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Progetto 2022/1 A.O.I. La Prigionia Italiana in mano britannica
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Il volume può essere chiesto alla Casa Editrice: www.Archeoares.it
2 settimane fa
Blog di base per l'approfondimento della Geografia Politica ed economica attraverso immagini, cartine, grafici e note. Spazio per lo studio attraverso la Geografia Statistica delle varie aree di crisi. Espressione esterna del CESVAM - Istituto del Nastro Azzurro (www.cesvam.it) (info:centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)
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Per farlo con successo, ci vorrebbe, forse, il piglio risorgimentale suggerito dal nostro titolo, mentre il discorso sullo stato dell’Unione, che Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, pronuncia a Strasburgo, nell’aula gremita del Parlamento europeo, è pieno di buone intenzioni corrette e condivisibili, ma privo di slancio e di energia e raccoglie solo applausi tiepidi. Non quelli di Nigel Farage, il leader secessionista britannico, che segue in cuffia con aria distratta - ma che ci fa ancora al suo seggio?. Ne prende di più, di applausi, il capogruppo socialista Gianni Pittella, che promuove nei contenuti Juncker, lo ringrazia per non avere pronunciato la parola ‘austerità e ci mette enfasi mediterranea nel proclamare che “il pericolo è la paura”: quella paura che rende i leader dei Paesi dell’Ue “sonnambuli nel cuore della notte dell’Europa”; e che induce il premier britannico TheresaMay, quasi tre mesi dopo il referendum, a continuare “a tenere in scacco l’Europa”. Londra, non presentando la richiesta di uscita dall’Ue, non consente l’avvio del negoziato sulla ‘secessione’ e, quindi, prolunga indefinitamente lo stato di incertezza e di confusione. Tanta carne al fuoco Nel suo discorso, Juncker mette tanta carne al fuoco: l’applicazione del Patto di Stabilità senza ostacolare la crescita; il contrasto alla disoccupazione puntando sull’Europa sociale; l’attenzione ai giovani (e ai minori che, nel flusso dei migranti, si ritrovano soli nell’Unione); l’immigrazione (con il programma d’investimenti nei Paesi africani da cui partono più migranti); e ancora la solidarietà, la sicurezza dalle minacce del terrorismo, una strategia europea per la Siria, una difesa europea. Proprio sulla difesa europea, che è la nuova frontiera dell’integrazione, Juncker insiste molto: situa gli sprechi causati dall’esistenza e dalla sovrapposizione di 27 difese nazionali auna cifra oscillante fra i 20 e i 100 miliardi di euro l’anno - il bilancio dell’Ue è di circa 140 miliardi di euro l’anno - prospetta un ‘quartier generale’ unico, insiste sulla piena complementarità del progetto con la Nato, afferma che “più difesa europea non vuole dire meno difesa atlantica”; e propone di perseguire l’obiettivo nell’ambito delle cooperazioni rafforzate, senza che cioè tutti i Paesi debbano aderirvi fin dall’inizio - un po’ quello che già avviene con l’euro o con Schengen. Proteggersi dai populismi Ma Juncker cerca anche di evitare conflitti con gli Stati membri - “l’Unione si fa con loro, non contro di loro” -, di non dare un’immagine invasiva dell’iniziativa comunitaria - “concentriamoci sui temi dove la dimensione comunitaria ha un valore aggiunto” - e di rafforzare il profilo politico della Commissione europea: d’ora in poi, i commissari potranno partecipare senza doversi dimettere alle competizioni elettorali nei rispettivi Paesi e, anzi, saranno incoraggiati a confrontarsi con le loro opinioni pubbliche. Il presidente lo motiva così: come non c’è incompatibilità tra l’essere ministro e l’essere deputato, non c’è motivo che ci sia con l’essere commissario. Dei populismi - e qui Farage inarca un sopracciglio -, Juncker dice: "Non risolvono i problemi, ma li creano": "dobbiamo proteggerci" dalle sirene che promettono “soluzioni facili a questioni complesse". Ma le soluzioni vanno trovate, se no i populismi avranno sempre più spazio. La chiusa è un monito più che uno sprone: “Non rendiamoci colpevoli di errori che metteranno fine al disegno europeo”. Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai leader dei 27 che, venerdì, si riuniranno a Bratislava per discutere del ‘dopo Brexit’ e di immigrazione, ma anche di crescita e occupazione. Dell’agenda di Juncker, che cosa resterà nelle loro discussioni?, e che cosa ne germoglierà? Anche il Gattopardo nella lettera di Tusk La lettera che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ieri mandato ai capi di Stato o di governo è particolarmente elaborata e si articola in sette punti: la Brexit, la paura, l’immigrazione, la lotta contro il terrorismo, l’economia e l’occupazione, la globalizzazione, le prospettive dell’integrazione. L’ultimo paragrafo mette i brividi: il polacco Tusk cita Tomasi di Lampedusa ed il suo “Gattopardo”, evoca lo spettro del cambiare tutto per non cambiare nulla: quello che aleggia in molte delle dichiarazioni enfaticamente forti, ma politicamente vuote, dei vertici scenografici dell’estate trascorsa. Ci vuole, invece, il coraggio e la determinazione di cambiare almeno qualcosa perché si cominci davvero a cambiare. Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI. |
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Se infatti in aprile erano stati gli olandesi, con un referendum consultivo, a dirsi contrari alla ratifica dell’accordo di associazione Ue-Ucraina, il verdetto del voto in Gran Bretagna fa temere l’inizio di una lenta disgregazione del sogno europeo, lo stesso che aveva portato in strada migliaia di persone durante le proteste di piazza Maidan. Al contrario, per Mosca si tratta di una specie rara di vittoria in politica estera. Perché, seppur il Cremlino sperasse da tempo che populismi e crisi economica potessero intaccare l’unità europea, il voto espresso dai cittadini di Sua Maestà frena i sogni di integrazione e d’allargamento dell’Unione europea senza che Putin e compagni abbiano dovuto muovere un dito. Ucraina e Ue L’Ucraina, il più popoloso e vasto paese del vicinato orientale, è ancora una priorità per l’Ue? Limitandoci ad ascoltare i politici, la risposta è sì.L’est del paese è sconvolto da oltre due anni da un conflitto ibrido, nel quale Bruxelles ha investito tanto capitale politico, e al quale non può disinteressarsi ora, data la recrudescenza delle operazioni militari e il numero di vittime che ha raggiunto nuovi picchi, second ogli ultimi dati pubblicati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Inoltre, durante la recente visita a Kiev, il commissario europeo all’Allargamento e alla politica regionale Johannes Hahn ha rassicurato che la Brexit non modificherà il rapporto e l’interesse dell’Unione verso i paesi del partenariato orientale, rinfrancando i cuori di molti responsabili politici ucraini. Realisticamente, però, l’Ucraina finirà in fondo all’elenco delle priorità politiche europee. Alla sfilza di grattacapi economico-politici a cui l’Ue sta facendo fronte, si sono da poco sommate la furiosa reazione del presidente Erdogan al fallito colpo di Stato in Turchia e la spinosa gestione della fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue. La seconda grande paura per Kiev resta l’adozione posticipata del regime visa-free. Come sottolineato dal commissario Hahn, l’Ucraina ha portato a termine 140 riforme per qualificarsi per tale concessione. Dopo il voto britannico, però, si intensificano le discussioni che mirano ad introdurre dei meccanismi che, in caso di necessità, consentirebbero di sospendere il regime di liberalizzazione dei visti per taluni Stati. Nel frattempo, l’Ucraina rimane alla finestra. Nonostante tutto, gli attuali responsabili politici ucraini sembrano non mollare la rincorsa all’Ue. Il presidente Petro Poroshenko ha dichiarato di voler presentare la domanda di adesione entro il 2020. Fino ad allora, è necessario implementare l’accordo di associazione, portare avanti in modo serio e sistematico le riforme nazionali che si concentrano nei settori della lotta alla corruzione e della riforma delle forze dell’ordine e della giustizia e infine sforzarsi di far avanzare gli stagnanti negoziati di Minsk. In tale contesto, Berlino e Parigi rimangono le uniche due grandi potenze capaci di indirizzare la politica estera europea, e potrebbero d’ora in poi spingere affinché Kiev addolcisca le sue richieste verso i separatisti, in modo da legittimare la riduzione delle sanzioni alla Russia in vista delle rispettive elezioni nazionali nel 2017. Putin e la “schadenfreude” russa Sin dal collasso dell’Unione sovietica, Mosca ha visto la straripante potenza economica e i progetti politici dell’Ue come un pericolo per la sua sfera di influenza nelle ex repubbliche sovietiche. I rapporti con Bruxelles si sono inoltre rapidamente degradati negli ultimi due anni con l’imposizione delle sanzioni economiche alla Russia. All’indomani del voto britannico, l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul ha commentato con rammarico su Twitter: “Perdenti: Ue, Gran Bretagna, Stati Uniti, quelli che credono in un’Europa forte, unita e democratica. Vincitore: Putin”. Ed è vero che al Cremlino hanno vari motivi “per bere copiose quantità di vodka” come ha scherzato un ex consigliere del dipartimento di Difesa degli Stati Uniti. L’uscita del Regno Unito indebolirà il fronte pro-sanzioni a Bruxelles. Neanche Londra era riuscita a tenere uniti i ventotto Stati membri al momento del rinnovo delle misure coercitive a fine giugno, e alcuni paesi - come l’Italia, la Grecia e l’Ungheria - avranno a fine anno una nuova opportunità per ridiscutere e indebolire le sanzioni. Intanto si percepisce chiaramente la folata di schadenfreude che attraversa gli alti dirigenti russi. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha gongolato durante una riunione con gli ambasciatori Ue dichiarando che, “quando la Brexit sarà completata, l’Unione rimarrà con un solo voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, mentre il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha twittato: “Senza la Gran Bretagna, non ci sarà nessuno nell’Ue a difendere le sanzioni contro di noi con tanto zelo” e infine l’ombudsman dell’imprenditoria russa, Boris Titov, ha salutato il referendum britannico come un voto di rigetto del mondo anglosassone in toto: “Sembra sia successo davvero: il Regno Unito è fuori! Questa non è l’indipendenza della Gran Bretagna dall’Europa, ma l’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti”. È invece stata pacata la reazione del presidente Vladimir Putin, che ha sottolineato dapprima come Mosca non abbia interferito negli affari interni e nel referendum della Gran Bretagna, e poi che la posizione Ue sulle sanzioni verso la Russia non muterà a causa di questo voto. Per Putin, al di là della soddisfazione di vedere l’Unione europea indebolirsi, conta molto di più aver raggiunto il massimo traguardo della sua politica estera nel vicinato: nei prossimi anni, l’Ue dovrà fare i conti con se stessa e ampliamenti della membership non sono per ora prevedibili. Conflitti gelati e sogni europei infranti Anche il versante orientale, dunque, punta i fari sulla gestione dei negoziati sulla Brexit da parte di Bruxelles. È ancora lecito sperare in un finale lieto: adottando l’idea di Jacques Delors di un’Unione che si integri attraverso una serie di cerchi concentrici, l’Ucraina partirebbe dal più esterno di essi - attraverso l’implementazione dell’Accordo di associazione - ma avrebbe una prospettiva di lungo corso, fino alla completa adesione. La Russia, da par suo, si impegnerebbe a far rispettare ai separatisti gli accordi di Minsk, con il graduale ritiro delle sanzioni da parte europea. Ma oggi, si delinea sempre più un finale amaro: sotto la spinta dei populismi europei e di altre priorità politiche, i governi dei Ventisette metteranno da parte i problemi di Kiev, mentre la Russia manterrà lo status quo dei negoziati di Minsk e riuscirà a fare del Donbass l’ennesimo conflitto “gelato” che, dopo Georgia e Moldavia, riuscirà a bloccare anche il sogno d’integrazione europea dell’Ucraina. Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo). |
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La risoluzione del 6 luglio 2016, approvata preventivamente dal Consiglio, ha legiferato in prima lettura sulla proposta di regolamento della Commissione: trasformare Frontex in Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con poteri che, in caso di incapacità dei paesi membri a fronteggiare crisi migratorie improvvise, possono incidere sulle loro competenze sovrane. È stato così realizzato il progetto del presidente Jean Claude Juncker del settembre 2015 di preservare la libera circolazione nello spazio Shengen minacciata dagli ingressi di immigrati non identificati o non aventi titolo a protezione internazionale. Blindare il fronte marittimo sud Molta acqua è passata da allora sotto i ponti Ue in quanto nel frattempo si è consolidata la politica di chiusura delle frontiere terrestri attuata dai paesi dell'Europa orientale. Ciononostante, sorprende la determinazione mostrata nel voler blindare il fronte marittimo sud dove, tra l'altro, l'Italia adotta una sua personale linea di accoglienza delle persone salvate in mare. Si comprendono i timori che dal Medio Oriente riprendano massicci esodi, magari a seguito di un voltafaccia della Turchia. C'è da chiedersi però se fosse realmente necessario creare un Corpo ‘sovranazionale’ di guardia costiera europea, Gceu. Frontex è già attiva in mare da un decennio ed un efficace ruolo di deterrenza dell'immigrazione illegale viene svolto da Eunavfor Med-Sophia e dalla Nato. Quale Guardia costiera europea Da tempo era in corso un esercizio dedicato alla creazione di un servizio di Gceu unificato; il fatto che nella Ue vi fossero ben 316 entità pubbliche titolari di funzioni guardia costiera ne aveva tuttavia rallentato l'iter. È noto che solo Italia e Grecia hanno un vero corpo di Gc, mentre altri assegnano simili funzioni a Marina militare (emblematica l'organizzazione della Marine Nationale francese, modello di alcuni compiti non militari della nostra Marina), Forze di polizia (Spagna, ad esempio) o istituzioni civili. Tali funzioni riguardano normalmente vari settori come la sicurezza marittima, il soccorso in mare, il controllo di pesca e inquinamento. Ma non la sorveglianza dei limiti della acque territoriali che è perlopiù affidata - come avviene in Italia - all'Interno. Con la creazione del proprio Corpo di Gc, l'Ue ha invece creato una forza marittima apparentemente dedicata alla sorveglianza costiera, ma di fatto avente competenza in tutte le materie suindicate, inoltre potenzialmente autonoma rispetto alle realtà di polizia marittima dei Paesi membri. La nuova Agenzia di Gcue coopererà infatti con le altre Agenzie europee di controllo della pesca e di sicurezza marittima. Ma non si interfaccerà con le missioni navali militari Nato o Ue operanti al largo dell'Europa (dal testo approvato è scomparsa una clausola di salvaguardia). Mari d'Europa (Fonte Ue). Per difendere l'integrità delle acque territoriali dei paesi membri, la Gcue dovrebbe stare sul limite delle 12 miglia o, nel caso esista anche la zona contigua, entro quello delle 24 miglia. Se gli interventi saranno condotti in tali spazi, la giurisdizione dello Stato costiero sarà esclusiva. Se invece la Gcue condurrà attività di soccorso in acque internazionali si dovrà applicare il regime della zona Sar. Al riguardo, è prevedibile che, nonostante il richiamo ai principi internazionali sulla scelta del luogo sicuro in cui trasportare i migranti salvati, continuerà ad essere generalizzata la prassi di sbarcarli in Italia. Lo scenario marittimo in cui opererà la nuova Gcue sarà comunque ben al di là dei limiti delle frontiere marittime di cui al Regolamento 216/399 ed in teoria potrebbe coprire tutto il Mediterraneo e parte di Mar Nero e Atlantico. Le sue attività riguarderanno anche il controllo della pesca nelle Zee europee (non dimentichiamo che quella di Cipro è contestata dalla Turchia) e della sicurezza marittima, oltre che il contrasto dei traffici illeciti connessi all'immigrazione, terrorismo compreso. Ambiguità ed incertezze La determinazione mostrata dal Parlamento europeo nell'approvare il Regolamento della Gcue è indice di coesione politica che sottintende la volontà di realizzare una sorta di Europa marittima federale. Positiva è anche la chiara assunzione delle responsabilità Sar e del rispetto dei diritti umani dei migranti. All'opposto, balza all'occhio l'eccessiva ampiezza dei settori di attività della Gcue e la connessa indeterminatezza degli spazi marittimi di riferimento. Inoltre, ombre si intravedono in una sorta di vena antimilitarista che ha indotto a non stabilire forme di cooperazione con la componente navale della Csdp, come invece la Strategia globale Ue auspica. Riserve, queste, che potrebbero riflettersi nei rapporti tra la nuova Agenzia e le istituzioni militari nazionali la quale - come nel caso della nostra Marina - svolgono funzioni Guardia costiera. Dal prossimo settembre l'Ue mostrerà la sua bandiera in tutti i mari che la circondano. Vedremo se lo farà secondo un disegno organico, o se le navi della Gcue avranno un mandato eccessivamente ampio ed autonomo rispetto agli organi costituzionali europei ed ai singoli Paesi membri. Fabio Caffio Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo. | ||||||||
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Corte innovativa Come si sa, il bail-in ha fatto la sua prima comparsa in questa Comunicazione, nella forma più contenuta del burden-sharing (condivisione del rischio): vale a dire, unbail-in che limita ad azionisti e creditori subordinati il coinvolgimento nelle perdite di una banca, prima che subentri l’aiuto statale. La Corte ha fissato tre punti: il burden-sharing non è obbligatorio, deve ritenersi però legittimo e può essere applicato retroattivamente. Sul primo punto, la sentenza precisa che la Comunicazione del 2013 è vincolante per la Commissione, ma non per gli Stati membri. La Commissione è tenuta a considerare compatibili con il Trattato aiuti conformi ai requisiti da essa posti nella Comunicazione. Ma gli Stati membri hanno la facoltà di notificare misure che non soddisfano questi requisiti e la Commissione deve motivare un eventuale rifiuto di autorizzarli. È una precisazione innovativa rispetto a decisioni precedenti. In passato, la Corte aveva attribuito alle Comunicazioni della Commissione una portata vincolante nei due sensi: non solo nel senso di obbligarla ad autorizzare aiuti conformi a tali Comunicazioni, ma anche di rigettare misure che non lo fossero. Questo sviluppo giurisprudenziale, in parte anticipato da una sentenza di poco precedente (dell’8 marzo scorso, in causa C-431/14), va accolto senz’altro con favore. In effetti, è la stessa Comunicazione a precisare che il burden-sharing si applica “di norma” e “in linea di principio”; e che è possibile derogarvi se mette “in pericolo la stabilità finanziaria” o determina “risultati sproporzionati”. Non solo: è sempre possibile appellarsi direttamente all’art. 107.3.b del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Tfue (“grave turbamento dell’economia di uno Stato membro”); e chiedere quindi un’esenzione anche per ragioni diverse da quelle previste nella Comunicazione. Resta fermo, peraltro, che l’esclusione del burden-sharing costituisce un’eccezione alla regola; come tale, va interpretata restrittivamente, e da ammettere solo in presenza di circostanze propriamente eccezionali. Legittimità del burden sharing Secondo punto della sentenza in esame: il requisito del burden-sharing deve considerarsi legittimo. Per la verità, questo requisito non è esplicitamente richiesto dal Trattato. Ma la Corte lo ritiene conforme allo scopo perseguito dall’art. 107.3.b, essenzialmente per due ragioni: perché consente di limitare l’aiuto al minimo necessario, riducendo in tal modo il pregiudizio alla concorrenza; e perché scoraggia l’“azzardo morale” di decisioni rischiose le cui conseguenze negative finiscono a carico della collettività. La Corte esclude, d’altra parte, indebite lesioni del diritto di proprietà: è normale che gli azionisti concorrano a ripianare le perdite (e conseguente carenza di capitale) di una banca in crisi. Quanto ai creditori subordinati, la Corte osserva che i loro titoli presentano caratteristiche sia delle obbligazioni sia degli strumenti di partecipazione al capitale. Un loro coinvolgimento nel burden-sharing, peraltro in seconda battuta, risulta pertanto giustificato. Anche questa posizione della Corte è da condividere, a condizione tuttavia che la legittimità del burden-sharing si accompagni ad elementi di flessibilità e proporzionalità. Non par dubbio che la condivisione degli oneri da parte di azionisti e creditori subordinati appaia in principio conforme alle finalità della disciplina sugli aiuti. Valgono in primo luogo le motivazioni della Corte in tema di riduzione delle distorsioni alla concorrenza e freno agli azzardi morali. Occorre, però, anche pensare al legame perverso fra debiti bancari e debiti sovrani. Il burden-sharing serve a evitare (o quantomeno limitare) il trasferimento sulla collettività di perdite maturate in ambito privato. La legittimità del burden-sharing è tuttavia condizionata agli elementi di flessibilità segnalati in precedenza, e cioè alla possibilità di deroghe in presenza di circostanze eccezionali. Deve inoltre attuarsi nel rigoroso rispetto del principio di proporzionalità. Questo significa che il ricorso al burden-sharing deve risultare necessario, in assenza di altri rimedi per supplire alle carenze di capitale; e non deve eccedere quanto richiesto per conseguire tale risultato. Retroattività Il terzo punto della sentenza riguarda la retro-attività. Per la Corte non vi è lesione del principio di tutela del legittimo affidamento, se il burden-sharing viene applicato in via retroattiva. È vero che prima della Comunicazione del 2013 questo requisito non era stabilito. Ma – osserva la Corte - nessuna assicurazione è stata data da una competente autorità circa la conservazione della situazione esistente. Una modifica è dunque sempre ipotizzabile, specie in tema di aiuti, di riflesso alle variazioni del contesto economico. Anche questa posizione della Corte è condivisibile, ma nel quadro degli elementi di flessibilità e proporzionalità sopra ricordati. Rientrano nella discrezionalità della Commissione eventuali distinzioni fra investitori. I titoli subordinati, non essendo pienamente assimilabili alle partecipazioni azionarie, potrebbero legittimare un loro trattamento differenziato. E, anche nell’ambito dei creditori subordinati, si può giustificare una gradazione fra investitori professionali e piccoli risparmiatori. Non appare quindi censurabile la speciale tutela di piccoli risparmiatori apprestata dal nostro governo a seguito del noto salvataggio di quattro banche (legge di stabilità 2016 e d.l.59/2016). Né risulta, allo stato, che la Commissione abbia sollevato obiezioni al riguardo. Un’ultima considerazione: nella sentenza in esame, la Corte si è pronunciata sul bail-in, versione burden-sharing della Comunicazione del 2013; entro certi limiti, le sue valutazioni dovrebbero valere anche per il più esteso (e più esplicitamente denominato) bail-in di cui alla direttiva del 2014 sul risanamento e risoluzione degli enti creditizi (la cosiddetta direttiva Brrd). Gian Luigi Tosato è Professore Emerito di Diritto dell’Unione Europea, Università “Sapienza” di Roma. |
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L’Eugs segue, a distanza di tredici anni, il primo ed unico documento sul tema, l’European Security Strategy promosso da Javier Solana. Il Consiglio europeo ha accolto con favore la presentazione dell’Eugs, in uno degli ultimi atti dei 28 paesi membri seduti intorno al suo tavolo. Nonostante Brexit Mogherini ha deciso di proseguire con la EU Global Strategy il 24 giugno, a poche ore dal drammatico risultato del referendum della Gran Bretagna che ha visto prevalere i voti del Leave. Tale decisione non era scontata. Alcuni possono aver pensato che si sia trattato dell’ennesimo caso della distanza dell’Ue dalla realtà politica del momento. A dire il vero, nei mesi che hanno preceduto il referendum in Uk, avevamo pensato che nel caso in cui il voto di uscita fosse prevalso, avremmo dovuto fare un passo indietro e rimandare la presentazione dell’Eugs nel futuro. Quando mi sono giunti i sconvolgenti risultati il 24 giugno, ho pensato che sarebbe stato tutto annullato. E infatti nell’immediato l’Alto Rappresentante era proprio propensa a farlo. Tuttavia, con il passare delle ore, è diventato chiaro che rimandare la presentazione dell’Eugs non sarebbe stato realistico. Nei mesi a venire, l’Ue sarebbe stata così occupata nella Brexit, le cui conseguenze saranno probabilmente molto profonde, da portare all’abbandono dell’Eugs se non fosse stata pubblicata. È stata proprio la comprensione della portata della crisi interna all’Ue che ha convinto l'Alto Rappresentante ad andare avanti sulla politica estera. Mogherini ha ritenuto che abbandonare la presentazione dell’Eugs avrebbe significato fare un gran torto all’Unione. Il documento è il frutto di quasi due anni di un sostanzioso lavoro di riflessione e confronto che ha visto l’attiva partecipazione di tutti gli stati membri e istituzioni Ue, oltre a tutta la comunità che si occupa di politica estera. Conferenze e dibattiti, online e offline, sono stati organizzati in tutte le capitale europee, e non solo. Il processo ha beneficiato del contributo di accademici e studenti, Ong che si occupano di diritti umani e associazioni dell’industria della difesa, think tank, sindacati, associazioni d’impresa e la Chiesa Cattolica, fra i tanti. E tutti i 28 paesi membri erano soddisfatti del risultato. Una visione di lungo periodo Come mi ha detto l’Alto Rappresentante il 24 giugno: “Il lavoro è finito”. Quindi perché accantonare il documento? Non è un atto dovuto di responsabilità politica dimostrare proprio in un periodo di crisi come questo che l’Europa può ancora essere unita? È vero: a giugno 2016 l’Eugs non avrebbe ricevuto l’attenzione da parte del Consiglio europeo o dai media che molti pensano avrebbe meritato. Tuttavia, sarebbe stato ingenuo pensare che un documento strategico con una visione di lungo periodo potesse raggiungere le prime pagine o essere oggetto di profonde riflessioni da parte dei capi di Stato e di governo. E comunque, non era lo scopo con il quale era stato scritto. Lo scopo dell’Eugs era ambivalente. In primo luogo si voleva raggiungere, attraverso un ampio e approfondito processo di discussione strategica, l’unità di tutti gli attori coinvolti. Il contenuto dell’Eugs non sarebbe cambiato a causa della decisione dell’Uk di lasciare l’Ue. Ciò che dobbiamo fare in Medio Oriente e Africa, in America Latina o presso l’Onu, ciò che ci dobbiamo prefissare di ottenere nel campo della difesa, del commercio, dello sviluppo, del clima o sul tema delle migrazioni è rimasto sostanzialmente inalterato dopo la Brexit. Dalla strategia all’azione Ciò che è cambiata è la nostra capacità di azione. La decisione dell’Uk di abbandonare l’Ue ha assestato un duro colpo prima di tutto all’Uk stesso, ma anche all’Ue. Perdendo l’Uk, la Ue ha perso uno dei suoi più importanti paesi membri, forse quello con il più alto profilo globale, sia in termini di commercio, sviluppo, difesa o diplomazia. Senza l’Uk, l’Ue rischia di essere meno capace di raggiungere gli obiettivi che si è posta. Nonostante ciò, quegli stessi obiettivi e interessi restano vitali. L’Ue ha quindi oggi ancor più il dovere di garantire un futuro di sicurezza, libertà e prosperità ai propri cittadini e deve farlo rimanendo unita e agendo in maniera responsabile sullo scacchiere globale. E questo è precisamente ciò che l’Eugs si propone di fare. Tuttavia, la Strategia resta solo un documento che tratteggia una narrativa comune per l’Unione. In secondo luogo, infatti, l’Eugs si propone di andare oltre a questa visione condivisa, in favore di un’effettiva azione comune. E questo è precisamente il motivo per cui la presentazione dell’Eugs non poteva essere rimandata. L’Eugs doveva essere pubblicato per dare avvio al suo sviluppo. Da più punti di vista, è qui che inizia il vero lavoro. I cittadini europei meritano una visione condivisa e un’azione comune. * Articolo pubblicato da El País. Traduzione a cura di Matteo Garnero, stagista dell’area Europa dello IAI. Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI. |
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Il dibattitto sul futuro dell’integrazione europea Ma non meno preoccupante è il contenuto dell’intervista a Wolfgang Schaeuble, apparsa sul Corriere della sera di lunedì scorso. In essa il Ministro dell’economia tedesco, dopo aver ribadito la sua sostanziale opposizione agli investimenti per la crescita, afferma che questo “non è certo il momento giusto di lavorare a una maggiore integrazione dell’eurozona”. Per aggiungere che, “se la Commissione non collabora” e poiché non “preoccupa la gente se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo”, è bene che “risolviamo noi questi problemi tra i governi, al di fuori delle istituzioni”. È la consacrazione del dominio dell’approccio intergovernativo che, forzando i Trattati in vigore, discende dal vertice della piramide geopolitica reintrodotta nel Vecchio Continente. In tale contesto non sorprende che il dibattito sul futuro dell’integrazione europea assuma un carattere esistenziale, vagando fra un estremo, quello del “ritorno ad Altiero Spinelli” per risuscitare ipotesi di unità federale, e l’estremo opposto, quello della restituzione della piena sovranità agli stati che in numero finora crescente hanno aderito al processo integrativo, ora dato per prossimo al coma terminale. È certo poco ragionevole, e per alcuni potenzialmente controproducente, attribuire molte chance al primo scenario, e ciò non solo per la suddetta indisponibilità, o incapacità di leadership, del maggiore stato membro dell’Unione. Nelle mani esclusive delle “nazioni” Quanto al secondo, l’idea di rimettersi nelle mani esclusive delle “nazioni” in sostituzione delle istituzioni comuni sembra trarre nuovo alimento non tanto da nazionalismi tradizionali, quanto dalla spinta composita, se non contraddittoria, di percezioni di declino e di impotenza, nonché di xenofobie, separatismi e paure identitarie, alimentate da tabloid e social media, senza che però si delineino schemi politici e sociali, nazionali e internazionali, alternativi. Quel che sta succedendo nell’agone politico e nel complesso economico e finanziario della Gran Bretagna al solo delinearsi di una procedura di exit futura dall’Unione anticipa e aiuta a comprendere quello che sarebbe l’esito di un dilagante ciascun per sé. Stati nominalmente sovrani e indipendenti infatti non tornerebbero semplicemente a un’Europa libera dall’apparente guazzabuglio brussellese di corpi istituzionali, politici e giuridici, ma a una situazione di nuovo, grave rallentamento economico e di ulteriore perdita di peso geopolitico di tutti e di ciascuno, forse anche a una democrazia che rischia la morte per indigestione. Travaglio del sistema liberal democratico Come infatti già notato in precedenti commenti apparsi su AffarInternazionali, la crisi dell’Unione europea rientra in un più esteso e spesso non meno profondo travaglio dell’intero sistema liberal democratico. Non ne è esente la stessa nazione leader di tale sistema, come lo svolgimento delle elezioni primarie in vista della scelta del nuovo Presidente statunitense ha dimostrato. Né lo sono paesi lontani come l’Australia, o pretesi avamposti mediorientali come Israele, o sperate nuove acquisizioni come la Turchia. Anche per questo lo stato del multilateralismo transatlantico (come dimostra il Ttip periclitante), della governance globale a influenza occidentale (come dimostra l’impasse del G20) e del controllo della sicurezza internazionale a guida americana (come dimostra il moltiplicarsi di minacce “ibride”) non è solo molto insoddisfacente, ma in via di deterioramento, così come si è sopra detto dello stato dell’integrazione europea. Fermare questa deriva generale, rovesciarla se possibile, è compito che appare spesso e scoraggiantemente al di sopra delle capacità delle attuali leadership. Tuttavia le possibilità residue di adempirvi traggono beneficio dal riconoscimento dei vantaggi restanti degli istituti in essere, a cominciare da quelli europei, e dall’utilizzo dei margini esistenti di salvare il salvabile più che dalle ipotesi di buttare tutto alle ortiche, come certi ibridi politici di finte sicurezze passatiste e di improvvisazioni nuoviste sembrano volere, magari col supporto di scuole politologiche ammantate diRealpolitik. Può sembrare una ricetta da vecchi, ma quei giovani che, guardando al futuro, hanno votato in maggioranza per il Remain nell’Unione europea potrebbero averci dato una lezione di saggezza. Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI. | ||||||||
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