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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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sabato 4 giugno 2016

ONU: la "intorcinata" politica onusiana

Segretario generale Onu
Nazioni Unite, sentiero rosa per il dopo Ban
Gabriele Rosana
31/05/2016
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Donna, dell’Est Europa e con esperienza nella diplomazia multilaterale. L’identikit del nono Segretario generale dell’Onu sembra portare direttamente a Irina Bokova. Al secondo mandato alla guida della più grande agenzia delle Nazioni Unite, la Direttrice generale dell’Unesco è oggi la favorita alla successione di Ban ki-Moon.

La strada verso Turtle Bay è però disseminata di insidie e di concorrenti che, per la prima volta nella storia, sfilano di fronte agli elettori dell’Assemblea generale (Ag) e alle telecamere della diretta streaming, sul sito delle Nazioni Unite.

Il processo di selezione del nuovo numero uno dell’Onu, infatti, è questa volta improntato alla trasparenza, cercando deliberatamente di uscire dalle segrete stanze del Palazzo di Vetro. dove era stato in precedenza relegato.

Un primo round di audizioni si è tenuto ad aprile; venerdì 3 giugno comincerà il secondo: confermati tutti i precedenti candidati, se ne sono aggiungi altri tre, messi in campo dai rispettivi governi, per un totale di 11. Le interviste per scegliere chi svolgerà il ruolo diplomatico più ambita al mondo saranno trasmesse dalla webtv Onu e lasceranno tracce su Twitter, agli hashtag #UNSGcandidates e #NextSG.

Il contributo femminile nella pace e nella sicurezza internazionale
Secondo l’art. 97 della Carta delle Nazioni Unite, che stabilisce le regole dell’elezione, il Segretario “deve essere nominato dall’Ag, su raccomandazione del Consiglio di sicurezza (Cds)”. Fino ad oggi la selezione è avvenuta in altre sedi, lontane dall’Ag.

Il mutamento è iniziato quando l’Ag, nel 1997, ha adottato una specifica Risoluzione (la 51/241), che invitava a rendere il processo di nomina del vertice dell’Onu il più trasparente possibile e a tenere in considerazione, per la scelta del Segretario generale sia la rotazione fra i blocchi regionali di origine dei candidati, sia l’equilibrio di genere.

Il presidente di turno dell’Ag, il danese Mogens Lykketoft, ha voluto imprimere un’ulteriore sterzata, chiarendo, in una lettera congiunta firmata con il presidente di turno del Cds, le procedure e i termini per la presentazione delle candidature da parte dei Paesi membri. “Sceglieremo la persona migliore per guidare l’Onu - ha detto -. Ma è vero che molti di noi non vedono ragione alcuna perché non sia una donna a ricoprire per la prima volta tale ruolo”.

Sembra quindi giunta l’ora in cui la lettera della Risoluzione 1325(2000) del Cds, sul ruolo e il contributo femminile alla pace e alla sicurezza, diverrà realtà, cominciando ad essere attuata grazie alle decisioni di quella stessa istituzione che l’aveva a suo tempo approvata.

Fino ad oggi, il Cds ha sempre proposto un singolo nome al voto dell’Ag, che ha poi sempre ratificato la scelta. Con un processo selettivo così aperto e partecipato, non è scontato che anche questa volta accada lo stesso. È cioè possibile che al vaglio dei 193 Stati membri dell’Ag venga presentata una rosa di papabili, in competizione tra loro.

Bokova la spunta su Georgieva
La geografia Onu ripartisce il mondo in blocchi regionali, e la prassi opera su questa base, realizzando un informale meccanismo di rotazione fra i diversi blocchi nell’assegnazione dei top jobs. Su questa base, in pochi mettono in dubbio che stavolta sia il turno dell’Europa dell’Est, sino ad oggi rimasta a bocca asciutta.

Studi nell’ex Unione sovietica e perfezionamento al di là dell’Atlantico, capacità manageriali e brillante carriera nell’Unesco (dove ha anche ben gestito spinosi dossier come quello relativo al Muro occidentale di Gerusalemme), la Bokova ha un curriculum che non dovrebbe incontrare particolari veti incrociati.

Dopo aver vinto a febbraio la temibile concorrenza interna di un’altra bulgara, la vicepresidente della Commissione europea Kristalina Georgieva, la Bokova ha ottenuto l’investitura ufficiale da parte del governo di Sofia e potrebbe oggi trovare il favore dei cinque membri permanenti del Cds.

Ma non basta: come la campagna per il seggio non permanente nel Cds ha insegnato all’Italia, la diplomazia onusiana è spesso fatta di contatti informali e si muove sottotraccia, corteggiando anche i Paesi piccoli e i “pesi piuma” per un consenso che, in Ag, attende il responso del pallottoliere più che della bilancia.

Le altre candidature che sfidano la front-runner bulgara presentano anch’esse profili interessanti. A cominciare dalle altre due donne dell’Europa orientale che sono della partita: la croata Vesna Pusić, già ministro degli Esteri e vicepremier nell’ultimo governo di centrosinistra, e la moldava Natalia Snegur-Gherman, diplomatica e politica, figlia del primo presidente di Chisinau.

L’intricata diplomazia onusiana 
Completano l’affollato parterre balcanico/post-sovietico l’ex ministro degli Esteri serbo Vuk Jeremić, l’economista e diplomatico macedone Srgjan Kerim (entrambi già presidenti dell’Ag), l’ex presidente sloveno Danilo Türk, il ministro degli Esteri montenegrino Igor Lukšić (giovane socialdemocratico di tendenza liberal, che tuttavia annovera la Thatcher e Reagan come modelli) e il collega slovacco Miroslav Lajčak (che, con Bratislava pronta ad assumere la presidenza di turno dell’Ue, deve fare i conti con le sortite del premier Fico, sempre più l’Orbán della famiglia eurosocialista).

Ma candidati con chance di successo si trovano anche negli altri gruppi regionali. Un alto profilo che potrebbe dare del filo da torcere alla Bokova, quanto a pregresse esperienze alla guida del proprio Paese e in seguito di un’agenzia Onu (l’Undp), è l’ex premier neozelandese Helen Clark (gruppo Europa occidentale e altri).

L’ex premier portoghese e fino all’anno scorso commissario Onu per i rifugiati António Guterres è l’altro nome in campo in quota all’eterogeneo fronte: l’unico ad avere, ad oggi, ottenuto un pesante endorsement: quello della Francia.

Dopo un Papa e il dio del pallone Lionel Messi, l’Argentina infine prova a metter la propria bandierina anche in cima al Palazzo di Vetro, facendo anch’essa una puntata rosa, il ministro degli Esteri Susana Malcorra.

Gabriele Rosana è giornalista pubblicista, assistente alla comunicazione dello IAI (Twitter: @GabRosana).
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G7. Utilità e prospettive

Economia
G7 quarant'anni dopo: ha ancora senso?
Simone Romano
26/05/2016
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Mentre a Ise-Shima, in Giappone, si riuniscono i capi di Stato e di governo del Gruppo dei 7, meglio conosciuto come G7, formato da Canada, Francia, Giappone, Italia, Regno Unito e Stati Uniti, è lecito interrogarsi su quale ruolo possa avere oggi questa formazione in un contesto globale negli ultimi quarant'anni fortemente mutato.

Nato ufficialmente nel 1975 come vertice informale tra i rappresentanti delle sei economie più avanzate del mondo (il Canada sarebbe stato incluso l’anno successivo), sotto la presidenza giapponese il G7 giunge al suo 42esimo incontro.

Economie emergenti e G20
Quando nel 1975 Giscard d'Estaing invitò in Francia i leader di Giappone, Italia, Germania Ovest, Regno Unito e Stati Uniti per un incontro informale in cui discutere le questioni di interesse mondiale, i sei paesi rappresentavano da soli più del 50% del Prodotto interno lordo (Pil) mondiale. Oggi, tale percentuale è scesa intorno al 35-40%. Questo dato è indicativo di come gli equilibri economici siano mutati radicalmente a livello globale.

Il ridimensionamento delle economie europee e l’ascesa delle economie emergenti e dei paesi in via di sviluppo ha minato in modo decisivo la rappresentatività del Gruppo dei 7. Altri due fattori hanno contribuito in tal senso: l’istituzione del G20 e la scelta di escludere la Russia da quello che era diventato il G8.

Il G6 - divenuto formalmente G7 nel 1976 con l’adesione del Canada - nel 1998 ha incluso tra i suoi membri anche la Russia, trasformandosi in G8. L’ex potenza sovietica, che aveva già iniziato a partecipare come osservatore ai vertici negli anni immediatamente precedenti, ha continuato ad essere membro del G8 fino al 2014, quando le crescenti tensioni dovute all’annessione della Crimea hanno spinto gli altri membri a ritirarsi dal G8 che doveva tenersi a Sochi e a riunirsi nuovamente nella formazione del G7 dopo anni.

Il ritorno al nucleo originario, seppure abbia contribuito a diminuire ulteriormente la rappresentatività del vertice, è visto da molti come un’opportunità per accrescere l’effettività di questi vertici alla luce della maggiore omogeneità tra i componenti del gruppo ristretto.

Il G20, a differenza del G8, non rappresenta un allargamento del G7 ma un vertice parallelo. L’esigenza di includere le più importanti economie emergenti nell’affrontare le questioni legate alle governance dell’economia mondiale nacque alla fine degli anni ’90 a seguito delle crisi economiche in Asia e America Latina.

Il Gruppo dei 20 si riunì per la prima volta nel 1999 come vertice dei ministri delle finanze e dei governatori delle Banche centrali, mostrando da subito buoni risultati. Da allora in avanti, la sua importanza è cresciuta fino ad oscurare completamente il G7, relegandolo a un ruolo da molti percepito come subalterno.

La crisi finanziaria del 2008 ha evidenziato in maniera definitiva il bisogno di una profonda revisione dell’economia mondiale, delle sue strutture e delle istituzioni multilaterali che la governano, ponendo l’accento sulla necessità di trovare soluzioni condivise a livello internazionale in un mondo sempre più interdipendente, soprattutto da un punto di vista economico e finanziario.

Pensare di rispondere alle sfide lasciate in eredità dalla crisi e strutturare le necessarie riforme del sistema finanziario internazionale senza coinvolgere attori come India, Cina o Brasile non era più possibile.

Minore rappresentatività, maggiore efficienza
Il G7 ospitato dal Giappone si riunisce in un momento delicato. Dal punto di vista economico, i primi mesi del 2016, seppure hanno confermato i segnali di ripresa, hanno d’altra parte evidenziato la presenza di sempre maggiori rischi al ribasso.

A livello finanziario, la corsa ribassista dei prezzi delle materie prime continua, colpendo soprattutto i paesi esportatori, e i mercati finanziari sono dominati dall’incertezza e dalla crescente avversione al rischio. La carenza di investimenti e la stagnazione dei consumi sembra ormai essere endemica.

Da un punto di vista geopolitico, le questioni globali come la crisi dei rifugiati, la questione ambientale o il conflitto siriano richiedono soluzioni audaci che per essere effettive devono per forza essere condivise a livello internazionale.

L’urgenza e la complessità delle tematiche che dominano l’agenda di questo vertice offrono ai capi di Stato e di governo l’opportunità di rilanciare il ruolo del G7.La ristrettezza e l’informalità della riunione a sette devono diventare dei punti di forza, non di debolezza. L’omogeneità tra i suoi membri deve essere sfruttata come un vantaggio, permettendo di raggiungere accordi su soluzioni realmente condivise ai problemi che caratterizzano la scena globale.

Se i 7 paesi riusciranno in un contesto del genere a trovare dei punti di accordo, questo servirà poi per proporre le loro soluzioni condivise con maggiore forza e supporto in seno al G20 e nelle altre sedi di discussione multilaterale, aumentando la pervasività delle proposte di un gruppo di paesi, quello occidentale, che vede il suo peso geopolitico diminuire sempre più con il passare del tempo.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.
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venerdì 27 maggio 2016

Il pesante retaggio della Cina di Mao

A 50 anni dalla rivoluzione culturale
Cina, ricordare Mao per guardarsi da Xi
Nello del Gatto
22/05/2016
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C’è voluto un giorno alle autorità cinesi per decidere se e cosa scrivere in merito alla ricorrenza dei 50 anni dalla Rivoluzione culturale di Mao. Solo a distanza di 24 ore, due giornali (con degli editoriali: nessun commento ufficiale delle autorità, anche se il peso è lo stesso) hanno ricordato uno dei momenti peggiori, ma anche un importantissimo pezzo della storia, della Cina.

Il 16 maggio 1966, infatti, cominciava una delle pagine più oscure dell’umanità che, in un decennio, portò al quasi annientamento di una civiltà millenaria e alla morte di oltre un milione e 700.000 persone.

Con la Rivoluzione culturale, la Cina ha fatto i conti quasi subito. Già sotto Deng Xiaoping, nel 1981, si dichiarò la distanza dal movimento anche se ovviamente si salvò il suo ideatore e i principi che lo ispirarono nell’iniziarla, accusando invece la Banda dei Quattro capeggiata da Jiang Qing, la vedova del Grande Timoniere, di avere sfruttato la Rivoluzione.

Contro ogni tipo di autorità
Il 16 maggio 1966 veniva pubblicata una circolare con la quale si affermava che il progresso maoista cinese era minacciato dal suo interno. In quel momento infatti in Cina, il maoismo era attaccato da un lato dal Grande Balzo in avanti che Mao volle per industrializzare il paese e che invece portò anche alla gravissima carestia del 1960; dall’altro, forze innovatrici e riformiste si muovevano all’interno del partito per riportare all’origine del comunismo il partito e il paese.

Mao, facendosi scudo della sua influenza, fece passare la risoluzione (che venne pubblicata integralmente solo un anno dopo) partendo dal presupposto che i nemici del paese erano all’interno dello stesso partito e invitando di fatto i giovani (che si costituirono poi nelle Guardie Rosse) a combattere qualsiasi tipo di autorità esclusa la sua.

E così fu: dieci anni di vero caos (quel “grande caos che realizza grande ordine”, come lo stesso Mao lo definì in una lettera alla moglie) durante il quale qualsiasi tipo di autorità fu messa almeno in discussione, se non subiva peggiori conseguenze come campi di lavoro forzati, prigionia o uccisioni.

Anche Deng Xiaoping e il padre dell’attuale presidente Xi Jinping subirono la stessa sorte. La guerra dichiarata ai “quattro vecchi” (vecchie tradizioni, vecchia cultura, vecchi costumi e vecchie idee) era cominciata e avrebbe seguito per dieci anni le sorti del suo ideatore, lasciando dietro di sé distruzione e morte.

La repressione dei dissidenti
Di questa scia di morte, forse la vittima più famosa dell’epoca è il presidente cinese Liu Shaoqi: teorico del modello sovietico di sviluppo economico contro quello maoista, fu visto dal Grande Timoniere come il suo maggiore contendente, il pericolo maggiore al suo progetto e fu arrestato come traditore dalle Guardie Rosse, morendo poi in carcere due anni dopo.

In quest’ondata si inserisce anche la misteriosa morte di Lin Biao, il vice di Mao, suo successore designato e capo delle Guardie Rosse, il cui aereo cadde misteriosamente durante una lotta intestina per la successione al Grande Timoniere.

Nonostante questo, la condanna del partito alla Rivoluzione culturale arrivò soltanto nel 1981 con un documento nel quale il movimento venne descritto come una “vera catastrofe”, che non può essere visto “come una rivoluzione o un progresso sociale in nessun senso”. Ma Mao non viene condannato per questo, come invece avviene per la Banda dei Quattro.

Dopotutto è chiaro: il partito comunista cinese, allora come oggi, non può rinnegare se stesso ma soprattutto la sua leadership, perché aprirebbe sacche di contestazione e la possibilità di critiche che non possono essere accettate. Lo stesso Deng Xiaoping, avversario di Mao ma nuovo leader dalla Cina e padre del paese com’è oggi, anche se subì moltissimo da Mao e dalle Guardie Rosse, disse che il Grande Timoniere aveva commesso errori solo al 30% e quella percentuale era legata solo alla Rivoluzione culturale.

Commemorazioni tardive e rivoluzioni 2.0
Non c’è stata nessuna censura statale alla ricorrenza dei 50: nessun commento è stato bandito da Internet, anche se c’è stato un tacito silenzio. Nessuno ne ha parlato, sulla stampa, sui giornali. Solo il giorno dopo (anticipato nella notte sull’edizione online), un editoriale in quarta pagina del Quotidiano del Popolo, l’organo del partito (poi seguito anche dal Global Times, vicino alle posizioni dell’esercito), ha ribadito la condanna espressa nel 1981 chiedendo al paese di stringersi al suo presidente Xi Jinping e alle sue azioni.

Già, il “nuovo Grande Timoniere” della Cina. Ma per molti analisti, Xi non ha imparato (o ha imparato troppo bene) la lezione inflitta a suo padre durante la rivoluzione culturale. Il presidente, infatti, pare essere al comando di una “rivoluzione culturale 2.0”, come la chiamano in molti.

La sua lotta alla corruzione all’interno del partito (“colpiamo tigri e mosche”) ha di fatto decapitato i suoi avversari politici; ha sapientemente creato un nuovo culto della personalità attraverso un soft power mediatico nel paese e fuori; ha stretto il controllo sui media, allontanando tutti coloro che non si adeguano; ha reso più difficile la vita ai giornalisti sia cinesi sia stranieri presenti nel paese e, secondo le stime delle organizzazioni non governative che si battono per i diritti umani, sotto di lui sono aumentati i casi di arresti, detenzioni, condanne e allontanamenti dei dissidenti.

Oggi come allora, il paese del Dragone non parla di questa “rivoluzione”, non sentendo sulle proprie spalle il peso di queste decisioni e di queste azioni. Dopotutto, le autorità di Pechino perseguono il loro scopo (fino ad ora riuscito) di migliorare le condizioni di vita in Cina, anche utilizzando metodi non proponibili in altri paesi. Fino a che dura, fino a quando saranno in grado di offrire panem et circenses, difficilmente qualcuno sarà messo in discussione.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo (Twitter: @nellocats).
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lunedì 16 maggio 2016

Terrorismo, immigrazione e mancanza di strategia

Europa e terrorismo
Verso una Frontex terrestre
Diego Bolchini
11/05/2016
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Scovare le connessioni tra i terroristi per vanificare il loro operato in Europa. È questo l’obiettivo dell’Europol che attraverso la cooperazione internazionale tra organismi di polizia dei diversi Stati, insiste sull’importanza dello scambio di esperienze operative.

Le nuove realtà operative dell’Europol
Al fine di raggiungere questo complesso obiettivo, al quale va sommato quello contiguo rappresentato dalla lotta ai network criminali di trafficanti di esseri umani, sono nati a inizio anno 2016 due Centri specialistici dipendenti dall’Europol.

Il primo è l’European Counter-Terrorism Center, Ectc, un progetto diretto da Manuel Navarrete Paniagua, già alto funzionario Guardia Civil con vasta esperienza operativa nell’anti-terrorismo spagnolo e nel contrasto all’Eta. Il secondo è l’European Migrant Smuggling Center, Emsc, diretto da Robert Crepinko, già funzionario della polizia slovena.

Secondo quanto dichiarato dai responsabili Europol, diversi agenti operanti sotto il coordinamento dell’Ectc e in stretto raccordo con altre Agenzie europee come Frontex sono stati di recente dislocati in “punti caldi” (c.d. Hot Spots, vale a dire aree caratterizzate da specifica e rilevante pressione migratoria) dell’Europa Sud-Mediterranea in attività di controllo nei centri di registrazione per i rifugiati. Le indagini, condotte a scopo di prevenzione sono connesse alla sicurezza ed applicate ai flussi migratori correnti.

Terroristi confusi tra i migranti?
L’attività degli agenti è finalizzata a identificare l'eventuale presenza di potenziali soggetti radicalizzati, aventi scopi di infiltrazione terroristica in Europa. Essa è condotta con diversi strumenti e modalità contemplando supporto investigativo, scambio informativo e riscontri da banche dati.

Le nuove attività in Hot Spots saranno un banco di prova importante nell’ottica della definizione e validazione di nuove procedure di sicurezza, richieste dagli ingenti flussi migratori verso l’Unione. In questo settore Europol esprime una crescente capacità di analisi e interscambio informativo, svolgendo altresì attività di sostegno a potenziamento delle singole forze di polizia degli Stati Membri.

Il compito non sarà verosimilmente facile. Tra ipotizzabili mimetismi ideologici e contraffazioni documentali, l’identificazione di eventuali soggetti criminali da intercettare all’interno dei flussi di migranti richiederà un forte supporto analitico e tecnologico.

La specificità della potenziale minaccia odierna consistente nel rischio di avere terroristi “confusi” tra i migranti - seguendo quasi il vecchio slogan maoista del “vivere come il pesce nell’acqua” - richiederà inoltre capacità professionali aggregate, combinando esperti di terrorismo (in relazione a profili individuali da individuare e monitorare) e di criminalità organizzata (in relazione alle filiere di trafficanti di esseri umani e illegal immigration networks, che potrebbero facilitare eventuali ingressi di terroristi per semplice profitto economico).

In tale contesto, la canonica distinzione di categorie tra nazionale e internazionale, mondo degli Affari interni e degli Affari esteri appare sempre più labile e sfumata: gli organismi di polizia giudiziaria si trovano a fronteggiare, de facto, spettri di minaccia ramificati, che vedono sempre più spesso collegamenti trasversali del tipo: Stato di residenza/Stati esteri/Stati di passaggio.

L’Italia e la minaccia jihadista
Muovendo da una prospettiva nazionale, appare lecito affermare che il piano investigativo e il piano giudiziario italiano stanno lavorando già da anni in modo significativo nell’ottica di un efficace monitoraggio delle aree a rischio estremismo jihadista.

Tale esperienza e capacità accumulata potrà essere un valido contributo rispetto alle iniziative promosse nel contesto di Polizia europea in un’ottica di reciproca collaborazione.

Si pensi, solo per citare una relativamente recente attività investigativa dell’antiterrorismo interno, all’operazione Masrah condotta dal Ros dell’Arma dei Carabinieri e dalla Procura delle Repubblica di Bari nel 2013.

Nel corso di questa operazione fu individuata una cellula di presunti terroristi islamici, avente base operativa nella città pugliese di Andria. In relazione a questa iniziativa investigativa furono eseguite diverse ordinanze di custodia cautelare in Sicilia, Lombardia e prodotto un mandato di arresto - quasi precorrendo tempi e luoghi - in Belgio: l’ex imam di Andria fu infatti arrestato proprio a Bruxelles.

L’auspicio da condividere oggi è che, ove esistenti, tante altre maschere possano essere divelte, svelando in tal modo eventuali progettualità ostili.

Diego Bolchini è analista di relazioni identitarie, autore di contributi per diverse riviste specializzate nei settori afferenti geopolitica, sicurezza e difesa.
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lunedì 9 maggio 2016

Uno scenario designato

Europa
Brexit, se si riaccende la fiamma 
Antonio Armellini
03/05/2016
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Come andrà a finire il voto sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea. L’ambasciatore Antonio Armellini delinea i due scenari opposti, ragioni e conseguenze. Nel primo articolo si era immaginata la vittoria della fuoriuscita di Londra dall’Ue. In questo si ipotizza invece la prevalenza nelle urne del fronte opposto.

Dunque è ufficiale: Londra rimane membro dell’Unione europea, Ue. L’incertezza, dopo che i primi exit poll avevano indicato un testa a testa, è finita nella giornata di ieri con la conferma che il “soccorso rosso” del voto laburista nel Nord dell’Inghilterra ha funzionato meglio del previsto.

Il numero di votanti ha superato di poco il 60% e lepercentuali - 52% a favore e 41% contro - ricordano quelle del referendum sulla Scozia del 2014. Le grandi città - Londra, Manchester, Birmingham - hanno votato compattamente per il remain, come la Scozia e l’Irlanda del Nord, ma quello che soprattutto ha contato è stato l’afflusso maggiore del previsto dei giovani: complice forse il cattivo tempo, sono stati probabilmente loro a decidere l’esito della contesa.

L’appoggio degli shirese del Sud dell’Inghilterra per il brexit non ha subito incrinature, cosicché il paese si presenta sempre più diviso su linee geografiche (Sud e Nord, Inghilterra e Irlanda e Scozia e Galles); generazionali (giovani e laureati e pensionati e lavoratori non qualificati); socio-culturali (grandi città e provincia e zone rurali).

Voto razionale
L’ultimo psicodramma greco, e il fallito tentativo di dare vita a un vero sistema di controllo comune alle frontiere mentre l’accordo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan traballa vistosamente e si è aperto un nuovo drammatico fronte con la Libia, non sono bastati a convincere l’elettorato a scegliere quel miscuglio tipicamente britannico di insularismo fatto di diffidenza per tutto ciò che sa di straniero, di nazionalismo nutrito da nostalgie imperiali per una inesistente “anglosfera” in cui trovare rifugio salvifico dall’Europa, su cui avevano puntato i brexiteers per contrastare il coro degli argomenti che quasi tutta l’industria, la City e la grande maggioranza degli alleati avevano intonato per sostenere il governo nella campagna per il remain.

Non per questo il voto è stato ispirato da considerazioni razionali: del resto, di razionalità in questa campagna elettorale se ne è vista ben poca. Più semplicemente, le correnti psicologiche e “di pancia”, su cui il brexit pensava di fare leva, hanno ceduto il passo ad un’altra fondamentale componente della “pancia” del paese: il pragmatismo che l’ha indotto a scegliere il “diavolo che si conosce” piuttosto che farsi sedurre dal salto nel buio verso una immaginaria sovranità.

L’Europa che ha vinto è quella del mercato e delle convenienze economiche: essa - come ha ben chiarito l’eccezione sulla “evercloser union” voluta dal premier David Cameron - ha poco da spartire con l’idea di una Unione di paesi che condividano un comune obiettivo politico di integrazione, per quanto lontana.

Di questa Europa mercantile però gli inglesi hanno, per la seconda volta in quarant’anni, dichiarato di voler fare parte e sta ora agli altri fare i conti con la situazione. E decidere il da farsi.

Europa, un sospiro di sollievo
Le reazioni in Europa sono state, come prevedibile, di sollievo. Angela Merkel ha dichiarato che la Gran Bretagna ha fatto una scelta che la rafforzerà, e con essa rafforzerà tutta l’Europa. Matteo Renzi ha detto che si apre la prospettiva di una sempre più stretta cooperazione fra due grandi paesi che insieme possono costruire una Europa diversa, più libera e vicina ai cittadini.

Hollande si è unito al coro, non senza ricordare che passato questo scoglio decisivo, l’Europa intera deve ora riprendere con lena il cammino verso il completamento dell’Unione.

Tutt’altra musica fra i nuovi paesi membri dell’Europa dell’Est. L’ungherese Viktor Orban e il polacco Andrzej Duda hanno annunciato una riunione straordinaria del “Gruppo di Visegrad” per proporre un asse con la Gran Bretagna volto a superare l’illusione pericolosa dell’euro e mettere fine all’erosione delle sovranità nazionali voluta dalla burocrazia brussellese.

Applauditi in questo dall’Austria e criticati un po’ da tutti gli altri, ma non da Marine Le Pen e Matteo Salvini, che si sono fatti promotori di un manifesto dei movimenti euroscettici europei per “azzerare l’euro e cambiare l’Europa che affama i suoi cittadini” grazie anche (si presume) all’appoggio che a questo progetto dovrebbe dare Londra.

Cameron chiede nuove modifiche
David Cameron ha dichiarato che la Gran Bretagna resta in Europa per cambiarla, non ritenendo sufficiente quanto sin qui ottenuto, e si è impegnato a indire un nuovo referendum se, in capo a due anni, le modifiche richieste da Londra non saranno state accettate.

Una mossa ad un tempo difficile e pericolosa (per la stabilità dell’Ue), con la quale cerca di rafforzare la sua posizione nei confronti della maggioranza euroscettica del partito, decisa a continuare a dare battaglia.

Più che da Boris Johnson - il cui ruolo di “parricida” ufficiale appare un po’ appannato per l’eccesso di violenze retoriche fini a sé stesse - dovrà guardarsi dai mediatori che già si annunciano all’interno del governo. Da Michael Gove soprattutto, anche se un pensierino potrebbe farlo Philip Hammond.

Nigel Farage si è dimesso come annunciato e manovra per far confluire l’Ukip nei tories spingendone l’asse ancor più verso destra. Cosa questa che potrebbe innescare la reazione opposta di quanti guardano a personaggi come Kenneth Clarke per dare vita a un nuovo partito moderato e filo-europeo, in cui accogliere anche quanto resta della pattuglia liberale.

Ue, esame rimandato
La Gran Bretagna che rimane nell’Ue consente a questa di rimandare l’esame autocritico che una vittoria del brexit avrebbe reso inevitabile. Ma non di rinunciarvi: Londra continuerà ad opporsi a qualsiasi tentativo di dare maggiore coesione al processo di integrazione e starà attenta ad evitare, soprattutto, ogni decisione che immagini possa incidere negativamente sui suoi interessi.

Allo stesso tempo, appare sempre più chiaro che il futuro dell’euro è legato alla capacità dei suoi membri di compiere un salto di qualità in senso sovranazionale: un ministro unico delle Finanze, senza una politica fiscale comune e soprattutto senza un progetto politico condiviso, rischierebbe di essere l’ennesimo fuoco fatuo dell’Europa unita.

C’è una forte contraddizione fra l’Europa di Altiero Spinelli e quella di Margaret Thatcher: andrà risolta e nessuna delle parti ha ben chiaro come. Una grande confusione sotto il cielo, di cui non si sentiva davvero il bisogno.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
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martedì 3 maggio 2016

Immigrazione; nuove prospettive

Accordo Ue-Turchia
Migranti, quei minori ai confini d’Europa
Giovanna di Benedetto
27/04/2016
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In Grecia, dopo l’accordo fra Unione europea e Turchia, migliaia di bambini e minori migranti soli sono a rischio di violenza e sfruttamento.

Le enormi difficoltà che questi minori hanno affrontato per arrivare in Europa, mettendo a rischio ancora una volta la loro vita - oltre 1.260 persone risultano morte o disperse in mare dall’inizio dell’anno, nel tentativo di raggiungere le coste del Vecchio continente - non sono finite.

Cercavano una speranza e un’occasione di futuro, hanno trovato muri e filo spinato. L’Unione europea ha abbandonato i minori che viaggiano soli ed è venuta meno ai propri obblighi chiudendo le frontiere e implementando l’accordo Ue-Turchia, senza assicurarsi che venissero rispettate le salvaguardie legali.

Bambini non accompagnati
Dall’inizio dell’anno sono più di 154.000 i profughi che sono arrivati in Grecia; due su tre sono donne e bambini. Di questi, almeno 2.000 sono minori non accompagnati - provenienti per lo più da Pakistan, Afghanistan, Siria e Iraq - che hanno raggiunto l’Europa da soli o che hanno perso la loro famiglia lungo il tragitto e ora sono bloccati in Grecia in seguito alla chiusura delle frontiere, a fronte di soli 477 posti disponibili a ospitarli in strutture adeguate in tutto il Paese.

Il 75% di loro non ha un posto sicuro dove stare. Non si sa dove collocare i nuovi arrivati che, spesso, vengono rinchiusi in centri di detenzione o commissariati di polizia per lunghi periodi di tempo. Molti dei minori non vengono registrati al loro arrivo in Grecia e rimangono quindi completamente invisibili alle agenzie umanitarie e governative, a volte vengono identificati come maggiorenni o come accompagnati da altre persone e non ricevono il sostegno a cui hanno diritto.

In Grecia si verifica il paradosso che, da un lato ci sono bambini e giovani rinchiusi in centri di detenzione - una misura che non può mai essere considerata corrispondente al migliore interesse del minore -, mentre dall’altro tanti giovani migranti soli e vulnerabili sono lasciati senza riparo e al freddo, come succede per esempio ad Atene, perché l’offerta di alloggi sicuri e servizi adeguati è nettamente inferiore alla domanda.

Dormono all’aperto in luoghi di accoglienza non ufficiali, sempre più precari, e sfuggono alle maglie del sistema. Sono esposti a numerosi rischi come quello di abuso, sfruttamento da parte dei trafficanti, rischiano di ammalarsi e sono molto fragili a livello psicologico.

Attualmente, solo al Campo di Moria a Lesbo, dove ci sono oltre 3.300 persone, 157 minori non accompagnati sono rinchiusi nell’area di prima accoglienza e 62 nella zona gestita dalla polizia, dove vivono in stanze sporche e non hanno letti a sufficienza, in una condizione estremamente pericolosa per il loro benessere fisico e mentale. Non hanno accesso ai servizi legali o ad altri tipi di assistenza di base di cui avrebbero urgente bisogno.

Rifugi informali e rischio abusi
Anche al confine settentrionale della Grecia, i bambini e i minori che viaggiano soli dormono in rifugi informali e continuano a essere esposti ad abusi, violenza e sfruttamento. Molti erano in viaggio per raggiungere i familiari in Europa quando, il mese scorso, si sono visti sbarrare i confini. Solo a Idomeni, divenuta tristemente nota come il luogo simbolo di questa crisi migratoria, oltre 10.000 persone aspettano disorientate, in attesa di capire cosa ne sarà del loro futuro. Tra queste, migliaia sono i bambini, la maggior parte dei quali con meno di 10 anni.

Save the Children ha visto minori soli e vulnerabili dormire nel fango o dentro cartoni, accanto a fuochi improvvisati accesi con materiale disparato, pur di riscaldarsi nelle fredde notti trascorse all’addiaccio, esposti al rischio di ammalarsi a causa delle critiche condizioni igienico-sanitarie e a violenze in un contesto di totale promiscuità.

In Grecia, Save the Children ha raggiunto oltre 352.000 profughi e migranti, di cui oltre 138.000 bambini, con programmi di nutrizione, distribuzione di beni di prima necessità, aree dedicate a mamme e neonati, gestione di rifugi per minori non accompagnati, in coordinamento con organizzazioni e autorità locali.

Negli spazi a misura di bambino, che Save the Children ha allestito a Idomeni, così come a Lesbo e in tante altre strutture delle isole e della terraferma, i piccoli frequentatori provano, con l’aiuto degli educatori, a recuperare un senso di normalità, tornando per un po’ davvero a sentirsi di nuovo bambini.

Giovanna di Benedetto è Ufficio stampa presso Save the Children Italia (ufficiostampa@savethechildren.org (@SaveChildrenIT).
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mercoledì 27 aprile 2016

Energia: difficoltà e prosepttive

Energia
Petrolio, la difficile partita saudita a Doha
Nicolò Sartori, Leonardo Giansanti
21/04/2016
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Il timido ottimismo attorno all’esito del meeting di Doha si è scontrato, domenica pomeriggio, con il cinico realismo della principale potenza del Golfo, l'Arabia Saudita, e del suo storico rivale, l'Iran.

Gli annunci carichi di aspettative dei funzionari dell’Opec - l’organizzazione dei paesi esportatori di petrolio - all'indomani dell'accordo di febbraio tra Arabia Saudita, Russia, Qatar e Venezuela avevano, infatti, fatto pensare ad una revisione dell’intransigente approccio di Riad, spingendo il prezzo del Brent oltre i 40 dollari al barile, dopo il crollo di gennaio sotto la soglia dei 30 dollari.

Il risultato finale degli incontri di Doha suggerisce invece una chiara mancanza di fiducia sia tra paesi Opec e non-Opec (in Qatar erano presenti anche Azerbaijan, Messico, Oman e Russia), sia all'interno dello stesso cartello. In questo contesto, infatti, è molto difficile pensare che un singolo paese - in questo caso l'Arabia Saudita - sia disposto a modellare la propria strategia energetica e a sobbarcarsi una serie di costi extra, in funzione degli interessi di altri paesi concorrenti.

La posizione di Riad
L'Arabia Saudita, va ricordato, avrebbe - come la stragrande maggioranza dei paesi esportatori - un chiaro interesse a incrementare i propri introiti petroliferi grazie all'innalzamento dei prezzi. In primo luogo, ciò permetterebbe di mantenere alti i livelli di spesa pubblica e garantire sia le tradizionali forme di sussidio socio-economico riservate alla popolazione, sia il funzionamento del massiccio apparato militare e di polizia. In seconda battuta, esso renderebbe possibile continuare a drenare miliardi di petrodollari verso i propri alleati internazionali - statuali e non - sparsi in tutto il mondo.

Ma, oltre a questo, la verità è che la petromonarchia wahabbita teme che un suo approccio compromissorio sui tagli alla produzione potrebbe non risultare necessariamente in un aumento delle entrate petrolifere ma altresì portare alla perdita di quote di mercato, favorendo pratiche di free riding da parte di competitor Opec e non, così soprattutto spianando la strada al rilancio economico (e potenzialmente anche politico) del suo principale rivale regionale, l’Iran.

In passato, il regime saudita è rimasto scottato da dinamiche simili, come durante lo shock petrolifero degli anni ’80, quando il re Saud avallò l'abbattimento dei livelli produttivi in concerto con gli altri paesi Opec, che tuttavia non rispettarono l’accordo facendo crollare il prezzo a 10 dollari al barile e costringendo l'Arabia Saudita a inondare il mercato del suo petrolio.

Dinamiche simili si sono verificate nel 2001 quando paesi non-Opec come Russia, Messico, Oman, Angola e Norvegia promisero una riduzione complessiva della produzione, ma nel giro di pochi mesi Mosca si trovò ad aver aumentato in modo sostanziale il proprio output.

Il nodo Iran
Alla luce di questi ragionamenti, come emerso a Doha, la monarchia saudita subordina il congelamento dei livelli produttivi al coinvolgimento dell'Iran in un eventuale accordo. Il recupero della legittimità internazionale da parte dell'Iran rappresenta una chiara minaccia strategica per Riad e per il suo status di potenza regionale nel Golfo Persico. Il successo dei negoziati sul nucleare e l'alleviamento delle sanzioni internazionali permettono al regime degli ayatollah di giocare un ruolo di primo piano sui mercati internazionali, con un effetto destabilizzante anche all'interno dell'Opec.

Come dimostrato dall’esito del vertice in Qatar, Teheran - che non ha alcuna intenzione di limitare la ripresa del proprio settore petrolifero, rivendicando anzi il diritto a tornare a livelli di produzione pre-sanzioni - appare sempre più in grado di incrinare i già deboli meccanismi di coordinamento in seno all'organizzazione, mettendo in luce le difficoltà della leadership saudita a guidare il gruppo dei paesi produttori.

Di fatto, l’atteggiamento intransigente dei sauditi durante il vertice straordinario, poiché la posizione iraniana sul proprio contributo al congelamento della produzione era chiara da tempo, ha alimentato il disappunto dei partecipanti, inclusi gli alleati più stretti di Riad nella regione.

L’impatto della sfida con Teheran
È evidente come al fallimento dei negoziati di Doha seguirà inevitabilmente un ulteriore drenaggio di risorse finanziarie per i paesi produttori, i quali hanno avviato quasi all’unanimità forme più o meno strutturate di revisione della spesa pubblica e delle politiche fiscali nazionali.

Questa situazione potrebbe determinare una destabilizzazione della situazione socio-politica interna ad alcuni di questi paesi, come dimostrato dagli scioperi dei lavoratori del settore petrolifero in Kuwait: proteste che nel giro di tre giorni hanno di fatto dimezzato la produzione dell’emirato (e fatto risalire i prezzi del greggio).

Al contempo, le divergenze sancite dal vertice straordinario potrebbero riaccendere la rivalità tra i due grandi attori regionali nel quadrante medio orientale, creando i presupposti per possibili escalation nei teatri geopolitici più caldi, come il Bahrein, il Libano, la Siria e lo Yemen.

Tra le pieghe del conflitto di matrice religiosa tra sciiti e sunniti che attraversa il Medio Oriente, la sfida esplicita dell’Iran alla leadership saudita nella regione -palesatasi con l’assenza al vertice di Doha - contribuisce ad accrescere le tensioni in un’area già profondamente instabile.

A livello globale, l’esito di Doha contribuisce a rimescolare le carte dei maggiori player seduti al tavolo energetico, con l’Arabia Saudita che ne esce particolarmente indebolita. Gli Stati Uniti, maggiori responsabili degli attuali livelli dei prezzi in virtù della rivoluzione dello shale, avrebbero visto di buon occhio lo sforzo dello storico alleato per assicurare il raggiungimento di un accordo formale.

Tuttavia, anche alla luce dell’avvicinamento di Washington a Teheran, l’allineamento tra americani e sauditi appare quanto mai in discussione. Divergenze con Riad rese esplicite dalla Russia, che non ha nascosto la propria amarezza per il buco nell’acqua del vertice straordinario, individuando nell’atteggiamento saudita la causa principale del non-risultato conseguito. L’Iran, rimasto strategicamente alla finestra, per ora ringrazia.

Nicolò Sartori è Responsabile di ricerca e Coordinatore del Programma Energia dello IAI. Leonardo Giansanti è Tirocinante presso il Programma Energia dello IAI.
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lunedì 18 aprile 2016

Integrazione in Europa. l'urgenza di una soluzione

Europa e Islam
Modelli d’integrazione, se l’Italia sta a guardare
Jessica Cavallero
10/04/2016
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Gli attentati di Bruxelles rendono urgente, ancora una volta, l’elaborazione di una seria risposta al quesito sull’esistenza di un modello di integrazione di successo per le società europee.

Nella maggior parte dei Paesi europei, l’esigenza di dare risposte concrete alla gestione del fenomeno migratorio ha iniziato a farsi sentire dagli Anni Settanta, da quando cioè Paesi come Italia, Belgio e Svezia si sono trasformati da realtà di emigrazione a territori di immigrazione.

Questo passaggio era avvenuto già da decenni in Paesi di più vecchia immigrazione - come Gran Bretagna, Francia e Germania -, che si sono trovati prima del nostro ad affrontare la sempre crescente multiculturalità e religiosità delle loro società.

Ogni singolo modello ha le proprie caratteristiche particolari. Proprio questo potrebbe facilitare l’elaborazione di una classifica dei paradigmi da evitare e di quelli, invece, cui il nostro Paese potrebbe guardare nel suo cammino verso un modello unico e peculiare.

Virata restrittiva in Svezia
Partendo dai modelli più inclusivi, il caso svedese dimostra che un assistenzialismo statale sfrenato nel lungo periodo non è del tutto sostenibile. All’inizio del processo migratorio, l’obiettivo era di integrare velocemente i nuovi arrivati. Questa “generosa politica migratoria” era sostenibile poiché si fondava su un forte controllo dei nuovi entrati.

La religione si configurava come scelta individuale senza alcun riflesso sulla vita pubblica. Ma è proprio in questo modo che s’impedisce a una religione come l’islam, fortemente comunitaria, di rendersi visibile nello spazio pubblico e di ricomporre nuovi luoghi dove tessere legami sociali e religiosi.

Già all’inizio del secolo, questo delicato equilibrio si spezza perché aumenta il numero degli immigrati e i costi per lo stato iniziano a lievitare. Il modello svedese si trova minacciato da una serie di ostacoli che ne insidiano la tenuta: confinare la religione interamente nella sfera privata degli individui non è la soluzione.

Tolleranza e laicità non bastano
A dimostrare ancora meglio come la privatizzazione del credo non sia la strada giusta per una reale integrazione è il modello francese. Si tratta di un modello individualista in cui a contare è il singolo e non la comunità della quale un individuo può sentirsi parte.

Un simile atteggiamento ha impedito un riconoscimento pieno dell’Islam nella vita pubblica della République, così com’è avvenuto nei Paesi scandinavi. Siamo sicuri che in nome della laicità vogliamo rinunciare a uno dei valori più importanti della stessa Francia - e della stessa Europa -, cioè la tolleranza?

La tenuta del modello tedesco
Il caso tedesco dimostra, invece, come la Germania sia riuscita a modificare le regole in corsa e come sia oggi diventata uno dei Paesi cui la maggior parte dei musulmani europei guarda con favore. Anche l’Italia potrebbe cercare di fare uno sforzo in questo senso.

L’apertura di scuole per la formazione degli imam può essere una pratica cui guardare. In primo luogo per evitare infiltrazioni di esponenti più radicali nelle moschee e nei centri islamici e in seconda battuta perché l’opinione pubblica, quella perlomeno più “integralista” nel rifiuto dell’altro, possa veder ridotti i motivi sui quali fondare la sua caccia allo straniero, molto spesso al musulmano.

Il muro d’Inghilterra e il pluralismo belga
Il caso inglese documenta come l’integrazione delle differenze possa mostrare anch’esso dei limiti. Pensiamo alla città di Bradford, chiamata anche piccola Islamabad,e che rappresentava il successo delle politiche di integrazione. Quella Bradford che, però, era stata anche teatro di manifestazioni a favore della fatwa contro Salman Rushdie, dopo la pubblicazione dei suoi “Versi satanici”, ritenuti blasfemi da parte di alcuni islamici.

Se si trattasse di vere manifestazioni fondamentaliste, o piuttosto di un forte segnale di quella minoranza musulmana che si sente tollerata ma non riconosciuta, è difficile dirlo.

In Belgio, il Parlamento si pronunciò a favore dell’inserimento dell’Islam nell’assetto costituzionale già nel 1974. L’Islam viene però riconosciuto solo se si rende conforme ai modelli istituzionali già presenti nel Paese.

La società belga ha fatto sì che fossero le grandi divisioni ideologico-politiche a plasmare l’organizzazione di tutto il sistema sociale. Il pluralismo istituzionalizzato belga ha retto fino a questo momento, ma ora il precario equilibrio si è spezzato. Ancora una volta, la tolleranza non è una risposta sufficiente.

Il non modello italiano
Diversi Paesi europei hanno elaborato un modello riconoscibile e unico per l’integrazione degli stranieri presenti nelle proprie società sforzandosi di incontrarsi e non di scontrarsi con le minoranze, soprattutto quella musulmana.

Si pensi alla costruzione di moschee: in Gran Bretagna esiste un progetto per costruire una moschea per sole donne, esistono degli incentivi economici per i giovani che vogliono fare impresa seguendo l’etica musulmana; mentre in Germania sono attive le già citate scuole deputate alla formazione degli imam.

In Italia nulla di tutto ciò è avvenuto. Sono diverse le comunità islamiche che si sono proposte come rappresentanti dell’islam italiano con l’obiettivo di siglare intese con lo Stato. Ogni tentativo è tuttavia fallito.

Anche alla luce dei recenti fatti di Bruxelles, sono due i comportamenti da incoraggiare: non guardare ai musulmani come inevitabili minacce per società di cui sono protagonisti indiscussi e non adottare un comportamento di mera tolleranza, ma riconoscere in toto il loro diritto a essere cittadini e non semplici soggiornanti in quella che per molti è la loro patria. L’Italia è ancora in tempo.

Jessica Cavallero è laureata in Scienze Internazionali all'Università degli Studi di Torino. Giornalista, gestisce il blog zeroeffetticollaterali.com. Dalle sue ricerche al Cairo è nato l'ebook "La primavera rubata".
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Le mosse della Banca europea

Salve e pallettoni nel bazooka di Super Mario 
Simone Romano
30/03/2016
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Il 10 marzo 2015 iniziava ufficialmente il quantitative easing europeo, il massiccio programma di acquisto di titoli da parte della Banca centrale europea, Bce, per un totale di 60 miliardi di euro al mese fino a settembre 2016.

Nei 12 mesi trascorsi dall’avvio, il programma è stato potenziato da diversi punti di vista, espandendo le tipologie di titoli acquistabili dalla Bce, aumentando l’ammontare di acquisto mensile a 80 miliardi di euro e estendendo la durata del programma fino al marzo 2017.

Con l’inflazione dell’area euro vicina allo 0% e le deludenti dinamiche di crescita dell’occupazione e dell’economia reale, confermate dal taglio delle stime di crescita avvenuto oggi da parte di Standard &Poor’s, sono sorti da più parti dubbi sull’effettiva utilità di questa politica monetaria espansiva non convenzionale.

Cosa non sta funzionando
Il mandato della Bce è mantenere l’inflazione nell’eurozona vicina al livello del 2%, una soglia considerata compatibile con una crescita economica sostenibile e con la stabilità monetaria dell’area.

Dopo gli scarsi risultati ottenuti in tal senso a seguito dell’abbassamento dei tassi di rifinanziamento principale fino alla soglia dello 0%, e dopo aver portato in territorio negativo i tassi che la Bce paga sui depositi che le banche detengono presso di essa, l’istituzione di Francoforte si è impegnata in una politica di immissione di liquidità, il quantitative easing, senza precedenti.

Tuttavia,non ci sono state risposte positive né da parte del livello prezzi né dagli investimenti. Lo swap 5y5y che misura le aspettative dei mercati riguardanti l’inflazione futura è ben al di sotto dalla soglia del 2% e anche la core inflation, depurata dagli effetti della crisi dei prezzi energetici, non sale oltre la soglia dell’1%.

Le stime presentate oggi da Standard and Poor’s prevedono che il tasso di inflazione non superi l’1,4% nei prossimi due anni. Gli investimenti sono lontanissimi dal livello pre-crisi, nonostante le condizioni di finanziamento estremamente vantaggiose.

La gravità della situazione è accentuata dal circolo vizioso che è in grado di generare: le aspettative di bassa inflazione non incentivano gli investimenti e, a sua volta, la carenza di investimenti rallenta la crescita della domanda aggregata nel breve periodo e della produttività nel lungo periodo, incidendo in maniera negativa sulle performance economiche e sulle dinamiche dei prezzi.

Cosa sta funzionando
L’indebolimento della moneta unica europea nei mercati valutari e il conseguente stimolo per le esportazioni dei paesi membri dell’euro sono da iscriversi tra le implicazioni positive della politica monetaria non convenzionale.

Queste dinamiche hanno permesso di migliorare il saldo della bilancia commerciale dell’eurozona in un momento non semplice a livello globale, con molti dei principali mercati di sbocco delle merci europee che attraversano momenti di crisi. L’effetto positivo più evidente del quantitative easing europeo è però costituito dall’abbassamento del costo del debito, sia per i privati che per le autorità pubbliche. L’Italia è il Paese più avvantaggiato da questa condizione, avendo risparmiato negli ultimi 12 mesi circa 6,5 miliardi di euro di interessi.

Che sarebbe successo senza la mossa di Draghi?
Considerando quanto detto, molti ritengono l’esito del quantitative easing deludente. Sono passati più di 12 mesi da quando Mario Draghi ha caricato il suo bazooka ma, nonostante i due potenziamenti intercorsi nel frattempo, la situazione per i paesi membri dell’euro non sembra essere migliorata sensibilmente.

Anche i risultati positivi non sono scevri da critiche, come, ad esempio, l’accusa che le condizioni agevolate di finanziamento abbiamo fatto da deterrente per la realizzazione di necessarie riforme strutturali.

Seppure la stagnazione dei prezzi, il basso livello di investimenti e la debole crescita economica siano realtà innegabili per i paesi dell’eurozona, bisogna anzitutto tenere conto dell’influenza delle dinamiche dell’economia globale.

Le spinte deflazionistiche accomunano molte delle economie più mature, dal Giappone agli Stati Uniti, e il crollo del prezzo delle materie prime energetiche concorre ad aggravarle. In mercati sempre più globalizzati, queste dinamiche si rafforzano a vicenda tramite gli effetti di spillover.

Inoltre, la transizione in atto nell’economia cinese e la crisi profonda della Russia, caratterizzata anche dalle sanzioni e contro-sanzioni, sono esempi di come molti tra i principali mercati per le esportazioni europee stiano attraversando fasi di contrazione, non agevolando un miglioramento più massiccio della bilancia commerciale europea.

Al di là di questo, per valutare davvero l’utilità del bazooka di Mario Draghi, occorre chiedersi come sarebbe la situazione europea se il governatore della Bce non avesse mai imbracciato la tanto discussa arma.

Se i prezzi, i livelli di occupazione e gli investimenti nell’Eurozona sono su livelli così bassi dopo 12 mesi di politica monetaria iper-espansiva, cosa sarebbe accaduto se questa non fosse stata messa in atto, costringendo i governi in difficoltà di finanziamento a misure di austerità ancora più drastiche e di lunga durata? Gli scenari suggeriti da questo interrogativo bastano a evidenziare la necessità delle misure fortemente volute da Draghi.

La Bce non sta lesinando gli sforzi, ponendo anche le condizioni una maggiore efficacia delle politiche fiscali. Tuttavia, la “zoppia europea” che prevede una sovranità monetaria comunitaria a cui è associata una sovranità fiscale frammentata a livello nazionale, si sta rivelando un fattore fondamentale nel diminuire l’efficacia di questi sforzi.

La risoluzione di questa asimmetria diviene cruciale per il futuro dell’Europa, ma questo problema non può essere imputato a una delle istituzioni comunitarie più attive nel contrastare la sempre più preoccupante crisi europea.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.
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mercoledì 13 aprile 2016

Invitation. 21 april 2016.

The Institute of Advanced Studies in Geopolitics and Auxiliary Sciences (IsAG)
 requests the honour of your presence for the conference
 «CEDEAO-ECOWAS: 
the first and the upcoming 40 years», to be held on
 Thursday, 21st April 2016, from 15:00 to 18:00
, in the Refettorio Hall of the San Macuto Palace, Via del Seminario 76 – Rome, 
Chamber of Deputies.

In 2015, ECOWAS celebrated its first 40 years of activity in the domains of economic, political and security cooperation. Established on the goal of reaching “collective self-sufficiency”, the Economic Community of the West African States goes on with its work for integration, supporting its Member States in facing the most recent challenges not limited to the economic sphere. This meeting will offer the opportunity to give a summary of ECOWAS’ work, by highlighting its accomplishments and the potential of African cooperation. The meeting will deal with four main themes: – regional and international cooperation for economic and trade-related promotion, focusing on EPA (Economic Partnership Agreement) with the EU and on the monetary integration of the Western African area; – new perspectives for energy and infrastructures in the area; – cooperation for collective security; – the role of Italy in West Africa and as a Mediterranean focal point for African initiatives.

Please click here to view the conference full programmepdf | jpg

Pre-registration required by April 17th through the following online form:
Collar and tie required for gentlemen. No food or beverage allowed

martedì 12 aprile 2016

Bando. Corso Dal Peacekeeping al Peacebuilding. Scadenza domande 25 aprile 2016




SCUOLA DI AGGIORNAMENTO E ALTA FORMAZIONE
“Giuseppe Arcaroli ”


Anno Accademico 2015-2016

Enti promotori

La Scuola di aggiornamento e alta formazione “Giuseppe Arcaroli”, istituita dall’ANVCG - Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra Ente Morale (D.C.P.S. 19 gennaio 1947) e dall’ANRP  - Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento, dalla Guerra di Liberazione e loro familiari  (Ente Morale D.P.R. 30 maggio 1949), è rivolta in particolare alla trattazione dei temi relativi ai diritti umani e ai conflitti, al fine di esaminare le conseguenze di questi ultimi nei confronti degli stessi belligeranti, dei prigionieri o feriti e della popolazione civile, nonché allo scopo di sottolineare che  la  violazione dei diritti umani, sempre di più, accende la responsabilità penale dei singoli di fronte alla Comunità internazionale in quanto tale.
Il tratto distintivo della Scuola è la multidisciplinarietà, caratteristica che permette di approfondire la tematica dei diritti umani nelle sue varie sfaccettature e di promuovere, inoltre, l'insieme delle attività formative in linea con le attuali dinamiche, volte ad assicurare un pieno rispetto dei diritti e dei bisogni delle vittime dei conflitti armati, a ridurre mali superflui e sofferenze inutili, nonché a facilitare il processo di riconciliazione e pace.


Corso di alta formazione anno accademico 2015-2016

Dal Peacekeeping al Peacebuilding:
gestire i conflitti per costruire la pace

informazioni e notizie sull'ottenimento di Borse di Studio per la frequentaza : scrive a
 coltrinari2011@libero.it
Scadenza delle domande 25 aprile 2016.


giovedì 24 marzo 2016

Immigrazione: ancora avanti senza una strategia

Immigrazione
Turchia: il partner difficile e obbligato
Riccardo Perissich
22/03/2016
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I gufi hanno di nuovo avuto torto e il Consiglio Europeo dell’ultima ora ha trovato l’accordo. Continueranno a gufare.

L’accordo fra gli europei è fragile e anche quello con la Turchia è precario. È anche per certi versi imbarazzante perché interviene a fronte di una evidente involuzione autoritaria del paese e in un momento in cui la popolarità del presidente Racep Tayyep Erdogan in Europa è ai minimi storici.

Ne consegue l’indignazione per un’Europa che ha “venduto l’anima” dei negoziatori da salotto che amano guardare il mondo con lo stesso realismo di quelli che ripetono a tavolino la battaglia di Waterloo sperando che Grouchy arrivi prima di Blucher.

Soldi, visti e processo di adesione
Nell’accordo ci sono vari elementi. Abbiamo promesso alla Turchia molti soldi: tre miliardi più altri tre. Sono molti, ma il Paese deve far fronte a due milioni e mezzo di rifugiati; un disastro umanitario che per quanto possibile non vorremmo trasferire da noi.

Abbiamo anche promesso di accelerare l’eliminazione dei visti per i turchi che si recano nella zona Schengen. Chi protesta dimentica che è un processo in atto da molto tempo e richiede che la Turchia soddisfi un certo numero di condizioni già enunciate; alcune comportano modifiche legislative.

Certo, è legittimo il dubbio che l’aver posto la scadenza di giugno conduca gli europei a essere troppo tolleranti, o la Turchia a non soddisfare alcune condizioni e poi usare il mancato compimento del processo come pretesto per non rispettare gli impegni presi. Vedremo.

La decisione di riaprire un capitolo del negoziato d’adesione è psicologicamente la più contestata perché può essere interpretata dalla nostra opinione pubblica come un via libera definitivo.

L’adesione della Turchia all’Unione europea, Ue, è una saga che dura da mezzo secolo e assomiglia sempre più a una commedia di Pirandello. La verità e che nessuno, né ad Ankara né a Bruxelles crede più che l’adesione sia possibile e in fondo nemmeno desiderabile.

L’Europa ha capito che non è in grado di assorbire un Paese con quelle caratteristiche e che la nostra possibilità di influenzare l’evoluzione del paese è limitata. La Turchia ha invece preso una strada di cui non conosciamo lo sbocco, ma che la porta nella migliore delle ipotesi a essere vicina all’Europa, ma non all’interno di essa; anche i turchi a noi più vicini lo sanno, anche se non vogliono ammetterlo.

È una finzione cui nessuno vuole rinunciare: noi, nell’illusione di aiutare un’opposizione kemalista che sembra incapace di esistere per conto suo, Erdogan perché vuole dimostrare al Paese di non aver del tutto tradito la visione di Ataturk.

Gestione dei flussi e dei respingimenti
Resta la parte più importante dell’accordo: la gestione dei flussi, delle riammissioni e dei respingimenti. Sarà, anche ammesso che tutti lavorino in buona fede, straordinariamente difficile. La Turchia dovrà contrastare filiere di criminalità organizzata che hanno all’evidenza vaste complicità all’interno del paese.

Noi dovremo essere capaci di aiutare massicciamente la Grecia; compito reso oggettivamente più arduo dalla decisione, presa in ottemperanza al diritto internazionale, di valutare i respingimenti su base individuale.

È precario anche l’accordo fra europei. Le decisioni più importanti, superamento di Dublino, gestione comune delle frontiere e programmi di ricollocamento, comportano grandi difficoltà e necessitano cessioni di sovranità. Ci vorrà una forte leadership soprattutto da parte di Germania e Italia, i due paesi più impegnati e, per ragioni diverse, più esposti.

Dovremo anche essere preparati a spiegare ai paesi recalcitranti che rifiutare la solidarietà comune comporta dei costi. Non bisogna peraltro dimenticare che, anche se l’Ue facesse pienamente la sua parte, la gestione dell’accoglienza resterebbe un problema nazionale e addirittura locale con problemi logistici e organizzativi non indifferenti.

Non sono impressionanti solo i numeri, ma anche le implicazioni per l’ordine pubblico, le caratteristiche sociali e culturali dei nuovi arrivati. Non possiamo illuderci che la macropolitica risolva problemi che invece richiedono un’accorta microgestione.

In Italia, un’opinione pubblica schizofrenica deve essere educata alla realtà. Non possiamo essere il Paese che fino a ieri voleva la Turchia nell’Ue subito e che ora la considera alla stregua di uno stato canaglia.

Non possiamo essere la nazione dove i sondaggi indicano un consenso maggioritario all’uscita da Schengen, quando siamo quello che ha finora accolto proporzionalmente il minor numero di migranti e rifugiati e per cui la chiusura delle frontiere sarebbe una misura a dir poco masochista.

Un accordo di interessi
L’accordo con la Turchia non è una promessa di matrimonio, ma riflette la consapevolezza di due attori in difficoltà che hanno bisogno l’uno dell’altro. Noi perché lì è la chiave per cominciare ad affrontare la crisi dei rifugiati. Loro perché il paese è sempre più isolato sul piano internazionale.

Resta il fatto che l’Europa è stata lasciata sola a gestire un problema che ha dimensioni planetarie. Dall’America in preda alla sua involuzione populista. Dalle Nazioni Unite che sembrano interessarsi alla questione solo per ricordarci i nostri obblighi umanitari. Sono lezioni di cui dobbiamo tenere conto.

Gli europei amano usare, spesso a sproposito, la parola crisi usandola per vicende che sono invece solo difficoltà superabili. Questa volta invece di crisi si tratta e addirittura esistenziale: non è affatto detto che la supereremo e ancor meno che arriveremo al traguardo tutti insieme.

Confortano due fatti di cui sembrano essere pienamente consapevoli le classi dirigenti al potere. Il fenomeno non è arrestabile con la costruzione di muri. I costi, politici ed economici, della fine di Schengen sarebbero giganteschi. Per chi crede ancora nella forza della ragione non è poco, anche se non sarà facile: per ogni populista xenofobo c’è anche un buonista che grida “avanti, c’è posto per tutti”.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
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venerdì 18 marzo 2016

Petrolio: Un nodo difficile

Economia e affari internazionali
Crollo dei prezzi del petrolio, un problema di tutti
Marco Magnani
09/03/2016
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L’andamento dei prezzi delle materie prime - dal petrolio al gas naturale, dai minerali ai prodotti agricoli - è sempre stata una variabile macroeconomica con conseguenze abbastanza semplici da decifrare.

Per le economie industrializzate che importano materie prime - Europa, Giappone e Stati Uniti - il rialzo dei prezzi è generalmente un fatto negativo mentre il calo è positivo.

I periodi di prezzi bassi delle materie prime hanno spesso coinciso con fasi di espansione delle economie avanzate, come negli anni '60 e '90, e il mercato delle commodity si è quasi sempre mosso in controtendenza rispetto alle borse.

Come spiegare allora il quadro macroeconomico di questi mesi, caratterizzato contemporaneamente da materie prime al collasso, crescita economica anemica e mercati finanziari in crisi?

Economia globale e aumento della complessità
In un mondo “semplice”, prezzi bassi delle commodity avvantaggiano le economie industrializzate che le importano e prezzi alti favoriscono le economie emergenti che le producono ed esportano.

L’impennata del prezzo del greggio durante i due shock petroliferi degli anni ’70 ha prodotto inflazione e recessione nei paesi industrializzati, mentre i paesi produttori accumulavano surplus commerciali e riserve in valuta, aumentando il proprio peso politico internazionale.

Al contrario, a fine anni ’80 e nel corso degli anni ’90, la caduta dei prezzi delle commodity ha contribuito a un lungo periodo di crescita dei paesi industrializzati e ha causato seri problemi ad alcuni produttori di petrolio, come Messico, Indonesia e Russia, e di materie agricole, come Brasile e Argentina.

Nel mondo complesso di oggi, con economie molto interdipendenti, l’impatto della volatilità delle commodity è più articolato che in passato. Il paradigma tradizionale fatica a spiegare la situazione attuale.

La caduta verticale dei prezzi delle commodity, iniziata poco più di quattro anni fa dopo il picco del 2011, è fonte d’instabilità per i paesi emergenti, ma presenta rischi anche per Europa e Stati Uniti.

Attraverso diversi canali: 1) crollo di consumi, investimenti e importazioni dei paesi emergenti, che ha effetti negativi sulla domanda aggregata di quelli industrializzati; 2) “spiazzamento” di alcuni settori delle economie industriali; 3) possibilità di deflazione e d’instabilità finanziaria; 4) instabilità sociale e politica dei Paesi emergenti, con conseguenze negative per il resto del mondo.

Calo della domanda e spiazzamento degli investimenti
Le economie di molti paesi produttori di petrolio, gas e altri minerali sono in seria difficoltà a causa del crollo dei prezzi. Il Venezuela è sull’orlo della bancarotta, la Russia ha difficoltà a finanziare il deficit pubblico, Brasile e Sud Africa sono in grave affanno.

La prima conseguenza è la caduta in questi paesi di consumi e investimenti, che si traduce in minori importazioni dai paesi industrializzati. La domanda aggregata di questi ultimi è ridimensionata, con influenza negativa su tassi di crescita, occupazione e profitti delle imprese.

Le economie dei Paesi industrializzati sono influenzate negativamente anche per un altro motivo. Esemplare è il caso del petrolio, il cui prezzo è passato nel giro di due anni da oltre 110 dollari il barile ai circa 30 attuali. Il crollo ha spiazzato interi settori delle economie industrializzate.

L’estrazione di shale gas negli Stati Uniti è oggi meno competitiva. Il prezzo del petrolio basso è inoltre un forte disincentivo agli investimenti nella green economy. Più in generale, sono penalizzate le attività e lo sviluppo di tecnologie di estrazione, raffinazione e trattamento di materie prime, che spesso fanno capo a gruppi americani ed europei. Un discorso analogo vale per gli investimenti nel settore agricolo.

Rischio di deflazione e d’instabilità finanziaria
Storicamente l’andamento dei prezzi di materie prime agricole ed energia non è il centro dell’attenzione delle Banche Centrali. Infatti, la dinamica dei loro prezzi - salvo quello del petrolio che è trasferito sul prezzo della benzina - non incide in modo radicale sugli indici dei prezzi al consumo, che misurano l’inflazione.

Il costo del lavoro è, in questo senso, una variabile molto più pesante. Oggi tuttavia la grande paura di Fed e Banca centrale europea non è l’inflazione bensì la deflazione. Un prezzo delle commodity troppo basso è insidioso perché aumenta le aspettative di prezzi costanti o decrescenti da parte di famiglie e imprese, che quindi rallentano le decisioni di consumo e d’investimento.

Un secondo aspetto da considerare è il rischio d’instabilità finanziaria che può derivare dalle difficoltà economiche dei Paesi emergenti e che avrebbe ripercussioni internazionali. Nel caso della Russia ad esempio, il già fragile sistema bancario rischia di essere travolto da crisi economica e indebolimento del rublo. Com’è noto, stabilità dei prezzi e dei mercati finanziari sono obiettivi fondamentali delle Banche Centrali.

La spia di allarme dei mercati
Ai rischi economici si aggiungono quelli d’instabilità politica. Nel 2011 il picco dei prezzi delle materie prime, in particolare di quelle alimentari, è stato all'origine dei movimenti di protesta sfociati nella Primavera araba.

L’attuale livello dei prezzi delle commodity rende difficile ad alcuni paesi, le cui entrate sono drasticamente ridimensionate, mantenere il consenso sociale e la stabilità politica. Anche grandi produttori di petrolio come l’Arabia Saudita, nonostante le importanti riserve valutarie accumulate, potrebbero presto avere difficoltà.

In certi casi le minori risorse possono addirittura ridurre la capacità di contenere il terrorismo, come per Nigeria, Algeria e gran parte del Medio-Oriente. Le ripercussioni negative sulle economie dei paesi industrializzati sono evidenti.

Il nervosismo dei mercati finanziari nei primi mesi dell’anno riflette la complessità e l’incertezza che l’economia mondiale sta attraversando. Il mondo industrializzato non è ancora completamente uscito dalla grave crisi iniziata nel 2008 e la fragile crescita degli ultimi tempi è dovuta in gran parte agli interventi espansivi delle Banche Centrali, che non potranno continuare a lungo.

Le economie della Cina e degli altri BRICs hanno rallentato. Le incertezze politiche all’orizzonte - futuro di Ue ed eurozona, elezioni presidenziali negli Stati Uniti, instabilità in Medio Oriente - sono molteplici.

In questo difficile contesto i prezzi delle commodity sono in una fase di collasso che, anziché avvantaggiare i paesi industrializzati, costituisce per loro una fonte di ulteriori rischi e incertezze.

Marco Magnani è docente di Monetary & Financial Economics alla LUISS, Senior Research Fellow a Harvard Kennedy School e non-resident fellow dello IAI. Ha pubblicato i saggi economici Sette Anni di Vacche Sobrie (UTET, 2014), Creating Economic Growth (PalgraveMacmillan, 2015), Terra e Buoi dei Paesi Tuoi, UTET, 2016 (www.magnanimarco.com, twitter @marcomagnan1).
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mercoledì 9 marzo 2016

Alla ricerca di una strategia

Immigrazione
Integrare i migranti nelle società europee: coesione sociale o stratificazione?
Angela Paparusso
07/03/2016
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Mentre la fortificazione delle frontiere esterne d’Europa traballa - come sta accadendo al confine tra Grecia e Macedonia - sotto i colpi dei migranti che cercano protezione in Europa, l’emergenza dei concitati fatti di questi giorni ha offuscato per l’ennesima volta il dibattito su come integrare i migranti una volta accolti in Europa.

Eppure la questione è tutt’altro che secondaria, visto che ad oggi l’approccio prevalente resta quello della ‘convergenza verso l’integrazione civica’. Una linea politica, avviata nei paesi nord-europei negli anni Novanta, progressivamente replicata da quattordici paesi europei tra cui Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, e più recentemente l’Italia.

In altre parole, per risiedere in Europa, gli immigrati devono dimostrare, attraverso dei test, la conoscenza di lingua, cultura, valori e regole del paese di residenza, al fine di ottenerne il permesso di soggiorno o la cittadinanza. Regola che vale per tutti i migranti di lungo periodo, inclusi i rifugiati, ma non per i cosiddetti migranti qualificati.

Anche l’Italia,con i suoi cinque milioni di migranti regolari residenti, non è stata esente da questa svolta culturalista. Dal 2007, anno in cui Giuliano Amato, Ministro dell’Interno durante il Governo Prodi promuove la ‘Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione’, diversi atti governativi hanno promosso l’importanza della conoscenza della lingua, della storia e dei principi costituzionali italiani come prerequisito per un’inclusione degli immigrati.

È il caso del Pacchetto Sicurezza, approvato dal Governo Berlusconi nel luglio 2009, del ‘Piano per l’integrazione nella sicurezza. Identità e incontro’ del 2010 e del ‘Patto per l’integrazione’ entrato in vigore nel marzo 2012.

Tutte misure caratterizzate dal richiamo alla centralità dell’apprendimento della lingua italiana, dell’educazione civica e della conoscenza delle regole sociali, politiche ed economiche che regolano la società italiana.

Il sistema è, in teoria, estremamente stringente:attraverso un sistema di crediti, gli immigrati sono obbligati a firmare, entro 8 giorni dal loro ingresso regolare in Italia, un contratto di integrazione con cui si impegnano a dimostrare, entro due o tre anni, le competenze raggiunte.

Una preparazione insufficiente o la mancata frequentazione dei corsi implica il diniego del permesso di soggiorno e quindi l’espulsione dal territorio italiano.

Nella pratica, tuttavia, ad oggi, è ancora prematuro e difficile - soprattutto a causa della discrezionalità con cui tali misure vengono implementate - valutarne l’efficacia per il processo di integrazione.

Proprio questo scollamento tra politiche e prassi, suggerisce alcune riflessioni. La prima è che per la prima volta, l’integrazione civica è riuscita a conciliare il centro-sinistra - tradizionalmente abbastanza inclusivo nei confronti dell’immigrazione e più incline ad una equiparazione dei diritti socio-economici fra cittadini stranieri e cittadini italiani - e il centro-destra, storicamente più attento alla funzionalità mercato del lavoro e all’inserimento degli stranieri in quei settori economici che gli italiani generalmente rifiutano.

Entrambi hanno posto al centro del processo di integrazione degli immigrati degli elementi culturali, allineando l’azione e il dibattito politico italiano alla tendenza europea.

Tuttavia, è evidente che, sebbene la conoscenza della lingua, della cultura e delle regole del paese di residenza rappresenti un indiscusso strumento di integrazione economica e di mobilità sociale, queste politiche di integrazione civica, tanto in Europa quanto in Italia, denunciano chiaramente un approccio restrittivo rispetto all’immigrazione, che nei fatti si declina o con misure che contribuiscono a dissuadere e selezionare gli ingressi e a stratificare la popolazione immigrata, o con un rallentamento dei processi di integrazione. Ciò avviene nella misura in cui le politiche di integrazione civica prevedono un trattamento differenziato per gli immigrati cosiddetti desiderati, ai quali non viene richiesta nessuna prova della conoscenza della lingua e della cultura del paese in cui risiedono, e gli immigrati non desiderati o i rifugiati, ai quali invece vengono imposti gravosi corsi e test di integrazione.

Inoltre, faccenda non del tutto secondaria, la logica del controllo, che sembra permeare non solo la politica delle frontiere e dell’immigrazione, ma anche quella dell’integrazione, può alimentare episodi di insofferenza e violenza,sia tra gruppi immigrati, sia tra questi ultimi e la popolazione autoctona.

Siamo quindi così sicuri che la convergenza verso l’integrazione civica sia auspicabile per la coesione sociale delle società europee?

Angela Paparusso è Ph.D. candidate in Demografia all’Università di Roma “La Sapienza” dove si occupa di politiche di integrazione degli immigrati in Europa. Ha studiato a Rostock presso il Max Planck Institute per la Ricerca Demografica e all’Università Autonoma di Barcellona, dove ha conseguito lo “European Master in Demography” (angela.paparusso@uniroma.it).
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domenica 6 marzo 2016

Non state Actors. Informazioni Difesa

Articolo Pubblicato sul sitio:

Nota:

segnalo a tutti il breve resoconto sui Non-State Actors, argomento di attualità – se si guarda alle crisi mediorientali - che ha aperto il recente convegno della NATO Foundation svoltosi a Roma  la scorsa settimana.

Grazie per l’attenzione,

Tenente Colonnello Mario RENNA
Capo Sezione Mezzi di Informazione
Stato Maggiore della Difesa
Ufficio Pubblica Informazione
ROMA - 06 46912818