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L’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma e il Torino World Affairs Institute (T.wai) presentano il numero 4/2014 di IndiaIndie, la nuova collana di brevi saggi monografici che ha l'ambizione di diffondere in Italia una maggiore conoscenza di questa importante e poco conosciuta realtà.
Il numero, incentrato sul tema della competizione indo-pakistana in Afghanistan, si avvale del contributo della studiosa Elisa Giunchi, ricercatrice presso il Dipartimento di Studi Internazionali, Giuridici e Storico-Politici dell’Università degli Studi di Milano e Senior Research Fellow presso l’Ispi.
La serie di saggi intende fornire alcune chiavi di interpretazione del dibattito in corso in India sugli effetti della globalizzazione per quanto riguarda l'economia, la società e la democrazia nel subcontinente indiano. Anche questa iniziativa, come OrizzonteCina, è frutto della cooperazione strategica fra i due istituti e la Compagnia di San Paolo di Torino.
Buona lettura!
per informazioni geografia2013@libero.it
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domenica 21 dicembre 2014
Rivista di approfondimento INdiaIndie
Clima ed Energia in prospettiva
| Pacchetto clima-energia 2030 Ue, poche ambizioni per il futuro dell’ambiente Marco Siddi 05/12/2014 |
Il ‘pacchetto clima-energia 2030’, come viene riassuntivamente chiamato l’insieme degli obiettivi, è il biglietto da visita con cui l’Ue si presenterà alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Parigi a novembre 2015.
L’obiettivo sarà quello di persuadere gli altri paesi industrializzati a ridurre le emissioni di CO₂. L’accordo, raggiunto lo scorso ottobre, prevede una riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 40% rispetto al 1990, la produzione di almeno il 27% dell’energia da fonti rinnovabili e un aumento dell’efficienza energetica del 27%.
I leader europei hanno affermato che gli obiettivi sono ambiziosi e che rafforzeranno la posizione dell’Ue in vista del summit di Parigi.
Taglio delle emissioni di CO₂ poco coraggioso
Tuttavia, a una più attenta analisi, questo ottimismo appare ingiustificato. Solo l’obiettivo riguardante la riduzione delle emissioni di CO₂ è stato ulteriormente suddiviso in obiettivi vincolanti a livello nazionale.
Per quanto riguarda le energie rinnovabili è stato fissato solamente un livello Ue e non è chiaro come verrà tradotto in obiettivi vincolanti per ciascuno stato membro. Inoltre, l’obiettivo per l’efficienza energetica non è vincolante e gli stati membri potranno ignorarlo senza rischiare sanzioni.
Se si osservano i numeri, nessuno degli obiettivi del pacchetto 2030 sembra particolarmente ambizioso.
Come evidenziato da uno studio dell’Istituto di studi energetici dell’Università di Oxford, l’Ue riuscirebbe a tagliare le sue emissioni di CO₂ del 32% entro il 2030 semplicemente lasciando in atto le politiche attuali, senza ulteriori sforzi.
Per questo, associazioni ambientaliste come Friends of the Earth (Amici della Terra) sostengono che l’obiettivo del 40% è troppo basso e che l’Ue dovrebbe puntare a un obiettivo ben più ambizioso, intorno al 60%.
Energia da fonti rinnovabili
Allo stesso modo, l’obiettivo del 27% per le rinnovabili non è un passo avanti significativo, né rispetto a quello del 20% già stabilito per il 2020, né in rapporto alla produzione energetica attuale derivante dalle rinnovabili (intorno al 14% del totale).
Puntare su obiettivi più ambiziosi avrebbe prodotto benefici a livello strategico e geopolitico per la Ue, contribuendo a ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dalla Russia - una delle preoccupazioni principali per Bruxelles nel contesto della crisi ucraina.
L’aspetto forse più controverso dei recenti accordi a livello europeo riguarda la necessità di un voto unanime di tutti i 28 paesi membri per l’introduzione di nuove leggi in materia di politiche climatiche ed energetiche.
Questo significa che stati come il Regno Unito e la Polonia, che si sono strenuamente opposti a obiettivi più ambiziosi e vincolanti per le energie rinnovabili e l’efficienza energetica, avranno diritto di veto sulla nuova legislazione.
Verso Parigi 2015
Dopo essere stata per anni la potenza guida nelle politiche globali volte a contrastare il cambiamento climatico, l’Ue ora rischia di essere relegata a un ruolo marginale. Alla conferenza Onu sul clima a Copenaghen, nel 2009, i diplomatici cinesi e statunitensi decisero l’esito del summit in negoziati bilaterali, ignorando la posizione europea.
Gli ultimi eventi sembrano indicare che lo stesso scenario potrebbe ripetersi alla conferenza di Parigi nel 2015. A metà novembre, durante il summit della Cooperazione economica asiatico-pacifica (APEC), Stati Uniti e Cina hanno raggiunto un accordo in materia di politiche climatiche in vista del summit di Parigi.
Per la prima volta dagli anni ’90, gli Stati Uniti si impegneranno a ridurre le emissioni di CO₂ (del 26-28%, rispetto ai livelli del 2005, entro il 2025).
Il presidente statunitense Barack Obama ha persuaso la Cina - il principale produttore globale di CO₂ - a ridurre le proprie emissioni a partire dal 2030. Pechino si è anche impegnata a coprire il 20% del suo consumo energetico utilizzando fonti non fossili (rinnovabili e nucleare) entro il 2030.
Alla luce di questi sviluppi, l’Ue può mantenere un ruolo di primo piano nelle politiche climatiche globali solo se si impegna a raggiungere obiettivi più ambiziosi di quelli annunciati nel pacchetto 2030.
Un impegno più lungimirante rafforzerebbe la posizione negoziale dell’Ue al summit di Parigi, dove i leader europei dovrebbero provare a persuadere i colleghi statunitensi e cinesi ad accettare in maniera vincolante sia gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂, sia i trasferimenti di tecnologia e finanziamenti per le politiche climatiche nei paesi in via di sviluppo.
Marco Siddi è ricercatore presso l’istituto CRENoS a Cagliari e ricercatore associato all’Istituto di Politiche Europee a Berlino.
mercoledì 3 dicembre 2014
Russia: verso ulteriori difficoltà
| Energia Putin chiude l’autostrada del gas di South Stream Nicolò Sartori 02/12/2014 |
Il blocco di South Stream era in realtà già nell’aria. Si poteva intuire dalle dichiarazioni di Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, compagnia promotrice del gasdotto insieme alla russa Gazprom già dal lontano 2006, e dalle parole del Ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi. Soltanto qualche giorno fa, quest’ultima aveva sottolineato che South Stream non era più così strategico per il governo italiano.
La fine di questo gasdotto potrà contribuire a ridefinire gli equilibri energetici nel continente eurasiatico, spostando, in particolare, l’ago della bilancia verso la Turchia, tassello cruciale non solo per il transito della Trans-Anatolian Pipeline (Tanap) e la realizzazione del Corridoio Sud, ma anche mercato di riferimento per le future, addizionali, produzioni di gas russo.
Salute precaria delle casse russe
L’annuncio di Putin suona perentorio, così come le critiche da lui mosse all’Ue per il fallimento del progetto. Tuttavia, le ragioni del naufragio del gasdotto di Gazprom sono molteplici e non tutte legate all’atteggiamento di Bruxelles nei confronti dell’iniziativa russa.
Certamente, la Commissione ci ha messo del suo. L’ostruzionismo europeo, arroccato sulle posizioni dettate dal Terzo pacchetto energia, si è inasprito ulteriormente in seguito al deteriorarsi delle relazioni con Mosca per il prosieguo delle ostilità in Ucraina. Lo sviluppo del gasdotto è diventato particolarmente complesso da un punto di vista politico e legale.
A ciò, vanno aggiunte sostanziali motivazioni di natura finanziaria ed economica, che rendono attualmente insostenibile la realizzazione del progetto. In primo luogo, lo stato di salute delle casse della Federazione russa, fortemente colpite dall’impatto congiunto delle sanzioni internazionali e del crollo dei prezzi del greggio.
Con un rublo in caduta libera, e le progressive difficoltà ad accedere al mercato del credito internazionale, il Cremlino si è trovato obbligato a rivedere alcune voci di spesa, facendo di South Stream uno dei suoi primi tagli. I consumi stentano a riprendersi e in un contesto di conflittualità con l’Ue, non giustificano gli ingenti investimenti necessari a realizzare la conduttura.
Roma guarda verso la Tap
Dal canto suo, l’Italia aveva investito parecchio capitale, politico e industriale, nella realizzazione del gasdotto. Lanciato da un’iniziativa del governo Prodi nel 2006, per quasi un decennio South Stream ha rappresentato l’emblema della duplice special relationship tra Roma e Mosca e tra Eni e Gazprom.
Relazione privilegiata, difesa a spada tratta dal nostro governo fino a qualche settimana fa, quando le aperture nei confronti di Mosca avanzate dall’ex Ministro degli esteri Federica Mogherini, erano costate all’attuale Alto rappresentante della politica estera europea molteplici critiche di eccessiva vicinanza al Cremlino.
La posizione italiana è cambiata in fretta, forse più per le nuove esigenze industriali di Eni, che per una radicale cambiamento della visione del nostro governo. Come sottolineato da Descalzi in audizione alla Commissione industria e bilancio del Senato, il gigante energetico italiano non sarebbe stato disposto a investire più dei 600 milioni di euro già stanziati per la realizzazione del progetto, a conferma di un radicale cambio di strategie avviato dalla nuova dirigenza di Eni.
In questo nuovo scenario, il tentativo italiano di ridurre la dipendenza dal gas russo (e dal transito per il territorio ucraino) passa, pertanto, dalla realizzazione del Corridoio Sud, e in particolare dall’approdo del gas dell’Azerbaijan in Italia attraverso la Trans-Adriatic Pipeline (Tap).
Sebbene il destino del gasdotto transadriatico non sia ancora del tutto certo (proprio il 3 dicembre si è riunita la Conferenza dei Servizi per discuterne gli ultimi dettagli), l’affossamento di South Stream rende Tap ancor più fondamentale per la sicurezza energetica nazionale.
Turchia, strategico pivot energetico
Fondamentale, nel quadro geostrategico, sarà anche il ruolo della Turchia. Al momento di decretare la fine di South Stream, infatti, Putin ha annunciato anche la realizzazione di una conduttura che andrà ad assicurare ulteriori 63 miliardi di metri cubi (Bcm) di gas russo - esattamente la capacità prevista per South Stream - per i crescenti consumi proveniente dal mercato turco.
Sebbene la proposta di Putin possa sembrare, per ora, una mossa per gratificare il collega turco e allarmare ulteriormente i vicini europei, un simile sviluppo potrebbe avere un forte impatto sulla sicurezza energetica europea.
Da un lato contribuirebbe a rafforzare la politica di Mosca di diversificazione dei mercati, dall’altro, e forse è ancora più preoccupante, assicurerebbe al Cremlino grande influenza - e un sostanziale potenziale di ricatto - su Ankara. Il cui territorio turco rappresenta l’elemento chiave di tutta la strategia europea di diversificazione attraverso il Corridoio Sud.
La Turchia, teoricamente, non ha alcun interesse ad accrescere la propria dipendenza dal gas russo, che già contribuisce a quasi il 60% dei consumi nazionali. Tuttavia, di fronte alla rapida crescita dei consumi energetici e a possibili condizioni di favore concesse da Gazprom, potrebbe privilegiare i propri interessi nazionali di breve periodo e tergiversare sulla già complessa realizzazione della Tanap e di tutto il Corridoio Sud.
Proprio come accadde due anni orsono con Nabucco, sperando che - per la sicurezza energetica europea - la storia non si ripeta.
Nicolò Sartori è responsabile di ricerca del Programma Energia dello IAI (Twitter: @_nsartori).
Nucleare iraniano: un accordo ancora possibile?
| Negoziati Iran-5+1 Nucleare, ridotti a sperare in un altro rinvio Riccardo Alcaro 19/11/2014 |
La posizione ufficiale di tutte le parti in causa è che un accordo sia ancora possibile. Tuttavia, in via confidenziale fonti dal Dipartimento di Stato Usa ammettono che le speranze sono ridotte al lumicino.
Che cosa succederà dunque nelle prossime settimane?
Centrifughe e sanzioni
Tre sono gli scenari possibili. Contro ogni previsione le parti riescono a trovare un accordo. Perché questo accada è necessario che l’Iran accetti due condizioni. La prima è una considerevole riduzione del numero di centrifughe, le macchine necessarie ad arricchire l’uranio. La capacità di arricchimento dell’Iran è la questione al centro del negoziato perché può essere impiegata sia a scopi pacifici che militari.
La seconda condizione è che l’Iran accetti una graduale revoca delle sanzioni. Teheran per ora sembra non volerne sapere. Non solo è intenzionata a mantenere tutte le centrifughe già installate, ma vuole aumentarne il numero in un futuro non troppo lontano. Né sembra disponibile ad aspettare anni perché la sanzioni, o almeno una buona parte di esse, vengano revocate.
Rischio collasso
Il secondo scenario vede il negoziato collassare tra accuse reciproche. A questo punto potrebbe innescarsi una spirale potenzialmente catastrofica. Gli Usa inasprirebbero le sanzioni e spingerebbero l’Ue a fare altrettanto. In Iran, il partito del compromesso - guidato dal presidente Hassan Rouhani - vedrebbe ridotto il suo credito a vantaggio dei fautori dell’ostracismo a oltranza verso gli Usa.
In un primo momento, gli iraniani potrebbero evitare di riprendere le attività nucleari sospese nel corso del negoziato, in modo da privare di legittimità il tentativo Usa di rafforzare il regime di sanzioni. Prima o poi però il programma nucleare verrebbe riattivato su scala maggiore dell’attuale, generando forti tensioni con Usa, Arabia saudita (a cui Teheran contende il primato di potenza regionale) e Israele (che considera un Iran nucleare una minaccia esistenziale).
Se quest’ultimo dovesse stabilire che le sanzioni non sono sufficienti ad arrestare i progressi dell’Iran in campo nucleare, l’ipotesi di un’azione armata - da parte di Israele o degli Usa - diverrebbe tutt’altro che remota.
Il tempo passa, i negoziati si complicano
Il terzo scenario è quello di un roll-over, cioè di un’estensione del negoziato per due-quattro mesi. Né i 5+1 né l’Iran hanno dopotutto interesse a far saltare il tavolo negoziale.
Nonostante le difficoltà, qualche risultato tangibile è stato raggiunto - l’Iran avrebbe acconsentito, tra le altre cose, a un più intrusivo regime di ispezioni del suo programma nucleare e a limitare la sua capacità di produzione di plutonio (il materiale più usato per la fabbricazione di armi nucleari).
Più in generale, le trattative hanno congelato una fonte di enorme instabilità in una regione martoriata da rivoluzioni, guerre civili e l’ascesa dell’autoproclamatosi "stato islamico" in Iraq e Siria.
Oltre a scongiurare il rischio di un Iran nucleare e dare respiro all’economia iraniana, un accordo finale contribuirebbe a stabilizzare le difficili relazioni tra Iran e Stati Uniti. Potrebbe anche aprire a forme di cooperazione su dossier su cui c’è una certa sovrapposizione di interessi, come la lotta allo “Stato islamico”, che in quanto movimento sunnita radicale è ferocemente ostile non solo agli Usa e ai suoi alleati regionali, ma anche all’Iran sciita.
È bene tenere presente tuttavia che il contesto nel quale i negoziatori tornerebbero a trattare sarebbe più complicato dell’attuale (che certo facile non è) per due motivi. Il primo è che l’amministrazione Obama dovrà fare i conti con le resistenze del Congresso, che è molto vicino alle posizioni intransigenti di Israele e da gennaio sarà inoltre controllato dai repubblicani.
Il secondo è che Ali Khamenei, il leader supremo iraniano cui spetta l’ultima parola sul negoziato, potrebbe infine ritenere che gli Usa non abbiano lo stomaco per un intervento armato e che la crisi tra Russia e Occidente offra margini per indebolire i 5+1 e aggirare le sanzioni. Presi insieme, questi due elementi potrebbero ridurre lo spazio di manovra dei negoziatori o addirittura portare a una fine prematura delle trattative.
Per quanto pieno di incognite, un’estensione del negoziato è di gran lunga preferibile alla rotture delle trattative. Nonostante tutto, resta lo scenario più plausibile. Obama e Rouhani hanno sufficiente buon senso per capirlo. La questione è se avranno anche l’abilità e il capitale politico per chiudere una volta per tutte il contenzioso sul nucleare iraniano.
Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e Visiting Fellow presso il CUSE della Brookings.
giovedì 27 novembre 2014
ISaG: Calendario dei prossimi eventi
Prossimi eventi / Save the Date:
Lun., 24/11/2014 - ore 16.00-18.00Italia-Serbia: dall'alleanza nell'Europa in guerra a quella nell'Europa unita
Osservatorio di attualità geopolitica
Roma, Università Sapienza
Osservatorio di attualità geopolitica
Roma, Università Sapienza
Gio., 27/11/2014 - ore 9.00-14.00
Le grandi infrastrutture eurasiatiche: nuova industrializzazione e geopolitica della paceForum Euro-Russo
Roma, Camera dei Deputati
Le grandi infrastrutture eurasiatiche: nuova industrializzazione e geopolitica della paceForum Euro-Russo
Roma, Camera dei Deputati
Lun., 01/12/2014 - ore 16.00-18.00
Spazio, territorio e identità nel conflitto israelo-palestinese
Osservatorio di attualità geopolitica
Roma, Università Sapienza
Spazio, territorio e identità nel conflitto israelo-palestinese
Osservatorio di attualità geopolitica
Roma, Università Sapienza
Gio., 11/12/2014 - ore 15.30-18.001965-2015: Cinquant'anni di Québec in ItaliaRoma, Camera dei Deputati
Ven., 12/12/2014 - ore 15.00-19.00Multilateralismo e bilateralismo: le opzioni della politica estera italianaRoma, Camera dei Deputati
Mar., 16/12/2014 - ore 16.30-18.00Serbia È Europa: le tappe dell'adesioneRoma, Spazio Europa
Lun., 19/01/2015 - ore 14.00-19.00
L'Italia, "potenza morbida": gli strumenti culturali della nostra politica estera
L'Italia, "potenza morbida": gli strumenti culturali della nostra politica estera
martedì 18 novembre 2014
Immigrazione: versante economico e sociale
| I giovani e gli immigrati Equità sociale per una politica demografica dell’Ue Amedeo Maddaluno 13/11/2014 |
Riassumere 111 pagine ricche di dati non è l’obiettivo di questo articolo quanto lo è invece riflettere su due temi: il problema della disoccupazione giovanile e quello dell’integrazione degli immigrati. Possiamo usarli come coordinate per leggere la critica situazione demografica europea?
Riflettiamo sui dati: la disoccupazione giovanile
I più giovani appena terminata la formazione possono offrire meno competenze immediatamente produttive e faticano quindi ad inserirsi nel mercato. Fatta cento la forza lavoro europea, in media l’11,3% degli europei è disoccupato; fatta cento la forza lavoro più giovane (tra i 15 e i 24 anni), notiamo che è disoccupato più di un giovane su quattro.
Nella locomotiva tedesca il tasso di disoccupazione è al 5,4% ma è all’8% tra i più giovani, mentre nella Grecia della disoccupazione al 27.5% quasi il 60% dei più giovani cerca lavoro senza trovarlo. Per i giovani non inclusi nel mercato del lavoro fare famiglia diventa difficile o impossibile.
Riflettiamo sui dati: l’inclusione degli immigrati
Nel primo grafico l’Italia fa assai peggio di Austria e Francia - paesi con più massiccia o antica presenza di immigrati in rapporto ai nativi - mentre si posiziona meglio nel secondo grafico, dove gli altri due fanno peggio della media europea.
Il Belgio passa dall’essere il settimo paese del primo grafico (sopra l’Italia di 15 posizioni) allo stesso livello della penisola nel secondo. Sempre al netto delle specificità di ogni paese che portano realtà come il Regno Unito a totalizzare sempre punteggi alti o come la Grecia e la Croazia a occupare la parte bassa delle classifiche, emerge che (al di là della “political correctness”) dove gli immigrati sono di più rispetto alla popolazione aumenta anche la possibilità che sorgano problematiche legate all’integrazione. Questo accade anche in paesi dove sono presenti da più generazioni.
Coesione sociale e non discriminazione
Per affrontare i problemi dell’integrazione nella società dei giovani e degli immigrati creare solide basi economiche è condizione necessaria ma non sufficiente.
Se in generale emerge che dove l’economia “va meglio” anche le persone stanno meglio, anche nei paesi ricchi il tasso di disoccupazione giovanile è più alto di quello generale e gli immigrati faticano ad inserirsi.
Come può una società sempre più anziana dove i giovani sono una minoranza preoccuparsi di loro e rendersi conto che l’attuale contrazione demografica e la loro peggiore inclusione nel mercato del lavoro genererà problemi anche per gli anziani stessi - in primis una ridiscussione dei trattamenti pensionistici?
Se i meno giovani in passato stavano meglio dei giovani oggi come mai hanno scelto di riprodursi poco consegnandoci una società più vecchia? La cultura occidentale è da decenni improntata allo sfavore verso le famiglie numerose.
Se anche dove si sta meglio e lo stato sociale è solido non nascono abbastanza figli da equilibrare le generazioni (2) significa che di certo è efficace garantire una percepibile copertura economica ai giovani che intendono metterne al mondo (la teoria economica e sociologica dimostra che nel mondo sviluppato nascono meno figli perché questi rappresentano un costo vivo) ma soprattutto occorre invertire una tendenza culturale (oltre che costo vivo sono anche un “costo opportunità” rispetto alla carriera).
A lungo si è creduto che al calo demografico degli europei nativi si potesse ovviare importando forza lavoro dall’Africa, dall’Asia e dal Medio Oriente e ignorando i problemi generati dalla necessità di creare integrazione tra culture lontane in lassi di tempo brevi - al massimo di pochi decenni - e derubricando il relativo dibattito a dialettica tra xenofobia e antirazzismo.
Se arrestare l’immigrazione in tempi rapidi è impossibile e non auspicabile è invece necessario riflettere su una politica demografica europea finalizzata a bilanciare nascite e decessi tra gli autoctoni così da riequilibrare il sistema pensionistico e diminuire il fabbisogno di stranieri.
Se anche nei paesi dove il welfare è più generoso e dove l’immigrazione è presente da decenni i problemi sussistono, si deve prendere atto che l’inclusione dei migranti non può avvenire sperando in una loro libera scelta ma con la cultura e quindi con la scuola.
L’istruzione deve portare i migranti ad abbracciare la cultura del paese ospite e questo deve essere lo sforzo a loro richiesto in cambio dell’accesso al welfare - che deve essere pieno e garantito (che stiamo parlando di “tax payers”). Lo jus soli non può essere la risposta come non può esserlo lo jus sanguinis: l’idea di “jus culturae” che miri a riconoscere la cittadinanza a chi ha terminato determinati cicli di studi in Italia va nella giusta direzione.
L’integrazione non può che partire in giovane età e il tessuto sociale italiano fatto di piccoli centri in cui le realtà del volontariato cattolico e laico sono molto attive può avvantaggiare il nostro paese rispetto a quelli caratterizzati da enormi periferie urbane.
(1) Social Justice in the EU - A Cross-national Comparison
(2) The World Factbook
Amedeo Maddaluno è analista geopolitico.
La grande arma dei terroristi
| Riscatti Pagare o non pagare, questo il dilemma Antonio Armellini 16/11/2014 |
La risposta è certamente no, però dipende. Dipende innanzitutto dai contesti; quindi da considerazioni etiche, politiche, di opportunità. Il tutto finisce per determinare in diversa maniera i comportamenti e l’applicazione delle norme.
Sacralità della vita Vs sacralità dello stato
Vi è un primo gruppo di argomenti, di natura che potremmo definire etica. Per alcuni paesi il rispetto della sacralità della vita non può prevalere sulla tutela della sacralità dello stato, in quanto garante non solo del bene del singolo, ma di quello dell’intera comunità.
Piegarsi alla logica illegale di una richiesta di riscatto lede questa sacralità, va contro l’interesse generale e non può essere mai giustificato. A parere di altri invece, la vita costituisce un bene supremo che prevale su ogni altro valore poiché è nella sua tutela che si incarna la sacralità dello stato; la logica illegale del riscatto va respinta, ma ciò non cancella il valore primario della vita individuale.
Tagliando le cose con l’accetta, si possono grosso modo identificare con la prima lettura i paesi di cultura protestante di matrice nord-europea: Stati Uniti e Gran Bretagna in primis; con la seconda, quelli di tradizione cattolica latina (ma non solo) quali l’Italia o la Spagna.
La Francia essendo a cavallo fra le due, sta nel mezzo, sia pure con una prevalenza per quella cattolica. Tutto ciò in teoria: nella realtà accade spesso che paesi dalla posizione formale intransigente accedano a trattative di cui negano con decisione l’esistenza, a volte contro l’evidenza. In questo appare, per una volta, meno ambigua la posizione di un paese come l’Italia, che quando paga lo fa senza confermare, ma neanche smentire con eccessiva e controproducente sicurezza.
Tolleranza trattativista
Sui comportamenti descritti incidono considerazioni di costo-beneficio e di opportunità politica. C’è insomma rapimento e rapimento: quando la minaccia viene percepita come fortemente sistemica, lo spazio per la trattativa tende a ridursi.
Molto conta l’atteggiamento dell’opinione pubblica nel fissare l’asticella della “tolleranza trattativista”: qui entrano di nuovo in gioco le considerazioni etiche di cui abbiamo parlato. Il rapimento e la decapitazione di prigionieri inglesi e americani da parte dell’autoproclamatosi Stato islamico (Is) ha suscitato indignazione e ha al contempo compattato l’opinione maggioritaria nel rifiuto di qualsiasi compromesso: il sacrificio dei singoli è un orrore che esige vendetta, ma non può determinare la compromissione della solidità dello stato nel tutelare la propria integrità.
Diverso il caso, per fare un esempio, dell’atteggiamento italiano per le due volontarie italiane partite per la Siria senza adeguate preparazione e copertura, e rapite in circostanze mai chiarite del tutto. In questo caso, agli occhi dell’opinione pubblica l’esigenza di ottenerne il rilascio fa premio su qualsiasi altra considerazione: la trattativa non appare come una prova di debolezza bensì come adempimento di un canone etico che ne giustifica l’azione.
La qualità dei rapiti è anch’essa rilevante. Per una giornalista importante come Giuliana Sgrena si mobilitò - con le conseguenze tragiche che conosciamo - un apparato rilevante. Per i tecnici rapiti in Libia l’attenzione è inevitabilmente minore. Può sembrare cinico ma, nella valutazione di costo-benefico, la capacità di mobilitazione in termini politici e di opinione pubblica è un fattore importante non meno degli altri.
Cercasi risposta coordinata della comunità internazionale
C’è poi una sorta di graduatoria informale della pericolosità della minaccia posta dei rapitori rispetto all’interesse nazionale. Come ha osservato su queste pagine Natalino Ronzitti, la pirateria per così dire “commerciale” è talmente diffusa che gli armatori la includono fra i rischi assicurabili della loro attività: non si reclama l’intervento diretto dello stato e si provvede altrimenti (a volte lo stato si mette in situazioni di inutile ambiguità assumendo compiti non suoi.
Se la nostra Marina non avesse deciso di far imbarcare su navi mercantili dietro pagamento propri militari con compiti assimilabili a quelli di “contractors sui generis”, non ci troveremmo oggi nel pasticcio dei nostri marò).
Gli atti terroristici compiuti nel contesto di conflitti intra- e inter-statuali non a carattere globale - il Mali, la Nigeria, la Libia - prevedono un livello di risposta commisurato all’importanza che il paese vittima degli stessi attribuisce al proprio ruolo nella regione: vada per tutti l’esempio della fermezza mostrata da Parigi rispetto alle crisi nell’ex Africa occidentale francese.
Vi sono le minacce sistemiche globali - Al Qaida, Is, ma anche Boko Haram - che richiederebbero una risposta coordinata da parte della comunità internazionale nel suo complesso; il fatto che essa sia stata spesso zoppicante costituisce un potente incentivo per queste forme di violenza e mette in mostra una debolezza che dovrebbe indurre a riflettere su quali siano le caratteristiche e i limiti di un sistema internazionale di sicurezza nel quale manchi un centro dì imputazione - e di potere - egemone e perciò stesso unitario.
Fin quando i rapitori saranno eroi per alcuni, e criminali per altri, un canone condiviso per contrastare quello che, per altri versi, è un fattore importante di devianza dalla legalità internazionale sarà molto difficile.
Si spiega così perché aldilà degli impegni politici e delle dichiarazioni di buona volontà, un sistema pattizio che definisca regole ed impegni comuni non si sia di fatto mai mostrato efficace.
L’alternativa fra pagare o non pagare appare difficilmente riconducibile all’ambito della certezza giuridica per rientrare in quello del pragmatismo - saggezza, prudenza, cinismo - della politica. Come sempre quando si entri in questa dimensione, vale il detto che la politica propone la peggiore delle soluzioni; eccezion fatta per tutte le altre.
Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
ISAG. Notizie. Bollettino 10 novembre 2014
Quaderno di Geopolitica:
1965-2015: Cinquant’anni di Québec in Italia
Nel 1965 il Québec, provincia del Canada, inaugurava un suo ufficio di rappresentanza a Milano, cui sarebbe poi seguita una Delegazione a Roma. Quello stesso anno, infatti, il ministro quebecchese Paul Gérin-Lajoie aveva lanciato la propria dottrina, secondo cui tutto ciò che è di competenza del governo provinciale in Québec, lo è anche all’estero. Oggi la provincia francofona del Canada ha numerose rappresentanze nel mondo, ma il rapporto con l’Italia rimane tra i più stretti, ...
Nel 1965 il Québec, provincia del Canada, inaugurava un suo ufficio di rappresentanza a Milano, cui sarebbe poi seguita una Delegazione a Roma. Quello stesso anno, infatti, il ministro quebecchese Paul Gérin-Lajoie aveva lanciato la propria dottrina, secondo cui tutto ciò che è di competenza del governo provinciale in Québec, lo è anche all’estero. Oggi la provincia francofona del Canada ha numerose rappresentanze nel mondo, ma il rapporto con l’Italia rimane tra i più stretti, ...
Report:
Tendenze e prospettive geopolitiche di Ecuador e Colombia
No. 32 – November 2014 Author: Filippo Romeo Language: Italian Keywords: Correa’s administration Colombia and Pacific Alliance Integration process of Latin America Download (PDF) / Scarica (PDF) Abstract The current work aims to analyze the various trends developing in Ecuador and Colombia with reference to the new geopolitical order of South America. The continent has today a new role in the multipolar scenario, breaking with the tradition of being an US geopolitical offshoot. The Latin American continent, now vital hub of the planet, is enjoying a season of profound renewal and an uncontrollable desire of freedom by taking a greater strength and sense of independence, a renewed ...
No. 32 – November 2014 Author: Filippo Romeo Language: Italian Keywords: Correa’s administration Colombia and Pacific Alliance Integration process of Latin America Download (PDF) / Scarica (PDF) Abstract The current work aims to analyze the various trends developing in Ecuador and Colombia with reference to the new geopolitical order of South America. The continent has today a new role in the multipolar scenario, breaking with the tradition of being an US geopolitical offshoot. The Latin American continent, now vital hub of the planet, is enjoying a season of profound renewal and an uncontrollable desire of freedom by taking a greater strength and sense of independence, a renewed ...
Eventi:
Russia e Italia nella Prima Guerra Mondiale: convegno al Centro Russo di Scienza e Cultura
Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, che dopo il Patto di Londra (1915) vide il Regno d’Italia alleato della Russia zarista contro gli Imperi centrali. Già nel 1909, con l’accordo di Racconigi, i due Paesi individuavano nel contenimento dell’espansione austriaca e nell’indebolimento dell’impero ottomano un obiettivo strategico comune: l’Italia avrebbe assunto un ruolo guida nel Mediterraneo, accettando al contempo l’influenza russa nei Balcani come un necessario equilibrio di forze. Intrecciata alla ...
Quest’anno ricorre il centenario dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, che dopo il Patto di Londra (1915) vide il Regno d’Italia alleato della Russia zarista contro gli Imperi centrali. Già nel 1909, con l’accordo di Racconigi, i due Paesi individuavano nel contenimento dell’espansione austriaca e nell’indebolimento dell’impero ottomano un obiettivo strategico comune: l’Italia avrebbe assunto un ruolo guida nel Mediterraneo, accettando al contempo l’influenza russa nei Balcani come un necessario equilibrio di forze. Intrecciata alla ...
«Insubordinazione e sviluppo»: Marcelo Gullo all’Università Europea di Roma
In occasione dell’uscita dell’omonimo libro in Italia, l’Università Europea di Roma (UER) in collaborazione con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) ospita il politologo argentino Marcelo Gullo per una lezione sul tema Insubordinazione e sviluppo: appunti per la comprensione del successo e del fallimento delle nazioni. Il Prof. Marcelo Gullo Omodeo è docente presso l’Università Nazionale di Lanus e la Scuola di Guerra di Buenos Aires. È laureato in Scienza politica ...
In occasione dell’uscita dell’omonimo libro in Italia, l’Università Europea di Roma (UER) in collaborazione con l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) ospita il politologo argentino Marcelo Gullo per una lezione sul tema Insubordinazione e sviluppo: appunti per la comprensione del successo e del fallimento delle nazioni. Il Prof. Marcelo Gullo Omodeo è docente presso l’Università Nazionale di Lanus e la Scuola di Guerra di Buenos Aires. È laureato in Scienza politica ...
Le grandi infrastrutture eurasiatiche: il 27 novembre Forum Euro-Russo alla Camera
La situazione finanziaria degli ultimi anni ha mostrato la necessità di ripartire dall’economia reale per superare la crisi. In un contesto geopolitico globale in cui emergono nuovi poli e si accumulano tensioni internazionali, le infrastrutture continentali costituiscono un momento essenziale per la ripresa, in grado di influire sia sui processi di modernizzazione tecnologica sia sulla stabilità in politica estera. La Russia e l’Europa partecipano della continuità dello spazio continentale euro-asiatico, ricco di risorse naturali e ...
La situazione finanziaria degli ultimi anni ha mostrato la necessità di ripartire dall’economia reale per superare la crisi. In un contesto geopolitico globale in cui emergono nuovi poli e si accumulano tensioni internazionali, le infrastrutture continentali costituiscono un momento essenziale per la ripresa, in grado di influire sia sui processi di modernizzazione tecnologica sia sulla stabilità in politica estera. La Russia e l’Europa partecipano della continuità dello spazio continentale euro-asiatico, ricco di risorse naturali e ...
«Osservatorio di attualità geopolitica»: ciclo di seminari in Sapienza
L’Università Sapienza di Roma e l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) organizzano il ciclo di incontri “Osservatorio di attualità geopolitica”. Il ciclo è valevole come “Altra attività formativa” per gli studenti dei corsi di laurea in Scienze geografiche per l’ambiente e la salute (L-6) e in Gestione e valorizzazione del territorio (LM-80) del primo ateneo romano. Gli studenti che desiderano acquisire 1 cfu tramite la frequenza obbligatoria degli incontri dell’Osservatorio e un esame orale finale sono tenuti a prendere contatto, entro e non oltre il 3 novembre p.v., col docente coordinatore Franco Fatigati (franco.fatigati@libero.it). Gli incontri sono tuttavia aperti al pubblico, ...
L’Università Sapienza di Roma e l’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) organizzano il ciclo di incontri “Osservatorio di attualità geopolitica”. Il ciclo è valevole come “Altra attività formativa” per gli studenti dei corsi di laurea in Scienze geografiche per l’ambiente e la salute (L-6) e in Gestione e valorizzazione del territorio (LM-80) del primo ateneo romano. Gli studenti che desiderano acquisire 1 cfu tramite la frequenza obbligatoria degli incontri dell’Osservatorio e un esame orale finale sono tenuti a prendere contatto, entro e non oltre il 3 novembre p.v., col docente coordinatore Franco Fatigati (franco.fatigati@libero.it). Gli incontri sono tuttavia aperti al pubblico, ...
Notizie dall'Istituto:
Il discorso di Putin al Valdaj Club. Tiberio Graziani a «Rossijskaja Gazeta»
Tiberio Graziani, Presidente dell’IsAG, è stato intervistato da Irina Mirakjan per “Rossijskaja Gazeta” a proposito del discorso del Presidente russo Vladimir Putin al Valdaj Club. “Rossijskaja Gazeta” è un quotidiano pubblico russo con funzioni ufficiali. L’intervista al Presidente Graziani è stata pubblicata il 30 ottobre 2014. L’intervista può essere riletta cliccando qui. ...
Tiberio Graziani, Presidente dell’IsAG, è stato intervistato da Irina Mirakjan per “Rossijskaja Gazeta” a proposito del discorso del Presidente russo Vladimir Putin al Valdaj Club. “Rossijskaja Gazeta” è un quotidiano pubblico russo con funzioni ufficiali. L’intervista al Presidente Graziani è stata pubblicata il 30 ottobre 2014. L’intervista può essere riletta cliccando qui. ...
Siglata convenzione quadro tra IsAG e Università Europea di Roma
L’11 settembre scorso è stata ufficialmente siglata dal Presidente Tiberio Graziani e dal Rettore Padre Luca Gallizia L.C. la convenzione quadro tra IsAG e Università Europea di Roma (UER). Il documento prevede la cooperazione tra i due enti negli ambiti della ricerca, della didattica e della formazione. Referenti per l’esecuzione della convenzione sono, rispettivamente per IsAG e UER, il Direttore Generale Daniele Scalea e la Professoressa Francesca Romana Lenzi. L’Università Europea di Roma è una Università non statale, legalmente riconosciuta con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del 5 agosto 2004, ed è abilitata al rilascio dei titoli di studio universitari aventi valore ...
L’11 settembre scorso è stata ufficialmente siglata dal Presidente Tiberio Graziani e dal Rettore Padre Luca Gallizia L.C. la convenzione quadro tra IsAG e Università Europea di Roma (UER). Il documento prevede la cooperazione tra i due enti negli ambiti della ricerca, della didattica e della formazione. Referenti per l’esecuzione della convenzione sono, rispettivamente per IsAG e UER, il Direttore Generale Daniele Scalea e la Professoressa Francesca Romana Lenzi. L’Università Europea di Roma è una Università non statale, legalmente riconosciuta con decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca del 5 agosto 2004, ed è abilitata al rilascio dei titoli di studio universitari aventi valore ...
Tiberio Graziani alla conferenza internazionale «Russia and Europe: Topical Issues of Contemporary International Journalism»
Tiberio Graziani, Presidente dell’IsAG, ha partecipato lo scorso 28 ottobre alla conferenza internazionale Russia and Europe: Topical Issues of Contemporary International Journalism, organizzata da “Meždunarodnaja Žizn’” col sostegno del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa. Il convegno ha avuto luogo a Vienna presso la Missione Permanente della Federazione Russa, Erzherzog Karl Strasse. Si tratta della terza edizione di questa conferenza internazionale dedicata al giornalismo tra Russia e Europa. Il Presidente dell’IsAG ha preso parte come oratore a tutte e tre. L’edizione 2014 è stata dedicata a Global challenges in mirror of mass media, ossia a come crisi e sfide globali siano trattate nei media ...
Tiberio Graziani, Presidente dell’IsAG, ha partecipato lo scorso 28 ottobre alla conferenza internazionale Russia and Europe: Topical Issues of Contemporary International Journalism, organizzata da “Meždunarodnaja Žizn’” col sostegno del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa. Il convegno ha avuto luogo a Vienna presso la Missione Permanente della Federazione Russa, Erzherzog Karl Strasse. Si tratta della terza edizione di questa conferenza internazionale dedicata al giornalismo tra Russia e Europa. Il Presidente dell’IsAG ha preso parte come oratore a tutte e tre. L’edizione 2014 è stata dedicata a Global challenges in mirror of mass media, ossia a come crisi e sfide globali siano trattate nei media ...
Tunisia al voto. Pietro Longo intervistato da «Il Sole 24 Ore»
Pietro Longo, Direttore del Programma “Mediterraneo e Vicino Oriente” dell’IsAG, è stato intervistato da Roberto Bongiorni per “Il Sole 24 Ore” a proposito delle elezioni in Tunisia. “Il Sole 24 Ore” è il principale quotidiano finanziario italiano. L’articolo contenente l’intervista a Pietro Longo può essere letto cliccando qui. ...
Pietro Longo, Direttore del Programma “Mediterraneo e Vicino Oriente” dell’IsAG, è stato intervistato da Roberto Bongiorni per “Il Sole 24 Ore” a proposito delle elezioni in Tunisia. “Il Sole 24 Ore” è il principale quotidiano finanziario italiano. L’articolo contenente l’intervista a Pietro Longo può essere letto cliccando qui. ...
Geopolitica Online:
Geopolitica e Mackinder in Sapienza: 110 anni dopo «Il perno geografico della storia»
A 110 anni dalla storica presentazione della teoria geopolitica del Heartland ad opera del suo ideatore, il geografo britannico Halford John Mackinder, il 5 novembre 2014 la facoltà di Scienze Politiche della Università Sapienza di Roma ha ospitato il convegno dal titolo “Il perno geografico della storia 110 anni dopo: Mackinder, la geopolitica e i rapporti anglo-russi” organizzato dall’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), Cattedra di Storia dell’Europa Orientale del Dipartimento ...
A 110 anni dalla storica presentazione della teoria geopolitica del Heartland ad opera del suo ideatore, il geografo britannico Halford John Mackinder, il 5 novembre 2014 la facoltà di Scienze Politiche della Università Sapienza di Roma ha ospitato il convegno dal titolo “Il perno geografico della storia 110 anni dopo: Mackinder, la geopolitica e i rapporti anglo-russi” organizzato dall’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), Cattedra di Storia dell’Europa Orientale del Dipartimento ...
L’Europa e l’America Latina
Intervento d’apertura di Federica Mogherini, Ministro degli Esteri italiano, alla CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) del 4 agosto 2014. L’Europa e l’America Latina sono legate da profondi legami storici, politici, socio-economici e linguistici. Oltre queste interconnessioni, i nostri due continenti sono uniti da una forte convinzione, che sarà al centro delle mie osservazioni di oggi: il credo che il regionalismo è la strada più adatta per perseguire la pace e ...
Intervento d’apertura di Federica Mogherini, Ministro degli Esteri italiano, alla CEPAL (Comisión Económica para América Latina y el Caribe) del 4 agosto 2014. L’Europa e l’America Latina sono legate da profondi legami storici, politici, socio-economici e linguistici. Oltre queste interconnessioni, i nostri due continenti sono uniti da una forte convinzione, che sarà al centro delle mie osservazioni di oggi: il credo che il regionalismo è la strada più adatta per perseguire la pace e ...
Il problema della terra in Cisgiordania: espansione, insediamenti e rifugiati
La guerra di Gaza dell’estate scorsa ha lasciato sul tavolo questioni ataviche e non più differibili in merito ai futuri sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Se da un lato le immagini che sono giunte da Gaza hanno catalizzato, in maniera comprensibile, l’attenzione mediatica, c’è da notare come la fine delle operazioni militari sembra aver nuovamente calato il silenzio sulla situazione dei territori occupati palestinesi e sulla quotidianità del conflitto. Il 30 agosto scorso la Civil Administration, ...
La guerra di Gaza dell’estate scorsa ha lasciato sul tavolo questioni ataviche e non più differibili in merito ai futuri sviluppi del conflitto israelo-palestinese. Se da un lato le immagini che sono giunte da Gaza hanno catalizzato, in maniera comprensibile, l’attenzione mediatica, c’è da notare come la fine delle operazioni militari sembra aver nuovamente calato il silenzio sulla situazione dei territori occupati palestinesi e sulla quotidianità del conflitto. Il 30 agosto scorso la Civil Administration, ...
La sfida latinoamericana per l’uguaglianza e la cooperazione con l’Europa
Parole di Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi (CEPAL), in occasione della conferenza magistrale “L’Italia e l’Europa, dopo le ultime elezioni europee: verso un nuovo partenariato con l’America Latina”, tenuta da Federica Mogherini, Ministro degli Esteri Italiano. A voi tutti un caloroso benvenuto nella casa delle Nazioni Unite in America Latina e Caraibi. Ministro Federica Mogherini, grazie di onorare questa tribuna con la voce dell’Italia, paese che ...
Parole di Alicia Bárcena, Segretaria Esecutiva della Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi (CEPAL), in occasione della conferenza magistrale “L’Italia e l’Europa, dopo le ultime elezioni europee: verso un nuovo partenariato con l’America Latina”, tenuta da Federica Mogherini, Ministro degli Esteri Italiano. A voi tutti un caloroso benvenuto nella casa delle Nazioni Unite in America Latina e Caraibi. Ministro Federica Mogherini, grazie di onorare questa tribuna con la voce dell’Italia, paese che ...
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La pressione da sud: cambiano i nomi, ma i risultati?
| Immigrazione L'Europa fra Triton e Mare Nostrum Fabio Caffio 11/11/2014 |
Così si sono espressi alcuni rappresentanti dell'Unione europea (Ue) confermando che Mare Nostrum, una delle più grandi operazioni di salvataggio della storia mediterranea, non sarà per il nostro Paese un vano sforzo.
La svolta di Frontex
L'operazione di Frontex denominata Triton, fortemente voluta dall'Italia, rappresenta un punto di svolta per l'Agenzia di controllo delle frontiere esterne Ue, che deve confrontarsi con massicci flussi migratori provenienti dal Nord Africa.
Abbandonata la prassi dei respingimenti in alto mare verso i Paesi di origine (senza che alcun organo europeo di giurisdizione ne esaminasse la legalità), Frontex ha ora assunto con il nuovo Regolamento del 2014 un'inedita veste: rispettare il principio di non respingimento; tutelare i diritti umani; intervenire - quando necessario - in ricerca e soccorso, Sar; trasportare le persone salvate in un place of safety, "luogo sicuro" dove, secondo la nozione internazionale, la vita dei sopravvissuti non è più a rischio, e dove possono essere soddisfatti i loro bisogni vitali.
Quello del Sar è stato per anni un nodo critico che Frontex ha solo ora risolto, prevedendo, nella sua missione, l'obbligo di salvataggio. La sua osservanza è però demandata agli Stati membri quale funzione non regolamentata dai trattati Ue ed attinente alla sovranità dei Paesi partecipanti a un'operazione.
La missione principale dell'Agenzia è rimasta inalterata per quanto riguarda il mare territoriale e la zona contigua (in totale 24 mg. dalla costa o dalle linee di base): evitare ingressi illegali provvedendo a fermare, anche con la forza, imbarcazioni trasportanti clandestini, agevolare l'azione dello Stato costiero volta a identificare i migranti, in particolare quelli aventi titolo a protezione internazionale, arrestare gli scafisti.
Triton, l'Italia e Malta
L'operazione Triton, che verrà condotta almeno sino a fine anno, è modellata su tale nuovo mandato di Frontex e vede la partecipazione di navi, anche d'altura, e di aeromobili di Finlandia, Francia, Islanda, Lettonia, Malta, Olanda Portogallo e Spagna appartenenti alle amministrazioni competenti nei rispettivi Paesi.
Il comando è affidato al nostro Ministero dell'Interno (trattandosi di attività di ordine pubblico) che si avvale delle capacità tecnico-operative della Marina Militare, della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera (responsabile per il Sar).
ll controllo delle frontiere verrà operato sino a circa 30 miglia dalle coste di Puglia, Calabria e Sicilia, in una fascia comprendente le nostre aree di mare territoriale e zona contigua nonché, in parte, al di là di esse, nella zona Sar italiana e maltese.
In caso di soccorso le persone salvate verranno trasportate in Italia. Per gli interventi operati da Malta nella zona a essa riservata da Frontex il place of safety dovrebbe essere tuttavia sull'Isola.
La partecipazione maltese, che in passato aveva rinunciato ad ospitare operazioni Frontex proprio per riserve sul regime del place of safety, è senz'altro un fatto positivo: Valletta sembra aver accantonato alcune delle sue posizioni di principio collaborando con spirito di solidarietà europea.
Mercantili in soccorso
Lo scorso anno, le carenze dei Paesi del Nord Africa nel controllo delle proprie acque hanno indotto il nostro Paese a lanciare Mare Nostrum. Anche in passato, le unità navali italiane non si erano mai tirate indietro di fronte a soccorsi in acque libiche agendo quasi per conto delle locali autorità Sar.
Con la fine di Mare Nostrum, gli scafisti potrebbero essere tentati di fare affidamento sui mercantili in transito. Questi sono infatti obbligati a intervenire in soccorso, spontaneamente o su richiesta delle Autorità Sar. In questo modo i trafficanti eluderebbero arresti e sequestri, venendo meno l'attività di ordine pubblico e screening sanitario garantito dalle Forze navali italiane.
Preoccupazioni sono state espresse dalle società di navigazione per i costi legati al trasporto delle persone salvate in un place of safety. Forse questo spiega l'auspicio europeo che Mare nostrum continui nella consapevolezza che vi sono carenze o inerzie nei servizi Sar di alcuni suoi membri.
Oltre Mare Nostrum
La linea operativa italiana dedicata alla sorveglianza marittima e al Sar è senz'altro la più consistente in Europa e la più efficace anche grazie all'eccellente cooperazione interministeriale tra Interno, Trasporti, Difesa e Finanze, tutte Amministrazioni operanti in mare in attività "non militari".
Grandi sono dunque le capacità navali che l'Italia può dedicare alla sicurezza delle acque antistanti Tunisia, Libia ed Egitto da cui provengono le carrette che hanno preso il mare per l'avidità degli scafisti, l'assenza di controlli dei Paesi costieri e la mancanza di un sistema di richiesta di asilo in loco.
Se anche l'Europa lo chiede, per l'Italia non resta che assumere l'iniziativa di essere leader nel Sar mediterraneo e nella sorveglianza dei traffici illeciti connessi alla tratta dei migranti iniziando con il cooperare con i Paesi amici del Nord Africa come Algeria, Tunisia ed Egitto in attesa della rinascita libica.
Fabio Caffio è Ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto internazionale marittimo.
mercoledì 12 novembre 2014
Heino Klimck: un articolo da pubblicare
Si riporta l'articolo che ra stato dato per la Rivista "II Risorgimento" e poi, non essendovi stato pubblicato in quanto la rivista ha cambiato il suo Direttore Responsabile, è stato proposto per
"Le porte della Memoria"
Lo si riporta qui per dargli un minimo di diffusione
Le implicazioni Strategiche della presenza delle Aziende Cinese all’Estero
Heino KLINCK[1]
I Parte
Introduzione -Il contesto storico
Il 18 dicembre 2008 ha
segnato il trentesimo anniversario dell'inizio in Cina di riforme economiche
che hanno spinto il paese all'epicentro dell'economia mondiale dopo un'assenza
di diversi secoli. In quella stessa data di 30 anni prima, infatti, l’11°
Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (di seguito indicato con la
sigla PCC) aveva votato l’adozione di significative riforme economiche invocate
da Deng Xiaoping. L’attuale presidente cinese, Hu Jintao, ha definito
quella decisione come “un grande risveglio del partito comunista.”[2] Dopo il caos della rivoluzione culturale,
Deng ammise che se l’intento della Cina era quello di ristabilire l’economia,
costruire la propria potenza nazionale e riconquistare un legittimo posto al
sole, allora era necessario procedere ad importanti riforme. Egli
affermò che la Cina avrebbe dovuto seguire una strategia di “apertura verso il
mondo esterno”. [3] Deng sostenne che con le riforme e l’apertura,
la Cina avrebbe avuto accesso ai capitali internazionali, alle competenze di
gestione, alla tecnologia ed ai mercati. Questi furono i primi passi
che, trent'anni dopo, avrebbero portato la Cina a superare la Germania,
divenendo il primo esportatore al mondo, nonché a scalzare il Giappone dalla
seconda posizione nell’economia globale complessiva e, infine, a rilevare il
posto degli Stati Uniti quale maggiore consumatore mondiale di energia.
Durante i primi due
decenni di apertura economica della Cina, il focus è stato principalmente
incentrato sull’enorme crescita economica, sulla massiccia attrazione di
investimenti esteri diretti (di seguito indicati con la sigla ODI: Overseas
Direct Investment), l’enorme surplus commerciale con l'Occidente e l’emersione
di una classe media di grandi dimensioni. Negli ultimi 20 anni l'economia cinese
è cresciuta ad una velocità 7 volte maggiore rispetto a quella degli Stati Uniti
e del Giappone durante le fasi preliminari del loro sviluppo economico. Il
Giappone ebbe bisogno di 25 anni per crescere di 6 volte durante il periodo dal
‘60 all’85, mentre gli Stati Uniti dovettero attendere più di 60 anni per
crescere di 3,5 volte negli anni dal 1870 al 1930. Inoltre,
si prevede che il tasso annuale di crescita del
PIL cinese si manterrà ad almeno il 7% per tutto il prossimo decennio e anche
oltre.
Tuttavia, un fenomeno
relativamente nuovo ha assunto un ruolo centrale nello scorso decennio e in
particolare negli ultimi cinque anni: l’ODI cinese è divenuto uno dei più
grandi fenomeni economici del 21° secolo. In un
arco di tempo relativamente breve, la Cina è diventata il primo investitore tra
i paesi in via di sviluppo ed il sesto al mondo con 150 miliardi di dollari
investiti nei mercati esteri.[4]
Questa condizione segna uno sviluppo di rilevanza strategica, con implicazioni
che vanno ben oltre l’aspetto economico. In passato, l’ODI cinese è stato
irrisorio rispetto agli standard globali. Ancora nel 2004 la Cina si era
classificata solo al 28° posto in
termini di ODI nel mondo.[5] Negli anni 2003-2008 il tasso di crescita annuale
dell’ODI cinese è stato pero del 60%, ma probabilmente è più interessante notare
che, mentre la crisi finanziaria globale raggiungeva il suo culmine nel 2008 e l’ODI
mondiale si contraeva del 20%, il corrispettivo dato cinese arrivava
addirittura a raddoppiarsi.[6]
A similitudine
dell’iniziativa Deng, anche questa notevole enfasi strategica sull’ODI è stata
una decisione top-down assunta a Pechino. La strategia d’apertura, nota in mandarino
come qu chu zou, fu inaugurata a metà degli anni ‘90 dalla Commissione
Statale dell’Economia e del Commercio che selezionò 120 campioni nazionali da spedire fuori dai confini nazionali come punte
di diamante rappresentative dell’impegno commerciale cinese all'estero.[7] Nel 1997, il 15° Congresso del PCC spinse le imprese
statali (SOE: State Owned Enterprises) ad entrare nel mondo della concorrenza
investendo all'estero. L'allora presidente Jiang Zemin rese nota la
volontà del governo di “stabilire dei
gruppi di imprese di grandi dimensioni, altamente competitivi, trans-regionali
e inter-commerciali, mediante operazioni transnazionali e proprietà incrociate”
al fine di incoraggiare “gli investitori cinesi ad investire all'estero, in
aree che possano mettere in gioco il vantaggio competitivo cinese in modo da
utilizzare al meglio le risorse e i
mercati cinesi e stranieri.”[8] Con una mossa correlata, Jiang consigliò
alle aziende di Stato di andare all'estero in cerca di risorse naturali. Questa
spinta dall'alto verso scambi con paesi ricchi di risorse quali le regioni del
Sud-Est Asiatico, dell’America Latina e dell’Africa, portò l’economia cinese ad
un’incredibile crescita del 600% durante il periodo 2001-200[9].
Nel 2000, la politica di going global fu ufficialmente formulata dal Premier Zhu Rongji che,
nel suo discorso di policy annuale, incoraggiò le imprese cinesi ad investire
all'estero mentre era contemporaneamente in fase di definizione l’ingresso
della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o anche WTO: World
trade Organization). Zhu immaginava il going
global come una piattaforma riservata alle imprese cinesi desiderose di diventare
più competitive nell'economia mondiale. L’integrazione nell’OMC ha
rappresentato un passaggio fondamentale per la Cina. Sebbene, infatti,
comportasse una maggiore concorrenza straniera sul mercato interno, ha di
contro permesso alle aziende cinesi una maggiore possibilità di accesso al capitale
umano, gestionale e tecnologico introdotto da investitori stranieri e da
concorrenti che, a quel punto, erano in grado di operare nella Cina.
Il 10° piano quinquennale (2001-2006) cinese
indicò nella politica di going global
una delle aree chiavi necessarie per il percorso della Cina verso la
globalizzazione,
come espressamente dichiarato da un’autorità cinese, Andrew
Leung, che affermò: “Going global è
molto più che una strategia nazionale”.[10] L'obiettivo di questa politica era quello
di preparare il terreno per alcune società cinesi affinché potessero competere
con le migliori aziende straniere e affermarsi pienamente, entrando nel novero
delle aziende elencate da Fortune Global 500. Nel 1995, infatti, questa classifica elencava
soltanto due società cinesi, ma nel 2007 la cifra era gia’ aumentata a 22. Proprio
come il Giappone negli anni ‘80 e la Corea del Sud negli anni ‘90, il primo
decennio del 21° secolo ha visto le aziende cinesi trasformarsi da organismi
caratterizzati da un’elevata intensità di lavoro a sistemi operativi ad alto
valore aggiunto riverberatosi nel loro desiderio di investire all’estero, sospinto
da una miriade di ragioni.
L’enorme crescita economica
della Cina è stata rapidissima ed è stata descritta come “la crescita improvvisa
di ricchezza piu’ dinamica nella storia dell'umanità”.[11] Questa situazione rappresenta un ritorno
all’ordine mondiale pre-colombiano in cui la Cina era il centro del sistema
economico globale. E’ vero che gran parte di questa crescita si basa su una
strategia economica imperniata
sull’esportazione; tuttavia, gli ultimi anni hanno visto un cambiamento dettato
dall’aumento degli ODI particolarmente
focalizzato sulle fusioni e acquisizioni (M & A: Merge & Acquisitions) tra
aziende straniere e cinesi.
Questo vettore di
crescita è sostenuto da una solida teoria macroeconomica. La
Cina non può fare esclusivo affidamento sulle esportazioni per il tipo di
crescita che ha visto nel corso degli ultimi 30 anni. Con
il going
global, le imprese cinesi possono evitare le tariffe e le restrizioni
commerciali tipiche di altre economie e possono quindi penetrare nuovi mercati
con tutti i vantaggi che ne conseguono, ivi incluso l'accesso a nuove
tecnologie, a risorse naturali e al capitale umano. Inoltre,
lo tsunami finanziario globale del 2008, accoppiato con l’incredibile riserva di
dollari posseduta della Cina, ha permesso alle imprese cinesi di agire
aggressivamente all’estero acquistando attività a prezzi relativamente scontati.
Questa situazione ha attirato l'attenzione dei commentatori stranieri i quali
non sempre si sono espressi favorevolmente.
Il ritorno della Cina
alla ribalta della scena geopolitica è un corollario al suo ritorno economico
sulla scena mondiale. Sin dalle riforme di Deng, risalenti alla fine degli anni
’70, l'espansione del Prodotto Nazionale Lordo è stata una componente
principale della strategia tesa ad accrescere la potenza globale cinese e la
capacità di influenzare gli affari internazionali. Un
aumento della capacità economica è naturalmente accompagnato da un aumento del
potere complessivo nazionale. Eppure la Cina respinge con forza ogni
accusa di voler utilizzare aggressivamente il proprio potere e non perde occasione
per affermare che la sua ascesa nel mondo è del tutto pacifica e non ha alcuna
ambizione territoriale.[12] Tuttavia, è incontestabile che l’ODI si aggiunga
effettivamente all’influenza e al capitale politico che la Cina esercita direttamente
e indirettamente a scala globale. E’ significativo notare che le imprese
cinesi spesso investono in stati molto particolari quali la Birmania, l’Iran, il
Sudan e lo Zimbabwe, tutti paesi che l'Occidente avrebbe bollato come paria. Grazie al sostegno del governo, le
aziende cinesi sono in grado di prendere decisioni aziendali e commerciali che
nelle democrazie occidentali sarebbero considerate moralmente inaccettabili e
politicamente insostenibili. Ciò consente alle società cinesi di operare con quella
flessibilità e agilità che in determinati mercati consente loro di acquisire il vantaggio della
prima mossa.
E’ ragionevole collegare
la politica economica cinese alla politica estera, ma occorre prestare attenzione a non
enfatizzare eccessivamente questa correlazione. In un famoso articolo, il giornale The
Economist ha definito la Cina come un drago
famelico alla spasmodica ricerca di
energia e di altre risorse naturali per alimentare fabbriche e centrali
elettriche.[13] La Cina ha un bisogno
così forte di energia per sostenere la crescita economica e una popolazione
talmente grande che, inevitabilmente, giungerà a un punto in cui si troverà a
corto di risorse naturali. La continua ricerca di fonti di energia
all’estero per garantirsi la sicurezza energetica è quindi diventata uno dei
più pressanti obiettivi della politica estera cinese. Inoltre, un articolo di Foreign Affairs[14] ha sostenuto che,
attualmente, la politica estera cinese è guidata da un bisogno di risorse senza
precedenti nella storia. L’affermazione potrebbe apparire un po’ esagerata, ma
ciò non toglie che esista un’evidente connessione tra i due elementi. Le decisioni
di politica estera sono certamente indici di crescita del potere nazionale e
delle capacità della Cina dovute al suo sviluppo economico.[15]
Una delle fonti di
legittimazione del PCC è la crescita economica sostenuta che necessita di un
flusso regolare e affidabile di energia
e materie prime. Se venisse meno,
porterebbe ad un’inevitabile contrazione della crescita economica cinese e
quindi alla messa in discussione del ruolo stesso del PCC. Nel caso peggiore, quindi,
si potrebbero creare incertezze e sconvolgimenti interni capaci di minacciare proprio
quegli elementi che la leadership cinese ritiene da sempre indispensabili per
lo sviluppo armonico della società. Quanti conoscono la storia cinese sanno che
più di una dinastia è caduta a causa di vicende simili ed il PCC è profondamente
consapevole di essere esposto agli stessi rischi dei loro predecessori
dinastici.
In tale prospettiva, il presente lavoro si prefigge di
delineare la strategia economica cinese del going
global e le sue implicazioni geopolitiche, economiche e diplomatiche per la
sicurezza nazionale degli Stati Uniti e degli altri paesi. Il Capitolo 1 si
concentrerà sulla decisione cinese di diventare globale, ovvero la politica di going global, per poi procedere ad un
esame della teoria macroeconomica che sostiene la decisione della leadership
cinese di supportare le attività commerciali globali, guardando anche agli
imperativi politici. Nel Capitolo 2 saranno illustrate le principali giustificazioni
che hanno portato alla decisione di puntare alla globalizzazione, analizzandole
da varie prospettive, e si individuerà il ruolo delle imprese e degli enti
commerciali nella politica estera cinese. Il Capitolo 3 analizzerà più in
profondità questo tema, al fine di spiegare le ragioni economiche e commerciali
del forte attivismo cinese all'estero che poggia, fondamentalmente, sulla possibilità di accedere alle risorse, ai
mercati, alle tecnologie e al capitale umano, ivi compresa la proprietà
intellettuale. Il Capitolo 4 specificherà i settori industriali di particolare
interesse per le imprese cinesi all'estero e analizzerà i profili di importanti
operatori commerciali cinesi oltremare e le aree ove concentrano le loro
attività. Il Capitolo 5 esaminerà le implicazioni soft power delle aziende cinesi tese alla globalizzazione; il Capitolo
6 quelle hard power. Il Capitolo 7
tratterà le reazioni regionali alle attività commerciali cinesi nelle varie
aree geografiche, misurandone la presenza in Africa, Americhe, Asia, Europa e
Medio Oriente. Il Capitolo 8 valuterà le implicazioni per gli Stati Uniti conseguenti
alle aziende cinesi impegnate nel going global. Infine il Capitolo 9 concluderà
l’elaborato fornendo un’analisi del potere nazionale secondo il quadro dei
fattori DIME definiti dagli USA: diplomatico, informativo, militare ed
economico.
Capitolo 1 - La
decisione di Pechino di "Go Global"
1.1 La teoria macroeconomica.
I benefici della crescente
partecipazione cinese all'economia mondiale sono diventati evidenti molto prima
che “globalizzazione” diventasse un termine familiare e di riferimento. Le priorità
economiche cinesi sono cambiate in maniera significativa nel corso degli ultimi
30 anni, passando da una economia basata soprattutto sulle esportazioni a una
in cui l’ODI ha assunto un ruolo in progressiva crescita, fondato su solidi
principi di logica macroeconomica. In ultima analisi, i limiti naturali del
commercio internazionale vincolano un’economia imperniata prioritariamente sull’esportazione. Le
imprese cinesi possono raccogliere vantaggi commerciali, spostando le loro
attività all’estero in varie forme e modi, onde annullare l'impatto delle
barriere commerciali e tariffarie. La globalizzazione del business cinese
permette l’ingresso in nuovi mercati, l'accesso a economie più sviluppate e fornisce
elevati margini potenziali di profitto e crescita della catena del valore. Come
precedentemente affermato, dietro l’ODI si pone un consistente ragionamento
macroeconomico volto ad acquisire know-how tecnologico e altri assetti basati
sulla conoscenza.
Gli economisti hanno
discusso a lungo se il percorso della Cina fosse un modello originale o se,
come in molti paesi in via di sviluppo, avesse seguito la teoria di Dunning
degli investimenti per lo sviluppo (IDP: Dunning’s investment development path theory).[16] La teoria IDP è
stata ampiamente applicata per spiegare la massa degli investimenti ODI che i
vari paesi hanno fatto dilagare nel mondo, mettendola in relazione con il
livello di sviluppo economico dei singoli stati. Semplificando
il concetto, la teoria IDP associa i livelli ODI al PIL pro capite, anche se,
nei successivi affinamenti teorici elaborati nel 1996 e nel 2001, Dunning ha introdotto anche il capitale umano
accanto ai tipi di prodotti e di industrie.
Il particolare approccio
graduale alle riforme economiche ha prodotto un massiccio aumento degli ODI in
Cina, delle esportazioni verso altri mercati e del PIL pro capite che, tra il
1979 e il 2002, è addirittura quadruplicato. Ciò ha certamente portato a maggiori
investimenti domestici nel capitale umano sottoforma di istruzione e
formazione. Inoltre,
un aumento così significativo del PIL pro capite ha permesso di diversificare
prodotti, industrie e mercati. Questi fattori dimostrano la rilevanza
degli affinamenti apportati alla teoria originale di Dunning e ora si sostiene
convintamente che ciò ha portato ad un aumento dell’ODI cinese.
L’ipotesi IDP di Dunning
è derivata dalla teoria “OLI”. Le imprese multinazionali (IMN) possiedono
numerosi vantaggi basati sulla proprietà (ownership - O) di specifiche tecnologie
o altre conoscenze, nonché del potere di mercato ottenuto nei paesi di origine.
I paesi esteri ospitanti offrono potenziali vantaggi di localizzazione
(localization - L) ad alcune multinazionali. Tra le IMN e l'economia del paese
ospitante si possono avere parecchi vantaggi di internalizzazione
(internalization - I). Alla fine, i vantaggi L possono trasformarsi in vantaggi
O nei paesi di accoglienza inizialmente considerati come obiettivi per l’ODI.
Quindi, i vantaggi O possono diventare la base per la generazione di ODI dal
paese ospitante originale che di conseguenza riceve vantaggi. Tutto questo può
essere visto chiaramente nel modello cinese di sviluppo economico. Un simile ciclo
incrementa una serie di investimenti diretti esteri che poi si trasformano in ODI
verso mercati geograficamente e culturalmente vicini, prima di diffondersi in altre
aree.
Sin dalla metà degli
anni ‘80, l’ODI cinese riflette una crescente integrazione con l'economia
regionale e globale. L’aumento della potenza economica cinese, particolarmente
in rapporto alle riserve in valuta straniera, ha consentito un rapido aumento
dell’ODI cinese verso i paesi d'oltremare.
1.2 Il legame
politico-economico in Cina
A livello
internazionale, la dimensione globale della Cina dipende in parte dall’appartenenza
ad importanti organizzazioni internazionali come l'Organizzazione Mondiale del
Commercio (WTO) ed altri organismi economici. Il dibattito interno sull'opportunità
di intraprendere il tentativo di affiliazione a tali organizzazioni ha
contrapposto le parti favorevoli ad una maggiore integrazione nell'economia
mondiale con quelle piu’ inclini a tendenze isolazioniste dettate dalla preoccupazione
per i potenziali pericoli dovuti ad un’eccessiva influenza straniera. Chiaramente,
una maggiore integrazione nell'economia mondiale fu vista come un requisito indispensabile
per una crescita sostenuta dell'economia cinese. In
tal modo emersero due pericoli paralleli per il governo cinese e per il PCC. Se il
governo non avesse deciso di abbracciare con convinzione l'economia globale e
con esso le minacce di una maggiore esposizione ai valori democratici
occidentali, avrebbe rischiato di ritardare fortemente lo sviluppo. La continua
stagnazione economica porta con sé costi sociali reali e costi politici
potenziali. La
storia cinese è piena di problemi economici e politici che hanno portato a
crisi sociali.
Ciononostante, permaneva
la preoccupazione che se il governo avesse deciso di perseguire la
globalizzazione economica e l’interdipendenza internazionale, avrebbe dovuto
subire i rischi derivanti da una maggiore
esposizione alle influenze politiche e culturali straniere. Queste
considerazioni preoccupavano molti
esponenti del PCC che temevano fortemente l’avvento di nuovi costumi sociali e
di una diversificazione del pensiero politico che avrebbe potuto inquinare la
Cina e mettere a rischio il monopolio del potere politico del Partito Comunista.
Per questo motivo il
dibattito fu davvero serio e gravido di rischi, poiché la priorità assoluta del
PCC era quella di mantenere il monopolio del potere. Di conseguenza, il
perseguimento degli interessi economici sulla scena internazionale è stato
realizzato in modo graduale, valutando le esigenze caso per caso con l'obiettivo
di massimizzare il profitto e minimizzare costi e rischi.[17] L’apertura economica e la partecipazione dei
cinesi all’ODI è stata vista come un'arma a doppio taglio per ragioni sia politiche
che economiche.
Ciò ha inciso a fondo sul
ruolo dell’ODI cinese nell’evoluzione economica del paese com’anche sul processo
decisionale governativo orientato ad una gradualità che consentisse di
incrementare l’ODI, attenuandone tuttavia i rischi.
1.3 Panoramica sulle decisioni del governo cinese
Quasi in concomitanza
con la decisione di aprire la Cina all'economia di mercato, anche se in forma
limitata, fu presa la decisione di avviare il processo di investimento diretto
all’estero. I
leaders cinesi riconobbero che l'integrazione nell'economia mondiale era un
elemento di vitale importanza per la crescita economica. Tuttavia, nonostante
la riconosciuta importanza dell’ODI per questo processo di integrazione, nutrivano
ancora una forma di apprensione riguardo ai mercati esteri, preoccupati com’erano dalla possibilità di
eccessivi deflussi di capitale e dalle restrizioni di cambio, nonché da una
sensazione di inadeguatezza della Cina ad operare efficacemente all'estero e soprattutto
dal pericolo di perdere il controllo del patrimonio statale. Pertanto,
nelle prime fasi il Governo adottò un approccio molto cauto nei confronti
dell’ODI che, inizialmente, costituì soltanto una minuscola parte, insignificante
in termini economici globali. Nel 1979, l’ODI cinese ammontava soltanto
a 0,8 milioni di renminbi,[18] ma quello fu solo l'inizio di un processo
che, al suo apice nel 2008, ha raggiunto i 73 miliardi di dollari.[19]
La massiccia crescita
cinese dell’ODI è stato il risultato di un processo evolutivo sviluppatosi per
circa 30 anni e guidato fin dal primo momento dal governo centrale. Questo
processo è stato caratterizzato da cinque fasi:[20]
- Fase
1 (1979-1983): Il Consiglio di Stato era l’unica autorità deputata
all’approvazione dell’ODI che avveniva dopo aver esaminato ad una ad una le
singole esigenze. Solo le entità statali erano autorizzate ad investire
all'estero. Non furono promulgate norme sull’ODI;
- Fase
2 (1984-1992): in questo periodo furono autorizzate a richiedere l'approvazione
per l’ODI anche le imprese non-statali e vennero promulgate le prime norme
standardizzate. L'allora Ministero del Commercio Estero e della Cooperazione
Economica (MOFTEC), precursore dell’attuale Ministero del Commercio (MOFCOM), nel maggio 1984 promulgò la “Comunicazione sui principi e lo scopo dell’Autorità per l'esame e l'approvazione della
creazione di imprese non commerciali in paesi esteri, Hong Kong, e Macao”. Nel
luglio 1985, il MOFTEC attuò il “Regolamento
provvisorio sulle misure amministrative e procedure di esame e approvazione per
l’istituzione di imprese non commerciali all'estero”;
- Fase
3 (1993-1998): il verificarsi di importanti perdite di ODI a Hong Kong nel
settore immobiliare e nei mercati azionari portò all’emanazione di misure più
rigorose per il monitoraggio e il controllo dell’ODI. Lo scopo consisteva nel formalizzare
le modalità di deflusso del capitale cinese oltremare, al fine di assicurarne
il corretto investimento. La Commissione di Pianificazione
Statale (di seguito indicata con la sigla CPS) e l’Amministrazione Statale di
Controllo dello Scambio Estero (di seguito indicata con la sigla ASCSE) furono
incaricate di rivedere e valutare le proposte di ODI superiori al milione di
dollari. Il MOFTEC
manteneva ancora a sè l’autorità di approvazione definitiva ed emanò il “Regolamento di Amministrazione di
imprese oltremare”, nel 1993, e le
“Misure per l'Amministrazione delle Società commerciali e dei loro uffici di
rappresentanza all’estero”, nel
1997;
- Fase
4 (1999-2002): questa fase segnò una svolta importante nell’incoraggiare ogni tipo di impresa cinese ad andare all'estero. Il
Consiglio di Stato iniziò infatti ad offrire incentivi quali sgravi fiscali,
assistenza per il cambio e altre forme di sostegno finanziario. Inoltre, pubblicò
“Consigli per incoraggiare le imprese a sviluppare affari oltreoceano nel
settore della trasformazione e dell’assemblaggio di materiali” con l’obiettivo di promuovere la
creazione di progetti di produzione, lavorazione e montaggio di materiali cinesi all'estero;
-
Fase 5 (2002-oggi): Il 16° Congresso del PCC formalizzò nel 2002
la politica going global a sostegno
di una strategia onnicomprensiva volta ad aprire l'economia cinese ai mercati
esteri. La precedente normativa che disciplinava l'approvazione in maniera alquanto
bizantina fu ottimizzata per favorire la strategia going global. Nel 2004, il Consiglio di Stato attuò un’importante
dichiarazione con la “Decisione
sulla riforma del sistema di investimento”
in cui il governo mutò il proprio ruolo da ente di approvazione a organo di supervisione e
sostegno delle imprese cinesi all'estero. Inoltre, la Commissione nazionale di
sviluppo e riforma della Cina (di seguito indicata con la sigla CNSRC), il
Ministero degli Affari Esteri e il MOFTEC diffusero il “Catalogo Guida ai paesi e alle
industrie per gli investimenti all'estero”, che individuava determinati obiettivi
per gli investimenti cinesi. L'elenco, suddiviso in specifiche aree geografiche e settori
d’interesse, prevedeva che: “Qualsiasi impresa che risulti conforme al Catalogo
guida e sia titolare di un certificato di approvazione per l’investimento
all'estero...deve avere priorità nel godere di un trattamento preferenziale
nell'ambito delle politiche dello Stato in relazione a finanziamenti, valuta
estera, oneri fiscali e doganali, import ed export, ecc.”[21] E’ evidente che la pubblicazione di un simile catalogo
e delle annesse raccomandazioni, tuttora in vigore, crea una possibilità di incidere sui mercati
decisamente maggiore per un paese come la Cina rispetto ad un’economia
occidentale. Circa tre quarti degli ODI cinesi riguardano le imprese statali. Il
catalogo governativo mira ad indirizzare la strategia delle imprese e in
particolare delle aziende di Stato che intendono recarsi all'estero. Il
catalogo 2004 comprendeva raccomandazioni per 67 paesi (26 in Asia, 13 in
Africa, 12 in Europa, 11 nelle Americhe e 5 in Oceania) e 7 settori industriali
tra cui elettronica, manifatturiero e risorse naturali. La CNSRC ha aggiornato
i cataloghi nel 2005 e nel 2007.[22]
L'evoluzione della
posizione governativa rispetto all’ODI ha comportato un graduale allentamento
di norme in Cina, volte ad evitare la concorrenza e la duplicazione delle
attività commerciali in paesi stranieri, perseguendo contemporaneamente il potenziamento
e l’espansione del commercio in generale. In sintesi, il governo ha assunto delle
decisioni tese a facilitare gli investimenti cinesi all'estero mediante:
l'introduzione di incentivi finanziari e di altra natura; lo snellimento dei
requisiti amministrativi e di approvazione; l’alleggerimento dei controlli per
il deflusso di capitali, l’informazione e l’orientamento per le aziende che
vogliono andare all'estero; la riduzione dei rischi di investimento per le
aziende cinesi sui mercati esteri. La CNSRC
e la Banca Export-Import Cinese hanno istituito un sistema di prestito
preferenziale per progetti chiave all'estero che devono contemplare almeno uno
dei seguenti aspetti:
-
progetti di sviluppo all'estero che coinvolgano risorse
scarsamente disponibili in patria;
-
produzione all'estero e progetti
infrastrutturali che fungano da sprone all’esportazione dalla Cina di
tecnologia, prodotti, servizi e manodopera;
-
ricerca all'estero e progetti di sviluppo che
forniscano accesso a tecnologie avanzate straniere e alle competenze di
capitale umano;
- fusioni
e acquisizioni di società estere che migliorino la competitività delle aziende
cinesi a livello globale e forniscano l'accesso ai mercati esteri.
Il governo cinese offre
incentivi fiscali per le aziende cinesi affiliate all’estero che vengono
dapprima esentate dalle imposte nei primi cinque anni di costituzione e, successivamente,
vengono tassate soltanto al 20%.[23] La CNSRC e il MOFCOM esaminano e approvano le richieste di ODI. Nel
2004 queste organizzazioni hanno rispettivamente emanato le “Misure
provvisorie per l’amministrazione di esami e approvazioni di progetti di
investimento all'estero” e le “Disposizioni in materia di esame e
approvazione di investimenti per la conduzione di imprese all'estero” che hanno
introdotto 3 importanti elementi: decentramento a livello locale del potere di approvazione
dei progetti all'estero; semplificazione delle procedure tramite
l’eliminazione degli studi di fattibilità e altri documenti giustificativi;
aumento della trasparenza mediante un maggior ricorso a risorse online.
Il governo centrale
cinese ha voluto collegare l’ODI rivolto a specifiche località e settori
industriali con le strategie di lungo periodo della Cina. L’ASCSE
è responsabile dei controlli sul capitale. L’enorme crescita del surplus di capitale ha provocato un aumento degli investimenti esteri. Nel corso
degli anni, l’ASCSE ha gradualmente riformato e liberalizzato le procedure onde
consentire alle imprese cinesi operanti all'estero di reinvestire più
facilmente i profitti in loco. Nel 2005 ha permesso ai suoi uffici locali di
gestire tutte le operazioni fino a 10 milioni di dollari e ha assegnato ai suoi uffici cambi una quota di 5
miliardi. In
sintesi, l'evoluzione delle politiche ASCSE ha permesso alle aziende cinesi di
accedere ad una maggiore quantità di valuta estera e di prestare denaro alle
loro filiali all'estero.
Il MOFCOM ha pubblicato
nel 2004 le “Linee guida per gli investimenti in industrie dei paesi d'oltremare”, stabilendo che le imprese
cinesi dotate di certificati di approvazione per gli investimenti all'estero
sarebbero state autorizzate a trattamenti di favore riguardanti l'acquisto di
capitale in valuta estera, la fiscalità, i dazi doganali e altri trattamenti
governativi preferenziali. Inoltre, il MOFCOM ha creato una banca
dati online per informare le imprese cinesi circa le opportunità di
investimento all'estero.
Nello stesso anno, il MOFCOM
ha definito anche i “Sistemi di riporto
per gli investimenti e gli ostacoli al funzionamento”, mirati a diminuire i rischi di
investimento sostenuti dalle società cinesi all'estero. Il MOFCOM sfrutta le
missioni diplomatiche e le altre
attività commerciali cinesi all'estero, per evidenziare i problemi e le sfide che
le aziende affrontano all’estero in modo da avvertire e proteggere i potenziali
investitori. In caso di problemi, inoltre, il MOFCOM può anche ergersi a protezione
delle imprese cinesi all'estero, facendone
le veci nei contatti con il paese ospitante.
Sempre nell’intento di ridurre
i rischi di investimento per le imprese cinesi,
il MOFCOM ha inoltre collaborato
con alcune agenzie governative per emanare, a partire dal 2003, i seguenti cinque
documenti:“Sistema statistico per gli investimenti
diretti all'estero; “Misure per la valutazione complessiva e l’ispezione
congiunta annuale relative agli investimenti oltremare”; “Sistema di registrazione
via internet per l’esplorazione delle risorse minerarie nei paesi esteri”;
“Sistema di riporto profasico per le questioni riguardanti la fusione e
l’acquisizione delle imprese oltremare.”
Il sostegno statale è cruciale
per le imprese cinesi che vogliono andare all'estero. L'assistenza
pubblica non si limita soltanto alla semplificazione delle procedure di
approvazione necessarie per le imprese intenzionate a diventare globali. Oltre
alle varie misure già introdotte, nel maggio 2009 il governo ha delegato a
livello provinciale, e anche inferiore, il processo di approvazione degli
investimenti fino a 100 milioni di dollari.[24]
Pechino fornisce inoltre sovvenzioni e crediti alle imprese che tentano di penetrare
i principali mercati d'oltremare con progetti nel settore energetico e
nell’acquisizione di tecnologia.
Alcune Banche di Stato hanno ampliato la
loro presenza all'estero, al fine di facilitare l’ODI e incrementare gli
investimenti nei mercati finanziari d'oltreoceano. Dal
2007 al 2008, ad esempio, gli investimenti nei settori finanziari stranieri
sono aumentati di 7 volte e hanno raggiunto il valore di circa 14 miliardi di
dollari che, secondo
il Ministero del Commercio, hanno rappresentato il 25,1% dell’intero ODI cinese
di quel periodo.[25]
Nel mese di aprile
2009, il MOFCOM ha emanato nuove linee guida per gli investimenti all'estero.
Questa volta, il pseudo-catalogo di mete consigliate per l’ODI cinese ha
coperto oltre 160 sedi estere e, sfruttando i suggerimenti delle missioni
diplomatiche, ha indicato opportunità, rischi e fattori mitiganti.[26]
Sempre nel 2009, il
governo cinese ha anche annunciato che avrebbe destinato una quota delle sue
riserve estere per sostenere “le imprese cinesi che si muovono sui mercati
esteri”. Inoltre, il fondo sovrano China Investment Corporation (CIC), ha lanciato
una campagna per ampliare le acquisizioni azionarie di società straniere.[27]
Come dimostrano tali
dati, il governo centrale ha intrapreso passi concreti fin dai primi giorni dell’ODI
cinese. La
sua politica si è evoluta e riformata nel corso degli anni con semplificazioni e
liberalizzazioni di procedure, politiche,
servizi e condizioni volte a incoraggiare, facilitare e proteggere gli
investimenti cinesi all'estero. Senza
dubbio ciò ha prodotto un notevole aumento delle imprese cinesi all'estero e ovviamente
degli investimenti Secondo dati MOFCOM del 2010, la presenza cinese all'estero
conta circa 14,400 imprese.[28]
Capitolo 2 - Il ruolo
delle imprese e degli enti commerciali nella politica estera cinese
Il ruolo dell’impresa
nella liberalizzazione dell’economia cinese post-Mao è stato centrale sin dalle
fasi iniziali e, da allora, le grandi aziende cinesi si sono dovute evolvere, per
diventare competitive a livello internazionale. I
leaders cinesi sapevano che avrebbero dovuto costruire potenti compagnie a
livello mondiale affinché l'economia del Paese potesse crescere in modo
sostenibile. Nell’agosto del ‘98, l’allora Vice Premier Wu Bangguo affermò che:
“La nostra posizione nazionale nell’ordine economico internazionale sarà in
gran parte determinata dalla posizione dei
nostri grandi gruppi e imprese.”[29]
Influenzato
dall'esperienza del modello sud coreano chaebol e del giapponese keiretsu, Pechino decise di selezionare
ciò che Nolan ha chiamato una Nazionale
delle grandi imprese industriali, per alimentarle, favorirle e supportarle in
modo da renderle competitive a livello
globale. Questi
pochi eletti che The Economist ha definito campioni
nazionali, sono stati sostenuti con politiche industriali favorevoli, prezzi
immobiliari ridotti, prestiti preferenziali e quotazioni privilegiate in borsa.[30] Tra i prescelti comparivano la Sinopec
(China National Petrochemical Corporation) e la CNPC (China National Petroleum
and Gas Corporation), per il settore petrolifero e petrolchimico; l’AVIC
(Aviation Industries of China) per il settore aerospaziale; le città di
Shanghai, Harbin e Dongfang per gli apparati elettrici; le città di Yiqi, Erqi
e Shanghai, per il settore auto; la China Mobile e la China Unicom per il
settore delle telecomunicazioni.[31]
In Cina, alcuni settori
industriali e commerciali sono considerati il cuore dell'economia nazionale e,
pertanto, la legge prescrive che tutte le imprese ivi operanti siano di
proprietà dello Stato o da esso controllate, a prescindere dalla struttura
azionaria (tab.1). I settori in argomento sono: energetico (generazione e distribuzione);
petrolifero, carbonifero, petrolchimico; gas naturale; macchinario;
automobilistico; ferroso, acciaifero e metallifero; edile; informazione; telecomunicazioni;
armamenti aerei e marittimi.[32]
Tabella 1: Imprese
cinesi collegate al governo
|
Attività
|
Quota governativa
|
|
|
Produzione e distribuzione di
petrolio
|
||
|
Produzione e distribuzione di petrolio
|
||
|
Telefonia
mobile
|
||
|
Esplorazioni petrolifere
|
||
|
Informatica
|
||
Fonte:
BusinessWeek, agosto 22/29, 2005
La crescente diffusione
di entità commerciali al di fuori dei confini nazionali è divenuta un elemento importante per la Cina
dove gli attori di politica estera non si limitano al governo, al PCC e ai
militari, ma si estendono, nell’attuale panorama, alle aziende di Stato, agli
istituti finanziari e alle società del settore energetico. Questo fenomeno non
riguarda esclusivamente la Cina, ma i suoi effetti sono molto piu’
appariscenti, poichè esiste una relazione simbiotica tra imprese, governo e
leaders del partito. Inoltre, la particolare attenzione della Cina ad
assicurarsi il flusso di materie prime provenienti da sedi offshore è
accompagnata da implicazioni commerciali
di carattere politico, economico e di sicurezza. L’ imperativo di far crescere l'economia cinese con i suoi
associati ODI, come descritto in precedenza, comporta anche l'importante ruolo di
politica estera svolto dalle aziende commerciali. La diplomazia
del “libretto di assegni” di Pechino si
basa sulla presenza economica all'estero e quindi le imprese interessate sono
un perno fondamentale intorno al quale
ruota la diplomazia.
Le aziende cinesi
coinvolte nei settori di importanza strategica per lo Stato, ovvero il petrolio, i minerali e la difesa, hanno un
ruolo di rilievo nella politica estera cinese. Pertanto, quando si procede a formulare
la politica di sicurezza energetica, i leaders delle grandi aziende di Stato
(SOE) competenti in materia partecipano in qualità di membri al ciclo
decisionale ufficiale. I dirigenti di queste aziende ricadenti sotto il
governo centrale come la China National Petroleum Corporation (CNPC), ad
esempio, sono nominati dal Dipartimento Organizzazione del Comitato Centrale
del PCC e hanno rango di ministro o vice ministro e sono membri supplenti del
Comitato centrale.[33]
La partecipazione dei vertici
delle aziende SOE sia al sistema statale sia a quello partitico costituisce un
importante legame politico, detto guanxi, che
consente loro di contribuire alle decisioni politiche relative agli specifici
settori di attività ed interesse. A volte, il confine tra azienda e governo
è davvero molto labile. Negli ultimi anni, ad esempio, due
funzionari degli Esteri sono stati assegnati agli uffici della CNPC ubicati in un
particolare paese, per poi divenire funzionari diplomatici in quello stesso
paese in cui avevano prestato servizio come funzionari CNPC.[34] Ciò sarebbe pressoché impossibile nel
corpo diplomatico di altri paesi, perché la maggior parte delle economie
sviluppate lo considererebbe un inaccettabile
conflitto di interessi.
Le aziende sono strumenti frequentemente usati
per attuare la politica estera di Pechino come nel caso degli aiuti ai paesi
del terzo mondo che, molto spesso, consistono nel realizzare grandi progetti
infrastrutturali con imprese e finanziamenti bancari forniti dalla stessa Cina.
Molte strade, stadi e ospedali in Africa, Asia Centrale, Sud Pacifico e nel
bacino dei Caraibi sono stati costruiti dalla diplomazia del dollaro cinese. L'ambito
e la portata delle attività commerciali cinesi all'estero dettano certamente fino
a che punto esse devono essere considerate elementi di politica estera, com’e’
di solito molto evidente nel caso delle aziende energetiche cinesi in Africa e
in Asia centrale.
Inoltre, altri accordi concernenti le
risorse naturali sembrano rafforzare l’interdipendenza tra imprese e governo. In
Afghanistan, nel 2007, la China Metallurgical Construction Corporation acquistò
la miniera di rame Aynak e i media diedero ampia informazione riguardante le
forti pressioni cinesi sul governo afgano e le presunte tangenti versate per
ottenere il sostegno dei principali leaders afgani. L’affare da 3,5 miliardi di dollari
prevedeva un impegno cinese a lungo termine per sviluppare infrastrutture ferroviarie,
energetiche e sanitarie del paese.[35]
Tutte le imprese cinesi
hanno un’organizzazione del PCC parallela alla struttura societaria, nel
rispetto di un requisito standard che permette al PCC di essere sempre ben presente,
vigile e visibile nelle attività commerciali. Sebbene decenni di riforme
abbiano prodotto un’evoluzione delle aziende di Stato in molti settori, il
ruolo del partito risulta ancora determinante. Il
Chief Executive Officer (CEO) di un’azienda di Stato deve considerare alcuni fattori
politici che non rientrano tra le competenze delle multinazionali e degli amministratori
delegati di altri paesi. I CEO delle più grandi SOE sono in
realtà nominati dal Dipartimento Organizzazione Centrale del PCC. La Commissione
di Supervisione e Amministrazione degli Assetti Statali (CSAAS) controlla registra e valuta le
attività di circa 200 imprese statali. La CSAAS
ha ruotato senza alcun preavviso la
leadership tra alcune compagnie telefoniche rivali (China Telecom, China Unicom
e China Mobile).[36] Ciò assicura che
le attività delle aziende cinesi, sia in patria sia all'estero, siano in linea
con gli obiettivi del governo e del PCC che decide la regolare rotazione dei funzionari
tra governo e cariche aziendali.[37]
Come indicato nel precedente
esempio relativo ai diplomatici cinesi, l’influenza dell’apparato centrale è
evidente anche in altri settori. Nell'ottobre 2003, ad esempio, Wei
Liucheng divenne Governatore Provinciale dell'isola di Hainan dopo essere
stato, nel suo precedente incarico, Amministratore Delegato, Presidente del
Consiglio e Segretario di Partito della China National Offshore Oil
Corporation.[38]
Il significativo legame
tra partito e settore privato è ancora più evidente nel caso di una delle società di maggior successo, l’Haier
Group, produttore di elettrodomestici. Probabilmente questa società non ha una rilevanza
strategica, ma negli Stati Uniti e’ molto famosa per i piccoli frigoriferi
ideali sia per i vini sia per gli alloggi universitari, e ha dunque un ruolo di rilievo dettato
dall’enorme successo internazionale. Pertanto, il suo presidente,
Zhang Ruimin, è stato nominato membro supplente del PCC dal Comitato Centrale del
2002, divenendo uno dei pochi imprenditori che ricoprono un simile incarico,
segno evidente delle sue connessioni politiche.[39]
La Export Import Bank
of China (Eximbank) e la China Development Bank (CDB) sono le principali banche
cinesi controllate dal governo. L’Eximbank
è indirizzata all’espansione del commercio internazionale, mentre la CDB ha il
compito di promuovere lo sviluppo delle infrastrutture economiche in Cina. Entrambe
sostengono direttamente la politica governativa del going global, attraverso l’erogazione di prestiti, garanzie e crediti
per le esportazioni a favore delle imprese cinesi operanti all'estero. Sia
l’Eximbank sia la CDB sono concentrate sulle società interessate allo
sfruttamento delle risorse e dei progetti di sviluppo delle infrastrutture
all'estero; pertanto, hanno assunto un ruolo importante per il supporto alle
aziende dedicate alle risorse minerali, al petrolio, alle telecomunicazioni e al
lavoro all'estero.
L’Eximbank è l'unica banca cinese autorizzata
a concedere prestiti agevolati ed è il principale finanziatore di prestiti ai governi
stranieri; quindi, è anche uno dei principali attori nell’allocazione degli aiuti
all’estero. Sul
proprio sito web, nel 2007 ha così descritto la sua missione:“Attuare le
politiche statali nel settore industriale, del commercio estero, diplomatico,
economico, finanziario ...” [40] Nel
2009, ha elargito un prestito di 5 miliardi di dollari alla Banca per lo
sviluppo del Kazakistan, per realizzare un progetto petrolifero. L’operazione
era parte di un accordo che ha concesso alla CNPC una quota del 50% in uno dei
più grandi progetti relativi al gas e al petrolio Kazaki. L’Eximbank
è anche una banca di policy del
Consiglio di Stato, condizione che unita al suo ruolo di aiuti all’estero, le
dà voce in capitolo nel processo di formazione della politica estera per quanto
riguarda il commercio e gli investimenti.
La CDB, invece, nel 2004 ha concesso un
prestito agevolato di 10 miliardi di dollari all’Huawei Technologies, produttore
di apparati di telecomunicazione, al fine di favorirne l'espansione all'estero.
Nel 2007 ha investito 5 miliardi per costituire il Fondo di Sviluppo
Cina-Africa, teso a finanziare e migliorare i rapporti commerciali sino-africani.[41] Nel 2009 ha concesso un prestito di 25
miliardi alle società russe Transneft e Rosneft, gestrici di oleodotti, che ha
immediatamente permesso di raggiungere l’accordo inerente a un oleodotto
russo-cinese che sino ad allora era stato oggetto di aspri e inutili negoziati risalenti
addirittura al 1994. Sempre nel 2009, la CDB ha anche erogato un prestito
di 10 miliardi al più grande produttore petrolifero brasiliano, la Petrobras,
ricevendo in cambio una fornitura decennale di petrolio. Inoltre,
ha costituito una joint venture con una
banca in Pakistan destinata a supportare le aziende cinesi coinvolte nelle infrastrutture
e nella produzione, mentre sul versante occidentale ha stanziato 3 miliardi, nel 2007,
per acquisire un’importante quota della banca inglese Barclays.[42]
La particolare rilevanza
e influenza della CDB, che ha un suo
braccio di ricerca di policy e si concentra sullo sviluppo economico, è
ulteriormente sottolineata dal rango ministeriale del Presidente della Banca.
E’ un evidente
vantaggio che gran parte degli investimenti cinesi all’estero vengano effettuati
da imprese statali. Le SOE non sono infatti obbligate alla trasparenza
richiesta ai concorrenti occidentali, che viceversa sono tenuti a pubblicare
relazioni annuali per gli azionisti; inoltre, possono avere accesso immediato al
capitale governativo e possono permettersi una visione strategica a lungo termine,
integrata nelle priorità governative, senza l’assillo di dover inseguire i profitti
a breve termine e doversi preoccupare di indirizzi che non provengano dal governo
e dal Partito.[43]
Capitolo 3 - Motivi del
"Going Global"
Gli investimenti esteri
sono diventati una realtà crescente dell'economia cinese. Alcuni sostengono che
ciò rappresenti un ampio processo di liberalizzazione economica e di ristrutturazione
in cui gioca un ruolo di primo piano il governo centrale anziché l'imprenditoria
privata. La spinta di Pechino agli investimenti all'estero è radicata nelle
caratteristiche fondamentali del mercato e nelle realtà della globalizzazione e
della regionalizzazione, oltre alle considerazioni geopolitiche e strategiche.[44]
Vi è un’ampia
letteratura sugli obiettivi e le motivazioni dell’ODI. L’United Nations’
Department of Economic and Social Development, Transnational Corporations and
Management Division (UN TCMD) individua 5 categorie principali di investimenti realizzati
da imprese di paesi in via di sviluppo: ricerca di mercati per l’ODI; focus
sull’esportazione; ricerca di risorse, tecnologie ed efficienza.[45] Nel caso cinese, l'OCSE fissa 5 grandi categorie di ricerca: risorse,
mercati, risorse strategiche, diversificazione ed efficienza.[46] Zhan cita le seguenti motivazioni
dell’ODI cinese: sicurezza e stabilità di approvvigionamento delle risorse
naturali indisponibili in Cina nelle quantità richieste; incremento delle
riserve; opportunità di aumento delle esportazioni; accesso alle tecnologie
avanzate e al capitale umano altrimenti indisponibili in Cina; consolidamento
di legami economici e politici tra la Cina e determinati paesi.[47]
Alcuni studi hanno cercato
di sintetizzare le linee guida seguite dalle imprese cinesi nelle operazioni di
investimento estero con i seguenti punti:
-
ricerca di
nuovi mercati per le aziende di commercio;
-
desiderio delle aziende manifatturiere di evitare
la saturazione dei mercati nazionali e gli ostacoli agli scambi con altri
paesi;
-
necessità di assicurarsi un accesso stabile e sicuro
alle materie prime, alle fonti energetiche e alle risorse naturali;
-
necessità di acquisire competenze tecnologiche e
manifatturiere avanzate;
-
esigenza di ottenere marchi riconosciuti a
livello internazionale;
-
imparare
metodi avanzati di gestione;
-
sfruttare le politiche preferenziali di
investimento all’estero;
-
ridurre i costi di produzione;
Tra la fine del 1988 e la metà del 1989, la Fudan University di
Shanghai effettuò un'indagine, sotto la supervisione dell’Ufficio Cooperazione
Economica Internazionale del MOFTEC, per accertare i motivi che avrebbero
dovuto spingere la Cina ad investire all'estero. Il
questionario proponeva 18 alternative tra cui le prime sei erano:
creare le condizioni per altre attività commerciali; aprire nuovi mercati;
acquisire informazioni di prima mano sulla produzione estera e di mercato;
promuovere le esportazioni di beni strumentali, materiali e del lavoro;
acquisire tecnologie, capitali stranieri e capacità di gestione; sfruttare le condizioni
preferenziali offerte dal governo.[49]
L’agenda politica ed economica a dimensione
globale del governo cinese è un fattore chiave della spinta alle imprese per andare
all'estero. Con
l'espansione dei legami economici bilaterali e multilaterali, Pechino è in
grado di aumentare il proprio peso politico e di influenzare sia le aree
oggetto di accordo sia quelle limitrofe. E' evidente che l’apertura
economica della Cina all'esterno, come si può osservare nei suoi mezzi e fini,
è chiaramente in linea con la strategia di rafforzare la presenza politica a
livello globale. Infatti,
i leaders politici ed economici (di Stato e di partito) operano in
coordinamento tra loro per rafforzare i rapporti cinesi con le altre regioni e paesi.
Pertanto, si può
concludere che ci sono diversi denominatori economici comuni che ispirano l’ODI
cinese, riassumibili nella possibilità di assicurarsi l'accesso ai mercati esteri, alle risorse
naturali, alle tecnologie avanzate e alla proprietà intellettuale.
La ricerca di nuovi
mercati è l’obiettivo principale della maggior parte degli investimenti
all’estero, in linea con l'economia di esportazione stabilita in Cina sin dalla
fine del 1970. Le
imprese cinesi hanno bisogno di andare all'estero per garantirsi il costante accesso
a clienti cui vendere i loro prodotti. Nel settore manifatturiero, la
domanda interna cinese è al suo zenith e si riscontrano anche grandi eccessi di
produzione in alcuni sub-settori quali il tessile, il calzaturiero e le
elettroforniture. L'economia
cinese dipende dalle esportazioni e le industrie prosperano in funzione delle commesse
estere, come dimostrato dalla recente recessione economica globale che ha provocato
immediati contraccolpi sulle fabbriche non appena gli ordini hanno iniziato a diradarsi. La
grande dipendenza dai mercati del Nord America e dell'Europa occidentale si è
ampliata ai mercati emergenti:Africa, America Latina, Eurasia e Sud-Est
asiatico. Di
conseguenza, le società di servizi cinesi hanno stabilito canali di
esportazione in queste aree, per
sostenere più efficacemente i produttori
cinesi mediante prodotti in linea con le esigenze della clientela d'oltremare. Queste
imprese avanzate fungono dunque da recettori di indicazioni di mercato. Un
altro motivo che spinge inoltre le imprese cinesi ad espandersi all'estero e’
la possibilità di evitare tariffe e
barriere commerciali.
La disponibilità di risorse naturali procapite
in Cina è relativamente bassa e, quindi, il Paese guarda all'estero per
garantirsi un accesso costante alle risorse naturali. Dall'inizio
di going global, la ricerca di
risorse naturali è in cima alle priorità governative relative all’ODI. Il
petrolio e il gas naturale necessari per alimentare l'industria e l'economia
nazionale sono oggetto di crescente attenzione, ma anche rame, stagno,
alluminio, ferro, legname e altre materie prime vengono sempre più alla ribalta,
giacché le imprese cinesi desiderano
assicurarsi l'accesso a lungo termine alle materie impiegate nella loro
economia di esportazione.
La ricerca di assets strategici è un tema
centrale per le società cinesi che si sono recate all'estero per
acquisire un marchio, una tecnologia, un’expertise o qualcosa di materiale o concettuale
difficilmente producibile in patria o senza aiuti esterni. Le imprese cinesi del
settore aeronautico, spaziale, elettronico e ingegneristico hanno cercato di
stabilirsi all'estero per canalizzare il ritorno in patria di tecnologie
fondamentali per migliorare le capacità produttive cinesi. Idem
dicasi per le attività di ricerca e sviluppo. Nel 1988, ad esempio, la Shougang
Corporation comprò il 70% del Masta Engineering Company, un'azienda americana tra
le più note a livello internazionale per la progettazione e la costruzione di
impianti metallurgici. Grazie all’acquisizione di questa quota di maggioranza, la Shougang si trovò in
condizione di accedere, praticamente da un giorno all'altro, a tutti i piani, progetti,
brevetti e tecnologie della Masta raggiungendo in un colpo solo livelli di capacità altrimenti impossibili da ottenere
in tempi così brevi. [50]
Un altro esempio è rappresentato
dall’acquisto di un’icona automobilistica, la svedese Volvo, che nel 2010 lo sconosciuto
Zhejiang Geely Holding Group ha rilevato per 1,8 miliardi. Il Gruppo ha così acquisito
non solo il know-how su come gestire una catena di approvvigionamento
internazionale e una rete globale di concessionari, ma anche la proprietà
intellettuale in materia di sicurezza che ha reso la Volvo leader indiscusso
del settore e che ora consente all’industria cinese di sanare una delle sue più
gravi carenze nella produzione di vetture.[51] Ed infatti il portavoce del Ministero
del Commercio ha esplicitamente detto che l'accordo con la Volvo offre quelle
capacità tecnologiche che l’industria automobilistica cinese ha vanamente
agognato per lungo tempo.[52]
Un elemento chiave che ancora manca alla
crescente capacità economica cinese è l’affermazione ed il riconoscimento di un
nome a livello internazionale. Con l'acquisto di marchi stranieri
affermati come IBM o Maytag, le aziende cinesi sono in grado di acquisire in 24
ore la notorietà internazionale di una marca e la proprietà intellettuale di imprese
estere che consentono un salto tecnologico per l'acquirente cinese.
In sintesi, le imprese stanno cercando di
rafforzare il loro loro accesso alle risorse naturali necessarie per continuare
ad alimentare la rapida crescita economica della Cina. L’acquisizione di gas e
petrolio esteri è in cima alle priorita’ governative e quindi le aziende statali
come Petrol Cina, Sinopec e CNOOC si stanno rapidamente espandendo oltremare in
cerca di assets che possano sostenere la crescita economica nazionale. Infine,
occorre anche considerare che l'ingresso di Pechino nel WTO ha sì aperto il
mercato cinese alle aziende straniere e ha creato una maggiore concorrenza interna,
ma ha anche spianato la strada per l'estero ai cinesi, che stanno costruendo le
proprie capacità per competere in modo più efficace e redditizio sia in patria sia
all’estero.
[1] Colonnello dell’Esercito
degli Stati Uniti, frequentatore della Sessione IASD Anno Accademico 2010-2011
* Le opinioni espresse
in questo manoscritto sono quelle dell'autore
e non riflettono necessariamente le opinioni del Dipartimento della Difesa statunitense o
delle sue agenzie.
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[6] Yun Schueler-Zhou, Margot Schueller, and
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[22] Schueler-Zhou, Schueller, and Brod,
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[28] MOFCOM Website, www.mofcom.gov.cn.
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[30] “The Struggle of the Champions,” The Economist, January 6, 2005.
[31] Nolan and Zhang, “The Globalization
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[32] Derek Scissors, “Deng Undone,” Foreign Affairs 88, no. 3 (May/June
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[43] Congressional Research Service Report, China’s Foreign Policy:What Does it Mean for
U.S. Global Interests?, report prepared by
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[44] Mark Yaolin Wang, “The Motivations Behind
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[46] Wood and Brown, “China ODI: Buying into the Global
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[47] Zhan, “Transnationalization and Outward
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[48] Zhang, “Going Global: The Why, When, Where, and How f Chinese
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[49] Ye Gang, “Chinese Transnational Companies,”
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[50] Zhan, “Transnationalization and Outward
Investment: the case of Chinese
Firms.”
[51] “Geely Buys Volvo,” The Economist, April 3, 2010, 60-61.
[52] “Geely’s US$2B Volvo Deal a Test Run for
Foreign Takeovers,” South China Morning
Post, February 6, 2010, 8.
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