anfibie costituite alla sua periferia, senza che le sue basi aeree potessero essere distrutte dalle potenze marittime” . Mackinder, dunque, arretra la localizzazione di heartland verso oriente, lungo la linea Leningrado-Mosca-Stalingrado, e attribuisce una importanza fondamentale all’Oceano atlantico che si trasforma in un mare di mezzo tra l’Europa, l’America e l’Africa (Midland Ocean). La preoccupazione rimane la medesima, equilibrare lo stato perno; lo strumento è una “cooperazione efficace e durevole tra America, Gran bretagna e Francia, la prima garantendo una difesa in profondità, la seconda costituendo un’isola avanzata fortificata - Malta su ampia scala - e la terza fornendo al continente una testa di ponte che possa essere difesa . La rottura tra Stati Uniti ed Unione Sovietica all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e la costituzione di un blocco organico di stati comunisti allargato all’Europa orientale connota heartland come area impenetrabile ed ostile, minaccia diretta alle liberaldemocrazie dell’inner crescent. Da qui il contributo di MaAckinder all’elaborazione e all’affinamento della dottrina del containment e, soprattutto, alla propaganda occidentale relativa “all’immanenza della minaccia sovietica contro la fascia peninsulare e insulare che circonda la massa continentale euro-asiatica” .

K. Haushofer (1869-1946)

La geopolitica tedesca rappresenta il tentativo di immaginare la posizione ed il ruolo della Germania nel mondo ed è largamente influenzata dal pensiero e dall’opera di Fredrich Ratzel, il più insigne esponente della geografia politica del Reich a cavallo tra il XIX e XX secolo. Questi, infatti, ha avuto il merito di tradurre le aspirazioni e le pulsioni di una nazione da poco eretta a stato in un insieme teorico coerente e funzionale alla politica di potenza guglielmina . Nelle tesi di Ratzel riecheggiano temi che verranno successivamente ripresi da Haushofer e dalla scuola di Monaco . Prima di tutto il rapporto tra lo stato ed il suolo: “lo stato subisce le stesse influenze di ogni vita umana (…). L’uomo non è concepibile senza il suolo terrestre neppure la più grande opera dell’uomo sulla terra, lo stato” . Soltanto attraverso il suolo lo stato può garantirsi il controllo delle risorse necessarie alla propria indipendenza. Corollario di ciò è la crescita degli attori statuali, cioè la rivendicazione di uno spazio vitale (Lebensraum) e la lotta per il suo dominio, che coniuga la visione biologica dello stato, fondata sulla teorie dell’evoluzione, alla concezione dello “stato potenza” tipica dei politologi tedeschi del XIX secolo.

“E’ nella natura degli stati svilupparsi in competizione con gli stati vicini e il più delle volte la posta in gioco è rappresentata dai territori” . Infine, il problema del poliformismo della Germania che si coniuga con la sua posizione di impero di mezzo, chiuso al centro dell’Europa e minacciato sia ad est sia ad ovest, impero che può sopravvivere solo grazie alla progressiva opera di colonizzazione delle terre di confine. La germanizzazione della Polonia, della Pomerania e della Prussia orientale ravviva il vecchio dibattito sulla Grossdeutschland, comprendente tutti i territori di lingua e cultura tedesca inclusa l’Austria, e la Kleindeutschland, la Piccola Germania, propugnata viceversa dal realismo di Bismarck quale unica via possibile all’unificazione .

La geopolitica di Haushofer è prima di tutto il portato dell’imposizione delle clausole di Versailles ad una nazione uscita dalla guerra con il proprio esercito saldamente attestato in territorio straniero che percepisce la sconfitta e il ridimensionamento come un tradimento della classe politica. La riflessione del generale, che rielabora le tesi di Mackinder del 1919 ribaltando la prospettiva di un’Europa centrale come area cuscinetto svincolata dall’egemonia tedesca, si articola su tre argomenti principali. In primo luogo il concetto di spazio vitale, mutuato dal pensiero ratzeliano, fonte di risorse per l’accumulazione di potenza e prerequisito per l’autarchia, il cui controllo è favorito dalla presenza di consistenti minoranze etno-culturali tedesche al di fuori della Germania . Quindi, l’idea delle dinamiche costitutive delle pan-regioni, macro aggregati territoriali basati sulla pan-idee il pangermanesimo, il panslavismo, il panasiatismo, il panarmericanesimo) che rappresentano le entità geopolitiche sulle quali fondare la riorganizzazione del mondo . La conflittualità tra stati nasce proprio dalle resistenze del mondo anglosassone al dispiegamento delle forze unificanti di ciascun polo geopolitico, raccolte attorno ad attori egemoni: la Germania per la PanEuropa (Africa, bacino del Mediterraneo e Medio Oriente), l’Unione Sovietica per la Pan-Russia (allargata fino al subcontinente indiano), il Giappone per la Pan-Pacifica (Cina, Australia ed Indonesia), gli Stati Uniti per la Pan-America .

Ultimo argomento, la contrapposizione tra potere continentale e potere marittimo. Haushofer concorda con Mackinder quando questi afferma che il controllo della World Island corrisponde al dominio del mondo; e, come conseguenza, ritiene che il Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappone (1936), il Patto Molotov-Ribbentrop e il Trattato di neutralità nippo-sovietico (1941) concorrano a realizzare l’unificazione di heartland e la definitiva interdizione delle potenze marittime dal cuore di Eurasia . Quanto una simile costruzione politico-diplomatica fosse fragile lo rivelerà di lì a poco l’attacco tedesco all’Unione Sovietica. Rimane comunque l’idea, tipica del nazionalismo tedesco e totalmente estranea al nazismo, occidentalista e razzista, che il nemico della Germania non debba essere ricercato ad est ma bensì tra le potenze marittime a vocazione globale. Del resto, la questione della ricostruzione unitaria del cuore del mondo, dopo il crollo del muro di Berlino, ha riacquistato una autonoma valenza euristica dal momento che, almeno in prospettiva, ritorna ad essere una eventualità pensabile. Le teorie di Haushofer sembrano influenzare sempre più, in Russia, i circoli militari e diplomatici dei cosiddetti eurasisti, poco entusiasti dell’ordine internazionale liberaldemocratico e favorevoli alla creazione di panregioni ad andamento meridiano, i quali si contrappongono, pertanto, sia ai nazionalisti slavofili sia agli occidentalisti .

III La prospettiva Geopolitica

3.Il Potere Marittimo


A differenza delle teorie sul potere continentale che nascono dal filone degli studi geografici, le teorie sul potere marittimo sono il portato del pensiero strategico navale. Di seguito verranno affrontate due diverse concezioni della supremazia del mare sulla terra: la prima si riferisce all’analisi dell’ammiraglio americano Alfred Thayer Mahan mentre la seconda riporta l’opera dell’ammiraglio inglese Julian Corbett, ambedue storici e studiosi di strategia marittima.


A.T. Mahan (1840-1914)

“Il primo e il più ovvio aspetto sotto il quale il mare si presenta da un punto di vista politico e sociale è quello di una grande via di comunicazione o meglio, forse, di un ampio spazio attraverso il quale gli uomini possono muoversi in tutte le direzioni, ma sul quale alcune rotte ben battute dimostrano che motivi di controllo li hanno indotti a scegliere certe linee di movimento piuttosto di altre” .

In questo breve passaggio Mahan si riferisce alle rotte commerciali, e tale constatazione rappresenta il punto di partenza della sua riflessione. Il trasporto marittimo, sia in termini di capacità sia in termini di costi, risulta estremamente vantaggioso rispetto a quello terrestre. Gli Stati Uniti, di contro a qualsiasi speculazione isolazionista, considerata la propria collocazione geografica, esprimono una necessità di controllo dei mari (sea control) realizzabile attraverso strumenti diversificati che vanno dalla potenza navale alla capacità di proiezione anfibia di tale potenza, dal possesso di basi strategiche all’ampiezza dei traffici commerciali . Date queste premesse, lo strumento navale americano deve garantire, nell’Oceano Pacifico, il controllo delle Filippine e delle Hawaii e, nell’Oceano Atlantico, quello di Cuba, base imprescindibile per la sicurezza dello snodo strategico del Canale di Panama. In una prospettiva di più ampio respiro, Mahan ritiene che il centro del potere mondiale sia costituito dall’emisfero Nord, compreso tra i Canali di Panama e Suez. La massa continentale di Eurasia, sebbene non influenzabile dal potere marittimo, è tuttavia ininfluente ai fini dell’egemonia mondiale. Viceversa, la fascia asiatica compresa tra il 30° e 40° parallelo viene considerata come area di instabilità che segna la separazione degli interessi russi ed inglesi . Da ciò consegue l’indicazione di un’alleanza con la Gran Bretagna eventualmente estesa a Germania e Giappone in funzione antirussa.

Al di là del dibattito circa il preteso navalismo di Mahan in contrapposizione al marittimismo di Corbett e quantunque risentano in modo assai evidente del periodo in cui sono state elaborate, le teorie dell’ammiraglio americano hanno influenzato a più riprese la condotta strategica statunitense. A parte l’elaborazione dei piani di guerra americani della fine degli anni trenta, si può ricordare la cosiddetta “strategia di coalizione”, mirante alla sconfitta della Germania nazista attraverso un intervento sul continente europeo e basata sul presupposto del controllo delle linee di comunicazione euro-atlantiche (strategia protratta anche nel corso della Guerra fredda con lo schieramento avanzato di forze aeroterrestri statunitensi).



J. Corbett (1854-1922)

Il pensiero di Corbett viene normalmente messo in relazione con le concezioni di Mahan laddove si sottolinea come questi sia un convinto assertore dell’autonomia della strategia navale mentre il primo sostenga la subordinazione delle dottrina navali alla strategia generale. Se la sola potenza navale non è in grado di decidere le sorti di un conflitto, essa è tuttavia un fattore determinante della vittoria poiché obbliga il nemico continentale, che opera per linee interne, a disperdere le forze per tutto lo sviluppo costiero . Dunque, lo strumento navale deve essere in grado di proiettare a terra la propria potenza intervenendo direttamente sul dispositivo avversario e indebolendo la capacità di resistenza delle popolazioni. Il pensiero di Corbett è in corso di rivalutazione in tutto l’Occidente in un momento in cui la priorità d’impiego dello strumento navale appare quello del forward from the sea piuttosto che il sea control. Del resto, ne sono una prova evidente le crisis response operations.

IV La Prospettiva Geopolitica.

4. Tutto in divenire


Nella fase attuale delle relazioni internazionali, caratterizzata da un trend di frammentazione di potenza, i comportamenti, le attitudini, le vocazioni dell’Orso e della Balena permettono di immaginare dei modelli geopolitici di riallineamento (realignment) a livello regionale o globale . Tali processi di macro-aggregazione rielaborano, rinnovandoli, valori culturali profondi, motivi etnici, aspirazioni religiose, legami e vincoli spaziali. Non è possibile, in questa sede, descrivere esaustivamente l’intera tipologia modellistica. Pertanto, a scopo esemplificativo e a beneficio della discussione, verrà proposto un unico modello, riferito all’area europea e denominato “di Germanizzazione” .

La teoria si basa su due assunti: lo sfaldamento dell’Unione Sovietica, che per la prima volta dopo secoli apre ampi spazi di azione verso est, e il riconoscimento in Europa di un unico pivot di potenza, la Germania. Sono state individuate quattro regioni geopolitiche, diversificate per livelli di sviluppo economico e distanza culturale da Mosca o Berlino: la Mitteleuropa (Benelux, Scandinavia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Svizzera, Italia, Slovenia e Croazia), i Balcani (Bosnia-Erzegovina, Serbia, Albania, Macedonia, Romania, Bulgaria, Grecia e Turchia), l’ex Urss europea (Baltici, Ucraina, Bielorussia e Moldavia) e il Caucaso e l’Asia centrale (Georgia, Armenia, Azerbaigian, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan).

Il territorio tedesco, oltre a costituire il cuore dell’Occidente, è contiguo alle prime regioni e rappresenta un potenziale trait d’union con le repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale (ex Turchestan russo) per il tramite etno-culturale della Turchia. Il modello proposto differisce dall’ottica di aggregazione istituzionalista, realizzata dall’Unione Europea fondata su un’architettura acentrata, simmetrica e multilaterale.

La realizzazione dei trattati di Maastricht implica, infatti, la questione di non poco conto del trade off tra deepening e widening, ovvero della discrasia tra approfondimento dell’integrazione e processi di allargamento. In un frame work di minore rigidità normativa e non escludendo affatto il sistema di cooperazione posto dall’Unione, rafforzato dai vincoli atlantici, la Germania potrebbe diventare il fulcro di un modello di tipo stellare, egemonico, asimmetrico e mutibilaterale in grado si sviluppare vincoli e reti d’interazione senza la pesantezza e la complessità di un sistema istituzionalizzato.

Ma sono ipotesi che nell’immediato potrebbero essere smentite, ma che sottolineano come la geopolitica è in divenire costante ed occorre, a chi è nella fase di un percorso formativo ed educativo, essere sempre in grado di cogliere il pur minimo cambiamento in questo divenire.

Un Mondo in crisi III

Lo scenario mediorientale.

Andando a vedere più da vicino gli scenari che qualificano la geopolitica 2010, per il Medio Oriente si può dire che la evoluzione delle relazioni politiche tra gli Stati Uniti, Israele ed Iran condizioneranno le relazioni, come già per il 2009, anche per il 2010 e qualche anno a venire.

Si confermano sostanzialmente alcune delle tendenze politiche principali emerse, ossia: il fallimento dei negoziati di Annapolis; l’ascesa della potenza iraniana nella regione mediorientale, sebbene con minor impulso; la convergenza degli interessi nazionali di Israele e dei Paesi arabi nella regione in conseguenza della percezione condivisa della crescente potenza iraniana; infine, e facile essere profeti nel dire che il regime siriano (che attualmente sembra versare in stato di debolezza interna) oscillerà tra la sua alleanza con l’Iran, che dovrebbe continuare almeno per i prossimi anni, e una nuova politica di avvicinamento graduale agli Stati Uniti, alla Francia e ad Israele.

Gli elementi di novità rispetto che si possono ipotizzare per il prossimo futuro sono quattro, ossia: la partecipazione di Hizbullah al Governo libanese; la diminuzione del prezzo internazionale del greggio; la firma dell’accordo sullo status delle forze (SOFA) tra USA e Iraq; e infine la guerra tra Israele e Hamas.

La diminuzione del prezzo internazionale del greggio potrebbe rallentare l’ascesa della potenza regionale iraniana e influenzarne la politica interna, anche se non è chiaro in che misura.

La firma dell’accordo SOFA con gli USA, con la scadenza del mandato ONU avvenuta nel dicembre 2008 e il previsto ritiro delle Forze USA preludono al pieno rientro dell’Iraq nel sistema internazionale, dopo 19 anni di esclusione (iniziata nel 1991 in seguito alla Guerra del Golfo).Questo per evitare sempre più la isolalizzazione dell’Iran e cercando, di farlo partecipe più attivo alla Comunità Internazionale e quindi rendere la vita politica più difficile alle componenti estremistiche interne. Sarà importante, in questo caso, l’interscambio tra l’Europa e l’Iran

Sul fronte islamista, mentre s’indebolisce la spinta del movimento internazionale salafita, l’ascesa al Governo di Hizbullah in Libano rafforza il modello di Stato “nazional-islamista” e di “resistenza” anti-statunitense e anti-israeliana, promosso dall’alleanza Iran-Hizbullah-Hamas e realizzato in tutto o in parte in Libano e nella Striscia di Gaza. In questo senso, l’eventuale sopravvivenza del Governo di Hamas alla guerra contro Israele se si attuerà in vasta, rafforzerà tale modello, mentre la sua eventuale caduta lo indebolirà.

E’ evidente, in questo scenario che Israele e Iran rappresenteranno probabilmente i due centri di potere più influenti della regione per il 2010 e ancora per qualche anno a venire, e l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti ed Israele, da un parte, e l’Iran dall’altra condizionerà di conseguenza l’evoluzione delle relazioni mediorientali nel loro complesso per questi anno

Centrale rimane in questo scenario, però, il contenzioso sul sospetto programma nucleare iraniano. Dopo il momento di impasse dovute alle elezioni statunitensi (novembre 2008) e in Iran (giugno 2009) i negoziati sono ripresi a Ginevra, che ha portato al via libera da parte del presidente Mahmoud Ahmadinejad alla proposta del 5+1 ; ma lo stesso leader iraniano ha dichiarato che la stipula di un eventuale accordo ufficiale non preluderà in alcun modo alla rinuncia da parte iraniana all’autonomia del compimento del ciclo nucleare completo. Il Presidente francese Nicolas Sarkosy ha accusato l’Iran di avere attualmente in corso un programma di sviluppo di armamenti nucleari, e lo stesso Presidente francese evoca scenari preoccupanti di breve periodo tutt’altro che irrealistici: che fare di fronte al possibile naufragio definitivo delle trattative? Come reagire all’eventualità di una bomba atomica iraniana? Che posizione assumere nel caso di un attacco militare israeliano contro le installazioni nucleari della Repubblica islamica? Il Vicino Oriente andrebbe in ebollizione con derive incontrollate al verificarsi di uno solo di questi eventi? Sono questi gli interrogativi che gettano un ombra ancora più fosca di grave incertezza sulla stabilità di questo scenario, ma non solo, ma anche sulla stabilità euro-atlantica ed internazionale.