Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

Cerca nel blog

martedì 20 settembre 2016

La Foot Secutrity: un tema di attualità

Sviluppo
Una food diplomacy europea?
Daniele Fattibene
19/09/2016
 più piccolopiù grande
Negli ultimi anni il concetto di sicurezza ha smesso di essere legato solo ed esclusivamente alla sfera militare e ha assunto una connotazione sempre più “umana”. Tra i tanti aspetti inclusi nella sicurezza umana vi è senza dubbio quella alimentare, “food security”.

A venti anni dalla prima definizione fornita dalla Food and Agriculture Organization, Fao, la food security è diventata un tema sempre più importante non solo a livello accademico, ma anche politico,come emerge da uno studio condotto dallo IAI sulla politica di food security dell’Unione europea, Ue.

La food security si è a sua volta evoluta, non limitandosi più a descrivere l’accesso e la disponibilità di cibo, ma legandosi a numerose altre dinamiche. Sono quindi emersi i cosiddetti nessi tra food security e approvvigionamento energetico, cambiamento climatico, i conflitti inter e intra-statali e perfino i flussi migratori.

Non solo cibo
Le cosiddette “primavere arabe” hanno mostrato con grande evidenza il ruolo giocato dalla food security nel condizionare la stabilità politica dei regimi. L’aumento improvviso del prezzo delle derrate alimentari nel 2011, accompagnato da un’eliminazione dei sussidi governativi ha causato le cosiddette “rivolte del pane”, che hanno fatto da canale affinché altre forme di malcontento sociale (disoccupazione, povertà e marginalizzazione politica) si potessero esprimere.

Non è un caso che l’insicurezza alimentare sia maggiore in quei Paesi con forte instabilità politica o che sono dilaniati da guerre civili, con una proporzione di persone sotto-nutrite quasi tripla rispetto ad altri Paesi in via di sviluppo.

Ciò è emerso con grande drammaticità in Siria, dove l’insicurezza alimentare, unita ad altre debolezze strutturali di un sistema socio-economico deteriorato da scellerate riforme di stampo neo-liberista, ha generato forti proteste contro il regime del presidente Basahr al-Assad.

La food security si è poi legata sempre di più ai fenomeni migratori, rientrando in quella lunga lista di fattori che spingono drammaticamente milioni di individui ad abbandonare le proprie terre. Sebbene non esista una correlazione diretta tra le due variabili non stupisce che i Paesi con forte immigrazione presentino dei livelli di food security particolarmente bassi.

Le due anime della politica europea di food security
La politica europea di food security nel corso degli ultimi anni si è costruita su tre livelli: quello della Commissione, soprattutto attraverso le attività dei Dg per lo sviluppo e la cooperazione, Devco, e del Dg per gli Aiuti umanitari e la protezione civile, Echo, il livello intergovernativo - in accordo con i Paesi membri - e infine il livello internazionale in coordinamento con altri attori (organizzazioni internazionali, banche, agenzie etc.).

Le due “anime” della politica di food security dell’Ue (sviluppo sostenibile e assistenza umanitaria) operano sulla base di logiche e prospettive differenti, ma si completano vicendevolmente.

Questo lavoro complementare ha generato importanti risultati, dal momento che negli anni l’Ue è diventata un punto di riferimento a livello mondiale in entrambi i settori. Basta ricordare che tra il 2014 e il 2020, sommando le voci del Dg Devco e Echo,si spenderanno circa 10 miliardi di euro per programmi di sviluppo o assistenza umanitaria con impatto sulla food security dei Paesi riceventi.

L’Ue ha quindi fatto grossi sforzi per realizzare una politica di food security il più possibile completa che comprendesse le diverse sfaccettature legate a questo fenomeno.

Un nuovo ruolo per il Seae?
Ciò che manca ancora è un quadro di riferimento strategico in cui il cibo sia legato chiaramente ad altre dinamiche di sicurezza come l’instabilità politica, i conflitti civili e i flussi migratori. Un quadro che metta coerentemente insieme tutti i programmi di sviluppo sostenibile e di assistenza umanitaria che hanno ricadute sulla food security dei Paesi coinvolti.

Il Servizio europeo di azione esterna, Seae, è l’organo maggiormente indicato per rispondere a questa sfida. Esso sta già giocando un grande ruolo attraverso le delegazioni Ue sul terreno per garantire la coerenza di tutte le azioni dell’Ue e prevenire sovrapposizioni e sprechi di risorse.

Una “food diplomacy” sotto la sua egida consentirebbe non solo di evitare una cattiva gestione delle risorse, ma anche di mettere gli obiettivi dell’Unione in linea con gli importanti impegni presi a livello mondiale in tema di energia, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite).

In quest’ottica, la “food diplomacy” dell’Ue dovrebbe far tesoro del lavoro svolto durante Expo 2015, senza dimenticare le implicazioni per la food security contenute negli accordi commerciali multi e bilaterali.

Essa permetterebbe poi di includere la food security nelle strategie di prevenzioni dei conflitti, investendo ancora di più nella “resilienza” di quei Paesi che rischiano di cadere in un circolo vizioso di povertà e conflitti civili.

Essa farebbe dell’Ue il leader di uno sforzo globale volto a produrre un reale ripensamento dei modelli di produzione agricola di modo da renderli in grado di produrre cibo nutriente in modo ecologicamente sostenibile.

Daniele Fattibene lavora nel programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@danifatti).
 
Invia ad un amico - Stampa 
   ShareThis
Vedi anche
Le ricadute geopolitiche della crisi alimentare, Giovanni Canitano, Eugenia Ferragina
Sicurezza alimentare e urbanizzazione: le sfide, Lorenzo Kihlgren Grandi, Cecilia Emma Sottilotta
La Carta di Milano e il diritto al cibo,Marco Gestri

Temi
AfricaMedioriente
ImmigrazioneUnione europea
Ambiente

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti

sabato 17 settembre 2016

Europa: da Bratislava attese concrete

Ue e brexit
Le tre giornate dell’Unione europea
Giampiero Gramaglia
14/09/2016
 più piccolopiù grande
Le tre giornate dell’Unione europea (Ue): in 72 ore, tra oggi e il vertice di Bratislava venerdì, l’Ue cerca di scrollarsi di dosso quella patina d’impotenza e di rassegnazione al declino che le si è posata su dopo il sì alla Brexit.

Per farlo con successo, ci vorrebbe, forse, il piglio risorgimentale suggerito dal nostro titolo, mentre il discorso sullo stato dell’Unione, che Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, pronuncia a Strasburgo, nell’aula gremita del Parlamento europeo, è pieno di buone intenzioni corrette e condivisibili, ma privo di slancio e di energia e raccoglie solo applausi tiepidi. Non quelli di Nigel Farage, il leader secessionista britannico, che segue in cuffia con aria distratta - ma che ci fa ancora al suo seggio?.

Ne prende di più, di applausi, il capogruppo socialista Gianni Pittella, che promuove nei contenuti Juncker, lo ringrazia per non avere pronunciato la parola ‘austerità e ci mette enfasi mediterranea nel proclamare che “il pericolo è la paura”: quella paura che rende i leader dei Paesi dell’Ue “sonnambuli nel cuore della notte dell’Europa”; e che induce il premier britannico TheresaMay, quasi tre mesi dopo il referendum, a continuare “a tenere in scacco l’Europa”.

Londra, non presentando la richiesta di uscita dall’Ue, non consente l’avvio del negoziato sulla ‘secessione’ e, quindi, prolunga indefinitamente lo stato di incertezza e di confusione.

Tanta carne al fuoco
Nel suo discorso, Juncker mette tanta carne al fuoco: l’applicazione del Patto di Stabilità senza ostacolare la crescita; il contrasto alla disoccupazione puntando sull’Europa sociale; l’attenzione ai giovani (e ai minori che, nel flusso dei migranti, si ritrovano soli nell’Unione); l’immigrazione (con il programma d’investimenti nei Paesi africani da cui partono più migranti); e ancora la solidarietà, la sicurezza dalle minacce del terrorismo, una strategia europea per la Siria, una difesa europea.

Proprio sulla difesa europea, che è la nuova frontiera dell’integrazione, Juncker insiste molto: situa gli sprechi causati dall’esistenza e dalla sovrapposizione di 27 difese nazionali auna cifra oscillante fra i 20 e i 100 miliardi di euro l’anno - il bilancio dell’Ue è di circa 140 miliardi di euro l’anno - prospetta un ‘quartier generale’ unico, insiste sulla piena complementarità del progetto con la Nato, afferma che “più difesa europea non vuole dire meno difesa atlantica”; e propone di perseguire l’obiettivo nell’ambito delle cooperazioni rafforzate, senza che cioè tutti i Paesi debbano aderirvi fin dall’inizio - un po’ quello che già avviene con l’euro o con Schengen.

Proteggersi dai populismi
Ma Juncker cerca anche di evitare conflitti con gli Stati membri - “l’Unione si fa con loro, non contro di loro” -, di non dare un’immagine invasiva dell’iniziativa comunitaria - “concentriamoci sui temi dove la dimensione comunitaria ha un valore aggiunto” - e di rafforzare il profilo politico della Commissione europea: d’ora in poi, i commissari potranno partecipare senza doversi dimettere alle competizioni elettorali nei rispettivi Paesi e, anzi, saranno incoraggiati a confrontarsi con le loro opinioni pubbliche. Il presidente lo motiva così: come non c’è incompatibilità tra l’essere ministro e l’essere deputato, non c’è motivo che ci sia con l’essere commissario.

Dei populismi - e qui Farage inarca un sopracciglio -, Juncker dice: "Non risolvono i problemi, ma li creano": "dobbiamo proteggerci" dalle sirene che promettono “soluzioni facili a questioni complesse". Ma le soluzioni vanno trovate, se no i populismi avranno sempre più spazio.

La chiusa è un monito più che uno sprone: “Non rendiamoci colpevoli di errori che metteranno fine al disegno europeo”. Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai leader dei 27 che, venerdì, si riuniranno a Bratislava per discutere del ‘dopo Brexit’ e di immigrazione, ma anche di crescita e occupazione. Dell’agenda di Juncker, che cosa resterà nelle loro discussioni?, e che cosa ne germoglierà?

Anche il Gattopardo nella lettera di Tusk
La lettera che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ieri mandato ai capi di Stato o di governo è particolarmente elaborata e si articola in sette punti: la Brexit, la paura, l’immigrazione, la lotta contro il terrorismo, l’economia e l’occupazione, la globalizzazione, le prospettive dell’integrazione.

L’ultimo paragrafo mette i brividi: il polacco Tusk cita Tomasi di Lampedusa ed il suo “Gattopardo”, evoca lo spettro del cambiare tutto per non cambiare nulla: quello che aleggia in molte delle dichiarazioni enfaticamente forti, ma politicamente vuote, dei vertici scenografici dell’estate trascorsa. Ci vuole, invece, il coraggio e la determinazione di cambiare almeno qualcosa perché si cominci davvero a cambiare.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 14 settembre 2016

COP21: prospettive positive

Energia e ambiente
COP 21, una ricetta per darle seguito
Alice Giallombardo
05/09/2016
 più piccolopiù grande
Dare seguito alla travagliata, ma concludente, COP 21. È questo l’obiettivo dei Paesi e delle principali organizzazioni internazionali che, in previsione del G20 di Hangzhou ormai alle porte, si sono incontrati, a fine giugno, a Pechino per discutere il ruolo chiave dello sviluppo energetico sostenibile nella lotta al cambiamento climatico.

Il potenziale e le grandi speranze lasciati dalla COP 21 sembrano non essere andati perduti. Sviluppandosi all'interno del più ampioframework dei Sustainable Development Goals, i ministri dell'Energia riunitisi a Pechino hanno portato avanti gli impegni presi l'anno scorso al G20 di Antalya e i precetti fondamentali dell'Accordo di Parigi.

In particolare, gli attori coinvolti hanno riaffermato la necessità di garantire l'accesso all'energia a livello globale - intesa come fornitura e capacità di acquistare energia quotidianamente - fondamentale per migliorare la qualità della vita e le possibilità di crescita economica, soprattutto nei Paesi meno sviluppati.

È stato adottato, infatti, un documento che ne risalta l'importanza, espandendo il focus dall'Africa sub-sahariana del G20 di Antalya anche alla regione pacifico-asiatica.

Efficienza energetica cercasi
Durante il summit di Pechino, rilevanza particolare ha assunto il tema dell'efficienza energetica ma, soprattutto, della cooperazione internazionale essenziale affinché essa possa essere raggiunta.

L'adozione del G20 Energy Efficiency Leading Programme, infatti, dimostra che esiste la volontà di raggiungere un livello sempre più elevato di sostenibilità attraverso lo sviluppo di programmi di efficienza energetica e di cooperazione mutualmente proficua per i Paesi coinvolti.

Per essere efficaci, è necessario che tali programmi vengano elaborati utilizzando diversi strumenti di policy, che siano caratterizzati da una visione di lungo termine e dalla capacità di adattarsi agli sviluppi politici e all'innovazione tecnologica, e che ricevano un adeguato sostegno in termini di risorse umane, istituzionali ed economiche per garantire gli investimenti in questo settore.

Inoltre, facendo eco alla COP 21 di Parigi, un'attenzione particolare è stata riservata anche alle fonti rinnovabili. Pur non tralasciando l'implementazione del G20 Toolkit of Voluntary Options for Renewable Energy Deployment, redatto durante il G20 ad Istanbul nel 2015, in Cina si presenta il Voluntary Action Plan on Renewable Energyche si propone di guidare i membri del G20 nello sviluppo di programmi che favoriscano l'utilizzo e la diffusione dell'energia rinnovabile, tenendo altresì conto delle diverse realtà nazionali.

Di fatti, dal momento che la maggior parte delle emissioni di CO2 è attribuibile al settore energetico, si è ritenuto opportuno assumere il ruolo di leader nella ricerca, nello sviluppo e nella diffusione delle rinnovabili a livello globale: uno sviluppo costante delle rinnovabili, infatti, è funzionale non solo a diminuire il livello di CO2 nell'aria, ma anche a garantire un livello adeguato di sicurezza energetica, tema che gioca un ruolo fondamentale nelle principali dispute geopolitiche internazionali.

Tra Trump e Brexit
Sebbene l'eredità della COP 21 sembri essere una realtà positiva e in divenire, l'inizio di quest'estate è stato segnato da alcuni eventi che potrebbero mettere a rischio il mantenimento degli impegni presi a Parigi e la loro riaffermazione.

Da una parte, le dichiarazioni a sfavore dell'Accordo di Parigi del candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, rappresentano una seria minaccia alla futura ratifica del trattato da parte di una delle nazioni con più alto tasso di emissioni di CO2; dall'altra, l'incisività dell'Accordo di Parigi rischia di essere fortemente indebolita dal risultato del referendum britannico che potrebbe rallentare l'implementazione di una politica energetica sostenibile da parte dell'Unione europea.

Il sostegno politico non basta a garantire un futuro sostenibile
Sebbene la comunità internazionale dimostri di aver preso coscienza del fatto che temi quali l'efficienza e la sicurezza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili debbano ricevere l'attenzione che meritano, l'adozione di strumenti di soft law in importantifora multilaterali sembra non essere sufficiente a garantire il benessere del nostro pianeta.

Di fatti, il Global Footprint Network ha individuato nell’ 8 agosto l'Earth Overshooting Day. Per quest’anno avremmo, dunque, già oltrepassato la data che segna il giorno in cui si esaurisce la quantità di risorse tali da garantire un’ipotetica esistenza sostenibile per il nostro pianeta.

Questo è un chiaro segnale che la retorica politica non basta nella lotta al cambiamento climatico: servono azioni, ma soprattutto iniziative di cooperazione a diversi livelli che favoriscano un uso maggiormente oculato delle risorse che il nostro pianeta ci offre. Esempio virtuoso ne è la Dichiarazione politica sulla cooperazione energetica dei Paesi del Mare del Nord firmata lo scorso giugno al fine di sviluppare impianti eolici offshore nella regione.

Alice Giallombardo è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Attualmente, si occupa di monitorare le normative europee in campo energetico presso Enel Green Power.

mercoledì 31 agosto 2016

Il confine orientale dell'Europa

Europa
Brexit: euforia a Mosca, sconforto a Kiev
Cono Giardullo
21/08/2016
 più piccolopiù grande
Il referendum britannico sulla Brexit ha inferto un altro colpo durissimo - il secondo, quest’anno - al rispetto e all’ammirazione di Kiev per il progetto europeo.

Se infatti in aprile erano stati gli olandesi, con un referendum consultivo, a dirsi contrari alla ratifica dell’accordo di associazione Ue-Ucraina, il verdetto del voto in Gran Bretagna fa temere l’inizio di una lenta disgregazione del sogno europeo, lo stesso che aveva portato in strada migliaia di persone durante le proteste di piazza Maidan.

Al contrario, per Mosca si tratta di una specie rara di vittoria in politica estera. Perché, seppur il Cremlino sperasse da tempo che populismi e crisi economica potessero intaccare l’unità europea, il voto espresso dai cittadini di Sua Maestà frena i sogni di integrazione e d’allargamento dell’Unione europea senza che Putin e compagni abbiano dovuto muovere un dito.

Ucraina e Ue
L’Ucraina, il più popoloso e vasto paese del vicinato orientale, è ancora una priorità per l’Ue? Limitandoci ad ascoltare i politici, la risposta è sì.L’est del paese è sconvolto da oltre due anni da un conflitto ibrido, nel quale Bruxelles ha investito tanto capitale politico, e al quale non può disinteressarsi ora, data la recrudescenza delle operazioni militari e il numero di vittime che ha raggiunto nuovi picchi, second ogli ultimi dati pubblicati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Inoltre, durante la recente visita a Kiev, il commissario europeo all’Allargamento e alla politica regionale Johannes Hahn ha rassicurato che la Brexit non modificherà il rapporto e l’interesse dell’Unione verso i paesi del partenariato orientale, rinfrancando i cuori di molti responsabili politici ucraini.

Realisticamente, però, l’Ucraina finirà in fondo all’elenco delle priorità politiche europee. Alla sfilza di grattacapi economico-politici a cui l’Ue sta facendo fronte, si sono da poco sommate la furiosa reazione del presidente Erdogan al fallito colpo di Stato in Turchia e la spinosa gestione della fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue.

La seconda grande paura per Kiev resta l’adozione posticipata del regime visa-free. Come sottolineato dal commissario Hahn, l’Ucraina ha portato a termine 140 riforme per qualificarsi per tale concessione. Dopo il voto britannico, però, si intensificano le discussioni che mirano ad introdurre dei meccanismi che, in caso di necessità, consentirebbero di sospendere il regime di liberalizzazione dei visti per taluni Stati. Nel frattempo, l’Ucraina rimane alla finestra.

Nonostante tutto, gli attuali responsabili politici ucraini sembrano non mollare la rincorsa all’Ue. Il presidente Petro Poroshenko ha dichiarato di voler presentare la domanda di adesione entro il 2020. Fino ad allora, è necessario implementare l’accordo di associazione, portare avanti in modo serio e sistematico le riforme nazionali che si concentrano nei settori della lotta alla corruzione e della riforma delle forze dell’ordine e della giustizia e infine sforzarsi di far avanzare gli stagnanti negoziati di Minsk.

In tale contesto, Berlino e Parigi rimangono le uniche due grandi potenze capaci di indirizzare la politica estera europea, e potrebbero d’ora in poi spingere affinché Kiev addolcisca le sue richieste verso i separatisti, in modo da legittimare la riduzione delle sanzioni alla Russia in vista delle rispettive elezioni nazionali nel 2017.

Putin e la “schadenfreude” russa 
Sin dal collasso dell’Unione sovietica, Mosca ha visto la straripante potenza economica e i progetti politici dell’Ue come un pericolo per la sua sfera di influenza nelle ex repubbliche sovietiche. I rapporti con Bruxelles si sono inoltre rapidamente degradati negli ultimi due anni con l’imposizione delle sanzioni economiche alla Russia.

All’indomani del voto britannico, l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul ha commentato con rammarico su Twitter: “Perdenti: Ue, Gran Bretagna, Stati Uniti, quelli che credono in un’Europa forte, unita e democratica. Vincitore: Putin”. Ed è vero che al Cremlino hanno vari motivi “per bere copiose quantità di vodka” come ha scherzato un ex consigliere del dipartimento di Difesa degli Stati Uniti.

L’uscita del Regno Unito indebolirà il fronte pro-sanzioni a Bruxelles. Neanche Londra era riuscita a tenere uniti i ventotto Stati membri al momento del rinnovo delle misure coercitive a fine giugno, e alcuni paesi - come l’Italia, la Grecia e l’Ungheria - avranno a fine anno una nuova opportunità per ridiscutere e indebolire le sanzioni.

Intanto si percepisce chiaramente la folata di schadenfreude che attraversa gli alti dirigenti russi. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha gongolato durante una riunione con gli ambasciatori Ue dichiarando che, “quando la Brexit sarà completata, l’Unione rimarrà con un solo voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, mentre il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha twittato: “Senza la Gran Bretagna, non ci sarà nessuno nell’Ue a difendere le sanzioni contro di noi con tanto zelo” e infine l’ombudsman dell’imprenditoria russa, Boris Titov, ha salutato il referendum britannico come un voto di rigetto del mondo anglosassone in toto: “Sembra sia successo davvero: il Regno Unito è fuori! Questa non è l’indipendenza della Gran Bretagna dall’Europa, ma l’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti”.

È invece stata pacata la reazione del presidente Vladimir Putin, che ha sottolineato dapprima come Mosca non abbia interferito negli affari interni e nel referendum della Gran Bretagna, e poi che la posizione Ue sulle sanzioni verso la Russia non muterà a causa di questo voto.

Per Putin, al di là della soddisfazione di vedere l’Unione europea indebolirsi, conta molto di più aver raggiunto il massimo traguardo della sua politica estera nel vicinato: nei prossimi anni, l’Ue dovrà fare i conti con se stessa e ampliamenti della membership non sono per ora prevedibili.

Conflitti gelati e sogni europei infranti
Anche il versante orientale, dunque, punta i fari sulla gestione dei negoziati sulla Brexit da parte di Bruxelles.

È ancora lecito sperare in un finale lieto: adottando l’idea di Jacques Delors di un’Unione che si integri attraverso una serie di cerchi concentrici, l’Ucraina partirebbe dal più esterno di essi - attraverso l’implementazione dell’Accordo di associazione - ma avrebbe una prospettiva di lungo corso, fino alla completa adesione.

La Russia, da par suo, si impegnerebbe a far rispettare ai separatisti gli accordi di Minsk, con il graduale ritiro delle sanzioni da parte europea.

Ma oggi, si delinea sempre più un finale amaro: sotto la spinta dei populismi europei e di altre priorità politiche, i governi dei Ventisette metteranno da parte i problemi di Kiev, mentre la Russia manterrà lo status quo dei negoziati di Minsk e riuscirà a fare del Donbass l’ennesimo conflitto “gelato” che, dopo Georgia e Moldavia, riuscirà a bloccare anche il sogno d’integrazione europea dell’Ucraina.

Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo).

venerdì 26 agosto 2016

La Cina e l'economia: prospettive.

Economia 
L’ascesa della finanza cinese e il ruolo Ue
Nicola Casarini, Rita Fatiguso
25/08/2016
 più piccolopiù grande
L’Europa, molto più che gli Stati Uniti o il Giappone, ha appoggiato l’ascesa della finanza cinese e il processo di internazionalizzazione del renminbi, la moneta del paese del Dragone.

Il punto di svolta si è avuto lo scorso dicembre, quando il renminbi è entrato nel paniere dei diritti speciali di prelievo (dsp) del Fondo monetario internazionale (Fmi), grazie anche – e soprattutto – agli europei, che fin dalla fine degli anni Novanta hanno guardato con interesse alla moneta cinese e alla possibilità che questa, una volta convertibile a tutti gli effetti, diventi uno dei pilastri, insieme al dollaro Usa e all’euro, dell’ordine monetario internazionale.

Il Regno Unito ha fatto da traino in questo campo. Dopo il referendum sulla Brexit, però, le banche della City potrebbero perdere l’accesso al mercato unico: una circostanza che induce il governo cinese a valutare se spostare parte del clearing del renminbi – e dei servizi collegati ad esso – verso le piazze del continente, anzitutto Francoforte, Parigi, Lussemburgo, ma anche Milano. Con possibili ripercussioni sulle relazioni sino-europee, ma anche sui rapporti transatlantici.

Sostegno al renminbi
Durante il negoziato per la revisione quinquennale del paniere di valute ricomprese nei dsp del Fmi, conclusosi ai primi di dicembre del 2015, l’Europa è stata l’alfiere dell’aumento del numero di valute da quattro a cinque, con l’inclusione del renminbi, moneta non convertibile ma fortemente circolante. Un evento che per la finanza internazionale potrebbe essere paragonabile, per impatto strategico, a ciò che è stato per il commercio globale l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001.

Il match tra il governatore cinese Zhou Xiaochuan e il direttore del Fmi Christine Lagarde, dunque, si è deciso in Europa. Stati Uniti e Giappone, da soli, non avrebbero avuto la forza sufficiente per mettere alla porta i cinesi rispedendo al mittente le loro richieste. La Cina ha puntato con forza sui dsp, vedendoli come trampolino di lancio per promuovere l’internazionalizzazione del renminbi in vista di una conversione totale che potrebbe avvenire ben prima del 2020.

I dsp sono attività di riserva in valuta estera internazionali. Assegnati alle nazioni del Fmi, rappresentano un gruppo di divise estere che possono essere scambiate nei momenti di bisogno. Anche se denominati in dollari Usa, il valore nominale di un dsp deriva da un paniere di valute, con, in particolare, un importo fisso di yen, dollari, sterline, euro, a cui si è aggiunto appunto, dal finire dello scorso anno, anche il renminbi.

Legami monetari fra Europa e Pechino
Con l’ingresso del renminbi nel paniere del Fmi, gli istituti che già detengono tale moneta, almeno una sessantina, tra i quali anche la Banca d’Italia, hanno dovuto convertire in renminbi anche i dsp che detenevano, con un aumento delle riservenella valuta di Pechino.

Occorre ricordare che già nell’ottobre del 2013 la Banca centrale cinese e quella europea firmarono un accordo swap per un totale di 45 miliardi di euro (350 miliardi di renminbi), il più grande siglato da Pechino al di fuori dell’Asia. Nel novembre 2014, la Bce ha ufficialmente aperto la discussione interna sull’ammontare dei renminbi da aggiungere alle sue riserve.

La Banca centrale britannica, dal canto suo, nell’ottobre del 2014 ha raccolto 3 miliardi di renminbi attraverso titoli del Tesoro denominati nella moneta cinese, tenendoli poi tra le sue riserve, invece di convertirli in dollari Usa come aveva invece sempre fatto in precedenza. Nell’ottobre dell’anno successivo, durante la visita di Stato di Xi Jinping a Londra, il governo britannico è stato prescelto per la prima emissione di bond cinesi denominati in renminbi.

L’Europa è anche la sede prediletta di un numero crescente dei cosiddetti renminbi hubs, ovvero clearing banks per la moneta cinese. Conosciuti anche come Rmb qualified foreign institutional investors (Rqfii), si trovano prevalentemente in Europa, in città quali Londra, Francoforte, Parigi, Lussemburgo, ma anche Praga, Budapest, Milano e Zurigo.

I crescenti legami monetari tra Europa e Cina spiegano la decisione della Gran Bretagna, seguita da Germania, Francia e Italia, di diventare membri fondatori della Asian infrastructure investment bank (Aiib), nonostante le pressioni statunitensi affinché ne restassero fuori.

Freno Usa 
Mentre l’Europa apre al renminbi e alla finanza cinese, le grandi banche americane continuano a mettere freni all’attivismo di Pechino nel conquistare altro spazio nel salotto buono della finanza mondiale, come dimostrato dal rifiuto - l’ennesimo – di Msci di includere nel suo index dei mercati emergenti le blue chip cinesi.

A metà giugno è arrivato infatti il terzo no, il più sofferto, perché Pechino stavolta considerava scontata una risposta positiva. La diffidenza di Msci è stata dettata, a sentire gli addetti ai lavori, dallo scarso appeal del renminbi, moneta non convertibile che coltiva grandi pretese legate – come ha dimostrato l’ingresso nel paniere dei dsp del Fmi – al suo essere tradeable, quindi dall’utilizzo commerciale ampio e innegabile.

Più che una dimostrazione di sfiducia nella trasparenza dei mercati finanziari cinesi, la decisione di Msci riflette il fatto che, nonostante i recenti sforzi di Pechino nel liberalizzare il mercato dei capitali (tra questi, l’apertura del mercato obbligazionarioonshore) e nell’imporre norme più severe per proteggere la liquidità, gli investitori globali hanno scelto di rimanere in disparte proprio a causa di timori per il rischio-renminbi e le difficoltà operative di gestire la moneta in sé. Il 70% del totale di tutte le transazioni in renminbi fuori dalla Cina sono ancora fatte a Hong Kong, per un giro di affari di circa 800 miliardi al giorno.

Sei anni di strisciante processo di internazionalizzazione della valuta cinese hanno comunque lasciato il segno: non ci sono solo le banche centrali che stanno investendo nel renminbi. La moneta cinese è già la seconda più importante valuta di finanziamento del commercio mondiale, la sesta moneta più intermediata in borsa e ha superato, per quantità di utilizzo, i dollari canadesi e australiani, secondo l'organizzazione globale di servizi di transazione Swift.

Il sostegno europeo alla moneta cinese è una mossa lungimirante, oltre che un messaggio politico indirizzato ai riformatori cinesi. La Brexit potrebbe accelerare questa dinamica. Il rischio è che si accentui, però, il divario con gli Usa che, gelosi di mantenere il predominio del dollaro, guardano con riserva all’ascesa del renminbi e al ruolo che giocano gli alleati europei nel promuovere la finanza cinese.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI; Rita Fatiguso è corrispondente da Pechino per Il Sole 24 Ore.
 
Invia ad un amico - Stampa 
   ShareThis
Vedi anche
Il piano quinquennale sempre meno cogente, Romeo Orlandi
L’Fmi del XXI secolo: molte sfide, poche risorse, Carlo Cottarelli
Lo storico ruolo della Cina negli squilibri finanziari globali, Carlo Milani

Temi
AsiaCina
Finanza internazionaleUnione europea

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti
 

lunedì 22 agosto 2016

La difesa delle frontiere europee

Immigrazione
Guardia costiera Ue per difendere l’area Schengen
Fabio Caffio
28/07/2016
 più piccolopiù grande
Con insolita celerità, come se la Brexit avesse serrato i ranghi dell'Unione europea, Ue, il Parlamento europeo ha dato vita alla Guardia costiera e di frontiera dedicata all'integrità territoriale dell'area Shengen.

La risoluzione del 6 luglio 2016, approvata preventivamente dal Consiglio, ha legiferato in prima lettura sulla proposta di regolamento della Commissione: trasformare Frontex in Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con poteri che, in caso di incapacità dei paesi membri a fronteggiare crisi migratorie improvvise, possono incidere sulle loro competenze sovrane.

È stato così realizzato il progetto del presidente Jean Claude Juncker del settembre 2015 di preservare la libera circolazione nello spazio Shengen minacciata dagli ingressi di immigrati non identificati o non aventi titolo a protezione internazionale.

Blindare il fronte marittimo sud 
Molta acqua è passata da allora sotto i ponti Ue in quanto nel frattempo si è consolidata la politica di chiusura delle frontiere terrestri attuata dai paesi dell'Europa orientale.

Ciononostante, sorprende la determinazione mostrata nel voler blindare il fronte marittimo sud dove, tra l'altro, l'Italia adotta una sua personale linea di accoglienza delle persone salvate in mare.

Si comprendono i timori che dal Medio Oriente riprendano massicci esodi, magari a seguito di un voltafaccia della Turchia. C'è da chiedersi però se fosse realmente necessario creare un Corpo ‘sovranazionale’ di guardia costiera europea, Gceu. Frontex è già attiva in mare da un decennio ed un efficace ruolo di deterrenza dell'immigrazione illegale viene svolto da Eunavfor Med-Sophia e dalla Nato.

Quale Guardia costiera europea
Da tempo era in corso un esercizio dedicato alla creazione di un servizio di Gceu unificato; il fatto che nella Ue vi fossero ben 316 entità pubbliche titolari di funzioni guardia costiera ne aveva tuttavia rallentato l'iter.

È noto che solo Italia e Grecia hanno un vero corpo di Gc, mentre altri assegnano simili funzioni a Marina militare (emblematica l'organizzazione della Marine Nationale francese, modello di alcuni compiti non militari della nostra Marina), Forze di polizia (Spagna, ad esempio) o istituzioni civili.

Tali funzioni riguardano normalmente vari settori come la sicurezza marittima, il soccorso in mare, il controllo di pesca e inquinamento. Ma non la sorveglianza dei limiti della acque territoriali che è perlopiù affidata - come avviene in Italia - all'Interno.

Con la creazione del proprio Corpo di Gc, l'Ue ha invece creato una forza marittima apparentemente dedicata alla sorveglianza costiera, ma di fatto avente competenza in tutte le materie suindicate, inoltre potenzialmente autonoma rispetto alle realtà di polizia marittima dei Paesi membri.

La nuova Agenzia di Gcue coopererà infatti con le altre Agenzie europee di controllo della pesca e di sicurezza marittima. Ma non si interfaccerà con le missioni navali militari Nato o Ue operanti al largo dell'Europa (dal testo approvato è scomparsa una clausola di salvaguardia).


Mari d'Europa (Fonte Ue).
Quali frontiere marittime europee
Per difendere l'integrità delle acque territoriali dei paesi membri, la Gcue dovrebbe stare sul limite delle 12 miglia o, nel caso esista anche la zona contigua, entro quello delle 24 miglia.

Se gli interventi saranno condotti in tali spazi, la giurisdizione dello Stato costiero sarà esclusiva. Se invece la Gcue condurrà attività di soccorso in acque internazionali si dovrà applicare il regime della zona Sar. Al riguardo, è prevedibile che, nonostante il richiamo ai principi internazionali sulla scelta del luogo sicuro in cui trasportare i migranti salvati, continuerà ad essere generalizzata la prassi di sbarcarli in Italia.

Lo scenario marittimo in cui opererà la nuova Gcue sarà comunque ben al di là dei limiti delle frontiere marittime di cui al Regolamento 216/399 ed in teoria potrebbe coprire tutto il Mediterraneo e parte di Mar Nero e Atlantico.

Le sue attività riguarderanno anche il controllo della pesca nelle Zee europee (non dimentichiamo che quella di Cipro è contestata dalla Turchia) e della sicurezza marittima, oltre che il contrasto dei traffici illeciti connessi all'immigrazione, terrorismo compreso.

Ambiguità ed incertezze
La determinazione mostrata dal Parlamento europeo nell'approvare il Regolamento della Gcue è indice di coesione politica che sottintende la volontà di realizzare una sorta di Europa marittima federale. Positiva è anche la chiara assunzione delle responsabilità Sar e del rispetto dei diritti umani dei migranti.

All'opposto, balza all'occhio l'eccessiva ampiezza dei settori di attività della Gcue e la connessa indeterminatezza degli spazi marittimi di riferimento.

Inoltre, ombre si intravedono in una sorta di vena antimilitarista che ha indotto a non stabilire forme di cooperazione con la componente navale della Csdp, come invece la Strategia globale Ue auspica. Riserve, queste, che potrebbero riflettersi nei rapporti tra la nuova Agenzia e le istituzioni militari nazionali la quale - come nel caso della nostra Marina - svolgono funzioni Guardia costiera.

Dal prossimo settembre l'Ue mostrerà la sua bandiera in tutti i mari che la circondano. Vedremo se lo farà secondo un disegno organico, o se le navi della Gcue avranno un mandato eccessivamente ampio ed autonomo rispetto agli organi costituzionali europei ed ai singoli Paesi membri.

Fabio Caffio Ufficiale della Marina militare in congedo, esperto di diritto internazionale marittimo.
 

giovedì 28 luglio 2016

Economia Europea

Aiuti alle banche
Bail-in: legittimo, ma non obbligatorio
Gian Luigi Tosato
26/07/2016
 più piccolopiù grande
In una recentissima sentenza (del 19 luglio scorso, in causa C-526/14), la Corte di giustizia dell’Unione europea (Cgue) ha fornito alcune importanti precisazioni in tema di bail-in. Lo ha fatto in riferimento a misure di salvataggio a favore di talune banche slovene e avuto riguardo alla Comunicazione della Commissione sugli aiuti al settore bancario del 2013.

Corte innovativa
Come si sa, il bail-in ha fatto la sua prima comparsa in questa Comunicazione, nella forma più contenuta del burden-sharing (condivisione del rischio): vale a dire, unbail-in che limita ad azionisti e creditori subordinati il coinvolgimento nelle perdite di una banca, prima che subentri l’aiuto statale.

La Corte ha fissato tre punti: il burden-sharing non è obbligatorio, deve ritenersi però legittimo e può essere applicato retroattivamente.
Sul primo punto, la sentenza precisa che la Comunicazione del 2013 è vincolante per la Commissione, ma non per gli Stati membri. La Commissione è tenuta a considerare compatibili con il Trattato aiuti conformi ai requisiti da essa posti nella Comunicazione. Ma gli Stati membri hanno la facoltà di notificare misure che non soddisfano questi requisiti e la Commissione deve motivare un eventuale rifiuto di autorizzarli.
È una precisazione innovativa rispetto a decisioni precedenti. In passato, la Corte aveva attribuito alle Comunicazioni della Commissione una portata vincolante nei due sensi: non solo nel senso di obbligarla ad autorizzare aiuti conformi a tali Comunicazioni, ma anche di rigettare misure che non lo fossero.

Questo sviluppo giurisprudenziale, in parte anticipato da una sentenza di poco precedente (dell’8 marzo scorso, in causa C-431/14), va accolto senz’altro con favore.
In effetti, è la stessa Comunicazione a precisare che il burden-sharing si applica “di norma” e “in linea di principio”; e che è possibile derogarvi se mette “in pericolo la stabilità finanziaria” o determina “risultati sproporzionati”. Non solo: è sempre possibile appellarsi direttamente all’art. 107.3.b del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, Tfue (“grave turbamento dell’economia di uno Stato membro”); e chiedere quindi un’esenzione anche per ragioni diverse da quelle previste nella Comunicazione.

Resta fermo, peraltro, che l’esclusione del burden-sharing costituisce un’eccezione alla regola; come tale, va interpretata restrittivamente, e da ammettere solo in presenza di circostanze propriamente eccezionali.

Legittimità del burden sharing
Secondo punto della sentenza in esame: il requisito del burden-sharing deve considerarsi legittimo. Per la verità, questo requisito non è esplicitamente richiesto dal Trattato. Ma la Corte lo ritiene conforme allo scopo perseguito dall’art. 107.3.b, essenzialmente per due ragioni: perché consente di limitare l’aiuto al minimo necessario, riducendo in tal modo il pregiudizio alla concorrenza; e perché scoraggia l’“azzardo morale” di decisioni rischiose le cui conseguenze negative finiscono a carico della collettività.
La Corte esclude, d’altra parte, indebite lesioni del diritto di proprietà: è normale che gli azionisti concorrano a ripianare le perdite (e conseguente carenza di capitale) di una banca in crisi. Quanto ai creditori subordinati, la Corte osserva che i loro titoli presentano caratteristiche sia delle obbligazioni sia degli strumenti di partecipazione al capitale. Un loro coinvolgimento nel burden-sharing, peraltro in seconda battuta, risulta pertanto giustificato.

Anche questa posizione della Corte è da condividere, a condizione tuttavia che la legittimità del burden-sharing si accompagni ad elementi di flessibilità e proporzionalità.

Non par dubbio che la condivisione degli oneri da parte di azionisti e creditori subordinati appaia in principio conforme alle finalità della disciplina sugli aiuti. Valgono in primo luogo le motivazioni della Corte in tema di riduzione delle distorsioni alla concorrenza e freno agli azzardi morali. Occorre, però, anche pensare al legame perverso fra debiti bancari e debiti sovrani. Il burden-sharing serve a evitare (o quantomeno limitare) il trasferimento sulla collettività di perdite maturate in ambito privato.

La legittimità del burden-sharing è tuttavia condizionata agli elementi di flessibilità segnalati in precedenza, e cioè alla possibilità di deroghe in presenza di circostanze eccezionali. Deve inoltre attuarsi nel rigoroso rispetto del principio di proporzionalità. Questo significa che il ricorso al burden-sharing deve risultare necessario, in assenza di altri rimedi per supplire alle carenze di capitale; e non deve eccedere quanto richiesto per conseguire tale risultato.

Retroattività
Il terzo punto della sentenza riguarda la retro-attività. Per la Corte non vi è lesione del principio di tutela del legittimo affidamento, se il burden-sharing viene applicato in via retroattiva. È vero che prima della Comunicazione del 2013 questo requisito non era stabilito. Ma – osserva la Corte - nessuna assicurazione è stata data da una competente autorità circa la conservazione della situazione esistente. Una modifica è dunque sempre ipotizzabile, specie in tema di aiuti, di riflesso alle variazioni del contesto economico.

Anche questa posizione della Corte è condivisibile, ma nel quadro degli elementi di flessibilità e proporzionalità sopra ricordati. Rientrano nella discrezionalità della Commissione eventuali distinzioni fra investitori. I titoli subordinati, non essendo pienamente assimilabili alle partecipazioni azionarie, potrebbero legittimare un loro trattamento differenziato. E, anche nell’ambito dei creditori subordinati, si può giustificare una gradazione fra investitori professionali e piccoli risparmiatori. Non appare quindi censurabile la speciale tutela di piccoli risparmiatori apprestata dal nostro governo a seguito del noto salvataggio di quattro banche (legge di stabilità 2016 e d.l.59/2016). Né risulta, allo stato, che la Commissione abbia sollevato obiezioni al riguardo.

Un’ultima considerazione: nella sentenza in esame, la Corte si è pronunciata sul bail-in, versione burden-sharing della Comunicazione del 2013; entro certi limiti, le sue valutazioni dovrebbero valere anche per il più esteso (e più esplicitamente denominato) bail-in di cui alla direttiva del 2014 sul risanamento e risoluzione degli enti creditizi (la cosiddetta direttiva Brrd).

Gian Luigi Tosato è Professore Emerito di Diritto dell’Unione Europea, Università “Sapienza” di Roma.

giovedì 21 luglio 2016

Europa: dalla strategia all'azione

Alto Rappresentante dell’Unione Europea
Ue, una strategia per un agire comune
Nathalie Tocci
16/07/2016
 più piccolopiù grande
Il 28 giugno l’Alto Rappresentante dell’Unione europea, Ue, Federica Mogherini ha presentato la Strategia Globale dell'Unione europea (Eugs) per la politica estera e di sicurezza al Consiglio europeo.

L’Eugs segue, a distanza di tredici anni, il primo ed unico documento sul tema, l’European Security Strategy promosso da Javier Solana. Il Consiglio europeo ha accolto con favore la presentazione dell’Eugs, in uno degli ultimi atti dei 28 paesi membri seduti intorno al suo tavolo.

Nonostante Brexit
Mogherini ha deciso di proseguire con la EU Global Strategy il 24 giugno, a poche ore dal drammatico risultato del referendum della Gran Bretagna che ha visto prevalere i voti del Leave. Tale decisione non era scontata.

Alcuni possono aver pensato che si sia trattato dell’ennesimo caso della distanza dell’Ue dalla realtà politica del momento. A dire il vero, nei mesi che hanno preceduto il referendum in Uk, avevamo pensato che nel caso in cui il voto di uscita fosse prevalso, avremmo dovuto fare un passo indietro e rimandare la presentazione dell’Eugs nel futuro.

Quando mi sono giunti i sconvolgenti risultati il 24 giugno, ho pensato che sarebbe stato tutto annullato. E infatti nell’immediato l’Alto Rappresentante era proprio propensa a farlo. Tuttavia, con il passare delle ore, è diventato chiaro che rimandare la presentazione dell’Eugs non sarebbe stato realistico.

Nei mesi a venire, l’Ue sarebbe stata così occupata nella Brexit, le cui conseguenze saranno probabilmente molto profonde, da portare all’abbandono dell’Eugs se non fosse stata pubblicata. È stata proprio la comprensione della portata della crisi interna all’Ue che ha convinto l'Alto Rappresentante ad andare avanti sulla politica estera.

Mogherini ha ritenuto che abbandonare la presentazione dell’Eugs avrebbe significato fare un gran torto all’Unione. Il documento è il frutto di quasi due anni di un sostanzioso lavoro di riflessione e confronto che ha visto l’attiva partecipazione di tutti gli stati membri e istituzioni Ue, oltre a tutta la comunità che si occupa di politica estera.

Conferenze e dibattiti, online e offline, sono stati organizzati in tutte le capitale europee, e non solo. Il processo ha beneficiato del contributo di accademici e studenti, Ong che si occupano di diritti umani e associazioni dell’industria della difesa, think tank, sindacati, associazioni d’impresa e la Chiesa Cattolica, fra i tanti. E tutti i 28 paesi membri erano soddisfatti del risultato.

Una visione di lungo periodo
Come mi ha detto l’Alto Rappresentante il 24 giugno: “Il lavoro è finito”. Quindi perché accantonare il documento? Non è un atto dovuto di responsabilità politica dimostrare proprio in un periodo di crisi come questo che l’Europa può ancora essere unita?

È vero: a giugno 2016 l’Eugs non avrebbe ricevuto l’attenzione da parte del Consiglio europeo o dai media che molti pensano avrebbe meritato. Tuttavia, sarebbe stato ingenuo pensare che un documento strategico con una visione di lungo periodo potesse raggiungere le prime pagine o essere oggetto di profonde riflessioni da parte dei capi di Stato e di governo. E comunque, non era lo scopo con il quale era stato scritto.

Lo scopo dell’Eugs era ambivalente. In primo luogo si voleva raggiungere, attraverso un ampio e approfondito processo di discussione strategica, l’unità di tutti gli attori coinvolti. Il contenuto dell’Eugs non sarebbe cambiato a causa della decisione dell’Uk di lasciare l’Ue.

Ciò che dobbiamo fare in Medio Oriente e Africa, in America Latina o presso l’Onu, ciò che ci dobbiamo prefissare di ottenere nel campo della difesa, del commercio, dello sviluppo, del clima o sul tema delle migrazioni è rimasto sostanzialmente inalterato dopo la Brexit.

Dalla strategia all’azione
Ciò che è cambiata è la nostra capacità di azione. La decisione dell’Uk di abbandonare l’Ue ha assestato un duro colpo prima di tutto all’Uk stesso, ma anche all’Ue. Perdendo l’Uk, la Ue ha perso uno dei suoi più importanti paesi membri, forse quello con il più alto profilo globale, sia in termini di commercio, sviluppo, difesa o diplomazia.

Senza l’Uk, l’Ue rischia di essere meno capace di raggiungere gli obiettivi che si è posta. Nonostante ciò, quegli stessi obiettivi e interessi restano vitali. L’Ue ha quindi oggi ancor più il dovere di garantire un futuro di sicurezza, libertà e prosperità ai propri cittadini e deve farlo rimanendo unita e agendo in maniera responsabile sullo scacchiere globale. E questo è precisamente ciò che l’Eugs si propone di fare.

Tuttavia, la Strategia resta solo un documento che tratteggia una narrativa comune per l’Unione. In secondo luogo, infatti, l’Eugs si propone di andare oltre a questa visione condivisa, in favore di un’effettiva azione comune.

E questo è precisamente il motivo per cui la presentazione dell’Eugs non poteva essere rimandata. L’Eugs doveva essere pubblicato per dare avvio al suo sviluppo. Da più punti di vista, è qui che inizia il vero lavoro. I cittadini europei meritano una visione condivisa e un’azione comune.

* Articolo pubblicato da El País.
Traduzione a cura di Matteo Garnero, stagista dell’area Europa dello IAI
.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI.

giovedì 14 luglio 2016

Prospettive nuove peer la UE

Brexit
Ora di mettere in salvo le istituzione Ue
Cesare Merlini
09/07/2016
 più piccolopiù grande
Il quadro dell’Unione Europea, Ue, profondamente scosso dall’esito del referendum inglese del 23 giugno scorso, è quasi quotidianamente reso ancor più oscuro da nuovi sviluppi, fra i quali abbiamo registrato di recente l’annuncio di due altre consultazioni popolari, entrambe per la data del 2 ottobre: una in Ungheria contro l’immigrazione e contro le regole europee per organizzarla e una in Austria per la ripetizione del ballottaggio onde eleggere il Presidente della Repubblica, così riaprendo l’accesso alla carica ad una personalità dell’estrema destra xenofoba.

Il dibattitto sul futuro dell’integrazione europea
Ma non meno preoccupante è il contenuto dell’intervista a Wolfgang Schaeuble, apparsa sul Corriere della sera di lunedì scorso. In essa il Ministro dell’economia tedesco, dopo aver ribadito la sua sostanziale opposizione agli investimenti per la crescita, afferma che questo “non è certo il momento giusto di lavorare a una maggiore integrazione dell’eurozona”.

Per aggiungere che, “se la Commissione non collabora” e poiché non “preoccupa la gente se il Parlamento europeo abbia o meno un ruolo decisivo”, è bene che “risolviamo noi questi problemi tra i governi, al di fuori delle istituzioni”. È la consacrazione del dominio dell’approccio intergovernativo che, forzando i Trattati in vigore, discende dal vertice della piramide geopolitica reintrodotta nel Vecchio Continente.

In tale contesto non sorprende che il dibattito sul futuro dell’integrazione europea assuma un carattere esistenziale, vagando fra un estremo, quello del “ritorno ad Altiero Spinelli” per risuscitare ipotesi di unità federale, e l’estremo opposto, quello della restituzione della piena sovranità agli stati che in numero finora crescente hanno aderito al processo integrativo, ora dato per prossimo al coma terminale.

È certo poco ragionevole, e per alcuni potenzialmente controproducente, attribuire molte chance al primo scenario, e ciò non solo per la suddetta indisponibilità, o incapacità di leadership, del maggiore stato membro dell’Unione.

Nelle mani esclusive delle “nazioni”
Quanto al secondo, l’idea di rimettersi nelle mani esclusive delle “nazioni” in sostituzione delle istituzioni comuni sembra trarre nuovo alimento non tanto da nazionalismi tradizionali, quanto dalla spinta composita, se non contraddittoria, di percezioni di declino e di impotenza, nonché di xenofobie, separatismi e paure identitarie, alimentate da tabloid e social media, senza che però si delineino schemi politici e sociali, nazionali e internazionali, alternativi.

Quel che sta succedendo nell’agone politico e nel complesso economico e finanziario della Gran Bretagna al solo delinearsi di una procedura di exit futura dall’Unione anticipa e aiuta a comprendere quello che sarebbe l’esito di un dilagante ciascun per sé. Stati nominalmente sovrani e indipendenti infatti non tornerebbero semplicemente a un’Europa libera dall’apparente guazzabuglio brussellese di corpi istituzionali, politici e giuridici, ma a una situazione di nuovo, grave rallentamento economico e di ulteriore perdita di peso geopolitico di tutti e di ciascuno, forse anche a una democrazia che rischia la morte per indigestione.

Travaglio del sistema liberal democratico
Come infatti già notato in precedenti commenti apparsi su AffarInternazionali, la crisi dell’Unione europea rientra in un più esteso e spesso non meno profondo travaglio dell’intero sistema liberal democratico. Non ne è esente la stessa nazione leader di tale sistema, come lo svolgimento delle elezioni primarie in vista della scelta del nuovo Presidente statunitense ha dimostrato. Né lo sono paesi lontani come l’Australia, o pretesi avamposti mediorientali come Israele, o sperate nuove acquisizioni come la Turchia.

Anche per questo lo stato del multilateralismo transatlantico (come dimostra il Ttip periclitante), della governance globale a influenza occidentale (come dimostra l’impasse del G20) e del controllo della sicurezza internazionale a guida americana (come dimostra il moltiplicarsi di minacce “ibride”) non è solo molto insoddisfacente, ma in via di deterioramento, così come si è sopra detto dello stato dell’integrazione europea. Fermare questa deriva generale, rovesciarla se possibile, è compito che appare spesso e scoraggiantemente al di sopra delle capacità delle attuali leadership.

Tuttavia le possibilità residue di adempirvi traggono beneficio dal riconoscimento dei vantaggi restanti degli istituti in essere, a cominciare da quelli europei, e dall’utilizzo dei margini esistenti di salvare il salvabile più che dalle ipotesi di buttare tutto alle ortiche, come certi ibridi politici di finte sicurezze passatiste e di improvvisazioni nuoviste sembrano volere, magari col supporto di scuole politologiche ammantate diRealpolitik.

Può sembrare una ricetta da vecchi, ma quei giovani che, guardando al futuro, hanno votato in maggioranza per il Remain nell’Unione europea potrebbero averci dato una lezione di saggezza.

Cesare Merlini è Presidente del Comitato dei Garanti dello IAI.

sabato 9 luglio 2016

UE: verso un libro bianco europeo

Strategia globale Ue
Un rilancio della difesa europea
Alessandro Marrone
30/06/2016
 più piccolopiù grande
La sicurezza e difesa dell’Europa ricevono una forte attenzione dalla Strategia Globale dell’Ue approvata il 28 giugno, con un significativo rilancio politico che fissa delle priorità, promette delle risorse, e avvia un processo di attuazione delle linee guida stabilite dal documento per le politiche europee in questo settore.

Proteggere l’Europa, fronteggiare le crisi, assistere i Paesi partner
La European Union Global Strategy, Eugs, mette al primo posto tra le priorità dell’azione esterna dell’Ue “la sicurezza della nostra Unione”, con l’obiettivo di contribuire maggiormente alla “sicurezza collettiva” dell’Europa.

Pur riconoscendo il ruolo della Nato per la difesa collettiva, la Eugs afferma che gli europei devono attrezzarsi sia per contribuire all’Alleanza atlantica sia per agire autonomamente se e quando necessario. Vengono quindi fissati tre compiti per l’Ue, da svolgere cooperando con altri soggetti: “proteggere l’Europa, fronteggiare crisi esterne, assistere i Paesi partner nello sviluppare le loro capacità di sicurezza e difesa”.

Si tratta di un livello di ambizione politico piuttosto elevato, in quanto affianca al ruolo di gestione delle crisi, ormai acquisito dopo tredici anni e più di trenta missioni Ue all’estero dalla European Security Strategy del 2003, un compito di deterrenza e difesa simile a quello Nato.

Compito in parte già inserito nel Trattato di Lisbona attraverso la clausola di solidarietà e quella di mutua assistenza - quest’ultima invocata dalla Francia dopo gli attentati del 2015 - ma che riceve dalla Eugs una veste nuova e più ampia, ed un forte mandato politico per essere attuato dalle istituzioni Ue e, si spera, dagli stati membri.

Ovviamente il ventaglio attuale di sfide alla sicurezza europea è molto ampio e va ben oltre quelle strettamente militari, tanto che la Eugs cita terrorismo, minacce ibride, sicurezza cibernetica ed energetica, criminalità organizzata e gestione dei confini esterni - quest’ultima con un esplicito riferimento ad operazioni militari Ue in cooperazione con la Guardia costiera e di confine europea per la sicurezza marittima, tema quanto mai importante nel Mediterraneo.

Anche in quest’ottica va considerato il terzo compito fissato per l’Ue, sostenere le capacità militari e di sicurezza dei Paesi partner: stati falliti,fragilio non in grado di controllare il proprio territorio e spazio marittimo, facilitano il diffondersi del terrorismo islamista e del traffico di esseri umani in Nord Africa e Medio Oriente, con effetti negativi evidenti sulla sicurezza europea - e non solo.

Le priorità per le capacità militarie europee, dalle parole ai fatti
Se il livello di ambizione politico è giustamente elevato per fronteggiare i tempi difficili in cui viviamo, secondo la Eugs per poterlo raggiungere gli stati membri devono spendere a sufficienza nella difesa, devono farlo in modo più efficiente, e devono dedicare il 20% delle proprie spese militari all’acquisizione di equipaggiamenti e alle relative attività di ricerca e sviluppo tecnologico.

Il tutto, assicurando il massimo di interoperabilità tra le forze armate in modo da poterle mettere a disposizione di operazioni Ue, Nato, Onu o svolte in altri formati. Non si tratta di linee guida nuove rispetto a dichiarazioni adottate dal Consiglio europeo negli ultimi anni, ma il fatto che siano sancite nella Eugs lascia sperare che trovino ora una maggiore attuazione pratica.

Non a caso il documento afferma chiaramente che una strategia settoriale dovrà essere adottata dal Consiglio per specificare i livelli di ambizione militare e civile, i compiti, i requisiti e le priorità per le capacità militari europee sulla base delle indicazioni fornite dalla Eugs: insomma, per attuare quest’ultima nel campo della difesa.

La Eugs stabilisce diverse linee guida al riguardo, tra le quali tre sono particolarmente importanti. In primo luogo, viene data priorità alle capacità militari per l’intelligence e la sorveglianza (in particolare velivoli a pilotaggio remoto e satelliti), alle tecnologie cibernetiche per aumentare la resistenza delle reti e delle infrastrutture critiche rispetto a cyber attacchi, ed in generale agli equipaggiamenti necessari perché le forze armate siano in grado di compiere lo spettro completo delle operazioni militari (full spectrum) incluse quelle di combattimento ad alta intensità.

In secondo luogo, la cooperazione europea nella difesa deve diventare la norma perché programmi nazionali non sono più sufficienti per mantenere le suddette capacità, e secondo la Eugs una revisione annuale a livello europeo della spesa militare incoraggerebbe tale cooperazione.

Il documento assegna alla European Defence Agency (Eda) un ruolo chiave al riguardo, sia tramite il rafforzamento del suo Capability Development Plan (Cdp) sia nell’assistere gli stati membri nello sviluppo delle capacità militari derivanti dagli obiettivi politici fissati dalla Eugs.

In terzo luogo, si afferma chiaramente che l’Ue finanzierà la ricerca tecnologica nel campo della difesa, prima attraverso la revisione di medio termine dell’attuale bilancio settennale, e poi attraverso una linea di spesa a tutti gli effetti nel prossimo settennato.

Verso un libro bianco della difesa europea
Nel complesso, gli elementi della Eugs maggiormente dedicati alla difesa forniscono un insieme coerente e significativo di linee guida, perché indicano le priorità quanto a capacità militari, le responsabilità delle istituzioni Ue e degli stati membri al riguardo, e le risorse economiche (e non solo) messe sul tavolo dall’Unione.

Ovvero i tre elementi - obiettivi, modalità e mezzi - costitutivi di una strategia nel vero senso del termine. Servirà ora elaborare in tempi certi il documento attuativo previsto dalla Eugs, una sorta di libro bianco della difesa europea, per andare avanti sulla difficile strada coraggiosamente indicata.

Alessandro Marrone è responsabile di ricerca del Programma sicurezza e difesa dello IAI (Twitter @Alessandro__Ma).
 
Invia ad un amico - Stampa 
   ShareThis
Vedi anche
Mogherini, una Strategia per lo sprint Ue, Azzurra Meringolo

Temi
Unione europeaDifesa

Politica estera
italiana
Unione
europea
Sicurezza, difesa
terrorismo
Mediterraneo e
Medio Oriente
Economia
internazionale
Est Europa e
Balcani
Usa e rapporti
transatlantici
Africa
Istituzioni
internazionali
Asia
Energia e
ambiente
America
Latina
Gli articoli più letti