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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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mercoledì 26 ottobre 2016

Il Corridoio Meridionale del Gas

Energia
I dilemmi del Corridoio meridionale del Gas
Marco Siddi
24/10/2016
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In Europa e nel nostro Paese si è parlato a lungo delle problematiche connesse ai gasdotti Nord Stream-2 e South/Turkish Stream. Il motivo principale è il ruolo centrale della Russia in questi progetti e la questione dei rapporti con Mosca nel contesto attuale, caratterizzato dalla crisi ucraina e dalle sanzioni.

Molta meno attenzione è stata dedicata invece al Corridoio Meridionale del Gas (Southern Gas Corridor), il progetto sponsorizzato dall’Unione europea, Ue, che punta alla diversificazione delle importazioni del gas. L’assenza di un dibattito critico, soprattutto negli ambienti istituzionali europei e nazionali, è sorprendente a fronte dei rischi e delle scelte che comporta il sostegno al Corridoio.

Fonte: Sito del gasdotto Tanap.

Il Corridoio Meridionale del Gas
Il progetto mira a ridurre la dipendenza europea dalle importazioni di gas russo. Esso prevede quattro fasi. La prima riguarda l’estrazione del gas e l’infrastrutturazione del giacimento di gas naturale Shah Deniz-2 nel mar Caspio, in territorio azero.

La seconda comprende l’espansione della South Caucasus Pipeline per il trasporto del gas attraverso Azerbaigian e Georgia fino alla Turchia. In Turchia, il gas proseguirà la sua corsa verso ovest attraverso la Trans Anatolian Pipeline (Tanap), al momento in costruzione (terza fase).

Infine, la Trans Adriatic Pipeline (Tap), di futura realizzazione, dovrebbe convogliare parte del gas in Italia attraverso Grecia, Albania e Mar Ionio (quarta fase). Il costo dell’opera è stimato intorno ai 45 miliardi di dollari.

Le esportazioni di gas attraverso il Corridoio Meridionale dovrebbero cominciare entro il 2020, raggiungendo un tetto di 16 miliardi di metri cubi all’anno intorno al 2025. Si tratta di volumi modesti, praticamente dimezzati rispetto a quelli inizialmente auspicati dalla Commissione europea col progetto Nabucco (tramontato definitivamente nel 2013 e sostituito da quello descritto sopra). Inoltre, 6miliardi di metri cubi sono destinati al consumo in Turchia e solo 10 raggiungerebbero l’Ue.

Per un raffronto, nel 2015 la Russia ha esportato in Europa e Turchia oltre 158 miliardi di metri cubi di gas. Utilizzando le infrastrutture già esistenti, Mosca potrebbe aumentare ulteriormente le sue esportazioni, creando un surplus che determinerebbe un calo dei prezzi e ridurrebbe la già discutibile redditività del Corridoio Meridionale. Le crescenti importazioni di gas naturale liquefatto in Europa contribuirebbero ulteriormente a questo trend.

I sostenitori del Corridoio Meridionale talvolta argomentano che la capacità del progetto potrebbe essere incrementata fino a 32 miliardi di metri cubi l’anno. Al momento, questo appare impossibile se non si trovano altri fornitori di gas oltre all’Azerbaigian, che potrebbe perfino trovarsi in difficoltànel garantire i 16 miliardi di metri cubi all’anno già venduti.

Le due opzioni più probabili per le forniture aggiuntive sarebbero il Turkmenistan e l’Iran. In entrambi i casi, l’ulteriore distanza e l’infrastrutturazione necessaria sembrano ostacoli pressoché insormontabili dal punto di vista economico.

Per ottenere il gas turkmeno, l’Ue dovrebbe anche affrontare l’agguerrita concorrenza cinese e convincere gli stati con sbocco sul Mar Caspio (Russia e Iran compresi) a determinare lo status legale del bacino, attraverso il quale dovrebbe essere costruito il gasdotto di collegamento col Turkmenistan.

Nagorno-Karabakh, rischi energetici del conflitto 
Progettato per contribuire alla sicurezza energetica europea, il Corridoio Meridionale potrebbe in realtà diventare fonte d’insicurezza a causa delle dispute geopolitiche nei territori attraversati. La più grave è quella relativa al Nagorno-Karabakh, una regione contesa militarmente da Armenia e Azerbaigian da quasi trent’anni, a pochi chilometri dalla South Caucasus Pipeline.

Il rischio di un ampio conflitto nell’area è aumentato notevolmente negli ultimi anni, durante i quali i contendenti hanno moltiplicato le spese militari.

Nell’aprile del 2016, le tensioni sono sfociate in quattro giorni di guerra. Nel caso di un futuro conflitto, l’Armenia potrebbe condurre attacchi aerei (già simulati nel recente passato) o missilistici (resi possibili dal recente acquisto di missili Iskander, Scud-B eTochka-U dalla Russia) contro le infrastrutture energetiche azere.

L’Ue e il rischio di dipendenza energetica da Paesi autoritari
Il Corridoio Meridionale aumenterebbe la dipendenza energetica europea da Paesi autoritari. L’Azerbaigian, unico fornitore certo di gas destinato al progetto, è stato descritto in una recenterisoluzione del Parlamento europeo come il Paese che negli ultimi dieci anni ha subito il più grande declino in termini di governance democratica in tutta l'Eurasia.

Freedom House ha inoltre specificato che la realizzazione del Corridoio Meridionale rafforzerebbe finanziariamente il governo repressivo e corrotto del Presidente azero Ilham Aliyev.

La Turchia diventerebbe un importante Paese di transito per le forniture energetiche europee, aumentando ulteriormente il suo potere contrattuale con l’Ue. Viste le tendenze autoritarie del presidente turco e i suoi recenti tentativi di usare questioni come quella dei rifugiati nei negoziati con Bruxelles, i leader europei farebbero bene a chiedersi se è opportuno creare una nuova forma di dipendenza dalla Turchia.

Ultime, ma non meno importanti, sono le questioni ambientali. Al di là del considerevole impatto ambientale dell’opera, appare inopportuno che l’Ue sostenga - anche finanziariamente, tramite fondi pubblici concessi attraverso la Banca europea degli investimenti - un progetto dai costi notevolissimi e destinato allo sfruttamento di combustibili fossili.

A questo proposito, è importante ricordare che l’Energy Roadmap 2050 impegna l’Ue a ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell’80-95% rispetto ai livelli del 1990. Questo obiettivo potrà essere raggiunto solo se i limitati fondi disponibili vengono investiti nell’efficientamento energetico e nello sviluppo delle energie rinnovabili.

Marco Siddi, Finnish Institute of International Affairs.

domenica 23 ottobre 2016

Energia da aree di crisi

Energia
Mediterraneo orientale, la nuova frontiera del gas (e dei conflitti)
Lorenzo Colantoni, Nicolò Sartori
17/10/2016
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Zohr, Leviathan, Aphrodite: queste le tre maggiori scoperte di gas nel Mediterraneo orientale che potrebbero trasformare alcuni Paesi da importatori a esportatori (Israele), soddisfare una domanda di energia crescente e fornire stabilità all’economia nazionale di altri (Egitto) o potenziare il posizionamento geopolitico di altri ancora (Cipro).

Questo, se il pericoloso crocevia di irrisolte questioni territoriali, tensioni storiche o nuovi contrasti - che saranno discussi in una conferenzaorganizzata dallo IAI - non impediranno lo sviluppo e lo sfruttamento di risorse che rappresentano in effetti una novità per il Mediterraneo orientale, e un’opportunità per la sicurezza energetica europea.

Da Leviathan ad Aphrodite e Zohr
Israele, ad esempio, ha scoperto negli ultimi quindici anni tre grossi giacimenti nel Mediterraneo, di dimensioni crescenti: Mari-B, con circa 28 miliardi di metri cubi (bcm) di gas; Tamar, circa 280 bcm, da solo al momento capace di soddisfare il 40% della generazione elettrica israeliana; Leviathan, con circa 620 bcm, ma la cui produzione partirà non prima del 2019.

Risorse importanti, ma su cui pende l’incertezza su circa 854 miglia quadrate al confine marittimo con il Libano, vicine alle scoperte di cui sopra, e su cui Beirut ha già cercato di mettere all’asta ipotetiche concessioni.

Una situazione in realtà che è più critica a Cipro, autore della scoperta nel 2011 di Aphrodite, una riserva di gas che potrebbe contenere dagli 80 ai 140 bcm, la prima nel Paese e che potrebbe portare forse a numerose altre.

Nonostante sia posizionata alla punta a sud della Zona economica esclusiva, Zee, del Paese, questo non ha però fermato le rivendicazioni della Turchia, che nel 2014 ha inviato due navi da guerra nelle aree dove Eni e Kogas effettuavano le proprie esplorazioni.

La più grande scoperta è stata però egiziana, con il giacimento Zohr scoperto nel 2015 da Eni pochi chilometri a sud di Aphrodite. Si tratta probabilmente del più grande giacimento nel Mediterraneo, 850 bcm, capace da solo di soddisfare il 40% del fabbisogno energetico annuale egiziano.

Immune da rivendicazioni territoriali grazie alla definizione delle rispettive Zee con Cipro già nel 2003, lo sviluppo del gas egiziano, così come quello degli altri Paesi, potrebbe però andare incontro ad altri problemi.

Israele, Cipro ed Egitto e la gestione delle risorse energetiche
In questo complesso scenario, un punto appare chiaro: nessuno di questi Paesi ha le competenze per sviluppare, da solo, le risorse energetiche di cui è dotato, in parte per la limitata esperienza, come per Cipro e Israele, o per la sua inefficiente struttura, come nel caso dell’Egitto.

Attrarre però compagnie e investimenti stranieri richiede una stabilità che oggi è minacciata tanto dai conflitti esterni, che da problematiche domestiche.

Israele, ad esempio, impiegherà almeno nove anni per passare dalla scoperta di Leviathan al suo sfruttamento, più del doppio rispetto al Tamar. Un problema nato dalla ristrutturazione del settore voluta a partire dal 2010 dal governo di Benjamin Netanyahu per ridurre i profitti delle compagnie di idrocarburi ed evitare un monopolio del duo Noble-Delek, autore della scoperta di Leviathan, il cui ritardo potrebbe costare al Paese fino a 26 miliardi di dollari.

L’Egitto, invece, affronta una domanda domestica senza controllo che potrebbe assorbire le proprie risorse e impedire un’esportazione utile sia alla sua economia, che ad attrarre ulteriori investimenti esteri.

Crescita economica e demografica, maggiore consumo dovuto all’uso crescente di aria condizionata ed elettronica, e un sistema di sussidi pubblici per l’energia spesso fuori controllo hanno aumentato la domanda di energia del paese del 5,6% dal 2000 al 2012, con un +8,7% nel settore gas.

Mediterraneo orientale, alla ricerca di una governance energetica
Nonostante alcune aperture sul fronte cipriota e il miglioramento delle relazioni tra Turchia e partner regionali come Israele ed Egitto, la creazione di meccanismi di cooperazione regionale totalmente inclusivi appare ancora difficile.

Alternative parziali, che non comprendano cioè tutti i Paesi del Mediterraneo orientale, potrebbero però funzionare, come dimostrato dal recente accordo tra il Cairo e Nicosia, o sulla convergenza tra Israele, Cipro e Grecia sul gasdotto East Med. Un’infrastruttura che potrebbe già prendere il via dopo il trilaterale tra Alexis Tsipras, il presidente cipriota Nicos Anastasiades e Netanyahu il prossimo dicembre.

Ad oggi, la composizione di queste collaborazioni sub-regionali è però legata a doppio filo alla destinazione finale di questo gas. La partecipazione di Cipro di fatto escluderebbe la Turchia come mercato di riferimento - nonostante le ottime prospettive di domanda e l’interesse di Ankara a diversificare rispetto al gas russo - favorendo in alternativa la “via europea”.

L’Egitto potrebbe invece agire da catalizzatore più neutrale per la cooperazione regionale, visti i suoi rapporti generalmente positivi con i Paesi dell’area: resta però aperto il nodo di Israele, con il quale i vicini arabi commerciano con difficoltà, ma che soprattutto vede con sospetto la totale dipendenza da infrastrutture egiziane per le sue esportazioni.

In generale, una governance energetica regionale mutualmente vantaggiosa potrebbe contribuire a stemperare tensioni geopolitiche vecchie di decenni. Potrebbe anche essere però che la scoperta di maggiori risorse, e in aree contese, scaturiranno ulteriori conflitti per la loro attribuzione, di fatto prevenendone lo sviluppo, come nel Mar Cinese Meridionale per i continui scontri tra Vietnam e Cina.

Una sfida tra una ratio politica e una economica, su cui forse solo il tempo potrà dare una risposta.

Lorenzo Colantoni è Junior Fellow presso lo IAI –Twitter@colanlo. Nicolò Sartori è responsabile di ricerca e coordinatore del Programma Energia dello IAI.

giovedì 13 ottobre 2016

ONU: Il nuovo segretario generale

Segretario Generale Onu
Guterres dopo Ban: l’esperienza batte il genere
Gabriele Rosana
10/10/2016
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Il messaggio che le Milleannials statunitensi avevano provato a mandare a Hillary Clinton durante le primarie democratiche è stato recapitato sempre a New York, ma all’indirizzo del Palazzo di Vetro.

Non importa il genere del candidato, quanto semmai le priorità della sua piattaforma e la sua agenda politica, avevano cadenzato le giovani donne all’ex Segretario di Stato convintamente preferendo il messaggio chiaro e un po’ scapigliato - ma netto, in una rottura tutt’altro che gentile - di Bernie Sanders contro tutte le disuguaglianze.

Da Lisbona al Palazzo di Vetro
Alla Segreteria generale delle Nazioni Unite le candidature che avevano il vento in poppa e l’identikit perfetto - calibrato secondo il bilancino del manuale Cencelli della diplomazia mondiale - si sono tutte sgonfiate durante l’estate, mentre l’outsider pocoappealing, ma di salda esperienza ha guadagnato gradualmente terreno.

Il successore di Ban Ki Moon, che il 31 dicembre conclude il suo mandato decennale, sarà António Guterres, ex primo ministro portoghese, socialista, 67 anni, dieci dei quali alla guida dell’Agenzia Onu per i rifugiati, l’Unhcr - dove è stato da gennaio sostituito dall’italiano Filippo Grandi.

Il suo nome è emerso dal sesto scrutinio del Consiglio di sicurezza, Cds, dove ha ottenuto 13 voti a favore e due “no opinion” su 15: di fatto, cioè, nessun membro permanente ha usato il veto sull’ex Alto commissario, che è stato invece in testa sin dalla prima votazione interlocutoria dello scorso giugno, senza scendere mai sotto gli 11 consensi favorevoli.

Non solo una soluzione di compromesso che ha messo d’accordo le potenze regionali, ma anche - secondo molte letture - una scelta per rilanciare il ruolo dell’Onu, affidato nelle mani esperte di un politico navigato non nuovo alla diplomazia multipolare che, dopo l’investitura, ha commentato a caldo di voler essere al servizio dei più vulnerabili (“vittime di guerre, terrorismo, della violazione dei diritti e della povertà e delle ingiustizie del mondo”).

Apertamente sostenuto dalla sola Francia, fra i cinque membri permanenti del Cds con diritto di veto, l’ex leader lusitano è emerso da subito come una valida candidatura ‘interna’ all’universo onusiano: la stessa carta, tuttavia, giocata anche dalla bulgara Irina Bokova, la direttrice generale dell’Unesco (la più grande delle agenzie Onu) favoritissima della vigilia.

Già, perché stavolta, secondo la regola non scritta della rotazione regionale, sarebbe dovuto toccare a un rappresentante dell’est europeo che sino ad oggi non ha mai espresso il numero uno delle Nazioni Unite.

Tante le candidature provenienti da oltre-cortina, con una chiara indicazione: la strada per il seggio più importante dell’Onu porta - anche stavolta per la prima volta nella storia - a una donna. E in effetti la metà dei nominati era rosa.

Bulgaria e Ue, dall’altare alla polvere
Partita come predestinata al papato, la Bokova è uscita dalle stanze a porte chiuse (ma sempre più friabili) del Cds con ancora indosso la porpora cardinalizia. Su di lei pesavano un eccessivo gradimento di Mosca (dove ha studiato) e i dubbi degli Stati Uniti (dove pure si è perfezionata). Tuttavia, come ha ben riassunto a margine del terzo scrutinio un alto diplomatico dell’Unione europea con trascorsi all’Onu, il Segretario generale si fa col favore di Washington e la non belligeranza russa.

E così, con un avvitamento carpiato - e bilanciando questioni di politica interna - il governo di Sofia, a guida popolare, ha accantonato l’opzione della socialista ed ex comunista Bokova (rimasta però formalmente in gara) per lanciare tardivamente nella corsa - a fine settembre - la forte candidatura di Kristalina Georgieva, influente vicepresidente della Commissione europea sul cui nome si era da subito esposta la cancelliera tedesca Angela Merkel.

A puntellare il sostegno dell’economista bulgara - un passato alla Banca mondiale - c’erano un ben più marcato via libera degli Stati Uniti e la non opposizione della Russia (che alla vigilia dell’ultimo scrutinio aveva prefigurato il successo di una donna dell’est).

L’Unione europea, Ue, invece, ha ancora una volta scoperto il fianco ed è arrivata frammentata al voto decisivo (oltre a Francia e Regno Unito, nel consesso del Cds c’era anche la non permanente Spagna): poco contano i postumi cori di giubilo per la designazione del portoghese (nell’annus mirabilis della storica vittoria dell’Europeo di calcio); le istituzioni Ue giocavano questa partita direttamente e avendoci messo la faccia, oltre che un membro di primissimo piano dell’”esecutivo” comunitario, in congedo temporaneo non pagato per far campagna elettorale (cui hanno dato man forte anche uomini e donne dell’Ue, di passaggio a New York per l’assemblea generale di settembre).

Onu sempre più aperto e trasparente
Per la designazione del decimo Segretario generale, l’Onu ha aperto i suoi riti all’occhio della società civile, votando le sue procedure alla maggiore trasparenza possibile, come rimarcato dal presidente di turno del Cds, il russo Vitaly Churkin, al momento dell’annuncio del consenso trovato sul nome di Guterres.

A partire da aprile, i contendenti si sono cimentati di fronte agli elettori dell’Assemblea generale e alle telecamere della diretta web streaming. Tante le audizioni, sei i voti informali, prima che il Cds trovasse l’unità (o perlomeno, il non dissenso) sul nome di Guterres, che sarà così in grado di mettere a punto transizione e priorità nello scorcio finale di anno, prima dell’ufficiale insediamento, il 1° gennaio 2017. Una tempistica che rispetta l’indicazione di novembre come termine entro cui dare un successore a Ban.

Adesso toccherà all’Assemblea generale - il corpo elettorale onusiano, dove “uno vale uno” - esprimersi sulla raccomandazione fatta dal Cds, come prescrive la Carta delle Nazioni Unite: un’adunanza non è stata ancora convocata, ma dovrebbe arrivare a breve. E senza sorprese, visto che la raccomandazione del Cds dovrebbe agilmente riflettere la volontà generale dei 193 paesi membri dell’Onu.

Gabriele Rosana, giornalista pubblicista e assistente alla comunicazione dello IAI, è LLM Candidate in diritto dell’Ue al Collegio d’Europa di Bruges. (Twitter: @GabRosana).

lunedì 10 ottobre 2016

Europa: la Difesa comune e la posizione dell'Italia

EU Global Strategy e Difesa
Difesa comune europea: la volta buona?
Paola Sartori
27/09/2016
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A Bratislava l’Italia ha formalizzato la sua posizione nel dibattito in corso sulla difesa comune europea, che ha accelerato dopo la Brexit e la presentazione della European Union Global Strategy, Eugs, da parte dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini.

L’approvazione della Strategia da parte del Consiglio europeo di giugno è stata seguita da un periodo di grande vivacità in termini di iniziative e incontri bilaterali e unilaterali sul tema della difesa europea. Particolarmente attivi in questo senso Francia, Germania e Italia, anche se con visioni non sempre chiare e coerenti.

La visione italiana: breve e lungo termine
In occasione della riunione informale dei responsabili di difesa a Bratislava il 26 e il 27 settembre, il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha presentato un documento che illustra il piano italiano per una difesa comune europea.

La visione italiana si articola sostanzialmente su due livelli di azione. Da un lato, in una prospettiva di lungo termine si punta alla realizzazione di un’Ue per la difesa europea sul modello di Schengen. L’idea è quella di accelerare l’integrazione nell’ambito della difesa mettendo in condivisione un certo numero di strumenti e risorse, partendo da un nucleo aggregatore e ristretto di Stati che hanno le capacità militari e la volontà politica per fungere da avanguardia.

Tra gli obiettivi vi è la creazione di una Forza multinazionale europea, Fme, dotata di una struttura di comando, meccanismi decisionali e di finanziamento comuni da mettere a disposizione non solo per missioni dell’Ue, ma anche per operazioni militari in ambito Nato e Onu. L’iniziativa dovrebbe poi aprirsi alla partecipazione di altri stati ed essere incorporata all’interno dei Trattati in un secondo momento, proprio come avvenuto per Schengen.

Dall’altro lato, il secondo livello di azione prevede di sfruttare nel breve termine il potenziale inespresso di alcuni strumenti offerti dai Trattati vigenti, tra cui l’articolo 44 relativo alle missioni effettuate da un gruppo di stati per conto dell’Ue e l’articolo 46 per l’attivazione del meccanismo di cooperazione rafforzata e permanente (Permanent Structured Cooperation - Pesco).

La proposta franco-tedesca: un rilancio a due
Francia e Germania hanno però, nel frattempo, riaffermato lo storico asse di cooperazione bilaterale. L’11 settembre i Ministri della Difesa dei due Paesi hanno presentato all’Alto Rappresentante una dichiarazione congiunta per contribuire all’attuazione della Eugs nel campo della difesa, che non si discosta molto dalle idee italiane discusse inizialmente a livello trilaterale.

Tra i punti principali del documento franco-tedesco figurano l’attivazione della Pesco; la creazione, nel medio termine, di un Quartier Generale europeo civile e militare per la pianificazione e la condotta di operazioni nel quadro della Politica di sicurezza e difesa comune, Psdc, il rilancio dei Battlegroups europei e la revisione del meccanismo Athena per il finanziamento delle operazioni militari.

Altre idee, maggiormente innovative, riguardano la creazione di un comando europeo per l’assistenza medica, un polo logistico per le capacità di trasporto strategico, una maggiore condivisione operativa di immagini satellitari, il rafforzamento degli Eurocorps e il loro contributo nell’ambito di missioni Psdc.

L’Action Plan per la difesa della Commissione europea
In questo contesto, la Commissione sta lavorando per rafforzare e rendere più efficiente il mercato della difesa europeo. Lo European Defence Action Plan, Edap, che dovrebbe essere presentato entro fine anno e che vede il forte sostegno italiano, mira infatti ad individuare strumenti concreti per promuovere la cooperazione industriale e rimuovere quegli ostacoli che fino ad ora hanno limitato l’integrazione e la competitività del settore della difesa europeo.

Nello specifico, gli sforzi della Commissione si concentrano principalmente su tre ambiti. Prima di tutto sostegno alla ricerca: l’idea è di istituire uno European Defence Research Program nell’ambito del prossimo Programma Quadro per la ricerca 2021-2027, attraverso il quale dovrebbero essere finanziati anche progetti a sostegno di una autonomia strategica dell’Europa nel campo della difesa, oltre che consentire l’utilizzo del Programma Quadro per progetti che hanno un interesse militare.

In seconda e terza battuta, invece, si sta valutando l’introduzione di incentivi fiscali e finanziari quali la possibilità di modificare le regole della Banca europea per gli investimenti, Bei, che vietano finora investimenti nel campo della difesa, l’accesso ai fondi strutturali e di investimento europei, e l’esenzione dell’Iva per i programmi di cooperazione europea per agevolare gli investimenti congiunti nel settore della difesa, nonché una maggiore applicazione delle normative esistenti in materia di acquisizioni e trasferimenti intra-comunitari, oltre che un rafforzamento della sicurezza degli approvvigionamenti.

Un’occasione da non perdere
In un momento di grande incertezza, il progetto di integrazione europea nella difesa sembra rappresentare una sorta di rassicurante coperta di Linus per l’Ue, in grado di far superare la sensazione di “abbandono” e insicurezza post-Brexit. Questo terreno, diversamente che in passato, appare meno controverso rispetto ad altre questioni sul tavolo, politica economica e migrazione in primis, e vede allineate le visioni politiche dei maggiori Paesi europei seppur con motivazioni differenti.

Si tratta di una finestra di opportunità unica che gli stati europei devono impegnarsi per sfruttare al meglio. Un appuntamento importante sarà il Consiglio europeo di dicembre che, sulla base delle conclusioni del Consiglio Affari Esteri in programma il 14-15 novembre, dovrebbe adottare decisioni concrete per l’attuazione della Eugs nell’ambito della sicurezza e della difesa … che sia davvero la volta buona?

Paola Sartori, Assistente alla Ricerca, Programma Sicurezza e Difesa; Twitter @SartoriPal.

giovedì 6 ottobre 2016

Gran Bretagna. Terremoti dalle onde lunghe

Regno Unito
Corbyn resiste al terremoto post-Brexit
David Ellwood
26/09/2016
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In un’epoca di grandi problemi per il reclutamento politico in ogni angolo dell’Occidente, la conferma del vecchio Jeremy Corbyn alla leadership dei laburisti inglesi (battendo Owen Smith con un margine del 24%) esprime una fortissima reazione - soprattutto da parte dei giovani - contro i metodi di mobilitazione e persuasione praticati dalle macchine partitiche tradizionali negli ultimi decenni, tutti apparentemente convinti che la politica sia un gioco di mercato anch’esso, dove le regole sono dettate dai mass media.

Corbyn invece ha concentrato i suoi sforzi sui social media dove ha trovato il richiamo che ha favorito l’entrata di una straordinaria massa di nuovi iscritti al vecchio partito laburista. Il fenomeno è particolarmente impressionante dato che questa fascia d’età si è rivelata negli ultimi anni allergica a qualsiasi forma di partecipazione politica, a partire dal voto. Basti pensare che solo il 30 per cento di questa fetta della società si è espresso nel referendum per la Brexit.

Il futuro del governo ombra
Resta da vedere in che modo questa affermazione di Corbyn si tradurrà in una effettiva leadership dentro e fuori il parlamento. Contestato duramente, formalmente sfiduciato dai parlamentari labour prima dell’estate, Corbyn deve ora ricostruire il governo ombra - più di 50 posti sono attualmente vacanti - e far capire come intende gestire il Comitato centrale del Partito.

A differenza del Partito conservatore, dove vige un inossidabile rispetto per le gerarchie di status, successo e pedigree politico, all’interno del partito laburista c’è la convinzione che tutti abbiano gli stessi diritti - o almeno pari dignità - nel ricercare un posto negli vari organi del partito.

Nella situazione attuale regna una confusione totale su come Corbyn intenda gestire le sue responsabilità di leader: favorendo elezioni democratiche per il governo ombra o imponendo regole che possano garantire a lui e i suoi - compreso i super-militanti del movimento che lo hanno sostenuto fino ad ora, ‘Momentum’ - un controllo completo del Consiglio nazionale esecutivo del partito.

Movimento di massa più che partito di governo
Tutti si aspettano ora - anche dentro e dopo il congresso del partito che si è svolto in questa fine settimana - un duro regolamento dei conti con la maggioranza in Parlamento che non aveva mai espresso tanta fiducia nei confronti di Corbyn, arrivando addirittura a sfiduciarlo.

Molti temono che la lotta per domare le varie faide in corso nel partito - e dentro il mondo sindacale, anch’esso diviso sul personaggio - possa assorbire gran parte delle energie, della credibilità e del capitale politico di Corbyn.

In tal caso, che fine faranno la passione e le energie dei tanti nuovi iscritti che si sono commossi per la purezza e coerenza di questa vecchia figura di profeta del socialismo stile britannico, così dogmaticamente pragmatico e moralistico, così poco ideologico ?

Anche se Corbyn è convinto che il suo partito deve esprimersi soprattutto come movimento che nasce dal basso, piuttosto che come pura forza di governo, non ha ancora presentato alcun progetto per la sua corrente. Oltre alle solite assemblee locali e alle mobilitazioni in vista delle varie scadenze elettorali, servirebbe un progetto per rilanciare l’antica tradizione laburista di istruzione ed educazione politica, tentando di elevare il livello culturale - ora penoso - dei dibattiti politici in Gran Bretagna.

Regno disunito
Nonostante il suo legame con i nuovi media, in termini di contenuti e di proposte politiche specifiche, Corbyn torna al tradizionale modello del welfare state: sistema sanitario, edilizia sociale, scuola pubblica non privata; ri-nazionalizzazione delle ferrovie e di altri settori; rilancio del ruolo dello Stato nell’economia in grande stile; terzomondismo; opposizione al nucleare sia in campo militare che civile.

Eppure ora nel Regno Unito non c’è solo questo in gioco. La sfida della Brexit dominerà per anni l’evoluzione economica e politica del Paese. Il Partito laburista è crollato proprio in Scozia, dove ha stravinto il Remain (sostenuto blandamente da Corbyn) e che vuole sempre più autonomia da Londra anche per questo motivo. Si profila un’inedita crisi costituzionale per il sempre meno United Kingdom.

Intanto il ruolo delle grandi potenze nel mondo - Usa, Cina, Russia, India - e la globalizzazione in tutte le sue versioni condizioneranno la situazione di tutti gli europei con modalità ben diverse rispetto a quelle terzomondiste e buoniste di Corbyn.

Avanzano le problematiche delle migrazioni, del cambiamento climatico, del fondamentalismo islamico. Chi riuscirà a domare i mercati finanziari internazionali e quelli energetici e digitali? Corbyn è convinto davvero che si possa affrontare tutto ciò - e sconfiggere i Tories alle elezioni generali - chiamando ogni tanto alla riscossa i suoi tanti giovani fan tramite Facebook e Twitter?

David Ellwood, Johns Hopkins University, SAIS Bologna Center.

martedì 20 settembre 2016

La Foot Secutrity: un tema di attualità

Sviluppo
Una food diplomacy europea?
Daniele Fattibene
19/09/2016
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Negli ultimi anni il concetto di sicurezza ha smesso di essere legato solo ed esclusivamente alla sfera militare e ha assunto una connotazione sempre più “umana”. Tra i tanti aspetti inclusi nella sicurezza umana vi è senza dubbio quella alimentare, “food security”.

A venti anni dalla prima definizione fornita dalla Food and Agriculture Organization, Fao, la food security è diventata un tema sempre più importante non solo a livello accademico, ma anche politico,come emerge da uno studio condotto dallo IAI sulla politica di food security dell’Unione europea, Ue.

La food security si è a sua volta evoluta, non limitandosi più a descrivere l’accesso e la disponibilità di cibo, ma legandosi a numerose altre dinamiche. Sono quindi emersi i cosiddetti nessi tra food security e approvvigionamento energetico, cambiamento climatico, i conflitti inter e intra-statali e perfino i flussi migratori.

Non solo cibo
Le cosiddette “primavere arabe” hanno mostrato con grande evidenza il ruolo giocato dalla food security nel condizionare la stabilità politica dei regimi. L’aumento improvviso del prezzo delle derrate alimentari nel 2011, accompagnato da un’eliminazione dei sussidi governativi ha causato le cosiddette “rivolte del pane”, che hanno fatto da canale affinché altre forme di malcontento sociale (disoccupazione, povertà e marginalizzazione politica) si potessero esprimere.

Non è un caso che l’insicurezza alimentare sia maggiore in quei Paesi con forte instabilità politica o che sono dilaniati da guerre civili, con una proporzione di persone sotto-nutrite quasi tripla rispetto ad altri Paesi in via di sviluppo.

Ciò è emerso con grande drammaticità in Siria, dove l’insicurezza alimentare, unita ad altre debolezze strutturali di un sistema socio-economico deteriorato da scellerate riforme di stampo neo-liberista, ha generato forti proteste contro il regime del presidente Basahr al-Assad.

La food security si è poi legata sempre di più ai fenomeni migratori, rientrando in quella lunga lista di fattori che spingono drammaticamente milioni di individui ad abbandonare le proprie terre. Sebbene non esista una correlazione diretta tra le due variabili non stupisce che i Paesi con forte immigrazione presentino dei livelli di food security particolarmente bassi.

Le due anime della politica europea di food security
La politica europea di food security nel corso degli ultimi anni si è costruita su tre livelli: quello della Commissione, soprattutto attraverso le attività dei Dg per lo sviluppo e la cooperazione, Devco, e del Dg per gli Aiuti umanitari e la protezione civile, Echo, il livello intergovernativo - in accordo con i Paesi membri - e infine il livello internazionale in coordinamento con altri attori (organizzazioni internazionali, banche, agenzie etc.).

Le due “anime” della politica di food security dell’Ue (sviluppo sostenibile e assistenza umanitaria) operano sulla base di logiche e prospettive differenti, ma si completano vicendevolmente.

Questo lavoro complementare ha generato importanti risultati, dal momento che negli anni l’Ue è diventata un punto di riferimento a livello mondiale in entrambi i settori. Basta ricordare che tra il 2014 e il 2020, sommando le voci del Dg Devco e Echo,si spenderanno circa 10 miliardi di euro per programmi di sviluppo o assistenza umanitaria con impatto sulla food security dei Paesi riceventi.

L’Ue ha quindi fatto grossi sforzi per realizzare una politica di food security il più possibile completa che comprendesse le diverse sfaccettature legate a questo fenomeno.

Un nuovo ruolo per il Seae?
Ciò che manca ancora è un quadro di riferimento strategico in cui il cibo sia legato chiaramente ad altre dinamiche di sicurezza come l’instabilità politica, i conflitti civili e i flussi migratori. Un quadro che metta coerentemente insieme tutti i programmi di sviluppo sostenibile e di assistenza umanitaria che hanno ricadute sulla food security dei Paesi coinvolti.

Il Servizio europeo di azione esterna, Seae, è l’organo maggiormente indicato per rispondere a questa sfida. Esso sta già giocando un grande ruolo attraverso le delegazioni Ue sul terreno per garantire la coerenza di tutte le azioni dell’Ue e prevenire sovrapposizioni e sprechi di risorse.

Una “food diplomacy” sotto la sua egida consentirebbe non solo di evitare una cattiva gestione delle risorse, ma anche di mettere gli obiettivi dell’Unione in linea con gli importanti impegni presi a livello mondiale in tema di energia, cambiamento climatico e sviluppo sostenibile (Agenda 2030 delle Nazioni Unite).

In quest’ottica, la “food diplomacy” dell’Ue dovrebbe far tesoro del lavoro svolto durante Expo 2015, senza dimenticare le implicazioni per la food security contenute negli accordi commerciali multi e bilaterali.

Essa permetterebbe poi di includere la food security nelle strategie di prevenzioni dei conflitti, investendo ancora di più nella “resilienza” di quei Paesi che rischiano di cadere in un circolo vizioso di povertà e conflitti civili.

Essa farebbe dell’Ue il leader di uno sforzo globale volto a produrre un reale ripensamento dei modelli di produzione agricola di modo da renderli in grado di produrre cibo nutriente in modo ecologicamente sostenibile.

Daniele Fattibene lavora nel programma Sicurezza e Difesa dello IAI (@danifatti).
 
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sabato 17 settembre 2016

Europa: da Bratislava attese concrete

Ue e brexit
Le tre giornate dell’Unione europea
Giampiero Gramaglia
14/09/2016
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Le tre giornate dell’Unione europea (Ue): in 72 ore, tra oggi e il vertice di Bratislava venerdì, l’Ue cerca di scrollarsi di dosso quella patina d’impotenza e di rassegnazione al declino che le si è posata su dopo il sì alla Brexit.

Per farlo con successo, ci vorrebbe, forse, il piglio risorgimentale suggerito dal nostro titolo, mentre il discorso sullo stato dell’Unione, che Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, pronuncia a Strasburgo, nell’aula gremita del Parlamento europeo, è pieno di buone intenzioni corrette e condivisibili, ma privo di slancio e di energia e raccoglie solo applausi tiepidi. Non quelli di Nigel Farage, il leader secessionista britannico, che segue in cuffia con aria distratta - ma che ci fa ancora al suo seggio?.

Ne prende di più, di applausi, il capogruppo socialista Gianni Pittella, che promuove nei contenuti Juncker, lo ringrazia per non avere pronunciato la parola ‘austerità e ci mette enfasi mediterranea nel proclamare che “il pericolo è la paura”: quella paura che rende i leader dei Paesi dell’Ue “sonnambuli nel cuore della notte dell’Europa”; e che induce il premier britannico TheresaMay, quasi tre mesi dopo il referendum, a continuare “a tenere in scacco l’Europa”.

Londra, non presentando la richiesta di uscita dall’Ue, non consente l’avvio del negoziato sulla ‘secessione’ e, quindi, prolunga indefinitamente lo stato di incertezza e di confusione.

Tanta carne al fuoco
Nel suo discorso, Juncker mette tanta carne al fuoco: l’applicazione del Patto di Stabilità senza ostacolare la crescita; il contrasto alla disoccupazione puntando sull’Europa sociale; l’attenzione ai giovani (e ai minori che, nel flusso dei migranti, si ritrovano soli nell’Unione); l’immigrazione (con il programma d’investimenti nei Paesi africani da cui partono più migranti); e ancora la solidarietà, la sicurezza dalle minacce del terrorismo, una strategia europea per la Siria, una difesa europea.

Proprio sulla difesa europea, che è la nuova frontiera dell’integrazione, Juncker insiste molto: situa gli sprechi causati dall’esistenza e dalla sovrapposizione di 27 difese nazionali auna cifra oscillante fra i 20 e i 100 miliardi di euro l’anno - il bilancio dell’Ue è di circa 140 miliardi di euro l’anno - prospetta un ‘quartier generale’ unico, insiste sulla piena complementarità del progetto con la Nato, afferma che “più difesa europea non vuole dire meno difesa atlantica”; e propone di perseguire l’obiettivo nell’ambito delle cooperazioni rafforzate, senza che cioè tutti i Paesi debbano aderirvi fin dall’inizio - un po’ quello che già avviene con l’euro o con Schengen.

Proteggersi dai populismi
Ma Juncker cerca anche di evitare conflitti con gli Stati membri - “l’Unione si fa con loro, non contro di loro” -, di non dare un’immagine invasiva dell’iniziativa comunitaria - “concentriamoci sui temi dove la dimensione comunitaria ha un valore aggiunto” - e di rafforzare il profilo politico della Commissione europea: d’ora in poi, i commissari potranno partecipare senza doversi dimettere alle competizioni elettorali nei rispettivi Paesi e, anzi, saranno incoraggiati a confrontarsi con le loro opinioni pubbliche. Il presidente lo motiva così: come non c’è incompatibilità tra l’essere ministro e l’essere deputato, non c’è motivo che ci sia con l’essere commissario.

Dei populismi - e qui Farage inarca un sopracciglio -, Juncker dice: "Non risolvono i problemi, ma li creano": "dobbiamo proteggerci" dalle sirene che promettono “soluzioni facili a questioni complesse". Ma le soluzioni vanno trovate, se no i populismi avranno sempre più spazio.

La chiusa è un monito più che uno sprone: “Non rendiamoci colpevoli di errori che metteranno fine al disegno europeo”. Parole che dovrebbero fare fischiare le orecchie ai leader dei 27 che, venerdì, si riuniranno a Bratislava per discutere del ‘dopo Brexit’ e di immigrazione, ma anche di crescita e occupazione. Dell’agenda di Juncker, che cosa resterà nelle loro discussioni?, e che cosa ne germoglierà?

Anche il Gattopardo nella lettera di Tusk
La lettera che il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ieri mandato ai capi di Stato o di governo è particolarmente elaborata e si articola in sette punti: la Brexit, la paura, l’immigrazione, la lotta contro il terrorismo, l’economia e l’occupazione, la globalizzazione, le prospettive dell’integrazione.

L’ultimo paragrafo mette i brividi: il polacco Tusk cita Tomasi di Lampedusa ed il suo “Gattopardo”, evoca lo spettro del cambiare tutto per non cambiare nulla: quello che aleggia in molte delle dichiarazioni enfaticamente forti, ma politicamente vuote, dei vertici scenografici dell’estate trascorsa. Ci vuole, invece, il coraggio e la determinazione di cambiare almeno qualcosa perché si cominci davvero a cambiare.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.

mercoledì 14 settembre 2016

COP21: prospettive positive

Energia e ambiente
COP 21, una ricetta per darle seguito
Alice Giallombardo
05/09/2016
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Dare seguito alla travagliata, ma concludente, COP 21. È questo l’obiettivo dei Paesi e delle principali organizzazioni internazionali che, in previsione del G20 di Hangzhou ormai alle porte, si sono incontrati, a fine giugno, a Pechino per discutere il ruolo chiave dello sviluppo energetico sostenibile nella lotta al cambiamento climatico.

Il potenziale e le grandi speranze lasciati dalla COP 21 sembrano non essere andati perduti. Sviluppandosi all'interno del più ampioframework dei Sustainable Development Goals, i ministri dell'Energia riunitisi a Pechino hanno portato avanti gli impegni presi l'anno scorso al G20 di Antalya e i precetti fondamentali dell'Accordo di Parigi.

In particolare, gli attori coinvolti hanno riaffermato la necessità di garantire l'accesso all'energia a livello globale - intesa come fornitura e capacità di acquistare energia quotidianamente - fondamentale per migliorare la qualità della vita e le possibilità di crescita economica, soprattutto nei Paesi meno sviluppati.

È stato adottato, infatti, un documento che ne risalta l'importanza, espandendo il focus dall'Africa sub-sahariana del G20 di Antalya anche alla regione pacifico-asiatica.

Efficienza energetica cercasi
Durante il summit di Pechino, rilevanza particolare ha assunto il tema dell'efficienza energetica ma, soprattutto, della cooperazione internazionale essenziale affinché essa possa essere raggiunta.

L'adozione del G20 Energy Efficiency Leading Programme, infatti, dimostra che esiste la volontà di raggiungere un livello sempre più elevato di sostenibilità attraverso lo sviluppo di programmi di efficienza energetica e di cooperazione mutualmente proficua per i Paesi coinvolti.

Per essere efficaci, è necessario che tali programmi vengano elaborati utilizzando diversi strumenti di policy, che siano caratterizzati da una visione di lungo termine e dalla capacità di adattarsi agli sviluppi politici e all'innovazione tecnologica, e che ricevano un adeguato sostegno in termini di risorse umane, istituzionali ed economiche per garantire gli investimenti in questo settore.

Inoltre, facendo eco alla COP 21 di Parigi, un'attenzione particolare è stata riservata anche alle fonti rinnovabili. Pur non tralasciando l'implementazione del G20 Toolkit of Voluntary Options for Renewable Energy Deployment, redatto durante il G20 ad Istanbul nel 2015, in Cina si presenta il Voluntary Action Plan on Renewable Energyche si propone di guidare i membri del G20 nello sviluppo di programmi che favoriscano l'utilizzo e la diffusione dell'energia rinnovabile, tenendo altresì conto delle diverse realtà nazionali.

Di fatti, dal momento che la maggior parte delle emissioni di CO2 è attribuibile al settore energetico, si è ritenuto opportuno assumere il ruolo di leader nella ricerca, nello sviluppo e nella diffusione delle rinnovabili a livello globale: uno sviluppo costante delle rinnovabili, infatti, è funzionale non solo a diminuire il livello di CO2 nell'aria, ma anche a garantire un livello adeguato di sicurezza energetica, tema che gioca un ruolo fondamentale nelle principali dispute geopolitiche internazionali.

Tra Trump e Brexit
Sebbene l'eredità della COP 21 sembri essere una realtà positiva e in divenire, l'inizio di quest'estate è stato segnato da alcuni eventi che potrebbero mettere a rischio il mantenimento degli impegni presi a Parigi e la loro riaffermazione.

Da una parte, le dichiarazioni a sfavore dell'Accordo di Parigi del candidato repubblicano alla Casa Bianca, Donald Trump, rappresentano una seria minaccia alla futura ratifica del trattato da parte di una delle nazioni con più alto tasso di emissioni di CO2; dall'altra, l'incisività dell'Accordo di Parigi rischia di essere fortemente indebolita dal risultato del referendum britannico che potrebbe rallentare l'implementazione di una politica energetica sostenibile da parte dell'Unione europea.

Il sostegno politico non basta a garantire un futuro sostenibile
Sebbene la comunità internazionale dimostri di aver preso coscienza del fatto che temi quali l'efficienza e la sicurezza energetica e lo sviluppo delle rinnovabili debbano ricevere l'attenzione che meritano, l'adozione di strumenti di soft law in importantifora multilaterali sembra non essere sufficiente a garantire il benessere del nostro pianeta.

Di fatti, il Global Footprint Network ha individuato nell’ 8 agosto l'Earth Overshooting Day. Per quest’anno avremmo, dunque, già oltrepassato la data che segna il giorno in cui si esaurisce la quantità di risorse tali da garantire un’ipotetica esistenza sostenibile per il nostro pianeta.

Questo è un chiaro segnale che la retorica politica non basta nella lotta al cambiamento climatico: servono azioni, ma soprattutto iniziative di cooperazione a diversi livelli che favoriscano un uso maggiormente oculato delle risorse che il nostro pianeta ci offre. Esempio virtuoso ne è la Dichiarazione politica sulla cooperazione energetica dei Paesi del Mare del Nord firmata lo scorso giugno al fine di sviluppare impianti eolici offshore nella regione.

Alice Giallombardo è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l’Università di Bologna. Attualmente, si occupa di monitorare le normative europee in campo energetico presso Enel Green Power.

mercoledì 31 agosto 2016

Il confine orientale dell'Europa

Europa
Brexit: euforia a Mosca, sconforto a Kiev
Cono Giardullo
21/08/2016
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Il referendum britannico sulla Brexit ha inferto un altro colpo durissimo - il secondo, quest’anno - al rispetto e all’ammirazione di Kiev per il progetto europeo.

Se infatti in aprile erano stati gli olandesi, con un referendum consultivo, a dirsi contrari alla ratifica dell’accordo di associazione Ue-Ucraina, il verdetto del voto in Gran Bretagna fa temere l’inizio di una lenta disgregazione del sogno europeo, lo stesso che aveva portato in strada migliaia di persone durante le proteste di piazza Maidan.

Al contrario, per Mosca si tratta di una specie rara di vittoria in politica estera. Perché, seppur il Cremlino sperasse da tempo che populismi e crisi economica potessero intaccare l’unità europea, il voto espresso dai cittadini di Sua Maestà frena i sogni di integrazione e d’allargamento dell’Unione europea senza che Putin e compagni abbiano dovuto muovere un dito.

Ucraina e Ue
L’Ucraina, il più popoloso e vasto paese del vicinato orientale, è ancora una priorità per l’Ue? Limitandoci ad ascoltare i politici, la risposta è sì.L’est del paese è sconvolto da oltre due anni da un conflitto ibrido, nel quale Bruxelles ha investito tanto capitale politico, e al quale non può disinteressarsi ora, data la recrudescenza delle operazioni militari e il numero di vittime che ha raggiunto nuovi picchi, second ogli ultimi dati pubblicati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

Inoltre, durante la recente visita a Kiev, il commissario europeo all’Allargamento e alla politica regionale Johannes Hahn ha rassicurato che la Brexit non modificherà il rapporto e l’interesse dell’Unione verso i paesi del partenariato orientale, rinfrancando i cuori di molti responsabili politici ucraini.

Realisticamente, però, l’Ucraina finirà in fondo all’elenco delle priorità politiche europee. Alla sfilza di grattacapi economico-politici a cui l’Ue sta facendo fronte, si sono da poco sommate la furiosa reazione del presidente Erdogan al fallito colpo di Stato in Turchia e la spinosa gestione della fuoriuscita del Regno Unito dall’Ue.

La seconda grande paura per Kiev resta l’adozione posticipata del regime visa-free. Come sottolineato dal commissario Hahn, l’Ucraina ha portato a termine 140 riforme per qualificarsi per tale concessione. Dopo il voto britannico, però, si intensificano le discussioni che mirano ad introdurre dei meccanismi che, in caso di necessità, consentirebbero di sospendere il regime di liberalizzazione dei visti per taluni Stati. Nel frattempo, l’Ucraina rimane alla finestra.

Nonostante tutto, gli attuali responsabili politici ucraini sembrano non mollare la rincorsa all’Ue. Il presidente Petro Poroshenko ha dichiarato di voler presentare la domanda di adesione entro il 2020. Fino ad allora, è necessario implementare l’accordo di associazione, portare avanti in modo serio e sistematico le riforme nazionali che si concentrano nei settori della lotta alla corruzione e della riforma delle forze dell’ordine e della giustizia e infine sforzarsi di far avanzare gli stagnanti negoziati di Minsk.

In tale contesto, Berlino e Parigi rimangono le uniche due grandi potenze capaci di indirizzare la politica estera europea, e potrebbero d’ora in poi spingere affinché Kiev addolcisca le sue richieste verso i separatisti, in modo da legittimare la riduzione delle sanzioni alla Russia in vista delle rispettive elezioni nazionali nel 2017.

Putin e la “schadenfreude” russa 
Sin dal collasso dell’Unione sovietica, Mosca ha visto la straripante potenza economica e i progetti politici dell’Ue come un pericolo per la sua sfera di influenza nelle ex repubbliche sovietiche. I rapporti con Bruxelles si sono inoltre rapidamente degradati negli ultimi due anni con l’imposizione delle sanzioni economiche alla Russia.

All’indomani del voto britannico, l’ex ambasciatore americano a Mosca Michael McFaul ha commentato con rammarico su Twitter: “Perdenti: Ue, Gran Bretagna, Stati Uniti, quelli che credono in un’Europa forte, unita e democratica. Vincitore: Putin”. Ed è vero che al Cremlino hanno vari motivi “per bere copiose quantità di vodka” come ha scherzato un ex consigliere del dipartimento di Difesa degli Stati Uniti.

L’uscita del Regno Unito indebolirà il fronte pro-sanzioni a Bruxelles. Neanche Londra era riuscita a tenere uniti i ventotto Stati membri al momento del rinnovo delle misure coercitive a fine giugno, e alcuni paesi - come l’Italia, la Grecia e l’Ungheria - avranno a fine anno una nuova opportunità per ridiscutere e indebolire le sanzioni.

Intanto si percepisce chiaramente la folata di schadenfreude che attraversa gli alti dirigenti russi. Il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha gongolato durante una riunione con gli ambasciatori Ue dichiarando che, “quando la Brexit sarà completata, l’Unione rimarrà con un solo voto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, mentre il sindaco di Mosca, Sergej Sobjanin, ha twittato: “Senza la Gran Bretagna, non ci sarà nessuno nell’Ue a difendere le sanzioni contro di noi con tanto zelo” e infine l’ombudsman dell’imprenditoria russa, Boris Titov, ha salutato il referendum britannico come un voto di rigetto del mondo anglosassone in toto: “Sembra sia successo davvero: il Regno Unito è fuori! Questa non è l’indipendenza della Gran Bretagna dall’Europa, ma l’indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti”.

È invece stata pacata la reazione del presidente Vladimir Putin, che ha sottolineato dapprima come Mosca non abbia interferito negli affari interni e nel referendum della Gran Bretagna, e poi che la posizione Ue sulle sanzioni verso la Russia non muterà a causa di questo voto.

Per Putin, al di là della soddisfazione di vedere l’Unione europea indebolirsi, conta molto di più aver raggiunto il massimo traguardo della sua politica estera nel vicinato: nei prossimi anni, l’Ue dovrà fare i conti con se stessa e ampliamenti della membership non sono per ora prevedibili.

Conflitti gelati e sogni europei infranti
Anche il versante orientale, dunque, punta i fari sulla gestione dei negoziati sulla Brexit da parte di Bruxelles.

È ancora lecito sperare in un finale lieto: adottando l’idea di Jacques Delors di un’Unione che si integri attraverso una serie di cerchi concentrici, l’Ucraina partirebbe dal più esterno di essi - attraverso l’implementazione dell’Accordo di associazione - ma avrebbe una prospettiva di lungo corso, fino alla completa adesione.

La Russia, da par suo, si impegnerebbe a far rispettare ai separatisti gli accordi di Minsk, con il graduale ritiro delle sanzioni da parte europea.

Ma oggi, si delinea sempre più un finale amaro: sotto la spinta dei populismi europei e di altre priorità politiche, i governi dei Ventisette metteranno da parte i problemi di Kiev, mentre la Russia manterrà lo status quo dei negoziati di Minsk e riuscirà a fare del Donbass l’ennesimo conflitto “gelato” che, dopo Georgia e Moldavia, riuscirà a bloccare anche il sogno d’integrazione europea dell’Ucraina.

Cono Giardullo lavora in Ucraina con l’Osce (Twitter: @conogiardullo).

venerdì 26 agosto 2016

La Cina e l'economia: prospettive.

Economia 
L’ascesa della finanza cinese e il ruolo Ue
Nicola Casarini, Rita Fatiguso
25/08/2016
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L’Europa, molto più che gli Stati Uniti o il Giappone, ha appoggiato l’ascesa della finanza cinese e il processo di internazionalizzazione del renminbi, la moneta del paese del Dragone.

Il punto di svolta si è avuto lo scorso dicembre, quando il renminbi è entrato nel paniere dei diritti speciali di prelievo (dsp) del Fondo monetario internazionale (Fmi), grazie anche – e soprattutto – agli europei, che fin dalla fine degli anni Novanta hanno guardato con interesse alla moneta cinese e alla possibilità che questa, una volta convertibile a tutti gli effetti, diventi uno dei pilastri, insieme al dollaro Usa e all’euro, dell’ordine monetario internazionale.

Il Regno Unito ha fatto da traino in questo campo. Dopo il referendum sulla Brexit, però, le banche della City potrebbero perdere l’accesso al mercato unico: una circostanza che induce il governo cinese a valutare se spostare parte del clearing del renminbi – e dei servizi collegati ad esso – verso le piazze del continente, anzitutto Francoforte, Parigi, Lussemburgo, ma anche Milano. Con possibili ripercussioni sulle relazioni sino-europee, ma anche sui rapporti transatlantici.

Sostegno al renminbi
Durante il negoziato per la revisione quinquennale del paniere di valute ricomprese nei dsp del Fmi, conclusosi ai primi di dicembre del 2015, l’Europa è stata l’alfiere dell’aumento del numero di valute da quattro a cinque, con l’inclusione del renminbi, moneta non convertibile ma fortemente circolante. Un evento che per la finanza internazionale potrebbe essere paragonabile, per impatto strategico, a ciò che è stato per il commercio globale l’entrata della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) nel 2001.

Il match tra il governatore cinese Zhou Xiaochuan e il direttore del Fmi Christine Lagarde, dunque, si è deciso in Europa. Stati Uniti e Giappone, da soli, non avrebbero avuto la forza sufficiente per mettere alla porta i cinesi rispedendo al mittente le loro richieste. La Cina ha puntato con forza sui dsp, vedendoli come trampolino di lancio per promuovere l’internazionalizzazione del renminbi in vista di una conversione totale che potrebbe avvenire ben prima del 2020.

I dsp sono attività di riserva in valuta estera internazionali. Assegnati alle nazioni del Fmi, rappresentano un gruppo di divise estere che possono essere scambiate nei momenti di bisogno. Anche se denominati in dollari Usa, il valore nominale di un dsp deriva da un paniere di valute, con, in particolare, un importo fisso di yen, dollari, sterline, euro, a cui si è aggiunto appunto, dal finire dello scorso anno, anche il renminbi.

Legami monetari fra Europa e Pechino
Con l’ingresso del renminbi nel paniere del Fmi, gli istituti che già detengono tale moneta, almeno una sessantina, tra i quali anche la Banca d’Italia, hanno dovuto convertire in renminbi anche i dsp che detenevano, con un aumento delle riservenella valuta di Pechino.

Occorre ricordare che già nell’ottobre del 2013 la Banca centrale cinese e quella europea firmarono un accordo swap per un totale di 45 miliardi di euro (350 miliardi di renminbi), il più grande siglato da Pechino al di fuori dell’Asia. Nel novembre 2014, la Bce ha ufficialmente aperto la discussione interna sull’ammontare dei renminbi da aggiungere alle sue riserve.

La Banca centrale britannica, dal canto suo, nell’ottobre del 2014 ha raccolto 3 miliardi di renminbi attraverso titoli del Tesoro denominati nella moneta cinese, tenendoli poi tra le sue riserve, invece di convertirli in dollari Usa come aveva invece sempre fatto in precedenza. Nell’ottobre dell’anno successivo, durante la visita di Stato di Xi Jinping a Londra, il governo britannico è stato prescelto per la prima emissione di bond cinesi denominati in renminbi.

L’Europa è anche la sede prediletta di un numero crescente dei cosiddetti renminbi hubs, ovvero clearing banks per la moneta cinese. Conosciuti anche come Rmb qualified foreign institutional investors (Rqfii), si trovano prevalentemente in Europa, in città quali Londra, Francoforte, Parigi, Lussemburgo, ma anche Praga, Budapest, Milano e Zurigo.

I crescenti legami monetari tra Europa e Cina spiegano la decisione della Gran Bretagna, seguita da Germania, Francia e Italia, di diventare membri fondatori della Asian infrastructure investment bank (Aiib), nonostante le pressioni statunitensi affinché ne restassero fuori.

Freno Usa 
Mentre l’Europa apre al renminbi e alla finanza cinese, le grandi banche americane continuano a mettere freni all’attivismo di Pechino nel conquistare altro spazio nel salotto buono della finanza mondiale, come dimostrato dal rifiuto - l’ennesimo – di Msci di includere nel suo index dei mercati emergenti le blue chip cinesi.

A metà giugno è arrivato infatti il terzo no, il più sofferto, perché Pechino stavolta considerava scontata una risposta positiva. La diffidenza di Msci è stata dettata, a sentire gli addetti ai lavori, dallo scarso appeal del renminbi, moneta non convertibile che coltiva grandi pretese legate – come ha dimostrato l’ingresso nel paniere dei dsp del Fmi – al suo essere tradeable, quindi dall’utilizzo commerciale ampio e innegabile.

Più che una dimostrazione di sfiducia nella trasparenza dei mercati finanziari cinesi, la decisione di Msci riflette il fatto che, nonostante i recenti sforzi di Pechino nel liberalizzare il mercato dei capitali (tra questi, l’apertura del mercato obbligazionarioonshore) e nell’imporre norme più severe per proteggere la liquidità, gli investitori globali hanno scelto di rimanere in disparte proprio a causa di timori per il rischio-renminbi e le difficoltà operative di gestire la moneta in sé. Il 70% del totale di tutte le transazioni in renminbi fuori dalla Cina sono ancora fatte a Hong Kong, per un giro di affari di circa 800 miliardi al giorno.

Sei anni di strisciante processo di internazionalizzazione della valuta cinese hanno comunque lasciato il segno: non ci sono solo le banche centrali che stanno investendo nel renminbi. La moneta cinese è già la seconda più importante valuta di finanziamento del commercio mondiale, la sesta moneta più intermediata in borsa e ha superato, per quantità di utilizzo, i dollari canadesi e australiani, secondo l'organizzazione globale di servizi di transazione Swift.

Il sostegno europeo alla moneta cinese è una mossa lungimirante, oltre che un messaggio politico indirizzato ai riformatori cinesi. La Brexit potrebbe accelerare questa dinamica. Il rischio è che si accentui, però, il divario con gli Usa che, gelosi di mantenere il predominio del dollaro, guardano con riserva all’ascesa del renminbi e al ruolo che giocano gli alleati europei nel promuovere la finanza cinese.

Articolo pubblicato su OrizzonteCina, rivista online sulla Cina contemporanea a cura di Torino World Affairs Institute e Istituto Affari Internazionali.

Nicola Casarini è coordinatore dell’area di ricerca Asia dello IAI; Rita Fatiguso è corrispondente da Pechino per Il Sole 24 Ore.
 
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