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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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mercoledì 12 novembre 2014

Heino Klimck: un articolo da pubblicare

Si riporta l'articolo che ra stato dato per la Rivista "II Risorgimento" e poi, non essendovi stato pubblicato in quanto la rivista ha cambiato il suo Direttore Responsabile, è stato proposto per
"Le porte della Memoria"
Lo si riporta qui per dargli un minimo di  diffusione 



 Le implicazioni Strategiche della presenza delle Aziende Cinese all’Estero
Heino KLINCK[1]
I Parte








Introduzione -Il contesto storico

Il 18 dicembre 2008 ha segnato il trentesimo anniversario dell'inizio in Cina di riforme economiche che hanno spinto il paese all'epicentro dell'economia mondiale dopo un'assenza di diversi secoli. In quella stessa data di 30 anni prima, infatti, l’11° Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (di seguito indicato con la sigla PCC) aveva votato l’adozione di significative riforme economiche invocate da Deng Xiaoping. L’attuale presidente cinese, Hu Jintao, ha definito quella decisione come “un grande risveglio del partito comunista.”[2] Dopo il caos della rivoluzione culturale, Deng ammise che se l’intento della Cina era quello di ristabilire l’economia, costruire la propria potenza nazionale e riconquistare un legittimo posto al sole, allora era necessario procedere ad importanti riforme. Egli affermò che la Cina avrebbe dovuto seguire una strategia di “apertura verso il mondo esterno”. [3]  Deng sostenne che con le riforme e l’apertura, la Cina avrebbe avuto accesso ai capitali internazionali, alle competenze di gestione, alla tecnologia ed ai mercati. Questi furono i primi passi che, trent'anni dopo, avrebbero portato la Cina a superare la Germania, divenendo il primo esportatore al mondo, nonché a scalzare il Giappone dalla seconda posizione nell’economia globale complessiva e, infine, a rilevare il posto degli Stati Uniti quale maggiore consumatore mondiale di energia.
Durante i primi due decenni di apertura economica della Cina, il focus è stato principalmente incentrato sull’enorme crescita economica, sulla massiccia attrazione di investimenti esteri diretti (di seguito indicati con la sigla ODI: Overseas Direct Investment), l’enorme surplus commerciale con l'Occidente e l’emersione di una classe media di grandi dimensioni. Negli ultimi 20 anni l'economia cinese è cresciuta ad una velocità 7 volte maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti e del Giappone durante le fasi preliminari del loro sviluppo economico. Il Giappone ebbe bisogno di 25 anni per crescere di 6 volte durante il periodo dal ‘60 all’85, mentre gli Stati Uniti dovettero attendere più di 60 anni per crescere di 3,5 volte negli anni dal 1870 al 1930. Inoltre, si prevede che il tasso annuale di crescita del  PIL cinese si manterrà ad almeno il 7% per tutto il prossimo decennio e anche oltre.
Tuttavia, un fenomeno relativamente nuovo ha assunto un ruolo centrale nello scorso decennio e in particolare negli ultimi cinque anni: l’ODI cinese è divenuto uno dei più grandi fenomeni economici del 21° secolo. In un arco di tempo relativamente breve, la Cina è diventata il primo investitore tra i paesi in via di sviluppo ed il sesto al mondo con 150 miliardi di dollari investiti nei mercati esteri.[4] Questa condizione segna uno sviluppo di rilevanza strategica, con implicazioni che vanno ben oltre l’aspetto economico. In passato, l’ODI cinese è stato irrisorio rispetto agli standard globali. Ancora nel 2004 la Cina si era classificata solo al 28° posto in termini di ODI nel mondo.[5] Negli anni 2003-2008 il tasso di crescita annuale dell’ODI cinese è stato pero del 60%, ma probabilmente è più interessante notare che, mentre la crisi finanziaria globale raggiungeva il suo culmine nel 2008 e l’ODI mondiale si contraeva del 20%, il corrispettivo dato cinese arrivava addirittura a raddoppiarsi.[6]
A similitudine dell’iniziativa Deng, anche questa notevole enfasi strategica sull’ODI è stata una decisione top-down assunta a Pechino. La strategia d’apertura, nota in mandarino come qu chu zou, fu inaugurata a metà degli anni ‘90 dalla Commissione Statale dell’Economia e del Commercio che selezionò 120 campioni nazionali da spedire fuori dai confini nazionali come punte di diamante rappresentative dell’impegno commerciale cinese all'estero.[7] Nel 1997, il 15° Congresso del PCC spinse le imprese statali (SOE: State Owned Enterprises) ad entrare nel mondo della concorrenza investendo all'estero. L'allora presidente Jiang Zemin rese nota la volontà  del governo di “stabilire dei gruppi di imprese di grandi dimensioni, altamente competitivi, trans-regionali e inter-commerciali, mediante operazioni transnazionali e proprietà incrociate” al fine di incoraggiare “gli investitori cinesi ad investire all'estero, in aree che possano mettere in gioco il vantaggio competitivo cinese in modo da utilizzare al meglio  le risorse e i mercati cinesi e stranieri.”[8] Con una mossa correlata, Jiang consigliò alle aziende di Stato di andare all'estero in cerca di risorse naturali. Questa spinta dall'alto verso scambi con paesi ricchi di risorse quali le regioni del Sud-Est Asiatico, dell’America Latina e dell’Africa, portò l’economia cinese ad un’incredibile crescita del 600% durante il periodo 2001-200[9].
Nel 2000, la politica di going global fu ufficialmente formulata dal Premier Zhu Rongji che, nel suo discorso di policy annuale, incoraggiò le imprese cinesi ad investire all'estero mentre era contemporaneamente in fase di definizione l’ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o anche WTO: World trade Organization). Zhu immaginava il going global come una piattaforma riservata alle imprese cinesi desiderose di diventare più competitive nell'economia mondiale. L’integrazione nell’OMC ha rappresentato un passaggio fondamentale per la Cina. Sebbene, infatti, comportasse una maggiore concorrenza straniera sul mercato interno, ha di contro permesso alle aziende cinesi una maggiore possibilità di accesso al capitale umano, gestionale e tecnologico introdotto da investitori stranieri e da concorrenti che, a quel punto, erano in grado di operare nella Cina.
Il 10°  piano quinquennale (2001-2006) cinese indicò nella politica di going global una delle aree chiavi necessarie per il percorso della Cina verso la globalizzazione, come espressamente dichiarato da un’autorità cinese, Andrew Leung, che affermò: “Going global è molto più che una strategia nazionale”.[10] L'obiettivo di questa politica era quello di preparare il terreno per alcune società cinesi affinché potessero competere con le migliori aziende straniere e affermarsi pienamente, entrando nel novero delle aziende elencate da Fortune Global 500. Nel 1995, infatti, questa classifica elencava soltanto due società cinesi, ma nel 2007 la cifra era gia’ aumentata a 22. Proprio come il Giappone negli anni ‘80 e la Corea del Sud negli anni ‘90, il primo decennio del 21° secolo ha visto le aziende cinesi trasformarsi da organismi caratterizzati da un’elevata intensità di lavoro a sistemi operativi ad alto valore aggiunto riverberatosi nel loro desiderio di investire all’estero, sospinto da una miriade di ragioni.
L’enorme crescita economica della Cina è stata rapidissima ed è stata descritta come “la crescita improvvisa di ricchezza piu’ dinamica nella storia dell'umanità”.[11]  Questa situazione rappresenta un ritorno all’ordine mondiale pre-colombiano in cui la Cina era il centro del sistema economico globale. E’ vero che gran parte di questa crescita si basa su una  strategia economica imperniata sull’esportazione; tuttavia, gli ultimi anni hanno visto un cambiamento dettato dall’aumento degli ODI  particolarmente focalizzato sulle fusioni e acquisizioni (M & A: Merge & Acquisitions) tra aziende straniere e cinesi.
Questo vettore di crescita è sostenuto da una solida teoria macroeconomica. La Cina non può fare esclusivo affidamento sulle esportazioni per il tipo di crescita che ha visto nel corso degli ultimi 30 anni. Con il  going global, le imprese cinesi possono evitare le tariffe e le restrizioni commerciali tipiche di altre economie e possono quindi penetrare nuovi mercati con tutti i vantaggi che ne conseguono, ivi incluso l'accesso a nuove tecnologie, a risorse naturali e al capitale umano. Inoltre, lo tsunami finanziario globale del 2008, accoppiato con l’incredibile riserva di dollari posseduta della Cina, ha permesso alle imprese cinesi di agire aggressivamente all’estero acquistando attività a prezzi relativamente scontati. Questa situazione ha attirato l'attenzione dei commentatori stranieri i quali non sempre si sono espressi favorevolmente.
Il ritorno della Cina alla ribalta della scena geopolitica è un corollario al suo ritorno economico sulla scena mondiale. Sin dalle riforme di Deng, risalenti alla fine degli anni ’70, l'espansione del Prodotto Nazionale Lordo è stata una componente principale della strategia tesa ad accrescere la potenza globale cinese e la capacità di influenzare gli affari internazionali. Un aumento della capacità economica è naturalmente accompagnato da un aumento del potere complessivo nazionale. Eppure la Cina respinge con forza ogni accusa di voler utilizzare aggressivamente il proprio potere e non perde occasione per affermare che la sua ascesa nel mondo è del tutto pacifica e non ha alcuna ambizione territoriale.[12] Tuttavia, è incontestabile che l’ODI si aggiunga effettivamente all’influenza e al capitale politico che la Cina esercita direttamente e indirettamente a scala globale. E’ significativo notare che le imprese cinesi spesso investono in stati molto particolari quali la Birmania, l’Iran, il Sudan e lo Zimbabwe, tutti paesi che l'Occidente avrebbe bollato come paria. Grazie al sostegno del governo, le aziende cinesi sono in grado di prendere decisioni aziendali e commerciali che nelle democrazie occidentali sarebbero considerate moralmente inaccettabili e politicamente insostenibili. Ciò consente alle società cinesi di operare con quella flessibilità e agilità che in determinati mercati  consente loro di acquisire il vantaggio della prima mossa.
E’ ragionevole collegare la politica economica cinese alla politica estera,  ma occorre prestare attenzione a non enfatizzare eccessivamente questa correlazione. In un famoso articolo, il giornale The Economist ha definito la Cina come un drago famelico  alla spasmodica ricerca di energia e di altre risorse naturali per alimentare fabbriche e centrali elettriche.[13] La Cina ha un bisogno così forte di energia per sostenere la crescita economica e una popolazione talmente grande che, inevitabilmente, giungerà a un punto in cui si troverà a corto di risorse naturali. La continua ricerca di fonti di energia all’estero per garantirsi la sicurezza energetica è quindi diventata uno dei più pressanti obiettivi della politica estera cinese. Inoltre, un articolo di Foreign Affairs[14] ha sostenuto che, attualmente, la politica estera cinese è guidata da un bisogno di risorse senza precedenti nella storia. L’affermazione potrebbe apparire un po’ esagerata, ma ciò non toglie che esista un’evidente connessione tra i due elementi. Le decisioni di politica estera sono certamente indici di crescita del potere nazionale e delle capacità della Cina dovute al suo sviluppo economico.[15]
Una delle fonti di legittimazione del PCC è la crescita economica sostenuta che necessita di un flusso regolare e affidabile  di energia e materie prime.  Se venisse meno, porterebbe ad un’inevitabile contrazione della crescita economica cinese e quindi alla messa in discussione del ruolo stesso del PCC. Nel caso peggiore, quindi, si potrebbero creare incertezze e sconvolgimenti interni capaci di minacciare proprio quegli elementi che la leadership cinese ritiene da sempre indispensabili per lo sviluppo armonico della società. Quanti conoscono la storia cinese sanno che più di una dinastia è caduta a causa di vicende simili ed il PCC è profondamente consapevole di essere esposto agli stessi rischi dei loro predecessori dinastici.
In tale prospettiva, il presente lavoro si prefigge di delineare la strategia economica cinese del going global e le sue implicazioni geopolitiche, economiche e diplomatiche per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e degli altri paesi. Il Capitolo 1 si concentrerà sulla decisione cinese di diventare globale, ovvero la politica di going global, per poi procedere ad un esame della teoria macroeconomica che sostiene la decisione della leadership cinese di supportare le attività commerciali globali, guardando anche agli imperativi politici. Nel Capitolo 2 saranno illustrate le principali giustificazioni che hanno portato alla decisione di puntare alla globalizzazione, analizzandole da varie prospettive, e si individuerà il ruolo delle imprese e degli enti commerciali nella politica estera cinese. Il Capitolo 3 analizzerà più in profondità questo tema, al fine di spiegare le ragioni economiche e commerciali del forte attivismo cinese all'estero che poggia, fondamentalmente,  sulla possibilità di accedere alle risorse, ai mercati, alle tecnologie e al capitale umano, ivi compresa la proprietà intellettuale. Il Capitolo 4 specificherà i settori industriali di particolare interesse per le imprese cinesi all'estero e analizzerà i profili di importanti operatori commerciali cinesi oltremare e le aree ove concentrano le loro attività. Il Capitolo 5 esaminerà le implicazioni soft power delle aziende cinesi tese alla globalizzazione; il Capitolo 6 quelle hard power. Il Capitolo 7 tratterà le reazioni regionali alle attività commerciali cinesi nelle varie aree geografiche, misurandone la presenza in Africa, Americhe, Asia, Europa e Medio Oriente. Il Capitolo 8 valuterà le implicazioni per gli Stati Uniti conseguenti alle  aziende cinesi impegnate nel going global. Infine il Capitolo 9 concluderà l’elaborato fornendo un’analisi del potere nazionale secondo il quadro dei fattori DIME definiti dagli USA: diplomatico, informativo, militare ed economico.

Capitolo 1 - La decisione di Pechino di "Go Global"

1.1 La teoria macroeconomica.

I benefici della crescente partecipazione cinese all'economia mondiale sono diventati evidenti molto prima che “globalizzazione” diventasse un termine familiare e di riferimento. Le priorità economiche cinesi sono cambiate in maniera significativa nel corso degli ultimi 30 anni, passando da una economia basata soprattutto sulle esportazioni a una in cui l’ODI ha assunto un ruolo in progressiva crescita, fondato su solidi principi di logica macroeconomica. In ultima analisi, i limiti naturali del commercio internazionale vincolano un’economia imperniata prioritariamente sull’esportazione. Le imprese cinesi possono raccogliere vantaggi commerciali, spostando le loro attività all’estero in varie forme e modi, onde annullare l'impatto delle barriere commerciali e tariffarie. La globalizzazione del business cinese permette l’ingresso in nuovi mercati, l'accesso a economie più sviluppate e fornisce elevati margini potenziali di profitto e crescita della catena del valore. Come precedentemente affermato, dietro l’ODI si pone un consistente ragionamento macroeconomico volto ad acquisire know-how tecnologico e altri assetti basati sulla conoscenza.
Gli economisti hanno discusso a lungo se il percorso della Cina fosse un modello originale o se, come in molti paesi in via di sviluppo, avesse seguito la teoria di Dunning degli investimenti per lo sviluppo (IDP: Dunning’s investment development path theory).[16] La teoria IDP è stata ampiamente applicata per spiegare la massa degli investimenti ODI che i vari paesi hanno fatto dilagare nel mondo, mettendola in relazione con il livello di sviluppo economico dei singoli stati. Semplificando il concetto, la teoria IDP associa i livelli ODI al PIL pro capite, anche se, nei successivi affinamenti teorici elaborati nel 1996 e nel 2001,  Dunning ha introdotto anche il capitale umano accanto ai tipi di prodotti e di industrie.
Il particolare approccio graduale alle riforme economiche ha prodotto un massiccio aumento degli ODI in Cina, delle esportazioni verso altri mercati e del PIL pro capite che, tra il 1979 e il 2002, è addirittura quadruplicato. Ciò ha certamente portato a maggiori investimenti domestici nel capitale umano sottoforma di istruzione e formazione. Inoltre, un aumento così significativo del PIL pro capite ha permesso di diversificare prodotti, industrie e mercati. Questi fattori dimostrano la rilevanza degli affinamenti apportati alla teoria originale di Dunning e ora si sostiene convintamente che ciò ha portato ad un aumento dell’ODI cinese.
L’ipotesi IDP di Dunning è derivata dalla teoria “OLI”. Le imprese multinazionali (IMN) possiedono numerosi vantaggi basati sulla proprietà (ownership - O) di specifiche tecnologie o altre conoscenze, nonché del potere di mercato ottenuto nei paesi di origine. I paesi esteri ospitanti offrono potenziali vantaggi di localizzazione (localization - L) ad alcune multinazionali. Tra le IMN e l'economia del paese ospitante si possono avere parecchi vantaggi di internalizzazione (internalization - I). Alla fine, i vantaggi L possono trasformarsi in vantaggi O nei paesi di accoglienza inizialmente considerati come obiettivi per l’ODI. Quindi, i vantaggi O possono diventare la base per la generazione di ODI dal paese ospitante originale che di conseguenza riceve vantaggi. Tutto questo può essere visto chiaramente nel modello cinese di sviluppo economico. Un simile ciclo incrementa una serie di investimenti diretti esteri che poi si trasformano in ODI verso mercati geograficamente e culturalmente vicini, prima di diffondersi in altre aree.
Sin dalla metà degli anni ‘80, l’ODI cinese riflette una crescente integrazione con l'economia regionale e globale. L’aumento della potenza economica cinese, particolarmente in rapporto alle riserve in valuta straniera, ha consentito un rapido aumento dell’ODI cinese verso i paesi d'oltremare.

1.2 Il legame politico-economico in Cina

A livello internazionale, la dimensione globale della Cina dipende in parte dall’appartenenza ad importanti organizzazioni internazionali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) ed altri organismi economici. Il dibattito interno sull'opportunità di intraprendere il tentativo di affiliazione a tali organizzazioni ha contrapposto le parti favorevoli ad una maggiore integrazione nell'economia mondiale con quelle piu’ inclini a tendenze isolazioniste dettate dalla preoccupazione per i potenziali pericoli dovuti ad un’eccessiva influenza straniera. Chiaramente, una maggiore integrazione nell'economia mondiale fu vista come un requisito indispensabile per una crescita sostenuta dell'economia cinese. In tal modo emersero due pericoli paralleli per il governo cinese e per il PCC. Se il governo non avesse deciso di abbracciare con convinzione l'economia globale e con esso le minacce di una maggiore esposizione ai valori democratici occidentali, avrebbe rischiato di ritardare fortemente lo sviluppo. La continua stagnazione economica porta con sé costi sociali reali e costi politici potenziali. La storia cinese è piena di problemi economici e politici che hanno portato a crisi sociali.
Ciononostante, permaneva la preoccupazione che se il governo avesse deciso di perseguire la globalizzazione economica e l’interdipendenza internazionale, avrebbe dovuto subire i  rischi derivanti da una maggiore esposizione alle influenze politiche e culturali straniere. Queste considerazioni  preoccupavano molti esponenti del PCC che temevano fortemente l’avvento di nuovi costumi sociali e di una diversificazione del pensiero politico che avrebbe potuto inquinare la Cina e mettere a rischio il monopolio del potere politico del Partito Comunista.
Per questo motivo il dibattito fu davvero serio e gravido di rischi, poiché la priorità assoluta del PCC era quella di mantenere il monopolio del potere. Di conseguenza, il perseguimento degli interessi economici sulla scena internazionale è stato realizzato in modo graduale, valutando le esigenze caso per caso con l'obiettivo di massimizzare il profitto e minimizzare costi e rischi.[17]  L’apertura economica e la partecipazione dei cinesi all’ODI è stata vista come un'arma a doppio taglio per ragioni sia politiche che economiche. Ciò ha inciso a fondo  sul ruolo dell’ODI cinese nell’evoluzione economica del paese com’anche sul processo decisionale governativo orientato ad una gradualità che consentisse di incrementare l’ODI, attenuandone tuttavia i rischi.

1.3  Panoramica sulle decisioni del governo cinese

Quasi in concomitanza con la decisione di aprire la Cina all'economia di mercato, anche se in forma limitata, fu presa la decisione di avviare il processo di investimento diretto all’estero. I leaders cinesi riconobbero che l'integrazione nell'economia mondiale era un elemento di vitale importanza per la crescita economica. Tuttavia, nonostante la riconosciuta importanza dell’ODI per questo processo di integrazione, nutrivano ancora una forma di apprensione riguardo ai mercati esteri,  preoccupati com’erano dalla possibilità di eccessivi deflussi di capitale e dalle restrizioni di cambio, nonché da una sensazione di inadeguatezza della Cina ad operare efficacemente all'estero e soprattutto dal pericolo di perdere il controllo del patrimonio statale. Pertanto, nelle prime fasi il Governo adottò un approccio molto cauto nei confronti dell’ODI che, inizialmente, costituì soltanto una minuscola parte, insignificante in termini economici globali. Nel 1979, l’ODI cinese ammontava soltanto a 0,8 milioni di renminbi,[18] ma quello fu solo l'inizio di un processo che, al suo apice nel 2008, ha raggiunto i 73 miliardi di dollari.[19]
La massiccia crescita cinese dell’ODI è stato il risultato di un processo evolutivo sviluppatosi per circa 30 anni e guidato fin dal primo momento dal governo centrale. Questo processo è stato caratterizzato da cinque fasi:[20] 
-       Fase 1 (1979-1983): Il Consiglio di Stato era l’unica autorità deputata all’approvazione dell’ODI che avveniva dopo aver esaminato ad una ad una le singole esigenze. Solo le entità statali erano autorizzate ad investire all'estero. Non furono promulgate norme sull’ODI;
-       Fase 2 (1984-1992): in questo periodo furono autorizzate a richiedere l'approvazione per l’ODI anche le imprese non-statali e vennero promulgate le prime norme standardizzate. L'allora Ministero del Commercio Estero e della Cooperazione Economica (MOFTEC), precursore dell’attuale Ministero del Commercio (MOFCOM),  nel maggio 1984 promulgò la “Comunicazione sui principi e lo scopo dell’Autorità per l'esame e l'approvazione della creazione di imprese non commerciali in paesi esteri, Hong Kong, e Macao”. Nel luglio 1985, il MOFTEC attuò ilRegolamento provvisorio sulle misure amministrative e procedure di esame e approvazione per l’istituzione di imprese non commerciali all'estero”;
-       Fase 3 (1993-1998): il verificarsi di importanti perdite di ODI a Hong Kong nel settore immobiliare e nei mercati azionari portò all’emanazione di misure più rigorose per il monitoraggio e il controllo dell’ODI. Lo scopo consisteva nel formalizzare le modalità di deflusso del capitale cinese oltremare, al fine di assicurarne il corretto investimento. La Commissione di Pianificazione Statale (di seguito indicata con la sigla CPS) e l’Amministrazione Statale di Controllo dello Scambio Estero (di seguito indicata con la sigla ASCSE) furono incaricate di rivedere e valutare le proposte di ODI superiori al milione di dollari. Il MOFTEC manteneva ancora a sè l’autorità di approvazione definitiva ed emanò ilRegolamento di Amministrazione di imprese oltremare”, nel 1993, e le “Misure per l'Amministrazione delle Società commerciali e dei loro uffici di rappresentanza all’estero”, nel 1997;
-       Fase 4 (1999-2002): questa fase segnò una svolta importante nell’incoraggiare ogni  tipo di impresa cinese ad andare all'estero. Il Consiglio di Stato iniziò infatti ad offrire incentivi quali sgravi fiscali, assistenza per il cambio e altre forme di sostegno finanziario. Inoltre, pubblicò “Consigli per incoraggiare le imprese a sviluppare affari oltreoceano nel settore della trasformazione e dell’assemblaggio di materiali” con l’obiettivo di promuovere la creazione di progetti di produzione, lavorazione e  montaggio di materiali cinesi all'estero;
-       Fase 5 (2002-oggi): Il 16° Congresso del PCC formalizzò nel 2002 la politica going global a sostegno di una strategia onnicomprensiva volta ad aprire l'economia cinese ai mercati esteri. La precedente normativa che disciplinava l'approvazione in maniera alquanto bizantina fu ottimizzata per favorire la strategia going global. Nel 2004, il Consiglio di Stato attuò un’importante dichiarazione con laDecisione sulla riforma del sistema di investimentoin cui il governo mutò il proprio ruolo da ente di  approvazione a organo di supervisione e sostegno delle imprese cinesi all'estero. Inoltre, la Commissione nazionale di sviluppo e riforma della Cina (di seguito indicata con la sigla CNSRC), il Ministero degli Affari Esteri e il MOFTEC diffusero ilCatalogo Guida ai paesi e alle industrie per gli investimenti all'estero”, che individuava determinati obiettivi per gli investimenti cinesi. L'elenco, suddiviso in specifiche aree geografiche e settori d’interesse, prevedeva che: “Qualsiasi impresa che risulti conforme al Catalogo guida e sia titolare di un certificato di approvazione per l’investimento all'estero...deve avere priorità nel godere di un trattamento preferenziale nell'ambito delle politiche dello Stato in relazione a finanziamenti, valuta estera, oneri fiscali e doganali, import ed export, ecc.[21] E’ evidente che la pubblicazione di un simile catalogo e delle annesse raccomandazioni, tuttora in vigore,  crea una possibilità di incidere sui mercati decisamente maggiore per un paese come la Cina rispetto ad un’economia occidentale. Circa tre quarti degli ODI cinesi riguardano le imprese statali. Il catalogo governativo mira ad indirizzare la strategia delle imprese e in particolare delle aziende di Stato che intendono  recarsi all'estero. Il catalogo 2004 comprendeva raccomandazioni per 67 paesi (26 in Asia, 13 in Africa, 12 in Europa, 11 nelle Americhe e 5 in Oceania) e 7 settori industriali tra cui elettronica, manifatturiero e risorse naturali. La CNSRC ha aggiornato i cataloghi nel 2005 e nel 2007.[22]
L'evoluzione della posizione governativa rispetto all’ODI ha comportato un graduale allentamento di norme in Cina, volte ad evitare la concorrenza e la duplicazione delle attività commerciali in paesi stranieri, perseguendo contemporaneamente il potenziamento e l’espansione del commercio in generale. In sintesi, il governo ha assunto delle decisioni tese a facilitare gli investimenti cinesi all'estero mediante: l'introduzione di incentivi finanziari e di altra natura; lo snellimento dei requisiti amministrativi e di approvazione; l’alleggerimento dei controlli per il deflusso di capitali, l’informazione e l’orientamento per le aziende che vogliono andare all'estero; la riduzione dei rischi di investimento per le aziende cinesi sui mercati esteri. La CNSRC e la Banca Export-Import Cinese hanno istituito un sistema di prestito preferenziale per progetti chiave all'estero che devono contemplare almeno uno dei seguenti aspetti:
-       progetti di sviluppo all'estero che coinvolgano risorse scarsamente disponibili in patria;
-       produzione all'estero e progetti infrastrutturali che fungano da sprone all’esportazione dalla Cina di tecnologia, prodotti, servizi e manodopera;
-       ricerca all'estero e progetti di sviluppo che forniscano accesso a tecnologie avanzate straniere e alle competenze di capitale umano;
-       fusioni e acquisizioni di società estere che migliorino la competitività delle aziende cinesi a livello globale e forniscano l'accesso ai mercati esteri.
Il governo cinese offre incentivi fiscali per le aziende cinesi affiliate all’estero che vengono dapprima esentate dalle imposte nei primi cinque anni di costituzione e, successivamente, vengono tassate soltanto al 20%.[23] La CNSRC e il MOFCOM  esaminano e approvano le richieste di ODI. Nel 2004 queste organizzazioni hanno rispettivamente emanato le “Misure provvisorie per l’amministrazione di esami e approvazioni di progetti di investimento all'estero” e le “Disposizioni in materia di esame e approvazione di investimenti per la conduzione di imprese all'estero” che hanno introdotto 3 importanti elementi: decentramento a livello locale del potere di approvazione dei progetti all'estero; semplificazione delle procedure tramite l’eliminazione degli studi di fattibilità e altri documenti giustificativi; aumento della trasparenza mediante un maggior ricorso a risorse online.
Il governo centrale cinese ha voluto collegare l’ODI rivolto a specifiche località e settori industriali con le strategie di lungo periodo della Cina. L’ASCSE è responsabile dei controlli sul capitale. L’enorme crescita del  surplus di capitale ha provocato un  aumento degli investimenti esteri. Nel corso degli anni, l’ASCSE ha gradualmente riformato e liberalizzato le procedure onde consentire alle imprese cinesi operanti all'estero di reinvestire più facilmente i profitti in loco. Nel 2005 ha permesso ai suoi uffici locali di gestire tutte le operazioni fino a 10 milioni di dollari e ha  assegnato ai suoi uffici cambi una quota di 5 miliardi. In sintesi, l'evoluzione delle politiche ASCSE ha permesso alle aziende cinesi di accedere ad una maggiore quantità di valuta estera e di prestare denaro alle loro filiali all'estero.
Il MOFCOM ha pubblicato nel 2004 le “Linee guida per gli investimenti in industrie dei paesi d'oltremare”, stabilendo che le imprese cinesi dotate di certificati di approvazione per gli investimenti all'estero sarebbero state autorizzate a trattamenti di favore riguardanti l'acquisto di capitale in valuta estera, la fiscalità, i dazi doganali e altri trattamenti governativi preferenziali. Inoltre, il MOFCOM ha creato una banca dati online per informare le imprese cinesi circa le opportunità di investimento all'estero.
Nello stesso anno, il MOFCOM ha definito anche iSistemi di riporto per gli investimenti e gli ostacoli al funzionamento”, mirati a diminuire i rischi di investimento sostenuti dalle società cinesi all'estero. Il MOFCOM sfrutta le missioni diplomatiche e le  altre attività commerciali cinesi all'estero, per evidenziare i problemi e le sfide che le aziende affrontano all’estero in modo da avvertire e proteggere i potenziali investitori. In caso di problemi, inoltre, il MOFCOM può anche ergersi a protezione  delle imprese cinesi all'estero, facendone le veci nei contatti con il paese ospitante.
Sempre nell’intento di ridurre i rischi di investimento per le imprese cinesi,  il  MOFCOM ha inoltre collaborato con alcune agenzie governative per emanare, a partire dal 2003, i seguenti cinque documenti:“Sistema statistico per gli  investimenti diretti all'estero; “Misure per la valutazione complessiva e l’ispezione congiunta annuale relative agli investimenti oltremare”; “Sistema di registrazione via internet per l’esplorazione delle risorse minerarie nei paesi esteri”; “Sistema di riporto profasico  per le questioni riguardanti la fusione e l’acquisizione delle imprese oltremare.”
Il sostegno statale è cruciale per le imprese cinesi che vogliono andare all'estero. L'assistenza pubblica non si limita soltanto alla semplificazione delle procedure di approvazione necessarie per le imprese intenzionate a diventare globali. Oltre alle varie misure già introdotte, nel maggio 2009 il governo ha delegato a livello provinciale, e anche inferiore, il processo di approvazione degli investimenti fino a 100 milioni di dollari.[24] Pechino fornisce inoltre sovvenzioni e crediti alle imprese che tentano di penetrare i principali mercati d'oltremare con progetti nel settore energetico e nell’acquisizione di tecnologia.
Alcune Banche di Stato hanno ampliato la loro presenza all'estero, al fine di facilitare l’ODI e incrementare gli investimenti nei mercati finanziari d'oltreoceano. Dal 2007 al 2008, ad esempio, gli investimenti nei settori finanziari stranieri sono aumentati di 7 volte e hanno raggiunto il valore di circa 14 miliardi di dollari che, secondo il Ministero del Commercio, hanno rappresentato il 25,1% dell’intero ODI cinese di quel periodo.[25]
Nel mese di aprile 2009, il MOFCOM ha emanato nuove linee guida per gli investimenti all'estero. Questa volta, il pseudo-catalogo di mete consigliate per l’ODI cinese ha coperto oltre 160 sedi estere e, sfruttando i suggerimenti delle missioni diplomatiche, ha indicato opportunità, rischi e fattori mitiganti.[26]
Sempre nel 2009, il governo cinese ha anche annunciato che avrebbe destinato una quota delle sue riserve estere per sostenere “le imprese cinesi che si muovono sui mercati esteri”. Inoltre, il fondo sovrano China Investment Corporation (CIC), ha lanciato una campagna per ampliare le acquisizioni azionarie di società straniere.[27]
Come dimostrano tali dati, il governo centrale ha intrapreso passi concreti fin dai primi giorni dell’ODI cinese. La sua politica si è evoluta e riformata nel corso degli anni con semplificazioni e liberalizzazioni di procedure, politiche,  servizi e condizioni volte a incoraggiare, facilitare e proteggere gli investimenti cinesi all'estero. Senza dubbio ciò ha prodotto un notevole aumento delle imprese cinesi all'estero e ovviamente degli investimenti Secondo dati MOFCOM del 2010, la presenza cinese all'estero conta circa 14,400 imprese.[28]

Capitolo 2 - Il ruolo delle imprese e degli enti commerciali nella politica estera cinese

Il ruolo dell’impresa nella liberalizzazione dell’economia cinese post-Mao è stato centrale sin dalle fasi iniziali e, da allora, le grandi aziende cinesi si sono dovute evolvere, per diventare competitive a livello internazionale. I leaders cinesi sapevano che avrebbero dovuto costruire potenti compagnie a livello mondiale affinché l'economia del Paese potesse crescere in modo sostenibile. Nell’agosto del ‘98, l’allora Vice Premier Wu Bangguo affermò che: “La nostra posizione nazionale nell’ordine economico internazionale sarà in gran parte determinata dalla posizione dei  nostri grandi gruppi e imprese.”[29]
Influenzato dall'esperienza del modello sud coreano chaebol e del giapponese keiretsu, Pechino decise di selezionare ciò che Nolan ha chiamato una Nazionale delle grandi imprese industriali, per alimentarle, favorirle e supportarle in modo da renderle  competitive a livello globale. Questi pochi eletti che The Economist ha definito  campioni nazionali, sono stati sostenuti con politiche industriali favorevoli, prezzi immobiliari ridotti, prestiti preferenziali e quotazioni  privilegiate in borsa.[30] Tra i prescelti comparivano la Sinopec (China National Petrochemical Corporation) e la CNPC (China National Petroleum and Gas Corporation), per il settore petrolifero e petrolchimico; l’AVIC (Aviation Industries of China) per il settore aerospaziale; le città di Shanghai, Harbin e Dongfang per gli apparati elettrici; le città di Yiqi, Erqi e Shanghai, per il settore auto; la China Mobile e la China Unicom per il settore delle telecomunicazioni.[31]
In Cina, alcuni settori industriali e commerciali sono considerati il cuore dell'economia nazionale e, pertanto, la legge prescrive che tutte le imprese ivi operanti siano di proprietà dello Stato o da esso controllate, a prescindere dalla struttura azionaria (tab.1). I settori in argomento sono: energetico (generazione e distribuzione); petrolifero, carbonifero, petrolchimico; gas naturale; macchinario; automobilistico; ferroso, acciaifero e metallifero; edile; informazione; telecomunicazioni; armamenti aerei e marittimi.[32]


Tabella 1: Imprese cinesi collegate al governo
Società
Attività
Produzione e distribuzione di petrolio
Telefonia mobile
Esplorazioni petrolifere
Informatica
Fonte: BusinessWeek, agosto 22/29, 2005
La crescente diffusione di entità commerciali al di fuori dei confini nazionali  è divenuta un elemento importante per la Cina dove gli attori di politica estera non si limitano al governo, al PCC e ai militari, ma si estendono, nell’attuale panorama, alle aziende di Stato, agli istituti finanziari e alle società del settore energetico. Questo fenomeno non riguarda esclusivamente la Cina, ma i suoi effetti sono molto piu’ appariscenti, poichè esiste una relazione simbiotica tra imprese, governo e leaders del partito. Inoltre, la particolare attenzione della Cina ad assicurarsi il flusso di materie prime provenienti da sedi offshore è accompagnata da  implicazioni commerciali di carattere politico, economico e di sicurezza.  L’ imperativo di far  crescere l'economia cinese con i suoi associati ODI, come descritto in precedenza, comporta anche l'importante ruolo di politica estera svolto dalle aziende commerciali.  La diplomazia del  “libretto di assegni” di Pechino si basa sulla presenza economica all'estero e quindi le imprese interessate sono un perno fondamentale  intorno al quale ruota la diplomazia.
Le aziende cinesi coinvolte nei settori di importanza strategica per lo Stato, ovvero  il petrolio, i minerali e la difesa, hanno un ruolo di rilievo nella politica estera cinese. Pertanto, quando si procede a formulare la politica di sicurezza energetica, i leaders delle grandi aziende di Stato (SOE) competenti in materia partecipano in qualità di membri al ciclo decisionale ufficiale. I dirigenti di queste aziende ricadenti sotto il governo centrale come la China National Petroleum Corporation (CNPC), ad esempio, sono nominati dal Dipartimento Organizzazione del Comitato Centrale del PCC e hanno rango di ministro o vice ministro e sono membri supplenti del Comitato centrale.[33]
La partecipazione dei vertici delle aziende SOE sia al sistema statale sia a quello partitico costituisce un importante legame politico, detto  guanxi, che consente loro di contribuire alle decisioni politiche relative agli specifici settori di attività ed interesse. A volte, il confine tra azienda e governo è davvero molto labile. Negli ultimi anni, ad esempio, due funzionari degli Esteri sono stati assegnati agli uffici della CNPC ubicati in un particolare paese, per poi divenire funzionari diplomatici in quello stesso paese in cui avevano prestato servizio come funzionari CNPC.[34]  Ciò sarebbe pressoché impossibile nel corpo diplomatico di altri paesi, perché la maggior parte delle economie sviluppate lo  considererebbe un inaccettabile conflitto di interessi.
Le aziende sono strumenti frequentemente usati per attuare la politica estera di Pechino come nel caso degli aiuti ai paesi del terzo mondo che, molto spesso, consistono nel realizzare grandi progetti infrastrutturali con imprese e finanziamenti bancari forniti dalla stessa Cina. Molte strade, stadi e ospedali in Africa, Asia Centrale, Sud Pacifico e nel bacino dei Caraibi sono stati costruiti dalla diplomazia del dollaro cinese. L'ambito e la portata delle attività commerciali cinesi all'estero dettano certamente fino a che punto esse devono essere considerate elementi di politica estera, com’e’ di solito molto evidente nel caso delle aziende energetiche cinesi in Africa e in Asia centrale.
Inoltre, altri accordi concernenti le risorse naturali sembrano rafforzare l’interdipendenza tra imprese e governo. In Afghanistan, nel 2007, la China Metallurgical Construction Corporation acquistò la miniera di rame Aynak e i media diedero ampia informazione riguardante le forti pressioni cinesi sul governo afgano e le presunte tangenti versate per ottenere il sostegno dei principali leaders afgani. L’affare da 3,5 miliardi di dollari prevedeva un impegno cinese a lungo termine per sviluppare infrastrutture ferroviarie, energetiche e sanitarie del paese.[35]
Tutte le imprese cinesi hanno un’organizzazione del PCC parallela alla struttura societaria, nel rispetto di un requisito standard che permette al PCC di essere sempre ben presente, vigile e visibile nelle attività commerciali. Sebbene decenni di riforme abbiano prodotto un’evoluzione delle aziende di Stato in molti settori, il ruolo del partito risulta ancora determinante. Il Chief Executive Officer (CEO) di un’azienda di Stato deve considerare alcuni fattori politici che non rientrano tra le competenze delle multinazionali e degli amministratori delegati di altri paesi. I CEO delle più grandi SOE sono in realtà nominati dal Dipartimento Organizzazione Centrale del PCC.  La Commissione di Supervisione e Amministrazione degli Assetti Statali (CSAAS)  controlla registra e valuta le attività di circa 200 imprese statali. La CSAAS ha ruotato senza alcun preavviso la leadership tra alcune compagnie telefoniche rivali (China Telecom, China Unicom e China Mobile).[36] Ciò assicura che le attività delle aziende cinesi, sia in patria sia all'estero, siano in linea con gli obiettivi del governo e del PCC che decide la regolare rotazione dei funzionari tra governo e cariche aziendali.[37]
Come indicato nel precedente esempio relativo ai diplomatici cinesi, l’influenza dell’apparato centrale è evidente anche in altri settori. Nell'ottobre 2003, ad esempio, Wei Liucheng divenne Governatore Provinciale dell'isola di Hainan dopo essere stato, nel suo precedente incarico, Amministratore Delegato, Presidente del Consiglio e Segretario di Partito della China National Offshore Oil Corporation.[38]
Il significativo legame tra partito e settore privato è ancora più evidente nel caso  di una delle società di maggior successo, l’Haier Group, produttore di elettrodomestici. Probabilmente questa società non ha una rilevanza strategica, ma negli Stati Uniti e’ molto famosa per i piccoli frigoriferi ideali sia per i vini sia per gli alloggi universitari,  e ha dunque un ruolo di rilievo dettato dall’enorme successo internazionale.  Pertanto, il suo presidente, Zhang Ruimin, è stato nominato membro supplente del PCC dal Comitato Centrale del 2002, divenendo uno dei pochi imprenditori che ricoprono un simile incarico, segno evidente delle sue connessioni politiche.[39]
La Export Import Bank of China (Eximbank) e la China Development Bank (CDB) sono le principali banche cinesi controllate dal governo. LEximbank è indirizzata all’espansione del commercio internazionale, mentre la CDB ha il compito di promuovere lo sviluppo delle infrastrutture economiche in Cina. Entrambe sostengono direttamente la politica governativa del going global, attraverso l’erogazione di prestiti, garanzie e crediti per le esportazioni a favore delle imprese cinesi operanti all'estero.  Sia l’Eximbank sia la CDB sono concentrate sulle società interessate allo sfruttamento delle risorse e dei progetti di sviluppo delle infrastrutture all'estero; pertanto, hanno assunto un ruolo importante per il supporto alle aziende dedicate alle risorse minerali, al petrolio, alle telecomunicazioni e al lavoro all'estero.
L’Eximbank è l'unica banca cinese autorizzata a concedere prestiti agevolati ed è il principale finanziatore di prestiti ai governi stranieri; quindi, è anche uno dei principali attori nell’allocazione degli aiuti all’estero. Sul proprio sito web, nel 2007 ha così descritto la sua missione:“Attuare le politiche statali nel settore industriale, del commercio estero, diplomatico, economico, finanziario ...” [40]  Nel 2009,  ha elargito un prestito di  5 miliardi di dollari alla Banca per lo sviluppo del Kazakistan, per realizzare un progetto petrolifero. L’operazione era parte di un accordo che ha concesso alla CNPC una quota del 50% in uno dei più grandi progetti relativi al gas e al petrolio Kazaki. LEximbank è anche una banca di policy  del Consiglio di Stato, condizione che unita al suo ruolo di aiuti all’estero, le dà voce in capitolo nel processo di formazione della politica estera per quanto riguarda il commercio e gli investimenti.
La CDB, invece, nel 2004 ha concesso un prestito agevolato di 10 miliardi di dollari all’Huawei Technologies, produttore di apparati di telecomunicazione, al fine di favorirne l'espansione all'estero. Nel 2007 ha investito 5 miliardi per costituire il Fondo di Sviluppo Cina-Africa, teso a finanziare e migliorare i rapporti commerciali sino-africani.[41]  Nel 2009 ha concesso un prestito di 25 miliardi alle società russe Transneft e Rosneft, gestrici di oleodotti, che ha immediatamente permesso di raggiungere l’accordo inerente a un oleodotto russo-cinese che sino ad allora era stato oggetto di aspri e inutili negoziati risalenti addirittura al 1994. Sempre nel 2009, la CDB ha anche erogato un prestito di 10 miliardi al più grande produttore petrolifero brasiliano, la Petrobras, ricevendo in cambio una fornitura decennale di petrolio. Inoltre,  ha costituito una joint venture con una banca in Pakistan destinata a supportare le aziende cinesi coinvolte nelle infrastrutture e nella produzione, mentre  sul versante  occidentale ha stanziato 3 miliardi, nel 2007, per acquisire un’importante quota della banca inglese Barclays.[42] 
La particolare  rilevanza  e influenza della  CDB, che ha un suo braccio di ricerca di policy e si concentra sullo sviluppo economico, è ulteriormente sottolineata dal rango ministeriale del Presidente della Banca. 
E’ un evidente vantaggio che gran parte degli investimenti cinesi all’estero vengano effettuati da imprese statali. Le SOE non sono infatti obbligate alla trasparenza richiesta ai concorrenti occidentali, che viceversa sono tenuti a pubblicare relazioni annuali per gli azionisti; inoltre, possono avere accesso immediato al capitale governativo e possono permettersi una visione strategica a lungo termine, integrata nelle priorità governative, senza l’assillo di dover inseguire i profitti a breve termine e doversi preoccupare di indirizzi che non provengano dal governo e dal Partito.[43]

Capitolo 3 - Motivi del "Going Global"

Gli investimenti esteri sono diventati una realtà crescente dell'economia cinese. Alcuni sostengono che ciò rappresenti un ampio processo di liberalizzazione economica e di ristrutturazione in cui gioca un ruolo di primo piano il governo centrale anziché l'imprenditoria privata. La spinta di Pechino agli investimenti all'estero è radicata nelle caratteristiche fondamentali del mercato e nelle realtà della globalizzazione e della regionalizzazione, oltre alle considerazioni geopolitiche e strategiche.[44]
Vi è un’ampia letteratura sugli obiettivi e le motivazioni dell’ODI. L’United Nations’ Department of Economic and Social Development, Transnational Corporations and Management Division (UN TCMD) individua 5 categorie principali di investimenti realizzati da imprese di paesi in via di sviluppo: ricerca di mercati per l’ODI; focus sull’esportazione; ricerca di risorse, tecnologie ed efficienza.[45] Nel caso cinese, l'OCSE  fissa 5 grandi categorie di ricerca: risorse, mercati, risorse strategiche, diversificazione ed efficienza.[46] Zhan cita le seguenti motivazioni dell’ODI cinese: sicurezza e stabilità di approvvigionamento delle risorse naturali indisponibili in Cina nelle quantità richieste; incremento delle riserve; opportunità di aumento delle esportazioni; accesso alle tecnologie avanzate e al capitale umano altrimenti indisponibili in Cina; consolidamento di legami economici e politici tra la Cina e determinati paesi.[47]
Alcuni studi hanno cercato di sintetizzare le linee guida seguite dalle imprese cinesi nelle operazioni di investimento estero con i seguenti punti:
-       ricerca  di nuovi mercati per le aziende di commercio;
-       desiderio delle aziende manifatturiere di evitare la saturazione dei mercati nazionali e gli ostacoli agli scambi con altri paesi;
-        necessità di assicurarsi un accesso stabile e sicuro alle materie prime, alle fonti energetiche e alle risorse naturali;
-       necessità di acquisire competenze tecnologiche e manifatturiere avanzate;
-       esigenza di ottenere marchi riconosciuti a livello internazionale;
-       imparare  metodi avanzati di gestione;
-       sfruttare le politiche preferenziali di investimento all’estero;
-       ridurre i costi di produzione;
-       trasferire all’estero l’eccesso di produzione.[48] 
Tra la fine del 1988  e la metà del 1989, la Fudan University di Shanghai effettuò un'indagine, sotto la supervisione dell’Ufficio Cooperazione Economica Internazionale del MOFTEC, per accertare i motivi che avrebbero dovuto spingere la Cina ad investire all'estero. Il questionario  proponeva 18 alternative tra cui le prime sei erano: creare le condizioni per altre attività commerciali; aprire nuovi mercati; acquisire informazioni di prima mano sulla produzione estera e di mercato; promuovere le esportazioni di beni strumentali, materiali e del lavoro; acquisire tecnologie, capitali stranieri e capacità di gestione; sfruttare le condizioni preferenziali offerte dal governo.[49]
L’agenda politica ed economica a dimensione globale del governo cinese è un fattore chiave della spinta alle imprese per andare all'estero. Con l'espansione dei legami economici bilaterali e multilaterali, Pechino è in grado di aumentare il proprio peso politico e di influenzare sia le aree oggetto di accordo sia quelle limitrofe.  E' evidente che l’apertura economica della Cina all'esterno, come si può osservare nei suoi mezzi e fini, è chiaramente in linea con la strategia di rafforzare la presenza politica a livello globale. Infatti, i leaders politici ed economici (di Stato e di partito) operano in coordinamento tra loro per rafforzare i rapporti cinesi con le altre regioni e paesi.
Pertanto, si può concludere che ci sono diversi denominatori economici comuni che ispirano l’ODI cinese, riassumibili nella possibilità di  assicurarsi l'accesso ai mercati esteri, alle risorse naturali, alle tecnologie avanzate e alla proprietà intellettuale.
La ricerca di nuovi mercati è l’obiettivo principale della maggior parte degli investimenti all’estero, in linea con l'economia di esportazione stabilita in Cina sin dalla fine del 1970. Le imprese cinesi hanno bisogno di andare all'estero per garantirsi il costante accesso a clienti cui vendere i loro prodotti. Nel settore manifatturiero, la domanda interna cinese è al suo zenith e si riscontrano anche grandi eccessi di produzione in alcuni sub-settori quali  il tessile, il calzaturiero e le elettroforniture.  L'economia cinese dipende dalle esportazioni e le industrie prosperano in funzione delle commesse estere, come dimostrato dalla recente recessione economica globale che ha provocato immediati contraccolpi sulle fabbriche non appena gli ordini hanno iniziato a diradarsi. La grande dipendenza dai mercati del Nord America e dell'Europa occidentale si è ampliata ai mercati emergenti:Africa, America Latina, Eurasia e Sud-Est asiatico. Di conseguenza, le società di servizi cinesi hanno stabilito canali di esportazione in queste aree,  per sostenere  più efficacemente i produttori cinesi mediante prodotti in linea con le esigenze della clientela d'oltremare. Queste imprese avanzate fungono dunque da recettori di indicazioni di mercato. Un altro motivo che spinge inoltre le imprese cinesi ad espandersi all'estero e’ la possibilità  di evitare tariffe e barriere commerciali.
La disponibilità di risorse naturali procapite in Cina è relativamente bassa e, quindi, il Paese guarda all'estero per garantirsi un accesso costante alle risorse naturali.  Dall'inizio di going global, la ricerca di risorse naturali è in cima alle priorità governative relative all’ODI. Il petrolio e il gas naturale necessari per alimentare l'industria e l'economia nazionale sono oggetto di crescente attenzione, ma anche rame, stagno, alluminio, ferro, legname e altre materie prime vengono sempre più alla ribalta, giacché  le imprese cinesi desiderano assicurarsi l'accesso a lungo termine alle materie impiegate nella loro economia di esportazione.
La ricerca di assets strategici è un tema centrale per le società cinesi che si sono recate all'estero per acquisire un marchio, una tecnologia, un’expertise o qualcosa di materiale o concettuale difficilmente producibile in patria o senza aiuti esterni. Le imprese cinesi del settore aeronautico, spaziale, elettronico e ingegneristico hanno cercato di stabilirsi all'estero per canalizzare il ritorno in patria di tecnologie fondamentali per migliorare le capacità produttive cinesi. Idem dicasi per le attività di ricerca e sviluppo.  Nel 1988, ad esempio, la Shougang Corporation comprò il 70% del Masta Engineering Company, un'azienda americana tra le più note a livello internazionale per la progettazione e la costruzione di impianti metallurgici. Grazie all’acquisizione di questa  quota di maggioranza, la Shougang si trovò in condizione di accedere, praticamente da un giorno all'altro, a tutti i piani, progetti, brevetti e tecnologie della Masta raggiungendo in un colpo solo livelli  di capacità altrimenti impossibili da ottenere in tempi così brevi. [50]
Un altro esempio è rappresentato dall’acquisto di un’icona automobilistica, la svedese Volvo, che nel 2010 lo sconosciuto Zhejiang Geely Holding Group ha rilevato per 1,8 miliardi. Il Gruppo ha così acquisito non solo il know-how su come gestire una catena di approvvigionamento internazionale e una rete globale di concessionari, ma anche la proprietà intellettuale in materia di sicurezza che ha reso la Volvo leader indiscusso del settore e che ora consente all’industria cinese di sanare una delle sue più gravi carenze nella produzione di vetture.[51] Ed infatti il portavoce del Ministero del Commercio ha esplicitamente detto che l'accordo con la Volvo offre quelle capacità tecnologiche che l’industria automobilistica cinese ha vanamente agognato per lungo tempo.[52]
Un elemento chiave che ancora manca alla crescente capacità economica cinese è l’affermazione ed il riconoscimento di un nome a livello internazionale. Con l'acquisto di marchi stranieri affermati come IBM o Maytag, le aziende cinesi sono in grado di acquisire in 24 ore la notorietà internazionale di una marca e la proprietà intellettuale di imprese estere che consentono un salto tecnologico per l'acquirente cinese.
In sintesi, le imprese stanno cercando di rafforzare il loro loro accesso alle risorse naturali necessarie per continuare ad alimentare la rapida crescita economica della Cina. L’acquisizione di gas e petrolio esteri è in cima alle priorita’ governative e quindi le aziende statali come Petrol Cina, Sinopec e CNOOC si stanno rapidamente espandendo oltremare in cerca di assets che possano sostenere la crescita economica nazionale. Infine, occorre anche considerare che l'ingresso di Pechino nel WTO ha sì aperto il mercato cinese alle aziende straniere e ha creato una maggiore concorrenza interna, ma ha anche spianato la strada per l'estero ai cinesi, che stanno costruendo le proprie capacità per competere in modo più efficace e redditizio sia in patria sia all’estero. 




[1] Colonnello dell’Esercito degli Stati Uniti, frequentatore della Sessione IASD Anno Accademico 2010-2011
* Le opinioni espresse in questo manoscritto sono quelle dell'autore e non riflettono necessariamente le opinioni del Dipartimento della Difesa statunitense o delle sue agenzie.
[2]  Shi Jiangtao, “Hu Hails Reforms, says Much More Still to Do,” China Daily, December 19, 2008, 1.
[3] Deng Xiaoping, “Why China has Opened Its Doors,” Foreign Broadcast Information Service, Daily Report: China, February 12, 1980, LI-5.
[4] Peter Wood and Kerry Brown, “China ODI: Buying into the Global Economy,” XRG C-ODI  Report, October 2009, 5.
[5] “World Investment Report,” United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), 2005. 
[6] Yun Schueler-Zhou, Margot Schueller, and Magnus Brod, “Chinas Going Global – Finanzmarktkrise bietet Chancen fuer chinesische Investoren im Ausland,” GIGA Focus, August 2010, 2.
[7] David Zweig, “China and the World Economy: The Rise of a New Trading Nation” (presentato alla World International Studies Association, Ljubljana, Slovenia, il 24.7.2008) .
[8]  Jiang Zemin, discorso al 15° Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese, del 12.9.1997.
[9] Elizabeth Economy, “The Game Changer,” Foreign Affairs 89, no. 6 (November-December 2010): 145.
[10]   BBC World, December 29, 2007.
[11]  “China’s Growing Pains,” The Economist, August 19, 2004.
[12] Zeng Bijian, “China’s Peaceful Rise,” Foreign Affairs 84, n. 5, (September-October 2005): 18-24
[13] A Ravenous Dragon,” The Economist, March 15, 2008
[14] David Zweig and Bi Jianhai, “China’s Global Hunt for Energy” Foraign Affairs 84, n.5, (Sept-Oct 2005):25.
[15]  Michael Swaine and Ashley Tellis, Interpreting China’s Grand Strategy: Past, Present, and Future (Santa Monica: RAND, 2000), 97-98.

[16] Xiaohui Liu, Trevor Buck, and Chang Shu, “Chinese Economic Development, the Next Stage: Outward FDI?” International Business Review 14, (2005), 98.
[17]Philip Andrews-Speed and Sergei Vinogradov, “China’s Involvement in Central Asian Petroleum,” Asian Review XL, no. 2  (March/April 2000): 379.
[18] Kevin Cai, “Outward Foreign Direct Investment: A Novel Dimension of China’s Integration into the Regional and Global Economy,” The China Quarterly, no.160 (1999): 859.
[19] “FACTBOX:  China’s outbound M&A in 2009 and the past decade,” Thomson Reuters,  January 20, 2010, http://in.reuters.com.
[20] Kenny Zhang, “Going Global:  The Why, When, Where, and How of Chinese Companies’ Outward Investment intentions,” Asia Pacific Foundation of Canada, November 2005.

[21] David Zweig, “A New Trading State Meets the Developing World,” Hong Kong University of Science and Technology, Working Paper 31, 2010.
[22] Schueler-Zhou, Schueller, and Brod, “Chinas Going Global – Finanzmarktkrise bietet Chancen fuer chinesische Investoren im Ausland,” 4.
[23] James Zhan, “Transnationalization and Outward Investment:  the Case of Chinese Firms,” Transnational Corporations, Vol. 4, No. 3 (December 1995).
[24] Hu Yue, “Heading Abroad.  China Eases the Rules on Overseas Investment to Help Domestic Companies Go Global, Beijing Review, April 2009, 13.
[25] MOFCOM Website, www.mofcom.gov.cn.
[26] “China issues new guidelines for overseas investment,” People’s Daily, April 10, 2009, http://english.peoplesdaily.com.cn.
[27] Schuler-Zhou, Schueller, and Brod, “Chinas Going Global – Finanzmarktkrise bietet Chancen fuer chinesische Investoren im Ausland,” 4.
[28] MOFCOM Website, www.mofcom.gov.cn.
[29] Peter Nolan and Jin Zhang, “The Globalization Challenge for Large Firms from Developing Countries: the Case of China’s Oil and Aerospace Industries,” University of Cambridge, 3.
[30] “The Struggle of the Champions,” The Economist, January 6, 2005.
[31] Nolan and Zhang, “The Globalization Challenge for Large Firms from Developing Countries: the Case of China’s Oil and Aerospace Industries,” 3.
[32] Derek Scissors, “Deng Undone,” Foreign Affairs 88, no. 3 (May/June 2009): 28.

[33] Linda Jakobson and Dean Knox, “New Foreign Policy Actors in China,” SIPRI Policy Paper #26, September 2010.
[34] Jakobson and Knox, “New Foreign Policy Actors in China,” 26.
[35] Jakobson and Knox, “New Foreign Policy Actors in China,” 27.
[36] Frederik Balfour, “The State’s Long Apron Strings,” Business Week, August 22, 2005, 61.
[37] Scissors, “Deng Undone,” 28.
[38] Wood and Brown, “China ODI: Buying into the Global Economy,” 30.
[39] Yibing Wu, “China’s Refrigerator Magnate,” The McKinsey Quarterly, no. 3 (2003): 109.
[40] China Eximbank website, http://english.eximbank.gov.cn//.
[41] China Mobile Bids to Take Her First Global Step,” China Daily, March 15, 2005.
[42] Bill Powell, “Enter the Dragon,” Time, August 2, 2007, http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,1649318,00.html.
[43] Congressional Research Service Report, China’s Foreign Policy:What Does it Mean for U.S. Global Interests?, report prepared by  Kerry Dumbaugh, July 18, 2008, 13.
[44] Mark Yaolin Wang, “The Motivations Behind China’s Government Initiated Industrial Investments Overseas,” Pacific Affairs, Summer 2002.
[45] UN-TCMD, Transnational Corporations from Developing Countries: Impact on their Home Countries, (New York:  United Nations, 1993), 11-14.
[46] Wood and Brown, “China ODI: Buying into the Global Economy,” 29.
[47] Zhan, “Transnationalization and Outward Investment:  the case of Chinese Firms.” 
[48] Zhang, “Going Global:  The Why, When, Where, and How f Chinese Companies’ Outward Investment intentions,” 13.
[49] Ye Gang, “Chinese Transnational Companies,” Shanghai Research Institute of Economy and Trade.
[50] Zhan, “Transnationalization and Outward Investment:  the case of Chinese Firms.” 
[51] “Geely Buys Volvo,” The Economist, April 3, 2010, 60-61.
[52] “Geely’s US$2B Volvo Deal a Test Run for Foreign Takeovers,” South China Morning Post, February 6, 2010, 8.

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