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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

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lunedì 22 agosto 2016

La difesa delle frontiere europee

Immigrazione
Guardia costiera Ue per difendere l’area Schengen
Fabio Caffio
28/07/2016
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Con insolita celerità, come se la Brexit avesse serrato i ranghi dell'Unione europea, Ue, il Parlamento europeo ha dato vita alla Guardia costiera e di frontiera dedicata all'integrità territoriale dell'area Shengen.

La risoluzione del 6 luglio 2016, approvata preventivamente dal Consiglio, ha legiferato in prima lettura sulla proposta di regolamento della Commissione: trasformare Frontex in Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con poteri che, in caso di incapacità dei paesi membri a fronteggiare crisi migratorie improvvise, possono incidere sulle loro competenze sovrane.

È stato così realizzato il progetto del presidente Jean Claude Juncker del settembre 2015 di preservare la libera circolazione nello spazio Shengen minacciata dagli ingressi di immigrati non identificati o non aventi titolo a protezione internazionale.

Blindare il fronte marittimo sud 
Molta acqua è passata da allora sotto i ponti Ue in quanto nel frattempo si è consolidata la politica di chiusura delle frontiere terrestri attuata dai paesi dell'Europa orientale.

Ciononostante, sorprende la determinazione mostrata nel voler blindare il fronte marittimo sud dove, tra l'altro, l'Italia adotta una sua personale linea di accoglienza delle persone salvate in mare.

Si comprendono i timori che dal Medio Oriente riprendano massicci esodi, magari a seguito di un voltafaccia della Turchia. C'è da chiedersi però se fosse realmente necessario creare un Corpo ‘sovranazionale’ di guardia costiera europea, Gceu. Frontex è già attiva in mare da un decennio ed un efficace ruolo di deterrenza dell'immigrazione illegale viene svolto da Eunavfor Med-Sophia e dalla Nato.

Quale Guardia costiera europea
Da tempo era in corso un esercizio dedicato alla creazione di un servizio di Gceu unificato; il fatto che nella Ue vi fossero ben 316 entità pubbliche titolari di funzioni guardia costiera ne aveva tuttavia rallentato l'iter.

È noto che solo Italia e Grecia hanno un vero corpo di Gc, mentre altri assegnano simili funzioni a Marina militare (emblematica l'organizzazione della Marine Nationale francese, modello di alcuni compiti non militari della nostra Marina), Forze di polizia (Spagna, ad esempio) o istituzioni civili.

Tali funzioni riguardano normalmente vari settori come la sicurezza marittima, il soccorso in mare, il controllo di pesca e inquinamento. Ma non la sorveglianza dei limiti della acque territoriali che è perlopiù affidata - come avviene in Italia - all'Interno.

Con la creazione del proprio Corpo di Gc, l'Ue ha invece creato una forza marittima apparentemente dedicata alla sorveglianza costiera, ma di fatto avente competenza in tutte le materie suindicate, inoltre potenzialmente autonoma rispetto alle realtà di polizia marittima dei Paesi membri.

La nuova Agenzia di Gcue coopererà infatti con le altre Agenzie europee di controllo della pesca e di sicurezza marittima. Ma non si interfaccerà con le missioni navali militari Nato o Ue operanti al largo dell'Europa (dal testo approvato è scomparsa una clausola di salvaguardia).


Mari d'Europa (Fonte Ue).
Quali frontiere marittime europee
Per difendere l'integrità delle acque territoriali dei paesi membri, la Gcue dovrebbe stare sul limite delle 12 miglia o, nel caso esista anche la zona contigua, entro quello delle 24 miglia.

Se gli interventi saranno condotti in tali spazi, la giurisdizione dello Stato costiero sarà esclusiva. Se invece la Gcue condurrà attività di soccorso in acque internazionali si dovrà applicare il regime della zona Sar. Al riguardo, è prevedibile che, nonostante il richiamo ai principi internazionali sulla scelta del luogo sicuro in cui trasportare i migranti salvati, continuerà ad essere generalizzata la prassi di sbarcarli in Italia.

Lo scenario marittimo in cui opererà la nuova Gcue sarà comunque ben al di là dei limiti delle frontiere marittime di cui al Regolamento 216/399 ed in teoria potrebbe coprire tutto il Mediterraneo e parte di Mar Nero e Atlantico.

Le sue attività riguarderanno anche il controllo della pesca nelle Zee europee (non dimentichiamo che quella di Cipro è contestata dalla Turchia) e della sicurezza marittima, oltre che il contrasto dei traffici illeciti connessi all'immigrazione, terrorismo compreso.

Ambiguità ed incertezze
La determinazione mostrata dal Parlamento europeo nell'approvare il Regolamento della Gcue è indice di coesione politica che sottintende la volontà di realizzare una sorta di Europa marittima federale. Positiva è anche la chiara assunzione delle responsabilità Sar e del rispetto dei diritti umani dei migranti.

All'opposto, balza all'occhio l'eccessiva ampiezza dei settori di attività della Gcue e la connessa indeterminatezza degli spazi marittimi di riferimento.

Inoltre, ombre si intravedono in una sorta di vena antimilitarista che ha indotto a non stabilire forme di cooperazione con la componente navale della Csdp, come invece la Strategia globale Ue auspica. Riserve, queste, che potrebbero riflettersi nei rapporti tra la nuova Agenzia e le istituzioni militari nazionali la quale - come nel caso della nostra Marina - svolgono funzioni Guardia costiera.

Dal prossimo settembre l'Ue mostrerà la sua bandiera in tutti i mari che la circondano. Vedremo se lo farà secondo un disegno organico, o se le navi della Gcue avranno un mandato eccessivamente ampio ed autonomo rispetto agli organi costituzionali europei ed ai singoli Paesi membri.

Fabio Caffio Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
 

giovedì 28 luglio 2016

Economia Europea

Aiuti alle banche
Bail-in: legittimo, ma non obbligatorio
Gian Luigi Tosato
26/07/2016
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In una recentissima sentenza (del 19 luglio scorso, in causa C-526/14), la Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha fornito alcune importanti precisazioni in tema di bail-in. Lo ha fatto in riferimento a misure di salvataggio a favore di talune banche slovene e avuto riguardo alla Comunicazione della Commissione sugli aiuti al settore bancario del 2013.

Corte innovativa
Come si sa, il bail-in ha fatto la sua prima comparsa in questa Comunicazione, nella forma più contenuta del burden-sharing (condivisione del rischio): vale a dire, unbail-in che limita ad azionisti e creditori subordinati il coinvolgimento nelle perdite di una banca, prima che subentri l’aiuto statale.

La Corte ha fissato tre punti: il burden-sharing non è obbligatorio, deve ritenersi però legittimo e può essere applicato retroattivamente.
Sul primo punto, la sentenza precisa che la Comunicazione del 2013 è vincolante per la Commissione, ma non per gli Stati membri. La Commissione è tenuta a considerare compatibili con il Trattato aiuti conformi ai requisiti da essa posti nella Comunicazione. Ma gli Stati membri hanno la facoltà di notificare misure che non soddisfano questi requisiti e la Commissione deve motivare un eventuale rifiuto di autorizzarli.
È una precisazione innovativa rispetto a decisioni precedenti. In passato, la Corte aveva attribuito alle Comunicazioni della Commissione una portata vincolante nei due sensi: non solo nel senso di obbligarla ad autorizzare aiuti conformi a tali Comunicazioni, ma anche di rigettare misure che non lo fossero.

Questo sviluppo giurisprudenziale, in parte anticipato da una sentenza di poco precedente (dell’8 marzo scorso, in causa C-431/14), va accolto senz’altro con favore.
In effetti, è la stessa Comunicazione a precisare che il burden-sharing si applica “di norma” e “in linea di principio”; e che è possibile derogarvi se mette “in pericolo la stabilità finanziaria” o determina “risultati sproporzionati”. Non solo: è sempre possibile appellarsi direttamente all’art. 107.3.b del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Tfue (“grave turbamento dell’economia di uno Stato membro”); e chiedere quindi un’esenzione anche per ragioni diverse da quelle previste nella Comunicazione.

Resta fermo, peraltro, che l’esclusione del burden-sharing costituisce un’eccezione alla regola; come tale, va interpretata restrittivamente, e da ammettere solo in presenza di circostanze propriamente eccezionali.

Legittimità del burden sharing
Secondo punto della sentenza in esame: il requisito del burden-sharing deve considerarsi legittimo. Per la verità, questo requisito non è esplicitamente richiesto dal Trattato. Ma la Corte lo ritiene conforme allo scopo perseguito dall’art. 107.3.b, essenzialmente per due ragioni: perché consente di limitare l’aiuto al minimo necessario, riducendo in tal modo il pregiudizio alla concorrenza; e perché scoraggia l’“azzardo morale” di decisioni rischiose le cui conseguenze negative finiscono a carico della collettività.
La Corte esclude, d’altra parte, indebite lesioni del diritto di proprietà: è normale che gli azionisti concorrano a ripianare le perdite (e conseguente carenza di capitale) di una banca in crisi. Quanto ai creditori subordinati, la Corte osserva che i loro titoli presentano caratteristiche sia delle obbligazioni sia degli strumenti di partecipazione al capitale. Un loro coinvolgimento nel burden-sharing, peraltro in seconda battuta, risulta pertanto giustificato.

Anche questa posizione della Corte è da condividere, a condizione tuttavia che la legittimità del burden-sharing si accompagni ad elementi di flessibilità e proporzionalità.

Non par dubbio che la condivisione degli oneri da parte di azionisti e creditori subordinati appaia in principio conforme alle finalità della disciplina sugli aiuti. Valgono in primo luogo le motivazioni della Corte in tema di riduzione delle distorsioni alla concorrenza e freno agli azzardi morali. Occorre, però, anche pensare al legame perverso fra debiti bancari e debiti sovrani. Il burden-sharing serve a evitare (o quantomeno limitare) il trasferimento sulla collettività di perdite maturate in ambito privato.

La legittimità del burden-sharing è tuttavia condizionata agli elementi di flessibilità segnalati in precedenza, e cioè alla possibilità di deroghe in presenza di circostanze eccezionali. Deve inoltre attuarsi nel rigoroso rispetto del principio di proporzionalità. Questo significa che il ricorso al burden-sharing deve risultare necessario, in assenza di altri rimedi per supplire alle carenze di capitale; e non deve eccedere quanto richiesto per conseguire tale risultato.

Retroattività
Il terzo punto della sentenza riguarda la retro-attività. Per la Corte non vi è lesione del principio di tutela del legittimo affidamento, se il burden-sharing viene applicato in via retroattiva. È vero che prima della Comunicazione del 2013 questo requisito non era stabilito. Ma – osserva la Corte - nessuna assicurazione è stata data da una competente autorità circa la conservazione della situazione esistente. Una modifica è dunque sempre ipotizzabile, specie in tema di aiuti, di riflesso alle variazioni del contesto economico.

Anche questa posizione della Corte è condivisibile, ma nel quadro degli elementi di flessibilità e proporzionalità sopra ricordati. Rientrano nella discrezionalità della Commissione eventuali distinzioni fra investitori. I titoli subordinati, non essendo pienamente assimilabili alle partecipazioni azionarie, potrebbero legittimare un loro trattamento differenziato. E, anche nell’ambito dei creditori subordinati, si può giustificare una gradazione fra investitori professionali e piccoli risparmiatori. Non appare quindi censurabile la speciale tutela di piccoli risparmiatori apprestata dal nostro governo a seguito del noto salvataggio di quattro banche (legge di stabilità 2016 e d.l.59/2016). Né risulta, allo stato, che la Commissione abbia sollevato obiezioni al riguardo.

Un’ultima considerazione: nella sentenza in esame, la Corte si è pronunciata sul bail-in, versione burden-sharing della Comunicazione del 2013; entro certi limiti, le sue valutazioni dovrebbero valere anche per il più esteso (e più esplicitamente denominato) bail-in di cui alla direttiva del 2014 sul risanamento e risoluzione degli enti creditizi (la cosiddetta direttiva Brrd).

Gian Luigi Tosato è Professore Emerito di Diritto dell’Unione Europea, Università “Sapienza” di Roma.

giovedì 21 luglio 2016

Europa: dalla strategia all'azione

Alto Rappresentante dell’Unione Europea
Ue, una strategia per un agire comune
Nathalie Tocci
16/07/2016
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Il 28 giugno l’Alto Rappresentante dell’Unione europea, Ue, Federica Mogherini ha presentato la Strategia Globale dell'Unione europea (Eugs) per la politica estera e di sicurezza al Consiglio europeo.

L’Eugs segue, a distanza di tredici anni, il primo ed unico documento sul tema, l’European Security Strategy promosso da Javier Solana. Il Consiglio europeo ha accolto con favore la presentazione dell’Eugs, in uno degli ultimi atti dei 28 paesi membri seduti intorno al suo tavolo.

Nonostante Brexit
Mogherini ha deciso di proseguire con la EU Global Strategy il 24 giugno, a poche ore dal drammatico risultato del referendum della Gran Bretagna che ha visto prevalere i voti del Leave. Tale decisione non era scontata.

Alcuni possono aver pensato che si sia trattato dell’ennesimo caso della distanza dell’Ue dalla realtà politica del momento. A dire il vero, nei mesi che hanno preceduto il referendum in Uk, avevamo pensato che nel caso in cui il voto di uscita fosse prevalso, avremmo dovuto fare un passo indietro e rimandare la presentazione dell’Eugs nel futuro.

Quando mi sono giunti i sconvolgenti risultati il 24 giugno, ho pensato che sarebbe stato tutto annullato. E infatti nell’immediato l’Alto Rappresentante era proprio propensa a farlo. Tuttavia, con il passare delle ore, è diventato chiaro che rimandare la presentazione dell’Eugs non sarebbe stato realistico.

Nei mesi a venire, l’Ue sarebbe stata così occupata nella Brexit, le cui conseguenze saranno probabilmente molto profonde, da portare all’abbandono dell’Eugs se non fosse stata pubblicata. È stata proprio la comprensione della portata della crisi interna all’Ue che ha convinto l'Alto Rappresentante ad andare avanti sulla politica estera.

Mogherini ha ritenuto che abbandonare la presentazione dell’Eugs avrebbe significato fare un gran torto all’Unione. Il documento è il frutto di quasi due anni di un sostanzioso lavoro di riflessione e confronto che ha visto l’attiva partecipazione di tutti gli stati membri e istituzioni Ue, oltre a tutta la comunità che si occupa di politica estera.

Conferenze e dibattiti, online e offline, sono stati organizzati in tutte le capitale europee, e non solo. Il processo ha beneficiato del contributo di accademici e studenti, Ong che si occupano di diritti umani e associazioni dell’industria della difesa, think tank, sindacati, associazioni d’impresa e la Chiesa Cattolica, fra i tanti. E tutti i 28 paesi membri erano soddisfatti del risultato.

Una visione di lungo periodo
Come mi ha detto l’Alto Rappresentante il 24 giugno: “Il lavoro è finito”. Quindi perché accantonare il documento? Non è un atto dovuto di responsabilità politica dimostrare proprio in un periodo di crisi come questo che l’Europa può ancora essere unita?

È vero: a giugno 2016 l’Eugs non avrebbe ricevuto l’attenzione da parte del Consiglio europeo o dai media che molti pensano avrebbe meritato. Tuttavia, sarebbe stato ingenuo pensare che un documento strategico con una visione di lungo periodo potesse raggiungere le prime pagine o essere oggetto di profonde riflessioni da parte dei capi di Stato e di governo. E comunque, non era lo scopo con il quale era stato scritto.

Lo scopo dell’Eugs era ambivalente. In primo luogo si voleva raggiungere, attraverso un ampio e approfondito processo di discussione strategica, l’unità di tutti gli attori coinvolti. Il contenuto dell’Eugs non sarebbe cambiato a causa della decisione dell’Uk di lasciare l’Ue.

Ciò che dobbiamo fare in Medio Oriente e Africa, in America Latina o presso l’Onu, ciò che ci dobbiamo prefissare di ottenere nel campo della difesa, del commercio, dello sviluppo, del clima o sul tema delle migrazioni è rimasto sostanzialmente inalterato dopo la Brexit.

Dalla strategia all’azione
Ciò che è cambiata è la nostra capacità di azione. La decisione dell’Uk di abbandonare l’Ue ha assestato un duro colpo prima di tutto all’Uk stesso, ma anche all’Ue. Perdendo l’Uk, la Ue ha perso uno dei suoi più importanti paesi membri, forse quello con il più alto profilo globale, sia in termini di commercio, sviluppo, difesa o diplomazia.

Senza l’Uk, l’Ue rischia di essere meno capace di raggiungere gli obiettivi che si è posta. Nonostante ciò, quegli stessi obiettivi e interessi restano vitali. L’Ue ha quindi oggi ancor più il dovere di garantire un futuro di sicurezza, libertà e prosperità ai propri cittadini e deve farlo rimanendo unita e agendo in maniera responsabile sullo scacchiere globale. E questo è precisamente ciò che l’Eugs si propone di fare.

Tuttavia, la Strategia resta solo un documento che tratteggia una narrativa comune per l’Unione. In secondo luogo, infatti, l’Eugs si propone di andare oltre a questa visione condivisa, in favore di un’effettiva azione comune.

E questo è precisamente il motivo per cui la presentazione dell’Eugs non poteva essere rimandata. L’Eugs doveva essere pubblicato per dare avvio al suo sviluppo. Da più punti di vista, è qui che inizia il vero lavoro. I cittadini europei meritano una visione condivisa e un’azione comune.

Articolo pubblicato da El País.
Traduzione a cura di Matteo Garnero, stagista dell’area Europa dello IAI
.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI.

giovedì 14 luglio 2016

Prospettive nuove peer la UE

Brexit
Ora di mettere in salvo le istituzione Ue
Cesare Merlini
09/07/2016
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Il quadro dell’Unione Europea, Ue, profondamente scosso dall’esito del referendum inglese del 23 giugno scorso, è quasi quotidianamente reso ancor più oscuro da nuovi sviluppi, fra i quali abbiamo registrato di recente l’annuncio di due altre consultazioni popolari, entrambe per la data del 2 ottobre: una in Ungheria contro l’immigrazione e contro le regole europee per organizzarla e una in Austria per la ripetizione del ballottaggio onde eleggere il Presidente della Repubblica, così riaprendo l’accesso alla carica ad una personalità dell’estrema destra xenofoba.

Il dibattitto sul futuro dell’integrazione europea
Ma non meno preoccupante è il contenuto dell’intervista a Wolfgang Schaeuble, apparsa sul Corriere della sera di lunedì scorso. In essa il Ministro dell’economia tedesco, dopo aver ribadito la sua sostanziale opposizione agli investimenti per la crescita, afferma che questo “non è certo il momento giusto di lavorare a una maggiore integrazione dell’eurozona”.

Per aggiungere che, “se la Commissione non collabora” e poiché non “preoccupa la gente se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo”, è bene che “risolviamo noi questi problemi tra i governi, al di fuori delle istituzioni”. È la consacrazione del dominio dell’approccio intergovernativo che, forzando i Trattati in vigore, discende dal vertice della piramide geopolitica reintrodotta nel Vecchio Continente.

In tale contesto non sorprende che il dibattito sul futuro dell’integrazione europea assuma un carattere esistenziale, vagando fra un estremo, quello del “ritorno ad Altiero Spinelli” per risuscitare ipotesi di unità federale, e l’estremo opposto, quello della restituzione della piena sovranità agli stati che in numero finora crescente hanno aderito al processo integrativo, ora dato per prossimo al coma terminale.

È certo poco ragionevole, e per alcuni potenzialmente controproducente, attribuire molte chance al primo scenario, e ciò non solo per la suddetta indisponibilità, o incapacità di leadership, del maggiore stato membro dell’Unione.

Nelle mani esclusive delle “nazioni”
Quanto al secondo, l’idea di rimettersi nelle mani esclusive delle “nazioni” in sostituzione delle istituzioni comuni sembra trarre nuovo alimento non tanto da nazionalismi tradizionali, quanto dalla spinta composita, se non contraddittoria, di percezioni di declino e di impotenza, nonché di xenofobie, separatismi e paure identitarie, alimentate da tabloid e social media, senza che però si delineino schemi politici e sociali, nazionali e internazionali, alternativi.

Quel che sta succedendo nell’agone politico e nel complesso economico e finanziario della Gran Bretagna al solo delinearsi di una procedura di exit futura dall’Unione anticipa e aiuta a comprendere quello che sarebbe l’esito di un dilagante ciascun per sé. Stati nominalmente sovrani e indipendenti infatti non tornerebbero semplicemente a un’Europa libera dall’apparente guazzabuglio brussellese di corpi istituzionali, politici e giuridici, ma a una situazione di nuovo, grave rallentamento economico e di ulteriore perdita di peso geopolitico di tutti e di ciascuno, forse anche a una democrazia che rischia la morte per indigestione.

Travaglio del sistema liberal democratico
Come infatti già notato in precedenti commenti apparsi su AffarInternazionali, la crisi dell’Unione europea rientra in un più esteso e spesso non meno profondo travaglio dell’intero sistema liberal democratico. Non ne è esente la stessa nazione leader di tale sistema, come lo svolgimento delle elezioni primarie in vista della scelta del nuovo Presidente statunitense ha dimostrato. Né lo sono paesi lontani come l’Australia, o pretesi avamposti mediorientali come Israele, o sperate nuove acquisizioni come la Turchia.

Anche per questo lo stato del multilateralismo transatlantico (come dimostra il Ttip periclitante), della governance globale a influenza occidentale (come dimostra l’impasse del G20) e del controllo della sicurezza internazionale a guida americana (come dimostra il moltiplicarsi di minacce “ibride”) non è solo molto insoddisfacente, ma in via di deterioramento, così come si è sopra detto dello stato dell’integrazione europea. Fermare questa deriva generale, rovesciarla se possibile, è compito che appare spesso e scoraggiantemente al di sopra delle capacità delle attuali leadership.

Tuttavia le possibilità residue di adempirvi traggono beneficio dal riconoscimento dei vantaggi restanti degli istituti in essere, a cominciare da quelli europei, e dall’utilizzo dei margini esistenti di salvare il salvabile più che dalle ipotesi di buttare tutto alle ortiche, come certi ibridi politici di finte sicurezze passatiste e di improvvisazioni nuoviste sembrano volere, magari col supporto di scuole politologiche ammantate diRealpolitik.

Può sembrare una ricetta da vecchi, ma quei giovani che, guardando al futuro, hanno votato in maggioranza per il Remain nell’Unione europea potrebbero averci dato una lezione di saggezza.

Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI.

sabato 9 luglio 2016

UE: verso un libro bianco europeo

Strategia globale Ue
Un rilancio della difesa europea
Alessandro Marrone
30/06/2016
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La sicurezza e difesa dell’Europa ricevono una forte attenzione dalla Strategia Globale dell’Ue approvata il 28 giugno, con un significativo rilancio politico che fissa delle priorità, promette delle risorse, e avvia un processo di attuazione delle linee guida stabilite dal documento per le politiche europee in questo settore.

Proteggere l’Europa, fronteggiare le crisi, assistere i Paesi partner
La European Union Global Strategy, Eugs, mette al primo posto tra le priorità dell’azione esterna dell’Ue “la sicurezza della nostra Unione”, con l’obiettivo di contribuire maggiormente alla “sicurezza collettiva” dell’Europa.

Pur riconoscendo il ruolo della Nato per la difesa collettiva, la Eugs afferma che gli europei devono attrezzarsi sia per contribuire all’Alleanza atlantica sia per agire autonomamente se e quando necessario. Vengono quindi fissati tre compiti per l’Ue, da svolgere cooperando con altri soggetti: “proteggere l’Europa, fronteggiare crisi esterne, assistere i Paesi partner nello sviluppare le loro capacità di sicurezza e difesa”.

Si tratta di un livello di ambizione politico piuttosto elevato, in quanto affianca al ruolo di gestione delle crisi, ormai acquisito dopo tredici anni e più di trenta missioni Ue all’estero dalla European Security Strategy del 2003, un compito di deterrenza e difesa simile a quello Nato.

Compito in parte già inserito nel Trattato di Lisbona attraverso la clausola di solidarietà e quella di mutua assistenza - quest’ultima invocata dalla Francia dopo gli attentati del 2015 - ma che riceve dalla Eugs una veste nuova e più ampia, ed un forte mandato politico per essere attuato dalle istituzioni Ue e, si spera, dagli stati membri.

Ovviamente il ventaglio attuale di sfide alla sicurezza europea è molto ampio e va ben oltre quelle strettamente militari, tanto che la Eugs cita terrorismo, minacce ibride, sicurezza cibernetica ed energetica, criminalità organizzata e gestione dei confini esterni - quest’ultima con un esplicito riferimento ad operazioni militari Ue in cooperazione con la Guardia costiera e di confine europea per la sicurezza marittima, tema quanto mai importante nel Mediterraneo.

Anche in quest’ottica va considerato il terzo compito fissato per l’Ue, sostenere le capacità militari e di sicurezza dei Paesi partner: stati falliti,fragilio non in grado di controllare il proprio territorio e spazio marittimo, facilitano il diffondersi del terrorismo islamista e del traffico di esseri umani in Nord Africa e Medio Oriente, con effetti negativi evidenti sulla sicurezza europea - e non solo.

Le priorità per le capacità militarie europee, dalle parole ai fatti
Se il livello di ambizione politico è giustamente elevato per fronteggiare i tempi difficili in cui viviamo, secondo la Eugs per poterlo raggiungere gli stati membri devono spendere a sufficienza nella difesa, devono farlo in modo più efficiente, e devono dedicare il 20% delle proprie spese militari all’acquisizione di equipaggiamenti e alle relative attività di ricerca e sviluppo tecnologico.

Il tutto, assicurando il massimo di interoperabilità tra le forze armate in modo da poterle mettere a disposizione di operazioni Ue, Nato, Onu o svolte in altri formati. Non si tratta di linee guida nuove rispetto a dichiarazioni adottate dal Consiglio europeo negli ultimi anni, ma il fatto che siano sancite nella Eugs lascia sperare che trovino ora una maggiore attuazione pratica.

Non a caso il documento afferma chiaramente che una strategia settoriale dovrà essere adottata dal Consiglio per specificare i livelli di ambizione militare e civile, i compiti, i requisiti e le priorità per le capacità militari europee sulla base delle indicazioni fornite dalla Eugs: insomma, per attuare quest’ultima nel campo della difesa.

La Eugs stabilisce diverse linee guida al riguardo, tra le quali tre sono particolarmente importanti. In primo luogo, viene data priorità alle capacità militari per l’intelligence e la sorveglianza (in particolare velivoli a pilotaggio remoto e satelliti), alle tecnologie cibernetiche per aumentare la resistenza delle reti e delle infrastrutture critiche rispetto a cyber attacchi, ed in generale agli equipaggiamenti necessari perché le forze armate siano in grado di compiere lo spettro completo delle operazioni militari (full spectrum) incluse quelle di combattimento ad alta intensità.

In secondo luogo, la cooperazione europea nella difesa deve diventare la norma perché programmi nazionali non sono più sufficienti per mantenere le suddette capacità, e secondo la Eugs una revisione annuale a livello europeo della spesa militare incoraggerebbe tale cooperazione.

Il documento assegna alla European Defence Agency (Eda) un ruolo chiave al riguardo, sia tramite il rafforzamento del suo Capability Development Plan (Cdp) sia nell’assistere gli stati membri nello sviluppo delle capacità militari derivanti dagli obiettivi politici fissati dalla Eugs.

In terzo luogo, si afferma chiaramente che l’Ue finanzierà la ricerca tecnologica nel campo della difesa, prima attraverso la revisione di medio termine dell’attuale bilancio settennale, e poi attraverso una linea di spesa a tutti gli effetti nel prossimo settennato.

Verso un libro bianco della difesa europea
Nel complesso, gli elementi della Eugs maggiormente dedicati alla difesa forniscono un insieme coerente e significativo di linee guida, perché indicano le priorità quanto a capacità militari, le responsabilità delle istituzioni Ue e degli stati membri al riguardo, e le risorse economiche (e non solo) messe sul tavolo dall’Unione.

Ovvero i tre elementi - obiettivi, modalità e mezzi - costitutivi di una strategia nel vero senso del termine. Servirà ora elaborare in tempi certi il documento attuativo previsto dalla Eugs, una sorta di libro bianco della difesa europea, per andare avanti sulla difficile strada coraggiosamente indicata.

Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma).
 
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Mogherini, una Strategia per lo sprint Ue, Azzurra Meringolo

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martedì 28 giugno 2016

Brexit: si deve ripensare a quale Europa costruire

Brexit
L’Europa di Spinelli contro quella della Thatcher
Antonio Armellini
25/02/2016
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David Cameron ha ottenuto più o meno quello che voleva; i Ventisette hanno concesso più o meno quello che ritenevano possibile. Il risultato è un compromesso che forse eviterà la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue, ma che lascia aperti molti interrogativi e fa intravvedere pericoli del cui impatto non tutti sembrano essersi resi conto.

Addio a un’Ue sempre più stretta
La cancellazione dell’impegno condiviso per una “unione sempre più stretta” è stata considerata a lungo alla stregua di una clausola di stile, o poco più, e lo stesso Cameron la aveva, almeno all’inizio, presentata così.

Man mano che ci si è avvicinati alla stretta finale del negoziato ci si è resi conto che essa è destinata a modificare l’impianto istituzionale europeo in maniera ben più dirompente.

Il mantra di un gruppo di paesi che condividono il medesimo obiettivo di dare vita ad una struttura sovranazionale comune - sia pure con tempi modalità differenziate - non ha più fondamento. Era un mantra un po’ frusto, qualcuno potrà osservare, ma era anche l’unico a costituire il tessuto politico unificante del progetto europeo.

Ora il re è nudo e nessuno può fingere di ignorarlo: per l’Ue si prospetta un futuro non già basato su geometrie variabili, velocità differenziate e quant’altro, bensì su due Europe distinte: una di Altiero Spinelli, intorno all’euro, una di Margaret Thatcher, basata sul mercato.

Due Europe separate e interconnesse - in una reinterpretazione del concetto di Europa “delle convergenze parallele” - nel quadro di una Ue più ampia - quella di Coudenhove Kalergi - basata su principi fondamentali di libertà, economia di mercato e diritti della persona, in cui si potrà far posto alla Turchia e si dovrà cercare di far ragionare gli Orban di oggi e di domani.

A volerla cogliere, l’accordo sul Brexit potrebbe fornire l’occasione per un ripensamento a fondo della natura e delle finalità dell’Ue (è quanto sostengono anche gli euroscettici inglesi, sia pure in una prospettiva diversa). Come potrà articolarsi l’Europa politicamente integrata della moneta? Quale sarà la sua governance? Quale la tempistica e le modalità di un processo unificante che dovrà partire da una unione economica e di bilancio, ma non fermarsi alla creazione di un unico ministro delle finanze? Chi ne saranno i membri?

L’Italia e la revisione dell’identità europea
Immaginare che tutti i Diciannove saranno disposti a compiere il salto di qualità verso l’unione sovranazionale che la sopravvivenza a lungo termine dell’euro richiede non è assolutamente scontato. Così come non è scontato se, e come potrà/vorrà parteciparvi un’Italia che sembra oscillare fra bordate euroscettiche e dichiarazioni d’impegno di sapore federalista (si veda l’ultimo position paper di palazzo Chigi).

Come verranno definite le relazioni fra l’Europa politica e l’Europa del mercato? Come si potrà evitare che la scomposizione del processo europeo avviata con il compromesso sul Brexit - in tema di immigrazione, welfare, rapporti finanziari - non diventi strutturale, alterandone definitivamente la natura? Come, di conseguenza, far sì che l’eccezionalissimo britannico resti tale, mentre si profilano all’orizzonte richieste del medesimo segno (Danimarca e Irlanda si agitano già)?

L’Italia ha storicamente svolto un forte ruolo propositivo nella costruzione politica dell’Europa: la debolezza francese e i condizionamenti della Merkel potrebbero consentirle di assumere la guida dell’indispensabile revisione dell’identità europea. Ci vorrebbe un forte colpo d’ala, che almeno per ora non si vede, mentre il governo Renzi resta ancorato a schemi come quello di sei fondatori che, aldilà del dato simbolico, è superato tanto dalla contingenza come dalla storia.

Brexit, campagna elettorale
La campagna per il referendum è partita in maniera diversa da come Cameron si aspettava. Sul piano razionale, vi sono pochi dubbi che per Londra uscire dall’Ue avrebbe effetti fortemente negativi; la più che probabile secessione della Scozia potrebbe decretare addirittura la fine del Regno Unito. La grande industria e la borghesia cosmopolita delle grandi città ha preso decisamente posizione per il sì, ma non è detto che basti.

Sull’esito del voto le valutazioni razionali rischieranno di cedere il passo a pulsioni che di razionale hanno poco e che sono profondamente radicate nelle zone rurali e nella vecchia cintura industriale: si tratta di un elettorato che diffida della City e che vede nell’Europa un pericoloso cavallo di troia della globalizzazione, dalla quale difendersi rivendicando l’insularismo della propria britishness. Gioca contro di ciò il tradizionale pragmatismo degli inglesi, che li porta in genere a preferire il “diavolo che si conosce” al rischio di nuove avventure.

Vittoria del Sì, ma …
Mi sentirei quindi di dire che - salvo stravolgimenti dell’ultimo momento, come una nuova crisi dei migranti o l’esplosione del caso Grecia - il sì prevarrà con un margine ristretto, simile a quello del referendum per la Scozia. Se così dovesse essere, il problema inglese non sarebbe risolto, ma continuerebbe a trascinarsi indefinitamente, con una Londra sempre più riottosa e alla ricerca di ulteriori scappatoie che allontanino il pericolo di finire contaminata dall’aborrito progetto di integrazione politica sovranazionale.

È quello su cui punta Boris Johnson, il quale si è schierato per il no ma ha poi spiegato, in un lungo articolo sul Daily Telegraph, di non volere l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue, ma di volersi servire del no per negoziare ulteriori concessioni con Bruxelles.

Sul piano interno il suo calcolo ha senso: se David Cameron dovesse vincere il referendum alla grande, le possibilità di Boris Johnson di soffiargli il posto alle prossime elezioni si ridurrebbero a zero mentre, nel caso di vittoria del no, le cose muterebbero a suo favore.

Sul piano comunitario però Johnson, e i molti che a Londra la pensano come lui, sottovalutano gravemente l’insofferenza degli altri partner per questa costante, querula insistenza britannica nell’accettare negando, nel negoziare ripromettendosi di cambiare idea. La pazienza degli Eurocrati potrebbe stavolta essere davvero finita.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
 
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Sempre più complicata la prospettiva mondiale

Economia
Mondo multipolare tra conflitto e cooperazione
Marco Magnani
15/06/2016
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Il Quantitative easing della Fed, l’invecchiamento demografico del Giappone, la Primavera araba e la minaccia di cambiamenti climatici sono eventi in apparenza distinti e distanti. Lo stesso vale per la politica monetaria di Mario Draghi, le elezioni presidenziali americane, il rallentamento dell’economia cinese, il rischio Brexit, il prezzo del petrolio, l’accordo sul nucleare con l’Iran.

In realtà sono fenomeni molto più intrecciati di quanto non sembri. I collegamenti tra politica monetaria, crescita economica e affari internazionali ci sono sempre stati ma oggi sono tali da aumentare esponenzialmente la difficoltà di comprendere i rapporti causa-effetto e di gestire efficacemente le crisi. Lo studio delle interdipendenze nel mondo attuale è quindi fondamentale per i policy-maker.

Il mondo semplice dei blocchi contrapposti
Complessità e interdipendenze sono aumentate rapidamente. Solo qualche decennio fa il mondo era più “semplice”. In politica estera, la netta contrapposizione tra i due blocchi della “guerra fredda” garantiva il mantenimento di un certo equilibrio. Le crisi erano in gran parte gestite con accordi, espliciti o di fatto, tra Washington e Mosca. In caso di conflitto, nemici e alleati erano facilmente identificabili.

In campo economico, la ripartizione era tra paesi industrializzati e in via di sviluppo. Gli Stati Uniti erano l’unica vera locomotiva che trainava l’economia mondiale attraverso importazioni di merci ed energia e gran parte del mondo finanziava i due grandi deficit americani.

I fattori di crescita erano chiari. Le decisioni della Fed le uniche veramente rilevanti, alle quali le altre Banche centrali si adeguavano. L’utilizzo delle leve tradizionali di politica monetaria a Washington determinava conseguenze in larga misura prevedibili sull’economia statunitense e mondiale. Anche in campo economico le crisi erano gestibili in gruppi ristretti come il G7.

Gli schieramenti erano definiti anche in campo energetico: da una parte i paesi produttori di petrolio e dall’altra quelli industrializzati importatori di energia. Molti dei primi erano organizzati nel cartello dell’Opec. I secondi, con grandi fabbisogni e poche fonti alternative, particolarmente vulnerabili ad aumenti del prezzo del greggio. Anche in questo caso, la realpolitik facilitava accordi e compromessi nelle situazioni di crisi che potevano incidere su prezzo e forniture di petrolio.

Bipolarismo, teoria dei giochi e comportamenti razionali
Nel mondo “semplice” dei blocchi gli attori erano pochi e si conoscevano bene. Politica estera e politica economica erano una sorta di partita a scacchi tra giocatori razionali. La fiducia reciproca era poca ma, prendendo a prestito la terminologia della teoria dei giochi, la “ripetizione del gioco” garantiva comportamenti razionali da parte dei giocatori.

La teoria dei giochi dimostra che un atteggiamento di cooperazione produce maggiori vantaggi rispetto a uno egoistico. A patto che ci sia fiducia reciproca tra gli attori, oppure che si abbia un approccio di lungo periodo (cioè che il gioco sia ripetuto più volte) che induca a comportamenti razionali.

Il dilemma del prigioniero - una delle versioni più semplici di game theory, applicato a economia, politica internazionale, strategia militare, ecologia - mostra come un comportamento egoista da parte dei giocatori arrechi un danno generale mentre, al contrario, un atteggiamento di cooperazione razionale sia la soluzione migliore per tutti.

Il presupposto è che tutti i “giocatori”, non solo uno, si comportino in modo cooperativo. Ciò è più facile che avvenga se i giocatori sono pochi, si conoscono reciprocamente e tendono a rimanere gli stessi nel tempo.

Dall’unica superpotenza al mondo multipolare
Con la fine della guerra fredda e un prolungato periodo di diffusa crescita economica cambiano gli equilibri politico-economici mondiali. Nell’arco di tempo tra le due date simboliche del 9 novembre 1989 (caduta del muro di Berlino) e dell’11 settembre 2001 (attacco terroristico al World Trade Center di New York), gli Stati Uniti sono l’unica superpotenza politica, militare ed economica a livello globale.

In questa veste, Washington riesce quindi a imporre al mondo un atteggiamento “cooperativo”. Ciò facilita la gestione delle crisi e il raggiungimento di equilibri internazionali. È l’applicazione sul piano internazionale di quanto intuito dal filosofo inglese Hobbes quattro secoli prima, con riferimento agli stati nazionali. Per Hobbes la soluzione alle naturali tensioni tra gli uomini è la “costrizione”: in questo contesto, l’introduzione dello Stato, con le sue leggi, garantisce la collaborazione tra i cittadini.

Gli Stati Uniti, grazie alla forza economica, a quella politico-militare e alla Fed, hanno esercitato questo ruolo con buoni risultati per l’equilibrio mondiale. Oggi, pur rimanendo Washington la principale superpotenza, è emerso un nuovo scenario multipolare caratterizzato da un elevato numero di attori e dalla loro crescente interdipendenza. I rapporti causa-effetto, in tutti i settori, sono molto più complessi da decifrare, le crisi più impegnative da gestire e le decisioni di policy più difficili da prendere.

Il mondo complesso delle interdipendenze
In politica estera, il parziale disimpegno degli Stati Uniti da molti fronti e l’affermarsi di diverse potenze regionali hanno fatto saltare molti equilibri e aumentato il grado d’incertezza. Le vicende di Siria, Libia e Iraq ne sono un esempio.

In economia, i motori di crescita mondiale sono oggi almeno quattro: Stati Uniti, Europa, Cina ed economie emergenti. Da una parte, ciò allarga la base della crescita, dall’altra rende più difficile utilizzare efficacemente i tradizionali strumenti di politica fiscale e monetaria.

La politica monetaria espansiva della Fed volta a far uscire gli Stati Uniti dalla crisi spinge i capitali alla ricerca di rendimenti verso settori a rischio e paesi emergenti. E genera bolle speculative difficili da controllare e pericolose per tutti.

È accaduto a inizio anni ’90 con il Sudest asiatico, dopo il 2001 con il mattone e rischia di ripetersi in Brasile. D’altra parte la mera aspettativa di aumento dei tassi americani sta provocando nervosismo nei mercati finanziari, rientri di capitale negli Stati Uniti e rafforzamento del dollaro, con il rischio di mettere in ginocchio molte economie emergenti.

Anche i prezzi di petrolio e commodity sono importanti. Il picco del greggio di un paio d’anni fa, evento in passato indiscutibilmente negativo per Washington, ha incoraggiato gli investimenti nell’estrazione di shale gas avvicinando gli Stati Uniti all’indipendenza energetica.

D’altro canto, il recente crollo del petrolio, certamente favorevole per le economie industrializzate, produce effetti collaterali e rischi anche per Europa e Stati Uniti. Tra questi, la difficoltà dei paesi produttori di petrolio a finanziare la spesa pubblica, con conseguenti rischi d’instabilità sociale e politica. Si pensi a Russia, Arabia Saudita e Nigeria.

Lo stesso vale per i prezzi di altre materie prime, in particolare dei generi alimentari che nei paesi in via di sviluppo sono importanti per la stabilità interna. Si ricordi che la Primavera araba nel 2011 coincide con il picco dei prezzi delle materie prime.

Infine, nel mondo “complesso” anche i cambiamenti climatici sono sempre più un rischio per la crescita economica e la stabilità dei mercati finanziari. L’accordo COP21 a Parigi ha quindi una forte valenza internazionale anche da un punto di vista economico.

Equilibri instabili e “terzo paradigma” di Caillé
Nel mondo multipolare di oggi, ogni paese ha la tentazione di perseguire il proprio interesse. Ciò rende molto più complesso raggiungere equilibri e affrontare con efficacia le crisi. Nonostante anche nei “giochi complessi” la soluzione più razionale e più conveniente per i diversi attori sia la collaborazione reciproca, la tentazione di giocare “contro” gli altri è più forte.

In questo contesto la “costrizione” a cooperare à la Hobbes è ardua, forse impossibile. Non la possono e vogliono esercitare più gli Stati Uniti e non è in grado di realizzarla l’Onu. L’alternativa è la fiducia, al contempo fonte e risultato di forti relazioni tra le parti. Solo in presenza di fiducia reciproca, infatti, i governi, le economie e le istituzioni possono entrare in relazioni di cooperazione. L’introduzione di quello che il sociologo francese Alain Ciallé chiama il “terzo paradigma”, basato sulla relazione, può aiutare a superare le contrapposizioni e raggiungere equilibri tra gli attori.

Nel mondo complesso di oggi, fenomeni apparentemente distanti sono in realtà fortemente intrecciati. Ciò rende difficile raggiungere situazioni di equilibrio e gestire le crisi. In tutti i settori.

Le alternative sono due: il caos, che spesso porta a situazioni di conflitto, o l’aumento della cooperazione, per ottenere la quale è necessario migliorare la qualità delle relazioni tra paesi e istituzioni. Il punto di partenza è formare una classe dirigente che comprenda a fondo le interdipendenze tra i fenomeni di politica monetaria, crescita economica e affari internazionali.

Marco Magnani è Fellow allo IAI e Senior Research Fellow alla Harvard Kennedy School; ha pubblicato “Sette Anni di Vacche Sobrie” (Utet), Creating Economic Growth (PalgraveMamillan), Terra e Buoi dei Paesi Tuoi (Utet) e collabora con IlSole24Ore. Nell’autunno 2016 offrirà il corso Monetary Policy, Economic Growth and International Affairs a Scienze Politiche della Luiss. (Twitter @marcomagnan1) www.magnanimarco.com.

giovedì 23 giugno 2016

Un Mondo verso la precarietà

Commercio internazionale
Verso regole più fragili e frammentate
Laura Mirachian
16/06/2016
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A molti forse è sfuggita l’inedita disputa avviata dagli Stati Uniti nell’ambito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) in relazione al giudice sud-coreano Seung Wha Chang. A Chang viene negata l’approvazione a un secondo mandato nell’Organo di Appello del Meccanismo per la Risoluzione delle Controversie per aver travalicato il proprio compito di mera interpretazione delle norme vigenti in sentenze rivelatesi sfavorevoli alle tesi americane.

L’indebolimento delle regole universali
Il Meccanismo in questione è un pilastro del sistema commerciale globale, inaugurato con gli Accordi di Marrakesh nel 1994. Prevede che, nel caso di contenzioso sui comportamenti commerciali di un’impresa, venga istituito un Panel di esperti giuridici la cui pronuncia, con possibilità di appello, venga poi adottata dall’intera membership in apposita assemblea plenaria.

Chiamati in giudizio sono i due (o più) Stati interessati. L’adozione in plenaria è pressoché automatica in quanto acquisita mediante la formula “unless there is consensus against the adoption”. La stessa procedura si applica poi al monitoraggio dell’attuazione delle sentenze ed eventualmente all’autorizzazione di misure compensative in caso di mancata modifica della legislazione nazionale incriminata. L’intero procedimento si svolge quindi tra Stati, richiede l’unanimità della membership, e ha carattere cogente.

Rari sono stati i casi di opposizione alla nomina o alla conferma dei giudici in questi decenni. Ma contestare un giudice nelle attuali circostanze è un segnale di portata particolarmente rilevante.

L’Omc registra infatti un declino di credibilità a seguito dello stallo del Doha Development Round, ciclo negoziale avviato nel 2001 con il fine specifico di un miglior coinvolgimento dei Paesi emergenti e in Via di Sviluppo nel sistema globale di regole del commercio internazionale, e arenatosi nel 2008 per le profonde divergenze in tema di sussidi e sostegni socio-economici specie, ma non solo, nel settore agricolo.

La Conferenza di Bali nel 2013 non ha registrato che risultati marginali. Né le raccomandazioni dell’allora Direttore generale Pascal Lamy, di procedere con gradualità, codificando quanto fosse possibile concordare stadio per stadio, sono valse a rivitalizzare le trattative. Nel frattempo, su iniziativa di Washington va affermandosi la nuova tendenza verso aggregazioni regionali, quali il Ttip (TransatlanticTrade and Investments Partnership) con l’Europa, il cui negoziato è in corso, e il Tpp (Trans-Pacific Partnership), già negoziato, con l’area del Pacifico.

I passi indietro degli Stati Uniti
Washington è stata fin dagli anni ’80 il motore propulsivo della liberalizzazione globale e delle relative regole mondiali. Ha sostanzialmente guidato il processo che ha portato alla creazione dell’Omc e agli ambiziosi risultati dell’Uruguay Round. Ma negli anni, ha poi dovuto riconoscere la difficoltà di gestire al contempo il rispetto di tali regole e la forza delle proprie lobbie interne. Cercando talvolta di difendere l’indifendibile, a fronte di pronunce sfavorevoli dei Panel giudicanti.

Emblematico il caso del contenzioso con il Brasile sui sussidi ai produttori americani di cotone, sanato, dopo anni, non con l’adeguamento della legislazione americana, come avrebbe dovuto essere, ma con un’intesa extra-giudiziale che ha previsto compensazioni per i produttori danneggiati.

Sotto questo profilo, il metodo di Risoluzione delle Controversie dell’Omc si è rivelato per l’Amministrazione americana ingombrante e assai difficile da sostenere. Pesano i meccanismi semi-automatici delle decisioni finali, il consenso universale richiesto per le medesime, e soprattutto il coinvolgimento diretto dello Stato a difesa di interessi specifici del settore privato.

A tutti questi problemi cerca di ovviare il nuovo sistema proposto da Washington nel contesto delle aggregazioni regionali sopra citate. Oltre a limitare il campo di applicazione delle nuove regole ai Paesi Avanzati di cui si suppongono sistemi omogenei (con esclusione quindi di Cina, Russia, oltre che Emergenti e Pvs), in tema di Risoluzione delle Controversie attribuisce al settore privato stesso l’onere di portare uno Stato in giudizio a salvaguardia del proprio specifico interesse (Investor-State Dispute Settlement). Una formula che, se esonera lo Stato dell’impresa reclamante dal coinvolgimento diretto nel contenzioso, statuisce inequivocabilmente, nel momento in cui una sentenza dovesse sancire la modifica della legislazione nazionale dello Stato chiamato in giudizio, il primato dell’interesse privato sul più ampio interesse pubblico.

Il ruolo del negoziato Ttip
Interpretando le forti obiezioni dell’opinione europea, il Parlamento di Strasburgo l’8 luglio dello scorso anno ha adottato una Risoluzione che afferma la necessità di conferire carattere ‘trasparente e pubblico’ al sistema di protezione degli investimenti, nonché ‘l’impossibilità per gli interessi privati di minare la politica pubblica’.

La Commissione, che negozia per la Ue, nel settembre 2015 ha quindi adeguato il proprio approccio negoziale introducendo l’obbligo di assoluta trasparenza, e proponendo due gradi di giudizio e l’impiego di esperti giuridici altamente qualificati al fine di contenere la sfida posta dagli interessi privati. La nuova versione è in discussione con gli Stati Membri e dovrebbe essere sottoposta alla controparte americana entro l’anno.

Un negoziato è un negoziato, e pertanto l’esito finale non è al momento pregiudicato. Ma non sfugge che il confronto su questo particolare capitolo riguarda un aspetto fondamentale della nuova spinta alla globalizzazione, un aspetto che tocca le corde più sensibili dell’Europa - più ancora, se possibile, che la salvaguardia degli standard europei ambientali e sanitari o l’apertura del mercato americano degli appalti pubblici - e cioè la capacità degli Stati di ‘governare’ la globalizzazione.

Correttamente, l’Italia avanza come paracadute il principio del “single undertaking” - nulla è concordato finché tutto non è concordato. Ma la contestazione, in questo momento, del giudice Wha Chang da parte americana non è un buon viatico.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante Permanente presso l’Onu, Ginevra.

domenica 12 giugno 2016

LA proposta italiana per l'immigrazione

Hot spot in mare, ricetta italiana alla prova Ue
Fabio Caffio
09/06/2016
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Spinta dalla necessità di adottare misure per fronteggiare nuovi massicci arrivi via mare, l'Italia pensa di identificare i migranti su navi adibite ad hot spot galleggianti. Si vuole evitare l'ingresso di irregolari economici valutando subito i potenziali aventi titolo a protezione internazionale.

L'obiettivo è condivisibile, ma riserve possono essere espresse da differenti punti di vista, compreso il radicato convincimento dell'Unione europea, Ue, che l'Italia sia, per posizione e vocazione, il principale hub delle persone salvate in mare provenienti da Libia ed Egitto.

Soluzione tattica
Il piano italiano va correlato alla ricerca e soccorso (Sar) dei migranti, obbligo morale e giuridico che l'Italia assolve da sempre a pieno (più di 600.000 persone assistite dal 1991, di cui 300.000 negli ultimi due anni).

L'imbarco su nostri hot spot galleggianti equivarrebbe infatti, secondo le Linee guida dell'Organizzazione marittima internazionale, al raggiungimento di un "luogo sicuro" (place of safety) in territorio italiano, cui consegue, in termini di concessione di asilo, l'attuale sistema di Dublino.

Le limitazioni logistiche di una nave sia pur grande, la presenza di minori, il carattere coercitivo dell'identificazione in funzione di successivi rimpatri, potrebbero tuttavia intaccare il principio che è "sicuro il luogo (...) dove possono essere soddisfatte le necessità umane di base e definite le modalità di trasporto dei sopravvissuti verso la destinazione successiva o finale tenendo conto della protezione dei loro diritti fondamentali nel rispetto del principio di non respingimento...".

Contenziosi giuridici sono quindi ipotizzabili. Ma ad essere sul banco degli accusati della Corte europea dei diritti dell'uomo sarebbe l’Italia, mentre nessun addebito verrebbe mosso ai Paesi che hanno preso su proprie navi le persone in pericolo, trasportandole poi su quella italiana.

Salvataggio garantito: attrazione per i migranti?
Il dislocamento di una nave hot spot vicino alla Libia ricalca, in un certo senso, il modulo dell'Operazione Mare Nostrum. Proprio per questo, non bisogna dimenticare l'accusa rivolta all'Italia di aver inconsapevolmente determinato, con il proprio impegno umanitario, un "fattore di attrazione" (pull factor). Nel 2014, esponenti politici britannici osservarono cinicamente che Mare Nostrum incoraggiava a tentare una pericolosa traversata foriera di tragedie.

La questione è ovviamente viziata in partenza, se si considera che l'altissimo numero di persone perite drammaticamente in mare non può essere il frutto di un semplice azzardo.

Vero è, invece, che i trafficanti di esseri umani hanno adattato le loro strategie criminali alla possibilità che migranti, lasciati alla deriva vicino alla Libia o all’Egitto, richiedano con un cellulare l'intervento dell'autorità Sar italiana, certi di contare sul suo intervento anche al di fuori dell'area di nostra competenza regolamentata dal DPR 662/1994.

In rosso i limiti delle zone SAR di Tunisia, Libia e Grecia, nonché di quella pretesa da Malta che ingloba parte della zona italiana.

Europeizzare il Sar
L'Ue è refrattaria a considerare il soccorso in mare come una sua funzione, ritenendolo esclusiva responsabilità nazionale, poiché il salvataggio dei migranti, benché atipico, si inquadra nel normale soccorso ai naviganti a carico dei singoli Stati.

Il massimo sforzo europeo è stato assegnare compiti Sar alle forze marittime di Triton (sulla base del Regolamento Frontex 35/14) e di Eunavfor Med "Sophia", a condizione che le navi di entrambe le operazioni trasportassero in Italia i migranti salvati.

In realtà, il Parlamento europeo, nella sua Risoluzione del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo ha affrontato il problema trattandolo, assieme alla politica comune di asilo ed ai ricollocamenti, nell'ambito del principio di solidarietà stabilito dall'art. 80 del Trattato sul funzionamento dell'Unione, Tfue.

Il Parlamento europeo ha perciò suggerito che siano destinate più risorse ai servizi Sar nazionali "nel contesto di un'operazione umanitaria europea dedicata a trovare, salvare ed assistere migranti in pericolo trasportandoli nel più vicino luogo sicuro".

Navi hot spot non italiane 
Finché non si attiveranno canali di immigrazione legali o corridoi umanitari, il salvataggio in mare dei migranti sarà sempre la fondamentale priorità; anche perché la riduzione dei flussi non potrà venire in tempi brevi da Tripoli, che non accetta interferenze straniere nella lotta ai trafficanti, né è un interlocutore simile alla Turchia.

Il Parlamento europeo, consapevole di questo, ha adottato una policy che presuppone, da parte dei Paesi membri, un impegno in mare non necessariamente collegato al trasporto in Italia delle persone salvate.

Qualche giorno fa, un barcone proveniente dall'Egitto, con circa 300 persone a bordo, è affondato a sud di Creta. Cosa impedisce che sia collocato uno hot spot non italiano sulle rotte che dal Mediterraneo orientale passano attraverso le zone Sar greche e maltesi?

Fabio Caffio è Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.

martedì 7 giugno 2016

Migranti: più investimenti più produzione

Immigrazione
Migranti, risorsa non fardello
Rama Dasi Mariani
05/06/2016
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Il grande afflusso di persone verso le frontiere europee ha innescato un dibattito mediatico e politico sull’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo che vorrebbero fare ingresso nel territorio comunitario.

Sebbene l’atteggiamento solidale o meno di ognuno di noi risponda anche a motivazioni culturali, l’oggettività dei modelli economici può aiutare a far chiarezza sui possibili effetti dell’accoglienza e a scacciare i timori ad essa collegati.

In economia si discute da tempo su quali possano essere le reazioni dei mercati all’arrivo dei lavoratori immigrati. È giusto che queste analisi inizino ad essere divulgate e siano di aiuto alle scelte dei governi.

Questo è ciò per cui un nuovo gruppo di esperti capitanati da Philippe Legrain, chiamato Open Political Economy Network, si sta battendo e a cui il 18 maggio scorso il quotidianoThe Guardian ha dedicato un articolo.

Guadagni dell’immigrazione
Brevemente, l’accettazione dei rifugiati costerebbe all’Europa 69mld di Euro tra il 2015 e il 2020, ma produrrebbe un aumento del Pil di 126,6mld di Euro nello stesso periodo. Questo è il risultato della simulazione fatta dal Fondo monetario internazionale, il quale ipotizza un flusso di persone pari al 2,5% dell’intera popolazione europea. In che modo questo avviene? Vediamo ora in maniera semplice quali sono i meccanismi che condurrebbero a questo guadagno netto.

Innanzitutto, la preoccupazione che gli immigrati possano ridurre il salario o le possibilità di impiego dei lavoratori nativi non trova alcun riscontro nei dati. Al contrario, l’ingresso nel mercato della forza lavoro straniera genera delle possibilità di investimento che, se sfruttate, porta all’incremento del numero totale dei posti, lasciando invariato il tasso di occupazione della popolazione ospitante.

Traducendo le parole dello stesso Legrain, possiamo dire che non esiste un numero predefinito di posti di lavoro. Questo dipende dalla grandezza dell’economia e il ritmo con cui esso aumenta va di pari passo con il tasso di crescita del sistema.

Inoltre, gli immigrati sono maggiormente disposti a svolgere mansioni manuali, spingendo i nativi verso incarichi più qualificati. Quelli che ad esempio richiedono una padronanza linguistica superiore e che corrispondono a salari più alti.

Detto diversamente, immigrati e nativi non competono nello stesso segmento di mercato. In secondo luogo, gli immigrati che vengono accolti da un paese, non solo lavorano, ma spendono anche, sostenendo le domande per consumi delle economie in crisi.

Parlando strettamente di bilanci pubblici, invece, le imposte e i contributi pagati dai lavoratori stranieri in regola sono maggiori della spesa destinata ad essi. Questo perché non conoscono e non beneficiano di tutti i servizi a disposizione della popolazione nativa. Inoltre, il gruppo degli stranieri è caratterizzato da una età media più bassa e il ringiovanimento che apportano aiuta la sostenibilità dei sistemi pensionistici.

Da rifugiati a lavoratori
Per il momento, quindi l’ipotesi che i rifugiati siano un fardello economico per l’Europa è da respingere al mittente. Tuttavia, gli effetti appena descritti si realizzano a delle condizioni. Prima fra tutte è che si lasci entrare gli immigrati nella forza lavoro, trasformando la loro posizione da rifugiati a lavoratori.

Dovrebbe essere concesso di trovare un impiego anche a coloro che sono in attesa di processo della propria domanda di asilo per contribuire così alle spese dello Stato. In parole più semplici, se l’Europa non permette ai rifugiati di lavorare, si condanna da sola a sostenere il costo dell’immigrazione, come una madre che si lamenta di dover stare dietro ad un figlio che lei stessa non lascia crescere.

Più investimenti e più produzione
La seconda condizione per la realizzazione di una crescita derivante dall’immigrazione riguarda un aspetto più tecnico. È importante che le imprese reagiscano all’aumento della forza lavoro effettuando nuovi investimenti. Per chi ha familiarità con i modelli economici è banale che il minor costo del lavoro immigrato dia l’incentivo a progetti imprenditoriali nuovi e più grandi, ma sa anche che questo dipende dal grado di concorrenza nel mercato. Se la competizione tra le imprese non spinge queste ultime ad ampliare la produzione, allora ciò che si realizza è una situazione di bassi salari ed alti profitti.

Legato a questo problema redistributivo vi è quello della domanda. In media, i salari sono una classe di reddito con una propensione al consumo maggiore di quella dei profitti. Questo significa che di ogni euro una parte maggiore viene consumata e una minore risparmiata. Se, perciò, si leva ai lavoratori e si dà alle imprese non si osserva l’effetto espansivo della domanda per consumi auspicato e una parte di produzione può rimanere invenduta.

In conclusione, un disegno istituzionale sbagliato può impedire che un miglioramento economico si realizzi. È giusto, perciò, che i governi prendano coscienza della risorsa che i lavoratori stranieri rappresentano e si adoperino per realizzare le giuste riforme affinché vengano integrati e favoriscano la crescita dell’intero paese che li ospita.

Rama Dasi Mariani è dottoranda di economia politica presso l’Università Sapienza di Roma. Si occupa di economia della migrazione su cui ha pubblicato diversi articoli scientifici. Attualmente sta approfondendo l’impatto dei flussi migratori sul mercato del lavoro italiano (ramadasi.mariani@uniroma1.it).