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mercoledì 3 dicembre 2014

Nucleare iraniano: un accordo ancora possibile?

Negoziati Iran-5+1
Nucleare, ridotti a sperare in un altro rinvio
Riccardo Alcaro
19/11/2014
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Siamo agli sgoccioli. Il 24 novembre scadrà il periodo entro il quale l’Iran e i 5+1 - i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania con la presenza dell’Ue - si sono ripromessi di trovare un accordo che limiti il programma nucleare iraniano e allo stesso tempo allenti la morsa delle sanzioni sull’Iran adottate da Usa, Ue e Onu.

La posizione ufficiale di tutte le parti in causa è che un accordo sia ancora possibile. Tuttavia, in via confidenziale fonti dal Dipartimento di Stato Usa ammettono che le speranze sono ridotte al lumicino.

Che cosa succederà dunque nelle prossime settimane?

Centrifughe e sanzioni
Tre sono gli scenari possibili. Contro ogni previsione le parti riescono a trovare un accordo. Perché questo accada è necessario che l’Iran accetti due condizioni. La prima è una considerevole riduzione del numero di centrifughe, le macchine necessarie ad arricchire l’uranio. La capacità di arricchimento dell’Iran è la questione al centro del negoziato perché può essere impiegata sia a scopi pacifici che militari.

La seconda condizione è che l’Iran accetti una graduale revoca delle sanzioni. Teheran per ora sembra non volerne sapere. Non solo è intenzionata a mantenere tutte le centrifughe già installate, ma vuole aumentarne il numero in un futuro non troppo lontano. Né sembra disponibile ad aspettare anni perché la sanzioni, o almeno una buona parte di esse, vengano revocate.

Rischio collasso 
Il secondo scenario vede il negoziato collassare tra accuse reciproche. A questo punto potrebbe innescarsi una spirale potenzialmente catastrofica. Gli Usa inasprirebbero le sanzioni e spingerebbero l’Ue a fare altrettanto. In Iran, il partito del compromesso - guidato dal presidente Hassan Rouhani - vedrebbe ridotto il suo credito a vantaggio dei fautori dell’ostracismo a oltranza verso gli Usa.

In un primo momento, gli iraniani potrebbero evitare di riprendere le attività nucleari sospese nel corso del negoziato, in modo da privare di legittimità il tentativo Usa di rafforzare il regime di sanzioni. Prima o poi però il programma nucleare verrebbe riattivato su scala maggiore dell’attuale, generando forti tensioni con Usa, Arabia saudita (a cui Teheran contende il primato di potenza regionale) e Israele (che considera un Iran nucleare una minaccia esistenziale).

Se quest’ultimo dovesse stabilire che le sanzioni non sono sufficienti ad arrestare i progressi dell’Iran in campo nucleare, l’ipotesi di un’azione armata - da parte di Israele o degli Usa - diverrebbe tutt’altro che remota.

Il tempo passa, i negoziati si complicano
Il terzo scenario è quello di un roll-over, cioè di un’estensione del negoziato per due-quattro mesi. Né i 5+1 né l’Iran hanno dopotutto interesse a far saltare il tavolo negoziale.

Nonostante le difficoltà, qualche risultato tangibile è stato raggiunto - l’Iran avrebbe acconsentito, tra le altre cose, a un più intrusivo regime di ispezioni del suo programma nucleare e a limitare la sua capacità di produzione di plutonio (il materiale più usato per la fabbricazione di armi nucleari).

Più in generale, le trattative hanno congelato una fonte di enorme instabilità in una regione martoriata da rivoluzioni, guerre civili e l’ascesa dell’autoproclamatosi "stato islamico" in Iraq e Siria.

Oltre a scongiurare il rischio di un Iran nucleare e dare respiro all’economia iraniana, un accordo finale contribuirebbe a stabilizzare le difficili relazioni tra Iran e Stati Uniti. Potrebbe anche aprire a forme di cooperazione su dossier su cui c’è una certa sovrapposizione di interessi, come la lotta allo “Stato islamico”, che in quanto movimento sunnita radicale è ferocemente ostile non solo agli Usa e ai suoi alleati regionali, ma anche all’Iran sciita.

È bene tenere presente tuttavia che il contesto nel quale i negoziatori tornerebbero a trattare sarebbe più complicato dell’attuale (che certo facile non è) per due motivi. Il primo è che l’amministrazione Obama dovrà fare i conti con le resistenze del Congresso, che è molto vicino alle posizioni intransigenti di Israele e da gennaio sarà inoltre controllato dai repubblicani.

Il secondo è che Ali Khamenei, il leader supremo iraniano cui spetta l’ultima parola sul negoziato, potrebbe infine ritenere che gli Usa non abbiano lo stomaco per un intervento armato e che la crisi tra Russia e Occidente offra margini per indebolire i 5+1 e aggirare le sanzioni. Presi insieme, questi due elementi potrebbero ridurre lo spazio di manovra dei negoziatori o addirittura portare a una fine prematura delle trattative.

Per quanto pieno di incognite, un’estensione del negoziato è di gran lunga preferibile alla rotture delle trattative. Nonostante tutto, resta lo scenario più plausibile. Obama e Rouhani hanno sufficiente buon senso per capirlo. La questione è se avranno anche l’abilità e il capitale politico per chiudere una volta per tutte il contenzioso sul nucleare iraniano.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e Visiting Fellow presso il CUSE della Brookings.
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