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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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mercoledì 13 gennaio 2016

Terrorismo e relativo contrasto in evoluzione

Alessio Pecce *
(alessio-p89@libero.it)


Gli attentati di Parigi avvenuti lo scorso novembre hanno evidenziato, come era previsto da tempo, le nuove modalità e i piani operativi (diffusione meticolose delle cellule terroristiche e commando suicida) dei soggetti appartenenti all'ISIS, anche se ad oggi manca una definizione ufficiale della nuova tipologia di terrorismo. I 130 morti e gli oltre 300 feriti di Parigi rappresentano la nuova modalità di combattimento terroristica trapiantata in Europa, attraverso il commando suicida che a sua volta è coordinato da soggetti operativi, come già avviene da tempo nelle zone più critiche del Medio Oriente e Nord Africa. Come detto poc'anzi non esiste ancora una definizione specifica di terrorismo, perché le varie organizzazioni internazionali hanno diverse opinioni, dovute anche a strategie e interessi politici. La difficoltà della terminologia si riscontra in ambito giuridico e concettuale, indi per cui gli stati membri delle Nazioni Unite non hanno ancora trovato una definizione comune. Tornando alle modalità operative del terrorismo, costituite da una tattica militare finalizzata al raggiungimento di obiettivi operativi prefissati, il suo metodo prioritario è quello  che si inserisce all'interno di una vasta scelta di strategie, come ad esempio quella insurrezionale. La difficoltà da parte della Comunità internazionale nel trovare una definizione universale di terrorismo, ha spinto alcuni specialisti del settore a catalogarlo come “Nuovo terrorismo insurrezionale” definito come la minaccia razionale di atti estremamente violenti, col fine ultimo di colpire i governi e la loro politica. Questa nuova forma di terrorismo è costituita da alcuni elementi, aventi come base: la sovversione dei governi e la conseguente sostituzione con un modello proto-statale; la violenza come azione prioritaria e imprescindibile; l'atto terroristico ha come obiettivo elementi politici; la manifestazione dell'azione terroristica su scala globale; la base logistica del potere ha sede in un'area territorialmente definita; si manifesta/colpisce attraverso il web con la propaganda, attacchi territoriali e cyber; le azioni operative non per forza sono connesse tra loro e i militanti possono appartenere anche alla sfera dei non-combattenti. Il nuovo terrorismo insurrezionale, oltre ad estendersi su scala internazionale, si pone delle precise finalità politiche, come la sovversione dei governi e dei rapporti internazionali nell'area mediorientale, oltre all'imposizione di una nuova forma di stato, ossia il califfato sotto la guida di Abu Bakr al-Baghdadi.
In virtù di ciò, nel dicembre 2015, il presidente Obama in una delle sue conferenze fa riferimento e auspica  a un maggior impegno da parte dei paesi sunniti nella lotta al Daesh, i quali hanno prontamente risposto attraverso la coalizione di 34 paesi musulmani, incentivata dall'Arabia Saudita, visto e considerato che le statistiche parlano di un impegno maggiore da parte dei paesi europei, con i raid arabi che rappresentano solo il 5% nella lotta all'ISIS. Questa nuova alleanza sunnita, oltre a comprendere i paesi arabi, ne include alcuni africani, come ad esempio Gibuti, Costa d'Avorio, Senegal, Marocco, Nigeria, Niger, Tunisia, Egitto, Sudan, Sierra Leone etc. Il gioco delle alleanze si basa sulla diatriba tra sciiti e sunniti e pertanto sono assenti dalla coalizione la Siria, l'Iraq e l'Iran. D'altro canto la Russia, alleata di Assad, si esprime in maniera diplomatica a proposito della coalizione sunnita, auspicando a dei miglioramenti per la Comunità Internazionale, ma al contempo invita tutti alla calma prima di poter valutare definitivamente.
(versione II) 


* Dottore magistrale in Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale. Specialista nella progettazione, gestione, valutazione e ricerca per conto di istituzioni politiche e sociali, organizzazioni economiche, imprese ed enti internazionali.

lunedì 11 gennaio 2016

RUSSIA: RISCATTO POSSIBILE



La economia russa non può rimanere insensibile alla attuale situazione. Il calo dei prezzi petroliferi e le sanzioni incrociate stanno impattando sul quadro economico russo che d’ora in avanti punterà sui consumi iterni e sugli investimenti. Secondo “Russia Beyond the he headlines” l’nserto preparato e pubblicato da Rossiyskara Gazeta, non solo materie prime da esportare, ma anche consumi ed investimenti da sviluppare saranno i “capstone” della prospettiva economica russa. L’economia russa tenta la strada della diversificazione per reagire alle difficoltà dovute alla recessione in atto. Il crollo dei prezzi petroliferi, ha impattato pesantemente sul paese, che  affida all’export delle commodity una parte importante el proprio PIL. La sensazione diffusa tra gli operatori e che la risalita delle quotazioni non sia dietro l’angolo, ancor più  più lontana dopo la scoperta di un immenso giacimento petrolifero davanti alle coste dell’Egitto da parte ella italiana ENI, che aumenta il numero dei venditori  e sottrae un mercato come quello egiziano che si renderà autornomo.. Oltre a questo è evidente che l’OPEC non appare intenzionato al alzare le quote, e che è in atto la frenata della crescita cinese e la distenzione tra USA e d Iran agevolata dall’accordo sul nucleare; infine non vi sono prospettive che nel breve periodo si superoano le tensioni in Ucraina, che hanno portato alle sanzioni incrociate con l’UE e con l’Occidente in generale.. Proprio questo aspetto, si ossrva a Mosca, che incide sull’impennata dei prezzi che sta caratterizzando l’inflazione , ha portato ad un cambiamento nella produzione di cui poco si è parlato fino a questo momento.. Approvvigionarsi di prodotti, soprattutto cerealicoli ed agroalimentari provenienti da oltre frontiera è sempre più difficoltoso; da qui gli stimoli e le pressioni affinche quanto non si riesce ad avere e manca sia prodotto all’interno della Federazione, Una scelta strategica, destinata a rivestire un ruolo importante nel medio termine una volta che verranno superate le prevedibili difficoltà iniziali

La strada verso la ripresa potrebbe passare anche attraverso una maggiore focalizzazione sugli investimenti pubblici, a cominciare dal nodo infrastrutturale, decisivo per sostenere una crescita sostenibile del paese e convincere gli investitori stranieri  a creare stabilimenti produttivi della Federazione. Lo sforzo in atto non è semplice ed il risultato non appare scontato, ma si confida che il processo si sia messo in moto in modo tale da perseverare che i 2016 sia veramente l’anno della ripresa.


In pratica il Cremlino sta studiando una “exit strategy” pe superare la doppia minaccia del crollo dei prezzi del petrolio e del gas naturale, vera trappola in cui la Russia è caduta, quella della “monoproduzione”, e delle sanzioni non preiste a segutio della crisi Ucraina che sta facendo pagare alla Federazione un prezzo non preventivato e forse troppo alto.

giovedì 7 gennaio 2016

L'anno che verrà: affrontare il futuro

Accadde domani
2016: Usa, cercasi asso, forse sarà donna
Giampiero Gramaglia
30/12/2015
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Il percorso verso le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, l’8 novembre, attraversa tutto il 2016, dal 1° febbraio, con le assemblee di partito nello Iowa, che segnano l’inizio delle primarie, all’Election Day, passando attraverso le convention di fine luglio - repubblicana a Cleveland e democratica a Filadelfia.

Man mano che s’avvicina il momento della scelta del nuovo presidente, andrà sbiadendo alla Casa Bianca la figura e il potere d’influenza internazionale di quello uscente.

Dalle Olimpiadi ai 10 anni di Twitter
In un Mondo zeppo d’ansie e di crisi, i cittadini statunitensi devono estrarre un asso dal mazzo dei candidati: potrebbe essere una donna, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatore, ex segretario di Stato, la più qualificata fra gli aspiranti presidenti dal punto di vista dell’esperienza internazionale.

Il 2016 è un anno bisestile e, quindi, oltre alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, porta in dote le Olimpiadi, stavolta in Brasile, ad agosto, tra timori di flop e tensioni sociali, in un Paese che sembra avere perso, nel tracollo dei Mondiali di Calcio 2014, la sua spinta e il suo ottimismo e dove la presidente Dilma Rousseff non gode più della fiducia dei cittadini.

E pure un anno di anniversari da 2.0: il 18 gennaio, Wikipedia compirà 15 anni; il 21 marzo, Twitter compirà 10 anni; e ad aprile - ma qui dai ‘social media’ passiamo alla grande scienza - ricorre il 100° anniversario della teoria della relatività generale di Albert Einstein.

Affrontare i problemi dell’integrazione Ue
All’orgia elettorale negli Stati Uniti, l’anno che inizia contrappone una sorta di tregua elettorale nell’Unione europea: nessuno dei Grandi dell’Ue andrà alle urne, o almeno nessuno dovrebbe andarci.

In Spagna, s’è appena votato - si rischia, però, un bis a breve -; Francia e Germania avranno nel 2017 le loro consultazioni più importanti; la Gran Bretagna prevede il referendum sull’uscita dall’Unione pure nel 2017; l’Italia ha in calendario solo nel 2018 le prossime politiche (l’autunno porterà il referendum sulle riforme istituzionali); e le istituzioni europee, rinnovate nel 2014, resteranno operative fino al 2019.

Ci sono, quindi, condizioni sulla carta favorevoli ad affrontare senza pressioni i problemi dell’integrazione, anche se le presidenze di turno del Consiglio dell’Ue che si alterneranno non sono ideali: l’Olanda è sperimentata, ma ha un approccio esclusivamente prammatico ai problemi europei; la Slovacchia è all’esordio e ha l’impostazione neo-nazionalista comune a molti Paesi usciti dall’esperienza comunista.

Brexit, Unione bancaria ed energetica, riforma della governance
Fra i temi da affrontare nell’anno, vi sono: il negoziato con Londra per evitare, nel 2017, il Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea; il completamento dell’Unione bancaria, l’avanzamento verso l’Unione energetica, la riforma della governance, soprattutto in questa fase la questione immigrazione, dove si tratta di attuare decisioni già prese e di rivedere i criteri dell’asilo.

L’agenda 2016 è inoltre intessuta dei tradizionali appuntamenti dei Vertici internazionali. A parte quelli europei, il cui primo sarà a febbraio, sul Brexit, tutti gli altri si svolgeranno sul Pacifico: il G7 in Giappone a maggio, il G20 in Cina a ottobre, l’Apec in Perù a novembre.

Per il resto, le previsioni del 2016 sono incise sulla roccia dei temi ineludibili (e probabilmente irrisolvibili): la minaccia del terrorismo alla sicurezza, che in Italia si legge soprattutto in chiave Giubileo - l’Anno della Misericordia finirà a novembre -; la lotta contro il sedicente Stato islamico tra Iraq e Siria e la transizione a Damasco dal regime di al-Assad a un nuovo assetto stabile e condiviso; la ‘normalizzazione’ della Libia; la ‘Intifada dei Coltelli’ tra Israele e i Territori; gli effetti perversi dell’infatuazione per le armi negli Stati Uniti, che - scrive ilLos AngelesTimes - “confina con l’impulso suicida della società”, mentre il New York Times si chiede se l’orrore non stia diventando normalità negli Usa.

Senza dimenticare, più vicina a noi, l’irrisolta crisi ucraina, dove le mosse della Nato - l’invito al Montenegro a entrare nell’Alleanza - e dell’Ue - la proroga delle sanzioni alla Russia - rischiano di allontanare una soluzione invece che di avvicinarla.

Nessuno s’immagina che tutti questi problemi escano, nel 2016, dall’agenda internazionale: se ne risolvesse già uno, sarebbe un successo. E probabilmente torneremo ad ascoltare appelli come quello che Papa Francesco - lui, un protagonista sicuro - ha lanciato tra Natale e Santo Stefano, denunciando “il silenzio vergognoso” che accompagna le persecuzioni dei cristiani e di quanti, “martiri d’oggi, subiscono violenza in nome della fede”. Parole suscitate dalla notizia che, a Natale, nelle cattolicissime Filippine, attacchi integralisti islamici avevano fatto vittime fra i fedeli cristiani in diverse province.


2016 – L’Agenda

1.o gennaio – Ue, l’Olanda assume presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Unione.

1.o gennaio – Cern, Fabiola Gianotti si insedia come direttrice.

20.01 – Davos, World Economic Forum.

01.02 – Usa 2016, con le assemblee di partito nello Iowa e (09.02) le primarie nel New Hampshire, inizia la scelta dei delegati alle conventions.

07.02 – 50° Superbowl del Footbal americano, a San Francisco.

08.02 – Capodanno cinese, si entra nell’Anno della Scimmia.

09.02 – Sanremo, inizia il Festival.

26.02 – Iran, elezioni parlamentari.

28.02 – Cinema, la notte degli Oscar.

01.03 – Usa 2016, primarie, ‘Super-Martedì’, con voti e caucuses in 12 Stati dell’Unione.

14.03 – Spazio, parte Exo Mars, missione europea di esplorazione robotica su Marte.

31.03 – Sicurezza, Washington, Vertice per la sicurezza nucleare.

21.04 – La Regina Elisabetta compie 90 anni.

23.04 – Letteratura, 400° anniversario della morte di Shakespeare.

11/22.05 – Cinema, Festival di Cannes.

26.05 – G7, Vertice in Giappone.

10.06 – Calcio, iniziano gli Europei in Francia (finale il 10.07), dopo la finale, il 28.05 a Milano, della Champions League.

01.07 – Ue, la Slovacchia assume la presidenza di turno del Consiglio dei Ministri dell’Ue.

07.07 – Spazio, la sonda Juno della Nasa entra nell’orbita di Giove.

18/21.07 e poi 25/28.07 – Usa 2016, conventions: la repubblicana a Cleveland, Ohio, e poi la democratica a Filadelfia, Pennsylvania.

26/31.07 – Giornate Mondiali della Gioventù a Cracovia, con la partecipazione di Papa Francesco.

05/21.08 – Olimpiadi a Rio de Janeiro.

31.08/10.09 – Cinema, Festival di Venezia.

??.09 – Russia, elezioni parlamentari.

04/05.09 – G20, Vertice a Hangzhou in Cina.

08.11 – Usa, Election Day.

20.11 – Chiusura del Giubileo in Vaticano.

??.11 – Apec, Vertice in Perù.

07.12 – WW2, 75° anniversario dell’attacco di Pearl Harbour.
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Arabia Saudita: una strategia di rafforzamento

Medio Oriente
La geopolitica saudita dietro il caso Al Nimr
Eleonora Ardemagni
02/01/2016
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L’Arabia Saudita inaugura il 2016 giustiziando 47 persone accusate di terrorismo: oltre ad affiliati ad Al-Qaeda, spicca il nome di Nimr Baqer Al Nimr, il religioso di Awamiya leader della protesta sciita che nel 2011 scosse la regione orientale saudita.

Al-Nimr è stato condannato con l’accusa di “sedizione” e di “disobbedienza al sovrano”. Già si segnalano contestazioni di piazza fra l’est saudita e il Bahrein.

Al-Nimr e gli sciiti sauditi 
Al-Nimr è stato condannato per “sedizione” e “disobbedienza al sovrano”. Si susseguono i venerdì di protesta degli attivisti sciiti dell’est saudita: se la sentenza venisse eseguita, per i sauditi “il prezzo da pagare sarebbe pesante”, ha già commentato il viceministro degli esteri dell’Iran, Hossein Amir Abdollahian. Dati i forti legami transnazionali fra le comunità arabo sciite, specie nel triangolo Arabia Saudita-Bahrein-Iraq, queste parole non hanno solo una componente propagandistica.

La comunità sciita saudita vive una condizione dicronica marginalizzazione religiosa, socio-politica e geografica: gli sciiti sauditi (tra cui non solo duodecimani, ma anche ismailiti e zaiditi del sud) sono di fatto discriminati da esercito, polizia, incarichi pubblici e possono manifestare limitatamente la loro fede.

La confessione sciita è maggioritaria nella regione orientale saudita (fra il 10 e il 15% della popolazione nazionale): qui si concentrano le risorse petrolifere, ma la disoccupazione supera la già alta media nazionale.

Gli epicentri della sollevazione del 2011 furono Qatif e Awamiya, il villaggio natale di Al-Nimr, che fu arrestato nel 2012 insieme al nipote Ali, minorenne al momento dei fatti contestati e anch’egli fra i condannati alla pena capitale. Gli scontri, in cui morirono almeno venti cittadini sciiti, furono duramente repressi da polizia e Guardia nazionale, mentre un’analoga operazione militare spegneva la sollevazione a maggioranza sciita del vicino Bahrein.

Protesta politica e minaccia terroristica 
Al-Nimr ha spesso accusato gli al-Saud di tirannia, così come gli al-Khalifa del Bahrein, senza però incitare apertamente alla violenza: al contrario, il religioso di Awamiyaha spronato i suoi sostenitori alla ribellione non-violenta contro gli autoritarismi.

Il potere di Riad - fondato sull’alleanza tra dinastia regnante e clero salafita - ha delegittimato il discorso di Al-Nimr, innanzitutto politico, accusandolo di settarismo nonché di complicità con il “nemico iraniano”.

Al di là degli steccati di setta, Al-Nimr ha anche auspicato la caduta del regime dell’alawita Bashar Al-Assad. Additando il complotto esterno, la narrativa di Stato propagandata da Riad nega l’arabità della comunità sciita saudita così come la legittimità delle sue rivendicazioni, assecondando quel retroterra linguistico-culturale in cui trova spazio la violenza jihadista che nel 2015 ha già colpito due celebrazioni sciite fra Qatif e Damman.

Tra l’altro, gli sciiti dell’Arabia saudita guardano tradizionalmente all’ayatollah iracheno Alì Al-Sistani, molto distante dalla concezione khomeinista. Gli attivisti sciiti dovrebbero essere giustiziati insieme ad affiliati ad Al-Qaeda (per un totale di 52 persone): questa contemporaneità mostra come il potere saudita voglia sovrapporre e confondere, agli occhi del suo popolo, protesta politica e minaccia terroristica.

Lo strumentale settarismo saudita
La logica settaria occupa oggi un ruolo fondamentale nel discorso politico dell’Arabia Saudita, anche a livello regionale. Da tempo, l’esistente dicotomia fra sunniti e sciiti viene esasperata da Riad per fini politici di egemonia mediorientale: una visione divisiva che vuole ricondurre strumentalmente tutti gli sciiti a una presunta identità etnica persiana, dunque percepita come ostile.

Questa strategia culturale influisce sulle scelte di politica estera e di sicurezza del regno saudita, come testimonia la formazione di una “coalizione militare islamica contro il terrorismo”, annunciata da Mohammed bin Salman, ministro della difesa e vice principe ereditario.

Infatti, l’ipotetica alleanza guidata da Riad esclude i paesi mediorientali a governo sciita (Iran, Iraq, Siria) e mette in imbarazzo quelli in cui gli sciiti sono attori politico-militari decisivi (Libano) o forti minoranze (Pakistan), trasformandosi, di fatto, in una potenziale alleanza anti-sciita, al pari del progetto di esercito unico arabo, ora bloccato.

L’unica coalizione militare araba già operativa sta bombardando le milizie sciite dello Yemen. Inoltre, qualsiasi alleanza anti-terrorismo è destinata a rimanere sulla carta - o a fungere solamente da campagna d’immagine - senza una preliminare definizione degli obiettivi considerati terroristici (che fare con i Fratelli Musulmani?).

La decisione di re Salman sul caso Al-Nimr indicherà la direzione futura della politica regionale saudita: inasprimento del conflitto indiretto con l’Iran o allentamento delle tensioni mediorientali. Il sovrano potrebbe anche temporeggiare: così lascerebbe strumentalmente aperti tutti gli scenari mentre, fra Damasco e Sana’a, si negozia per provare a ricomporre le crisi regionali più acute.

Eleonora Ardemagni, analista di relazioni internazionali del Medio Oriente, collaboratrice di Aspenia, ISPI, Limes, Storia Urbana. Gulfanalyst per la NATO Defense College Foundation.
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Italia: un anno interessante per la politica di difesa italiana

Italia e Alleanza Atlantica 
Nato: anno nuovo strategia nuova? 
Paola Sartori, Alessandro Marrone
05/01/2016
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Le crisi in Libia, Iraq e Siria, oltre ai complessi rapporti tra Occidente e Russia intrecciati con lo scacchiere mediorientale, fanno del 2016 un anno caldo per la politica di difesa italiana.

Anno che sarà segnato dal vertice Nato in programma a luglio a Varsavia che costituisce una tappa importante per definire la linea d’azione dell’Alleanza sul fianco meridionale e su quello orientale, un’occasione per Roma per portare al tavolo multilaterale con gli alleati le proprie proposte per affrontare problemi comuni direttamente connessi agli interessi nazionali.

In particolare rispetto al fianco sud, è importante che l’Italia si impegni nella definizione di un’iniziativa nazionale in grado di contribuire ad una strategia comune europea ed euro-atlantica. Ciò appare tanto più necessario se si considerano da un lato l’attenuata leadership americana in ambito Nato e rispetto a Medio Oriente e Nord Africa e, dall’altro, il crescente carattere nazionale della politica estera e di difesa dei principali Paesi alleati.

In questo contesto, l’adozione da parte dell’Alleanza di un approccio tematico potrebbe consentire di riavvicinare i Paesi del “fianco sud” , raccogliendo il consenso necessario per l’attuazione di risposte efficaci alle attuali sfide alla sicurezza dell’area. Iniziative mirate per affrontare le singole problematiche con cui i diversi Paesi della regione euro-mediterranea si trovano a fare i conti, in primis terrorismo e sicurezza marittima, potrebbero inoltre giovarsi di un rafforzamento della cooperazione con l’Unione europea, Ue.

Nato-Ue contro il terrorismo
Rispetto al terrorismo fondamentalista l’azione atlantica potrebbe prevedere la condivisione di sistemi di intelligence e un uso coordinato degli assetti terrestri, navali, aerei e satellitari dei Paesi sia Nato che Ue nonché dell’Alleanza nel suo complesso - ad esempio il sistema Alliance Ground Surveillance, con importanti assetti in Sicilia - cercando di superare gli ostacoli derivanti dalla questione turco-cipriota.

A tal fine potrebbero essere attivati gli accordi Berlin Plus per mettere a disposizione dell’Ue le capacità alleate necessarie e disponibili. Ciò consentirebbe di migliorare la situational awareness nella regione euro-mediterranea e quindi l’efficacia della campagna internazionale di contrasto al terrorismo.

Inoltre, una compresenza Nato ed Ue - con leadership europea - nel combattere la minaccia terrorista consentirebbe di superare i limiti di una linea d’azione caratterizzata da una somma di cooperazioni bilaterali, come quelle che legano la Francia e altri Paesi occidentali: punto di partenza, ma non certo di arrivo nella lotta al terrorismo.

Una maggiore sinergia sarebbe auspicabile anche nell’ambito delle iniziative di assistenza ai Paesi partner nel fianco sud - spesso bersagli e/o luoghi di origine del terrorismo fondamentalista - tra i programmi Nato di Defence Capacity Building e quelli dell’Unione volti al rafforzamento delle istituzioni locali (inclusa, ma non solo, l’iniziativa Ue Train & Equip).

Sicurezza marittima nel Mediterraneo 
Rispetto alla sicurezza marittima nel Mediterraneo, l’azione Nato dovrebbe muoversi sia a livello strategico che operativo. A livello strategico, la necessità di elaborare una nuova Alliance Maritime Strategy, che aggiorni il precedente documento risalente al 2011, potrebbe sfruttare la possibilità di cooperazione con l’Ue, soprattutto considerando l’adozione, nel 2015, della EU Maritime Security Strategy, e il processo di riflessione strategica in corso per elaborare una nuova EU Global Strategy.

In linea con il Concetto Strategico Nato e in relazione con il Readiness Action Plan (Rap) e i piani di utilizzo della Very High Readiness Joint Task Force (Vjtf), la nuova strategia marittima atlantica dovrebbe considerare anche la rimodulazione degli Standing Maritime Groups Nato per renderli più reattivi ed utilizzabili e il rafforzamento delle strutture di comando e controllo marittime alleate sul fianco sud.

A livello operativo, data l’accresciuta presenza aeronavale russa e cinese nel Mediterraneo è importante che l’Alleanza riprenda e intensifichi le attività di presidio, sorveglianza ed esercitazioni per assicurare la prontezza operativa del deterrente alleato e contribuire alla Maritime Security Awareness rispetto ad assetti tecnologicamente avanzati, convenzionali e nucleari, di Paesi non-Nato.

Allo stesso tempo, l’operato delle diverse missioni Nato, europee e nazionali nel Mediterraneo - Active Endeavour, Triton, EUNAVFORMED e Mare Sicuro - andrebbe ridefinito e reso più sinergico per evitare il rischio di mandati non coordinati o sovrapposti, duplicazioni e sprechi di risorse, a beneficio dell’efficienza e dell’efficacia delle operazioni stesse.

Fianco sud nell’agenda del vertice di Varsavia
Infine, per l’adozione di una strategia comune europea ed euro-atlantica è importante che il Rap, la Vjtf e la Nato Response Force (Nrf) siano sviluppati e attuati mettendo sullo stesso piano fianco est e fianco sud, sia militarmente che politicamente, in attuazione del principio alleato di forze dispiegabili a 360 gradi, sia all’interno dei territori Nato per la difesa collettiva, sia “fuori area” nel caso di missioni di gestione delle crisi.

Ciò richiede la modernizzazione dei concetti di deterrenza e difesa perché risultino efficaci anche di fronte a minacce ibride e non convenzionali, lo sviluppo di piani militari e scenari di impiego che considerino sia il fianco sud sia il fianco est per Vjtf e Nrf, il posizionamento di assetti e/o comandi, in maniera permanente e/o a rotazione, sia nell’Europa centro orientale che negli stati membri dell’area del Mediterraneo, ed infine una coerente pianificazione di esercitazioni e simulazioni.

Nell’ottobre 2015, su forte impulso dell’Italia che ha costruito il consenso necessario a partire dagli altri Paesi mediterranei, i ministri degli esteri Nato hanno adottato la Strategic Level Guidance, un passo importante in questa direzione, da attuare e sviluppare ulteriormente in vista del prossimo vertice di Varsavia.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.; Paola Sartori, Assistente alla Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @SartoriPal.
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domenica 3 gennaio 2016

Economia: Prospettive future

Perché non basta la sola crescita
Contro le guerre priorità al lavoro
Laura Mirachian
28/12/2015
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Olivier Blanchar, fino a ieri capo economista del Fondo monetario internazionale , Fmi, commentando il rialzo dei tassi di interesse della Fed a lungo annunciato e ora deciso, evidenzia i limiti della politica monetaria ai fini della ripresa, e sostiene di non aspettarsi miracoli nemmeno dalle riforme strutturali, segnalando invece la priorità di creare lavoro e di contrastare con “misure appropriate” il fenomeno delle diseguaglianze sociali.

Moralmente sbagliato, politicamente pericoloso, dice. Sullo stesso tasto batte del resto da tempo Christine Lagarde, aggiungendo tra le raccomandazioni la promozione del ruolo e l’empowerment delle donne.

Le diseguaglianze e la Sponda sud
Ancorché evocato ormai da numerose sedi internazionali e dai più attenti economisti, il tema delle diseguaglianze, accentuatesi vistosamente durante questi anni di crisi e di recessione, non è ancora arrivato a pieno titolo sui tavoli che contano.

Si riconosce il fenomeno, ma si spera che prima o poi la ripresa economica comporti automaticamente un risanamento. Ancorché siano in pochi, ivi incluso oltre Atlantico, a prevedere una ripresa sicuramente solida e ravvicinata.

Pesano inoltre le incognite della Cina e dell’ex-terzo mondo che dal rialzo dei tassi americani potrebbero anzi subire ripercussioni negative in termini di drenaggio di capitali stranieri, e pesa, per quanto riguarda il lavoro, la rivoluzione epocale riconducibile alla globalizzazione e alle nuove tecnologie che su di esso avranno un crescente impatto.

Eppure, nessuno può negare che i gravi sovvertimenti politico-sociali che ci circondano non abbiano a che fare con le diseguaglianze e con la mancanza di lavoro. Valgano i richiami di Papa Francesco.

Ricordiamo come scattò la scintilla delle “primavere arabe”? L’episodio del giovane tunisino con il suo carretto di frutta non autorizzato? La vicenda infiammò miriadi di altri giovani propagandosi nel vasto scenario del mondo arabo, e travolgendo incaute leadership lontane dai propri popoli, fino ad approdare alle guerre civili tuttora in corso e ai vuoti istituzionali colmati dal radicalismo estremo.

Al di là delle tinteggiature religiose, “giustizia” è lo slogan che attrae queste masse, la rivendicazione storico-sociale-politica che sorregge guerre e rivolte, la spinta che le alimenta, sfruttata a fondo da menti insane e affamate di potere.

Ed è la ricerca di “lavoro” che, sommata a insostenibili condizioni generali di vita, ammassa su precari barconi folle di giovani africani, anch’essi a lungo abbandonati da dirigenze predatorie e autoreferenziali.

L’approccio MED 2015
Correttamente la riflessione italiana, che spesso anticipa quella di altri partner perché poggia su solide tradizioni umanistiche che mettono al centro bisogni e aspirazioni della persona, propone - come da ultimo nella Conferenza Internazionale MED 2015 alla Farnesina - un approccio che non si limiti alla lotta al terrorismo, pur indispensabile a questo stadio, ma metta in campo una “strategia integrata” che utilizzi ogni strumentazione disponibile, nazionale, regionale, multilaterale, sul piano dello sviluppo economico e sociale, e non ultimo culturale.

La Conferenza, che ha riunito oltre 400 rappresentanti del mondo politico, economico, culturale, ha prospettato, accanto a misure di prevenzione della radicalizzazione, all’interruzione dei finanziamenti alle entità terroriste, a una narrativa di contrasto a quella utilizzata dal terrorismo, a una equilibrata politica per l’immigrazione, nuove opportunità di crescita economica (anche con l’apporto del settore privato e di una Banca per il Mediterraneo), e il rilancio di una cooperazione culturale.

Quanto al metodo, una paziente ricucitura del dialogo ai vari livelli e segmenti della società, che gradualmente favorisca una migliore comunicazione in un’ottica di rispetto delle identità culturali.

Una strategia che non può esaurirsi in pochi mesi, e nemmeno probabilmente in pochi anni, ma che potrà rivelarsi vincente. Colmare le distanze, sanare per quanto possibile le ferite storiche, e gli errori più recenti, impostare un tragitto che poggi sulla fiducia della gente e non solo delle leadership, pensare ai bisogni concreti, lavoro e opportunità di scalata sociale, che significa speranza per il futuro. Utilizzare la generosità dei nostri giovani, e del nostro volontariato, e non ultimo il prezioso contributo femminile.

Una strategia impegnativa, che richiede una revisione delle politiche del recente passato di mera esportazione in blocco dei nostri valori, sperimentata con clamorosi insuccessi ivi incluso dall’Unione europea con la sua stringente “condizionalità”.

I valori non si trasferiscono “oneshot”, maturano gradualmente, il nostro compito è semmai di accelerare questa maturazione, coltivando le istanze migliori delle altrui società e alimentando la crescita dei ceti medi.

In tal senso sembra muovere del resto anche la Ue con la Nuova Politica di Vicinato in corso di definizione, che evoca appunto un “approccio integrato” , ponendo l’accento sull’occupazione in particolare dei giovani, sulla modernizzazione economica e l’impresa, su una maggiore flessibilità nell’uso degli strumenti finanziari, e sul principio di una più decisa “ownership” degli stessi partner mediterranei.

Non si può che auspicare che queste idee non subiscano attenuazioni o distorsioni lungo il dibattito dei prossimi mesi e si traducano in proposte di lavoro concrete.

All’Italia spetta il compito di evitare che l’Unione soccomba a regolamenti obsoleti e ripieghi in una dimensione difensiva, e ritrovi invece spirito di solidarietà e slancio politico e morale: la migliore garanzia per la propria sicurezza.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.
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mercoledì 23 dicembre 2015

Francia: tra difesa, sicurezza e legalità

Attacchi di Parigi
Francia, lo stato di emergenza e lo stato di diritto 
Benedetto Conforti
16/12/2015
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Tre mesi di stato di emergenza per evitare il ripetersi di altri attacchi. È questo quanto ha dichiarato, dopo gli attacchi del 13 novembre, il presidente della Repubblica francese che ha anche informato il Segretario generale del Consiglio d’Europa.

Deroghe alla Cedu
Poiché alcune delle misure conseguentemente prese dal governo avrebbero potuto comportare una deroga ad alcune delle obbligazioni previste dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (Cedu), il Segretario generale era pregato di considerare la lettera come un’informazione ai sensi dell’art. 15 della Convenzione.

L’art. 15 prevede che, in caso di guerra o di “altro pericolo pubblico che minacci la vita della Nazione”, qualsiasi Stato contraente possa prendere misure in deroga agli obblighi della Convenzione limitatamente a quanto sia strettamente necessario per fronteggiare la situazione, purché esse non contrastino con gli obblighi di diritto internazionale e con quelli derivanti dagli art. 2 (diritto alla vita), 3 (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti) e 4 (messa in schiavitù) della Convenzione. Di tali misure il Segretario generale del Consiglio d’Europa deve essere informato.

Il Segretario generale non può che prendere atto dell’informazione, non avendo né il potere di vagliare la conformità delle misure prese all’art. 15 né quello di monitorarne successivamente l’applicazione.

Soltanto la Corte europea dei diritti umani può decidere se sussistano le condizioni per l’applicabilità dell’art. 15, oppure se norme di diritto internazionale o gli anzidetti articoli siano stati violati. Ciò sempre che essa sia adita da uno degli altri Stati contraenti, cosa che sembra improbabile dato l’attuale contesto europeo, o da individui che pretendano di essere vittime della violazione.

L’art. 15 è anche oggetto di una riserva formulata dalla Francia all’atto della ratifica della Convenzione nel 1974, riserva secondo cui le misure previste dalla legge sullo stato d’emergenza dovrebbero ritenersi come “corrispondenti all’oggetto dell’art. 15 della Convenzione”.

La riserva è ovviamente assorbita dall’attuale informazione, come lo fu in un altro caso analogo relativo a dei moti occorsi in Nuova Caledonia nel 1988, caso che non diede luogo a controversie.

Allo stato attuale, secondo la consolidata giurisprudenza della Corte, una simile riserva sarebbe invalida e pertanto come non apposta, essendo di carattere generale e quindi contraria all’art. 57 sulle riserve.

La giurisprudenza sull’articolo 15 Cedu
Ciò premesso, per quanto riguarda le condizioni di applicabilità dell’art. 15, i numerosi attacchi terroristici verificatisi a Parigi, nonché la ferocia degli ultimi, non lasciano dubbi sulla loro natura di pericolo pubblico minacciante la vita della Nazione francese.

D’altro canto, dalla scarsa giurisprudenza della Corte sull’art. 15 si ricava che questa si è sempre in linea di massima adeguata alla decisione dello Stato derogante, ritenendola come rientrante nel margine di apprezzamento di tale Stato.

La Corte si è così comportata fin dal primo caso di applicazione dell’art. 15 (Lawless v, United Kingdom, sent. del 19 dicembre 1959) allorché ritenne, con i giudici britannici, che certe misure detentive, considerate dal ricorrente eccessive e viziate dall’abuso di diritto vietato dall’art.17 della Convenzione, fossero invece “strettamente necessarie” nel quadro della lotta ai terroristi dell’Ira.

Anche nel recente caso A e a v. United Kingdom, caso anch’esso di lotta al terrorismo internazionale, la Corte (sent. del 19 febbraio 2009), nel ritenere che alcune misure adottate dal Regno Unito dopo l’11 settembre non fossero proporzionate, e quindi strettamente necessarie, rispetto al fine da raggiungere, si è adeguata ad una pronuncia della House of Lords, che aveva già constatato l’illegittimità della deroga ex art. 15. Si trattava, nella specie, della detenzione a tempo indeterminato e senza processo di presunti terroristi stranieri che non potevano essere estradati senza rischiare la tortura nei Paesi di destinazione.

Anche la giurisprudenza della Corte circa l’inderogabilità delle norme degli art. 2, 3 e 4 e le norme di diritto internazionale è assai esigua.

Per un caso di condanna per trattamenti disumani e degradanti in regime di art. 15 occorre risalire alla sentenza del 12 gennaio 1978, Ireland v. United Kingdom, in cui furono denunciate la violenza durante gli interrogatori e le famose cinque tecniche praticate tra un interrogatorio e l’altro. Si trattò di misure infliggenti sofferenze così intense che oggi la Corte, in base agli sviluppi successivi della sua giurisprudenza, dovrebbe considerare come atti di tortura. Né il diritto alla vita, né il divieto di schiavitù sono mai stati oggetto di decisioni.

E come obblighi internazionali si è sempre pensato al diritto internazionale umanitario applicabile alle guerre internazionali o civili, laddove nel nostro caso si tratta di azioni di polizia.Con riguardo al diritto alla vita e al divieto di tortura esiste un’enorme giurisprudenza, tutta utilizzabile che ci si trovio meno in regime di emergenza.

Un auspicio
Certamente, alcune fattispecie hanno maggiore possibilità di verificarsi durante un regime siffatto.

Per fare qualche esempio di violazione del diritto alla vita e del divieto di tortura più facilmente verificabili in periodi di emergenza, ricordiamo la giurisprudenza sul trattamento dei detenuti; ricordiamo in particolare, per il diritto alla vita, le molte condanne per le sparizioni quando lo Stato detentore non potesse almeno dimostrare di aver svolto una seria inchiesta sulle cause delle medesime, e, per il secondo, le condanne di Stati dalle cui carceri il detenuto era uscito con chiari segni di maltrattamenti fisici o psichici.

C’è da augurarsi che siffatti eventi non accadano in un Paese dove la libertà è da secoli la regola.

Benedetto Conforti è Professore emerito di diritto internazionale.
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martedì 15 dicembre 2015

L'ISOLAMENTO TURCO

Alessio Pecce

Dopo l'iniziale difesa degli Stati Uniti, sembra arrivato il momento anche da parte loro, di passare ad una risoluzione ONU in grado di porre fine alla disputa terroristica  in Medio Oriente, condotta dall'ISIS, il quale è stato in grado di creare i presupposti per un'alleanza tra Putin e Obama. L'obiettivo della risoluzione è quello di porre un freno al mondo sunnita, le monarchie del Golfo e la Turchia, colpevoli di aver finanziato le basi del califfato. Ragion per cui i turchi hanno deciso di inviare truppe militari in Iraq, col fine di addestrare i peshmerga curdi contro l'avanzata dello Stato Islamico, ma l'ingresso dei militari turchi in Iraq, circa 150 (non secondo le fonti statunitensi che parlano di circa 1200 unità), ha provocato sentimenti di discordia presso Baghdad. È bene sottolineare come Mosul, città a nord dell'Iraq, sia un grande centro petrolifero, che nel 2014 ha dato la “spinta” decisiva alla crescita del califfato e in virtù di ciò il governo iracheno ne chiede il ritiro immediato, accusando la Turchia di violazione della sovranità territoriale. Il premier Haider al-Abadi afferma di un ingresso   militare turco in terra irachena, ufficialmente per addestrare la popolazione, ma senza alcuna autorizzazione da parte delle autorità irachene. A rincarare la dose ci ha pensato anche Fouad Masoum, presidente iracheno, il quale parlando dell'ingresso turco fa riferimento, senza giri di parole, ad una violazione del diritto internazionale, chiedendo pertanto il ritiro immediato e sollecitando il ministero degli Esteri a prendere le dovute precauzioni per garantire il rispetto della sovranità. Il governo turco, dal canto suo, si difende invocando alle attività di addestramento a favore del popolo iracheno e giustificandosi come portatore della conoscenza/pratica difensiva, a base militare. A sostegno di ciò ci ha pensato il Ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu, il quale cerca un ritorno al dialogo con la Russia, contrariamente ad Erdogan che sostiene di poter attingere alle risorse di gas e petrolio tramite altri paesi, snobbando così l'importanza geopolitica/strategica con il Cremlino e incrementando di conseguenza la disputa iniziata dall'abbattimento aereo sulla Penisola del Sinai. Nel frattempo è in fase di avvio un riposizionamento delle potenze regionali, vista la possibilità di un'eventuale alleanza USA-Russia e Teheran (alleata di Mosca) ha subito colto “la palla al balzo”, a differenza dei “colleghi” arabi e turchi, forti anche di strategie a medio-lungo periodo, in previsione della fine delle sanzioni all'Iran. Basti pensare che già quattro anni fa l'Iran, in concomitanza con gli Hezbollah, era  l'unico paese a offrire sostegno a Damasco e a contrastare i jihadisti: strategia che ha dato i suoi frutti, considerando  che ad oggi è presente, oltre alla Russia, un'alleanza occidentale composta da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, le quali a loro volta, solo nel 2013, erano decise a bombardare Assad.


Alessio Pecce (alessio-p89@libero.it)

La difficile partita fra Nato e Russia

Alessandro Ugo Imbriglia
In concomitanza all’entrata in scena del Regno Unito e della Germania nella coalizione internazionale contro lo Stato Islamico il governo siriano ha accusato la coalizione militare guidata dagli Stati Uniti di aver colpito una base delle truppe lealiste, uccidendo tre soldati e ferendone altri tredici, vicino ad Ayyash, nell’est della Siria. Damasco ha inviato una lettera di protesta alle Nazioni Unite in cui denuncia il bombardamento. Gli Stati Uniti hanno sconfessato la ricostruzione del governo siriano. A tal proposito il colonnello Steve Warren ha dichiarato che  la coalizione ha effettuato quattro bombardamenti nella provincia di Deir Ezzor il 6 dicembre, escludendo categoricamente il  coinvolgimento di soldati o veicoli appartenenti alle forze lealiste. Gli attacchi sarebbero avvenuti 55 chilometri a sudest di Ayyash e avevano come unico obiettivo i pozzi petroliferi controllati dallo Stato Islamico. In u  n clima di perenne tensione le grandi potenze riunite a Vienna hanno definito una road map per avviare e consolidare un processo di pace in Siria, gettando le basi per un accordo tra le forze governative e le numerose fazioni degli oppositori al regime. I venti paesi che hanno partecipato al summit per la risoluzione del conflitto  hanno deciso che i colloqui tra regime e opposizione potrebbero cominciare il 1 gennaio; le tappe fondamentali di questo percorso prevedono una transizione di governo entro sei mesi e la successiva convocazione delle elezioni entro diciotto. Sul ruolo dell’attuale presidente Bashar al Assad, invece, persistono progetti al momento inconciliabili. L’Iran vuole che Bashar al Assad continui ad avere un ruolo nel governo di transizione, mentre le potenze occidentali, la Turchia e l’Arabia Saudita hanno accantonato qualsiasi ipotesi di coinvolgimento del leader siriano nella fase di transizione. In tanto Riyadh ospiterà un incontro preliminare fra i ribelli di Ahrar al Sham, che in passato erano affiliati al Fronte al nusra e quindi ad Al Qaeda, e novanta altri rappresentanti di gruppi di ribelli siriani, il cui fine è preparare un fronte d’opposizione coeso e unitario in vista dell’incontro del 18 dicembre a New York, a cui parteciperanno le grandi potenze sotto l’egida dell’Onu. Mosca non ha certamente gradito la mossa di Riyadh. La Russia non accetta che Ahrar al Sham faccia parte dei negoziati di pace sulla Siria, poiché è nella lista dei gruppi terroristici. Ad alimentare ulteriormente le preoccupazioni di Mosca è stato l’apertura dell’Alleanza Atlantica al Montenegro; agli occhi del Cremlino si tratta indubbiamente di un passo significativo verso il progressivo accerchiamento della Federazione Russa da parte delle forze Nato, che segue due episodi significativi: prima il taglio della corrente elettrica in Crimea ordinato dai proconsoli ucraini e, in seguito, l’abbattimento del su-24 al confine fra Turchia e Siria. Il fine di queste manovre strategiche è quello di provocare una reazione spropositata della Russia contro i paesi Nato e rafforzare le misure di isolamento internazionale nei confronti di Mosca. Intanto  la Russia ha rafforzato il contingente militare nei pressi di Aleppo schierando carri armati T-90 per difendersi dagli eventuali attacchi dei missili anti carri armati forniti dalla coalizione occidentale ai ribelli siriani.

                                                                                                          

Occidente: Alla ricerca di Annibale

Terrorismo
Califfato e crisi della società globale
Roberto Iannuzzi
07/12/2015
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All’indomani degli attacchi di Parigi, l’Occidente si è trovato davanti a un dilemma: chi è esattamente il nemico, e dove colpirlo? La difficoltà di definire il sedicente Stato Islamico traspare già dall’infinità di nomi che gli sono stati attribuiti.

Espressioni come “Stato” e “Califfato” sono particolarmente fuorvianti poiché ci danno l’impressione di confrontarci con una struttura centralizzata, cosa solo parzialmente vera.

L’acronimo arabo “Daesh”, che ultimamente sta prendendo piede anche in Occidente, ha invece il vantaggio di non attribuire significati specifici a questa entità, esaltandone la sua indeterminatezza.

Un sintomo del tracollo mediorientale
Daesh è in effetti solo il sintomo di una crisi più grave e profonda, che si articola su molti livelli. Il terremoto delle rivolte arabe del 2011, sommandosi ai cronici focolai di instabilità mediorientale degli ultimi decenni, ha provocato un vero e proprio collasso regionale che ha innescato nuovi conflitti.

Tale sconvolgimento trae origine da ragioni politiche, economiche e sociali che hanno segnato la crisi dello Stato-nazione arabo postcoloniale. Esso è inoltre frutto della crisi globale del 2008, la quale ha anche inasprito le contraddizioni interne al modello europeo e segnato l’inizio di un tumultuoso mutamento negli equilibri mondiali.

Daesh si annida nel vuoto di potere creato da conflitti prolungati, dalla presenza di innumerevoli fazioni in lotta, e dall’assenza di governi funzionanti in Iraq, Siria, Libia, Yemen, e altrove. In simili contesti di caos e violenza, la brutalità di Daesh non appare eccezionale, ma spesso equiparabile a quella di altri attori.

Anzi, l’organizzazione garantisce a coloro che governa servizi e sicurezza che altri soggetti spesso non forniscono. A cavallo tra Siria e Iraq, il gruppo ha fondato un proto-stato che legifera e tassa i propri cittadini.

Le metastasi del “Califfato”
Daesh va però al di là di questa realtà semi-statuale. Sfruttando la molteplicità dei focolai di crisi, esso si è replicato in molte parti della regione (la Libia è uno dei casi più preoccupanti). Allo stesso tempo si è assicurato un costante flusso di “combattenti stranieri”, provenienti dal mondo arabo-islamico e da altre regioni, fra cui l’Occidente.

Sebbene sia generalmente considerato come un gruppo oscurantista e medievale, Daesh ha molti tratti della modernità. Esso agisce come un marchio che opera in franchising, come già faceva Al-Qaeda dopo che venne distrutta la sua centrale in Afghanistan.

Nell’attuale contesto di crisi, l’organizzazione riesce a vendere il proprio marchio non soltanto perché ha un ottimo sistema di pubblicizzazione, ma perché può contare su una domanda costante, alimentata dalle aree di conflitto e dai regimi mediorientali, ma anche dalle sacche di emarginazione in Occidente.

Il problema, infatti, è anche in Europa, nelle banlieues francesi, nei quartieri belgi come Molenbeek, nel cosiddetto Londonistan della capitale britannica.

Gli attacchi di Daesh, rispetto a quelli della prima Al-Qaeda, sono a basso costo ed hanno un livello più elementare di organizzazione. I suoi esecutori possono essere neofiti, o persone che hanno compiuto un addestramento di settimane o mesi in qualche area di crisi del Medio Oriente (non necessariamente in Siria).

L’organizzazione ha un’economia diversificata, con introiti derivanti da forme di tassazione, estorsioni, traffici illeciti, vendita di materie prime. Essa può contare su connivenze politiche, collusioni finanziarie, e sulla complicità di interi stati (emblematico il caso della Turchia) a livello regionale e mondiale.

Daesh opera come gruppo terroristico, proto-stato, e organizzazione criminale. È una vera e propria rete di militanti, fiancheggiatori, comunità virtuali e interessi sparsi nel mondo. È realmente un termometro del deterioramento della società globale. Ne sfrutta le connessioni e le strutture, le reti clientelari e criminali.

Un nemico alimentato dallo scontro regionale
Daesh è allo stesso tempo potente e fragile. La sua realtà semi-statuale e la sua economia sarebbero insostenibili in un contesto di pace e legalità, ma prosperano in un quadro di conflitto e corruzione. L’organizzazione trae vantaggio dalle contrapposizioni regionali ed internazionali. Tramite le reti di trafficanti, ottiene perfino armi dai suoi nemici.

In assenza di risposte politiche ed economiche ai conflitti mediorientali, di un ripensamento del modello di integrazione europeo, e di una rinnovata governance globale, Daesh è destinato a sopravvivere, nella sua manifestazione attuale o in nuove forme.

Anche se la “casa madre” a cavallo tra Siria e Iraq venisse annientata, essa si polverizzerebbe in nuovi gruppi che si rifanno alla stessa ideologia, mentre altri spezzoni dell’organizzazione, come ad esempio quello libico, potrebbero assumere la leadership.

La corsa in ordine sparso a bombardare la Siria, inaugurata dalla Francia prima ancora degli attacchi di Parigi, difficilmente servirà a scongiurare nuove minacce terroristiche, ed anzi rischia di complicare ulteriormente la situazione regionale.

Viene il dubbio che questo caotico dispiegamento di mezzi militari, più che a combattere efficacemente Daesh, serva a permettere a coloro che vi prendono parte di posizionarsi più vantaggiosamente al tavolo negoziale che dovrebbe decidere i destini della Siria.

Il rischio, tuttavia, è che a causa delle rivalità fra gli attori coinvolti non si giunga ad alcuna soluzione. Ciò vorrebbe dire prolungare il conflitto, inasprendo ulteriormente le tensioni regionali e dando nuova linfa al terrorismo.

Roberto Iannuzzi è ricercatore presso l’Unimed (Unione delle Università del Mediterraneo). È autore del libro “Geopolitica del collasso. Iran, Siria e Medio Oriente nel contesto della crisi globale (Twitter: @riannuzziGPC).
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sabato 5 dicembre 2015

Il Clima al centro di ogni attenzione

COP21 e banche centrali
Il global warming che gela il mondo finanziario
Marco Magnani, Gilda Giordani
30/11/2015
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Jackson Hole, Francoforte, Washington, New York sono le città più frequentate dai banchieri centrali. Kyoto, Montreal, Copenaghen, Doha le sedi di alcune tra le più importanti conferenze sull’ambiente negli ultimi 20 anni. Circuiti diversi, storicamente lontani. Parigi potrebbe essere il punto d’incontro e porre il climate change sull’agenda delle Banche Centrali.

Parigi può superare i limiti di Kyoto
La capitale francese accoglie infatti in questi giorni i rappresentanti di 196 paesi per la COP21, il summit dell’Onu sul cambiamento climatico. Le aspettative sono elevate, nonostante i precedenti. La prima Conference of Parties, a Berlino nel 1995, fu un fallimento; l’ultima, lo scorso anno a Lima, si concluse con un nulla di fatto.

La conferenza più nota rimane Kyoto, grazie al protocollo firmato nel dicembre 1997 da oltre 180 paesi ed entrato in vigore nel 2005 con la ratifica di firmatari che superavano in aggregato il 55% delle emissioni mondiali di gas serra.

Molti, tuttavia, i limiti di quell’accordo. Cina e India furono esonerate dagli obblighi del trattato e gli Stati Uniti, che rappresentavano oltre 1/3 delle emissioni globali, non lo ratificarono.

Parigi potrebbe mettere d’accordo paesi industrializzati ed emergenti. L'intesa nel settembre scorso tra Barack Obama e Xi Jinping sulla lotta al riscaldamento globale è di buon auspicio. Così come il recente impegno pubblico di 79 multinazionali a ridurre emissioni inquinanti e consumi energetici. Negli ultimi anni sono cresciuti senso d’urgenza e consapevolezza sul tema. Anche da parte dei banchieri centrali.

Lo conferma il recente discorso che il governatore della Bank of England ha tenuto a una cena dei Lloyd’s a Londra rilevando i costi, presenti e futuri, causati dal climate change. Pur parlando di global warming, Mark Carney ha “gelato” assicuratori e banchieri in sala. Dal 1980 gli eventi climatici causa di forti danni sono triplicati e le perdite delle assicurazioni, al netto dell'inflazione, sono quintuplicate, arrivando a 50 miliardi di dollari l'anno.

Le conseguenze vanno ben oltre il settore assicurativo e riguardano la minaccia del cambiamento climatico per la stabilità finanziaria globale, tema prioritario per le Banche Centrali. Tre sono i rischi.

Quello “fisico”, relativo ai rimborsi assicurativi dei danni causati da inondazioni e tempeste, specie in agricoltura e commercio. Il liability risk, legato alla possibile futura richiesta di risarcimenti delle parti danneggiate nei confronti dei presunti responsabili, innanzitutto i settori estrattivo e petrolifero. Infine il rischio di transizione, cioè i costi di aggiustamento dell’economia verso un modello più sostenibile. Tre fattori che possono scardinare equilibri economici consolidati e creare forte instabilità nei mercati finanziari.

Instabilità del quadro macroeconomico e costi dell’aggiustamento
Il tema dell’aggiustamento economico in relazione al cambiamento climatico è centrale. In assenza di accordi e scelte condivise di crescita sostenibile, il rischio è che i cambiamenti climatici aumentino fortemente l’instabilità del quadro macroeconomico. Un tasso di crescita che fluttua significativamente di anno in anno in modo poco prevedibile metterebbe le Banche Centrali in una difficile posizione.

Se invece l’aggiustamento sarà programmato con un certo grado di cooperazione tra i paesi, la transizione potrebbe essere più graduale nel tempo, più prevedibile e probabilmente creare nuove opportunità di crescita e occupazione grazie allo sviluppo di nuove tecnologie e fonti rinnovabili di energia. Anche in questo caso tuttavia, come sempre quando si cambiano le strutture produttive di un sistema economico, vi sarebbe un certo grado d’instabilità.

Volatilità dei prezzi agricoli e sfide per la politica monetaria
Un settore particolarmente sensibile al clima è quello agricolo. L’aumento di frequenza d’improvvise siccità, inondazioni e gelate può esacerbare la tendenza degli ultimi anni alla crescente volatilità dei prezzi. Inoltre, nel lungo periodo le variazioni di precipitazioni e temperature medie influenzano produttività e distribuzione geografica delle colture.

Peraltro, l’aumento di CO2 e delle temperature favorisce lo sviluppo e la diffusione di nuovi parassiti e patogeni, cui si attribuisce circa il 30% della perdita di produzione agricola. Anche il settore zootecnico è influenzato negativamente.

La volatilità aumenta le difficoltà di adottare un’adeguata politica monetaria e di prevederne l’impatto sull’economia. Inoltre, il rincaro dei prodotti agricoli può influenzare in modo rilevante il costo della vita nei paesi in via di sviluppo, dove la quota di reddito destinata ai consumi alimentari è elevata.

Prezzi dell’energia e inflazione: il difficile ruolo delle Banche Centrali
Altro fronte sensibile è l’energia. Il raggiungimento di un accordo internazionale per rallentare il riscaldamento del clima comporterebbe infatti un aumento dei prezzi dei combustibili fossili. Ciò può interferire direttamente con l’obiettivo principale delle Banche Centrali: la stabilità dei prezzi. È ancora vivo il ricordo degli anni ’70, quando due crisi petrolifere causarono un forte aumento dell’inflazione nelle economie avanzate.

Oggi in realtà molte di queste economie hanno una struttura diversa, meno dipendente da combustibili fossili. Anche per questo tra 1999 e 2000 il forte aumento del prezzo del greggio - quasi raddoppiato - ha prodotto un incremento d’inflazione solo marginale.

In ogni caso, il ruolo delle Banche Centrali sarebbe complesso. Da una parte non dovrebbero contrastare l’aumento dei costi dell’energia, al fine di non compromettere politiche climatiche volte a rendere l’economia più sostenibile. Dall’altra non potrebbero abbassare la guardia sul livello generale dei prezzi. L’aumento dei costi energetici potrebbe infatti generare tensioni salariali volte a mantenere inalterato il potere di acquisto, innescando una spirale inflazionistica.

La scelta condivisa di puntare a un’economia più verde può consentire di gestire meglio la tempistica dell’aggiustamento, minimizzando il grado d’incertezza e volatilità e aprendo nuove strade di crescita. Tuttavia, la transizione non sarebbe priva di difficoltà e le decisioni di politica monetaria rimarrebbero in ogni caso molto intricate. Se anche Parigi facilitasse un accordo per rallentare il global warming, la temperatura nelle Banche Centrali resterebbe alta.

Marco Magnani è docente di Monetary and Financial Economics alla LUISS e non-resident fellow dello IAI. Come Senior Research Fellow a Harvard Kennedy School ha pubblicato Sette Anni di Vacche Sobrie con UTET e Creating Economic Growth con PalgraveMamillan (www.magnanimarco.com; twitter @marcomagnan1).
Gilda Giordani è laureanda del corso magistrale in inglese di International Relations di Scienze Politiche alla LUISS e ha un forte interesse in temi energetici e di cambiamento climatico
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venerdì 4 dicembre 2015

Il sistema S-400 e la forza aerea russa.


 di Federico Salvati

(mosca novembre 2015)
    In un intervista rilasciata la settimana scorsa alla Pravda, il colonnello Sergei Khatylev ha spiegato come il nuovo sistema di difesa missilistica S-400 non avrebbe rivali, specialmente a confronto del  suo corrispettivo americano ( sistema patriot).
    L'S-400 è un sistema di difesa aerea che utilizza 4 tipi diversi di missili a medio e lungo. Il missile è lanciato da un condotto di lancio e può arrivare ad un altezza di 30 metri prima che si azioni il la propulsione secondaria. La portata di fuoco invece può arrivare a coprire una distanza di ben 600 KM. I missili sono dotati di un sistema di guida semiautomatica che permetta di direzionare il missile in una certa area. Una volta entrato nell'area il missile cerca il suo obiettivo automaticamente agganciandosi a a fonti di energia compatibili con il suo sistema di puntamento.
    I possibili obiettivi da cui il sistema missilistico fornisce copertura sono i più svariati. La lista comprende jet figher, elicotteri, missili cuiser e cruiser ipersonici, missili tattici, aerobaistici ecc. Il sistema radar dell'S-400 è un grado di identificate ben 300 obiettivi simultaneamente a 600 Km di distanza.
    Il colonnello Sergei Khatylev ha fatto notare, quindi, come la difesa americana, per quando possa essere considerata performante, tatticamente, non regge il confronto con il sistema S-400. Ad onor del vero, l'area di sorveglianza americana copre solo determinati settori più sensibili per Washington, mentre Mosca ha dei bisogni difensivi di gran lunga più estesi. I sistemi Patriot americani però non sono all'avanguardia come quelli russi. Ad esempio, il sistema patriot fatica a reagire se l'obiettivo cambia improvvisamente direzione e soffre di condizioni di lancio più sfavorevoli rispetto a quelle dell' S-400.
    Se la Russia sembra avere la meglio sul piano difensivo, anche nell'offensiva le prospettive di confronto sono scoraggianti per gli USA.
    Washington sembra non aver ancora risolto i suoi problemi con i tristemente noti Figher-35. Secondo fonti giornalistiche, i veicoli non sarebbero in grado di sparare un solo colpo con la loro arma principale (un cannone a fuoco rapido da 25 mm) fino al 2019. Si sarebbero riscontrate, infatti, delle difficoltà insormontabili con il software di supporto dell'arma. Inoltre il veicolo risulterebbe troppo facilmente individuabile secondo la revisione indipendente della RAND Corporation. L'efficacia degli F-35 resterebbe,in fin dei conti, solo sulla carta e le lamentele degli alleati americani in merito aumentano giorno dopo giorno.
    Il Cremlino invece ha annunciato, non molto tempo fa, l'imminente completamento dei Sukhoi PAK-FA di 5 generazione. Questi aerei da combattimento una volta dispiegati dovrebbero superare qualitativamente le performance degli F-35 in ogni aspetto.
    Se veramente l'efficienza, millantata da Mosca, rispetto al proprio potere aereo sia una realtà concreta è difficile da stabilire con certezza. Le dimostrazioni pratiche del sistema S-400, infatti, sono poche e il suo impiego sul campo non è ancora avvenuto in maniera così significativa da permettere un bilancio neutrale.

    La situazione merita comunque la massima attenzione visti, sia gli attriti degli ultimi due anni tra l'occidente e il Cremlino, sia la difficile situazione del settore ricerca e sviluppo dei sistemi americani impiegati nello spesso campo. Sanzioni Russe: una prospettiva da Mosca

mercoledì 2 dicembre 2015

Economia: la strada da seguire

Economia
Visco: La forza dell'Europa è nello stare uniti
Simone Romano
27/11/2015
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C’è bisogno di più Europa e non di meno euro. È questa la posizione esposta dal governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco nel suo intervento in occasione delle celebrazioni per il cinquantenario del nostro Istituto.

Visco ha offerto una riflessione sul delicato momento che l’Unione europea, Ue, e l’Eurozona stanno vivendo. Partendo dall’analisi degli eventi che hanno preceduto la crisi finanziaria e dei debiti sovrani e passando in rassegna le misure messe in atto per contrastare la conseguente recessione, il governatore ha delineato la strada da intraprendere per superare le attuali difficoltà e garantire all’Ue un futuro migliore.

Rischi di una moneta senza Stato 
La necessità di completare l’Unione monetaria europea, rendendola più forte attraverso la realizzazione di una vera unione politica, è in questo momento ampiamente dibattuta. Tuttavia, ha sottolineato il numero uno di Banca d’Italia, questa questione è stata a lungo sottovalutata o volutamente ignorata.

L’incompletezza del progetto europeo ha giocato un ruolo fondamentale nella crisi dei debiti sovrani che ha rivelato una sostanziale mancanza di fiducia nel futuro dell’euro e dell’Unione monetaria. La gravità di tale crisi ha minacciato l’esistenza stessa della moneta unica e, quindi, del progresso più importante compiuto verso l’integrazione finanziaria europea.

Ciò che è accaduto negli ultimi anni ha confermato la lungimirante visione di Tommaso Padoa Schioppa che aveva messo in guardia dai pericoli di una moneta senza Stato.

La moneta unica europea, seppure rappresenti un cambiamento di portata storica, è solo un passo nel processo di creazione di una genuina e profonda unione economica e monetaria e non può rappresentare in alcun modo il traguardo finale.

Nell’assenza di unione politica, Visco ha evidenziato come la governance dell’area dell’euro si sia retta su una fragile alleanza tra forze di mercato e regole di condotta. Questa però non è riuscita a garantire che i comportamenti degli agenti nazionali fossero in linea con il benessere dell’area euro nel suo complesso. La soluzione non è tornare sui propri passi, ma accelerare verso un’unione fiscale e politica.

Risposte alla recessione
Il lungo periodo di recessione che è seguito alla crisi finanziaria e in seguito a quella dei debiti sovrani ha avuto cause radicate sia in ambito nazionale che comunitario. Al primo va iscritta la fragilità delle economie e delle finanze pubbliche di alcuni Stati membri, al secondo l’incompletezza della costruzione europea.

Le misure messe in campo per rispondere a questo periodo di difficoltà si sono articolate in entrambi questi ambiti. I singoli Stati hanno intrapreso politiche di consolidamento fiscale e riforme strutturali volte a favorire la competitività e a rendere più sostenibili le dinamiche del debito pubblico.

A livello comunitario è stata avviata un’opera di riforma della governance economica europea di vasta portata. Nonostante i tanti ostacoli, il giudizio del governatore è che ci si sia mossi nella giusta direzione.

Visco ha anche ribadito la necessità dell’unione bancaria e del completamento dell’unione dei mercati finanziari al fine di ottenere un’Eurozona meno esposta ai rischi derivanti dagli shock asimmetrici.

Anche l’opera svolta della Banca centrale europea, Bce, è stata preziosa, permettendo di mitigare la contrazione della domanda aggregata e contrastando la pressione dei mercati finanziari sui titoli del debito pubblico di molti Stati europei. Tuttavia, quanto fatto fino ad ora non basta,la politica monetaria non può da sola garantire una crescita sostenuta e sostenibile.

Le sfide che l’attuale congiuntura economica pone sono molteplici: sostenere la domanda aggregata, innalzare i livelli di occupazione, governare il processo di automazione e le dinamiche demografiche in modo che siano compatibili con la crescita economica e con la tutela dell’ambiente. In tal senso, le riforme su scala nazionale volte ad aumentare il potenziale di crescita attraverso un miglioramento della produttività sono necessarie, ma non sufficienti a risolvere i problemi attuali dell’Eurozona.

La strada da seguire
Secondo Visco, il sentiero da seguire è quello indicato dal rapporto scritto a giugno dai cinque presidenti che stabilisce le linee guida da percorrere per completare l’Unione monetaria europea e per aumentare la robustezza della stessa agli shock locali.

Alle azioni in campo economico e finanziario però si devono accompagnare parallelamente azioni a livello istituzionale e politico. La revisione del ruolo della Bce e la vigilanza macroprudenziale sugli istituti di credito sono passi importanti, ma le recenti opposizioni a uno schema di assicurazione e garanzia unico per i depositi lasciano intendere che il cammino verso un’unione economica più solida non sarà semplice.

Quello che è certo è che le azioni necessarie per rafforzare l’Unione monetaria europea richiedono non solo uno slancio di fiducia nella costruzione europea, ma anche la comprensione che il benessere di ogni stato membro dipende dalla persecuzione del bene dell’Ue. La forza dell’Europa è nello stare uniti. Ora più che mai si è chiamati a realizzare questa unità.
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Verso un cambiamento strutturale dell'economia europea

Economia 
Investimenti europei a sostegno della crescita
Alberto Majocchi
18/11/2015
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L’eurozona sta uscendo dalla recessione, ma a un ritmo ancora debole e incapace di generare l’aumento dei posti di lavoro necessario per ridurre il livello di disoccupazione.

Questo almeno quello che ci dicono i dati del Fondo Monetario Internazionale, Fmi, che prevedono per il 2015 e il 2016 un tasso di sviluppo nell’eurozona rispettivamente dell’1,5% e dell’1,6%. Un tasso che è ancora largamente inferiore a quello di crescita dell’economia statunitense, che viene stimato pari al 3,1% e al 3,6% nei due anni considerati.

Gli investimenti della Bei
In verità, la Commissione europea si è resa conto che occorre stimolare la domanda per accompagnare la manovra di espansione monetaria promossa da Mario Draghi. Ha quindi elaborato un piano per promuovere un flusso di 315 miliardi di investimenti in tre anni grazie all’intervento della Banca Europea degli Investimenti, Bei, garantiti da 16 miliardi messi a disposizione dal bilancio europeo e da 5 miliardi concessi dalla Bei.

Si tratta di una svolta importante, soprattutto in relazione al riconoscimento del fatto che, in presenza di un processo di sdebitamento generalizzato nel settore pubblico e privato (deleveraging), un sostegno della domanda aggregata è indispensabile, anche per sostenere gli effetti espansivi del Quantitative Easing. Un passo in avanti, ma ancora insufficiente.

In realtà l’Europa si trova di fronte a una serie di problemi, che si intrecciano e che richiedono misure incisive per essere affrontati e risolti. In primo luogo c’è un problema di debolezza della domanda effettiva, a seguito delle manovre di consolidamento fiscale; ma c’è anche, al contempo, un accentuarsi del divario fra i paesi della core Europe e i paesi periferici.

Vi è infine un problema strutturale legato da un lato alla globalizzazione che ha favorito la delocalizzazione dei processi produttivi nei settori più maturi e, d’altro lato, agli sviluppi tecnologici che rendono più concreta la prospettiva di una ripresa economica non accompagnata da una crescita dell’occupazione (jobless recovery).

A fronte di queste difficoltà il piano Juncker, rivolgendosi a tutti i paesi dell’Unione e al fine di essere avviato in tempi brevi per sostenere l’uscita dalla crisi, non prevede un aumento delle dimensioni del bilancio europeo, ma si limita a fornire una garanzia affinché la Bei possa finanziare anche investimenti caratterizzati da un maggior grado di rischio.

Rischio jobless recovery 
Tutto questo non basta più. Occorre puntare su una dose massiccia di investimenti, non soltanto per completare le reti infrastrutturali (energia, trasporti, banda larga), ma anche per promuovere l’innovazione, la ricerca e sviluppo, l’istruzione superiore al fine di aumentare la produttività e, quindi, la competitività delle imprese europee.

E si tratta al contempo di fare in modo che vengano superate le asimmetrie fra i paesi del nord e del sud, determinate dal fatto che la Germania, dopo il varo della moneta unica, è entrata in un circolo virtuoso di investimenti.

Se da una parte questi hanno favorito la produttività e, quindi, la crescita delle esportazioni; dall’altra la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto ha subito una frenata. Tutto questo ha impedito un riequilibrio a medio termine della bilancia commerciale dei paesi del sud, obbligati di conseguenza a pesanti manovre deflative, che hanno reso sempre più ampio il divario all’interno dell’eurozona.

D’altra parte, anche il rischio di una jobless recovery deve essere affrontato attraverso misure di sviluppo sostenibile destinate a promuovere non soltanto la tutela dell’ambiente, ma anche la soluzione dei problemi sociali connessi alla crescita della disoccupazione, determinata non soltanto dalla crisi, ma anche dallo sviluppo tecnologico.

Cambiamento strutturale dell’economia europea 
Tutto questo richiede che, al di là del piano Juncker, nuove risorse vengano destinate al bilancio europeo per sostenere gli investimenti e la produzione di beni pubblici necessari per affrontare la sfida di una crescita sostenibile, garantendo il finanziamento di un fondo all’interno del bilancio dell’Unione che sia in grado di promuovere un cambiamento strutturale dell’economia europea.

Per raggiungere questo obiettivo è necessario che un gruppo di paesi all’interno dell’Unione, a partire dai Paesi che fanno già parte dell’eurozona o intendano aderirvi in futuro, si doti, oltre che di una moneta comune, di un bilancio alimentato da vere e proprie entrate fiscali, in primo luogo un’imposta sulle transazioni finanziarie e una carbon tax.

L’attribuzione di nuove risorse proprie a un bilancio destinato ai paesi dell’eurozona all’interno del bilancio dell’Unione rappresenta una sfida rilevante dal punto di vista politico e allarga notevolmente il quadro rispetto agli obiettivi limitati del piano Juncker. Questo piano è importante per ridare fiato all’economia europea e ricostituire la fiducia dei cittadini nel processo di unificazione europea, e non soltanto nell’euro.

Una volta ricostituita la fiducia occorre che la parte più sensibile delle forze politiche e sociali si mobiliti per indurre gli Stati, a partire dai paesi dell’eurozona, ma includendo gli Stati che pensano di aderirvi in futuro, dopo la cessione della sovranità monetaria, a rinunciare parzialmente anche alla sovranità fiscale, procedendo così, dopo l’Unione monetaria e l’Unione bancaria, verso un’Unione fiscale che a sua volta dovrà sfociare necessariamente in un’Unione politica.

Alberto Majocchi è Professore di Scienza delle Finanze nell’Università di Pavia e Vice-Presidente del Centro Studi sul Federalismo di Torino.
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lunedì 30 novembre 2015

Siria ed Iraq al centro degli interessi internazionali

di Alessandro Ugo Imbriglia

In Siria, nelle ultime settimane, le potenze sunnite hanno fornito missili anticarro a gruppi dell’Esercito Siriano Libero e del Fronte Islamico, mentre non si dimostra efficace l’offensiva delle forze armate del regime, sostenute dal supporto logistico e militare iraniano oltre che dai raid russi. Dunque il piano di Vladimir Putin, finalizzato a facilitare lo scontro tra Assad e i jihadisti per aumentare il potere di contrattazione del regime in un eventuale patto con la comunità internazionale, si sta rivelando più complicato del previsto. La Russia vorrebbe svolgere un ruolo da protagonista nella soluzione della crisi, perché ne uscirebbe rafforzata sul piano del prestigio, consolidando la propria posizione in Medio Oriente. Per tal motivo sta rafforzando i contatti con le altre potenze internazionali, lasciando intendere che la resistenza potrebbe partecipare al negoziato. La Russia sarebbe favorevole ad un passo indietro del presidente siriano dopo le elezioni, mentre Stati Uniti, Arabia Saudita e Turchia sosterrebbero le elezioni solo dopo l’uscita di scena di Assad. Nel frattempo, sul fronte iracheno, l’esercito e le tribù sunnite locali hanno sottratto il 40 per cento della provincia di Ramadi, a circa 127 chilometri a ovest di Baghdad, al gruppo Stato Islamico, compreso l’impianto di raffinazione di Baiji. La provincia di Ramadi si estende per 138.500 chilometri quadrati nella parte occidentale del paese, e prima del conflitto aveva un milione e mezzo di abitanti. Una seconda operazione via terra, condotta dai peshmerga e coaudivata dalle forze statunitensi è stata effettuata a sette chilometri a nord dalla città di Hawija,  nell’area occidentale dell’Iraq, al confine con il Kurdistan iracheno, e ha condotto alla liberazione di circa settanta ostaggi che stavano per essere giustiziati. Era  previsto che le truppe statunitensi si limitassero a fornire consulenza ai combattenti curdi, ma sono intervenute sul campo a causa delle difficoltà incontrate dal contingente curdo. Durante l’incursione ha perso la vita un militare statunitense, il primo da quando il presidente Obama ha ordinato il ritiro delle truppe dall’Iraq nel 2011. Inoltre è la prima volta che un soldato americano perde la vita in un combattimento sul terreno contro il gruppo Stato islamico. Il soldato è stato colpito a Hawija e poi trasportato all’ospedale di Erbil, dove è deceduto. A questo punto  sarà fondamentale per le forze irachene consolidare le due vittorie e giungere ad una riconciliazione con gli abitanti dei territori sottratti al controllo dello Stato Islamico. Una fonte del ministero della difesa iracheno ha rivelato che il governo iracheno non era stato informato dell’operazione di salvataggio. In questo quadro complicato gli Stati Uniti provano a coniugare gli interessi delle forze curde con gli obiettivi delle autorità irachene, che combattono entrambe contro lo Stato islamico, nonostante l’equilibrio precario che ha contraddistinto da sempre i loro rapporti. Dall’anno scorso diversi consiglieri militari e istruttori statunitensi sono tornati in alcune zone dell’Iraq per addestrare le truppe irachene e i combattenti curdi. A questo punto  sarà fondamentale per le forze curde ed irachene consolidare le due vittorie e giungere ad una riconciliazione con gli abitanti dei territori sottratti al controllo dello Stato Islamico.
27 ottobre 2015
Alessandro Ugo Imbriglia
uogo1990@hotmail.it