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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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giovedì 26 gennaio 2017

Europa: resistere o sparire

Trump, Putin, Erdogan e gli altri
Europa sotto assedio
Cesare Merlini
19/01/2017
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La cosiddetta “inaugurazione” della presidenza di Donald Trump corona un inizio di 2017 segnato dall’inedito scenario di un’Europa accerchiata da nemici del suo processo di unificazione. Alcuni sono motivati da calcoli geopolitici, altri dal cambiamento fine a se stesso. Tutti sono prodotto di democrazie elettorali variamente illiberali e usano retoriche nazionaliste variamente nostalgiche.

Un Vladimir Putin che vuol “riportare la Russia alla passata grandezza”, dopo una breve fase di apertura all’Occidente (dall’Occidente forse non verificata adeguatamente), considera adesso avversaria un’Unione Europea, Ue, che gli applica sanzioni economiche comuni a seguito della sua presa della Crimea e che costituisce un modello permanente di convivenza liberaldemocratica per i paesi interposti, come l’Ucraina, o per quel che rimane della stessa opposizione interna russa.

Recep Tayyip Erdogan, detto “il sultano” per il suo ispirarsi alla potenza ottomana del passato, pur non avendo formalmente abbandonato l’ipotesi di adesione all’Ue, sposta ormai apertamente il suo paese nella direzione opposta dell’incompatibilità con essa, mentre si unisce allo “zar” moscovita in un imprevisto matrimonio di interessi a prezzo di qualche voltafaccia.

Nominalmente nemico di tutti, l’Isis-Daesh, che vorrebbe far rinascere il Califfato, vede nelle azioni terroristiche in Europa una rivincita di immagine a fronte delle ritirate territoriali in Iraq e in Siria. Ne risultano così ostacolate a casa nostra sia l’integrazione delle minoranze musulmane nelle società riceventi sia l’integrazione fra stati in termini di libertà di movimento in seno all’Unione (non a caso argomento dominante nella propaganda per la Brexit).

Più lontani un Xi Jinping, autoeletto padre del “grande ringiovanimento del popolo cinese”, o un Nerendra Modi, leader del movimento hindu ispirato a grandezze passate, che non ha valutato negativamente il voto con cui la maggioranza dei cittadini dell’ex-potenza colonizzatrice britannica ha scelto di staccarsi dal vecchio continente.

Ma la differenza la fanno gli Usa
Quanto sopra non è però tutto così nuovo: basti ricordare la dura avversione di Mosca nei confronti delle nascenti comunità europee ai tempi dell’impero sovietico. La vera novità è oggi il mutamento degli atteggiamenti americani verso l’Europa, mutamento al quale l’accesso di Trump alla Casa Bianca con lo slogan “make America greatagain” sembra destinato a dare il carattere di una svolta tanto storicamente drammatica quanto politicamente incerta.

In verità, già subito dopo l’esito imprevisto del voto dell’8 novembre un piccolo ma significativo segnale lo aveva dato l’incontro del President-elect con il non meno inatteso vincitore del Brexit, Nigel Farage. Difficile non vedere dietro il gesto la mano del generale Michael Flynn, prontamente nominato da The Donald suo Consigliere per la sicurezza nazionale (per intenderci, quel che Henry Kissinger fu per Nixon e Zbignew Brzezinski per Carter).

In dicembre Heinz Christian Strache, leader del potente partito austriaco di estrema destra antieuropea (che ha mancato di poco la conquista della presidenza della repubblica), dopo aver firmato un accordo di cooperazione con il quasi partito unico di Putin, ha lasciato trapelare di aver incontrato Flynn alla Trump Tower, dove non molto tempo dopo sarà vista entrare la leader del Front National francese.

Alla vigilia di Natale poi, il rappresentante di Washington presso l’Ue, Anthony Gardner, figlio di un noto ambasciatore a Roma e convinto sostenitore di un’Europa unita partner degli Stati Uniti, ha ricevuto una lettera in cui lo si informava che dal 20 gennaio 2017, data del passaggio di poteri presidenziali, lui avrebbe cessato dalle sue funzioni. E ciò contro la prassi che ad ogni cambio di amministrazione vede gli ambasciatori uscenti invitati a rimanere in carica fino alla venuta del successore, cioè dopo la designazione, il gradimento della sede ospitante e l’approvazione del Congresso – un processo che può richiedere mesi.

Di nuovo non sono necessarie facoltà divinatorie per immaginare l’origine del messaggio all’amb. Gardner, origine diplomaticamente definita come “inner circle” del presidente eletto. Del quale circolo intimo fa parte anche un personaggio come Stephen Bannon, che da capo di Breitbart News, noto sito populista di estrema destra, è stato promosso a “capo stratega” della Casa Bianca. Il rappresentante di Breitbart a Roma (un ex-prete, amico dei nemici di Papa Francesco, in passato distintosi come difensore del prelato-guida dei Legionari di Cristo dall’accusa di pedofilia, poi dimostratasi drammaticamente fondata) ha raccontato al New York Times che Bannon va oltre le sue stesse preferenze nella velenosa avversione contro l’unificazione dell’Europa secolarista e calabrache dinnanzi ai “fascisti islamici” (1).

Prepararsi ad un futuro difficile
È bene avere presenti questi retroscena quando ci si interroga sulle recenti pubbliche prese di posizione del nuovo Presidente circa il divorzio britannico dall’Ue - un buon esempio che sarà seguito da altri - o circa il dubbio valore residuo dell’Alleanza atlantica nel contesto attuale.

Si dirà che le audizioni ai posti chiave della nuova amministrazione, attualmente in corso presso il Senato di Washington, denotano molte discordanze dalle prese di posizione di Trump e dei suoi. E ciò è senz’altro vero, tanto che in molti si interrogano su quale sarà la politica estera risultante da questi vettori così poco concordanti.

Ma le contraddizioni riguardano principalmente i rapporti con la Russia di Putin, “opportunità” per gli uni e “minaccia” per gli altri, o il futuro della Nato, “superata” per gli uni e “vitale” per gli altri, più che l’integrazione europea.

Potrebbe essere indicativo in proposito un documento sulla politica da seguire in materia di sicurezza europea, appena pubblicato dalla storica fondazione dei conservatori americani, la Heritage Foundation. In esso, se da una parte si insiste sui rischi che ancora presenta l’orso russo per gli Stati Uniti e sulla connessa necessità di un’alleanza con l’Europa, dall’altra si plaude all’uscita della Gran Bretagna dalle istituzioni europee e si sollecita “un ripensamento dello sconsiderato sostegno all’Ue sovranazionale” finora praticato(2).

Ora, la carovana dell’Ue accerchiata da molteplici tribù ostili non mette i carri in circolo come si faceva nei film western. Al contrario, alcuni di quelli che hanno le redini in mano o di quelli che siedono sulle panche sotto i teloni bianchi mandano segnali si simpatia agli assalitori. Così l’ungherese Viktor Orbàn punta ad essere il primo leader europeo ricevuto dal neo presidente e Marine Le Pen contempla un “nuovo mondo” guidato dal trio formato da Trump, Putin e sé stessa.

E se il leader polacco Jaroslaw Kaczyński vede con preoccupazione le simpatie per Mosca crescere a Washington, è pur vero che le sue preferenze quanto a stile di governo lo avvicinano a chi guida le due grandi potenze da cui dipende la sicurezza del suo paese. Simpatie che da noi sono apertamente condivise da un Salvini e più ambiguamente da esponenti della destra o di quel movimento composito (per usare un eufemismo) che è Cinque Stelle.

Tutto ciò aiuta a capire come la battaglia politica attualmente in corso in Europa fra (veri) democratici e populisti coincida di fatto con quella fra chi vuole salvaguardare e sviluppare ciò che si è realizzato in fatto di integrazione europea e chi vuole il ritorno alle sovranità nazionali, identitarie, protezionistiche e nostalgiche di grandezze passate talvolta poco chiare.

(1) “Brietbart’s Man in Rome”, The New York Times, Jan 10, 2017. (2) “Recommitting the Unites States to European Security and Prosperity”, The Heritage Foundation, Issue Brief #4646, Jan 12, 2017.

Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI.

mercoledì 25 gennaio 2017

Energia: le nuove prospettive

Energia
Il futuro del carbone nell’era Trump
Enrico Mariutti
13/01/2017
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A lungo il carbone ha svolto un ruolo preminente nel comparto elettrico statunitense. Abbondante ed economico, ha rappresentato per decenni un’opzione ideale tanto sotto il profilo economico quanto sotto quello strategico, soddisfacendo, attraverso l’ampia disponibilità nazionale, un’ampia fetta del fabbisogno energetico Usa e fornendo una preziosa integrazione alle crescenti importazioni di greggio e gas naturale dal Medio Oriente e dall‘America centro-settentrionale.

Nell’ultimo decennio però tanto il comparto minerario quanto quello della trasformazione elettrica hanno patito crescenti difficoltà che, con l’introduzione della nuova normativa Epa (Enviromental Protection Agency) in materia di emissioni, si sono trasformate in una crisi generalizzata.

Crollo della domanda di carbone
Nel corso di un decennio (2006-2015) la potenza installata a carbone negli Usa è diminuita di circa il 10% mentre la produzione di energia elettrica da carbone ha subito un tracollo di oltre il 30%. Il mercato spot, per la sua stessa natura piuttosto limitata (il carbone è la materia prima di autoproduzione per eccellenza) non è stato in grado di assorbire il surplus dell’industria mineraria statunitense, causando violenti contraccolpi nel segmento estrattivo.

Tra il 2005 e il 2016 la produzione di carbone negli Usa è declinata di circa il 20%, passando da 1,1 miliardi di tonnellate all’anno a circa 900 milioni. La regione degli Appalachi, storico bacino carbonifero degli Stati orientali, è stata quella che ha subito maggiormente l’impatto della crisi, ma anche gli impianti a cielo aperto nella regione interna e in quella occidentale, tradizionalmente più competitivi, hanno risentito del crollo della domanda.

Nonostante il drastico ridimensionamento industriale, le ricadute occupazionali sono state piuttosto limitate. Nei passati decenni il settore ha infatti sperimentato una forte spinta all’automazione dei processi industriali che si è tradotta, tanto nel segmento minerario che, in misura minore, in quello della trasformazione elettrica, in una marcata diminuzione della labor intensity.

Di conseguenza, nonostante l’impatto relativo sia stato consistente, stimabile in circa il 20% degli addetti del settore, in termini assoluti il fenomeno è stato modesto, tra le 20 e le 25mila unità, e circoscritto a pochi Stati. Le radici di questa crisi sono complesse e frutto tanto di dinamiche di lungo periodo quanto di recenti e improvvise singolarità.

L’impatto della shale revolution
La shale revolution è stata certamente il fattore più rilevante quantomeno nel determinare l’acutizzazione del fenomeno. Lo sviluppo di nuove tecniche estrattive ha sbloccato l’accesso a depositi non convenzionali di gas naturale, inondando il mercato Usa di shale gas (gas proveniente da giacimenti argillosi profondi) e in misura minore di tight gas (gas proveniente da depositi di roccia arenaria compatta).

Il crescente afflusso di gas naturale nel mercato statunitense ha prodotto un violento ribasso delle quotazioni di riferimento presso l’Henry Hub (pricing point per il mercato spot e quello futures nordamericano), passate nel giro di pochi anni da 8 USD/mmbtu a 3, innescando una riorganizzazione complessiva della powergrid americana.

D’altronde, il crollo delle quotazioni del gas naturale non riesce a spiegare da solo la crisi dell’industria del carbone. Nonostante il trend ribassista, difatti, le quotazioni del gas sul mercato dell’elettricità rimangono mediamente superiori a quelle del carbone di oltre il 30%.

Pur potendo contare su una materia prima più economica, le centrali coal-fired patiscono una minore efficienza termica e una maggiore intensità di capitale, tanto nella fase di costruzione dell’impianto quanto nel corso della sua vita operativa.

Il recente sviluppo tecnologico ha ampliato questo divario, mettendo a disposizione del segmento della trasformazione elettrica del gas, centrali a ciclo combinato di nuova generazione, ancor più efficienti e con costi ancor più ridotti, amplificando l’impatto della shale revolution e attirando massicci flussi di investimenti tanto sul comparto estrattivo quando su quello della trasformazione elettrica del gas naturale.

Carbone, serve una ricetta per ripensare il settore
Per riuscire a rimanere competitiva nel lungo periodo, l’industria del carbone necessiterebbe di notevoli investimenti. Modernizzare le centrali, che mediamente hanno più di 40 anni, garantire un orizzonte di medio/lungo periodo alla ricerca scientifica e tecnologica sui processi di trasformazione e di carbon capture and storage, rendere più efficiente la rete di trasporto e trasmissione sono solo alcune delle priorità strategiche per un settore industriale che se vuole sopravvivere deve ripensare il proprio modello di business e ristrutturare il proprio tessuto produttivo.

D’altronde, gli investimenti nell’industria del carbone languono, gran parte delle compagnie elettriche ha un portafoglio energetico diversificato e in questo momento preferisce investire nel segmento del gas naturale che offre maggiori garanzie e prospettive.

Abbassando, seppur modestamente, la soglia massima di emissioni, la nuova normativa Epa non ha fatto altro che accelerare la chiusura di impianti dalle scarse prospettive, in gran parte risalenti agli anni ’50 e ’60. Ed è difficile pensare che il Presidente eletto Donald Trump potrà risollevare le sorti del settore senza riunire tutti i principali attori attorno a un tavolo, ma solo cancellando quanto fatto in materia ambientale dall’amministrazione precedente.

Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG).

lunedì 16 gennaio 2017

L'America ed i suoi interrogativi


L’America di Trump
Aspettando Donald, il mondo col fiato sospeso
Marinella Neri Gualdesi
14/01/2017
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Un clima di nervosa attesa caratterizza la politica internazionale mentre si avvicina l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio prossimo.

Tutti aspettano che il nuovo presidente dia le carte, così da scoprire anche le proprie. Si assiste a una sostanziale paralisi dei principali attori nazionali e delle istituzioni multilaterali, favorita anche dal cambiamento al vertice delle Nazioni Unite, dall’incertezza che aleggia sulla direzione che assumerà la separazione tra Regno Unito e Unione europea, Ue, e soprattutto dall’imminenza di un lungo ciclo elettorale europeo (comincia l’Olanda, seguono Francia e Germania; e pure l’Italia potrebbe aggiungersi alla lista).

Putin, che pure si è mosso spregiudicatamente in Medio Oriente per tutelare i propri interessi strategici, sembra in attesa di passare all’incasso delle aperture e delle dichiarazioni di stima che il presidente eletto gli ha già anticipato.

Dopo le forti polemiche innescate dalla telefonata di Trump con la presidentessa di Taiwan, Pechino ha adottato una linea di wait and see. Nei confronti della Cina, accusata di “concorrenza sleale”, Trump ha minacciato di imporre pesanti dazi. Lo scontro con il capitalismo autoritario cinese, che detiene gran parte del debito pubblico americano, presenta peraltro molti rischi sia per Washington sia per Pechino.

Politica estera a suon di tweet
Analisti e think tank sono impegnati soprattutto a giudicare l’eredità di Barack Obama e a valutare successi e insuccessi della sua presidenza, nonostante sia abbastanza evidente che con Trump la politica estera degli Stati Uniti imboccherà la strada di profondi cambiamenti.

Su questi cambiamenti, sul rischio di una regressione sistemica degli assetti internazionali costruiti dal secondo dopoguerra in avanti, aleggia un clima di grande incertezza. Per il momento, del resto, da Trump sono arrivati solo slogan e tweet.

La questione principale riguarda la volontà degli Stati Uniti di continuare a svolgere il ruolo che hanno esercitato, dal 1945 in avanti, nel sistema internazionale, sostenendo i valori liberali e il libero commercio, e in Europa come garante esterno della sua sicurezza.

Mantenere le alleanze e coltivare la cooperazione internazionale non sembrano in cima alle priorità del 45esimo presidente americano. Tutto lascia prevedere che si muoverà in modo opportunistico, senza una coerente strategia a guidare le scelte.

Il suo inner circle e le persone che ricopriranno gli incarichi di governo più rilevanti, spesso prive di ogni esperienza politica, rappresentano un forte segnale di discontinuità non solo con principi e politiche dell’amministrazione uscente ma con le pratiche che hanno guidato in passato gli Stati Uniti nel loro ruolo internazionale.

America first!
Trump non sarà isolazionista; più probabile che prosegua il disimpegno attuato già da Obama per concentrarsi sui temi su cui ha imperniato l’agenda elettorale: restituire fiducia alla classe media americana, creare posti di lavoro, abbassare l’imposizione fiscale, ricostruire le infrastrutture del Paese.

In campo internazionale, l’America sarà sempre più attenta a valutare dove i suoi interessi sono in gioco per muoversi in modo molto selettivo. Americanism, and not globalism, will be our credo è la frase di Trump che meglio racchiude la sua visione. Anche se la sua indole volubile fa ritenere possibile un alto tasso di imprevedibilità nelle scelte che concretamente assumerà, il credo antiglobalizzazione è ciò a cui rimarrà probabilmente più fedele. Con la conseguenza di politiche di protezionismo economico e il rifiuto dei trattati commerciali multilaterali.

Trump non pensa che gli Stati Uniti debbano avere relazioni speciali con alcuni Paesi in quanto democrazie, che giudica intrinsecamente deboli. Si annuncia come un presidente transactional, che cerca accordi bilaterali anche con leader autoritari, se vantaggiosi per gli interessi statunitensi.

Silenzio Ue e ruolo dell’Italia
A un approccio statunitense imperniato sul principio America First, un editoriale di Le Monde ha invitato l’Ue a rispondere con Europe First. Una prospettiva che appare alquanto illusoria.

Di fronte alla svolta nella politica americana rappresentata da Trump colpisce il silenzio di un’Europa smarrita e ripiegata su se stessa. L’Ue appare senza meta e incapace di costruire un approccio comune alle crisi internazionali. L’egemonia tedesca non può essere l’unico potere sovranazionale europeo.

L’Unione deve dimostrare di saper esprimere una leadership collettiva, quel modello di sovranità condivisa che rappresenta la “nuova Europa” costruita sulle macerie delle distruzioni provocate dai nazionalismi europei (pronti a tornare in auge, e probabilmente a ripetere gli stessi drammatici errori).

L’Italia si trova ad avere un’importante responsabilità: fare del sessantesimo anniversario della firma dei trattati comunitari, il prossimo marzo, non una mera celebrazione, ma l’occasione per aprire una nuova pagina nel percorso di integrazione europea. Tre i capitoli con cui scriverla: usare l’integrazione economica per promuovere la crescita e il lavoro per i giovani; rafforzare la dimensione della difesa comune e della sicurezza; varare una politica comune in materia di immigrazione.

Se davvero la solidarietà statunitense verso gli alleati e il rilievo della Nato dovessero diminuire, la spinta per l’Europa della difesa diventerebbe più forte. Tensioni con Washington sono probabili soprattutto se il futuro presidente americano insisterà sull’aumento delle spese militari da parte dei Paesi europei.

Il tema del burden-sharing non è nuovo nel dibattito transatlantico. Il Vecchio continente deve in ogni caso ripensare il proprio ruolo nella Nato, costruendo il pilastro europeo dell’Alleanza. Europa della difesa e collaborazione Nato-Ue non sono due obiettivi in contrapposizione. Un impegno che richiede, però, più investimenti e più volontà politica.

I presidenti che hanno preceduto Trump hanno considerato la prosperità e la sicurezza dell’Europa interessi essenziali per gli Stati Uniti. Ora che questo obiettivo sembra essere rimesso in discussione, è responsabilità anche dell’Europa essere all’altezza delle sfide che ha davanti.

Il mondo post-guerra fredda, in cui liberismo e democrazia sembravano non avere più rivali, è però finito. L’ordine multilaterale occidentale può ricevere un colpo mortale se è contestato non solo da attori esterni, ma dal suo stesso artefice principale e perno del sistema.

Da cosa sarà sostituito? È il grande interrogativo con cui si apre l’era Trump.

Marinella Neri Gualdesi è professore di Storia delle Relazioni internazionali all'Università di Pisa.

Kiev e Mosca: frontiere marittime in discussione

Crisi ucraina 
Mari di Crimea: Ucraina vs Russia
Fabio Caffio
11/01/2017
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Kiev prova a sfidare Mosca avanti un tribunale arbitrale per reclamare, sulle acque della Crimea, i diritti esercitati prima dell’annessione della penisola.

Nonostante le previsioni che davano la Russia assente dal procedimento (indotte dallo svolgimento della disputa marittima Cina-Filippine), il tribunale è stato regolarmente costituito d’accordo con Mosca che ha designato come proprio giudice Vladimir Golitsyn, presidente del Tribunale internazionale del diritto del mare.

La contesa si svolgerà quindi ad armi pari, ma il terreno dello scontro - ove contenziosi territoriali condizionano quelli marittimi - è insidioso per la Russia. Le tesi ucraine potrebbero anche agevolare l’attività navale Nato in Mar Nero.

Bottino russo
Spazi marittimi russo-ucraini; quelli susseguenti all’annessione sono ipotetici (Fonte: NY Times 7.5.14).

Il 17 marzo 2014 il Consiglio supremo della Repubblica autonoma di Crimea adottò una risoluzione sull’indipendenza dello Stato (approvata con referendum popolare) cui seguì un trattato con la Russia sull’annessione alla Federazione. Apparve così chiaro che Mosca si era nuovamente guadagnata l’affaccio al Mar Nero conseguito da Pietro il Grande a fine Seicento.

Oltre alla base navale di Sebastopoli, la Russia otteneva un esteso litorale ed una zona economica esclusiva (Zee) ricca di risorse ittiche e di giacimenti di gas scoperti a sud della Crimea.

Essa acquisiva anche il controllo dello Stretto di Kerch attraverso cui si accede al Mare di Azov, divenuto ancor più un lago interno dopo che l’Ucraina era stata costretta ad arroccarsi a settentrione nella regione di Mariupol.

Rivendicazioni ucraine
Kiev è intenzionata a contestare, sulla base della Convenzione del diritto del mare, le violazioni russe ai propri diritti sulla Zee della Crimea (inclusa la posa di gasdotti) ed alla libertà di navigazione nello Stretto di Kerch e nel Mare di Azov; nonché il progetto russo di costruire un ponte sullo Stretto avviato senza il suo consenso.

È possibile che l’Ucraina chieda al Tribunale arbitrale, oltre a varie garanzie e risarcimenti, misure provvisorie come il fermo di tale opera o il riconoscimento di un corridoio internazionale che colleghi le sue coste al Mar Nero lungo lo Stretto ed il Mare di Azov.

Al centro del contenzioso ci sarà comunque lo status di tale mare che gli Zar e l’Unione Sovietica hanno sempre considerato acque interne possedute in via esclusiva per secolare dominio. Difficilmente l’Ucraina potrà contestare un tale regime accettato e condiviso con la Russia dopo il 1991, anche perché esso verte su materia (titoli storici), esclusa dalla competenza del Tribunale arbitrale secondo la dichiarazione fatta a suo tempo dalla Federazione Russa. Ma, come detto, l’Ucraina farà in modo che le sia garantita libertà di navigazione.

Mosse e contromosse
L’iniziativa dell’Ucraina riporta sulla scena internazionale l’annessione della Crimea: illegittima alla luce della Risoluzione 68/262 dell’Assemblea Generale delle NU sul mantenimento dello status quo, e pregiudiziale al riconoscimento dei diritti marittimi dell’Ucraina.

Il tribunale arbitrale non dovrebbe pronunciarsi sulla validità dell’annessione, essendo materia sottratta alla sua competenza, come da giurisprudenza dello stesso tribunale in precedenti controversie. Una scappatoia potrebbe essere rappresentata dalla possibilità che il tribunale argomenti come se i diritti ucraini sulla preesistente Zee non siano mai venuti meno.

La Russia, partecipando all’arbitrato, potrà rigettare la tesi dell’usurpazione delle risorse marine ucraine, esprimendo magari disponibilità ad accordare garanzie e concessioni. Ad esempio potrebbe affermare di agire nell’interesse del popolo della Crimea cui apparterrebbero i giacimenti offshore stimati in circa 1.000 miliardi di mc. di gas (le compagnie straniere interessate erano al 2013 Shell, Exxon Mobil ed Eni).

Un’eventualità teorica è che una loro quota venga riservata a Kiev, in conto di un’ipotetica Zee ucraina oltre lo Stretto di Kerch adiacente all’istituendo corridoio internazionale di accesso alle sue coste (1). Ma occorre anche tener presente che la Russia potrebbe denunciare la competenza del tribunale ad occuparsi della questione. Tra l’altro, secondo la dichiarazione effettuata al momento della ratifica della Convenzione sul diritto del mare, sono sottratte alla competenza del tribunale le controversie in materia di delimitazione della Zee con stati adiacenti e frontisti.

L’illecito del tracciato del gasdotto del Mar Nero, effettuato senza il consenso ucraino, non è stato, a quanto sembra, portato a compimento: South Stream sarebbe dovuto stare nella Zee ucraina, ma il progetto è stato abbandonato in favore del Turkish Stream da posare nella Zee turca.

Progetti gasdotti Mar Nero (Fonte RUSI). 

Centralità strategica Mar Nero 
Sullo sfondo della controversia s’intravede l’eterna questione del Mar Nero e delle limitazioni alla presenza numerica e temporale di Unità navali appartenenti a Paesi non rivieraschi, imposte dalla Convenzione di Montreux del 1936 sul regime degli Stretti.

È difficile che il Mar di Azov venga considerato dal tribunale arbitrale, a supporre che ne abbia la competenza, come un normale spazio marittimo con acque territoriali e acque internazionali in cui possano svolgersi attività militari straniere.

È tuttavia ipotizzabile che la Nato, su invito dell’Ucraina, voglia mostrare la bandiera all’interno del mare di Azov nelle acque di pertinenza di Kiev, nonché, in Mar Nero, nella Zee della Crimea ove potrebbero eseguirsi manovre, anche contro la volontà della Russia ma nel rispetto della Convenzione di Montreux.

(1) Una simile Zee è stata istituita dalla Slovenia oltre il Golfo di Trieste in previsione della creazione di un corridoio di acque internazionali con la baia di Pirano.

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto in diritto marittimo.
 
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Alla ricerca di un nuovo equilibrio, Antonio Armellini
Russia, partner e minaccia della Nato, Alessandro Marrone

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sabato 31 dicembre 2016

venerdì 23 dicembre 2016

Rapporti tra NATO e UNIONE Europea

Cooperazione Nato-Ue
Ancora tanta la strada da fare dopo il vertice di Varsavia 
Alessandro Marrone
02/01/2017
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I rapporti tra Nato e Unione europea, Ue, ricordano un po’ quelli tra due uomini di mezza età che competono per l’attenzione delle stesse donne, ovvero le capitali dei Paesi europei membri di entrambi le organizzazioni, nel campo della sicurezza e difesa.

Il beauty contest tra due attori diversi
La Nato è arrivata prima e gode dell’appeal di un carattere forte come quello statunitense, capace solitamente di imporre una linea e prendere decisioni - anche a volte sbagliando - di fronte al cambiare del contesto internazionale e delle sfide alla sicurezza euro-atlantica.

L’Ue, dopo la falsa partenza della Comunità europea di difesa, si è affacciata più recentemente e timidamente in questo campo, cercando di costruirsi un suo fascino puntando sul mix civile-militare, sconosciuto alla Nato, e su un approccio più soft volto a mettere insieme i vari pregi di un attore complesso come l’Unione.

Negli anni ’90 e 2000 si è parlato ironicamente, e non a sproposito, di un beauty contest tra due attori che cercavano di dimostrare le loro capacità e successi nei confronti della stessa platea di capitali, con una certa freddezza reciproca che a tratti sfociava nella rivalità aperta.

Raccontata così la storia dei rapporti Nato-Ue potrebbe far sorridere, se dietro il beauty contest non ci fossero motivazioni geopolitiche molto serie.

La geopolitica di Alleanza e Unione
La ratio dell’Alleanza è stata, ed in buona parte lo è ancora, legare in una pace durevole tre poli in precedenza autonomi e spesso in guerra tra loro: il nord America e gli Stati Uniti in primis, gli europei che di guerre fratricide hanno riempito i libri di storia e la Turchia musulmana, ma non islamista, figlia di Ataturk.

Altrettanto connaturata alla ragion d’essere Nato era l’esigenza di difendersi dal comune nemico sovietico, di nuovo fortemente sentita dopo l’annessione della Crimea da parte russa e la rinnova aggressività di Mosca. Un compito importante, ma non essenziale è stato invece nel periodo post-Guerra Fredda la gestione delle crisi nel vicinato dei Paesi membri, vedasi Balcani, o in relazione alla lotta al terrorismo islamico, come in Afghanistan e più di recente in Iraq.

L’Unione viceversa si è affacciata nel campo della sicurezza e difesa proprio partendo dalla gestione delle crisi, in Africa, Medio Oriente e Asia, visto che lì poteva dare un valore aggiunto e servire gli interessi di sicurezza dei Paesi membri. Infatti la difesa collettiva era lasciata in buone mani Nato, specie in un periodo post-Guerra Fredda in cui la Russia era considerata dai più un partner e non una minaccia, e la pace tra i Paesi europei era assicurata da un lato dall’egemonia militare Usa e dall’altra dall’integrazione economica europea.

Proprio l’integrazione europea ha creato degli interessi comuni, dalla stabilizzazione dei Balcani occidentali alla lotta alla pirateria, dall’affrontare alcune crisi in Africa non di interesse Nato al più recente controllo dei confini Ue rispetto alla pressione migratoria, ed il necessario contesto politico-istituzionale - incluso il Trattato di Lisbona - per un maggiore ruolo dell’Ue nel campo della sicurezza e difesa.

Ruolo in teoria facilitato dalla maggiore omogeneità dei Paesi membri, che non comprendono né superpotenze come gli Usa né grandi stati musulmani come la Turchia, ma in realtà complicato dalla divergenza di politica estera tra poche medie potenze di peso economico, demografico e militare tutto sommato comparabile, e non così maggiore rispetto ad altri stati più piccoli che hanno voce in capitolo nelle istituzioni Ue. Tale complicazione ha pesato sull’elaborazione della EU Global Strategy che nonostante ciò ha rafforzato il ruolo dell’Ue con una visione complessiva articolata e ambiziosa.

Vertice di Varsavia e cooperazione Nato-Ue
Due profili dunque diversi, in parte sovrapposti e in parte complementari, che hanno visto Nato e Ue oscillare tra collaborazione - vedasi gli accordi di Berlin Plus nel 2003, e la buona cooperazione sul campo in molte missioni - e rivalità, anche sull’onda degli altalenanti rapporti tra Stati Uniti e Francia e della mai risolta questione turco-cipriota.

Il pendolo nel 2016 è oscillato nettamente verso la collaborazione, con la dichiarazione congiunta Nato-Ue firmata al vertice di Varsavia di luglio che individuava sette aree di cooperazione e incaricava i rispettivi staff e le istituzioni di proporre azioni concrete al riguardo.

Tra i motivi di questa accelerazione cooperativa vi è anche il fatto che negli ultimi anni i governi dei Paesi membri di Nato e Ue sono diventati più insoddisfatti delle prestazioni di entrambi gli attori, specie su questioni che impauriscono l’elettorato europeo, come terrorismo e crisi migratoria, tanto da metterne in dubbio la rilevanza – vedasi Brexit, Trump, e non solo.

Di fronte al rischio di perdere d’interesse agli occhi delle capitali, Nato e Ue sembrano aver messo da parte ogni velleità di beauty contest e aver compreso che insieme possono servire meglio i propri azionisti e finanziatori e quindi continuare a contare.

Se questa è la strada tracciata a luglio, cinque mesi dopo i passi in avanti sono stati modesti. Le azioni congiunte approvate rispettivamente dal Consiglio Nord Atlantico e dal Consiglio europeo a dicembre 2016 riguardano soprattutto lo scambio d’informazioni e analisi, i contatti a livello di staff, la consultazione sullo sviluppo di capacità militari, una serie di esercitazioni coordinate, la costituzione di gruppi di lavoro tra i rispettivi centri di eccellenza (ad esempio sulla “guerra ibrida”), e ulteriori mandati e scadenze per forzare le rispettive “macchine” diplomatico-militari a lavorare insieme.

Nel complesso, un risultato senza dubbio positivo e non scontato, in buona parte frutto dell’impegno bottom-up degli addetti ai lavori, che sembra seppellire una rivalità ormai obsoleta, ma che non rappresenta quel cambio di passo top-down necessario per rispondere alle sfide del quadro di sicurezza attuale e alle paure dei cittadini occidentali.

Cambio di passo che non c’è stato anche perché sia Nato che Ue devono ancora verificare le conseguenze della presidenza Trump e attendere gli esiti delle elezioni francesi e tedesche nel 2017.

Per tornare alla metafora iniziale, i due attori non più rivali hanno offerto alla platea di dame nella varie capitali, esigenti ed esitanti, ciò che di buono potevano offrire, e starà ora alle nuove (o vecchie) leadership nazionali rispondere e decidere cosa farne. Come in certi rapporti di coppia, alla fine l’uomo propone e la donna dispone.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.

giovedì 22 dicembre 2016

Un campo tutto da scoprire: cyberspace


Dati elettronici, terrorismo e indagini criminali 
Tommaso De Zan
20/12/2016
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Fra gli addetti ai lavori, che a voler essere sinceri non sono moltissimi, sembra non si parli d’altro. In questi mesi si sono susseguite varie ed importanti conferenze, rilevanti fatti di cronacasentenze con possibili ripercussioni internazionali e processi di riforma nel tentativo di regolare una problematica tanto importante quanto complessa.

Parliamo della cooperazione giudiziaria internazionale per l’accesso a dati elettronici nel contesto di indagini criminali, che in termini anglofoni è indicato con l’espressione cross-border data requests. Che cosa si intende?

Cross-border data requests
Oggigiorno è ampiamente risaputo che criminali e organizzazioni terroristiche scientemente utilizzino rete e strumenti Ict per raggiungere i loro scopi delinquenziali. Questo comporta che essi lascino tracce digitali più o meno evidenti delle loro azioni criminali su sistemi informatici e in Rete.

La cosiddetta prova digitale, ovvero la prova di natura elettronica che può essere utilizzata a fini probatori durante un processo penale, sta quindi assumendo un’importanza crescente per perseguire tutti i tipi di crimini, non solo quelli informatici.

Attualmente, si può affermare senza particolari rimorsi che il sistema di cooperazione internazionale giudiziaria riguardante lo scambio di prove digitali fra autorità nazionali competenti non sia adatto a garantire un’ efficace azione di persecuzione dei crimini che vengono commessi per mezzo di strumenti Ict e il web. Quali sono queste problematiche?

Innanzitutto va considerata la natura senza confini di internet, che fa sì che un dato con possibile valore probatorio possa passare da uno stato all’altro nell’arco di pochissimi secondi ed essere conservato in server dislocati anche in continenti diversi.

La conseguenza è che, per esempio, la vittima e l’indagato possono essere italiani, il crimine può essere stato “commesso” in Italia, ma la prova digitale si trovi nei server di Facebook negli Stati Uniti. In tale situazione, per poter ottenere la prova digitale del reato in questione, le autorità italiane devono fare richiesta alle autorità statunitensi attraverso lo strumento della rogatoria internazionale.

È cosa nota che queste rogatorie siano, e non solo fra Italia e Usa, lente e complesse. Per superare questo scoglio, spesso le autorità nazionali hanno richiesto l’invio di queste prove digitali direttamente ai fornitori di servizi internet come Facebook e Google.

Il problema è che questi fornitori, pur offrendo i loro servizi ovunque proprio per la natura senza confini di internet, solitamente devono seguire la legge del Paese dove si trova la loro sede legale, che spesso e volentieri è diverso da quello delle autorità richiedenti la prova digitale. Ne consegue che non sempre sono nelle condizioni per poter soddisfare le esigenze investigative delle varie autorità nazionali senza infrangere la legge del Paese dove hanno la propria sede.

A giugno di quest’anno il Consiglio dell’Unione europea (Ue) ha chiesto alla Commissione di proporre delle soluzioni comuni da adottare per risolvere questo caos.

Un recente rapporto dell’Istituto Affari Internazionali, discusso a Bruxelles in una conferenza organizzata in collaborazione con il Ceps, si è posto come obiettivo di fornire delle soluzioni concrete a queste problematiche.

La giurisdizione nello spazio cibernetico
Il rapporto ha messo al primo posto la questione della determinazione e dell’imposizione della giurisdizione nello spazio cibernetico. Secondo gli autori, si dovrebbe passare dall’attuale approccio basato sull’oggetto - è il luogo dove si colloca la prova digitale che determina quale autorità nazionale abbia la legittimità di chiedere al fornitore di servizi di fornire tale prova - ad uno basata sul soggetto - è l’autorità nazionale del Paese di residenza abituale della persona di cui si richiedono i dati, sia essa la vittima o l’indagato, che ha la legittimità di chiedere al fornitore di servizi la prova digitale necessaria per mandare avanti le indagini.

In primo luogo, questo cambiamento permetterebbe che, in casi come quelli descritti sopra, non siano le autorità nazionali di Paesi che hanno poco a che fare con le indagini a dover determinare la disponibilità o meno della prova digitale. In secondo luogo, che Paesi terzi non possano accedere maniera indiscriminata ai dati di cittadini a cui non avrebbero accesso nel mondo fisico, come si teme dopo le rilevazioni fatte da Edward Snowden.

Prova digitale e fornitori di servizi, alla ricerca di definizioni comuni
In secondo luogo, il rapporto sostiene l’adozione di definizioni comuni e condivise di “prova digitale”, “fornitori di servizi”, che dovrebbe includere anche i cosiddetti fornitori Over-The-Top come Facebook, Youtube e Instagram, e “offrire i propri servizi in Europa”, di modo da creare la base legale secondo la quale questi fornitori dovrebbero rispettare le richieste di invio di dati provenienti dalle autorità nazionali competenti.

Queste novità potrebbero essere attuate abbastanza agevolmente nell’Unione europea attraverso un processo legislativo comune. Tuttavia, è necessario che anche negli Stati Uniti, che sono lo stato sotto la cui giurisdizione si trovano i fornitori di servizi che hanno il controllo della maggior parte dei dati in questione, si debba insistere per promuovere certi cambiamenti legislativi.

In particolare, come dimostrato da recenti iniziative quali l’International Communications Privacy Act (ICPA), anche oltre oceano sembra ci siano le condizioni per apportare delle modifiche ai principi imposti dall’Electronic Communications Privacy Act (ECPA), e permettere così ai fornitori di servizi la trasmissione di dati alle autorità nazionali europee nel contesto di indagini criminali.

Dal rapporto intermedio della Commissione, che dovrà presentare i suoi risultati finali entro giugno 2017, si evince che siano molte le possibilità al vaglio delle autorità europee.

Al di là delle soluzioni che verranno adottate, è importante che il processo decisionale continui a coinvolgere un ampio gruppo di attori rilevanti che, una volta stabilite le nuove regole, sia disponibile a lavorare congiuntamente con l’obiettivo di garantire la privacy e la sicurezza online dei cittadini, senza gli strilli e gli schiamazzi che hanno finora caratterizzato il dibattito in materia.

Tommaso De Zan è Assistente alla ricerca presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21).

venerdì 9 dicembre 2016

mAncora difficoltà sull'immigrazione

Immigrazione
La ricollocazione non decolla … e c’è chi torna indietro
Bianca Benvenuti
05/12/2016
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L’entrata in vigore del discusso accordo di cooperazione tra la Turchia e l’Unione europea, Ue, per fermare il flusso di migranti irregolari lungo la rotta balcanica ha aggravato il sistema di recezione dei richiedenti asilo in Grecia, un Paese già condannato dalla Corte di Strasburgo nel 2011 per le degradanti condizioni di accoglienza.

In 60 mila attendono il completamento del processo di richiesta asilo nel Paese, di cui 13 mila vivono nelle isole del Mar Egeo, bloccati dal sopracitato accordo in campi fatiscenti. Dal canto suo, il governo greco lamenta di essere stato lasciato solo dall’Ue e da quegli stati membri che hanno esposto l’esistente crisi di solidarietà rifiutandosi di accogliere alcuni dei migranti ospitati in Grecia.

I Paesi del nord non assolvono le loro responsabilità
Una delle prime e più discusse misure Ue per contrastare la cosiddetta crisi migratoria è stato il piano di ricollocazione di 160 mila richiedenti asilo, che, secondo un sistema di quote, avrebbe dovuto diminuire la pressione sui Paesi ai confini dell’Unione, distribuendo i migranti tra gli stati membri.

Secondo la decisione del Consiglio europeo del settembre 2015, la Grecia avrebbe dovuto beneficiare del ricollocamento di 66.400 richiedenti asilo in due anni, ma ad oggi poco più di 5 mila persone sono state effettivamente trasferite, numeri ben lontani dall’obiettivo della Commissione di trasferire 6 mila migranti al mese.

Il meccanismo di ricollocazione è partito con estrema lentezza a causa dell’opposizioni di alcuni stati membri: la più chiassosa è stata quella del Primo Ministro ungherese Viktor Orbàn, che si è spinto fino a promuovere un referendum, che non ha raggiunto il quorum, per dimostrare l’opposizione del popolo ungherese al piano di Bruxelles e mettendo il discussione la supremazia del diritto comunitario su quello nazionale.

Anche gli altri Paesi del gruppo Visegrad - Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia - si sono uniti al coro di proteste contro questa misura, proponendo un alternativo sistema basato sulla “solidarietà flessibile”.

Dall’altra parte dello schieramento, Italia e Grecia sono sempre più risolute nel denunciare la grave mancanza di solidarietà sulla gestione dei profughi. Yannis Mouzales, ministro greco per le politiche migratorie, ha recentemente esortato la Commissione ad un maggiore impegno, appoggiando al contempo la proposta del Primo Ministro Italiano Matteo Renzi di imporre sanzioni sugli stati che rifiutano di accogliere migranti.

Non è tuttavia chiaro in che modo tali “multe per poca solidarietà” potrebbero contribuire alla risoluzione della questione, mentre è evidente produrrebbero una disparità di trattamento tra gli stati che possono e quelli che non possono permettersi di pagare.

Discriminazioni tra i migranti
Gli ostacoli alla buona riuscita del piano non sono solo di natura politica. Oggi, in Grecia sono tre le alternative a disposizione dei richiedenti asilo presenti sul territorio: restare in Grecia, essere deportati in Turchia o nei loro Paesi d’origine o riuscire ad andare verso un altro Paese dell’Ue.

Per quest’ultima e più desiderata opzione, il migrante può far richiesta di ricongiungimento familiare, posto che abbia un familiare di primo grado in un altro Paese membro, o sperare nella ricollocazione. Atene non tiene il passo e la sua arrugginita macchina burocratica arranca nei vari iter burocratici, determinando una diluizione nei tempi di permanenza dei migranti in Grecia.

Ad esempio, la procedura di ricollocazione dovrebbe svolgersi entro due mesi da quando gli Stati comunicano la disponibilità di posti, ma nella realtà ci sono migranti che aspettano anche sei o sette mesi in appositi centri d’accoglienza.

La tempistica è motivata anche dal fatto che i Paesi membri che danno disponibilità di posti per la ricollocazione hanno la possibilità di valutare caso per caso ed eventualmente negare il trasferimento, senza dover motivare tale scelta.

A peggiorare ulteriormente la situazione, secondo dati del governo greco, un migrante su sette ha rifiutato di trasferirsi o ha abbandonato il programma, un rifiuto definito oltraggioso e inaccettabile dal Presidente della Commissione Jean-Claude Junker.Molti richiedenti asilo sono riluttanti a trasferirsi in Paesi considerati poveri, o hanno paura di finire lontani da amici e parenti, in una nazione di cui non conoscono neanche la lingua.

Questo dato nasconde uno dei limiti più evidenti del sistema, che non tiene conto delle preferenze dei migranti. Inoltre, la procedura di ricollocazione è aperta per persone appartenenti a nazionalità il cui tasso di riconoscimento di protezione è pari o superiore al 75% sulla base dei dati Eurostat, al momento solo siriani ed eritrei.

Questa norma ha aggravato il clima di discriminazione tra nazionalità di migranti, con i siriani avvantaggiati e altre nazionalità, come quella afgana, cui viene negato di beneficiare di eguali opportunità.

Violenza nelle isole greche
Secondo Dora Oikonomou, responsabile del progetto per il ricollocamento di Praksis (una sorta di Caritas nostrana), alcuni dei richiedenti accolti presso le strutture dell’associazione hanno deciso di tornare illegalmente in Turchia dopo che la loro richiesta di ricollocamento era stata rigettata dal paese membro dell’Ue o dopo essere stati accettati da alcuni Paesi, quali la Romania o la Bulgaria.

Il fenomeno di traffico di essere umani “al contrario”, cioè verso la Turchia invece che verso l’Europa, non è ancora ben documentato, ma sono in aumento le persone che decidono di perseguire questa strada.

Mentre sono sempre più evidenti i limiti della procedura di ricollocazione, la Grecia continua ad impegnarsi nella buona riuscita dell’accordo Ue-Turchia, costringendo nelle isole, ormai trasformatesi in carceri a cielo aperto, tutti i migranti arrivati dopo il 20 di marzo.

I recenti attacchi contro i campi nell’isola di Chios dimostrano che la situazione è incandescente e rischia di esplodere da un momento all’altro, se non si trovano soluzioni di lungo periodo. Con l’accordo in bilico a causa del raffreddamento nelle relazioni Ue-Turchia, potremmo presto sentire parlare di una nuova crisi e la Grecia si troverebbe proprio tra l’incudine e il martello.

Bianca Benvenuti è visiting researcher allo IAI.

giovedì 1 dicembre 2016

Università Cusano.


Master di I Livello  "Antiterrorismo Internazionale"
Insorgenza (insurgency) e controInsorgenza (counterinsurgency). Guerra e Conflitti


British Army Field Manual 
Volume 1 Part 10
Countering Insurgency

GLOSSARY

AAST All-Arms Search Team
ABCA A program aimed at optimizing interoperability between
member armies (USA, UK, Canada, UK and New Zealand on
combined operations
ACQB Advanced Close Quarter Battle
ADP Army Doctrine Publication
AFM Army Field manual
AH Attack Helicopter
AII Area of Intelligence Interest
AIR Area of Intelligence Responsibility
ANA Afghan National Army
AO Area of Operations
AOCC Air Operations Co-ordination Cell
AOR Area of Operational Responsibility
AP Additional Protocol, Air Publication
APOD Airport of Debarkation
AQI Al Qaeda in Iraq
ARF Armed Reactionary Force
AT Air Transport
ATC Air Traffic Control
ATO Ammunition Technical Officer
BDA Battle Damage Assessment
BG Battlegroup
BGIC Battlegroup Influence Coordinator
BSC Brigade Surveillance Company
DfID Department for International Development
C-IED Counter-IED
C2 Command and Control
C3 Command, Control and Communication
CAS Close Air Support
CASEVAC Casualty Evacuation
CBE Commander of the Order of the British Empire
CCA Close Combat Attack
CCT Combat Camera Team
CFA Commander Field Army
CI Counter Intelligence
CIMIC Civil-Military Cooperation
CIS Communications and Information System
CMD Conventional Munitions Disposal
CN Counter-Narcotics
CNO Computer Network Operations
COA Course of Action
COE Contemporary Operating Environment
CofW Clerk of Works
CoG Centre of Gravity
COIN Counter-Insurgency
COMSEC Communications Security
CONCO Officers and NCOs in long-term continuity posts
COS Chief of Staff
CP Close Protection
CR2 Challenger 2 (tank)
CS Combat Support
CSM Company Sergeant Major
CSS Combat Service Support
CWA Consent Winning Activity
CWS Weapon Site
DCDS Deputy Chief of the Defence Staff
DCOS Deputy Chiref-of-Staff
DDR Disarmament Demobilisation and Reintegration
DEVAD Development Advisor
DISC Defence Intelligence and Security Centre
DIT Development and Influence Team
DMOC Defence Media Operations Centre
DOB Deployed Operating Base
DTIO Directorate of Targeting and Information Operations
EA Electronic Attack
EC Equipment Capability
ECM Electronic Counter Measures
EHA Enhanced House Assault
EOD Explosive Ordnance Disposal
ES Equipment Support
ESM Electronic Warfare Support Measures
EU European Union
EW Electronic Warfare
F3EA Find, Fix, Finish, Exploit, Analyse
FAA Forward Admin Area
FAP Final Assault Position
FCO Foreign and Commonwealth Office
FHT Field HUMINT Team
FLC Front Line Command
FM [US Army] Field Manual
FMV Full-Motion Video
FOB Forward Operating Base
FOC Full Operating Capability
FOM Freedom of Manoeuvre
FP Force Protection
FRAGO Fragmentary Order
FRG Federal Riot Gun
FRV Forward Rendez-Vous
FW Fixed Wing
GEOINT Geospatial Intelligence
GIRoA Government of the independent Republic of Afghanistan
GMR ?p7-15
GOC General Officer Commanding
GPS Global Positioning System
GSK ?p7-15
HMG Her Majesty’s Government
HMNVG Head-Mounted Night Vision Goggles
HN Host Nation
HQ LF Headquarters Land Forces
HUMINT Human Intelligence
HVI High-Value Individuals
IA Irregular Activity
IAI Islamic Army in Iraq
ICRC International Committee of the Red Cross
IO Information Operations
IDF Iraqi Defence Force
IED Improvised Explosive Device
IEDD Improvised Explosive Device Disposal
IER Information Exchange Requirement
IFF Identification – Friend or Foe
IMINT Imagery Intelligence
INT Intelligence
IPB Intelligence Preparation of the Battlefield
IPE Intelligence Preparation of the Environment
IR Infra-red
ISAF International Security Assistance Force
ISF Iraqi Security Forces
ISR Intelligence, Surveillance and Reconnaissance
ISTAR Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and
Reconnaissance
JARIC Joint Air Reconnaissance Intelligence Centre
JASM Joint Action Synchronisation Matrix
JDP Joint Doctrine Publication
JDN Joint Doctrine Note
JFACC Joint Force Air Component Commander
JMOT Joint Media Operations Team
JOA Joint Operation Area
JSCSC Joint Services Command and Staff College
JSP Joint Services Publication
JWP Joint Warfare Publication
KLE Key Leader Engagement
LEGAD Legal Advisor
LLM Light Laser Marker
LN Local National
LO Liaison Officer
LOAC Law of Armed Conflict
LOC Line of Communication
LWC Land Warfare Centre
M2T Monitoring, Mentoring and Training
MACE Military Assistance to Civil Effect
MASINT Measurement and Signatures Intelligence
MCB Military Capability Building
MiTT Military Transition Team
MML Manual of Military Law
MND Multi-National Division
MNF Multi-National Force
MOD, MoD Ministry of Defence
MOE Measure of Effectiveness
MoE Team Method of Entry Team
MOU Memorandum of Understanding
MP Military Police
MST Military Stabilisation Team
MSST Military Stabilisation Support Teams
NATO North Atlantic Treaty Orgnaisation
NGO Non-Governmental Organisation
NITAT Northern Ireland Training Advisory Team
NKET Non-Kinetic Effects Teams
OA Operational Analyst
OBE Officer of the Order of the British Empire
OECD Organisation for Economic Co-operation and Development
OGD Other Government Departments
OISG Operational Intelligence Support Group
OMLT Operational Liaison and Mentor Team
OOM Order of March
OPLAN Operation Plan
OpO Operation Order
OPSEC Operational Security
OS Offensive Support
OSINT Open-Source Intelligence
PDT Pre-Deployment Training
PIR Priority Intelligence Requirement
PJHQ Principal Joint Headquarters
PME Peacetime Military Engagement
PMT Project Management Team
POI Post-Operational Interview
POLAD Political Advisor
PPP Presence Posture Profile
PPV Protected Patrol Vehicle
PREE Plan, Review, Execute, Evaluate
PRR Personal Role Radio
PRT Provincial Reconstruction Team
PSE PSYOPS Support Element
PSYOPS Psychological Operations
QIP Quick Impact Project
QRF Quick Reaction Force
R&D Reconstruction and Development
R2 Reports and Returns
RAF Royal Air Force
RAND Research and Development Corporation
RE Corps of Royal Engineers
REME Corps of Royal Electrical and Mechanical Engineers
RESA Royal Engineers Search Advisor
REST Royal Engineers Search Team
RFI Request for Information
RIPA Regulation of Investigatory Powers Act 2000
RMP Royal Military Police
ROC Review of Concept
ROE, RoE Rules of Engagement
RofL Rule of Law
RUSI Royal United Services Institution
RW Rotary Wing
RZ Reconstruction Zone
SAT Systems Approach to Training
SCIAD Scientific Advisor
SF Special Forces
SI Security Intelligence
SIED Suicide IED
SIGINT Signals Intelligence
SIPE Security Intelligence Preparation of the Environment
SME Subject Matter Expert
SN Supporting Nation
SNCO Senior Non-Commissioned Officer
SOFA Status of Forces Agreement
SOI Standing Operating Instructions
SOM Scheme of Manoeuvre
SOP Standard Operating Procedure
SRM Security Risk Management
SSE Sensitive Site Exploitation
SSR Security Sector Reform
STABAD Stabilisation Advisor
SU Stability Unit
SWOT Strengths, Weaknesses, Opportunities, Threats
T3 Train the Trainer
TA Target Audience
TAA Target Audience Analysis
TACP Tactical Air Control Party
TCAF Tactical Conflict Assessment Framework
TCG Tasking and Coordination Group
TECHINT Technical Intelligence
TI Thermal Imager
TOBG Tactical Overwatch Battlegroups
TPT Tactical PSYOPS Team
TQ Tactical Questioning
TT Training Team
TTP Tactics, Techniques and Procedures
TST Time-Sensitive Target
UA Unmanned Aircraft
UAV Unmanned Aerial Vehicle
UKC Unspecified Child
UKF Unknown Female
UKM Unknown Male
UN United Nations
UNHCR United Nations High Commissioner for Refugees
USA Unit Search Advisor
USAID United States Agency for International Development
VBIED Vehicle-Borne IED
VDOP Vehicle Drop-Off Point
VCP Vehicle Check-Point
WIS Weapons Intelligence Section
WO Warrant Officer
WR WARRIOR IFV
Editorial

mercoledì 30 novembre 2016

Tra Obama e Trump: prospettive

bama addio
Usa: Europa e Apec, più ansia che nostalgia
Giampiero Gramaglia
23/11/2016
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Il presidente Obama è ormai entrato nella fase discendente della sua parabola: la sua ultima missione all’estero, in Europa per i commiati di rito e in Perù per un vertice dell’Apec, è stata un incontrarsi per dirsi addio - e per archiviare alcuni pezzi incompiuti del suo doppio mandato.

Soprattutto in Perù: la partnership trans-pacifica, Tpp, recentemente definita ma non ancora entrata in vigore, sarà infatti una delle prime vittime della nuova presidenza Trump, che ne mette l’abrogazione all’apice della lista di cose da fare nei primi cento giorni alla Casa Bianca.

Nel documento pubblicato a fine Vertice, i 21 Paesi Apec s’impegnano a continuare a lavorare per un accordo di libero scambio ed a resistere “a tutte le forme di protezionismo". Trump vuole sostituire l’intesa regionale con accordi bilaterali, in cui gli Stati Uniti possano meglio fare valere il loro peso con i singoli interlocutori. E non è l’unico colpo di spugna che il neo eletto infliggerà all’eredità del suo predecessore.

Mentre volava per il Perù, Obama aveva infatti battuto pugno sul tavolo del Congresso repubblicano, bloccando tutte le nuove trivellazioni nell’Artico, un ambiente “Unico e difficile”, nelle parole dell’attuale segretario agli Interni, Sally Jewell. Ma Trump metterà un rigo di penna a cancellare anche questa decisione, come pure alla sospensione del progetto del gasdotto Keystone dal Canada al Texas.

Arrivederci ai giardinetti della storia
In Europa, più cha addii, per Obama sono stati arrivederci: sulle panchine, ai giardinetti della storia. Quello di Berlino è stato il summit delle anitre zoppe: con la padrona di casa Angela Merkel, c’erano il presidente francese Fraçois Hollande e i premier britannico Theresa May, spagnolo Mariano Rayoj e italiano Matteo Renzi; alcuni attesi a breve da appuntamenti elettorali determinanti per la loro sopravvivenza politica, altri in condizioni di governo precarie.

I leader europei erano tutti lì, con un orecchio a Washington e con un occhio a casa loro - alcuni tanto affaccendati da non essere sicuri di avere il tempo d’incontrare il presidente Trump.

Il vertice è stato scandito da espressioni d’amicizia spesso sincere, sorrisi un po’ tirati, strette di mano e pacche sulle spalle: se ne va un decano della combriccola transatlantica - solo la Merkel ha un’anzianità di servizio superiore -, si chiude una pagina lunga otto anni, e se ne sta per aprire un’altra densa, per il momento, di punti interrogativi.

Chi sperava che Obama spiegasse ai partner l’America che verrà è rimasto deluso (ed è ripartito preoccupato). Se l’arrivo di Trump alla Casa Bianca “non è l’apocalisse”, ma solo perché “la fine del Mondo è quando il Mondo finisce”, come ha raccontato il presidente uscente al New Yorker, l’analisi di Obama equivale a un “fin che c’è vita c’è speranza”.

E l’invito a lavorare col suo successore per cercare soluzione “ai problemi comuni”, sulla base “dei valori condivisi”, suona ovvio e non troppo convinto.

Obama era seduto tra la Merkel e Matteo Renzi, nel Vertice nella Cancelleria. Dall’incontro non scaturiscono decisioni, ma labili indicazioni: le sanzioni alla Russia per l’Ucraina restano, almeno fino a che Trump non s’insedierà alla Casa Bianca; e in Libia ci vuole un governo stabile.

Di immigrazione, assicura la Merkel, non s’è parlato, perché gli europei non volevano affliggere Obama con lo spettacolo delle loro divisioni.

La nostalgia d’Obama e l’attesa di Trump
Il 45° presidente degli Stati Uniti s’insedierà formalmente alla Casa Bianca il 20 gennaio, l’Inauguration Day. Ma fin dai primi momenti dopo l’Election Day, parole e mosse del neo-eletto sono state vagliate e scrutate per cercare di capire se, e in che misura, il Trump presidente sarà diverso dal Trump candidato che ha impressionato per il suo linguaggio più brutale che franco e per le posizioni sessiste e razziste, anti-immigrati e anti-musulmani, pro-armi e pro-vita (cioè, favorevoli alla cancellazione del diritto all’aborto, restituendo agli Stati dell’Unione il compito di legiferare in merito, com’era fino al 1973).

Quella certa tendenza giornalistica ad allinearsi al potere, più forte da noi che in America, alimenta, dopo l’8 novembre, l’ipotesi - e forse l’illusione - che Trump, da presidente, cambierà registro.

In realtà, quasi tutte le sue prime scelte nella composizione dell’entourage e le sue dichiarazioni sono state coerenti con l’immagine e i programmi della campagna elettorale: conferma dell’intenzione d’alzare e allungare la barriera tra Stati Uniti e Messico e di espellere milioni di immigrati irregolari; conferma dell’intenzione di abrogare, almeno in parte, la riforma sanitaria del suo predecessore, che non lascia i poveri senza assistenza; conferma dell’intenzione di rimettere in discussione gli accordi commerciali esistenti o in fase di negoziato - oltre al Tpp, Trans Pacific Partnership,sul versante Pacifico, il Nafta (North American Free Trade Agreement) con Messico e Canada e il Ttip, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, sul versante Atlantico.

E mentre la scelta degli uomini dell’Amministrazione fa scorrere davanti agli occhi il film d’un’America nostalgica del segregazionismo e tutta ‘Law & Order’, ben diversa da quella d’Obama, variegata e progressista, in politica estera si profila una svolta nei rapporti con la Russia che può modificare gli equilibri in Europa e nel Medio Oriente.

Il presidente siriano Bachar al-Assad saluta in Trump “un alleato naturale”, il premier israeliano Benyamin Netanyahu attende un rilancio dell’amicizia israelo-americana.

Gli scongiuri della cancelliera
Il viaggio di commiato di Obama in Europa - un passaggio ad Atene, prima del clou a Berlino - lascia una scia di rammarico e di preoccupazione: rammarico per l’uscita di scena di un leader carismatico e affidabile; preoccupazione per l’arrivo di un successore inesperto e inaffidabile, che, durante tutta la campagna elettorale, ha avuto poca attenzione e zero considerazione per i partner e gli alleati europei. E che, una volta eletto, si fa un baffo del protocollo e non risponde agli alleati che lo chiamano o gli scrivono.

Da un consulto a caldo fra i ministri degli Esteri europei, il 13 novembre, era già emersa grande e diffusa inquietudine, sensibile specie in Polonia e nei Baltici, timorosi dell’impatto su di loro dell’eventuale riavvicinamento Usa-Russia.

Una curiosità: non so come facciano gli scongiuri i tedeschi, ma di certo Angela Mekel li ha fatti, quando Obama ha detto che, “se fossi tedesco”la sosterrei” alle prossime elezioni, nel settembre 2017. Il presidente ne ha fatto un vero e proprio panegirico: “Angela ha grande credibilità ed è una donna che lotta per i valori … Non avrei potuto avere una partner più affidabile”, con buona pace di tutti gli altri che ambiscono ad essere il miglior amico europeo dell’America.

La cancelliera tedesca avrà subito pensato alle recenti sortite di Obama contro la Brexit ed a favore di Hillary Clinton e avrà mormorato fra sé e sé l’equivalente tedesco del nostro “non c’è il due senza il tre”. Vero è che, di qui a settembre, ci sono altre occasioni perché il proverbio si realizzi.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.