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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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mercoledì 26 aprile 2017

Energia: prospettive positive

Da Mediterraneo a Ue via Italia
Gas: una visione strategica paga
Valeria Termini
20/04/2017
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Un accordo storico è finalmente giunto a maturazione, in un clima di disattenzione generale, per il gasdotto East Med che potrà collegare il Mediterraneo orientale all’Europa. Attingerà dalle enormi risorse di gas off shore del Leviatano, a nord di Israele (circa 530mmc), e ne trasporterà una parte verso l’Unione europea passando per Cipro, la Grecia e l’Italia

All’inizio di aprile è stata firmata l’intesa dal commissario europeo per l’energia Miguel Canete, dal ministro Carlo Calenda e dai ministri corrispondenti degli altri Paesi, nella distrazione causata dall’esito deludente del G7 Energia.

Il percorso viene da lontano. East Med è stato incluso già nel 2015 tra i Progetti di Comune Interesse (PCI) della Commissione europea; è stato compreso nel Piano decennale di investimenti per rafforzare il mercato unico dell’energia; ha beneficiato del fondo Connecting Europe Facility (CEF), con due milioni di euro che hanno co-finanziato lo studio di fattibilità di IGI-Poseidon (società ad oggi 50% Edison e 50% Depa).

L’esito positivo ha quindi aperto alla progettazione di un gasdotto di circa 1.300 km off-shore per il collegamento tra Israele, Cipro, Creta e il Peloponneso e circa 600 km in superficie per attraversare la Grecia, e poi l’Italia, dopo l’Accordo di aprile. Una capacità di trasporto di 10 miliardi di mc di gas, estendibile a 20, con un costo previsto di sei miliardi di euro.

Un accordo di rilevanza straordinaria
È un accordo di rilevanza straordinaria, poiché ripropone le risorse del Mediterraneo orientale al centro degli interessi economici e politici dell’Ue, in un momento delicatissimo per quella regione in cui l’Europa stenta a marcare il protagonismo che le compete nell’area. Si pone come rotta complementare alle forniture esistenti e programmate del gas russo: non è quindi un’azione diretta contro la Russia, che l’Italia non avrebbe potuto sottoscrivere.

Da anni, chi ha a cuore il ruolo dell’Italia in Europa e nel Mediterraneo, e si occupa di energia, auspica e si adopera per la conclusione di un accordo di questa natura: un tassello concreto per la costruzione di un hub mediterraneo del gas in cui l’Italia potrebbe riacquisire il peso costruito ai tempi di Enrico Mattei, al quale si è di nuovo predisposta in questi anni rafforzando le infrastrutture e disponendo regole necessarie e chiare per dare certezza agli investimenti.

I benefici di una strategia di lungo periodo
Il valore del progetto sta nei molti elementi che contribuiscono a una strategia di lungo periodo, economica e geopolitica, basata sull’energia, che trascendono i confini dell’Ue e dei Paesi del Mediterraneo orientale. Con le necessarie precauzioni per l’incertezza futura, anche l’Italia potrebbe trarne vantaggi importanti. Posso solo richiamare qui i benefici principali.

1. Per l’Ue il gasdotto rappresenta un evidente passo avanti nella strategia dell’Energy Union (2016), volta a diversificare le fonti di importazione di gas e petrolio. L’Ue, si sa, importa 70% del gas che consuma di cui il 40% dalla Russia. Il nuovo gasdotto vede il Mediterraneo tornare al centro della sicurezza energetica.
In termini di politica interna il transito del gas dal Mediterraneo verso il Nord riequilibra la geografia europea e rafforza la posizione dei Paesi della faglia Sud, troppo spesso indicati solo come elemento di debolezza nella contabilità dell’Unione. Aggiunge inoltre un elemento di sicurezza per l’Unione, consolidando la capacità di approvvigionamento attraverso corridoi meridionali che non dipendono direttamente dal transito attraverso la Turchia.

2. Per l’Italia il transito del gas integra e rafforza la posizione del Paese in Europa, offrendo un contributo positivo sul terreno delicatissimo della sicurezza energetica. In termini economici, l’indotto delle nuove infrastrutture creerà reddito e occupazione, oltre a valorizzare gli investimenti di Snam Rete Gas, già attuati in conformità con la regolazione europea per consentire il flusso bidirezionale del gas.
Nella stessa ottica il nuovo Accordo si colloca nella prospettiva dell’impegno italiano nel Mediterraneo, che vede l’Eni protagonista delle grandi scoperte di gas in Egitto (la riserva di Zohr). L’Italia è storicamente un grande importatore del gas russo e continuerà ad esserlo nella transizione energetica; il gasdotto del Mediterraneo è dunque complementare alla fonte russa.

3. Per le due sponde del Mediterraneo, infine, East Med si configura come una strategia di mutuo interesse economico e politico. In un’ottica geopolitica, la costruzione di interessi comuni non può che essere vincente nello scenario drammatico del Mediterraneo orientale. Dopo la “pace dell’acqua”, stretta tra Rabin, Peres e re Hussein di Giordania nel 1994 sulla quale è stato costruito un percorso duraturo di cooperazione e non belligeranza, l’energia costituisce un secondo tassello nella stessa direzione di accordi regionali.
Non è ancora chiaro come Donald Trump imposterà alla fine la politica di esportazione del gas non convenzionale; per l’Ue e per l’Italia i passi perché si avvii in concreto un hub del gas nel Mediterraneo con l’Accordo firmato in aprile costituisce un elemento di sicurezza e crescita.

Contrasti e ostacoli per venditori e compratori
I contrasti da tenere sotto controllo sono sembrati di volta in volta insormontabili per varie ragioni. Il produttore, Israele, ha superato con difficoltà nel 2015 lo scoglio del consenso del Parlamento all’esportazione del gas, facendo salvo l’uso per il consumo futuro interno; ha poi tenuto aperta per lungo tempo l’opzione della via verso il Pacifico, da privilegiare poiché il differenziale di prezzo significativo con l’Europa (7 $/mmBtu in Europa a fronte di 11 $/mmBtu in Giappone, 2015 fonte BP) rendeva più conveniente la vendita del gas a questa regione.

È prevalsa infine la strategia di dirigere il gas anche in Europa, data l’entità delle riserve disponibili e l’arco temporale di lungo periodo coinvolto. Ma la Turchia prima, i Balcani poi, sono parsi allora i candidati favoriti per il transito verso l’Europa, mentre restava aperta la via del GNL da trasportare in Europa, possibilmente attraverso i rigassificatori spagnoli. Tutti progetti che avrebbero escluso il passaggio dall’Italia

. Anche da parte dei compratori gli ostacoli erano di complessa soluzione. Infatti l’Ue esprime una storica diffidenza nei confronti di Israele, aggravata dalle recenti politiche di Benjamin Nethanyau nei confronti dei palestinesi. E nel contempo la strategia europea dell’Energy Union (2016) volta a diversificare fonti, Paesi e rotte di approvvigionamento del gas, non ha prodotto politiche conseguenti, in particolare per la valorizzazione delle riserve del Mediterraneo orientale.

Le cause sono complesse: le rotte meridionali sono state di fatto congelate dalla dialettica tra i programmi di Putin sui nuovi gasdotti e le regole dell’Unione volte a contenere il potere di mercato e la strumentalità politica del gas russo; un aspetto nel quale a tratti si è intromessa la voce sotto traccia degli Stati Uniti, oltre all’incertezza politica causata dagli eventi in Turchia.

Nel 2016 si è poi aggiunto il progetto bilaterale tra Germania e Russia per la costruzione del gasdotto North Stream 2 che raddoppierebbe la capacità di trasporto del gas russo verso l’Ue, facendo della Germania lo snodo centrale delle importazioni di gas verso l’Europa e rendendo di fatto ridondanti investimenti in infrastrutture nel corridoio sud; il progetto russo-tedesco è ancora in stallo, bloccato dalla verifica del rispetto della concorrenza e dalle regole frapposte dall’Ue per la salvaguardia degli impegni comuni europei, ma l’esito della trattativa politica non è affatto scontato.

La distrazione del G7 ha creato le condizioni straordinarie per cogliere il momento e firmare l’Accordo: un beneficio inatteso dell’era Trump!

In estrema sintesi, l’intesa stretta tra i quattro Paesi del Mediterraneo e l’Europa mostra in tutta evidenza la valenza strategica di lungo periodo, in cui la convergenza di interessi economici tra Ue e sponda orientale del Mediterraneo può e deve giocare un ruolo politicamente strategico. La costruzione in tempi brevi del gasdotto East Med potrebbe segnare una svolta decisiva anche per il ruolo dell’Italia nella strategia energetica europea. Il condizionale è d’obbligo, poiché si tratta di un passo importante nell’ambito di un lungo percorso travagliato, dove ogni ostacolo rischia di bloccare la traiettoria di lungo periodo.

Valeria Termini è Commissario dell’Autorità per l’Energia elettrica, il gas e il Sistema Idrico (Aeegsi); Vice Presidente del Council of European Energy Regulators (Ceer). L'autrice esprime opinioni proprie e non coinvolge le istituzioni di appartenenza.

sabato 8 aprile 2017

Siria: gli Stati Uniti rientrano in scena

Bombardando la Siria
Attacco con armi chimiche e reazione americana
Laura Mirachian
10/04/2017
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L’intervento americano del 7 aprile contro la base aerea siriana di Sheikhoum nei pressi di Homs, in risposta all’attacco con armi chimiche di due giorni prima nell’area di Idlib, lungo la traiettoria Aleppo-Damasco, sulla dorsale della cosiddetta ‘Siria utile’, chiarisce molte cose, e ne lascia aperte molte altre.

Chiarisce che gli Stati Uniti rientrano in scena, dopo anni di oscillazioni, tentativi di ‘leading from behind’ e in definitiva trasferimento del dossier siriano nelle mani dei russi e dei loro alleati iraniani; che le Nazioni Unite subiscono ancora una volta una sconfitta, nel mezzo di una sessione inconcludente del CdS; che d’ora in avanti, assumendo che gli Stati Uniti di Trump vogliano ora rivestire un ruolo primario nelle dinamiche future, la strategia americana torna per così dire alle origini.

Non più il riequilibrio delle influenze
Non più dunque, il “riequilibrio” di influenze tra Monarchie sunnite e Iran che è stato al centro della strategia di Obama, ma una ritrovata attenzione alle istanze delle prime e per contro un indiretto riscontro alle preoccupazione di “contenimento” di Teheran perorato da Israele.

Chiarisce che qualcosa si è spezzato nel rapporto con la Russia, a lungo coltivato dall’ Amministrazione Obama ancorché in termini problematici e poi prospettato addirittura come ‘amichevole’ nelle propensioni di Trump; e che, a giudicare dalle prese di posizione degli europei, Unione europea, Nato, l’Occidente è pronto a ricompattarsi pur con diverse sfumature dietro alla leadership americana unendosi al giudizio sulle responsabilità di Assad per questa e per le precedenti tragedie umanitarie.

Chiarisce che la Cina mantiene la tradizionale opposizione a interventi militari, pur non alzando i toni. Conferma infine lo stile decisamente unilaterale di Trump, che ha proceduto solo nell’imminenza dell’azione militare a darne informazione ‘tecnica’ agli alleati e parimenti alla Russia.

Una iniziativa estemporanea e umorale, secondo alcuni, ma certamente adottata su impulso di apparati militari e di intelligence che evidentemente ne hanno predisposto i contorni da tempo. Poco importa che le Forze Armate siriane siano riuscite a dislocare in tempo utile un gran numero di aerei e materiale militare. Importa che l’intervento sia stata appoggiato dagli altri occidentali e che abbia fatto saltare, almeno per ora, il tentativo di Mosca di costituire una Commissione di Inchiesta per determinare in via preliminarele responsabilità, e magari replicare grosso modo lo scenario seguito all’attacco di fine agosto 2013 nella zona di Goutha.

Allorché l’intervento armato fu evitato dopo che Damasco, con la mediazione di Mosca, e qualche aiuto di Papa Francesco, accettò di aderire alla Convenzione sulla Proibizione delle Armi Chimiche e trasferire il materiale chimico su due navi americane per la distruzione in alto mare. Forse, non tutto.

Iniziativa estemporanea, che suscita interrogativi
Altrettanto numerosi sono per contro gli interrogativi che l’iniziativa di Trump suscita. Primo fra tutti, se essa si limiterà a questo episodio oppure sarà l’avvio di una vera e propria campagna militare, che tuttavia i precedenti di Iraq e Libia dovrebbero scoraggiare. In secondo luogo, se e come Mosca intenderà rispondere.

Le prime reazioni declaratorie sono per uno stretto richiamo alla “legalità internazionale”: Trump ha violato la sovranità di uno Stato, ha attribuito responsabilità non comprovate, l’azione americana rischia di pregiudicare la lotta ai jihadisti che dovrebbe invece essere la causa comune, incoraggiandoli nelle loro azioni terroristiche. Parole dure, che evocano un clima da guerra fredda.

Ma non è escluso che, nel concreto, a Mosca prevalga il pragmatismo, tenendo conto che Putin ha finora ben calcolato le sue mosse, che l’appoggio ad Assad è funzionale a specifici interessi, in primis l’acquisizione di uno status internazionale e la preservazione delle basi aereo-navali nel Mediterraneo, e che da tempo la Russia è alla ricerca di un disimpegno militare che la sollevi dai pesanti oneri di una presenza così massiccia.

La mobilitazione di navi russe e l’invio in Siria di nuovi dispositivi di difesa anti-aerea è il minimo che ci si poteva aspettare, e l’auspicio di Lavrov che l’episodio non costituisca “nulla di irreparabile” nelle relazioni con gli americani parrebbe andare nello stesso senso.

Negoziato, sopravvivenza a rischio
Un terzo, non minore, interrogativo riguarda i seguiti del negoziato che tecnicamente è in corso a Ginevra sotto l’egida delle Nazioni Unite. Se cioè opposizione interna e relativi sostenitori regionali vorranno utilizzare l’insperato spazio di manovra ora apertosi a loro favore per rispettare la tregua e perseguire una soluzione politica che preveda in via transitoria la partecipazione di Assad, come peraltro previsto fin dal 2012 nel Piano Kofi Annan, oppure insisteranno, come stanno facendo da anni, per un’uscita immediata dei governativi di Damasco dal tavolo negoziale e dalla scena. E se sapranno reperire la necessaria unitarietà di intenti nel frammentato scenario, isolando i jihadisti.

Un quarto interrogativo investe Israele, che finora ha limitato le sue iniziative militari in Siria mostrando un intelligente auto-controllo, ma è allarmato per l’ingombrante presenza in area di un Iran riabilitato dopo l’intesa nucleare conclusa dal gruppo 5+1 nell’estate 2015.

Un quinto interrogativo riguarda la Turchia di Erdogan che, assieme a una ritrovata sintonia con Washington e all’immediato riflesso di una missione a Mosca per non disperdere i vantaggi delle intese di Astana, ha subito rilanciato l’idea di una no-fly zone e di aree di sicurezza a ridosso dei propri confini per allontanare il paventato pericolo di sinergie tra curdo-siriani e Pkk.

L’incertezza regna. Resta poi in tutta evidenza all’ordine del giorno il tema dell’impunità dei responsabili dei crimini di guerra, per ora bloccato dalle contrastanti visioni degli attori regionali e internazionali.

È chiaro a tutti che nessun intervento militare può risolvere i problemi della Siria. Che una metastasi l’hanno già prodotta in termini di terrorismo e di masse di rifugiati. Una stabilizzazione democratica si impone, e questa non può che maturare per via negoziale.

Spetta ora all’Europa, che della crisi siriana è la prima a fare le spese, il compito di fare tutto il possibile per rilanciare le trattative. E contribuire attivamente a contemperare gli interessi in campo dei protagonisti interni, regionali, internazionali. L’Italia in questo può avere un ruolo molto importante, in omaggio alle sue tradizioni e capacità di mediazione. Le occasioni non mancano, a partire dalla Presidenza del G7 e dalle programmate missioni preparatorie del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio a Mosca. Solo così l’intervento militare di Trump avrà avuto un senso.

Laura Mirachian, Ambasciatore, già Rappresentante permanente presso l’Onu, Ginevra.

venerdì 31 marzo 2017

Energia: nuove prospettive

La riunione del 10 aprile
Ministri a Roma: diamo energia al G7
Nicolò Sartori
28/03/2017
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La riunione dei ministri dell’Energia dei Paesi del G7, a Roma il 10 aprile, rappresenta un’opportunità per la presidenza di turno italiana per inserire nell’agenda dei Grandi del mondo alcuni temi chiave in materia di energia e clima.

L’Italia, infatti, è sì un grande importatore, fortemente dipendente dalle forniture estere di idrocarburi, ma è anche uno dei Paesi meglio posizionati per cogliere le opportunità e affrontare le sfide della transizione energetica attualmente in corso. Energia e clima saranno anche al centro delle discussioni tra i Capi di Stato al vertice di Taormina il 26-27 maggio e a seguire i ministri dell’ambiente si riuniranno l’11-12 giugno a Bologna per la ministeriale Ambiente per approfondire i temi legati al clima e all’Agenda 2030.

Non si tratterà tuttavia di un’impresa facile: le incognite legate alle posizioni della presidenza Donald Trump sul clima, in particolare, rischiano di produrre un accordo al ribasso.

Salvate l’Accordo di Parigi
Da più fonti, anche basate nella stessa Washington, appare abbastanza evidente che nella nuova Amministrazione americana regni ancora uno stato di incertezza su come approcciarsi, in ambito internazionale, ai temi dell’energia e del clima. Quel che è certo, è che difficilmente la Casa Bianca si presenterà ambiziosa e propositiva sul dossier cambiamento climatico e politiche di decarbonizzazione.

E allora, in queste condizioni, riaffermare l’impegno nei confronti dell’Accordo di Parigi da parte del blocco G7 rappresenta l’obiettivo primario per la presidenza italiana, che vorrebbe evitare un'eventuale scissione tra i Grandi su un tema di questa portata.

Per rendere il boccone Parigi più appetibile (o, perlomeno, non indigesto) alla Casa Bianca, sarà necessario sottolineare le potenzialità economiche e occupazionali legate al processo di decarbonizzazione. Quello green è effettivamente un settore che può fare da volano alle balbettanti economie dei Paesi G7, che altrimenti rischiano di perdere la sfida dell’innovazione tecnologica lanciata dalla Cina, e di trovarsi alle spalle di Pechino nell’affrontare una transizione energetica ormai incontrovertibile.

L’Africa, alla quale la presidenza italiana dedica particolare attenzione, è un banco di prova fondamentale in questo senso. Il continente, infatti, non soltanto necessita degli sforzi della comunità internazionale per garantire un accesso universale all’energia sostenibile, ma è anche un mercato di sbocco eccezionale per l’industria low-carbon dei Paesi G7.

Sicurezza, minimo comune denominatore
Come nel 2014, quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici sarà un tema prioritario della ministeriale Energia per cementare l’intesa tra i membri del gruppo. Proprio con la sospensione della partecipazione della Russia in seguito ai fatti in Crimea, il format ha perso un importante interlocutore energetico, che tuttavia rimane un fornitore chiave per quattro dei sette Paesi seduti al tavolo: Germania, Italia, Francia e Giappone.

Le questioni controverse in seno al G7, ad ogni modo, non mancano. A partire dall’approccio nei confronti di Mosca della nuova Amministrazione americana, che potrebbe rivelarsi meno intransigente rispetto al passato anche in materia energetica. Questo potrebbe avere implicazioni sia sulla realizzazione del gasdotto Nord Stream 2 (contro il quale si era chiaramente schierata la presidenza Obama), ma anche sul futuro del Corridoio Sud (a supporto del quale Washington, invece, in passato ha speso parecchio capitale politico nella regione).

Sicuramente si parlerà di gas naturale liquefatto (Lng), e soprattutto del rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi produttori del gruppo - Stati Uniti e Canada - e gli altri membri. L’intenzione di Trump di spingere sullo sviluppo delle risorse energetiche nazionali implica inevitabilmente la necessità di trovare mercati di sbocco sicuri per le proprie esportazioni.

Lo stesso vale per il Canada, le cui ambizioni di diventare un esportatore globale di Lng sono state frustrate dal crollo dei prezzi del gas naturale e - giocoforza - degli investimenti internazionali. I Paesi europei e il Giappone, qualora i segnali di prezzo siano favorevoli, hanno tutto l’interesse a farsi trovare in prima fila.

Altri temi includono l’integrazione delle fonti rinnovabili nel sistema energetico, un rinnovato impulso all’efficienza energetica, ricerca e innovazione, un’attenzione particolare all’occupazione nel settore dell’energia e alla mobilità sostenibile.

Il Mediterraneo grande assente
Nonostante il focus sull’Africa sia un ottimo elemento introdotto nell’agenda del G7, dalla presidenza italiana ci si sarebbe potuta aspettare maggiore attenzione nei confronti del Mediterraneo. Se è vero che i paesi del Maghreb fanno ovviamente parte del continente africano, appare chiaro che l’attenzione della ministeriale sarà proiettata principalmente sulla regione sub-sahariana.

Questa scelta potrebbe rivelarsi miope, poiché il Mediterraneo non è soltanto un’area chiave per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici (in primo luogo dell’Italia), ma è anche un’area dove l’eventuale fallimento della transizione energetica e dell'adattamento ai cambiamenti climatici determinerebbe l’acuirsi di turbolenze sociali e politiche, e in ultima istanza della minaccia alla sicurezza dell’area europea nel suo intero. E mentre le presenze russa e cinese si fanno sempre più significative nel bacino, appare strano che un G7 a guida italiana non si faccia promotore di iniziative specifiche legate al futuro dell'energia e del clima nell’area.

Passando dalla dimensione regionale mediterranea a una prospettiva più globale, un tema che andrebbe probabilmente affrontato con maggiore risolutezza dal G7 è quello della governance multilaterale delle politiche energetiche e climatiche. Come dimostrato da tutte le proiezioni e gli scenari futuri, la domanda energetica dei Paesi industrializzati è destinata a rimanere costante e declinare se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi mentre le loro emissioni di CO2 rappresenteranno una percentuale sempre minore del totale globale.

Alla luce di queste dinamiche, appare quantomai necessario, all’interno del gruppo G7, allargare la riflessione su come includere altri attori chiave nei processi di governance globale, pena il rischio di fallimento delle politiche energetiche e climatiche globali, ma anche la perdita di rilevanza dei Paesi G7 su questi temi.

Nicolò Sartori è responsabile di ricerca e coordinatore del Programma Energia dello IAI.

venerdì 24 marzo 2017

La Guida del Mondo

Economia e governance
G7: verso Taormina e oltre, una roadmap
Simone Romano
24/03/2017
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La riunione dei capi di Stato e di governo dei Grandi, programmata per il 26 maggio a Taormina, sarà il punto culminante del G7 sotto presidenza italiana.

Gli spunti di interesse che essa racchiude non sono pochi, sia da un punto vista politico che economico: il Vertice sarà il primo evento di questa portata a cui parteciperà il presidente Usa Donald Trump - e segnerà pure l’esordio di Angela May e del nuovo presidente francese, oltre che di Paolo Gentiloni - e potrebbe essere l’ultimo cui prenderà parte Angela Merkel, attesa alle elezioni di settembre dopo dodici anni di governo.

Inoltre, per quella data, sarà stato formalmente avviato il processo che porterà alla fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, Ue.

A questi sommovimenti politici si somma una situazione economica che richiede azioni decise che non possono più essere rimandate. L’ultima parte del 2016 e l’inizio del 2017 hanno fornito alcuni segnali positivi, confermando la ripresa in atto in diverse economie mondiali. Tuttavia, a quasi dieci anni dallo scoppio della crisi finanziaria globale, la crescita permane fragile e le previsioni sul futuro non sono delle più rosee.

Questo si riflette su un livello di consumi e investimenti ancora insoddisfacente, che non aiuta alla risoluzione di problemi che rischiano di divenire ormai strutturali in alcune delle economie più mature, come una crescita sempre più anemica della produttività o un elevato tasso di disoccupazione.

Nonostante tutto ciò, la riunione del gruppo dei Sette sotto presidenza italiana non sta ricevendo la dovuta attenzione. La conferenza internazionale organizzata a Roma dallo IAI per il 27-28 marzo,che rappresenta il punto culminante del progetto di ricerca sul ruolo del G7 guidato dall’Istituto e svolto in collaborazione con i più importanti centri di ricerca dei sette Paesi membri, vuole invertire questa tendenza.

Sarà un occasione per individuarequelli che dovrebbero essere i temi e le iniziative specifiche su cui i leader dei Sette dovrebbero concentrarsi nel prossimo Vertice, cercando di massimizzare l’impatto di queste riunioni risultate troppo spesso poco efficaci in passato.

Necessità di coordinare di più le politiche macroeconomiche
Dalla grande recessione del 2009 ad oggi l’onere dello stimolo dell’attività economica nei Paesi membri è ricaduto interamente sulla politica monetaria, limitando al minimo lo spazio di manovra delle Banche centrali nell’eventualità dell’occorrenza di un nuovo shock negativo e rischiando di creare squilibri e bolle.

Considerando che negli ultimi anni lo spazio di manovra fiscale in alcuni dei Paesi più sviluppati è andato crescendo e che i fattori che caratterizzano la presente congiuntura economica massimizzano l’efficienza delle misure espansive di tipo fiscale, sembra sempre più opportuno un ricorso a queste ultime.

Inoltre, è necessario che le riforme strutturali di cui molti Paesi hanno bisogno vengano completate al più presto. C’è bisogno dunque di un policy mix più equilibrato a livello interno che utilizzi tutti gli strumenti a disposizione e permetta di sfruttare le sinergie positive tra essi.

È asupicabile però che il coordinamento delle politiche economiche non rimanga solo a livello interno ma che abbia anche una dimensione internazionale. Coordinare le strategie macroeconomiche tra le principali economie mondiali permetterebbe di sfruttare al meglio i reciproci effetti di spillover positivi e minimizzare gli effetti destabilizzanti.

Un esempio di azione specifica sulla quale i Sette potrebbero accordarsi è la lotta ai paradisi fiscali e alla gara al ribasso nell’imposizione fiscale, perseguibile solo con un approccio condiviso a livello internazionale. Ciò permetterebbe di recuperare risorse ingenti per l’erario delle economie più avanzate che potrebbero essere destinate alla lotta della crescente disuguaglianza che mina sempre più la stabilità economica e politica dei Paesi più sviluppati.

Governare la globalizzazione per resistere al protezionismo
La vittoria di Trump e del “leave” al referendum britannico sono solo due dei segnali più eclatanti di un crescente malcontento verso la globalizzazione diffusosi nella classe media delle economie più mature. Questo ha alimentato ulteriormente una spinta protezionistica già diffusasi dopo la crisi del 2009.

Occorre che il G7, nonostante le posizioni americane, respinga con energia ogni tipo di tentazione protezionistica e crei le basi non per rifiutare o cancellare un processo ormai irreversibile come la globalizzazione, ma per governarla e migliorarla.

È vero infatti che la crescente apertura dei mercati internazionali registratasi negli ultimi 60 anni ha comportato enormi vantaggi a livello globale, ma questi vantaggi, oltre a non essere ben comunicati, sono stati distribuiti in maniera iniqua, non preoccupandosi di tutelare le classi più colpite da questi processi di globalizzazione.

In tal senso la ratifica di accordi internazionali di nuova generazione, quale quello già firmato tra Ue e Canada o quello in fase avanzata di negoziazione tra Ue e Giappone, può risultare decisiva dato che tali accordi non mirano solo a favorire i flussi commerciali, ma anche ad assicurare alti livelli di standard qualitativi e a formare un base regolamentare che contribuisca a governare il processo di globalizzazione.

Stabilizzare la regolamentazione per garantire la stabilità finanziaria
A ciò però è necessario che si affianchi uno sforzo dei singoli Stati nell’attuare politiche redistributive e di sostegno attivo all’occupazione e alla ricollocazione che vadano a eliminare le cause del malcontento.

I Paesi del G7 dovrebbero impegnarsi per completare il processo di riforma della regolamentazione finanziaria iniziato dopo la crisi del 2009. È opportuno però che il quadro normativo internazionale venga al più presto stabilizzato, dando così maggiore stabilità ed evitando incertezza, in modo da facilitare l’erogazione di credito al settore reale.

A questo tipo di sforzo va aggiunta la necessità di trovare un accordo in merito a una strategia internazionale efficace di gestione dei flussi finanziari internazionali, con l’obiettivo di orientare i mercati finanziari globali verso una maggiore stabilità monetaria e finanziaria.

Simone Romano è ricercatore dello IAI.

martedì 21 marzo 2017

Le turbolenze in Europa


La rielezione di Tusk
Ue: isolamento governo conservatore polacco
Luigi Cino
15/03/2017
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Il 9 marzo il Consiglio europeo ha rieletto alla propria presidenza, per un secondo mandato di due anni e mezzo, il polacco Donald Tusk con 27 voti favorevoli e il solo voto contrario proprio del governo polacco.

Che aveva proposto un candidato alternativo, il diplomatico polacco ed ex vice-presidente del Parlamento europeo Jacek Saryusz-Wolski, membro dello stesso partito di Tusk (Piattaforma Civica) e del Partito popolare europeo dai quali è stato allontanato per avere accettato la candidatura proposta dai conservatori di “Diritto e Giustizia” (PiS) che guidano il governo polacco con la prima ministra Beata Szydło e hanno anche la presidenza della Repubblica polacca con Andrzej Duda.

Il partito di destra PiS, che in seno al Parlamento europeo fa capo al gruppo dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), ha vinto le elezioni dell’autunno 2015, aprendo diverse dispute con l’Europa su questioni come lo stato di diritto, il diritto all’aborto, la libertà di informazione e su temi ambientali.

Guidato dal suo leader Jarosław Kaczyński, fratello dell’ex presidente della Repubblica polacca morto nell’incidente aereo di Smolensk (Russia) nell’aprile 2010, il PiS ha aperto una stagione di rapporti altalenanti con l’Unione europea, Ue che hanno portato il Paese ad avvicinarsi all’Unione su questioni riguardanti la difesa e la Brexit, ma ad allontanarsi dai valori europei dello stato di diritto rischiando sanzioni da parte dell’Unione.

Le riforme contestate
Sin dalla vittoria elettorale del 2015, i conservatori sono stati protagonisti dell’avanzamento di alcune dibattute proposte legislative che hanno riattivato il tessuto sociale polacco e la società civile, schieratasi fortemente contro con grandi manifestazioni nella capitale polacca.

Nel gennaio 2016 arriva il primo monito da parte della Commissione europea, preoccupata perché lo stato di diritto nel Paese si sarebbe trovato in un “pericolo sistemico” se fosse stata adottata la proposta di modifica del funzionamento della Corte costituzionale presentata dal governo, che avrebbe reso necessaria una maggioranza molto più ampia per bloccare un provvedimento governativo.

Tale misura, insieme a un maggiore peso dell’esecutivo nella scelta dei giudici costituzionali, avrebbe messo a rischio l’indipendenza dei giudici, che sarebbero stati sottoposti al potere esecutivo, e avrebbe reso quasi impossibile un effettivo controllo costituzionale delle leggi del governo, che avrebbe avuto molta mano libera.

Ovviamente, la Corte costituzionale ha bocciato tale provvedimento. Ma come risposta il Governo polacco ha rifiutato la pubblicazione della sentenza sulla Gazzetta ufficiale, aprendo de facto una crisi istituzionale nel Paese. A ciò si aggiunge una proposta di legge per la riforma del settore dell’informazione, che prevede una limitazione per i giornalisti di accedere ai lavori parlamentari.

Al monito della Commissione di imporre sanzioni al Paese che mette a rischio la sua democrazia, la Polonia ha trovato un alleato nel primo ministro ungherese Viktor Orban, anch’egli noto per le sue propensioni alla concentrazione del potere nelle mani dell’esecutivo.

Dispute sullo stato di diritto
Le gigantesche manifestazioni svoltesi nelle piazze del centro di Varsavia hanno spinto il Parlamento a respingere le leggi, in particolare quella che prevedeva il ricorso all’aborto solo in caso di pericolo di vita della donna, contro la quale le donne polacche hanno fortemente manifestato nel “lunedì nero” dell’ottobre 2016.

Anche la Commissione europea per la Democrazia tramite il Diritto, meglio conosciuta come Commissione di Venezia, facente capo al Consiglio d’Europa, ha condannato il governo polacco con un parere nell’ottobre 2016. Ma, per la prima volta nei 25 anni di attività della Commissione, un governo non ha presentato nessuna dichiarazione in risposta alla condanna.

La Commissione, che ha favorito le transizioni democratiche nei paesi dell’ex blocco sovietico tramite pareri e supporto dal punto di vista giuridico-costituzionale, aveva ricevuto una richiesta di parere da parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

Come previsto dal modus operandi della Commissione, questa aveva fatto una visita nel Paese, cui aveva partecipato anche il presidente Gianni Buquicchio, il quale in una recente comunicazione del gennaio 2017 si dichiara “preoccupato del peggioramento della situazione all’interno della Corte costituzionale della Polonia”.

Squilibri asimmetrici
Il governo polacco continua a respingere le varie condanne da parte delle varie istituzioni internazionali. Ma non sempre trova l’appoggio dei suoi alleati Ungheria e Repubblica Ceca, che hanno votato a favore della rielezione di Tusk.

Invece, su questioni come la difesa comune europea, la Polonia si sta riavvicinando alla Germania, spesso vista come un nemico e accusata di ‘germanizzare’l’Europa. Inizialmente contrario all’Europa a più velocità, il governo polacco potrebbe ora appoggiare tale proposta di Parigi e Berlino, che difficilmente potrebbero andare avanti se un Paese come la Polonia opponesse resistenza.

Se l’elezione di Trump e la Brexit hanno riavvicinato la Polonia all’Unione - in quanto essa ha timore di trovarsi sola di fronte alla Russia e teme per la grande comunità di polacchi che oggi lavora nel Regno Unito e invia cospicue rimesse in patria -, il Paese rimane ancora isolato nel contesto europeo a causa delle politiche perseguite dal governo conservatore.

Il rischio è che la Polonia approfitti di un’Europa a più velocità, cercando sostegno per quanto riguarda la difesa comune ma rifiutandosi, come già successo, di sottoscrivere politiche di burden sharing come la ricollocazione dei rifugiati nei Paesi europei.

Luigi Cino, dottorando presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.

lunedì 20 marzo 2017

Mediterraneo ed Immigrazione

Italia, Nato e Mediterraneo
Crisi migratoria e Libia, l’anello mancante 
Alessandro Marrone
13/03/2017
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“Ognuno lavora con i mattoni che ha” sosteneva De Gasperi, guardando pragmaticamente agli elementi su cui poteva contare nelle sue politiche al governo del Paese. L’Italia che negli ultimi anni ha affrontato una crisi migratoria senza precedenti, con oltre 500.000 tra profughi e migranti sbarcati sulle sue coste nel 2014-2016, deve applicare lo stesso approccio al nesso tra sicurezza interna ed esterna.

Il flusso migratorio seguito alle rivolte del 2011 nei Paesi arabi ha dimensioni e complessità ben superiori a precedenti esperienze dell’Italia, pure significative, quali negli Anni ‘90 la massiccia immigrazione dai Balcani occidentali all’epoca attraversati da conflitti, crisi e instabilità.

La gestione di un fenomeno del genere implica ovviamente diversi aspetti, tra cui quello di sicurezza ha una dimensione sia interna sia esterna per quanto riguarda il controllo dei confini italiani - che sono anche confini Ue -, il contrasto ai trafficanti di esseri umani e le crisi nei Paesi di origine o transito di migranti e profughi.

Libia: il partenariato non funziona senza uno Stato
Un’adeguata gestione dei flussi migratori sulla rotta che attraversa il Mediterraneo centrale necessita di partenariati con i Paesi del Nord Africa, e non a caso è cresciuto l’attivismo dell’Italia - ma anche della Germania - in Tunisia, Egitto e Libia. Tuttavia, mentre i primi due Stati sono in grado di controllare, pur con diversi problemi, i propri territori e confini, nel terzo l’autorità statale si è disgregata dopo che l’intervento occidentale del 2011 ha contribuito al rovesciamento del regime di Gheddafi senza però lavorare alla successiva stabilizzazione del Paese.

In un certo senso, gli errori commessi all’epoca sul fronte della sicurezza esterna, in particolare dai fautori dell’intervento militare a Parigi, Londra e Washington, hanno avuto ricadute negative e di lungo termine non solo in Libia, ma sulla sicurezza interna dell’Italia e dell’intera Unione europea, Ue messa in crisi anche dalla pressione migratoria senza precedenti cui è sottoposta.

Italia ed Ue hanno cercato e cercano di affrontare la crisi migratoria con diverse politiche e risultati discutibili. Non sembra però ancora esserci in Europa la consapevolezza e la volontà politica di riconoscere appieno il nesso tra sicurezza interna ed esterna e di affrontare quindi la stabilizzazione della Libia come un passo necessario anche per uscire dall’emergenza nella gestione dei flussi migratori.

Il paragone con la missione multinazionale Alba condotta esattamente 20 anni fa dall’Italia in Albania, per stabilizzare il Paese balcanico in preda ad una profonda crisi e fermare così il flusso migratorio verso la Puglia, risulta fuorviante, viste le ovvie differenze tra la situazione albanese dell’epoca e quella libica attuale. Tuttavia è altrettanto fuorviante pensare che per gestire il flusso di migranti dalla Libia basti limitarsi a formare la marina e la guardia costiera di un Paese che non ha uno Stato, oppure siglare accordi con il governo di Tripoli che non controlla metà del territorio libico.

La Nato e le crisi a Sud dell’Europa
Serve quindi una riflessione ulteriore sulla dimensione di sicurezza esterna della crisi migratoria, e sul contributo maggiore che la politica estera e di difesa italiana può dare, lavorando appunto con i mattoni a disposizione a livello nazionale, europeo e transatlantico - tema trattato anche dalla conferenza IAI del 14 marzo.

In particolare, la Nato negli ultimi anni ha posto maggiore attenzione al vicinato meridionale, soprattutto in chiave di contrasto allo Stato Islamico e al terrorismo internazionale islamista, di sostegno a Paesi partner quali Tunisia e Giordania e di contributo alla sicurezza marittima del Mediterraneo con il lancio dell’operazione Sea Guardian. La recente decisione di costituire a Napoli un “hub” per il Sud che supporti le attività di intelligence e di contrasto al terrorismo, nonché i partenariati con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, va in questa direzione.

La lotta al terrorismo, oggi tra le priorità dell’amministrazione Trump, non deve però causare ulteriore entropia nella regione del Mediterraneo, ma piuttosto essere parte di un complessivo sforzo politico, diplomatico e militare, per stabilizzare quest’area - obiettivo sancito nell’ultimo vertice Nato con l’impegno a proiettare stabilità nel vicinato meridionale dell’Alleanza. Uno sforzo che impari dagli errori del 2011, che sia condotto in cooperazione con l’Ue e che sia basato su un dialogo strategico sia all’interno che all’esterno della Nato.

Sul versante interno, è necessario affrontare la situazione paradossale per cui due Paesi alleati come Francia e Italia sostengono in Libia, direttamente o indirettamente, i due fronti contrapposti di Haftar e al-Serraj. Sul versante esterno, i partenariati bilaterali e multilaterali con i Paesi del Nord Africa e Medio Oriente, inclusi il Mediterranean Dialogue e l’Istanbul Cooperation Initiative, potrebbero essere utilizzati anche per un contribuire ad una convergenza di politiche rispetto alle crisi in corso - a partire proprio da quella libica.

Si tratta di un compito arduo, sul quale pesano negativamente anche le incertezze quanto alla posizione di Stati Uniti e Turchia. Ma è un compito che va tentato perché ne va della sicurezza e stabilità dell’Italia e dell’Ue, ed in ultima analisi della stessa Nato, che accuserebbero non poco di un eventuale altro mezzo milione di migranti in transito dallo Stato fallito libico alle coste italiane nel prossimo triennio.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.

venerdì 17 marzo 2017

Una Alleanza irrequieta

Burden-sharing
Nato: la solita e sbagliata lite tra alleati
Giuseppe Cucchi
10/03/2017
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Già Rudyard Kipling parlava di "fardello", ma per lui il “burden” era quello del britannico (o altro europeo) “costretto” dalla storia ad impegnare i suoi figli migliori oltremare per provvedere al buon governo di popoli “per metà diavoli e per metà bambini”.

Finito il tempo di Kipling, più recentemente, i presidenti degli Stati Uniti, ultimo anche Donald Trump, hanno invocato un "burdensharing", la necessità di suddividere equamente fra tutti i membri dell'Alleanza Atlantica il fardello della difesa comune. Un diverso concetto di fardello, che condivide però con Kipling l’idea di una missione destinata a fare prevalere il bene sul male.

Le percentuali del Pil
Ciò che gli Usa lamentano è il fatto che la percentuale del prodotto interno lordo (Pil) che gli altri alleati destinano alle spese di difesa non sia mai stata neanche prossima al livello delle risorse che essi stanziano.

Nel tempo sono esistite alcune eccezioni. In primo luogo quella della Francia e del Regno Unito, i cui bilanci per la difesa sono sempre stati più alti della media europea, sia per la volontà di finanziare una componente territoriale capace di sostenere ambizioni oltremare, sia per mantenere in essere una componente nucleare che, vista la sua esiguità numerica, è obbligata per ragioni di credibilità dissuasiva a sostenere un livello tecnologico molto avanzato e costoso.

In secondo luogo, almeno sino a pochi anni or sono, facevano eccezione la Grecia e la Turchia, ma più per reciproca diffidenza di vicini storicamente ostili che per motivi Nato.

Per tutti gli altri alleati valeva la regola molto pragmatica di fare il massimo reso possibile dalla situazione politica interna nonché dalle oscillazioni economiche di ciascun Paese. Nei periodi di più tesa contrapposizione fra i due blocchi, la media degli stanziamenti per la difesa si è quantificata così fra il 2 ed il 2,5 per cento del Pil.

Il calcolo del “burdensharing”che ne derivava non soddisfaceva ovviamente gli Stati Uniti che non perdevano occasione per ritornare con insistenza sull'argomento tutte le volte in cui avevano la possibilità di farlo.I loro rimproveri erano però basati su parametri essenzialmente economici, che da un lato non erano che parzialmente attendibili, mentre dall'altro non tenevano conto di elementi degni di nota che avrebbero invece dovuto essere presi in considerazione.

Il gioco del metti e leva
La scarsa attendibilità dei dati dipendeva infatti dall'interesse che ciascun Paese aveva a gonfiare i propri stanziamenti ogni volta che essi venivano calcolati in ambito internazionale, salvo poi minimizzarli quando venivano presentati a parlamenti nazionali particolarmente inclini a considerare prioritarie altre spese rispetto a quelle destinate alla difesa.

A ciò si aggiunge il fatto che ciascun Paese utilizza proprie regole di contabilità e ha in bilancio numerosi stanziamenti “dual use” che possono essere aggiunti o meno al bilancio della difesa a seconda delle circostanze.

Nel caso italiano, ciò si è tradotto in alcuni anni in una differenza dello 0,6 per cento del Pil (cioè in sostanza di circa il 30 per cento del totale della spesa per la difesa) fra i dati che circolavano in sede Alleanza e quelli che venivano invece resi noti in ambito nazionale.

Per non parlare poi di quanto destinato ai Carabinieri, di volta in volta considerato, a seconda delle opportunità, come spesa destinata principalmente a esigenze di polizia o viceversa a quelle di difesa.

Gli Stati Uniti d’altro canto preferiscono ignorare quanto sia diversa la situazione di una grande potenza, con ambizioni di massimo livello, interessi globali e una presenza militare da mantenere credibile sin nel più remoto angolo del mondo, da quella di potenze medie o piccole interessate soltanto alla sicurezza di un'area ben determinata.

È questo un errore che gli Usa stanno ripetendo anche oggi allorché, con un certo livello di schizofrenia, accrescono in termini macroscopici il loro bilancio della difesa al dichiarato scopo di " rendere di nuovo grande l'America" mentre nel contempo invitano gli alleati a un maggiore "burdensharing", dando per scontato che anche gli altri Paesi condividano senza riserve questo loro obiettivo. Un punto su cui si potrebbe discutere a lungo ma che purtroppo non viene mai sollevato né in ambito multilaterale né, tantomeno, in quelli bilaterali.

Basi e costi e altri oneri
Infine, nel parlare di fardelli, si dovrebbero mettere sul piatto della bilancia anche altri elementi, a volte difficilmente cifrabili, come a esempio il fatto che il territorio coinvolto in caso di scoppio delle ostilità con l'Urss era essenzialmente quello europeo.

In tempi di Mad (Mutual Assured Destruction), ciò era bilanciato almeno in parte dalla garanzia nucleare americana. Non è più così adesso, nel momento in cui contrasti fra Nato e Russia, sul tipo di quello in corso nell'area ucraina, appaiono destinati a mantenere caratteristiche di un conflitto addirittura più ibrido che convenzionale.

Ci sono poi Paesi europei che hanno sempre sopportato l'onere derivante dalla presenza sul loro territorio di forze americane schierate in basi Nato, di cui l'ospitante mantiene la sovranità, ma che le opinioni pubbliche nazionali tendono a considerare come basi statunitensi. Né questo deve sorprendere, visto che anche l'alleato transatlantico tende spesso a considerarle come tali, costringendo a volte il padrone di casa a reazioni decise o ad interdirne, almeno parzialmente, l'uso nonostante le pressioni statunitensi.

In altri tempi il fenomeno dello stazionamento in Europa di forze statunitensi aveva dimensioni macroscopiche, soprattutto per la Germania. Ma dopo la fine della guerra fredda la presenza permanente americana si è ridotta in tutti i Paesi europei, salvo l'Italia.

Si tratta del lato negativo di quella che per anni è stata evidenziata come la nostra "rendita di posizione strategica”, cioè il fatto che il nostro Paese, collocato al centro del Mediterraneo, permette agevolmentedi raggiungere parecchie potenziali aree di instabilità, come il Nord Africa, il Medio Oriente, i Balcani.

Oggi la presenza americana in Italia ha più o meno le dimensioni di quella che gli Usa mantengono nella Corea del Sud, nonostante le ben diverse condizioni strategiche. Si tratta di un onere che non è mai stato efficacemente evidenziato né tantomeno è entrato in linea di conto ai fini di una corretta suddivisione del fardello.

Parimenti dimenticate, anche grazie all'assurda regola della Nato secondo cui "costs lie where they fall" (in una traduzione libera: i costi sono sopportati da chi vi incorre), sono anche le spese in cui l'Italia è incorsa ospitando, nei due conflitti Nato più recenti, la guerra del Kosovo e quella di Libia, le forze aeronavali della Alleanza.

Costi cui si sono poi aggiunti anche quelli della ripulitura dell'Adriatico dalle bombe scaricate nelle "jettison zones" dagli aerei che ritornavano carichi da missioni per qualche motivo non completate. Si è trattato in questo caso di una operazione cui la Nato ha infine contribuito, ma solo dopo ripetute sollecitazioni.

Ma in fin dei conti…
Ciò detto, non bisogna dimenticare che, anche se gli americani hanno torto nell'insistere su una formula di compartecipazione del tutto inadeguata, essi hanno tuttavia ragione quando sostengono che per lo più i loro alleati spendono troppo poco per la difesa e la sicurezza comune.

Di fronte ad una insicurezza nazionale ed internazionale crescente e ad un aumentato costo degli strumenti di sicurezza e difesa, primo fra tutti il personale, gli europei hanno per lo più reagito diminuendo costantemente, per più di 25 anni, le risorse destinate al settore. Quos jupiter perdere vult, dementat prius.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.

mercoledì 8 marzo 2017

Europa: idee e proposte

l Libro Bianco di Juncker
Solo scenari per il futuro dell’Europa?
Ferdinando Nelli Feroci
06/03/2017
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C’era molta attesa per il Libro Bianco che la Commissione europea aveva promesso di pubblicare come proprio contributo al dibattito sul futuro dell’Europa nella prospettiva delle celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati di Roma.

Ma chi si aspettava dall’Esecutivo europeo idee o proposte originali e innovative è probabilmente rimasto deluso dal documento presentato qualche giorno fa dal presidente Jean-Claude Juncker al Parlamento europeo.

Lo stesso Juncker d’altronde ha chiarito nella sua introduzione che il Libro Bianco si propone esclusivamente l’obiettivo di aprire la prima fase di un dibattito, che dovrebbe iniziare il 25 marzo e arrivare alle prime conclusioni al Consiglio europeo di fine anno.

Consapevole delle incertezze derivanti da un ciclo elettorale che coinvolgerà nel 2017 alcuni fra i maggiori Paesi membri, e consapevole che allo stato attuale permangono divergenze significative fra i Governi nazionali sulle misure da adottare per rilanciare il progetto comune europeo, il presidente della Commissione ha preferito mantenere un profilo basso e rimanere sostanzialmente all’ascolto.

Obiettivo: stimolare la discussione
Si è quindi limitato a proporre alcuni scenari alternativi sul futuro dell’Europa, senza fare scelte, con l’intenzione dichiarata di stimolare una discussione a vari livelli in vista di decisioni che dovranno essere assunte essenzialmente dai Governi nazionali.

Il Libro Bianco si divide in due parti. Nella prima parte più analitica (sicuramente la più convincente anche se scarsamente originale) si individuano elementi di forza ed elementi di debolezza del progetto europeo. E si attira l’attenzione sulle sfide che l’Unione europea, Ue dovrà fronteggiare nel futuro prossimo: un peso specifico che si va riducendo rispetto al resto del mondo in termini di popolazione e reddito prodotto; un contesto internazionale instabile e l’emergere di potenze ostili alla stessa idea di un’Europa unita; i dubbi crescenti sui vantaggi del multilateralismo e della liberalizzazione del commercio internazionale.

Ma anche gli effetti persistenti della crisi economica e finanziaria sui livelli d’indebitamento e sulla situazione dell’occupazione in un contesto di ripresa modesta e per di più distribuita in maniera disomogenea fra i Paesi membri; un utilizzo crescente delle nuove tecnologie dell’informazione e della digitalizzazione destinate a incidere profondamente sui sistemi di produzione e sui livelli di occupazione; la pressione di flussi migratori ormai diventati un fenomeno strutturale; la minaccia del terrorismo internazionale; e infine la questione del sostegno popolare, della legittimazione democratica e del divario da colmare tra aspettative e capacità di produrre risultati.

Una analisi che porta a concludere che sarebbe illusorio pensare che i singoli Stati membri possano ragionevolmente fare fronte a sfide di questa portata. E che solo un’Europa unita, solidale, efficace e sostenuta dai suoi cittadini potrà competere ad armi pari sulla scena globale.

Cinque scenari fra cui scegliere
Ma a fronte di questa analisi realistica, e a tratti impietosa, della situazione in cui si trova il progetto europeo, delle sue debolezze, e della complessità delle sfide che attendono l’Europa, il Libro Bianco si limita ad individuare cinque scenari sostanzialmente alternativi, ma anche combinabili fra loro, cinque possibili percorsi da seguire per uscire dalla poli-crisi attuale, lasciando ai Governi nazionali la responsabilità di scegliere.

Il primo scenario equivale di fatto alla prosecuzione dello ‘status quo’. L’Unione prosegue con la sua velocità di crociera attuale, a piccoli passi, continuando con l’attuazione della agenda già approvata, in un contesto nel quale la velocità dei processi decisionali dipende in larga misura dalla capacità di superare le differenze di posizione fra i Governi nazionali.

Il secondo scenario, decisamente regressivo rispetto alla situazione attuale, è quello in cui si decide di concentrarsi esclusivamente sul completamento del mercato interno; in cui si riduce in misura sostanziale la regolamentazione a livello europeo; in cui eventuali nuove forme di collaborazione vengono realizzate con accordi bilaterali fra Paesi membri.

Il terzo scenario è quello delle integrazioni differenziate, nel quale coalizioni di Paesi, “willing and able” decidono di procedere con formule più avanzate di cooperazione su specifiche politiche, salvaguardando peraltro la possibilità per gli altri di unirsi al progetto in una fase successiva. Fra i settori per i quali sperimentare questa integrazione differenziata, il Libro Bianco individua la difesa, la sicurezza interna, la tassazione e alcuni aspetti di legislazione nel campo sociale.

Il quarto scenario è quello che prevede di fare di più e meglio a 27, ma in un numero ridotto di settori (commercio internazionale, ricerca e innovazione, politiche migratorie, controllo delle frontiere esterne, difesa), restituendo contestualmente agli Stati membri altre aree di competenza, rinazionalizzando cioè varie politiche comuni, sulla base di una interpretazione rigorosa del criterio della sussidiarietà.

Ed infine secondo il quinto scenario i 27 decidono di procedere insieme su tutti i fronti, condividendo sovranità, risorse e processi decisionali in un disegno complessivo di rilancio del progetto comune. Uno scenario ideale per il quale l’unico limite sarebbe quello della legittimità democratica e del sostegno popolare (per non parlare della questione decisiva, ma irrisolta, della determinazione politica dei protagonisti del relativo processo decisionale).

Contributi settoriali in fieri
Infine il documento della Commissione anticipa la presentazione nei prossimi mesi di contributi settoriali più articolati sulla dimensione sociale, sul completamento della governance dell’Unione economica e monetaria, sulla gestione della globalizzazione, sul futuro della difesa europea e sul futuro del bilancio dell’Unione.

È vero che la Commissione alla vigilia della presentazione del Libro Bianco si era premurata di circoscrivere le aspettative anticipando la natura interlocutoria del documento. Ma resta il fatto che il testo proposto appare complessivamente deludente e poco coraggioso.

Chi si aspettava legittimamente un contributo (magari originale e innovativo) di idee e di proposte da parte della Commissione, alla vigilia dell’importante appuntamento del 25 marzo, ha dovuto constatare che l’Esecutivo dell’Unione, nelle problematiche circostanze attuali, si limita a sottoporre agli Stati membri degli scenari alternativi, per di più definiti in termini assai generici e talora contradditori.

Con l’effetto di confermare l’opinione prevalente sulla scarsa capacità di leadership di Juncker e della sua squadra, e sulla tendenza della Commissione a configurarsi più come una sorta di segretariato del Consiglio europeo, che come istituzione cui spetta la responsabilità dell’iniziativa politica. C’è da sperare che almeno i contributi annunciati per i prossimi mesi sulle varie politiche settoriali contraddicano questa impressione e contengano proposte operative su cui lavorare concretamente.

Ora più che mai la responsabilità sembra essere nelle mani dei Governi nazionali, o più realisticamente di quelli che hanno o avranno maggiore capacità di leadership. E questa constatazione non è certamente incoraggiante per chi si era illuso che l’istituzione comune, e sovranazionale per eccellenza, avesse ancora una responsabilità primaria nel guidare il progetto europeo.

Ma è anche una constatazione preoccupante se si guarda alle difficoltà per i Governi nazionali (divisi fra loro e in difficoltà di fronte ad opinioni pubbliche nazionali sempre meno convinte della validità del progetto europeo) di individuare quel (minimo) comune denominatore in grado di far recuperare alla costruzione europea il necessario sostegno popolare e la capacità di avanzare nonostante le difficoltà.

Ferdinando Nelli Feroci è presidente dello IAI.

martedì 7 marzo 2017

Difesa Europa: cardine del futuro UE

Eu60 Re-founding Europe
Difesa europea: da Monnet ai giorni nostri
Cosimo Risi, Alfredo Rizzo
01/03/2017
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La politica europea di difesa a volte affiora in superficie, a volte scorre sottoterra fino a fare perdere le tracce. In coincidenza non casuale con il recesso del Regno Unito, sta riprendendo tono per divenire un punto attorno a cui rilanciare l’Unione europea, Ue.

E d’altronde certe dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, corrette solo in parte dal suo vice Mike Pence, lasciano intendere che Washington sarà meno propensa a prendersi cura delle esigenze europee e chiederà un diverso burden sharing in seno alla Nato.

All’origine fu Jean Monnet
Jean Monnet fu tra i primi a delineare concretamente il processo di costruzione della difesa europea. Dopo la guerra - pensava -, l’Europa dovrà riordinarsi attorno a forme di cooperazione multilaterale e cedere una fetta di sovranità in materia di difesa per trovare uno spazio nello scenario dominato dalle grandi potenze Usa e Urss.

L’esigenza si accentua quando gli Stati Uniti cominciano a spingere per il riarmo della Germania Ovest al fine di contenere l’espansionismo sovietico in Europa. Il riarmo tedesco sarebbe possibile ponendo la nuova Wermacht sotto la direzione strategica europea.

La Francia non è pronta ad accettarlo. Monnet propugna allora “un’azione dinamica che trasformi la situazione tedesca e orienti lo spirito dei tedeschi, a non cercare un regolamento storico sui dati attuali”. Di qui il Trattato Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio, 1951) ed il conseguente progetto Ced (Comunità europea di difesa).

La Ced cade, il tema s’inabissa
La Ced cade all’Assemblea francese sulle convergenti riserve della destra gollista e della sinistra socialista e comunista. Nel 1954 il tema della difesa europea s’inabissa per lasciare spazio ad altre forme di cooperazione.

L’Europa, conquistata alla logica dei blocchi contrapposti, si adagia nel quadro Nato ed affida le chiavi della difesa agli Stati Uniti. L’Ueo (Unione europea occidentale, 1954) allarga la vecchia Unione dell’Europa occidentale a Germania e Italia, le potenze sconfitte.

Il quadro Ueo è intergovernativo, non consente evoluzioni significative se non quella d’inserire la Germania Ovest in un meccanismo di sicurezza per ritrovare “the full authority of a sovereign State”. Il deterrente nucleare resta nelle mani degli Stati Uniti, Francia e Regno Unito si dotano di un arsenale decisamente più modesto.

Nei primi Anni Novanta il collasso dell’Unione Sovietica e l’ascesa al potere del tedesco Helmut Kohl e del francese Francois Mitterrand, nonché l’unificazione della Germania, valorizzano l’Unione politica europea. L’ultima campagna condotta dagli Stati Uniti, esistendo ancora l’Unione Sovietica, è la prima Guerra del Golfo contro l’Iraq.

Poi lo scenario muta, la fine della guerra fredda pone nuove sfide all’Europa. La Comunità si trasforma in Unione con il Trattato di Maastricht (1993), che disciplina il complesso della proiezione internazionale attorno ai pilastri della politica estera e di sicurezza (Pesc) e della politica di difesa (Pesd). Ambedue i capitoli preferiscono l’approccio intergovernativo al classico metodo comunitario. La Pesc si avvia subito, la Pesd è rinviata ad un futuro remoto: si realizzerà, se e quando, a termine.

Il lascito di Maastricht
Un progetto significativo è la creazione dell’Agenzia europea della Difesa (Eda), grazie alla quale dovrebbero incontrarsi industria e apparato militare. Resta il nodo politico di fondo: il rapporto con la Nato e con gli Usa. In seno all’Unione si fronteggiano gli atlantisti e gli europeisti. Il metodo intergovernativo che regola la materia consente ai primi di bloccare il dibattito nei confronti di tutti.

Il lascito di Maastricht è comunque determinante. La cooperazione in materia di politica estera è codificata nel Trattato. La difesa rimane sostanzialmente riferita all’Ueo, in seno alla quale viene congegnato il modello di peacekeeping europeo con le missioni cosiddette di Petersberg. E così, nel 1999, i capi di Stato e di governo presenti al vertice di Washington accettano la possibilità per l’Ue “to take decisions and approve military action where the Alliance as a whole is not engaged”.

La formula è ambigua e riceve conferma dalla prassi dei successivi accordi Berlin plus, riconducibili a una particolare categoria di accordi internazionali attraverso i quali certe missioni sotto l’egida Nato possono essere assunte dall’Ue (ad esempio, missione Concordia in Fyrom).

Il rilancio dell’Ue parte dalla Difesa 
Il Trattato di Lisbona (2009) interviene sulla materia con un approccio organico, sancisce la scomparsa dell’Ueo a favore di modelli di peacekeepinge peacebulding propri dell’Unione. Le norme in materia di sicurezza e difesa comune (Psdc) sono inserite nel capitolo sulla politica estera e riconducibili all’onnicomprensivo concetto dell’azione esterna dell’Unione. Tale azione si sviluppa secondo un modello di “competenze attribuite” e mediante il concreto esercizio di attività da parte dell’Unione al posto degli Stati membri.

La Psdc potrà condurre ad una vera e propria difesa comune solo quando “il Consiglio europeo, deliberando all’unanimità, avrà così deciso” (art. 42 Tue). Le cooperazioni strutturate permanenti dovrebbero divenire le piste principali verso la difesa integrata. La sfida riguarda l’emancipazione dal modello configurato attraverso la Nato, ma senza che ciò comporti il definitivo declino dell’Alleanza.

Il dibattito oggi a Bruxelles riguarda i profili giuridici e politici della difesa. Sul piano giuridico, sono da chiarire la soggettività dell’Unione in tale ambito e il quadro delle regole derivanti dal diritto internazionale. Sul piano politico, lo svantaggio di rinunciare a quote di sovranità va soppesato con il vantaggio d’imputare la difesa all’Unione in quanto tale.

La difesa incrocia sia, ovviamente, la proiezione esterna dell’Unione sia la politica domestica. Fronteggiare certe minacce alla sicurezza richiede adeguate capacità di analisi, prevenzione, reazione. Lo strumento militare integrato risponde alla domanda di sicurezza delle popolazioni europee e alla lettera del Trattato. Sicurezza e difesa sono elementi complementari. Con questa didattica istituzionale l’Europa può continuarea scrivere il libro della storia, altrimenti si consegna all’archivio delle buone intenzioni.

Cosimo Risi insegna Relazioni internazionali; Alfredo Rizzo è visiting lecturer di Diritto dell’Unione europea.

venerdì 24 febbraio 2017

La sicurezza militare e l'Europa

#EU60 e difesa europea
L’Europa della difesa vista da Parigi, Berlino e Roma
Alessandro Marrone
24/02/2017
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La difesa europea è un po’ come la bellezza: sta in parte negli occhi di chi guarda. Ovvero, non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace. E a Parigi, Berlino e Roma piacciono aspetti diversi di una possibile Europa della difesa/difesa europea.

Infatti, come evidenziato in un recente studio IAI per il Parlamento italiano, in questo settore sono abbastanza diversi gli approcci nazionali dei tre Stati membri più importanti di un’Ue alle prese con l’uscita della Gran Bretagna.

Parigi, à la guerre comme à la guerre
La Francia apprezza della difesa europea soprattutto l’aspetto operativo militare, cioè la conseguente maggiore capacità e disponibilità degli alleati europei nel partecipare a operazioni di gestione delle crisi, antiterrorismo o stabilizzazione, nel Sahel e nei teatri africani/mediorientali più importanti per Parigi.

La Francia ha significativamente aumentato il proprio impegno militare in patria e all’estero in risposta agli attentati subiti, rafforzando una presenza operativa già robusta. Nel fare ciò, ha chiesto agli altri Paesi europei di seguirla, spesso dopo avere definito su base nazionale la strategia della missione. L’appoggio ricevuto è variato a seconda del partner, ad esempio con un forte contributo tedesco in Mali e altrove, e una certa freddezza italiana causata principalmente dall’azione francese in Libia dal 2011 in poi.

Se la difesa europea oggi è vista da Parigi come un modo per mobilitare i partner quanto a sviluppo ed impiego di capacità militari, tale esigenza operativa si combina con un duplice obiettivo costante dell’approccio francese: tutelare i propri interessi nazionali e rivestire un ruolo di guida a livello europeo ed internazionale.

A tal fine, per Parigi è tuttora necessario mantenere l’autonomia strategica, ovvero quel combinato di capacità militari-industriali e di struttura politica che permette un’indipendenza decisionale sul piano internazionale - combinato peraltro riflesso nel sistema presidenziale francese.

Per la Francia, oggi la dimensione europea continua ad essere il completamento delle capacità di sicurezza e difesa nazionali, assicurando una maggiore autonomia strategica alla stessa Ue rispetto ad esempio agli Stati Uniti: l’Europa della difesa è vista quindi come una collaborazione intergovernativa tra un nucleo di Stati sovrani, in cui sia le capacità militari sia le volontà politico-strategiche siano forti e allineate.

Berlino: regole, efficienza, inclusività
Varcando oggi il Reno, l’approccio alla difesa europea cambia. Il Libro Bianco del 2016 ha di certo segnato una maggiore e più esplicita assunzione di responsabilità da parte di Berlino nel settore della difesa, già dimostrata sul campo come partner affidabile delle missioni internazionali (650 truppe solo in Mali, e poi Sudan, Corno d’Africa, Libano, Afghanistan) e rispondente a una forte industria nazionale di aerospazio, sicurezza e difesa.

Restano forti i limiti legali, istituzionali, politici e culturali all’impiego delle forze armate all’estero ed in patria, limiti che pongono la Germania quasi all’opposto della Francia: ma proprio per questo vincolo di fondo i passi in avanti di Berlino sono stati apprezzati da Parigi, rafforzando un legame bilaterale che poggia sulle costanti consultazioni e sugli scambi di personale militare, diplomatico e civile, a vari livelli, previsto dal Trattato dell’Eliseo del 1963.

Nel guardare alla difesa europea, forte dei suoi 37 miliardi di euro investiti nel 2017 nella difesa (a fronte dei 32,7 francesi), Berlino apprezza l’integrazione Ue, e non solo la cooperazione intergovernativa, in linea con un approccio attento agli aspetti istituzionali e legali. La Germania insiste inoltre su misure per razionalizzare e rendere più efficienti le capacità militari esistenti, ad esempio con un comando medico europeo, nella consueta logica economica di costo-efficacia.

A livello politico, il nuovo impegno tedesco verso forme di integrazione differenziata quali la Permanent Structured Cooperation (Pesco), più vicine all’idea francese di un nocciolo duro, viene tuttora combinato con la volontà di tenere la Pesco il più possibile aperta ed inclusiva verso altri Stati membri.

Roma: l’occasione da non perdere
Roma si colloca in una posizione mediana tra Parigi e Berlino rispetto all’Europa della difesa. Da un lato, le forze armate italiane hanno svolto missioni ben più combat di quelle tedesche negli ultimi 30 anni e potrebbero ben lavorare a fianco di quelle francesi se Francia e Italia si parlassero seriamente a livello strategico sul “che fare” con le crisi a Sud del Mediterraneo, a partire dalla Libia.

Dall’altro, Roma condivide con Berlino l’apprezzamento per una forte componente istituzionale della difesa europea, non solo per motivi ideali a favore dell’integrazione Ue, ma perché ciò fornisce quel framework multilaterale che assicura ad una media potenza come l’Italia (che spende nella difesa metà della Germania) di non essere tagliata fuori da un direttorio a due franco-tedesco.

L’attuale dibattito sulla difesa europea, e in particolare il lancio della Pesco, rappresenta dunque un’occasione da non perdere per l’Italia, che ha buone carte politiche, diplomatiche, militari e industriali da giocare di sponda con Francia e Germania, nonché in liason con istituzioni Ue che nel 2016 sono state molto attive sulla difesa e vedono al loro interno una forte presenza italiana.

Il problema è che queste carte dovrebbero essere giocate da un giocatore unico, evitando che presidenza del Consiglio, ministero della Difesa e ministero degli Esteri agiscano in modo scoordinato considerando la difesa europea come solo una questione diplomatica, solo una questione militare, o solo una questione politica.

La sfida per l’Italia nel tutelare i propri interessi nazionali è in primo luogo, come spesso accade, interna al proprio sistema politico-istituzionale. È la sfida di portare avanti con costanza una proposta condivisa, approfondita e realistica, che comprenda sia la visione politica, sia le technicalities militari e industriali, sia la rete di rapporti diplomatici. Chi bello vuole apparire, un po’ deve soffrire.

Alessandro Marrone, Responsabile di Ricerca Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @Alessandro__Ma.

lunedì 20 febbraio 2017

Gestione delle Crisi

Gestione delle crisi
Ue: come migliorare gli strumenti civili
Tommaso De Zan, Bernardo Venturi
07/02/2017
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Con la nuova Strategia Globale e il Piano di Implementazione, l’Ue continua a dare rilevanza e priorità agli strumenti civili per la gestione delle crisi a livello internazionale.

L’Unione ha un potenziale civile da primato mondiale, in particolare nel suo vicinato e in Africa, grazie alle possibilità offerte dalla presenza sul terreno delle sue Delegazioni, dal dispiegamento di missioni civili in ambito Psdc e dai programmi di sviluppo e cooperazione dalla Commissione europea, senza dimenticare i possibili interventi in campo umanitario e di protezione civile in caso di disastri naturali e non.

L’Ue ha già sviluppato strumenti e infrastrutture per la promozione della pace, ma, come emerso da una recente ricerca condotta dallo IAI nel contesto del progetto EU-CIVCAP, per raggiungere i propri obiettivi in questo campo l’Ue deve migliorare in procedure, personale e tecnologie.

Le sfide della formazione e del reclutamento 
La disponibilità di personale adeguatamente formato è cruciale per rendere pienamente effettive le capacità civili dell’Ue, per esempio in compiti specifici come il confidence buiding o la riforma del settore di sicurezza.

Per questo, negli ultimi anni l’Unione ha incrementato il numero di corsi online e in aula per il proprio personale a Bruxelles e nelle Delegazioni con compiti collegati alla prevenzione dei conflitti ed al peace building. Per esempio, in collaborazione con alcune Ong e centri di formazione del settore, l’Ue sta organizzando corsi e training su analisi dei conflitti e conflict sensitivity.

Un discorso diverso vale per le missioni civili in ambito Pesc/Psdc. Il sistema di formazione ha fatto passi avanti in termini di coordinamento e qualità dei corsi, grazie soprattutto al lavoro della rete ENTRi, ma alcune lacune appaiono ancora da colmare, come i corsi pre-missione, con più attenzione ai contesti locali o un’attenzione più spiccata all’ownership locale.

In aggiunta, la standardizzazione delle procedure di formazione e reclutamento tra gli Stati membri è ben lontana dall’essere realizzata e dallo studio dello IAI emerge che Paesi come Svezia e Germania hanno un’organizzazione decisamente più strutturata e standardizzate di Francia e Italia.

Il sistema unificato di formazione e reclutamento Goalkeeper, lanciato nel lontano 2007, ha visto un parziale rilancio lo scorso anno e potrebbe essere lo strumento privilegiato per avvicinarsi a questo ambizioso obiettivo, per quanto non l’unico. Sempre che le recenti reticenze della Germania non nascondano un suo passo indietro, nel qual caso tutto diventerebbe più difficile.

Tecnologia ancora da sfruttare a pieno
Connettività e strumenti ICT possono essere strumenti formidabili al servizio della pace, come già scritto in un precedente articolo. In particolare la ricerca IAI si è soffermata sulle possibilità che questi offrono nel contesto dei sistemi di “early warning”, meccanismi che hanno lo scopo di prevenire conflitti sulla base dell’analisi di diversi indicatori.

Grazie ad una serie di interviste con alcuni attori nazionali, lo studio IAI ha scoperto che, fortunatamente, i principali Paesi dell’Ue in campo civile (Francia, Germania, Italia e Svezia) possiedono importanti risorse tecnologiche.

Tuttavia, il problema è che i vari addetti nazionali non sembravano essere a conoscenza di come queste risorse possano essere utili all’Ue nelle sue attività di promozione della pace. Quindi, di conseguenza, non si capisce fino a che punto questi strumenti tecnologici nazionali vengano poi sfruttati a Bruxelles e per lo specifico scopo della prevenzione dei conflitti e del consolidamento della pace.

Ci siamo dati tre spiegazioni: 1) a livello nazionale si contribuisce prevalentemente alle missioni civili di Psdc, mentre non è chiaro fino a che punto gli Stati membri contribuiscano al sistema di early warning europeo; 2) è possibile che gli Stati membri utilizzino i suddetti strumenti nella raccolta dati per raggiungere i proprio obbiettivi di sicurezza nazionale e non siano disposti a condividerli; 3) prevenzione dei conflitti e consolidamento della pace non sono priorità assolute rispetto a difesa e sicurezza nazionale.

Un gran peccato, visto che sono numerosi i documenti ufficiali in cui si considera il rafforzamento del sistema di early warninge una maggiore condivisione dei dati a livello europeo come obiettivi prioritari.

Le sfide future
Training e reclutamento possono essere migliorati attraverso un crescente coordinamento e un’adeguata standardizzazione tra gli Stati dell’Unione. Il sistema di formazione ha bisogno di un coordinamento unico, procedure comuni per tutti gli Stati, maggiori sinergie tra le componenti civili, militari e di polizia, un aumento delle risorse finanziarie e maggiore attenzione alla specifica formazione per ciascun contesto di dispiegamento.

Il sistema di reclutamento, da parte sua, deve andare verso una maggiore uniformità. Il sistema Goalkeeper può rappresentare uno strumento valido per questo, ma, a dieci anni dal suo lancio, deve diventare pienamente operativo entro l’anno, altrimenti è meglio lasciare spazio ad altre soluzioni che ricevano adeguato sostegno politico.

L’Ue dovrebbe poi aumentare la propria consapevolezza sui benefici che determinate tecnologie potrebbero avere nella promozione della pace. Tenuto conto della fattibilità tecnica e delle inevitabili limitazioni economiche, l’Ue potrebbe aspirare alla creazione di un sistema comprensivo di early warning/situational awareness che integri dati da vari sistemi ICT e diverse fonti.

Anche alla luce dell’Approccio Comprensivo, la volontà dell’Ue di sapere gestire un conflitto o potenziale tale in tutti le sue varie fasi, tale sistema porterebbe a dei vantaggi innegabili. Infine, si dovrebbe dare un’accelerata ad una maggiore integrazione delle strutture per la raccolta dati all’interno dell’Ue e fare in modo che la timidezza degli Stati membri nella condivisione di informazioni si trasformi in audacia al servizio della promozione della pace.

Tommaso De Zan è ricercatore presso l'Area Sicurezza e Difesa dello IAI (Twitter @tdezan21); Bernardo Venturi è ricercatore dello IAI (Twitter: @bervent).

lunedì 13 febbraio 2017

L'adozione del reddito minimo

Economia
Finlandia, reddito minimo per il centenario
Gianfranco Nitti
08/02/2017
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Il 2017 rappresenta per la Finlandia un anno molto particolare, in cui ricorre il centenario dell’indipendenza del Paese dall’impero russo: un anniversario che Helsinki “festeggerà” sperimentando - primo paese dell’Unione europea, Ue - il reddito minimo garantito.

L’avvicinamento del centenario coincide con l’emersione di segnali positivi per un’economia che negli ultimi anni ha subito i colpi della recessione internazionale. Secondo una recente analisi previsionale del Ministero delle Finanze, il Pil nazionale fa registrare una crescita dell’1,6% nel 2016 e una previsione di più 0,9% nel 2017 e di più 1% nel 2018.

Nell’anno appena trascorso, la crescita è stata agevolata dalla domanda interna, in particolare grazie all’incremento dei consumi privati; gli investimenti nel settore delle costruzioni sono aumentati rapidamente, mentre la situazione del mercato del lavoro è migliorata, portando a una riduzione del tasso di disoccupazione all’8,6%.

Nel 2017, l’aumento dei consumi privati dovrebbe subire una battuta d’arresto, in risposta all’accelerazione dell’inflazione ed al conseguente rallentamento della crescita del reddito reale. La crescita degli investimenti privati diminuirà temporaneamente nell’anno corrente, con l'inversione di tendenza nella crescita degli investimenti in costruzioni.

Nei prossimi mesi, il volume dei consumi pubblici scenderà dello 0,5% e la spesa per gli stessi calerà a causa di tagli su bonus vacanza, riduzioni dei contributi previdenziali da parte del datore di lavoro e prolungamenti degli orari di lavoro annuali concordati dalle parti sociali nel patto di competitività. La crescita delle esportazioni accelererà nel 2017 e nel 2018, guidata da consegne di mezzi di trasporto già programmate.

Ma il patto di competitività prevede anche modifiche ai contributi previdenziali e tagli fiscali che comporteranno un deterioramento a breve termine delle finanze pubbliche. Il governo centrale e quelli locali sono saldamente in deficit, il settore delle pensioni legate al reddito è in surplus ed altri fondi di previdenza sociale marginalmente in deficit. Il debito pubblico in rapporto al Pil continuerà inevitabilmente a crescere nel prossimo futuro.

Se, da una parte, l’intesa fra le parti sociali rafforza la fiducia nella politica economica interna; dall’altra, ci vorrà tuttavia del tempo perché i benefici derivanti dal patto si trasformino in vero e proprio sviluppo economico.

Crescita e cauto ottimismo
Le prospettive dell’export restano significative, nonostante il rallentamento della crescita: anche se non ci sarà una forte domanda per le esportazioni finlandesi, la situazione appare migliorata rispetto agli ultimi anni.

Il patto stimolerà la competitività dei prezzi misurati in termini di costi unitari del lavoro, il che faciliterà la crescita delle esportazioni. Tuttavia, ci sarà un ritardo prima di vedere gli effetti positivi dell’intesa sui risultati economici; e il patto potrebbe finire per indebolire sia i consumi privati sia quelli pubblici nel 2017.

La crescita in molte delle economie emergenti è rallentata in modo significativo. Nei Paesi industriali, il recupero è ancora modesto, perché i livelli di investimento sono bassi, gli utili aumentano ma lentamente e, di conseguenza, la domanda dei consumatori è debole.

I consumi privati cresceranno ad un tasso più lento in quanto ci sarà solo un moderato aumento del livello dei redditi e l'inflazione intensificherà la propria pressione. L'andamento dei consumi privati potrebbe rivelarsi più favorevole di quanto previsto se l’indebitamento delle famiglie continuasse a crescere al ritmo degli ultimi anni.

Ma vi sono rischi negativi associati a i consumi privati che possono materializzarsi se la tendenza occupazionale risultasse più debole del previsto. Gli effetti frenanti sui consumi sarebbero evidenti attraverso la formazione del reddito e delle aspettative dei consumatori, che potrebbero sviluppare cautela.

Debito e disoccupazione 
Lo scorso anno, la ripresa dell'economia finlandese ha sostenuto la finanza pubblica. Tuttavia, la lenta crescita economica dei prossimi anni non sarà sufficiente a correggere lo squilibrio tra entrate e spese, il che significa che le finanze pubbliche rimarranno in modo significativo in deficit.

Le misure di adeguamento, nell'ambito del programma di governo, rafforzeranno le finanze pubbliche durante il periodo di previsione; tuttavia, la crescita della spesa connessa continuerà ad essere rapida, ostacolando gli sforzi per raggiungere un equilibrio delle casse pubbliche, mentre i prossimi anni potranno far registrare al Helsinki un ulteriore aumento del rapporto debito pubblico-Pil.

Con la disoccupazione all’8,6% (e previsioni di lievi contrazioni), l’occupazione è in aumento, in particolare nel settore edile, e continuerà a migliorare; ma un suo ulteriore rapido miglioramento è impedito da problemi strutturali: i disoccupati in cerca di lavoro potrebbero non avere le competenze professionali necessarie per le offerte disponibili sul mercato, oppure i posti di lavoro potrebbero essere disponibili in luoghi diversi da quelli di residenza dei non occupati.

Reddito di base a sostegno della ripresa 
È in questo quadro economico che il governo di centrodestra ha avviato un periodo sperimentale di due anni per la concessione di un reddito di base che era fra i punti del programma del premier Juha Sipilä. L’esperimento è operativo dal 1° gennaio scorso.

A questa prima fase partecipano 2000 persone di età compresa tra 25 e 58 anni: un campione di disoccupati scelti a caso fra quelli che già ricevono sussidi pagati dal Kela, l’istituto nazionale per le assicurazioni sociali (omologo dell’Inps italiano).

L’esperimento prevede l’erogazione di 560 euro al mese, esentasse e ininfluenti sul reddito complessivo eventuale. L’obiettivo dichiarato è l’esplorazione degli effetti generali dell’istituzione di un reddito minimo garantito, e in particolare, delle conseguenze sullo status occupazionale dei partecipanti.

Secondo il Kela, il reddito di base incoraggia i beneficiari a cercare un’occupazione e riduce la burocrazia. Una particolarità di questo test è il fatto che l'importo del reddito di base rimarrà lo stesso per tutto il biennio: esso non viene ridotto da qualsiasi altro reddito da lavoro che i beneficiari possano avere; mentre i partecipanti che trovano lavoro durante l'esperimento continueranno a ricevere il reddito di base.

I guadagni saltuari, inoltre, non riducono l’importo del bonus, a sottolinearne la validità slegata dal lavoro, dipendente o autonomo: è questa l'idea chiave a sostegno del reddito minimo garantito finlandese, e la sua caratteristica innovativa rispetto alle tradizionali misure di sostegno ai disoccupati.

Gianfranco Nitti è giornalista, corrispondente di mass media finlandesi dall’Italia.