Massimo Passamonti Una proposta
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NOTIZIE CESVAM
Una proposta per l'Istituto
Vds post in data 21 luglio 2026
5 giorni fa
Blog di base per l'approfondimento della Geografia Politica ed economica attraverso immagini, cartine, grafici e note. Spazio per lo studio attraverso la Geografia Statistica delle varie aree di crisi. Espressione esterna del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro (www.cesvam.it) (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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Nell’ultimo decennio però tanto il comparto minerario quanto quello della trasformazione elettrica hanno patito crescenti difficoltà che, con l’introduzione della nuova normativa Epa (Enviromental Protection Agency) in materia di emissioni, si sono trasformate in una crisi generalizzata. Crollo della domanda di carbone Nel corso di un decennio (2006-2015) la potenza installata a carbone negli Usa è diminuita di circa il 10% mentre la produzione di energia elettrica da carbone ha subito un tracollo di oltre il 30%. Il mercato spot, per la sua stessa natura piuttosto limitata (il carbone è la materia prima di autoproduzione per eccellenza) non è stato in grado di assorbire il surplus dell’industria mineraria statunitense, causando violenti contraccolpi nel segmento estrattivo. Nonostante il drastico ridimensionamento industriale, le ricadute occupazionali sono state piuttosto limitate. Nei passati decenni il settore ha infatti sperimentato una forte spinta all’automazione dei processi industriali che si è tradotta, tanto nel segmento minerario che, in misura minore, in quello della trasformazione elettrica, in una marcata diminuzione della labor intensity. Di conseguenza, nonostante l’impatto relativo sia stato consistente, stimabile in circa il 20% degli addetti del settore, in termini assoluti il fenomeno è stato modesto, tra le 20 e le 25mila unità, e circoscritto a pochi Stati. Le radici di questa crisi sono complesse e frutto tanto di dinamiche di lungo periodo quanto di recenti e improvvise singolarità. L’impatto della shale revolution La shale revolution è stata certamente il fattore più rilevante quantomeno nel determinare l’acutizzazione del fenomeno. Lo sviluppo di nuove tecniche estrattive ha sbloccato l’accesso a depositi non convenzionali di gas naturale, inondando il mercato Usa di shale gas (gas proveniente da giacimenti argillosi profondi) e in misura minore di tight gas (gas proveniente da depositi di roccia arenaria compatta). Il crescente afflusso di gas naturale nel mercato statunitense ha prodotto un violento ribasso delle quotazioni di riferimento presso l’Henry Hub (pricing point per il mercato spot e quello futures nordamericano), passate nel giro di pochi anni da 8 USD/mmbtu a 3, innescando una riorganizzazione complessiva della powergrid americana. D’altronde, il crollo delle quotazioni del gas naturale non riesce a spiegare da solo la crisi dell’industria del carbone. Nonostante il trend ribassista, difatti, le quotazioni del gas sul mercato dell’elettricità rimangono mediamente superiori a quelle del carbone di oltre il 30%. Pur potendo contare su una materia prima più economica, le centrali coal-fired patiscono una minore efficienza termica e una maggiore intensità di capitale, tanto nella fase di costruzione dell’impianto quanto nel corso della sua vita operativa. Il recente sviluppo tecnologico ha ampliato questo divario, mettendo a disposizione del segmento della trasformazione elettrica del gas, centrali a ciclo combinato di nuova generazione, ancor più efficienti e con costi ancor più ridotti, amplificando l’impatto della shale revolution e attirando massicci flussi di investimenti tanto sul comparto estrattivo quando su quello della trasformazione elettrica del gas naturale. Carbone, serve una ricetta per ripensare il settore Per riuscire a rimanere competitiva nel lungo periodo, l’industria del carbone necessiterebbe di notevoli investimenti. Modernizzare le centrali, che mediamente hanno più di 40 anni, garantire un orizzonte di medio/lungo periodo alla ricerca scientifica e tecnologica sui processi di trasformazione e di carbon capture and storage, rendere più efficiente la rete di trasporto e trasmissione sono solo alcune delle priorità strategiche per un settore industriale che se vuole sopravvivere deve ripensare il proprio modello di business e ristrutturare il proprio tessuto produttivo. D’altronde, gli investimenti nell’industria del carbone languono, gran parte delle compagnie elettriche ha un portafoglio energetico diversificato e in questo momento preferisce investire nel segmento del gas naturale che offre maggiori garanzie e prospettive. Abbassando, seppur modestamente, la soglia massima di emissioni, la nuova normativa Epa non ha fatto altro che accelerare la chiusura di impianti dalle scarse prospettive, in gran parte risalenti agli anni ’50 e ’60. Ed è difficile pensare che il Presidente eletto Donald Trump potrà risollevare le sorti del settore senza riunire tutti i principali attori attorno a un tavolo, ma solo cancellando quanto fatto in materia ambientale dall’amministrazione precedente. Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). |
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Il beauty contest tra due attori diversi La Nato è arrivata prima e gode dell’appeal di un carattere forte come quello statunitense, capace solitamente di imporre una linea e prendere decisioni - anche a volte sbagliando - di fronte al cambiare del contesto internazionale e delle sfide alla sicurezza euro-atlantica. L’Ue, dopo la falsa partenza della Comunità europea di difesa, si è affacciata più recentemente e timidamente in questo campo, cercando di costruirsi un suo fascino puntando sul mix civile-militare, sconosciuto alla Nato, e su un approccio più soft volto a mettere insieme i vari pregi di un attore complesso come l’Unione. Negli anni ’90 e 2000 si è parlato ironicamente, e non a sproposito, di un beauty contest tra due attori che cercavano di dimostrare le loro capacità e successi nei confronti della stessa platea di capitali, con una certa freddezza reciproca che a tratti sfociava nella rivalità aperta. Raccontata così la storia dei rapporti Nato-Ue potrebbe far sorridere, se dietro il beauty contest non ci fossero motivazioni geopolitiche molto serie. La geopolitica di Alleanza e Unione La ratio dell’Alleanza è stata, ed in buona parte lo è ancora, legare in una pace durevole tre poli in precedenza autonomi e spesso in guerra tra loro: il nord America e gli Stati Uniti in primis, gli europei che di guerre fratricide hanno riempito i libri di storia e la Turchia musulmana, ma non islamista, figlia di Ataturk. Altrettanto connaturata alla ragion d’essere Nato era l’esigenza di difendersi dal comune nemico sovietico, di nuovo fortemente sentita dopo l’annessione della Crimea da parte russa e la rinnova aggressività di Mosca. Un compito importante, ma non essenziale è stato invece nel periodo post-Guerra Fredda la gestione delle crisi nel vicinato dei Paesi membri, vedasi Balcani, o in relazione alla lotta al terrorismo islamico, come in Afghanistan e più di recente in Iraq. L’Unione viceversa si è affacciata nel campo della sicurezza e difesa proprio partendo dalla gestione delle crisi, in Africa, Medio Oriente e Asia, visto che lì poteva dare un valore aggiunto e servire gli interessi di sicurezza dei Paesi membri. Infatti la difesa collettiva era lasciata in buone mani Nato, specie in un periodo post-Guerra Fredda in cui la Russia era considerata dai più un partner e non una minaccia, e la pace tra i Paesi europei era assicurata da un lato dall’egemonia militare Usa e dall’altra dall’integrazione economica europea. Proprio l’integrazione europea ha creato degli interessi comuni, dalla stabilizzazione dei Balcani occidentali alla lotta alla pirateria, dall’affrontare alcune crisi in Africa non di interesse Nato al più recente controllo dei confini Ue rispetto alla pressione migratoria, ed il necessario contesto politico-istituzionale - incluso il Trattato di Lisbona - per un maggiore ruolo dell’Ue nel campo della sicurezza e difesa. Ruolo in teoria facilitato dalla maggiore omogeneità dei Paesi membri, che non comprendono né superpotenze come gli Usa né grandi stati musulmani come la Turchia, ma in realtà complicato dalla divergenza di politica estera tra poche medie potenze di peso economico, demografico e militare tutto sommato comparabile, e non così maggiore rispetto ad altri stati più piccoli che hanno voce in capitolo nelle istituzioni Ue. Tale complicazione ha pesato sull’elaborazione della EU Global Strategy che nonostante ciò ha rafforzato il ruolo dell’Ue con una visione complessiva articolata e ambiziosa. Vertice di Varsavia e cooperazione Nato-Ue Due profili dunque diversi, in parte sovrapposti e in parte complementari, che hanno visto Nato e Ue oscillare tra collaborazione - vedasi gli accordi di Berlin Plus nel 2003, e la buona cooperazione sul campo in molte missioni - e rivalità, anche sull’onda degli altalenanti rapporti tra Stati Uniti e Francia e della mai risolta questione turco-cipriota. Il pendolo nel 2016 è oscillato nettamente verso la collaborazione, con la dichiarazione congiunta Nato-Ue firmata al vertice di Varsavia di luglio che individuava sette aree di cooperazione e incaricava i rispettivi staff e le istituzioni di proporre azioni concrete al riguardo. Tra i motivi di questa accelerazione cooperativa vi è anche il fatto che negli ultimi anni i governi dei Paesi membri di Nato e Ue sono diventati più insoddisfatti delle prestazioni di entrambi gli attori, specie su questioni che impauriscono l’elettorato europeo, come terrorismo e crisi migratoria, tanto da metterne in dubbio la rilevanza – vedasi Brexit, Trump, e non solo. Di fronte al rischio di perdere d’interesse agli occhi delle capitali, Nato e Ue sembrano aver messo da parte ogni velleità di beauty contest e aver compreso che insieme possono servire meglio i propri azionisti e finanziatori e quindi continuare a contare. Se questa è la strada tracciata a luglio, cinque mesi dopo i passi in avanti sono stati modesti. Le azioni congiunte approvate rispettivamente dal Consiglio Nord Atlantico e dal Consiglio europeo a dicembre 2016 riguardano soprattutto lo scambio d’informazioni e analisi, i contatti a livello di staff, la consultazione sullo sviluppo di capacità militari, una serie di esercitazioni coordinate, la costituzione di gruppi di lavoro tra i rispettivi centri di eccellenza (ad esempio sulla “guerra ibrida”), e ulteriori mandati e scadenze per forzare le rispettive “macchine” diplomatico-militari a lavorare insieme. Nel complesso, un risultato senza dubbio positivo e non scontato, in buona parte frutto dell’impegno bottom-up degli addetti ai lavori, che sembra seppellire una rivalità ormai obsoleta, ma che non rappresenta quel cambio di passo top-down necessario per rispondere alle sfide del quadro di sicurezza attuale e alle paure dei cittadini occidentali. Cambio di passo che non c’è stato anche perché sia Nato che Ue devono ancora verificare le conseguenze della presidenza Trump e attendere gli esiti delle elezioni francesi e tedesche nel 2017. Per tornare alla metafora iniziale, i due attori non più rivali hanno offerto alla platea di dame nella varie capitali, esigenti ed esitanti, ciò che di buono potevano offrire, e starà ora alle nuove (o vecchie) leadership nazionali rispondere e decidere cosa farne. Come in certi rapporti di coppia, alla fine l’uomo propone e la donna dispone. Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma. | ||||||||
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Parliamo della cooperazione giudiziaria internazionale per l’accesso a dati elettronici nel contesto di indagini criminali, che in termini anglofoni è indicato con l’espressione cross-border data requests. Che cosa si intende? Cross-border data requests Oggigiorno è ampiamente risaputo che criminali e organizzazioni terroristiche scientemente utilizzino rete e strumenti Ict per raggiungere i loro scopi delinquenziali. Questo comporta che essi lascino tracce digitali più o meno evidenti delle loro azioni criminali su sistemi informatici e in Rete. La cosiddetta prova digitale, ovvero la prova di natura elettronica che può essere utilizzata a fini probatori durante un processo penale, sta quindi assumendo un’importanza crescente per perseguire tutti i tipi di crimini, non solo quelli informatici. Attualmente, si può affermare senza particolari rimorsi che il sistema di cooperazione internazionale giudiziaria riguardante lo scambio di prove digitali fra autorità nazionali competenti non sia adatto a garantire un’ efficace azione di persecuzione dei crimini che vengono commessi per mezzo di strumenti Ict e il web. Quali sono queste problematiche? Innanzitutto va considerata la natura senza confini di internet, che fa sì che un dato con possibile valore probatorio possa passare da uno stato all’altro nell’arco di pochissimi secondi ed essere conservato in server dislocati anche in continenti diversi. La conseguenza è che, per esempio, la vittima e l’indagato possono essere italiani, il crimine può essere stato “commesso” in Italia, ma la prova digitale si trovi nei server di Facebook negli Stati Uniti. In tale situazione, per poter ottenere la prova digitale del reato in questione, le autorità italiane devono fare richiesta alle autorità statunitensi attraverso lo strumento della rogatoria internazionale. È cosa nota che queste rogatorie siano, e non solo fra Italia e Usa, lente e complesse. Per superare questo scoglio, spesso le autorità nazionali hanno richiesto l’invio di queste prove digitali direttamente ai fornitori di servizi internet come Facebook e Google. Il problema è che questi fornitori, pur offrendo i loro servizi ovunque proprio per la natura senza confini di internet, solitamente devono seguire la legge del Paese dove si trova la loro sede legale, che spesso e volentieri è diverso da quello delle autorità richiedenti la prova digitale. Ne consegue che non sempre sono nelle condizioni per poter soddisfare le esigenze investigative delle varie autorità nazionali senza infrangere la legge del Paese dove hanno la propria sede. A giugno di quest’anno il Consiglio dell’Unione europea (Ue) ha chiesto alla Commissione di proporre delle soluzioni comuni da adottare per risolvere questo caos. Un recente rapporto dell’Istituto Affari Internazionali, discusso a Bruxelles in una conferenza organizzata in collaborazione con il Ceps, si è posto come obiettivo di fornire delle soluzioni concrete a queste problematiche. La giurisdizione nello spazio cibernetico Il rapporto ha messo al primo posto la questione della determinazione e dell’imposizione della giurisdizione nello spazio cibernetico. Secondo gli autori, si dovrebbe passare dall’attuale approccio basato sull’oggetto - è il luogo dove si colloca la prova digitale che determina quale autorità nazionale abbia la legittimità di chiedere al fornitore di servizi di fornire tale prova - ad uno basata sul soggetto - è l’autorità nazionale del Paese di residenza abituale della persona di cui si richiedono i dati, sia essa la vittima o l’indagato, che ha la legittimità di chiedere al fornitore di servizi la prova digitale necessaria per mandare avanti le indagini. In primo luogo, questo cambiamento permetterebbe che, in casi come quelli descritti sopra, non siano le autorità nazionali di Paesi che hanno poco a che fare con le indagini a dover determinare la disponibilità o meno della prova digitale. In secondo luogo, che Paesi terzi non possano accedere maniera indiscriminata ai dati di cittadini a cui non avrebbero accesso nel mondo fisico, come si teme dopo le rilevazioni fatte da Edward Snowden. Prova digitale e fornitori di servizi, alla ricerca di definizioni comuni In secondo luogo, il rapporto sostiene l’adozione di definizioni comuni e condivise di “prova digitale”, “fornitori di servizi”, che dovrebbe includere anche i cosiddetti fornitori Over-The-Top come Facebook, Youtube e Instagram, e “offrire i propri servizi in Europa”, di modo da creare la base legale secondo la quale questi fornitori dovrebbero rispettare le richieste di invio di dati provenienti dalle autorità nazionali competenti. Queste novità potrebbero essere attuate abbastanza agevolmente nell’Unione europea attraverso un processo legislativo comune. Tuttavia, è necessario che anche negli Stati Uniti, che sono lo stato sotto la cui giurisdizione si trovano i fornitori di servizi che hanno il controllo della maggior parte dei dati in questione, si debba insistere per promuovere certi cambiamenti legislativi. In particolare, come dimostrato da recenti iniziative quali l’International Communications Privacy Act (ICPA), anche oltre oceano sembra ci siano le condizioni per apportare delle modifiche ai principi imposti dall’Electronic Communications Privacy Act (ECPA), e permettere così ai fornitori di servizi la trasmissione di dati alle autorità nazionali europee nel contesto di indagini criminali. Dal rapporto intermedio della Commissione, che dovrà presentare i suoi risultati finali entro giugno 2017, si evince che siano molte le possibilità al vaglio delle autorità europee. Al di là delle soluzioni che verranno adottate, è importante che il processo decisionale continui a coinvolgere un ampio gruppo di attori rilevanti che, una volta stabilite le nuove regole, sia disponibile a lavorare congiuntamente con l’obiettivo di garantire la privacy e la sicurezza online dei cittadini, senza gli strilli e gli schiamazzi che hanno finora caratterizzato il dibattito in materia. Tommaso De Zan è Assistente alla ricerca presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21). | ||||||||
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In 60 mila attendono il completamento del processo di richiesta asilo nel Paese, di cui 13 mila vivono nelle isole del Mar Egeo, bloccati dal sopracitato accordo in campi fatiscenti. Dal canto suo, il governo greco lamenta di essere stato lasciato solo dall’Ue e da quegli stati membri che hanno esposto l’esistente crisi di solidarietà rifiutandosi di accogliere alcuni dei migranti ospitati in Grecia. I Paesi del nord non assolvono le loro responsabilità Una delle prime e più discusse misure Ue per contrastare la cosiddetta crisi migratoria è stato il piano di ricollocazione di 160 mila richiedenti asilo, che, secondo un sistema di quote, avrebbe dovuto diminuire la pressione sui Paesi ai confini dell’Unione, distribuendo i migranti tra gli stati membri. Secondo la decisione del Consiglio europeo del settembre 2015, la Grecia avrebbe dovuto beneficiare del ricollocamento di 66.400 richiedenti asilo in due anni, ma ad oggi poco più di 5 mila persone sono state effettivamente trasferite, numeri ben lontani dall’obiettivo della Commissione di trasferire 6 mila migranti al mese. Il meccanismo di ricollocazione è partito con estrema lentezza a causa dell’opposizioni di alcuni stati membri: la più chiassosa è stata quella del Primo Ministro ungherese Viktor Orbàn, che si è spinto fino a promuovere un referendum, che non ha raggiunto il quorum, per dimostrare l’opposizione del popolo ungherese al piano di Bruxelles e mettendo il discussione la supremazia del diritto comunitario su quello nazionale. Anche gli altri Paesi del gruppo Visegrad - Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia - si sono uniti al coro di proteste contro questa misura, proponendo un alternativo sistema basato sulla “solidarietà flessibile”. Dall’altra parte dello schieramento, Italia e Grecia sono sempre più risolute nel denunciare la grave mancanza di solidarietà sulla gestione dei profughi. Yannis Mouzales, ministro greco per le politiche migratorie, ha recentemente esortato la Commissione ad un maggiore impegno, appoggiando al contempo la proposta del Primo Ministro Italiano Matteo Renzi di imporre sanzioni sugli stati che rifiutano di accogliere migranti. Non è tuttavia chiaro in che modo tali “multe per poca solidarietà” potrebbero contribuire alla risoluzione della questione, mentre è evidente produrrebbero una disparità di trattamento tra gli stati che possono e quelli che non possono permettersi di pagare. Discriminazioni tra i migranti Gli ostacoli alla buona riuscita del piano non sono solo di natura politica. Oggi, in Grecia sono tre le alternative a disposizione dei richiedenti asilo presenti sul territorio: restare in Grecia, essere deportati in Turchia o nei loro Paesi d’origine o riuscire ad andare verso un altro Paese dell’Ue. Per quest’ultima e più desiderata opzione, il migrante può far richiesta di ricongiungimento familiare, posto che abbia un familiare di primo grado in un altro Paese membro, o sperare nella ricollocazione. Atene non tiene il passo e la sua arrugginita macchina burocratica arranca nei vari iter burocratici, determinando una diluizione nei tempi di permanenza dei migranti in Grecia. Ad esempio, la procedura di ricollocazione dovrebbe svolgersi entro due mesi da quando gli Stati comunicano la disponibilità di posti, ma nella realtà ci sono migranti che aspettano anche sei o sette mesi in appositi centri d’accoglienza. La tempistica è motivata anche dal fatto che i Paesi membri che danno disponibilità di posti per la ricollocazione hanno la possibilità di valutare caso per caso ed eventualmente negare il trasferimento, senza dover motivare tale scelta. A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo dati del governo greco, un migrante su sette ha rifiutato di trasferirsi o ha abbandonato il programma, un rifiuto definito oltraggioso e inaccettabile dal Presidente della Commissione Jean-Claude Junker.Molti richiedenti asilo sono riluttanti a trasferirsi in Paesi considerati poveri, o hanno paura di finire lontani da amici e parenti, in una nazione di cui non conoscono neanche la lingua. Questo dato nasconde uno dei limiti più evidenti del sistema, che non tiene conto delle preferenze dei migranti. Inoltre, la procedura di ricollocazione è aperta per persone appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione è pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat, al momento solo siriani ed eritrei. Questa norma ha aggravato il clima di discriminazione tra nazionalità di migranti, con i siriani avvantaggiati e altre nazionalità, come quella afgana, cui viene negato di beneficiare di eguali opportunità. Violenza nelle isole greche Secondo Dora Oikonomou, responsabile del progetto per il ricollocamento di Praksis (una sorta di Caritas nostrana), alcuni dei richiedenti accolti presso le strutture dell’associazione hanno deciso di tornare illegalmente in Turchia dopo che la loro richiesta di ricollocamento era stata rigettata dal paese membro dell’Ue o dopo essere stati accettati da alcuni Paesi, quali la Romania o la Bulgaria. Il fenomeno di traffico di essere umani “al contrario”, cioè verso la Turchia invece che verso l’Europa, non è ancora ben documentato, ma sono in aumento le persone che decidono di perseguire questa strada. Mentre sono sempre più evidenti i limiti della procedura di ricollocazione, la Grecia continua ad impegnarsi nella buona riuscita dell’accordo Ue-Turchia, costringendo nelle isole, ormai trasformatesi in carceri a cielo aperto, tutti i migranti arrivati dopo il 20 di marzo. I recenti attacchi contro i campi nell’isola di Chios dimostrano che la situazione è incandescente e rischia di esplodere da un momento all’altro, se non si trovano soluzioni di lungo periodo. Con l’accordo in bilico a causa del raffreddamento nelle relazioni Ue-Turchia, potremmo presto sentire parlare di una nuova crisi e la Grecia si troverebbe proprio tra l’incudine e il martello. Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI. | ||||||||
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Soprattutto in Perù: la partnership trans-pacifica, Tpp, recentemente definita ma non ancora entrata in vigore, sarà infatti una delle prime vittime della nuova presidenza Trump, che ne mette l’abrogazione all’apice della lista di cose da fare nei primi cento giorni alla Casa Bianca. Nel documento pubblicato a fine Vertice, i 21 Paesi Apec s’impegnano a continuare a lavorare per un accordo di libero scambio ed a resistere “a tutte le forme di protezionismo". Trump vuole sostituire l’intesa regionale con accordi bilaterali, in cui gli Stati Uniti possano meglio fare valere il loro peso con i singoli interlocutori. E non è l’unico colpo di spugna che il neo eletto infliggerà all’eredità del suo predecessore. Mentre volava per il Perù, Obama aveva infatti battuto pugno sul tavolo del Congresso repubblicano, bloccando tutte le nuove trivellazioni nell’Artico, un ambiente “Unico e difficile”, nelle parole dell’attuale segretario agli Interni, Sally Jewell. Ma Trump metterà un rigo di penna a cancellare anche questa decisione, come pure alla sospensione del progetto del gasdotto Keystone dal Canada al Texas. Arrivederci ai giardinetti della storia In Europa, più cha addii, per Obama sono stati arrivederci: sulle panchine, ai giardinetti della storia. Quello di Berlino è stato il summit delle anitre zoppe: con la padrona di casa Angela Merkel, c’erano il presidente francese Fraçois Hollande e i premier britannico Theresa May, spagnolo Mariano Rayoj e italiano Matteo Renzi; alcuni attesi a breve da appuntamenti elettorali determinanti per la loro sopravvivenza politica, altri in condizioni di governo precarie. I leader europei erano tutti lì, con un orecchio a Washington e con un occhio a casa loro - alcuni tanto affaccendati da non essere sicuri di avere il tempo d’incontrare il presidente Trump. Il vertice è stato scandito da espressioni d’amicizia spesso sincere, sorrisi un po’ tirati, strette di mano e pacche sulle spalle: se ne va un decano della combriccola transatlantica - solo la Merkel ha un’anzianità di servizio superiore -, si chiude una pagina lunga otto anni, e se ne sta per aprire un’altra densa, per il momento, di punti interrogativi. Chi sperava che Obama spiegasse ai partner l’America che verrà è rimasto deluso (ed è ripartito preoccupato). Se l’arrivo di Trump alla Casa Bianca “non è l’apocalisse”, ma solo perché “la fine del Mondo è quando il Mondo finisce”, come ha raccontato il presidente uscente al New Yorker, l’analisi di Obama equivale a un “fin che c’è vita c’è speranza”. E l’invito a lavorare col suo successore per cercare soluzione “ai problemi comuni”, sulla base “dei valori condivisi”, suona ovvio e non troppo convinto. Obama era seduto tra la Merkel e Matteo Renzi, nel Vertice nella Cancelleria. Dall’incontro non scaturiscono decisioni, ma labili indicazioni: le sanzioni alla Russia per l’Ucraina restano, almeno fino a che Trump non s’insedierà alla Casa Bianca; e in Libia ci vuole un governo stabile. Di immigrazione, assicura la Merkel, non s’è parlato, perché gli europei non volevano affliggere Obama con lo spettacolo delle loro divisioni. La nostalgia d’Obama e l’attesa di Trump Il 45° presidente degli Stati Uniti s’insedierà formalmente alla Casa Bianca il 20 gennaio, l’Inauguration Day. Ma fin dai primi momenti dopo l’Election Day, parole e mosse del neo-eletto sono state vagliate e scrutate per cercare di capire se, e in che misura, il Trump presidente sarà diverso dal Trump candidato che ha impressionato per il suo linguaggio più brutale che franco e per le posizioni sessiste e razziste, anti-immigrati e anti-musulmani, pro-armi e pro-vita (cioè, favorevoli alla cancellazione del diritto all’aborto, restituendo agli Stati dell’Unione il compito di legiferare in merito, com’era fino al 1973). Quella certa tendenza giornalistica ad allinearsi al potere, più forte da noi che in America, alimenta, dopo l’8 novembre, l’ipotesi - e forse l’illusione - che Trump, da presidente, cambierà registro. In realtà, quasi tutte le sue prime scelte nella composizione dell’entourage e le sue dichiarazioni sono state coerenti con l’immagine e i programmi della campagna elettorale: conferma dell’intenzione d’alzare e allungare la barriera tra Stati Uniti e Messico e di espellere milioni di immigrati irregolari; conferma dell’intenzione di abrogare, almeno in parte, la riforma sanitaria del suo predecessore, che non lascia i poveri senza assistenza; conferma dell’intenzione di rimettere in discussione gli accordi commerciali esistenti o in fase di negoziato - oltre al Tpp, Trans Pacific Partnership,sul versante Pacifico, il Nafta (North American Free Trade Agreement) con Messico e Canada e il Ttip, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, sul versante Atlantico. E mentre la scelta degli uomini dell’Amministrazione fa scorrere davanti agli occhi il film d’un’America nostalgica del segregazionismo e tutta ‘Law & Order’, ben diversa da quella d’Obama, variegata e progressista, in politica estera si profila una svolta nei rapporti con la Russia che può modificare gli equilibri in Europa e nel Medio Oriente. Il presidente siriano Bachar al-Assad saluta in Trump “un alleato naturale”, il premier israeliano Benyamin Netanyahu attende un rilancio dell’amicizia israelo-americana. Gli scongiuri della cancelliera Il viaggio di commiato di Obama in Europa - un passaggio ad Atene, prima del clou a Berlino - lascia una scia di rammarico e di preoccupazione: rammarico per l’uscita di scena di un leader carismatico e affidabile; preoccupazione per l’arrivo di un successore inesperto e inaffidabile, che, durante tutta la campagna elettorale, ha avuto poca attenzione e zero considerazione per i partner e gli alleati europei. E che, una volta eletto, si fa un baffo del protocollo e non risponde agli alleati che lo chiamano o gli scrivono. Da un consulto a caldo fra i ministri degli Esteri europei, il 13 novembre, era già emersa grande e diffusa inquietudine, sensibile specie in Polonia e nei Baltici, timorosi dell’impatto su di loro dell’eventuale riavvicinamento Usa-Russia. Una curiosità: non so come facciano gli scongiuri i tedeschi, ma di certo Angela Mekel li ha fatti, quando Obama ha detto che, “se fossi tedesco”la sosterrei” alle prossime elezioni, nel settembre 2017. Il presidente ne ha fatto un vero e proprio panegirico: “Angela ha grande credibilità ed è una donna che lotta per i valori … Non avrei potuto avere una partner più affidabile”, con buona pace di tutti gli altri che ambiscono ad essere il miglior amico europeo dell’America. La cancelliera tedesca avrà subito pensato alle recenti sortite di Obama contro la Brexit ed a favore di Hillary Clinton e avrà mormorato fra sé e sé l’equivalente tedesco del nostro “non c’è il due senza il tre”. Vero è che, di qui a settembre, ci sono altre occasioni perché il proverbio si realizzi. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. | ||||||||