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lunedì 18 aprile 2016

Le mosse della Banca europea

Salve e pallettoni nel bazooka di Super Mario 
Simone Romano
30/03/2016
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Il 10 marzo 2015 iniziava ufficialmente il quantitative easing europeo, il massiccio programma di acquisto di titoli da parte della Banca centrale europea, Bce, per un totale di 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016.

Nei 12 mesi trascorsi dall’avvio, il programma è stato potenziato da diversi punti di vista, espandendo le tipologie di titoli acquistabili dalla Bce, aumentando l’ammontare di acquisto mensile a 80 miliardi di euro e estendendo la durata del programma fino al marzo 2017.

Con l’inflazione dell’area euro vicina allo 0% e le deludenti dinamiche di crescita dell’occupazione e dell’economia reale, confermate dal taglio delle stime di crescita avvenuto oggi da parte di Standard &Poor’s, sono sorti da più parti dubbi sull’effettiva utilità di questa politica monetaria espansiva non convenzionale.

Cosa non sta funzionando
Il mandato della Bce è mantenere l’inflazione nell’eurozona vicina al livello del 2%, una soglia considerata compatibile con una crescita economica sostenibile e con la stabilità monetaria dell’area.

Dopo gli scarsi risultati ottenuti in tal senso a seguito dell’abbassamento dei tassi di rifinanziamento principale fino alla soglia dello 0%, e dopo aver portato in territorio negativo i tassi che la Bce paga sui depositi che le banche detengono presso di essa, l’istituzione di Francoforte si è impegnata in una politica di immissione di liquidità, il quantitative easing, senza precedenti.

Tuttavia,non ci sono state risposte positive né da parte del livello prezzi né dagli investimenti. Lo swap 5y5y che misura le aspettative dei mercati riguardanti l’inflazione futura è ben al di sotto dalla soglia del 2% e anche la core inflation, depurata dagli effetti della crisi dei prezzi energetici, non sale oltre la soglia dell’1%.

Le stime presentate oggi da Standard and Poor’s prevedono che il tasso di inflazione non superi l’1,4% nei prossimi due anni. Gli investimenti sono lontanissimi dal livello pre-crisi, nonostante le condizioni di finanziamento estremamente vantaggiose.

La gravità della situazione è accentuata dal circolo vizioso che è in grado di generare: le aspettative di bassa inflazione non incentivano gli investimenti e, a sua volta, la carenza di investimenti rallenta la crescita della domanda aggregata nel breve periodo e della produttività nel lungo periodo, incidendo in maniera negativa sulle performance economiche e sulle dinamiche dei prezzi.

Cosa sta funzionando
L’indebolimento della moneta unica europea nei mercati valutari e il conseguente stimolo per le esportazioni dei paesi membri dell’euro sono da iscriversi tra le implicazioni positive della politica monetaria non convenzionale.

Queste dinamiche hanno permesso di migliorare il saldo della bilancia commerciale dell’eurozona in un momento non semplice a livello globale, con molti dei principali mercati di sbocco delle merci europee che attraversano momenti di crisi. L’effetto positivo più evidente del quantitative easing europeo è però costituito dall’abbassamento del costo del debito, sia per i privati che per le autorità pubbliche. L’Italia è il Paese più avvantaggiato da questa condizione, avendo risparmiato negli ultimi 12 mesi circa 6,5 miliardi di euro di interessi.

Che sarebbe successo senza la mossa di Draghi?
Considerando quanto detto, molti ritengono l’esito del quantitative easing deludente. Sono passati più di 12 mesi da quando Mario Draghi ha caricato il suo bazooka ma, nonostante i due potenziamenti intercorsi nel frattempo, la situazione per i paesi membri dell’euro non sembra essere migliorata sensibilmente.

Anche i risultati positivi non sono scevri da critiche, come, ad esempio, l’accusa che le condizioni agevolate di finanziamento abbiamo fatto da deterrente per la realizzazione di necessarie riforme strutturali.

Seppure la stagnazione dei prezzi, il basso livello di investimenti e la debole crescita economica siano realtà innegabili per i paesi dell’eurozona, bisogna anzitutto tenere conto dell’influenza delle dinamiche dell’economia globale.

Le spinte deflazionistiche accomunano molte delle economie più mature, dal Giappone agli Stati Uniti, e il crollo del prezzo delle materie prime energetiche concorre ad aggravarle. In mercati sempre più globalizzati, queste dinamiche si rafforzano a vicenda tramite gli effetti di spillover.

Inoltre, la transizione in atto nell’economia cinese e la crisi profonda della Russia, caratterizzata anche dalle sanzioni e contro-sanzioni, sono esempi di come molti tra i principali mercati per le esportazioni europee stiano attraversando fasi di contrazione, non agevolando un miglioramento più massiccio della bilancia commerciale europea.

Al di là di questo, per valutare davvero l’utilità del bazooka di Mario Draghi, occorre chiedersi come sarebbe la situazione europea se il governatore della Bce non avesse mai imbracciato la tanto discussa arma.

Se i prezzi, i livelli di occupazione e gli investimenti nell’Eurozona sono su livelli così bassi dopo 12 mesi di politica monetaria iper-espansiva, cosa sarebbe accaduto se questa non fosse stata messa in atto, costringendo i governi in difficoltà di finanziamento a misure di austerità ancora più drastiche e di lunga durata? Gli scenari suggeriti da questo interrogativo bastano a evidenziare la necessità delle misure fortemente volute da Draghi.

La Bce non sta lesinando gli sforzi, ponendo anche le condizioni una maggiore efficacia delle politiche fiscali. Tuttavia, la “zoppia europea” che prevede una sovranità monetaria comunitaria a cui è associata una sovranità fiscale frammentata a livello nazionale, si sta rivelando un fattore fondamentale nel diminuire l’efficacia di questi sforzi.

La risoluzione di questa asimmetria diviene cruciale per il futuro dell’Europa, ma questo problema non può essere imputato a una delle istituzioni comunitarie più attive nel contrastare la sempre più preoccupante crisi europea.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.
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