giovedì 26 dicembre 2019
giovedì 19 dicembre 2019
Materiali per l'Analisi Parametrale 9
Popolazione
Valentina Trogu
Il parametro in questione tiene conto
della difficoltà di gestione delle popolazioni numerose. In Africa la
difficoltà maggiore, più che riferirsi al numero di abitanti, si rivela essere
quella di gestire il multiculturalismo della popolazione. Come già detto le
etnie presenti nel continente sono tantissime e presentano tradizioni, culture,
lingue differenti. Queste diversità incidono sullo sviluppo sociale di uno
Stato soprattutto se alla base della maggior parte delle minoranze etniche
troviamo povertà, accesso inadeguato all’istruzione, alla salute e ai servizi
igienico sanitari. La capacità di sviluppo sociale di uno Stato si può
paragonare a quella che la psicologia sociale definisce come la capacità di un
individuo di far emergere, modificare ed
instaurare relazioni competenti con le altre persone, ossia la capacità di
socializzazione. Gli individui entrano a far parte del contesto socio-culturale
attraverso due processi. Un primo processo di apertura e partecipazione alle
relazioni con gli altri ed un secondo di mantenimento della propria
differenziazione dall’altro. Per lo svolgimento del processo di sviluppo
sociale, devono esserci le condizioni affinché si sviluppi la competenza
sociale, la consapevolezza sociale e la conoscenza sociale. La competenza si
riferisce alla capacità di interagire adeguatamente ai diversi contesti, di
elaborare informazioni e risolvere problemi di natura sociale; la consapevolezza
è riferita alla capacità di riconoscersi come parte di un gruppo ma anche come
membro indipendente e la conoscenza riguarda l’acquisizione dei principi e
delle regole che governano il complesso sistema delle relazioni interpersonali.
Se uno stato non dovesse riuscire a creare le condizioni adatte affinché ogni
individuo raggiunga un sufficiente sviluppo sociale, la numerosa popolazione
(in più multietnica) può diventare un fattore di squilibrio rilevante.
domenica 15 dicembre 2019
Materiali per l'Analisi Parametrale 8
DISASTRI NATURALI
Valetina Trogu
La capacità dello stato è messa a dura
prova dai disastri naturali che aggravano problematiche già presenti. Shocks
esterni come la siccità conducono, per esempio, all’insicurezza alimentare e
alla malnutrizione, già abbondantemente presente in Africa. Basti pensare che
oltre 3,5 milioni di persone muoiono all’anno per la malnutrizione e che il 35%
delle morti riguarda bambini sotto i 5 anni. Una dieta senza il giusto apporto
di calorie, proteine e micronutrienti, poi, aumenta il rischio di sviluppare
gravi ritardi mentali e di contrarre malattie quali polmoniti e dissenteria.
Le stime della Fao sui dati
dell'International Disaster Database relativi ai disastri naturali nel
continente africano riportano danni economici in 10 anni per 1.500 miliardi di
dollari. Sono state colpite oltre 2 miliardi di persone e ne sono morte 1,5
milioni. Nello specifico, il settore primario subisce il 22% del totale dei
danni e delle perdite causate dai disastri naturali in paesi in cui
l’agricoltura è la principale fonte di reddito per il 60% della popolazione. La
percentuale dei danni sale al 25% se si contano solo quelli legati al
cambiamento climatico.
Nel 2017, l’Africa è stata colpita
duramente dalla colata di fango in Sierra Leone che ha travolto interi villaggi
causando 400 morti, dal ciclone Enawo in Madagascar, con 80 decessi e 247 mila
persone senza tetto, da pesanti siccità che hanno sterminato le coltivazioni e
colpito duramente la popolazione. Nel Malawi, nonostante la presenza di
notevoli bacini idrici (pensate che il Lago Malawi è il nono più grande del
mondo) la temperatura ha superato i 46°, portando milioni di persone a
sopravvivere solamente attraverso agli aiuti alimentari internazionali. Nello
stesso tempo il governo ha denunciato un aumento dei periodi di forte siccità e
un aumento del numero di inondazioni, quadro di un clima in mutazione (dati del
National Climate Change Policy, Government of Malawi).
Le zone dell'Africa subsahariana sono le
più a rischio del mondo per perdite economiche causate da fenomeni di siccità
acuta (come riportato dagli studi Dilley and others del 2005 e Fao 2006). Parliamo
di zone in cui l'agricoltura raggiunge il 25% del prodotto interno lordo, il
50% se si include l'agro-business, e in cui oltre 264 milioni di persone hanno
sofferto la siccità nel periodo compreso tra il 1980 e il 2014. Ogni siccità
causa un calo del settore agricolo pari al 3,5% del suo valore all’interno dei
Paesi colpiti al di sotto del Sahara.
In generale, i disastri naturali sono per
il 90% legati all'acqua con la conseguenza che il 70% delle morti totali
causate dai disastri naturali è dovuto ad eventi catastrofici che hanno a che
fare proprio con l'acqua. Non si tratta solo di danni diretti alle persone e
alle coltivazioni, ma anche dei danni provocati ai sistemi di irrigazione, di
stoccaggio, agli animali, ai trasporti e molto altro.
venerdì 13 dicembre 2019
Materiali per Analisi Parametrale 7
MALATTIA ENDEMICHE HIV/AIDS
e sanità
Valentina Trogu
Fattori di rischio che servono da
parametri per valutare la capacità economica di uno Stato sono legati alla
sanità. Malattie ed alta mortalità, infatti, influiscono notevolmente sullo
sviluppo economico di una regione come ad esempio in Africa Sub-sahariana. Qui,
il tasso di infezione HIV/AIDS è il più alto del mondo ed è una minaccia
economica rilevante per la regione stessa. Dati relativi al 2016 riferiscono
come il paese con il più alto tasso di prevalenza su un adulto sia lo
Swaziland, seguito da Lesotho, Botswana, Sud Africa, Namibia, Zimbabwe, Zambia,
Mozambico, Malawi, Uganda, Guinea Equatoriale, Kenya, Tanzania, Repubblica
Centrafricana, Cameroon e Gabon. Le prime sedici posizioni di una classifica
mondiale sono ricoperte da paesi africani ma la lista dei paesi afflitti
dall’HIV e dall’AIDS in Africa è molto più lunga.
Cifre generali indicano la presenza di 19
milioni di persone con HIV/AIDS in Africa meridionale e orientale, 6 milioni e
mezzo in Africa centrale e occidentale per una stima di 800 mila decessi nel
2015 solo in Africa Sub Sahariana. L’intervento da mettere in atto precede lo
sviluppo dell’infezione di HIV che se supera specifiche soglie, poi, diventa
AIDS, malattia che emargina e indebolisce progressivamente l’individuo.
L’emergenza, per essere combattuta, necessita di trattamenti con farmaci
antiretrovirali e campagne di informazione sui rischi dell’HIV/AIDS e sulle modalità di prevenzione del contagio;
soluzioni apparentemente semplici ma che i paesi più poveri del mondo non
possono permettersi. Occorre strutturare strategie per portare i servizi
sanitari alle persone e tentare di distruggere definitivamente l’HIV. Il primo
passo è procedere con uno screening per l’HIV ma non è semplice convincere i
locali a recarsi nelle poche strutture sanitarie presenti. In Tanzania, il 5%
della popolazione è sieropositivo ma solo il 70% sa di esserlo perché ha
effettuato il test. La riluttanza nel fare lo screening deriva dal fatto che,
mentre nei paesi cosiddetti occidentali parlare di HIV e AIDS non è più un tabù
e si è arrivati alla consapevolezza che non bisogna averne paura, in Africa,
soprattutto nelle zone più rurali, essere sieropositivi comporta l’esclusione
sociale per ragioni antropologiche e culturali. In altri casi la scelta è
determinata dalla considerazione che, volendo evitare di fare il test nel
centro più vicino al luogo in cui si vive per paura della reazione della
comunità difronte al rischio di essere malati, si dovrebbe intraprendere un
viaggio che comporterebbe una spesa economica difficile da sostenere. Ecco
perché bisogna portare i servizi ai cittadini e coinvolgerli direttamente nella
prevenzione. Le organizzazioni internazionali stanno fornendo un importante
aiuto collaborando, dove possibile, con le autorità e i governi. Una delle
problematiche più rilevanti riguarda l’incapacità di autonomia del continente
africano della gestione dell’HIV e delle malattie in generale a causa del
fragile sistema sanitario.
Il tema della sanità, per quanto gli
ultimi anni abbiano visto un’evoluzione nel campo, rimane, infatti, una
questione scottante in Africa. Le risorse richieste per l’assorbimento di
malattie come l’AIDS, l’ebola, la tubercolosi, sono ingenti e difficilmente
sanabili autonomamente. Intanto il numero dei morti è elevato. Nel 2015, secondo
i dati riportati dal “Global tuberculosis report”, la Nigeria è stato uno dei
paesi più colpiti dalla tubercolosi, malattia che causa ogni anno in Africa
circa 281 nuovi casi di tubercolosi ogni 100 mila abitanti. La malaria è
un’altra malattia che conta 214 milioni di casi e 438 mila decessi in un anno. La
zona del mondo più colpita da questa malattia è stata l’Africa subsahariana; si
sono registrati l’88 per cento dei casi di malaria e il 90% dei decessi.
Oltre alle malattie citate, nel continente
africano ne sono presenti molte altre a fronte della presenza, invece, di pochi
medici. In Africa si stima che operi solo il 3%di tutto il personale sanitario
mondiale pur essendo caratterizzata dal maggior numero di malattie del mondo
intero. In Liberia, nella Guinea e in Sierra Leone si trova un sistema
sanitario con 4,5 medici ogni 100 mila abitanti; rapportando alla media
italiana di 376 medici ogni 10 mila persone la differenza è eclatante.
L’accesso alle cure, poi, è limitato dalle capacità economiche dell’individuo
con la conseguenza che 4 persone su 5 non possono accedere al sistema
sanitario. E’ chiaro, adesso, come mai il 40% della popolazione africana muore
a causa di malattie infettive quando in occidente la stima è dell’1%. Un
cambiamento dei dati si potrà avere solo attraverso una forte volontà politica
del governo degli stati africani. Un esempio positivo è dato dall’Etiopia, uno
dei pochi paesi che ha preso seriamente in considerazione la problematica della
salute ottenendo importanti risultati nella prevenzione delle malattie
infettive. La maggior parte dei governi, invece, predilige altri interessi e
spende i soldi non per la salute dei cittadini (diritto universale) ma per
seguire altre strade. Parliamo di paesi “ricchi” come l’Angola (2 milioni di
barili di petrolio al giorno), la Nigeria (1,75 milioni di barili al giorno), il
Gabon (1,7 milioni di barili) e il Congo (300 mila barili).
martedì 10 dicembre 2019
Materiali per Analisi Parametrale 6
CORRUZIONE
Valetnina Trogu
Uno dei vincoli più seri allo sviluppo delle società civili è la corruzione. In Africa il livello di corruzione su vasta scala è tra le minacce più grandi alla sicurezza e allo sviluppo del continente. I numeri che vi proporremo sono stati prodotti da Trasparency International, un’organizzazione non governativa che si pone l’obiettivo di combattere la corruzione su scala mondiale enfatizzando un cambiamento globale che dia al mondo la libertà dalla corruzione. Le prime dieci posizioni relative ai paesi con più corruzione sono coperte dalla Somalia, Sud Sudan, Siria, Corea del Nord, Yemen, Afghanistan, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau, Sudan e Burundi. La corruzione sembra, dunque, dilagare nei paesi in cui non c’è la presenza di un governo centrale stabile oppure dove vige un regime poco democratico e tende ad alimentare questa instabilità minando le fondamenta del sistema sociale. Quali sono le motivazioni alla base della corruzione? Vi è l’avidità e il desiderio di ricchezza e di potere, la possibilità di un guadagno facile, un rischio limitato di venire scoperto e una pena esigua nel momento in cui il reato dovesse essere scoperto. La corruzione rompe le regole sociali e le norme di uno Stato contrapponendosi al termine “integrità” che tiene unito il sistema di valori di un individuo. In Africa, è possibile legare la corruzione dilagante ad una teoria detta Broken Windows Theory (teoria delle finestre rotte) elaborata dai criminologi Wilson e Kelling secondo cui la criminalità (inclusa la corruzione) è l’inevitabile risultato del degrado e del disordine. L’esempio è quello di una fabbrica o un ufficio con una finestra rotta. I passanti guardandola arriveranno alla conclusione che nessuno se ne cura, che nessuno ne ha il controllo. Presto tutte le finestre saranno rotte e l’edificio sarà occupato da vandali e criminali e i passanti penseranno che non solo nessuno controlla l’edificio ma anche che nessuno controlla la strada su cui si affaccia. Solo bande di giovani sbandati e criminali sconsiderati possono avere qualcosa da fare in una strada non controllata, così sempre più cittadini abbandoneranno quella strada a coloro che vi agiranno in cerca di prede. Si evince, così, che la diffusione del disordine ambientale contribuisce al disordine sociale, l’ambiente degradato degrada il comportamento portando alla corruzione e che il degrado ambientale, poi, influenza la percezione della sicurezza. In linea generale quella che ha luogo in Africa è la teoria del potere del contesto secondo la quale il comportamento è in funzione del contesto sociale. Contesti di instabilità, criminalità e poche opportunità sono alla base della dilagante corruzione nei paesi africani. Non per altro la Somalia, definito Stato Fallito, è in cima alla lista dei paesi corrotti con circa l’80% di tassi di corruzione. Il punteggio attribuito al Paese (si fa riferimento ad una scala che assegna un punteggio da 0 -altamente corrotto - a 100 - per niente corrotto) è di 10 punti seguito dal Sud Sudan con 13 punti. La Nigeria ha un punteggio di 27 mentre i paesi meno corrotti in Africa risultano essere le isole Seychelles con 66 punti su 100 e Botswana, Capo Verde, Rwanda e Namibia, che hanno ottenuto rispettivamente 61, 57, 56 e 53 punti. Restano situazioni critiche, invece, in otto paesi sub-sahariani: Repubblica democratica del Congo, Angola, Ciad, Repubblica del Congo, Burundi, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau e Sudan. Altri paesi, come Burkina Faso, eSwatini e Costa d’Avorio, hanno migliorato i loro punteggi ma rimangono caratterizzati da alcune criticità. Qual è la differenza tra questi paesi? Le Seychelles e il Botswana (quindi i paesi con il
Valetnina Trogu
Uno dei vincoli più seri allo sviluppo delle società civili è la corruzione. In Africa il livello di corruzione su vasta scala è tra le minacce più grandi alla sicurezza e allo sviluppo del continente. I numeri che vi proporremo sono stati prodotti da Trasparency International, un’organizzazione non governativa che si pone l’obiettivo di combattere la corruzione su scala mondiale enfatizzando un cambiamento globale che dia al mondo la libertà dalla corruzione. Le prime dieci posizioni relative ai paesi con più corruzione sono coperte dalla Somalia, Sud Sudan, Siria, Corea del Nord, Yemen, Afghanistan, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau, Sudan e Burundi. La corruzione sembra, dunque, dilagare nei paesi in cui non c’è la presenza di un governo centrale stabile oppure dove vige un regime poco democratico e tende ad alimentare questa instabilità minando le fondamenta del sistema sociale. Quali sono le motivazioni alla base della corruzione? Vi è l’avidità e il desiderio di ricchezza e di potere, la possibilità di un guadagno facile, un rischio limitato di venire scoperto e una pena esigua nel momento in cui il reato dovesse essere scoperto. La corruzione rompe le regole sociali e le norme di uno Stato contrapponendosi al termine “integrità” che tiene unito il sistema di valori di un individuo. In Africa, è possibile legare la corruzione dilagante ad una teoria detta Broken Windows Theory (teoria delle finestre rotte) elaborata dai criminologi Wilson e Kelling secondo cui la criminalità (inclusa la corruzione) è l’inevitabile risultato del degrado e del disordine. L’esempio è quello di una fabbrica o un ufficio con una finestra rotta. I passanti guardandola arriveranno alla conclusione che nessuno se ne cura, che nessuno ne ha il controllo. Presto tutte le finestre saranno rotte e l’edificio sarà occupato da vandali e criminali e i passanti penseranno che non solo nessuno controlla l’edificio ma anche che nessuno controlla la strada su cui si affaccia. Solo bande di giovani sbandati e criminali sconsiderati possono avere qualcosa da fare in una strada non controllata, così sempre più cittadini abbandoneranno quella strada a coloro che vi agiranno in cerca di prede. Si evince, così, che la diffusione del disordine ambientale contribuisce al disordine sociale, l’ambiente degradato degrada il comportamento portando alla corruzione e che il degrado ambientale, poi, influenza la percezione della sicurezza. In linea generale quella che ha luogo in Africa è la teoria del potere del contesto secondo la quale il comportamento è in funzione del contesto sociale. Contesti di instabilità, criminalità e poche opportunità sono alla base della dilagante corruzione nei paesi africani. Non per altro la Somalia, definito Stato Fallito, è in cima alla lista dei paesi corrotti con circa l’80% di tassi di corruzione. Il punteggio attribuito al Paese (si fa riferimento ad una scala che assegna un punteggio da 0 -altamente corrotto - a 100 - per niente corrotto) è di 10 punti seguito dal Sud Sudan con 13 punti. La Nigeria ha un punteggio di 27 mentre i paesi meno corrotti in Africa risultano essere le isole Seychelles con 66 punti su 100 e Botswana, Capo Verde, Rwanda e Namibia, che hanno ottenuto rispettivamente 61, 57, 56 e 53 punti. Restano situazioni critiche, invece, in otto paesi sub-sahariani: Repubblica democratica del Congo, Angola, Ciad, Repubblica del Congo, Burundi, Guinea Equatoriale, Guinea Bissau e Sudan. Altri paesi, come Burkina Faso, eSwatini e Costa d’Avorio, hanno migliorato i loro punteggi ma rimangono caratterizzati da alcune criticità. Qual è la differenza tra questi paesi? Le Seychelles e il Botswana (quindi i paesi con il
punteggio più alto rispetto ad altri paesi
della regione) hanno saputo realizzare sistemi democratici e di governance
relativamente ben funzionanti mentre l’Africa sub-sahariana è rimasta una
regione in cui prevalgono forti
contrasti politici e socio-economici e dove si trovano paesi ancora dominati da
leader autoritari e semi-autoritari. E, come abbiamo appurato, i regimi
autocratici, insieme ai conflitti civili, alle deboli istituzioni e a sistemi
politici poco interessati alla risoluzione del problema, minano qualunque
sforzo intrapreso a livello regionale per contrastare la corruzione.
mercoledì 4 dicembre 2019
Materiali per Anasili Parametrale 5
L’analisi effettuata prende in
considerazione tre tipi di regime politico: democrazia, “anocracy”[1]
e autocrazia.Si intende per “anocracy” un regime politico che non risulti né completamente
democratico né completamente autocratico, essa comporta l’instaurazione di
sistemi di governo variamente “ibridi” in Paesi caratterizzati da una fase di
transizione verso la democrazia. Alcuni Paesi, come Messico, Nicaragua, Senegal, e Taiwan, sono
riusciti a creare un regime democratico uscendo da una fase autocratica
attraverso l’“anocracy”. Un certo
numero di Paesi africani, Burkina Faso, Gibuti, Guinea, e Tanzania, ha dato
l’avvio recentemente ad una cauta transizione verso una maggiore apertura dei
propri regimi politici,.I tre tipi di regime già menzionati
sono stati analizzati in base alle relative istituzioni politiche, in
particolare:
- le modalità di selezione della classe dirigente
(per esempio: elezione, colpi di Stato, successione ereditaria);
- le pressioni esercitate sul ruolo dell’élites (per
esempio: controlli forniti dal potere legislativo e giudiziario);
- il livello di coinvolgimento del popolo nel
processo politico (per esempio: tramite i partiti politici);
- il livello di accesso della popolazione al potere
politico (per esempio: il livello di rappresentanza delle minoranze);
- la neutralità e la professionalità dell’apparato
burocratico.
Il controllo dell’esecutivo e la
partecipazione della popolazione alle istituzioni hanno un consistente e
positivo effetto sulla stabilità politica. Se l’esecutivo è controllato da
altri livelli governativi e se la competizione politica è istituzionalizzata ed
efficace, l’instabilità politica è notevolmente bassa.
In assenza di controlli sull’esecutivo
e di effettiva partecipazione della popolazione alle istituzioni, anche in un
contesto di notevole crescita, l’instabilità è notevole.
In democrazia questi fattori tendono
ad esaltarsi reciprocamente. Attraverso le elezioni ed i partiti politici la
popolazione è coinvolta nella scelta della classe dirigente, il cui potere è
limitato dalla legge, dall’operato di una burocrazia autonoma e dalle
iniziative degli altri organi dello Stato.
Nell’autocrazia la partecipazione è
limitata ad una ristretta élite che sceglie l’esecutivo, rimuovendo le
eventuali limitazioni al relativo potere,
impiegando la burocrazia in funzione strumentale, favorendo il
clientelismo ed l’assegnazione mirata delle risorse.
La labilità delle istituzioni rende le
“anocracies” meno stabili e resistenti. In presenza di un
sistema parzialmente democratico, con scarsi controlli sull’esecutivo e
modesta partecipazione popolare,
l’instabilità politica è circa 10 volte superiore a quella associata a fattori
socio-economici (mortalità infantile, mercati chiusi, ecc.) : ciò è
frequente in Africa.
In Africa (e nel resto del mondo), le “anocracies” sono spesso prossime alla
crisi completa dello Stato. Le libere elezioni per un presidente o per un primo
ministro non sono sufficienti a garantire una piena democrazia, infatti le
elezioni possono essere di per se pericolose. Forti controlli sulla classe
dirigente e /o la regolare partecipazione popolare sono necessarie per creare
stabilità.
Dunque i Paesi completamente
democratici sono più stabili; i sistemi autocratici, particolarmente nei Paesi
con bassi livelli di reddito, sono relativamente stabili; le “anocracies” sono esposte ad un più alto
rischio di instabilità.
[1] Il termine inglese “Anocracy” può
essere tradotto in italiano con il termine anocracy , in maniera letterale,
oppure con il termine concettuale, con la parola “intercrazia”. Nell’uno e
nel’altro caso sono termini non di uso comune e corrente, come democrazia e
autocrazia. Si adotta, per questo lavoro, il termine inglese “anocracy” onde evitare possibili
confusioni o male interpretazione, inviando per il termine“anocracy” alla definizione di cui sopra.
giovedì 28 novembre 2019
Materiali per Analisi Parametrale 4
MOVIMENTI INTERNI DI STRATI DELLA POPOLAZIONE
Valentina Trogu
L’Africa è il continente in cui si conta
il maggior numero di Internally displaced
persons. Si tratta di civili, in maggioranza donne e bambini, che a causa
di persecuzioni e violenze sono stati costretti ad abbandonare le loro case per
andare in cerca di una nuova sicurezza. Si stima che l’Africa ospiti approssimativamente 11,6 milioni di
IDPs, quasi la metà (il 46%) del numero totale di IDPs presenti nel mondo,
quantificato intorno ai 26 milioni. Il Sudan è il Paese nel quale vi è la più
grande popolazione di IDPs (circa 5 milioni) e solo nel 2016 sono stati
registrati 922 mila i nuovi sfollati a causa dei conflitti interni presenti
nell’Africa centrale. Una risoluzione alla problematica in questione è stata
tentata nel 2009 con la Convenzione di Kampara volta a favorire la protezione e
l’assistenza degli sfollati interni in Africa. Il quadro normativo si basa sul
presupposto che gli Stati hanno la responsabilità primaria di rispettare e
proteggere i diritti degli IDPs, senza alcun tipo di discriminazione. Il testo della
Convenzione impone, dunque, una serie di obblighi per gli Stati che vi hanno
aderito tra cui proibire o impedire lo sfollamento arbitrario, garantire il
rispetto dei diritti umani, assicurare la responsabilità penale individuale e
di attori non statali coinvolti in attività che causano o contribuiscono allo sfollamento
e mantenere il carattere civile ed umanitario della protezione e
dell’assistenza agli IDPs. Sapendo che i portatori primari di obblighi spesso
coincidono con gli stessi soggetti che direttamente o indirettamente provocano
lo sfollamento, gli Stati Parte hanno assegnato un ruolo particolare all’Unione
Africana. Nello specifico, l’articolo 8 stabilisce che l’Unione Africana deve
essere considerata come un meccanismo di coordinamento che, in circostanze
eccezionali (poniamo ad esempio uno Stato che non è in grado o non vuole far
fronte ad uno sfollamento all’interno del suo territorio) funga da supporto o
sostituto dell’azione statale. La Convenzione è entrata ufficialmente in vigore
nel 2012, dopo che 15 paesi l’hanno ratificata per arrivare nel 2014 a 20
paesi. La particolarità del trattato è che protegge non solo le persone che
fuggono dalla propria casa a causa di violenze, persecuzioni, guerre,
violazioni di diritti umani e politici, ma anche civili, donne e bambini che sono
costretti a lasciare le zone di origine a causa di calamità naturali, disastri
ambientali o eventi climatici estremi come la siccità o le inondazioni. Si
stima che nel 2012 sono stati 7,7 milioni gli sfollati interni per cause
ambientali nei paesi che hanno firmato la Convenzione di Kampara. Tra i paesi
più colpiti troviamo l’Etiopia, soprattutto il sud-est del paese, al confine
con la Somalia. Una gravissima siccità ha portato più di 600 mila persone verso
la regione “Somali” dove si trova una popolazione etnicamente somala ma di
nazionalità etiope distribuita in 264 villaggi.
Uno dei paesi da cui parte il numero
maggiore di sfollati è la Repubblica Democratica del Congo. Il contesto è
chiarificatore del motivo alla base della fuga. Parliamo di uno dei paesi più
poveri al mondo (al 178° posto su 188 nel 2017), in cui 1 bambino su 10 muore
prima di compiere i 5 anni, dove il reddito pro capite è di circa 485 dollari
all’anno; un paese in cui la corruzione dilaga così come i conflitti presenti
soprattutto nell’est del paese e in cui la stabilità politica è un lontano
miraggio. Questa tragica situazione si contrappone alla ricchezza della
Repubblica Democratica del Congo ma nello stesso tempo ne è conseguenza. Lo
sfruttamento delle risorse minerarie e naturali – oro, diamanti, cobalto, rame,
tungsteno, stagno – ha una rilevanza geo-politica talmente alta da far sì che
gli interessi delle elité e di alcuni attori internazionali siano di mantenere
il paese instabile e povero per non far alzare i costi. A causa di interessi
economici, la popolazione vive in un contesto di povertà e violenza e decide di
allontanarsi diventando sfollati interni pur provenendo da uno dei paesi con le
maggiori risorse naturali del continente.
I movimenti interni di strati della
popolazione sono un fattore di rischio rilevante per uno Stato e ne valutano la
capacità di coesione sociale.
venerdì 22 novembre 2019
Materiali per Analisi Parametrale 3
FAZIONI ETNICHE E RELIGIOSE
Valentina Trogu
La presenza di numerose fazioni etniche e religiose porta
inevitabilmente a sottolineare una corrispondenza tra conflitti e instabilità
politica. Alla base ci sono fattori di discriminazione e di intolleranza. Dove
il sistema è intollerante verso una società multi-etnica e multi-religiosa si
verificano condizioni di instabilità sociale. Gli indicatori sintomatici di
questi aspetti sono due:
·
la connotazione etnica/religiosa di una
élite in una società eterogenea
·
l’esistenza di polizie pubbliche che
agiscono in maniera discriminatoria verso alcuni gruppi.
Ove sussistono questi indicatori troviamo le situazioni di rischio
più elevate per le cosiddette minoranze presenti in un gruppo della popolazione
che, a causa della non uniformità etnica, linguistica, religiosa e culturale,
vengono sottoposte a trattamenti diseguali e differenziati da parte della
maggioranza che si reputa universale ed impone le sue norme. Dal punto di vista
sociologico, una minoranza può essere numericamente superiore ad una
maggioranza risultando ugualmente discriminata e si riscontra la presenza di
tali minoranze, tratteggiate da fattori economici, politici, storici, in tutti
i paesi del mondo. Nella socio-economia, poi, il termine minoranza fa
riferimento alla subordinazione sociale di un gruppo etnico distinto dagli
altri per la lingua, la razza, la nazionalità o la religione. Ne sono un
esempio i popoli indigeni, non solo in Africa ma anche nell’America Latina e in
Oceania. Sono stati assoggettati, rinchiusi in riserve, impiegati come mano
d’opera a basso costo e privati della loro terra e dei beni, come ad esempio i
Pigmei nel cuore dell’Africa. Chi mette in atto le discriminazioni, spesso, è
il governo oppure altri settori della società. Nel 2003, una ricerca condotta
dall’University of Maryland’s Center for International Development &
Conflict Management (CIDCM) ha individuato 31 Stati africani con minoranze
etniche/religiose a rischio di azioni discriminatorie di cui nove Stati
(Angola, Burundi, Camerun, R.D. del Congo, Nigeria, Senegal, Sudan, Uganda e
Zimbabwe) presentano la situazione di rischio più elevato.
In Angola, per esempio, ci sono circa 90 gruppi etnici. Il
principale è costituto dagli Ovimbundu, che rappresentano poco meno del 40%
della popolazione e hanno costituito la base etnica dell’Unita durante la
guerra civile. Seguono i Mbundu (25% circa della popolazione) e i Bakongo
(14%). Meno numerosi ma rilevanti dal punto di vista dell’influenza economica e
politica sono i mestiços, gruppi di popolazione mista di origine africana,
europea e asiatica, che si concentrano soprattutto nelle città e costituiscono
il 3-5% circa della popolazione totale. Per quanto riguarda la religione, la
maggioranza degli abitanti del paese è cristiana (53%), mentre il resto della
popolazione pratica culti tradizionali (46,8%). Una esigua minoranza di persone
è di fede islamica.
In Nigeria ci sono più di 250 gruppi etnici che presentano una
enorme varietà di tradizioni, lingue, culture e religioni. Le principali etnie
nel Nord sono gli Hausa e i Fulb/Fulani, la maggioranza dei quali è di
religione musulmana. Altri importanti gruppi etnici del nord della Nigeria sono
Nupe, Tiv, e Kanuri. Nel sud-ovest predomina, invece, il popolo Yoruba che si
divide quasi equamente fra fede islamica e cristiana mentre una minoranza
professare l’antico culto animistico del loro
gruppo. L’etnia Igbo, invece, è di maggioranza cristiana e si trova
nelle zone centrali del Sud-Est. Le confessioni più diffuse sono il
protestantesimo ed il cattolicesimo ma sono presenti anche popolazioni di fede
anglicana, pentecostale ed evangelica. Infine, Gli Efik, gli Ibibio, gli Annang
e gli Ijaw costituiscono altre popolazioni del Sud-Est della
Nigeria. Tra tutte le 250 fazioni
etniche-religiose, gli Hausa-Fulani, gli Yoruba e gli Igbo sono i tre gruppi etnici da considerare
“leader” dato che hanno condizionato la storia nigeriana dalla sua
indipendenza. Dagli anni Sessanta, infatti, all’interno del Paese si è
radicalizzata una forte contrapposizione tra il Nord musulmano ed il Sud
cristiano. Le due aree da sempre si contendono la spartizione delle risorse
dello Stato federale e il potere di controllo politico e militare dei territori
causando scontri di natura interna e spinte secessionistiche, come la sanguinosa
guerra civile del Biafra, nel 1967, tentata dall’etnia Igbo per ottenere il
pieno dominio sui territori del Sud. Nonostante il ritorno alla democrazia nel
1999 e la balcanizzazione della Nigeria in 36 Stati federati diversi come
tentativo di fornire ad ogni gruppo etnico il proprio riconoscimento ed una
maggiore rappresentanza politica ed economica sul territorio occupato, negli
ultimi decenni sono state numerose le occasioni di conflitto fra i diversi
gruppi etnici, tutte di natura politica ed economica. Nella regione del Delta
del Niger, per esempio, i gruppi degli Ogoni e degli Ijaw hanno portato avanti
degli aspri conflitti con il governo centrale e le multinazionali estere per il
controllo del petrolio e dei suoi profitti economici. In Nigeria, dunque, così
come nel Sudan, sono le differenze religiose unite a interessi economici alla
base dei conflitti.
Nel Ruanda e nel Burundi, invece, i conflitti sono spesso provocati
da gruppi etnici che si ribellano in nome di una identità etnica. I due gruppi
etnici che costituiscono la quasi totalità della popolazione del Ruanda e del
Burundi sono gli Hutu (circa l’85% della popolazione) e i Tutsi (circa il 14%
della popolazione). Hutu e Tutsi vivevano insieme in società feudali dalla
struttura simile ma con rilevanti differenze. In Ruanda si trova, dal XVI
secolo, un regno dalla struttura molto centralizzata, basato su una rigida
divisione di ruoli tra gli allevatori-guerrieri tutsi e i coltivatori hutu e
con a capo un sovrano tutsi che esercitava un potere effettivo su una classe di
capi della stessa etnia. C’era anche una terza etnia, i pigmei twa, ma era
minoritaria e relegata in una posizione di marginalità. Lingua, religione,
tradizioni erano le stesse per gli hutu come per i tutsi ma il nord del Ruanda,
governato dagli hutu, per lungo tempo rimase restio a sottomettersi alla
struttura feudale del resto del paese, e ha comunque sempre conservato un forte
senso della propria diversità. Il Burundi differiva per la sua struttura
feudale che si caratterizzava dall’esistenza di una classe nobile ritenuta
«neutra», cioè né hutu né tutsi, detta ganwa, e dall’esistenza di un insieme di
principati locali che mal accettavano l’intromissione del sovrano nelle loro
vicende, orgogliosi di mantenere una propria autonomia. I regni del Ruanda e
dell’Urundi sono caduti, dopo la Conferenza di Berlino, sotto la sfera di
influenza tedesca, con conseguenti spedizioni e tentativi di penetrazione. I
risultati furono molto diversi per i due regni. In Ruanda il sovrano scelse di
collaborare ufficialmente con i colonizzatori, anche se si sviluppava una
nascosta resistenza passiva mascherata da un’apparente sottomissione. In
Burundi seguirono, invece, una lunga serie di scontri e violenze a cui gli
occupanti tedeschi risposero con campagne militari estremamente dure. Passati
in mano ai Belgi, le due etnie iniziarono ad essere studiate da un punto di
vista etnico-razziale, sulla base delle concezioni scientifiche dell’epoca.
Venne avvalorata l’idea per cui i tutsi fossero una popolazione con una
distinta origine razziale dagli hutu e vennero descritti dai colonizzatori come
i capi naturali, con un grande talento politico, abili nel nascondere il
proprio pensiero, caratterizzati da un’educazione volta all’acquisizione di un
grande autocontrollo dei sentimenti. Al contrario, gli hutu sono stati dipinti
come una popolazione naturalmente destinata a restare subordinata, come
agricoltori senza ambizioni, sinceri e spontanei in modo ingenuo, facili
all’ilarità e alle esplosioni incontrollate. Questa forte distinzione di
identità ha portato alla guerra civile e al genocidio del 1994 allontanando la
risoluzione delle problematiche del paese.
Nello Zimbabwe il gruppo etnico più diffuso è quello degli Shona ma
sono presenti molte altre culture che possono includere credenze e cerimonie
diverse. Circa l’80% dei cittadini del paese si identifica come cristiani di
cui il 63% sono protestanti (soprattutto seguaci delle Chiese africane) mentre
i seguaci delle religioni etniche sono circa l’11%. L’1% sono musulmani,
provenienti principalmente dal Mozambico e dal Malawi, lo 0,1% sono indù e lo
0,3% sono Baha’is. Circa il 7% dei cittadini non sono religiosi o sono atei. La
struttura sociale è rigida e si basa su regole prestabilite e rapporti
tradizionali consolidati. Per la protezione della propria cultura, lo Zimbabwe
è rimasto un paese isolato dal punto di vista economico, sociale e politico.
Nell’ambito dell’analisi parametrale, dunque, la presenza di fazioni
etnico-religiose mette a rischio la capacità di coesione sociale che sta alla
base di uno stato stabile e solido.
venerdì 15 novembre 2019
Materiale per Analsi Parametrale 2
Disoccupazione
VALENTINA TROGU
Un altro parametro identificabile come
fattore di squilibrio in termini di sicurezza dello Stato è la disoccupazione.
Cosa significa non avere un lavoro? Bassi livelli occupazionali hanno come
conseguenza l’assenza di opportunità economiche e possono causare
contraddizioni sociali creando condizioni favorevoli all’affermazione di
potenziali ribelli in una società che non ha gli strumenti idonei per
dissuadere dall’uso della violenza.
In Africa si contano più di 32 milioni di giovani senza un lavoro e
la cifra è destinata ad aumentare se non si riuscirà a fronteggiare la crescita
demografica con un aumento delle possibilità di impiego. In Costa d’Avorio il
23% della popolazione è senza occupazione, in Gabon il 18%, in Gambia il 29,8%
e in Sud Africa il 27,3%. Inoltre, la maggior parte dei lavori sono al limite
dello sfruttamento e le occupazioni dignitose sono una rarità. Dal punto di vista
antropologico viene posto l’accento sul fatto che il valore dell’uomo è
diventato sempre più basso. Se prima la piaga era lo sfruttamento, oggi è
l’esclusione, fenomeno ancora più tragico. La questione della disoccupazione, dunque, si allaccia ad una
sottomissione della natura di essere umano che va ad intaccare l’identità delle
persone africane. La conseguenza sulla società è un aumento della devianza e
della criminalità. Può sembrare un’ovvietà associare un aumento della
possibilità di comportamento deviante ad un disoccupato ma ricerche economiche
empiriche e teoriche degli ultimi anni hanno sottolineato la presenza di
specifici meccanismi attraverso i quali la disoccupazione può influenzare la
criminalità. L’analisi economica parte dall’assunto per cui l’uomo, in maniera
razionale, è impegnato in una valutazione continua dei costi e dei benefici che
derivano dalle azioni che può mettere in pratica. Una prima valutazione
relativa ad un azione criminale riguarda, quindi, la connessione tra i benefici
che si potrebbero ottenere e i danni diretti o indiretti che da affrontare in
caso di insuccesso. Secondo quest’ottica, in un paese in cui l’obiettivo di
trovare un’occupazione è totalmente distante dalla realtà, c’è una mancanza di
controlli adeguati e il fenomeno della violenza non è altamente condannato, è
elevata la possibilità che la disoccupazione porti ad atteggiamenti criminali.
Un esempio ci porta a prendere in considerazione uno dei paesi precedentemente
citati tra quelli con il numero più elevato di disoccupati – il Sud Africa.
L’emergenza criminalità è elevata. Il governo di Pretoria ha stimato una media
di 57 omicidi al giorno nel 2018, cifra allarmante e inaccettabile. La
sicurezza del paese è completamente inesistente e le persone del luogo sono
talmente abituate ad assistere a rapimenti, uccisioni o rapine da considerarle
la normalità.
Un paradosso da citare relativo al continente africano e al tasso di
disoccupazione prende in considerazione l’istruzione. Alcuni paesi, primo tra
tutti il Marocco, hanno iniziato negli ultimi anni ad investire maggiormente
nell’istruzione (il Marocco spende il 26% del suo bilancio statale per
l’istruzione). Soprattutto nel nord Africa si è assistito ad un aumento del
numero di studenti e di università. Prendendo in esame sempre il Marocco si è
passati dai 308.000 studenti nel 2009/2010 agli 822.000 nel 2017/2018, con un
aumento del 167% in otto anni. Di contro, nonostante l’aumento del numero di
università, degli studenti e dei soldi spesi per l’istruzione si assiste ad un
aumento dei laureati disoccupati. Come detto all’inizio, nel continente
africano è difficile trovare un lavoro dignitoso perché intervengono altri
fattori che minano l’istruzione e l’occupazione in Africa. Parliamo della
corruzione, della mancanza di riforme del sistema scolastico, delle
agevolazioni destinate solo ad una élite di giovani studenti. Ulteriori
rilevanti problematiche vengono create poi dal gruppo terrorista islamista,
originario della Nigeria, Boko Haram, la cui traduzione letterale è
‘l’istruzione occidentale è proibita’. Un attacco del gruppo ha visto prendere
d’assalto, nel febbraio 2018, una scuola femminile nel villaggio di Dapchi, a
nord del Paese, per rapire degli studenti ma, negli ultimi dieci anni, le
azioni violente di Boko Haram contro scuole e studenti sono state numerose ed
hanno lasciato almeno 7 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria,
2,1 milioni di sfollati e 20.000 civili morti (come riferito in un report di
Human Rights Watch). L’ideologia di Boko Haram si fonda sull’idea per cui sia
necessario distruggere l’illuminante potere educativo in quanto espressione di
peccato dal momento che comprende insegnamenti al di fuori di quelli del
corano. Altra motivazione per cui il gruppo sta lottando per mantenere
l’educazione di qualità lontana dalla popolazione è legata alla consapevolezza
che attraverso l’educazione si può raggiungere la libertà soprattutto perché è
in grado di fornire una posizione lavorativa effettiva e appagante che
allontanerebbe i giovani africani dalla criminalità e dalla violenza.
venerdì 8 novembre 2019
Materiali per Analisi Parametrale
Rifugiati
Valentina Trogu
La misura della capacità di uno Stato deve
essere messa in relazione con una sfida difficile da affrontare, quella dei
fenomeni transnazionali di natura violenta come il traffico delle armi, la
droga, le risorse preziose, la
criminalità organizzata, i gruppi terroristici, le Organizzazioni Non
Governative e i rifugiati. Se lo Stato non è in grado di fronteggiare tali
minacce si assisterà ad una diffusione di situazioni conflittuali in tutta
l’area regionale interessata. I conflitti in questione assomigliano in tutto e
per tutto a delle vere e proprie guerre civili che interessano realtà locali,
provinciali, nazionali e regionali determinando un aumento del numero dei
rifugiati.
La definizione base del termine
“rifugiato” stilata dalla Convenzione Onu nel 1951 lo descrive come colui che temendo a ragione di essere
perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un
determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del
Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore,
avvalersi della protezione di questo Paese.
È limitativo circoscrivere il termine
rifugiato agli individui che temono di essere perseguitati se si prendono in
considerazioni realtà come quelle del continente Africano (ma anche
dell’America Latina) in cui è possibile assistere a spostamenti di massa di
elevati numeri di persone che si allontanano da un paese caratterizzato da
crisi sociali ed economiche in situazioni di conflitto. Ecco che, all’interno
del termine rifugiato, è possibile leggere la definizione di sfollati interni -
persone o gruppi di individui che sono stati costretti a lasciare le loro case
o luoghi di residenza abituale, in particolare a causa di situazioni di
violenza generalizzata, violazioni dei diritti umani o naturali, o per
conflitti armati, che non hanno attraversato un confine internazionale riconosciuto
– o di richiedenti asilo – persone che hanno presentato domanda di protezione
internazionale, di cui non è stato ancora determinato l'esito ma che, in caso
di esito positivo, verranno riconosciute come rifugiati acquisendo alcuni
diritti e doveri, secondo la legislazione del Paese che lo accoglie. Ci sono,
poi, i rifugiati “prima facie”, individui che fuggono in massa dal Paese a
causa di conflitti e violazioni sistematiche dei diritti umani e per cui
sarebbe inutile e impossibile esaminare singolarmente le domande di asilo.
Alcuni esempi hanno come protagonisti i sudanesi che fuggono in Ciad, i Somali
che vanno in Kenya e i ciadiani che a loro volta scappano nella Repubblica del
Centro Africa.
Differente dalla definizione di rifugiato
ma altrettanto attuale è l’utilizzo del termine migrante. I migranti sono
coloro che privi di documenti oltrepassano le frontiere nazionali in cerca di
aiuto per sfuggire ad una situazione di povertà estrema, conflitto
generalizzato, crisi sociale ed economica. Nella maggior parte dei casi non
hanno i requisiti per richiedere asilo, nonostante abbiano senza dubbio
necessità di protezione internazionale, con la conseguenza di vedersi negato
l’accesso ai servizi essenziali come l’istruzione, l’assistenza sociale, i
servizi sanitari e il diritto al lavoro.
La differenza tra rifugiato e migrante,
dunque, risiede principalmente sul piano legale ma notiamo spesso usare in modo
intercambiabile i due termini dai mass media o nei dibattiti pubblici.
Probabilmente perché in entrambi i casi si parla di persone costrette a
lasciare il paese di origine per recarsi in un luogo sconosciuto in cui si
pensa e spera si possa riuscire a vivere. L’individuo, però, viene a perdere
ogni riferimento legato alle tradizioni, agli usi e ai costumi del proprio
paese e si trova a vivere un processo di rifondazione e riappropriazione
individuale del rapporto con la religione, con la società e con le altre
persone. Gli immigrati non riescono a conservare in modo duraturo usi e costumi
della società di origine e contemporaneamente si trovano a vivere in un
contesto in cui sono visti come una minoranza e in cui mancano i precedenti
riferimenti culturali. Da questa situazione di perdita dell’identità personale
nasce la necessità di creare nuove identità che possono incarnarsi in una
sottocultura dando l’impressione di conservare, almeno inizialmente, l’identità
di origine ma che in realtà sono identità ricomposte, multiple, contestuali e
di transizione. La riformulazione dell’identità avviene partendo da categorie
prese dal paese di accoglienza che non sono né coincidenti con la cultura
originaria né frutto di un processo di assimilazione. Occorre considerare, poi,
che rifugiati, richiedenti asilo, migranti oltre alla creazione di una nuova
identità devono affrontare i fantasmi che si portano dietro dal paese di
origine. Violenze, guerre, carestia, sevizie, rapimenti, queste sono le
motivazioni alla base della fuga, motivazioni che lasciano cicatrici interne ed
esterne difficilmente sanabili se non vengono affrontate con il giusto
supporto. Sintomi trascurati di un disagio psicologico sfoceranno, come
dimostrano i fatti, in episodi di disadattamento e di aggressività.
Le conseguenze della migrazione potrebbero
essere inserite in una lunga lista che parte proprio dai problemi legati alla
perdita dell’identità di chi è costretto a lasciare il paese di origine ma che
affronta, poi, le questioni sociali ed economiche che graveranno sul paese meta
della migrazione o del rifugiato e che sono alla base delle decisioni di non
accoglienza dei migranti. Un lungo dibattito si potrebbe affrontare sulla
questione così come a lungo si potrebbe parlare di come porre fine al fenomeno
intervenendo sulle cause che sono all’origine degli spostamenti. Le numerose
conseguenze delle migrazioni e fuga dal paese di origine sono alla base della
decisione di includere i rifugiati come parametro di valutazione della capacità
di uno Stato inserendolo come fattore di squilibrio per la sicurezza dello
Stato stesso.
sabato 2 novembre 2019
Missioni fuori area 3
Il Quadro Generale
Storico-Giuridico-Politico.
1.
Aspetto Storico
2.
Aspetto Giuridico
3.
Aspetto Politico
venerdì 25 ottobre 2019
Missioni Fuori Area 2
Che cosa intendiamo per “Missioni fuori
area”. E’ un approccio sostanzialmente erede del conflitto bipolare e della
guerra fredda, quando i blocchi controllavano le rispettive aree di influenza,
attraverso le proprie organizzazioni Sopranazionali di difesa, la Nato ed il
Patto di Varsavia
In queste aree ogni sovvertimento
dell’ordine e della legge era contrastato e controllato “in primis” dalla Nazione egemone (la
Superpotenza) nel caos in specie USA o URSS, e poi dalla coalizione di Stati e
loro referenti. Così per l’area sovietica i conflitti sorti come la rivolta
nella Germania Orientale del 1953, quella in Ungheria nel 1956, in
Cecoslovacchia nel 1968 furono tutto repressi dalla potenza egemone.
Ogni intervento era “in area” e, pena lo
scoppio di un conflitto generale, mai “fuori area”. Se un conflitto scoppia in
are fuori dalla sfera di influenza le due Superpotenze si combattevano per
interposta persona.
Nel momento in cui, nel 1989 la URSS
scompare vi sono degli interventi volti al
ristabilimento della pace e sicurezza
venerdì 18 ottobre 2019
Missioni Fuori Area 1
Si
delinea, preliminarmente, un quadro generale
( con cenni agli aspetti storici, giuridici e politici) delle “missioni
fuori area”, ovvero alle operazioni al sostegno della pace, ovvero a tutte
quelle azioni intraprese dalla Forze Armate fuori dal territorio nazionale al
sostegno della sicurezza internazionale e della pace, al fine di prevenire,
controllare, risolvere i conflitti e lo stato di guerra.
Individuazione
e catalogazione le singole operazioni “Fuori Area” in base ai criteri e canoni
individuati sia per la tipologia e quindi individuare differenze e analogie.
giovedì 10 ottobre 2019
Lo Stato.
1.1 | Le caratteristiche dello Stato
Le
caratteristiche dello Stato sono quelle ormai da tempo codificate e che partono
da considerazioni che fino a poco tempo fa si potevano definire semplicemente
di buon senso. Ad esempio, come concepire uno Stato senza territorio 0 uno
Stato senza popolazione? Da ciò l’ovvia considerazione che si definisce Stato
una organizzazione sociale in grado di esercitare sovranità per un tempo
ragionevolmente lungo su un territorio e un numero di persone sufficientemente
ampio da costituire una popolazione. Questa interpretazione è ancora oggi
generalmente accettata, anche con le sue irrilevanti eccezioni: si pensi alla
Città del Vaticano, uno Stato a tutti gli effetti, ma del quale sarebbe arduo
cercare di distinguere una autentica popolazione, o allo Stato palestinese, che
fino agli accordi di Oslo del 1993 non disponeva di alcun territorio e che
anche successivamente (e fino a oggi) ha acquisito una capacità di controllo
così ridotta da non potere in alcun caso essere definita sovranità.
Diverso
è il caso dei cosiddetti micro-Stati che secondo Atlas des relations
internationales hanno una popolazione inferiore a 100 mila unità e una
superficie inferiore a 1000 km2. A parte
il Vaticano, che con una superficie di 0,4 km2 e i suoi mille abitanti non ha
rivali per piccolezza, nella speciale classifica dei nano-Stati risultano al
primo posto il Principato di Monaco per superficie (2 km2) e le isole Tuvalu in
Oceania per popolazione (11 mila abitanti). Segue in entrambe le classifiche
Nauru (Oceania), con 21 km2 e 12 mila abitanti (Boniface, 2004). Il
diritto internazionale ne ammette in pieno l’esistenza anche se di recente si è
cominciato a mettere in dubbio il diritto di dotarsi di una legislazione che
consenta con estrema facilità il trasferimento di capitali, senza controllarne
la provenienza e la legittimità. Molti micro-Stati infatti, spinti dalla loro
cronica mancanza di risorse oltre che da altre motivazioni storiche, hanno
trovato una fondamentale fonte di sussistenza trasformandosi nei cosiddetti
paradisi fiscali, ovvero in collettori di denaro sporco e di capitali che
sfuggono illegalmente alla tassazione nei paesi di origine.
I
paradisi fiscali sono presenti sia in Europa, sia in Asia sia in America:
quelli più noti sono le isole Bahamas, e il Liechtenstein, enclave di
160 km2 tra la Svizzera e l’Austria. Talvolta comunque non godono
neppure di una formale indipendenza: in questa categoria rientrano le isole del
Canale in Europa, le isole Cayman in America (appartenenti entrambe sia pure
con statuti diversi alla Gran Bretagna), Hong Kong e Macao (territori cinesi)
in Asia. L’OCSE, l’organismo internazionale che raccoglie gli Stati più
industrializzati, ha redatto una lista nera nella quale comunque sono stati
inseriti anche paesi di dimensioni «normali», come le Filippine, la Malaysia e
l'Uruguay (quest’ultimo accusato in particolare dall’ Argentina di nascondere i
capitali che fuggono da Buenos Aires, specie dopo il disastro del default del
2002). C'è anche una lista grigia di sospetti paradisi fiscali (38 in tutto),
dove figurano Monaco, San Marino, Svizzera e Lussemburgo.
Se
il maggiore limite per il micro-Stato è dato da una debolezza produttiva che
troppo spesso è stata ed è compensata con più o meno oscure alchimie
finanziarie (peraltro stimolate dalla globalizzazione) molti Stati giganti,
inevitabilmente multietnici, hanno problemi di tenuta di fronte alle spinte
centrifughe della periferia (si pensi a Cina, Russia, India, ma anche Sudan,
Nigeria, Congo). In ogni caso chiedersi quali siano le prospettive dello Stato
nel XXI secolo impone di analizzare come stiano evolvendo i tre pilastri
costituiti da territorio, popolazione e sovranità. Non vanno però trascurati
altri elementi che potrebbero aiutare a identificare le più probabili linee di
tendenza, alla luce di quel processo di globalizzazione che sta incidendo
profondamente sulle relazioni internazionali ma anche su ogni altro tipo di
organizzazione umana, fino ad arrivare al singolo individuo.
Da G. Lizza. Scenati, Torino UTET, 2009
lunedì 30 settembre 2019
domenica 29 settembre 2019
Migrazione in Italia Bibliografia.
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