Massimo Passamonti Una proposta
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NOTIZIE CESVAM
Una proposta per l'Istituto
Vds post in data 21 luglio 2026
5 giorni fa
Blog di base per l'approfondimento della Geografia Politica ed economica attraverso immagini, cartine, grafici e note. Spazio per lo studio attraverso la Geografia Statistica delle varie aree di crisi. Espressione esterna del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro (www.cesvam.it) (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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Gli spunti di interesse che essa racchiude non sono pochi, sia da un punto vista politico che economico: il Vertice sarà il primo evento di questa portata a cui parteciperà il presidente Usa Donald Trump - e segnerà pure l’esordio di Angela May e del nuovo presidente francese, oltre che di Paolo Gentiloni - e potrebbe essere l’ultimo cui prenderà parte Angela Merkel, attesa alle elezioni di settembre dopo dodici anni di governo. Inoltre, per quella data, sarà stato formalmente avviato il processo che porterà alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue. A questi sommovimenti politici si somma una situazione economica che richiede azioni decise che non possono più essere rimandate. L’ultima parte del 2016 e l’inizio del 2017 hanno fornito alcuni segnali positivi, confermando la ripresa in atto in diverse economie mondiali. Tuttavia, a quasi dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria globale, la crescita permane fragile e le previsioni sul futuro non sono delle più rosee. Questo si riflette su un livello di consumi e investimenti ancora insoddisfacente, che non aiuta alla risoluzione di problemi che rischiano di divenire ormai strutturali in alcune delle economie più mature, come una crescita sempre più anemica della produttività o un elevato tasso di disoccupazione. Nonostante tutto ciò, la riunione del gruppo dei Sette sotto presidenza italiana non sta ricevendo la dovuta attenzione. La conferenza internazionale organizzata a Roma dallo IAI per il 27-28 marzo,che rappresenta il punto culminante del progetto di ricerca sul ruolo del G7 guidato dall’Istituto e svolto in collaborazione con i più importanti centri di ricerca dei sette Paesi membri, vuole invertire questa tendenza. Sarà un occasione per individuarequelli che dovrebbero essere i temi e le iniziative specifiche su cui i leader dei Sette dovrebbero concentrarsi nel prossimo Vertice, cercando di massimizzare l’impatto di queste riunioni risultate troppo spesso poco efficaci in passato. Necessità di coordinare di più le politiche macroeconomiche Dalla grande recessione del 2009 ad oggi l’onere dello stimolo dell’attività economica nei Paesi membri è ricaduto interamente sulla politica monetaria, limitando al minimo lo spazio di manovra delle Banche centrali nell’eventualità dell’occorrenza di un nuovo shock negativo e rischiando di creare squilibri e bolle. Considerando che negli ultimi anni lo spazio di manovra fiscale in alcuni dei Paesi più sviluppati è andato crescendo e che i fattori che caratterizzano la presente congiuntura economica massimizzano l’efficienza delle misure espansive di tipo fiscale, sembra sempre più opportuno un ricorso a queste ultime. Inoltre, è necessario che le riforme strutturali di cui molti Paesi hanno bisogno vengano completate al più presto. C’è bisogno dunque di un policy mix più equilibrato a livello interno che utilizzi tutti gli strumenti a disposizione e permetta di sfruttare le sinergie positive tra essi. È asupicabile però che il coordinamento delle politiche economiche non rimanga solo a livello interno ma che abbia anche una dimensione internazionale. Coordinare le strategie macroeconomiche tra le principali economie mondiali permetterebbe di sfruttare al meglio i reciproci effetti di spillover positivi e minimizzare gli effetti destabilizzanti. Un esempio di azione specifica sulla quale i Sette potrebbero accordarsi è la lotta ai paradisi fiscali e alla gara al ribasso nell’imposizione fiscale, perseguibile solo con un approccio condiviso a livello internazionale. Ciò permetterebbe di recuperare risorse ingenti per l’erario delle economie più avanzate che potrebbero essere destinate alla lotta della crescente disuguaglianza che mina sempre più la stabilità economica e politica dei Paesi più sviluppati. Governare la globalizzazione per resistere al protezionismo La vittoria di Trump e del “leave” al referendum britannico sono solo due dei segnali più eclatanti di un crescente malcontento verso la globalizzazione diffusosi nella classe media delle economie più mature. Questo ha alimentato ulteriormente una spinta protezionistica già diffusasi dopo la crisi del 2009. Occorre che il G7, nonostante le posizioni americane, respinga con energia ogni tipo di tentazione protezionistica e crei le basi non per rifiutare o cancellare un processo ormai irreversibile come la globalizzazione, ma per governarla e migliorarla. È vero infatti che la crescente apertura dei mercati internazionali registratasi negli ultimi 60 anni ha comportato enormi vantaggi a livello globale, ma questi vantaggi, oltre a non essere ben comunicati, sono stati distribuiti in maniera iniqua, non preoccupandosi di tutelare le classi più colpite da questi processi di globalizzazione. In tal senso la ratifica di accordi internazionali di nuova generazione, quale quello già firmato tra Ue e Canada o quello in fase avanzata di negoziazione tra Ue e Giappone, può risultare decisiva dato che tali accordi non mirano solo a favorire i flussi commerciali, ma anche ad assicurare alti livelli di standard qualitativi e a formare un base regolamentare che contribuisca a governare il processo di globalizzazione. Stabilizzare la regolamentazione per garantire la stabilità finanziaria A ciò però è necessario che si affianchi uno sforzo dei singoli Stati nell’attuare politiche redistributive e di sostegno attivo all’occupazione e alla ricollocazione che vadano a eliminare le cause del malcontento. I Paesi del G7 dovrebbero impegnarsi per completare il processo di riforma della regolamentazione finanziaria iniziato dopo la crisi del 2009. È opportuno però che il quadro normativo internazionale venga al più presto stabilizzato, dando così maggiore stabilità ed evitando incertezza, in modo da facilitare l’erogazione di credito al settore reale. A questo tipo di sforzo va aggiunta la necessità di trovare un accordo in merito a una strategia internazionale efficace di gestione dei flussi finanziari internazionali, con l’obiettivo di orientare i mercati finanziari globali verso una maggiore stabilità monetaria e finanziaria. Simone Romano è ricercatore dello IAI. |
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Che aveva proposto un candidato alternativo, il diplomatico polacco ed ex vice-presidente del Parlamento europeo Jacek Saryusz-Wolski, membro dello stesso partito di Tusk (Piattaforma Civica) e del Partito popolare europeo dai quali è stato allontanato per avere accettato la candidatura proposta dai conservatori di “Diritto e Giustizia” (PiS) che guidano il governo polacco con la prima ministra Beata Szydło e hanno anche la presidenza della Repubblica polacca con Andrzej Duda. Il partito di destra PiS, che in seno al Parlamento europeo fa capo al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), ha vinto le elezioni dell’autunno 2015, aprendo diverse dispute con l’Europa su questioni come lo stato di diritto, il diritto all’aborto, la libertà di informazione e su temi ambientali. Guidato dal suo leader Jarosław Kaczyński, fratello dell’ex presidente della Repubblica polacca morto nell’incidente aereo di Smolensk (Russia) nell’aprile 2010, il PiS ha aperto una stagione di rapporti altalenanti con l’Unione europea, Ue che hanno portato il Paese ad avvicinarsi all’Unione su questioni riguardanti la difesa e la Brexit, ma ad allontanarsi dai valori europei dello stato di diritto rischiando sanzioni da parte dell’Unione. Le riforme contestate Sin dalla vittoria elettorale del 2015, i conservatori sono stati protagonisti dell’avanzamento di alcune dibattute proposte legislative che hanno riattivato il tessuto sociale polacco e la società civile, schieratasi fortemente contro con grandi manifestazioni nella capitale polacca. Nel gennaio 2016 arriva il primo monito da parte della Commissione europea, preoccupata perché lo stato di diritto nel Paese si sarebbe trovato in un “pericolo sistemico” se fosse stata adottata la proposta di modifica del funzionamento della Corte costituzionale presentata dal governo, che avrebbe reso necessaria una maggioranza molto più ampia per bloccare un provvedimento governativo. Tale misura, insieme a un maggiore peso dell’esecutivo nella scelta dei giudici costituzionali, avrebbe messo a rischio l’indipendenza dei giudici, che sarebbero stati sottoposti al potere esecutivo, e avrebbe reso quasi impossibile un effettivo controllo costituzionale delle leggi del governo, che avrebbe avuto molta mano libera. Ovviamente, la Corte costituzionale ha bocciato tale provvedimento. Ma come risposta il Governo polacco ha rifiutato la pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta ufficiale, aprendo de facto una crisi istituzionale nel Paese. A ciò si aggiunge una proposta di legge per la riforma del settore dell’informazione, che prevede una limitazione per i giornalisti di accedere ai lavori parlamentari. Al monito della Commissione di imporre sanzioni al Paese che mette a rischio la sua democrazia, la Polonia ha trovato un alleato nel primo ministro ungherese Viktor Orban, anch’egli noto per le sue propensioni alla concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo. Dispute sullo stato di diritto Le gigantesche manifestazioni svoltesi nelle piazze del centro di Varsavia hanno spinto il Parlamento a respingere le leggi, in particolare quella che prevedeva il ricorso all’aborto solo in caso di pericolo di vita della donna, contro la quale le donne polacche hanno fortemente manifestato nel “lunedì nero” dell’ottobre 2016. Anche la Commissione europea per la Democrazia tramite il Diritto, meglio conosciuta come Commissione di Venezia, facente capo al Consiglio d’Europa, ha condannato il governo polacco con un parere nell’ottobre 2016. Ma, per la prima volta nei 25 anni di attività della Commissione, un governo non ha presentato nessuna dichiarazione in risposta alla condanna. La Commissione, che ha favorito le transizioni democratiche nei paesi dell’ex blocco sovietico tramite pareri e supporto dal punto di vista giuridico-costituzionale, aveva ricevuto una richiesta di parere da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Come previsto dal modus operandi della Commissione, questa aveva fatto una visita nel Paese, cui aveva partecipato anche il presidente Gianni Buquicchio, il quale in una recente comunicazione del gennaio 2017 si dichiara “preoccupato del peggioramento della situazione all’interno della Corte costituzionale della Polonia”. Squilibri asimmetrici Il governo polacco continua a respingere le varie condanne da parte delle varie istituzioni internazionali. Ma non sempre trova l’appoggio dei suoi alleati Ungheria e Repubblica Ceca, che hanno votato a favore della rielezione di Tusk. Invece, su questioni come la difesa comune europea, la Polonia si sta riavvicinando alla Germania, spesso vista come un nemico e accusata di ‘germanizzare’l’Europa. Inizialmente contrario all’Europa a più velocità, il governo polacco potrebbe ora appoggiare tale proposta di Parigi e Berlino, che difficilmente potrebbero andare avanti se un Paese come la Polonia opponesse resistenza. Se l’elezione di Trump e la Brexit hanno riavvicinato la Polonia all’Unione - in quanto essa ha timore di trovarsi sola di fronte alla Russia e teme per la grande comunità di polacchi che oggi lavora nel Regno Unito e invia cospicue rimesse in patria -, il Paese rimane ancora isolato nel contesto europeo a causa delle politiche perseguite dal governo conservatore. Il rischio è che la Polonia approfitti di un’Europa a più velocità, cercando sostegno per quanto riguarda la difesa comune ma rifiutandosi, come già successo, di sottoscrivere politiche di burden sharing come la ricollocazione dei rifugiati nei Paesi europei. Luigi Cino, dottorando presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. |
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Il flusso migratorio seguito alle rivolte del 2011 nei Paesi arabi ha dimensioni e complessità ben superiori a precedenti esperienze dell’Italia, pure significative, quali negli Anni ‘90 la massiccia immigrazione dai Balcani occidentali all’epoca attraversati da conflitti, crisi e instabilità. La gestione di un fenomeno del genere implica ovviamente diversi aspetti, tra cui quello di sicurezza ha una dimensione sia interna sia esterna per quanto riguarda il controllo dei confini italiani - che sono anche confini Ue -, il contrasto ai trafficanti di esseri umani e le crisi nei Paesi di origine o transito di migranti e profughi. Libia: il partenariato non funziona senza uno Stato Un’adeguata gestione dei flussi migratori sulla rotta che attraversa il Mediterraneo centrale necessita di partenariati con i Paesi del Nord Africa, e non a caso è cresciuto l’attivismo dell’Italia - ma anche della Germania - in Tunisia, Egitto e Libia. Tuttavia, mentre i primi due Stati sono in grado di controllare, pur con diversi problemi, i propri territori e confini, nel terzo l’autorità statale si è disgregata dopo che l’intervento occidentale del 2011 ha contribuito al rovesciamento del regime di Gheddafi senza però lavorare alla successiva stabilizzazione del Paese. In un certo senso, gli errori commessi all’epoca sul fronte della sicurezza esterna, in particolare dai fautori dell’intervento militare a Parigi, Londra e Washington, hanno avuto ricadute negative e di lungo termine non solo in Libia, ma sulla sicurezza interna dell’Italia e dell’intera Unione europea, Ue messa in crisi anche dalla pressione migratoria senza precedenti cui è sottoposta. Italia ed Ue hanno cercato e cercano di affrontare la crisi migratoria con diverse politiche e risultati discutibili. Non sembra però ancora esserci in Europa la consapevolezza e la volontà politica di riconoscere appieno il nesso tra sicurezza interna ed esterna e di affrontare quindi la stabilizzazione della Libia come un passo necessario anche per uscire dall’emergenza nella gestione dei flussi migratori. Il paragone con la missione multinazionale Alba condotta esattamente 20 anni fa dall’Italia in Albania, per stabilizzare il Paese balcanico in preda ad una profonda crisi e fermare così il flusso migratorio verso la Puglia, risulta fuorviante, viste le ovvie differenze tra la situazione albanese dell’epoca e quella libica attuale. Tuttavia è altrettanto fuorviante pensare che per gestire il flusso di migranti dalla Libia basti limitarsi a formare la marina e la guardia costiera di un Paese che non ha uno Stato, oppure siglare accordi con il governo di Tripoli che non controlla metà del territorio libico. La Nato e le crisi a Sud dell’Europa Serve quindi una riflessione ulteriore sulla dimensione di sicurezza esterna della crisi migratoria, e sul contributo maggiore che la politica estera e di difesa italiana può dare, lavorando appunto con i mattoni a disposizione a livello nazionale, europeo e transatlantico - tema trattato anche dalla conferenza IAI del 14 marzo. In particolare, la Nato negli ultimi anni ha posto maggiore attenzione al vicinato meridionale, soprattutto in chiave di contrasto allo Stato Islamico e al terrorismo internazionale islamista, di sostegno a Paesi partner quali Tunisia e Giordania e di contributo alla sicurezza marittima del Mediterraneo con il lancio dell’operazione Sea Guardian. La recente decisione di costituire a Napoli un “hub” per il Sud che supporti le attività di intelligence e di contrasto al terrorismo, nonché i partenariati con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, va in questa direzione. La lotta al terrorismo, oggi tra le priorità dell’amministrazione Trump, non deve però causare ulteriore entropia nella regione del Mediterraneo, ma piuttosto essere parte di un complessivo sforzo politico, diplomatico e militare, per stabilizzare quest’area - obiettivo sancito nell’ultimo vertice Nato con l’impegno a proiettare stabilità nel vicinato meridionale dell’Alleanza. Uno sforzo che impari dagli errori del 2011, che sia condotto in cooperazione con l’Ue e che sia basato su un dialogo strategico sia all’interno che all’esterno della Nato. Sul versante interno, è necessario affrontare la situazione paradossale per cui due Paesi alleati come Francia e Italia sostengono in Libia, direttamente o indirettamente, i due fronti contrapposti di Haftar e al-Serraj. Sul versante esterno, i partenariati bilaterali e multilaterali con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, inclusi il Mediterranean Dialogue e l’Istanbul Cooperation Initiative, potrebbero essere utilizzati anche per un contribuire ad una convergenza di politiche rispetto alle crisi in corso - a partire proprio da quella libica. Si tratta di un compito arduo, sul quale pesano negativamente anche le incertezze quanto alla posizione di Stati Uniti e Turchia. Ma è un compito che va tentato perché ne va della sicurezza e stabilità dell’Italia e dell’Ue, ed in ultima analisi della stessa Nato, che accuserebbero non poco di un eventuale altro mezzo milione di migranti in transito dallo Stato fallito libico alle coste italiane nel prossimo triennio. Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma. | ||||||||
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Finito il tempo di Kipling, più recentemente, i presidenti degli Stati Uniti, ultimo anche Donald Trump, hanno invocato un "burdensharing", la necessità di suddividere equamente fra tutti i membri dell'Alleanza Atlantica il fardello della difesa comune. Un diverso concetto di fardello, che condivide però con Kipling l’idea di una missione destinata a fare prevalere il bene sul male. Le percentuali del Pil Ciò che gli Usa lamentano è il fatto che la percentuale del prodotto interno lordo (Pil) che gli altri alleati destinano alle spese di difesa non sia mai stata neanche prossima al livello delle risorse che essi stanziano. Nel tempo sono esistite alcune eccezioni. In primo luogo quella della Francia e del Regno Unito, i cui bilanci per la difesa sono sempre stati più alti della media europea, sia per la volontà di finanziare una componente territoriale capace di sostenere ambizioni oltremare, sia per mantenere in essere una componente nucleare che, vista la sua esiguità numerica, è obbligata per ragioni di credibilità dissuasiva a sostenere un livello tecnologico molto avanzato e costoso. In secondo luogo, almeno sino a pochi anni or sono, facevano eccezione la Grecia e la Turchia, ma più per reciproca diffidenza di vicini storicamente ostili che per motivi Nato. Per tutti gli altri alleati valeva la regola molto pragmatica di fare il massimo reso possibile dalla situazione politica interna nonché dalle oscillazioni economiche di ciascun Paese. Nei periodi di più tesa contrapposizione fra i due blocchi, la media degli stanziamenti per la difesa si è quantificata così fra il 2 ed il 2,5 per cento del Pil. Il calcolo del “burdensharing”che ne derivava non soddisfaceva ovviamente gli Stati Uniti che non perdevano occasione per ritornare con insistenza sull'argomento tutte le volte in cui avevano la possibilità di farlo.I loro rimproveri erano però basati su parametri essenzialmente economici, che da un lato non erano che parzialmente attendibili, mentre dall'altro non tenevano conto di elementi degni di nota che avrebbero invece dovuto essere presi in considerazione. Il gioco del metti e leva La scarsa attendibilità dei dati dipendeva infatti dall'interesse che ciascun Paese aveva a gonfiare i propri stanziamenti ogni volta che essi venivano calcolati in ambito internazionale, salvo poi minimizzarli quando venivano presentati a parlamenti nazionali particolarmente inclini a considerare prioritarie altre spese rispetto a quelle destinate alla difesa. A ciò si aggiunge il fatto che ciascun Paese utilizza proprie regole di contabilità e ha in bilancio numerosi stanziamenti “dual use” che possono essere aggiunti o meno al bilancio della difesa a seconda delle circostanze. Nel caso italiano, ciò si è tradotto in alcuni anni in una differenza dello 0,6 per cento del Pil (cioè in sostanza di circa il 30 per cento del totale della spesa per la difesa) fra i dati che circolavano in sede Alleanza e quelli che venivano invece resi noti in ambito nazionale. Per non parlare poi di quanto destinato ai Carabinieri, di volta in volta considerato, a seconda delle opportunità, come spesa destinata principalmente a esigenze di polizia o viceversa a quelle di difesa. Gli Stati Uniti d’altro canto preferiscono ignorare quanto sia diversa la situazione di una grande potenza, con ambizioni di massimo livello, interessi globali e una presenza militare da mantenere credibile sin nel più remoto angolo del mondo, da quella di potenze medie o piccole interessate soltanto alla sicurezza di un'area ben determinata. È questo un errore che gli Usa stanno ripetendo anche oggi allorché, con un certo livello di schizofrenia, accrescono in termini macroscopici il loro bilancio della difesa al dichiarato scopo di " rendere di nuovo grande l'America" mentre nel contempo invitano gli alleati a un maggiore "burdensharing", dando per scontato che anche gli altri Paesi condividano senza riserve questo loro obiettivo. Un punto su cui si potrebbe discutere a lungo ma che purtroppo non viene mai sollevato né in ambito multilaterale né, tantomeno, in quelli bilaterali. Basi e costi e altri oneri Infine, nel parlare di fardelli, si dovrebbero mettere sul piatto della bilancia anche altri elementi, a volte difficilmente cifrabili, come a esempio il fatto che il territorio coinvolto in caso di scoppio delle ostilità con l'Urss era essenzialmente quello europeo. In tempi di Mad (Mutual Assured Destruction), ciò era bilanciato almeno in parte dalla garanzia nucleare americana. Non è più così adesso, nel momento in cui contrasti fra Nato e Russia, sul tipo di quello in corso nell'area ucraina, appaiono destinati a mantenere caratteristiche di un conflitto addirittura più ibrido che convenzionale. Ci sono poi Paesi europei che hanno sempre sopportato l'onere derivante dalla presenza sul loro territorio di forze americane schierate in basi Nato, di cui l'ospitante mantiene la sovranità, ma che le opinioni pubbliche nazionali tendono a considerare come basi statunitensi. Né questo deve sorprendere, visto che anche l'alleato transatlantico tende spesso a considerarle come tali, costringendo a volte il padrone di casa a reazioni decise o ad interdirne, almeno parzialmente, l'uso nonostante le pressioni statunitensi. In altri tempi il fenomeno dello stazionamento in Europa di forze statunitensi aveva dimensioni macroscopiche, soprattutto per la Germania. Ma dopo la fine della guerra fredda la presenza permanente americana si è ridotta in tutti i Paesi europei, salvo l'Italia. Si tratta del lato negativo di quella che per anni è stata evidenziata come la nostra "rendita di posizione strategica”, cioè il fatto che il nostro Paese, collocato al centro del Mediterraneo, permette agevolmentedi raggiungere parecchie potenziali aree di instabilità, come il Nord Africa, il Medio Oriente, i Balcani. Oggi la presenza americana in Italia ha più o meno le dimensioni di quella che gli Usa mantengono nella Corea del Sud, nonostante le ben diverse condizioni strategiche. Si tratta di un onere che non è mai stato efficacemente evidenziato né tantomeno è entrato in linea di conto ai fini di una corretta suddivisione del fardello. Parimenti dimenticate, anche grazie all'assurda regola della Nato secondo cui "costs lie where they fall" (in una traduzione libera: i costi sono sopportati da chi vi incorre), sono anche le spese in cui l'Italia è incorsa ospitando, nei due conflitti Nato più recenti, la guerra del Kosovo e quella di Libia, le forze aeronavali della Alleanza. Costi cui si sono poi aggiunti anche quelli della ripulitura dell'Adriatico dalle bombe scaricate nelle "jettison zones" dagli aerei che ritornavano carichi da missioni per qualche motivo non completate. Si è trattato in questo caso di una operazione cui la Nato ha infine contribuito, ma solo dopo ripetute sollecitazioni. Ma in fin dei conti… Ciò detto, non bisogna dimenticare che, anche se gli americani hanno torto nell'insistere su una formula di compartecipazione del tutto inadeguata, essi hanno tuttavia ragione quando sostengono che per lo più i loro alleati spendono troppo poco per la difesa e la sicurezza comune. Di fronte ad una insicurezza nazionale ed internazionale crescente e ad un aumentato costo degli strumenti di sicurezza e difesa, primo fra tutti il personale, gli europei hanno per lo più reagito diminuendo costantemente, per più di 25 anni, le risorse destinate al settore. Quos jupiter perdere vult, dementat prius. Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri. | ||||||||
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Ma chi si aspettava dall’Esecutivo europeo idee o proposte originali e innovative è probabilmente rimasto deluso dal documento presentato qualche giorno fa dal presidente Jean-Claude Juncker al Parlamento europeo. Lo stesso Juncker d’altronde ha chiarito nella sua introduzione che il Libro Bianco si propone esclusivamente l’obiettivo di aprire la prima fase di un dibattito, che dovrebbe iniziare il 25 marzo e arrivare alle prime conclusioni al Consiglio europeo di fine anno. Consapevole delle incertezze derivanti da un ciclo elettorale che coinvolgerà nel 2017 alcuni fra i maggiori Paesi membri, e consapevole che allo stato attuale permangono divergenze significative fra i Governi nazionali sulle misure da adottare per rilanciare il progetto comune europeo, il presidente della Commissione ha preferito mantenere un profilo basso e rimanere sostanzialmente all’ascolto. Obiettivo: stimolare la discussione Si è quindi limitato a proporre alcuni scenari alternativi sul futuro dell’Europa, senza fare scelte, con l’intenzione dichiarata di stimolare una discussione a vari livelli in vista di decisioni che dovranno essere assunte essenzialmente dai Governi nazionali. Il Libro Bianco si divide in due parti. Nella prima parte più analitica (sicuramente la più convincente anche se scarsamente originale) si individuano elementi di forza ed elementi di debolezza del progetto europeo. E si attira l’attenzione sulle sfide che l’Unione europea, Ue dovrà fronteggiare nel futuro prossimo: un peso specifico che si va riducendo rispetto al resto del mondo in termini di popolazione e reddito prodotto; un contesto internazionale instabile e l’emergere di potenze ostili alla stessa idea di un’Europa unita; i dubbi crescenti sui vantaggi del multilateralismo e della liberalizzazione del commercio internazionale. Ma anche gli effetti persistenti della crisi economica e finanziaria sui livelli d’indebitamento e sulla situazione dell’occupazione in un contesto di ripresa modesta e per di più distribuita in maniera disomogenea fra i Paesi membri; un utilizzo crescente delle nuove tecnologie dell’informazione e della digitalizzazione destinate a incidere profondamente sui sistemi di produzione e sui livelli di occupazione; la pressione di flussi migratori ormai diventati un fenomeno strutturale; la minaccia del terrorismo internazionale; e infine la questione del sostegno popolare, della legittimazione democratica e del divario da colmare tra aspettative e capacità di produrre risultati. Una analisi che porta a concludere che sarebbe illusorio pensare che i singoli Stati membri possano ragionevolmente fare fronte a sfide di questa portata. E che solo un’Europa unita, solidale, efficace e sostenuta dai suoi cittadini potrà competere ad armi pari sulla scena globale. Cinque scenari fra cui scegliere Ma a fronte di questa analisi realistica, e a tratti impietosa, della situazione in cui si trova il progetto europeo, delle sue debolezze, e della complessità delle sfide che attendono l’Europa, il Libro Bianco si limita ad individuare cinque scenari sostanzialmente alternativi, ma anche combinabili fra loro, cinque possibili percorsi da seguire per uscire dalla poli-crisi attuale, lasciando ai Governi nazionali la responsabilità di scegliere. Il primo scenario equivale di fatto alla prosecuzione dello ‘status quo’. L’Unione prosegue con la sua velocità di crociera attuale, a piccoli passi, continuando con l’attuazione della agenda già approvata, in un contesto nel quale la velocità dei processi decisionali dipende in larga misura dalla capacità di superare le differenze di posizione fra i Governi nazionali. Il secondo scenario, decisamente regressivo rispetto alla situazione attuale, è quello in cui si decide di concentrarsi esclusivamente sul completamento del mercato interno; in cui si riduce in misura sostanziale la regolamentazione a livello europeo; in cui eventuali nuove forme di collaborazione vengono realizzate con accordi bilaterali fra Paesi membri. Il terzo scenario è quello delle integrazioni differenziate, nel quale coalizioni di Paesi, “willing and able” decidono di procedere con formule più avanzate di cooperazione su specifiche politiche, salvaguardando peraltro la possibilità per gli altri di unirsi al progetto in una fase successiva. Fra i settori per i quali sperimentare questa integrazione differenziata, il Libro Bianco individua la difesa, la sicurezza interna, la tassazione e alcuni aspetti di legislazione nel campo sociale. Il quarto scenario è quello che prevede di fare di più e meglio a 27, ma in un numero ridotto di settori (commercio internazionale, ricerca e innovazione, politiche migratorie, controllo delle frontiere esterne, difesa), restituendo contestualmente agli Stati membri altre aree di competenza, rinazionalizzando cioè varie politiche comuni, sulla base di una interpretazione rigorosa del criterio della sussidiarietà. Ed infine secondo il quinto scenario i 27 decidono di procedere insieme su tutti i fronti, condividendo sovranità, risorse e processi decisionali in un disegno complessivo di rilancio del progetto comune. Uno scenario ideale per il quale l’unico limite sarebbe quello della legittimità democratica e del sostegno popolare (per non parlare della questione decisiva, ma irrisolta, della determinazione politica dei protagonisti del relativo processo decisionale). Contributi settoriali in fieri Infine il documento della Commissione anticipa la presentazione nei prossimi mesi di contributi settoriali più articolati sulla dimensione sociale, sul completamento della governance dell’Unione economica e monetaria, sulla gestione della globalizzazione, sul futuro della difesa europea e sul futuro del bilancio dell’Unione. È vero che la Commissione alla vigilia della presentazione del Libro Bianco si era premurata di circoscrivere le aspettative anticipando la natura interlocutoria del documento. Ma resta il fatto che il testo proposto appare complessivamente deludente e poco coraggioso. Chi si aspettava legittimamente un contributo (magari originale e innovativo) di idee e di proposte da parte della Commissione, alla vigilia dell’importante appuntamento del 25 marzo, ha dovuto constatare che l’Esecutivo dell’Unione, nelle problematiche circostanze attuali, si limita a sottoporre agli Stati membri degli scenari alternativi, per di più definiti in termini assai generici e talora contradditori. Con l’effetto di confermare l’opinione prevalente sulla scarsa capacità di leadership di Juncker e della sua squadra, e sulla tendenza della Commissione a configurarsi più come una sorta di segretariato del Consiglio europeo, che come istituzione cui spetta la responsabilità dell’iniziativa politica. C’è da sperare che almeno i contributi annunciati per i prossimi mesi sulle varie politiche settoriali contraddicano questa impressione e contengano proposte operative su cui lavorare concretamente. Ora più che mai la responsabilità sembra essere nelle mani dei Governi nazionali, o più realisticamente di quelli che hanno o avranno maggiore capacità di leadership. E questa constatazione non è certamente incoraggiante per chi si era illuso che l’istituzione comune, e sovranazionale per eccellenza, avesse ancora una responsabilità primaria nel guidare il progetto europeo. Ma è anche una constatazione preoccupante se si guarda alle difficoltà per i Governi nazionali (divisi fra loro e in difficoltà di fronte ad opinioni pubbliche nazionali sempre meno convinte della validità del progetto europeo) di individuare quel (minimo) comune denominatore in grado di far recuperare alla costruzione europea il necessario sostegno popolare e la capacità di avanzare nonostante le difficoltà. Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI. |
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E d’altronde certe dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, corrette solo in parte dal suo vice Mike Pence, lasciano intendere che Washington sarà meno propensa a prendersi cura delle esigenze europee e chiederà un diverso burden sharing in seno alla Nato. All’origine fu Jean Monnet Jean Monnet fu tra i primi a delineare concretamente il processo di costruzione della difesa europea. Dopo la guerra - pensava -, l’Europa dovrà riordinarsi attorno a forme di cooperazione multilaterale e cedere una fetta di sovranità in materia di difesa per trovare uno spazio nello scenario dominato dalle grandi potenze Usa e Urss. L’esigenza si accentua quando gli Stati Uniti cominciano a spingere per il riarmo della Germania Ovest al fine di contenere l’espansionismo sovietico in Europa. Il riarmo tedesco sarebbe possibile ponendo la nuova Wermacht sotto la direzione strategica europea. La Francia non è pronta ad accettarlo. Monnet propugna allora “un’azione dinamica che trasformi la situazione tedesca e orienti lo spirito dei tedeschi, a non cercare un regolamento storico sui dati attuali”. Di qui il Trattato Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951) ed il conseguente progetto Ced (Comunità europea di difesa). La Ced cade, il tema s’inabissa La Ced cade all’Assemblea francese sulle convergenti riserve della destra gollista e della sinistra socialista e comunista. Nel 1954 il tema della difesa europea s’inabissa per lasciare spazio ad altre forme di cooperazione. L’Europa, conquistata alla logica dei blocchi contrapposti, si adagia nel quadro Nato ed affida le chiavi della difesa agli Stati Uniti. L’Ueo (Unione europea occidentale, 1954) allarga la vecchia Unione dell’Europa occidentale a Germania e Italia, le potenze sconfitte. Il quadro Ueo è intergovernativo, non consente evoluzioni significative se non quella d’inserire la Germania Ovest in un meccanismo di sicurezza per ritrovare “the full authority of a sovereign State”. Il deterrente nucleare resta nelle mani degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito si dotano di un arsenale decisamente più modesto. Nei primi Anni Novanta il collasso dell’Unione Sovietica e l’ascesa al potere del tedesco Helmut Kohl e del francese Francois Mitterrand, nonché l’unificazione della Germania, valorizzano l’Unione politica europea. L’ultima campagna condotta dagli Stati Uniti, esistendo ancora l’Unione Sovietica, è la prima Guerra del Golfo contro l’Iraq. Poi lo scenario muta, la fine della guerra fredda pone nuove sfide all’Europa. La Comunità si trasforma in Unione con il Trattato di Maastricht (1993), che disciplina il complesso della proiezione internazionale attorno ai pilastri della politica estera e di sicurezza (Pesc) e della politica di difesa (Pesd). Ambedue i capitoli preferiscono l’approccio intergovernativo al classico metodo comunitario. La Pesc si avvia subito, la Pesd è rinviata ad un futuro remoto: si realizzerà, se e quando, a termine. Il lascito di Maastricht Un progetto significativo è la creazione dell’Agenzia europea della Difesa (Eda), grazie alla quale dovrebbero incontrarsi industria e apparato militare. Resta il nodo politico di fondo: il rapporto con la Nato e con gli Usa. In seno all’Unione si fronteggiano gli atlantisti e gli europeisti. Il metodo intergovernativo che regola la materia consente ai primi di bloccare il dibattito nei confronti di tutti. Il lascito di Maastricht è comunque determinante. La cooperazione in materia di politica estera è codificata nel Trattato. La difesa rimane sostanzialmente riferita all’Ueo, in seno alla quale viene congegnato il modello di peacekeeping europeo con le missioni cosiddette di Petersberg. E così, nel 1999, i capi di Stato e di governo presenti al vertice di Washington accettano la possibilità per l’Ue “to take decisions and approve military action where the Alliance as a whole is not engaged”. La formula è ambigua e riceve conferma dalla prassi dei successivi accordi Berlin plus, riconducibili a una particolare categoria di accordi internazionali attraverso i quali certe missioni sotto l’egida Nato possono essere assunte dall’Ue (ad esempio, missione Concordia in Fyrom). Il rilancio dell’Ue parte dalla Difesa Il Trattato di Lisbona (2009) interviene sulla materia con un approccio organico, sancisce la scomparsa dell’Ueo a favore di modelli di peacekeepinge peacebulding propri dell’Unione. Le norme in materia di sicurezza e difesa comune (Psdc) sono inserite nel capitolo sulla politica estera e riconducibili all’onnicomprensivo concetto dell’azione esterna dell’Unione. Tale azione si sviluppa secondo un modello di “competenze attribuite” e mediante il concreto esercizio di attività da parte dell’Unione al posto degli Stati membri. La Psdc potrà condurre ad una vera e propria difesa comune solo quando “il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità, avrà così deciso” (art. 42 Tue). Le cooperazioni strutturate permanenti dovrebbero divenire le piste principali verso la difesa integrata. La sfida riguarda l’emancipazione dal modello configurato attraverso la Nato, ma senza che ciò comporti il definitivo declino dell’Alleanza. Il dibattito oggi a Bruxelles riguarda i profili giuridici e politici della difesa. Sul piano giuridico, sono da chiarire la soggettività dell’Unione in tale ambito e il quadro delle regole derivanti dal diritto internazionale. Sul piano politico, lo svantaggio di rinunciare a quote di sovranità va soppesato con il vantaggio d’imputare la difesa all’Unione in quanto tale. La difesa incrocia sia, ovviamente, la proiezione esterna dell’Unione sia la politica domestica. Fronteggiare certe minacce alla sicurezza richiede adeguate capacità di analisi, prevenzione, reazione. Lo strumento militare integrato risponde alla domanda di sicurezza delle popolazioni europee e alla lettera del Trattato. Sicurezza e difesa sono elementi complementari. Con questa didattica istituzionale l’Europa può continuarea scrivere il libro della storia, altrimenti si consegna all’archivio delle buone intenzioni. Cosimo Risi insegna Relazioni internazionali; Alfredo Rizzo è visiting lecturer di Diritto dell’Unione europea. |
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Infatti, come evidenziato in un recente studio IAI per il Parlamento italiano, in questo settore sono abbastanza diversi gli approcci nazionali dei tre Stati membri più importanti di un’Ue alle prese con l’uscita della Gran Bretagna. Parigi, à la guerre comme à la guerre La Francia apprezza della difesa europea soprattutto l’aspetto operativo militare, cioè la conseguente maggiore capacità e disponibilità degli alleati europei nel partecipare a operazioni di gestione delle crisi, antiterrorismo o stabilizzazione, nel Sahel e nei teatri africani/mediorientali più importanti per Parigi. La Francia ha significativamente aumentato il proprio impegno militare in patria e all’estero in risposta agli attentati subiti, rafforzando una presenza operativa già robusta. Nel fare ciò, ha chiesto agli altri Paesi europei di seguirla, spesso dopo avere definito su base nazionale la strategia della missione. L’appoggio ricevuto è variato a seconda del partner, ad esempio con un forte contributo tedesco in Mali e altrove, e una certa freddezza italiana causata principalmente dall’azione francese in Libia dal 2011 in poi. Se la difesa europea oggi è vista da Parigi come un modo per mobilitare i partner quanto a sviluppo ed impiego di capacità militari, tale esigenza operativa si combina con un duplice obiettivo costante dell’approccio francese: tutelare i propri interessi nazionali e rivestire un ruolo di guida a livello europeo ed internazionale. A tal fine, per Parigi è tuttora necessario mantenere l’autonomia strategica, ovvero quel combinato di capacità militari-industriali e di struttura politica che permette un’indipendenza decisionale sul piano internazionale - combinato peraltro riflesso nel sistema presidenziale francese. Per la Francia, oggi la dimensione europea continua ad essere il completamento delle capacità di sicurezza e difesa nazionali, assicurando una maggiore autonomia strategica alla stessa Ue rispetto ad esempio agli Stati Uniti: l’Europa della difesa è vista quindi come una collaborazione intergovernativa tra un nucleo di Stati sovrani, in cui sia le capacità militari sia le volontà politico-strategiche siano forti e allineate. Berlino: regole, efficienza, inclusività Varcando oggi il Reno, l’approccio alla difesa europea cambia. Il Libro Bianco del 2016 ha di certo segnato una maggiore e più esplicita assunzione di responsabilità da parte di Berlino nel settore della difesa, già dimostrata sul campo come partner affidabile delle missioni internazionali (650 truppe solo in Mali, e poi Sudan, Corno d’Africa, Libano, Afghanistan) e rispondente a una forte industria nazionale di aerospazio, sicurezza e difesa. Restano forti i limiti legali, istituzionali, politici e culturali all’impiego delle forze armate all’estero ed in patria, limiti che pongono la Germania quasi all’opposto della Francia: ma proprio per questo vincolo di fondo i passi in avanti di Berlino sono stati apprezzati da Parigi, rafforzando un legame bilaterale che poggia sulle costanti consultazioni e sugli scambi di personale militare, diplomatico e civile, a vari livelli, previsto dal Trattato dell’Eliseo del 1963. Nel guardare alla difesa europea, forte dei suoi 37 miliardi di euro investiti nel 2017 nella difesa (a fronte dei 32,7 francesi), Berlino apprezza l’integrazione Ue, e non solo la cooperazione intergovernativa, in linea con un approccio attento agli aspetti istituzionali e legali. La Germania insiste inoltre su misure per razionalizzare e rendere più efficienti le capacità militari esistenti, ad esempio con un comando medico europeo, nella consueta logica economica di costo-efficacia. A livello politico, il nuovo impegno tedesco verso forme di integrazione differenziata quali la Permanent Structured Cooperation (Pesco), più vicine all’idea francese di un nocciolo duro, viene tuttora combinato con la volontà di tenere la Pesco il più possibile aperta ed inclusiva verso altri Stati membri. Roma: l’occasione da non perdere Roma si colloca in una posizione mediana tra Parigi e Berlino rispetto all’Europa della difesa. Da un lato, le forze armate italiane hanno svolto missioni ben più combat di quelle tedesche negli ultimi 30 anni e potrebbero ben lavorare a fianco di quelle francesi se Francia e Italia si parlassero seriamente a livello strategico sul “che fare” con le crisi a Sud del Mediterraneo, a partire dalla Libia. Dall’altro, Roma condivide con Berlino l’apprezzamento per una forte componente istituzionale della difesa europea, non solo per motivi ideali a favore dell’integrazione Ue, ma perché ciò fornisce quel framework multilaterale che assicura ad una media potenza come l’Italia (che spende nella difesa metà della Germania) di non essere tagliata fuori da un direttorio a due franco-tedesco. L’attuale dibattito sulla difesa europea, e in particolare il lancio della Pesco, rappresenta dunque un’occasione da non perdere per l’Italia, che ha buone carte politiche, diplomatiche, militari e industriali da giocare di sponda con Francia e Germania, nonché in liason con istituzioni Ue che nel 2016 sono state molto attive sulla difesa e vedono al loro interno una forte presenza italiana. Il problema è che queste carte dovrebbero essere giocate da un giocatore unico, evitando che presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e ministero degli Esteri agiscano in modo scoordinato considerando la difesa europea come solo una questione diplomatica, solo una questione militare, o solo una questione politica. La sfida per l’Italia nel tutelare i propri interessi nazionali è in primo luogo, come spesso accade, interna al proprio sistema politico-istituzionale. È la sfida di portare avanti con costanza una proposta condivisa, approfondita e realistica, che comprenda sia la visione politica, sia le technicalities militari e industriali, sia la rete di rapporti diplomatici. Chi bello vuole apparire, un po’ deve soffrire. Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma. |
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L’Unione ha un potenziale civile da primato mondiale, in particolare nel suo vicinato e in Africa, grazie alle possibilità offerte dalla presenza sul terreno delle sue Delegazioni, dal dispiegamento di missioni civili in ambito Psdc e dai programmi di sviluppo e cooperazione dalla Commissione europea, senza dimenticare i possibili interventi in campo umanitario e di protezione civile in caso di disastri naturali e non. L’Ue ha già sviluppato strumenti e infrastrutture per la promozione della pace, ma, come emerso da una recente ricerca condotta dallo IAI nel contesto del progetto EU-CIVCAP, per raggiungere i propri obiettivi in questo campo l’Ue deve migliorare in procedure, personale e tecnologie. Le sfide della formazione e del reclutamento La disponibilità di personale adeguatamente formato è cruciale per rendere pienamente effettive le capacità civili dell’Ue, per esempio in compiti specifici come il confidence buiding o la riforma del settore di sicurezza. Per questo, negli ultimi anni l’Unione ha incrementato il numero di corsi online e in aula per il proprio personale a Bruxelles e nelle Delegazioni con compiti collegati alla prevenzione dei conflitti ed al peace building. Per esempio, in collaborazione con alcune Ong e centri di formazione del settore, l’Ue sta organizzando corsi e training su analisi dei conflitti e conflict sensitivity. Un discorso diverso vale per le missioni civili in ambito Pesc/Psdc. Il sistema di formazione ha fatto passi avanti in termini di coordinamento e qualità dei corsi, grazie soprattutto al lavoro della rete ENTRi, ma alcune lacune appaiono ancora da colmare, come i corsi pre-missione, con più attenzione ai contesti locali o un’attenzione più spiccata all’ownership locale. In aggiunta, la standardizzazione delle procedure di formazione e reclutamento tra gli Stati membri è ben lontana dall’essere realizzata e dallo studio dello IAI emerge che Paesi come Svezia e Germania hanno un’organizzazione decisamente più strutturata e standardizzate di Francia e Italia. Il sistema unificato di formazione e reclutamento Goalkeeper, lanciato nel lontano 2007, ha visto un parziale rilancio lo scorso anno e potrebbe essere lo strumento privilegiato per avvicinarsi a questo ambizioso obiettivo, per quanto non l’unico. Sempre che le recenti reticenze della Germania non nascondano un suo passo indietro, nel qual caso tutto diventerebbe più difficile. Tecnologia ancora da sfruttare a pieno Connettività e strumenti ICT possono essere strumenti formidabili al servizio della pace, come già scritto in un precedente articolo. In particolare la ricerca IAI si è soffermata sulle possibilità che questi offrono nel contesto dei sistemi di “early warning”, meccanismi che hanno lo scopo di prevenire conflitti sulla base dell’analisi di diversi indicatori. Grazie ad una serie di interviste con alcuni attori nazionali, lo studio IAI ha scoperto che, fortunatamente, i principali Paesi dell’Ue in campo civile (Francia, Germania, Italia e Svezia) possiedono importanti risorse tecnologiche. Tuttavia, il problema è che i vari addetti nazionali non sembravano essere a conoscenza di come queste risorse possano essere utili all’Ue nelle sue attività di promozione della pace. Quindi, di conseguenza, non si capisce fino a che punto questi strumenti tecnologici nazionali vengano poi sfruttati a Bruxelles e per lo specifico scopo della prevenzione dei conflitti e del consolidamento della pace. Ci siamo dati tre spiegazioni: 1) a livello nazionale si contribuisce prevalentemente alle missioni civili di Psdc, mentre non è chiaro fino a che punto gli Stati membri contribuiscano al sistema di early warning europeo; 2) è possibile che gli Stati membri utilizzino i suddetti strumenti nella raccolta dati per raggiungere i proprio obbiettivi di sicurezza nazionale e non siano disposti a condividerli; 3) prevenzione dei conflitti e consolidamento della pace non sono priorità assolute rispetto a difesa e sicurezza nazionale. Un gran peccato, visto che sono numerosi i documenti ufficiali in cui si considera il rafforzamento del sistema di early warninge una maggiore condivisione dei dati a livello europeo come obiettivi prioritari. Le sfide future Training e reclutamento possono essere migliorati attraverso un crescente coordinamento e un’adeguata standardizzazione tra gli Stati dell’Unione. Il sistema di formazione ha bisogno di un coordinamento unico, procedure comuni per tutti gli Stati, maggiori sinergie tra le componenti civili, militari e di polizia, un aumento delle risorse finanziarie e maggiore attenzione alla specifica formazione per ciascun contesto di dispiegamento. Il sistema di reclutamento, da parte sua, deve andare verso una maggiore uniformità. Il sistema Goalkeeper può rappresentare uno strumento valido per questo, ma, a dieci anni dal suo lancio, deve diventare pienamente operativo entro l’anno, altrimenti è meglio lasciare spazio ad altre soluzioni che ricevano adeguato sostegno politico. L’Ue dovrebbe poi aumentare la propria consapevolezza sui benefici che determinate tecnologie potrebbero avere nella promozione della pace. Tenuto conto della fattibilità tecnica e delle inevitabili limitazioni economiche, l’Ue potrebbe aspirare alla creazione di un sistema comprensivo di early warning/situational awareness che integri dati da vari sistemi ICT e diverse fonti. Anche alla luce dell’Approccio Comprensivo, la volontà dell’Ue di sapere gestire un conflitto o potenziale tale in tutti le sue varie fasi, tale sistema porterebbe a dei vantaggi innegabili. Infine, si dovrebbe dare un’accelerata ad una maggiore integrazione delle strutture per la raccolta dati all’interno dell’Ue e fare in modo che la timidezza degli Stati membri nella condivisione di informazioni si trasformi in audacia al servizio della promozione della pace. Tommaso De Zan è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21); Bernardo Venturi è ricercatore dello IAI (Twitter: @bervent). | ||||||||
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L’avvicinamento del centenario coincide con l’emersione di segnali positivi per un’economia che negli ultimi anni ha subito i colpi della recessione internazionale. Secondo una recente analisi previsionale del Ministero delle Finanze, il Pil nazionale fa registrare una crescita dell’1,6% nel 2016 e una previsione di più 0,9% nel 2017 e di più 1% nel 2018. Nell’anno appena trascorso, la crescita è stata agevolata dalla domanda interna, in particolare grazie all’incremento dei consumi privati; gli investimenti nel settore delle costruzioni sono aumentati rapidamente, mentre la situazione del mercato del lavoro è migliorata, portando a una riduzione del tasso di disoccupazione all’8,6%. Nel 2017, l’aumento dei consumi privati dovrebbe subire una battuta d’arresto, in risposta all’accelerazione dell’inflazione ed al conseguente rallentamento della crescita del reddito reale. La crescita degli investimenti privati diminuirà temporaneamente nell’anno corrente, con l'inversione di tendenza nella crescita degli investimenti in costruzioni. Nei prossimi mesi, il volume dei consumi pubblici scenderà dello 0,5% e la spesa per gli stessi calerà a causa di tagli su bonus vacanza, riduzioni dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro e prolungamenti degli orari di lavoro annuali concordati dalle parti sociali nel patto di competitività. La crescita delle esportazioni accelererà nel 2017 e nel 2018, guidata da consegne di mezzi di trasporto già programmate. Ma il patto di competitività prevede anche modifiche ai contributi previdenziali e tagli fiscali che comporteranno un deterioramento a breve termine delle finanze pubbliche. Il governo centrale e quelli locali sono saldamente in deficit, il settore delle pensioni legate al reddito è in surplus ed altri fondi di previdenza sociale marginalmente in deficit. Il debito pubblico in rapporto al Pil continuerà inevitabilmente a crescere nel prossimo futuro. Se, da una parte, l’intesa fra le parti sociali rafforza la fiducia nella politica economica interna; dall’altra, ci vorrà tuttavia del tempo perché i benefici derivanti dal patto si trasformino in vero e proprio sviluppo economico. Crescita e cauto ottimismo Le prospettive dell’export restano significative, nonostante il rallentamento della crescita: anche se non ci sarà una forte domanda per le esportazioni finlandesi, la situazione appare migliorata rispetto agli ultimi anni. Il patto stimolerà la competitività dei prezzi misurati in termini di costi unitari del lavoro, il che faciliterà la crescita delle esportazioni. Tuttavia, ci sarà un ritardo prima di vedere gli effetti positivi dell’intesa sui risultati economici; e il patto potrebbe finire per indebolire sia i consumi privati sia quelli pubblici nel 2017. La crescita in molte delle economie emergenti è rallentata in modo significativo. Nei Paesi industriali, il recupero è ancora modesto, perché i livelli di investimento sono bassi, gli utili aumentano ma lentamente e, di conseguenza, la domanda dei consumatori è debole. I consumi privati cresceranno ad un tasso più lento in quanto ci sarà solo un moderato aumento del livello dei redditi e l'inflazione intensificherà la propria pressione. L'andamento dei consumi privati potrebbe rivelarsi più favorevole di quanto previsto se l’indebitamento delle famiglie continuasse a crescere al ritmo degli ultimi anni. Ma vi sono rischi negativi associati a i consumi privati che possono materializzarsi se la tendenza occupazionale risultasse più debole del previsto. Gli effetti frenanti sui consumi sarebbero evidenti attraverso la formazione del reddito e delle aspettative dei consumatori, che potrebbero sviluppare cautela. Debito e disoccupazione Lo scorso anno, la ripresa dell'economia finlandese ha sostenuto la finanza pubblica. Tuttavia, la lenta crescita economica dei prossimi anni non sarà sufficiente a correggere lo squilibrio tra entrate e spese, il che significa che le finanze pubbliche rimarranno in modo significativo in deficit. Le misure di adeguamento, nell'ambito del programma di governo, rafforzeranno le finanze pubbliche durante il periodo di previsione; tuttavia, la crescita della spesa connessa continuerà ad essere rapida, ostacolando gli sforzi per raggiungere un equilibrio delle casse pubbliche, mentre i prossimi anni potranno far registrare al Helsinki un ulteriore aumento del rapporto debito pubblico-Pil. Con la disoccupazione all’8,6% (e previsioni di lievi contrazioni), l’occupazione è in aumento, in particolare nel settore edile, e continuerà a migliorare; ma un suo ulteriore rapido miglioramento è impedito da problemi strutturali: i disoccupati in cerca di lavoro potrebbero non avere le competenze professionali necessarie per le offerte disponibili sul mercato, oppure i posti di lavoro potrebbero essere disponibili in luoghi diversi da quelli di residenza dei non occupati. Reddito di base a sostegno della ripresa È in questo quadro economico che il governo di centrodestra ha avviato un periodo sperimentale di due anni per la concessione di un reddito di base che era fra i punti del programma del premier Juha Sipilä. L’esperimento è operativo dal 1° gennaio scorso. A questa prima fase partecipano 2000 persone di età compresa tra 25 e 58 anni: un campione di disoccupati scelti a caso fra quelli che già ricevono sussidi pagati dal Kela, l’istituto nazionale per le assicurazioni sociali (omologo dell’Inps italiano). L’esperimento prevede l’erogazione di 560 euro al mese, esentasse e ininfluenti sul reddito complessivo eventuale. L’obiettivo dichiarato è l’esplorazione degli effetti generali dell’istituzione di un reddito minimo garantito, e in particolare, delle conseguenze sullo status occupazionale dei partecipanti. Secondo il Kela, il reddito di base incoraggia i beneficiari a cercare un’occupazione e riduce la burocrazia. Una particolarità di questo test è il fatto che l'importo del reddito di base rimarrà lo stesso per tutto il biennio: esso non viene ridotto da qualsiasi altro reddito da lavoro che i beneficiari possano avere; mentre i partecipanti che trovano lavoro durante l'esperimento continueranno a ricevere il reddito di base. I guadagni saltuari, inoltre, non riducono l’importo del bonus, a sottolinearne la validità slegata dal lavoro, dipendente o autonomo: è questa l'idea chiave a sostegno del reddito minimo garantito finlandese, e la sua caratteristica innovativa rispetto alle tradizionali misure di sostegno ai disoccupati. Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia. |
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Un Vladimir Putin che vuol “riportare la Russia alla passata grandezza”, dopo una breve fase di apertura all’Occidente (dall’Occidente forse non verificata adeguatamente), considera adesso avversaria un’Unione Europea, Ue, che gli applica sanzioni economiche comuni a seguito della sua presa della Crimea e che costituisce un modello permanente di convivenza liberaldemocratica per i paesi interposti, come l’Ucraina, o per quel che rimane della stessa opposizione interna russa. Recep Tayyip Erdogan, detto “il sultano” per il suo ispirarsi alla potenza ottomana del passato, pur non avendo formalmente abbandonato l’ipotesi di adesione all’Ue, sposta ormai apertamente il suo paese nella direzione opposta dell’incompatibilità con essa, mentre si unisce allo “zar” moscovita in un imprevisto matrimonio di interessi a prezzo di qualche voltafaccia. Nominalmente nemico di tutti, l’Isis-Daesh, che vorrebbe far rinascere il Califfato, vede nelle azioni terroristiche in Europa una rivincita di immagine a fronte delle ritirate territoriali in Iraq e in Siria. Ne risultano così ostacolate a casa nostra sia l’integrazione delle minoranze musulmane nelle società riceventi sia l’integrazione fra stati in termini di libertà di movimento in seno all’Unione (non a caso argomento dominante nella propaganda per la Brexit). Più lontani un Xi Jinping, autoeletto padre del “grande ringiovanimento del popolo cinese”, o un Nerendra Modi, leader del movimento hindu ispirato a grandezze passate, che non ha valutato negativamente il voto con cui la maggioranza dei cittadini dell’ex-potenza colonizzatrice britannica ha scelto di staccarsi dal vecchio continente. Ma la differenza la fanno gli Usa Quanto sopra non è però tutto così nuovo: basti ricordare la dura avversione di Mosca nei confronti delle nascenti comunità europee ai tempi dell’impero sovietico. La vera novità è oggi il mutamento degli atteggiamenti americani verso l’Europa, mutamento al quale l’accesso di Trump alla Casa Bianca con lo slogan “make America greatagain” sembra destinato a dare il carattere di una svolta tanto storicamente drammatica quanto politicamente incerta. In verità, già subito dopo l’esito imprevisto del voto dell’8 novembre un piccolo ma significativo segnale lo aveva dato l’incontro del President-elect con il non meno inatteso vincitore del Brexit, Nigel Farage. Difficile non vedere dietro il gesto la mano del generale Michael Flynn, prontamente nominato da The Donald suo Consigliere per la sicurezza nazionale (per intenderci, quel che Henry Kissinger fu per Nixon e Zbignew Brzezinski per Carter). In dicembre Heinz Christian Strache, leader del potente partito austriaco di estrema destra antieuropea (che ha mancato di poco la conquista della presidenza della repubblica), dopo aver firmato un accordo di cooperazione con il quasi partito unico di Putin, ha lasciato trapelare di aver incontrato Flynn alla Trump Tower, dove non molto tempo dopo sarà vista entrare la leader del Front National francese. Alla vigilia di Natale poi, il rappresentante di Washington presso l’Ue, Anthony Gardner, figlio di un noto ambasciatore a Roma e convinto sostenitore di un’Europa unita partner degli Stati Uniti, ha ricevuto una lettera in cui lo si informava che dal 20 gennaio 2017, data del passaggio di poteri presidenziali, lui avrebbe cessato dalle sue funzioni. E ciò contro la prassi che ad ogni cambio di amministrazione vede gli ambasciatori uscenti invitati a rimanere in carica fino alla venuta del successore, cioè dopo la designazione, il gradimento della sede ospitante e l’approvazione del Congresso – un processo che può richiedere mesi. Di nuovo non sono necessarie facoltà divinatorie per immaginare l’origine del messaggio all’amb. Gardner, origine diplomaticamente definita come “inner circle” del presidente eletto. Del quale circolo intimo fa parte anche un personaggio come Stephen Bannon, che da capo di Breitbart News, noto sito populista di estrema destra, è stato promosso a “capo stratega” della Casa Bianca. Il rappresentante di Breitbart a Roma (un ex-prete, amico dei nemici di Papa Francesco, in passato distintosi come difensore del prelato-guida dei Legionari di Cristo dall’accusa di pedofilia, poi dimostratasi drammaticamente fondata) ha raccontato al New York Times che Bannon va oltre le sue stesse preferenze nella velenosa avversione contro l’unificazione dell’Europa secolarista e calabrache dinnanzi ai “fascisti islamici” (1). Prepararsi ad un futuro difficile È bene avere presenti questi retroscena quando ci si interroga sulle recenti pubbliche prese di posizione del nuovo Presidente circa il divorzio britannico dall’Ue - un buon esempio che sarà seguito da altri - o circa il dubbio valore residuo dell’Alleanza atlantica nel contesto attuale. Si dirà che le audizioni ai posti chiave della nuova amministrazione, attualmente in corso presso il Senato di Washington, denotano molte discordanze dalle prese di posizione di Trump e dei suoi. E ciò è senz’altro vero, tanto che in molti si interrogano su quale sarà la politica estera risultante da questi vettori così poco concordanti. Ma le contraddizioni riguardano principalmente i rapporti con la Russia di Putin, “opportunità” per gli uni e “minaccia” per gli altri, o il futuro della Nato, “superata” per gli uni e “vitale” per gli altri, più che l’integrazione europea. Potrebbe essere indicativo in proposito un documento sulla politica da seguire in materia di sicurezza europea, appena pubblicato dalla storica fondazione dei conservatori americani, la Heritage Foundation. In esso, se da una parte si insiste sui rischi che ancora presenta l’orso russo per gli Stati Uniti e sulla connessa necessità di un’alleanza con l’Europa, dall’altra si plaude all’uscita della Gran Bretagna dalle istituzioni europee e si sollecita “un ripensamento dello sconsiderato sostegno all’Ue sovranazionale” finora praticato(2). Ora, la carovana dell’Ue accerchiata da molteplici tribù ostili non mette i carri in circolo come si faceva nei film western. Al contrario, alcuni di quelli che hanno le redini in mano o di quelli che siedono sulle panche sotto i teloni bianchi mandano segnali si simpatia agli assalitori. Così l’ungherese Viktor Orbàn punta ad essere il primo leader europeo ricevuto dal neo presidente e Marine Le Pen contempla un “nuovo mondo” guidato dal trio formato da Trump, Putin e sé stessa. E se il leader polacco Jaroslaw Kaczyński vede con preoccupazione le simpatie per Mosca crescere a Washington, è pur vero che le sue preferenze quanto a stile di governo lo avvicinano a chi guida le due grandi potenze da cui dipende la sicurezza del suo paese. Simpatie che da noi sono apertamente condivise da un Salvini e più ambiguamente da esponenti della destra o di quel movimento composito (per usare un eufemismo) che è Cinque Stelle. Tutto ciò aiuta a capire come la battaglia politica attualmente in corso in Europa fra (veri) democratici e populisti coincida di fatto con quella fra chi vuole salvaguardare e sviluppare ciò che si è realizzato in fatto di integrazione europea e chi vuole il ritorno alle sovranità nazionali, identitarie, protezionistiche e nostalgiche di grandezze passate talvolta poco chiare. (1) “Brietbart’s Man in Rome”, The New York Times, Jan 10, 2017. (2) “Recommitting the Unites States to European Security and Prosperity”, The Heritage Foundation, Issue Brief #4646, Jan 12, 2017. Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI. |
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Nell’ultimo decennio però tanto il comparto minerario quanto quello della trasformazione elettrica hanno patito crescenti difficoltà che, con l’introduzione della nuova normativa Epa (Enviromental Protection Agency) in materia di emissioni, si sono trasformate in una crisi generalizzata. Crollo della domanda di carbone Nel corso di un decennio (2006-2015) la potenza installata a carbone negli Usa è diminuita di circa il 10% mentre la produzione di energia elettrica da carbone ha subito un tracollo di oltre il 30%. Il mercato spot, per la sua stessa natura piuttosto limitata (il carbone è la materia prima di autoproduzione per eccellenza) non è stato in grado di assorbire il surplus dell’industria mineraria statunitense, causando violenti contraccolpi nel segmento estrattivo. Nonostante il drastico ridimensionamento industriale, le ricadute occupazionali sono state piuttosto limitate. Nei passati decenni il settore ha infatti sperimentato una forte spinta all’automazione dei processi industriali che si è tradotta, tanto nel segmento minerario che, in misura minore, in quello della trasformazione elettrica, in una marcata diminuzione della labor intensity. Di conseguenza, nonostante l’impatto relativo sia stato consistente, stimabile in circa il 20% degli addetti del settore, in termini assoluti il fenomeno è stato modesto, tra le 20 e le 25mila unità, e circoscritto a pochi Stati. Le radici di questa crisi sono complesse e frutto tanto di dinamiche di lungo periodo quanto di recenti e improvvise singolarità. L’impatto della shale revolution La shale revolution è stata certamente il fattore più rilevante quantomeno nel determinare l’acutizzazione del fenomeno. Lo sviluppo di nuove tecniche estrattive ha sbloccato l’accesso a depositi non convenzionali di gas naturale, inondando il mercato Usa di shale gas (gas proveniente da giacimenti argillosi profondi) e in misura minore di tight gas (gas proveniente da depositi di roccia arenaria compatta). Il crescente afflusso di gas naturale nel mercato statunitense ha prodotto un violento ribasso delle quotazioni di riferimento presso l’Henry Hub (pricing point per il mercato spot e quello futures nordamericano), passate nel giro di pochi anni da 8 USD/mmbtu a 3, innescando una riorganizzazione complessiva della powergrid americana. D’altronde, il crollo delle quotazioni del gas naturale non riesce a spiegare da solo la crisi dell’industria del carbone. Nonostante il trend ribassista, difatti, le quotazioni del gas sul mercato dell’elettricità rimangono mediamente superiori a quelle del carbone di oltre il 30%. Pur potendo contare su una materia prima più economica, le centrali coal-fired patiscono una minore efficienza termica e una maggiore intensità di capitale, tanto nella fase di costruzione dell’impianto quanto nel corso della sua vita operativa. Il recente sviluppo tecnologico ha ampliato questo divario, mettendo a disposizione del segmento della trasformazione elettrica del gas, centrali a ciclo combinato di nuova generazione, ancor più efficienti e con costi ancor più ridotti, amplificando l’impatto della shale revolution e attirando massicci flussi di investimenti tanto sul comparto estrattivo quando su quello della trasformazione elettrica del gas naturale. Carbone, serve una ricetta per ripensare il settore Per riuscire a rimanere competitiva nel lungo periodo, l’industria del carbone necessiterebbe di notevoli investimenti. Modernizzare le centrali, che mediamente hanno più di 40 anni, garantire un orizzonte di medio/lungo periodo alla ricerca scientifica e tecnologica sui processi di trasformazione e di carbon capture and storage, rendere più efficiente la rete di trasporto e trasmissione sono solo alcune delle priorità strategiche per un settore industriale che se vuole sopravvivere deve ripensare il proprio modello di business e ristrutturare il proprio tessuto produttivo. D’altronde, gli investimenti nell’industria del carbone languono, gran parte delle compagnie elettriche ha un portafoglio energetico diversificato e in questo momento preferisce investire nel segmento del gas naturale che offre maggiori garanzie e prospettive. Abbassando, seppur modestamente, la soglia massima di emissioni, la nuova normativa Epa non ha fatto altro che accelerare la chiusura di impianti dalle scarse prospettive, in gran parte risalenti agli anni ’50 e ’60. Ed è difficile pensare che il Presidente eletto Donald Trump potrà risollevare le sorti del settore senza riunire tutti i principali attori attorno a un tavolo, ma solo cancellando quanto fatto in materia ambientale dall’amministrazione precedente. Enrico Mariutti, laureato in storia antica presso la Sapienza, ha conseguito un Master di II livello in Geopolitica e Sicurezza Globale; attualmente collabora con l’Istituto Alti Studi di Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). |