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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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mercoledì 31 maggio 2023

Antonio VIgliano. Attività di informazione per la sicurezza

 


Nel linguaggio degli organismi informativi l’Attività di informazione per la sicurezza è “l’insieme delle attività di ricerca informativa, elaborazione e disseminazione di informazioni svolte al fine di prevenire, rilevare, contenere e contrastare le minacce alla sicurezza nazionale[1]”.

L’intelligence tuttavia, resta lo strumento di cui lo Stato si serve per raccogliere, custodire e diffondere ai soggetti interessati, siano essi pubblici o privati, le informazioni rilevanti per la tutela della sicurezza delle Istituzioni, dei cittadini e delle imprese.

La conoscenza permette di decidere e, nelle migliori delle ipotesi, di anticipare, consentendo di effettuare una corretta e vantaggiosa analisi “costi-benefici”.

Considerando tale teoria versatile, sottraendo i costi totali ai benefici totali, avremo appunto dei benefici netti; avremo l’opportunità di scegliere, tra più cose, la più adatta al nostro scopo. L’intelligence svolge, pertanto, un ruolo fondamentale e imprescindibile per il quale si serve di professionalità provenienti da ambienti diversi, che agiscono secondo peculiari procedure volte a salvaguardare la riservatezza degli operatori e delle loro attività.

In Italia tale compito, con la legge 124/2007, è stato affidato al Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS), il cui Direttore Generale è nominato direttamente dal Presidente del Consiglio dei Ministri, e alle due Agenzie operative che si occupano delle dimensioni interna (AISI) ed esterna (AISE) della sicurezza nazionale. Tali Organismi informativi per la sicurezza sono chiamati a garantire l’indipendenza della Repubblica, la salvaguardia delle istituzioni democratiche, la protezione degli interessi politici, economici, industriali, militari e scientifici e la sicurezza anche cibernetica.

Nell’attuale scenario internazionale ormai globalizzato si assiste ad un aumento esponenziale della quantità di informazioni circolanti. Di particolare rilievo è il contributo apportato alla diffusione delle informazioni dalla nascita di Internet e al suo enorme sviluppo nell’ultimo decennio, che ha portato, per usare una metafora: “il mondo in ogni casa”. Ad esempio, grazie alla rete qualsiasi persona con un minimo di competenze informatiche può accedere, in tempi brevi, ad una notevole quantità di informazioni. Attraverso lo smartphone, utilizzato come principale strumento, da più di cinque miliardi di persone, gli individui riescono a connettersi al mondo virtuale e di conseguenza tra di loro, abbattendo tutti i tipi di barriere fisiche, ottenendo dei fenomeni in grado anche di modificare il modo di relazionarsi tra gli Stati, elaborando nuove caratteristiche della geopolitica.

Un esempio di tali effetti sono le strategie adottate dalla Cina per utilizzare i social media al fine di influenzare l’opinione pubblica americana sostenuta da una ricerca del Recorded Future. Quest’ultima infatti, con la sua esclusiva tecnologia raccoglie e analizza enormi quantità di dati per ottenere informazioni rilevanti, in tempo reale, sulle minacce informatiche.

La capacità di acquisire, ma soprattutto proteggere informazioni strategiche riguardanti settori vitali, rappresenta oggi più che mai uno degli obbiettivi principali di uno Stato.  

Per questa ragione ogni stato si è dotato di particolari organismi atti a tale scopo, i Servizi di informazione e sicurezza, conosciuti anche con il nome di “Servizi Segreti” per via delle informazioni e degli interessi da tutelare, e dei metodi “non convenzionali” atti a raggiungere tale scopo[2]. Tali organismi governativi erano presenti fin dai tempi antichi, nati soprattutto per l’acquisizione di informazioni per scopi bellici (conoscenza del territorio nemico, conoscenza delle popolazioni confinanti, capacità militari del nemico, etc.), si sono evoluti nel tempo[3], fino a divenire i moderni Servizi di informazione e sicurezza che conosciamo oggi.

I Servizi di informazione e sicurezza hanno il compito di salvaguardare la Sicurezza Nazionale[4] attraverso l’attività di informazione per la sicurezza, meglio conosciuta con il termine: “attività di intelligence”. Essa si divide principalmente in: “intelligence strategica”, atta a fornire informazioni utili alle istituzioni per la tutela della sicurezza nazionale, e intelligence operativa, atta a fornire informazioni per la condotta di operazioni degli stessi servizi o di operazioni militari e di polizia.

L’attività di intelligence è solitamente organizzata in diverse fasi[5], caratterizzate da processi ben definiti, le quali formano il ciclo di intelligence.

Dal punto di vista della sua funzione, l’intelligence può essere descritta come processo informativo, definito da un ciclo di azioni, articolato su tre fasi e finalizzato agli obbiettivi generali individuati dalle Autorità di governo:

1)     acquisizione della notizia, attraverso la ricerca, la raccolta e la valutazione dei dati acquisibili da un’ampia gamma di fonti, che vanno dal singolo individuo all’uso di sofisticate apparecchiature elettroniche. In questa fase particolare rilievo assumono le fonti aperte, come i mezzi di comunicazione di massa e la rete;

2)     gestione dell’informazione, in cui attraverso l’analisi trasforma l’elemento informativo grezzo in un articolato contributo conoscitivo; questa fase rappresenta il passaggio distintivo dell’intelligence;

3)     comunicazione all’Autorità di governo sia di semplici informazioni, sia di rapporti, analisi e punti di situazione, utili per le decisioni da assumere o per le attività da intraprendere. L’estensione del concetto di sicurezza nazionale fa sì che vengano oggi inclusi, tra i destinatari dei prodotti di intelligence, anche amministrazioni ed enti pubblici.

In considerazione delle nuove sfide, delle nuove forme della globalizzazione e della società, della sempre maggiore complessità e della rapidità di evoluzione del contesto, interno ed esterno, in cui l’intelligence si muove, si identificano diverse tipologie di raccolta ed elaborazione delle informazioni. Tra queste, in base alla tipologia di fonte informativa, si possono trovare[6]:

  • Osint Open Source intelligence – attività di raccolta delle informazioni mediante l’analisi di fonti aperte;
  • Imint Imagery intelligence – attività di raccolta delle informazioni mediante l’analisi di fotografie aeree o satellitari;
  • Sigint Signal intelligence – attività di raccolta delle informazioni mediante l’intercettazione e analisi di segnali, sia tra persone sia tra macchine;
  • Techint Technical intelligence – riguardante armi ed equipaggiamenti militari;
  • Masint Measurement and Signature intelligence – attività di raccolta delle informazioni non classificabili nelle precedenti categorie;

Essendo la Human intelligence – attività di raccolta delle informazioni mediante contatti interpersonali, va da sé che bisogna considerare inevitabilmente come questi avvengono nell’era della digitalizzazione.

La più antica di tutte è sicuramente la HUMINT (Human Intelligence), ovvero la ricerca informativa da fonti umane[7], di cui sarà approfondita la trattazione nei successivi capitoli, la quale si occupa dell’acquisizione delle informazioni tramite contatti interpersonali con diverse modalità, come ad esempio l’interrogatorio di prigionieri o di rifugiati, la raccolta di informazioni consapevoli o meno tra l’operatore e le fonti, eccetera[8].



[1] Cit. https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/quaderni-di-intelligence/glossario-intelligence.html

[2] Cossiga Francesco, Abecedario, Rubbettino, p. 12

[3] Ibidem.

[4] Condizione in cui ad un paese risultino garantite piene possibilità di sviluppo pacifico attraverso la        salvaguardia dell’intangibilità delle sue componenti costitutive, dei suoi valori e della sua capacità di                perseguire i propri interessi fondamentali a cospetto di fenomeni, condotte ed eventi lesivi o potenzialmente tali.

  Cit. https://www.sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/quaderni-di-intelligence/glossario-intelligence.html

5 https://sicurezzanazionale.gov.it/sisr.nsf/chi-siamo.html 

 

[6] Ibidem

[7] “Persona, cosa o sistema tecnologico da cui vengono ottenute/tratte notizie di interesse per la sicurezza nazionale”.

Rif. Il linguaggio degli organismi informativi, PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, p.52

[8] Cosenza Raimondo, Cos’è la HUMINT. Human Intelligence, published by Raimondo Cosenza, p.4

sabato 20 maggio 2023

La concezione napoleonica della gestione strategica I principi dell’equilibrio nella flessibilità e variabilità

 

Ten. Cpl. Art. Pe. Sergio Benedetto Sabetta


 

Introduzione

 

               Non vi è in realtà una formulazione originale dei principi strategici napoleonici, né un corpus dottrinale da lui elaborato, egli piuttosto perfezionò e applicò principi da altri creati si che la sua genialità si esplicò nelle modalità di attuazione e nella capacità di sviluppare e usare elementi altrui, la mancanza di una dottrina fu in parte dovuta dalla necessità di non svelare ad altri i principi della sua azione.

               Maestri ispiratori furono senz’altro in primis Federico II di Prussia  con le sue campagne contro Francesi, Austriaci e Russi codificate nelle famose “Istruzioni segrete” del 1748, ma anche Eugenio di Savoia, Turenne, Luxemburg, Maurizio di Sassonia oltre ai classici dell’antichità.

               Dal punto di vista teorico lesse e rilesse tra gli altri l’ “Essai General de taticque” e il “Defense du systéme de guerre moderne” entrambi di  Jacques Antoine Hyppolite, conte di Guibert, oltre ai “Principes de la guerre des montagnes” di Pierre de Bourcet, mentre per gli aspetti più tecnici della propria arma ebbe, in particolare ad Auxonne, la guida del barone Du Teil fratello del celebre cavaliere Jean du Teil, teorico dell’uso dell’artiglieria e discepolo di De Gribeauvael.

               Vi è in lui una notevole capacità organizzativa che si esplica sia in termini macro, con la completa visione d’insieme, che in termini micro, curando i vari particolari del quadro, in un continuo rimando coordinativo fra i vari piani.

               La caratteristica principale risulta pertanto l’illimitata flessibilità e variabilità sia dell’organizzazione che della concezione operativa.

 

 

Caratteristiche

 

               Se la caratteristica principale risulta essere la flessibilità e la variabilità unite ad una concezione dinamica ed audace dell’azione ma non temeraria, secondo un freddo realismo delle forze in campo, punto centrale è la ricerca di un attento equilibrio di mezzi e risultati, di sforzi ed ostacoli nel tentativo di mantenere il proprio equilibrio spezzando l’equilibrio altrui, come giustamente osserva Lidell Hart.

               Nella programmazione vi è una attenta informazione e valutazione sulle forze contrapposte, ma il piano o meglio i vari piani così accuratamente preparati non costituiscono vincolo all’azione ma piuttosto mezzo o pietra di paragone per misurare tutti i successivi avvenimenti e possibilmente anticiparne le conseguenze.

               Vi è sempre un piano alternativo quale conseguenza della necessità di un piano poliedrico impostato secondo molteplici probabili sviluppi. Il caso per quanto previsto e limitato non può essere sottovalutato, circostanza che impone un continuo ripensamento dei vantaggi e svantaggi durante lo svolgersi dell’azione man mano che si presentano gli imprevisti, senza  per questo deviare dall’obiettivo finale.

               Il variare in corso d’azione dell’organizzazione della macchina bellica in un’apparente caos in realtà viene a confondere le osservazioni avversarie, in quanto l’unità di comando è sempre mantenuta e le varie unità rimangono comunque tra loro a distanza utile, pronte al concentramento nonostante un’apparente dispersione. Elemento essenziale di tale tecnica operativa è la rapidità di esecuzione quale complemento alla velocità e mobilità imposte dall’inizio alla fine alle operazioni, velocità che può trasformare un imminente pericolo in un successo.

               Tre i fattori che permettono una tale stupenda dimostrazione di efficienza:

 

  • L’autodisciplina e la relativa indipendenza operativa del sistema francese;
  • La leggerezza delle singole unità, fornite della caratteristica divisionale di un forte autosostentamento;
  • Il ferreo controllo dell’insieme.

 

Vitale risulta l’accurato rapporto fra tempo e distanza, scegliendo i percorsi più facilmente praticabili in una autentica “economia dello sforzo” al fine di ridurre il logorio delle unità.

Questa adattabilità e mobilità strategica confluiscono, verso un graduale concentramento, si che il decentramento o dispersione apparente favorisce in realtà la manovra e il combattimento secondo precisi ordini con la conseguente sorpresa e demoralizzazione avversaria.

Viene riconosciuta l’importanza sia del morale che dell’unità di comando in una influenza reciproca, deve tuttavia ammettersi che la crescita organizzativa mediante incorporazione, come avvenne nella “Grande Armée”, può condurre all’indebolimento dell’unità morale e di manovra.

Fondamentale per ottenere  una obbedienza economica sono l’attaccamento ed il rispetto dei subordinati verso la dirigenza, la quale d’altra parte deve essere fondata sulla perseveranza e il coraggio dell’azione dei superiori, costante la prima nel tempo circostanziata in precisi momenti la seconda.

Il sistema premiante deve essere accuratamente ordinato per gradi e favorire l’atmosfera collaborativa fra i vari livelli secondo una precisa e controllata trasparente lealtà riconosciuta in tutta l’organizzazione, inoltre deve essere favorito il feedback tra la base e il vertice con precise testimonianze sui risultati delle richieste avanzate e degli interventi effettuati.

E’stata più volte sottolineata l’apparente ambiguità dell’unità di comando in presenza di un forte decentramento operativo, ma il contrasto è più apparente che reale, come già sopra chiarito, se solo si consideri la necessità della dispersione in presenza di repentini aggiustamenti prima dello scontro.

Infine deve richiamarsi l’attenzione sull’individuazione dell’esatto obiettivo comune da perseguire e quindi della parallela necessità di una unica linea di azione evitando, per quanto possibile, un inutile dispersione di uomini e risorse.

 

 

Riflessi attuali

 

 

Luttwak  parla di rischio organizzativo proprio nel momento in cui aumentano la segretezza, le unità in gioco e la complessità delle manovre poste in atto, tale rischio deriva dall’attrito che ostacola il funzionamento di qualsiasi organizzazione, tanto più se complessa. Il concetto di attrito era stato già rilevato dal Clausewitz quando, nel raccomandare di non semplificare eccessivamente, osservava le difficoltà che si accumulano e si producono nel loro complesso durante l’azione.

La ricerca della sorpresa derivante dalla scelta paradossale, al fine di ottenere un vantaggio competitivo, ha comunque un proprio costo che si manifesta nella perdita di forze e nel possibile aumento del rischio di confusione nell’organizzazione, a cui solo una maggiore preparazione ed una più efficiente comunicazione, quale impalcatura di un saldo controllo direzionale, può mettere rimedio. Dobbiamo tenere presente che ciò che è paradossale col tempo diventa prevedibile, mentre il prevedibile può essere al contrario imprevedibile se a lungo non applicato.

Ciò che è logico con il tempo diventa illogico, evolvendo nel suo opposto, tranne che non intervengano mutamenti esogeni nelle condizioni dei partecipanti, si che non vi è di peggio della baldanza derivante dal successo che può trasformare questi nelle premesse di un disastro.

Si recupera un concetto di flessibilità e manovrabilità non rigido, quale fosse un canone, ma adattabile sia nell’imprevisto quanto in termini programmatori del passaggio da logica a illogica, interviene in questo l’importanza mai sufficientemente ricordata della gestione dei canali di comunicazione in rapporto ad un saldo controllo dell’insieme, in cui il decentramento non è premessa di disarticolazione ma adattabilità e velocità di manovra.

Dobbiamo considerare che ciò che in apparenza può sembrare un’azione definitiva e sistematicamente cumulativa a cascata di successi, può produrre in realtà reazioni che non solo la disattivino ma addirittura siano strategicamente controproducenti.

Peraltro anche le innovazioni tecniche non sono di per sé sinonimo di successo se non adeguatamente supportate e metabolizzate dall’organizzazione che dovrà utilizzarle, magari superando vecchi schemi che tenderanno a ridurne l’impatto sia per mancanza di fantasia che per difesa dei ruoli acquisiti.

Von Clausewitz richiama nella sua opera l’importanza della forza d’animo e dell’orgoglio quali elementi che forgiando il carattere del singolo e dell’organizzazione nell’insieme possano creare una cultura che conduca alla fermezza e costanza, senza peraltro precipitare verso la testardaggine.

Si parla oggi giorno di vantaggi chiave e della creazione di informazioni organizzative adattabili alla strategia,  superando eventuali blocchi di sistema. Si pone inoltre attenzione alla dispersione dell’attenzione dirigenziale nella gestione della quotidianità che, facendo perdere il contatto con la cultura dell’organizzazione, impedisca il concentrarsi sulla formazione di una salda cultura organizzativa diffusa, diretta verso i fini strategici.

Altro elemento è la riconosciuta difficoltà di una equilibrata e complementare crescita organica, che permetta di allineare in modo efficiente su un unico obiettivo organizzativo risorse e uomini.

Comunque concludendo quello che emerge è la necessità che una adattabilità e flessibilità organizzativa non si trasformi in disarticolazione e sfiducia nel sistema, per mancata chiarezza di mezzi ed obiettivi, a seguito della perdita della capacità comunicativa e di coordinamento.

 

 

Bibliografia

 

·        D. G. Chandler, Le campagne di Napoleone, Milano 1972 ;

·        B. H. Liddell Hart, The Strategy of the Indirect Approach, Londra 1954;

·        E. N. Luttwark, Strategia. Le logiche della guerra e della pace nel confronta tra le grandi potenze, Milano 1989;

·        K. Von Clausewitz,Pensieri sulla guerra, Milano 1970;

 

 

 

 

martedì 9 maggio 2023

Carta dei Muri nel Mondo


 Da Atlante delle Guerre, Maggio 2023. info ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org 

domenica 30 aprile 2023

Antonio VIgliano. Intelligence da Fonti Umane negli odierni contesti globali HUMINT e Antiterrorismo

 

2


 

“A volte, sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose, quelle che fanno cose… che nessuno può immaginare”

Imitation Game

 

2.1 HUMINT e Antiterrorismo    

 

Durante la seconda guerra mondiale per reclutare un agente, soprattutto da parte degli Alleati, si faceva leva soprattutto sui sentimenti patriottici e di resistenza contro l’invasore delle persone individuate. Ovviamente, questo comportava un certo rispetto verso l’agente da parte dell’agenzia che lo aveva reclutato, nonché l’instaurazione di un buon rapporto di fiducia e collaborazione tra l’agente e l’operatore. Successivamente durante la guerra fredda, si fece più largo uso del denaro come mezzo di persuasione, in quanto, le scelte di reclutamento ricadevano molto spesso su impiegati e funzionari governativi, che in buona parte decidevano di collaborare in cambio di denaro. La storiografia specialistica è ricca di esempi eclatanti di spie che hanno operato rispettivamente per i due blocchi, sotto pagamento di ingenti somme di denaro.

Dopo la caduta del muro di Berlino, la conseguente caduta dell’U.R.S.S. e i successivi fenomeni economici e sociali della globalizzazione, si sono venute a creare le condizioni per nuovi tipi di conflittualità di tipo asimmetrico. I nuovi fenomeni di insorgenza non caratterizzano più solamente piccole zone territoriali delimitate ma sono in grado di destabilizzare intere aree. La nascita e lo sviluppo del terrorismo internazionale ha segnato l’inizio di una nuova era per la sicurezza internazionale, chiamata a contrastare una minaccia senza confini definiti. Questo ha portato anche ad un’evoluzione nelle tecniche di reclutamento da parte degli operatori humint, che hanno iniziato a basarsi sul mind penetration, ovvero, la ricerca e lo sfruttamento delle debolezze intrinseche dell’individuo[1].

Il terrorismo, così come la guerriglia, per raggiungere i propri scopi, ha bisogno di informazioni, sia per una migliore copertura delle attività clandestine sia per reperire informazioni, per pianificare ed eseguire azioni eversive. La differenza fondamentale è il tempo, poiché, per pianificare e condurre atti di guerriglia c’è bisogno di condizioni sociali, territoriali ed economiche favorevoli; la maggior parte di esse dipende dal consenso popolare, in cui si possono ottenere ad esempio:

-           Informazioni (ubicazione, entità, numerico e spostamento delle truppe occupanti, o governative nel caso si parli di guerra rivoluzionaria)

-          Supporto logistico (acqua, viveri, vestiario, rifugio, diffusione di materiale propagandistico, ecc.)

-           Eventuali aiuti finanziari (gruppi di pressione favorevoli alla guerriglia, possono organizzare raccolte fondi, anche attraverso attività illecite, per finanziare gli insorti).

Per questo motivo, il consenso diventa un fattore fondamentale, sia per le forze insorgenti che per le forze occupanti. Entrambe le forze cercheranno di tutelare l’incolumità della popolazione civile per guadagnarne il consenso, aiutandosi anche con attività di propaganda e di contro-propaganda nei confronti dell’avversario. Soprattutto la guerriglia, la quale, non potendo affrontare una guerra classica, ricorre a tecniche di guerra non convenzionale e fa largo uso di propaganda. Di conseguenza, è di fondamentale importanza il potenziamento delle attività di intelligence, soprattutto della humint, che in questi contesti risulta essere il più efficace strumento di raccolta informativa.

La missione principale della humint in funzione anti guerriglia è quello di inserirsi all’interno del tessuto sociale, comprenderne la cultura, la lingua, le usanze, i bisogni e le problematiche, entrando in sintonia con le persone, comunicando le ragioni e gli scopi dell’intervento, ed influenzando principalmente i gruppi che sostengono la guerriglia[2]. Così facendo si creerà attorno ad essa terra bruciata a livello di consensi; nel frattempo si provvede a disarticolare la rete informativa degli insorti.

Per eseguire attentati terroristici non sono necessari lunghi periodi tra pianificazione ed esecuzione; quindi il terrorismo non necessita di una elevata attività di ricerca informativa con relativa rete di spionaggio, o una linea gerarchica e comunicativa ben definita (vedesi i noti casi di “lupi solitari”), né è fondamentale per un gruppo terroristico godere di un alto livello di consenso popolare, in quanto, spesso gli obbiettivi sono luoghi affollati[3], essendo l’obbiettivo principale del terrorismo quello di sovvertire l’ordine attraverso il caos e la paura. Inoltre, gli strumenti per realizzare un attentato terroristico sono economici e, in buona parte dei casi, di facile reperibilità e assemblaggio. A volte addirittura a costo zero, come nei casi di attentatori che si lanciano sulla folla con un autoveicolo o armati di coltello da cucina. In quest’ultimo caso diventa ancora più complesso prevedere un’azione terroristica da parte di questi soggetti, a volte insospettabili, non appartenenti a nessuna cellula terroristica, che rivendicano semplicemente la loro appartenenza a determinate organizzazioni. Essi, a seguito di processi di radicalizzazione subiti in determinati ambienti o addirittura in rete, successivamente ad una fase formativa quasi da autodidatta attraverso le pagine del dark web[4], agiscono da soli e con modalità quasi imprevedibili.

Capire le meccaniche dei processi di radicalizzazione è necessario per prevenire soprattutto questo tipo di fenomeni. Per questo motivo, negli ultimi anni, squadre di psicologi, sociologi e antropologi hanno effettuato ricerche sul fenomeno, per tracciare il profilo dell’individuo che più potrebbe essere soggetto a questo tipo di devianza, e trovare la soluzione con tutti gli strumenti che la società civile può mettere in campo (scuola, sanità, servizi sociali, ecc.), per evitare sul nascere questo tipo di fenomeno[5]. Oltre a luoghi comuni di ritrovo come centri sportivi, bar, centri di preghiera non autorizzati (le così dette “moschee garage”), una forte problematica inerente la radicalizzazione proviene dalle carceri.

Paradossalmente il carcere dovrebbe essere il luogo più sicuro da questo punto di vista, in quanto, all’interno delle sue mura il controllo di determinati soggetti dovrebbe essere assicurato; ma gli eventi terroristici ed eversivi degli ultimi anni ci hanno dimostrato il contrario.

Scavando nel passato di alcuni attentatori si è scoperto che essi hanno subito un processo di radicalizzazione all’interno del carcere dove erano detenuti per reati minori. Oppure, caso ben più eclatante, quello che riguarda la maggior parte dei dirigenti dell’ISIS, in precedenza detenuti in Iraq (Camp Bucca) e Giordania[6]. A questo proposito, sono diventate sempre più insistenti le proposte per utilizzare agenti delle forze dell’ordine in incognito negli istituti penitenziari o permettere ai servizi di informazione e sicurezza di condurre operazioni con agenti sotto copertura anche nelle carceri, al fine di identificare e isolare i sedicenti jihadisti. Queste proposte però, si scontrano in molti casi con i diversi sistemi giudiziari, e al momento, almeno in Italia, per quanto riguarda i servizi di informazione e sicurezza, tale procedura non è possibile, in quanto, la legge 124 del 2007 vieta espressamente agli apparati di intelligence di operare nelle carceri[7]. 

I conflitti non convenzionali rispetto alla guerra classica hanno una durata di difficile definizione, come anche gli esiti. Per questo motivo mettere in atto tutte le attività sopracitate richiede molto tempo, e un lavoro fatto di pazienza e costanza. Come dimostrato anche dalle ultime operazioni militari, condotte da forze armate convenzionali in determinati territori contro forze ribelli, il tempo risulta essere l’elemento determinante. Il protrarsi nel tempo di queste operazioni causa il logoramento dal punto di vista psicologico del personale impiegato, con conseguente calo del morale. Oltre a generare costi elevatissimi in termini economici e di vite umane, che ha anche un effetto indiretto in patria, con il calo dei consensi e il risentimento verso i decisori politici da parte della società civile. Pertanto è necessario un addestramento ad hoc, riguardante la conoscenza del contesto delle aree di operazione.

Grazie alle lezioni apprese nelle recenti operazioni militari internazionali, il governo U.S.A., tramite i dicasteri dedicati, ha disposto la formazione di appositi teams, impiegati in teatri operativi ad alto rischio, nei quali, al personale humint sono affiancati specialisti in campo sociologico, storico e antropologico. Questi specialisti hanno il compito di raccogliere elementi culturali ed etnografici dell’area di operazione. La conoscenza degli elementi culturali, quindi i processi sociali, politici, economici, comportamentali e le tradizioni di un popolo sono fondamentali per capire i loro modi di agire. Gli studi etnografici permettono di comprendere le varie tribù, etnie, confessioni religiose presenti in quella nazione e i rispettivi usi, costumi e forme di comunicazione tra i vari appartenenti alle suddette realtà.

Queste ricerche e sono quindi necessarie per poter successivamente interagire armonicamente con le popolazioni locali delle zone di operazione[8].

I progressi fatti in questo campo hanno dimostrato la maggiore efficacia negli approcci con il personale autoctono, che permette la formazione del rapporto di fiducia con il personale straniero in maniera più rapida. In questo modo si riesce a fronteggiare la minaccia asimmetrica in maniera più efficace, sottraendo risorse al nemico ma soprattutto risparmiando in termini di vite umane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1] Teti Antonio, Virtual Humint la nuova frontiera dell’intelligence, Rubbettino, p.80

[2] Masci Claudio – Piacentini Luciano, Humint questa sconosciuta…Rubbettino, pp. 153 - 157

[3] Ibid.

[4] Il dark web, o darknet (web oscuro, rete oscura) è una piccola parte del deep web (web profondo), la parte di web che non è indicizzata da motori di ricerca, a cui contenuti, si accede via Internet con l’utilizzo di specifici software e specifiche configurazioni.

[5] https://www.difesaonline.it/evidenza/interviste/radicalizzazione-jihadista-nelle-carceri-cause-e-proposte-di-prevenzione

[6] Pagani Alberto, Manuale di Intelligence e Servizi Segreti, Rubbettino, 2019, pp. 204 - 206

[7] https://www.poliziapenitenziaria.it/public-post-agenti-007-nelle-carceri-se-arrestati-potranno-nascondere-la-loro-identita-per-continuare-l8217-4417-asp/

[8] Masci Claudio – Piacentini Luciano, Humint questa sconosciuta…Rubbettino, p. 203

lunedì 10 aprile 2023

Antonio Vigliano. L'Operatore HUMINT

 


 

Come precedentemente accennato, la human intelligence è basata fondamentalmente sulle relazioni interpersonali. Di conseguenza, i suoi processi organizzativi ed esecutivi sono più lunghi e complessi rispetto alle altre specialità dell’intelligence. 

L’operatore HUMINT ha il compito di identificare le fonti, ovvero le persone (nel caso della HUMINT) che hanno accesso alle notizie di interesse per la sicurezza e costruire una serie di relazioni per acquisire da esse queste notizie, creando una vera e propria rete di informatori.

Le fonti possono essere agenti ingaggiati dagli operatori all’estero, oppure, come ad esempio accade nel caso di attività di human intelligence militare, personale civile che vive nelle zone di operazione. Oltre agli informatori solitamente reclutati, vi sono anche altri tipi di informatori. Claudio Masci e Luciano Piacentini, indicano nel volume “Humint…questa sconosciuta” altri due tipi di fonte:

-          gli informatori occasionali[1]

-          i fiduciari[2]

Una fonte può anche essere un profugo o un prigioniero di guerra; infatti è compito degli operatori humint procedere agli interrogatori di questi ultimi.

Può anche accadere che uno o più operatori vengano infiltrati in un’organizzazione nemica per svolgere, sotto copertura (celando quindi la propria identità e svolgendo in totale segretezza), l’attività di ricerca informativa designata[3].

Ogni operatore humint deve possedere una spiccata attitudine alle relazioni umane, empatia, un forte spirito di adattamento, capacità di risoluzione degli imprevisti, buona memoria, elevato autocontrollo, pazienza e perseveranza; il tutto mantenendo sempre un profilo basso, apparendo sempre come una persona comune.

Tali qualità sono difficili da trovare tutte insieme in una persona, pertanto, esse vengono acquisite e potenziate con l’addestramento[4]. L’impiego avviene in buona parte all’estero, in coppia o singolarmente, e l’operatore sa bene che in ogni momento potrebbe essere messo sotto osservazione da altre Agenzie; di conseguenza, le capacità e la professionalità richieste all’operatore devono essere elevate e tali da garantirgli la sopravvivenza in operazione e il corretto svolgimento della missione. Inoltre, ogni agente che opera nel campo della human intelligence deve essere dotato dei più alti princìpi morali e valoriali, in quanto, in determinate circostanze potrebbe anche presentarsi più di un’occasione per procurarsi beni materiali facili da reperire in determinati contesti.  Nelle attività condotte dalle forze armate in determinati teatri operativi, gli operatori   possono essere anche più di due, per garantire una più efficace cornice di sicurezza in caso di attacco da parte di forze nemiche.

Reclutare una fonte non è un lavoro semplice. Un buon operatore deve saper riconoscere il soggetto idoneo a ricoprire il ruolo di fonte. Prima dell’approccio iniziale, va valutata la possibilità ed il livello di accesso, che la futura fonte ha, alle informazioni a cui l’operatore humint intende accedere. Ad esempio, per ottenere informazioni riguardo alla produzione di un determinato progetto industriale, un’ottima fonte potrebbe essere un impiegato dell’azienda che lavora a quel progetto. Il che non significa che debba essere obbligatoriamente un dirigente o uno ingegnere, ma anche un semplice operaio; si può arrivare alle informazioni desiderate anche partendo a distanza dall’obbiettivo designato e avvicinarsi poco alla volta. Restando nell’esempio precedente, potrebbe diventare una fonte, un congiunto dell’operaio o il coniuge, o un amico della stessa comitiva. Una volta individuato il soggetto idoneo, l’operatore humint deve svolgere un accurato lavoro di profilazione, ovvero, effettuare un profilo della persona da designare quale agente. La profilazione prevede un’indagine sulla personalità e il carattere della persona per capire se essa è affidabile a svolgere questo compito. Importante nel tracciare il profilo della fonte è capire cosa, a livello motivazionale, può spingerla a collaborare, facendo leva su vari aspetti, psicologici, caratteriali e ideologici, o semplicemente sull’avidità, o comunque un urgente bisogno di denaro.

Per esempio, una persona cui piace particolarmente essere adulata potrà parlare di più se riceve attenzioni e complimenti. Una persona abituata a lamentarsi potrebbe aprirsi con l’operatore se gli venisse data la possibilità di essere ascoltato.

Fondamentale è il controllo dell’affidabilità, soprattutto per evitare che essa faccia il doppio gioco[5]. Questo controllo avviene inizialmente in fase di approccio, oltre che con l’attività di profilazione, attraverso un lavoro di indagine effettuata su tutto ciò che ruota attorno al mondo della fonte stessa: l’ambiente familiare e culturale, l’estrazione sociale, eccetera[6]. Un buon operatore Humint deve avere una buona capacità di mettere a proprio agio l’interlocutore, ed essere in grado di sostenere conversazioni in modo coinvolgente, riuscendo a conquistare pian piano la fiducia della futura fonte. Successivamente deve essere in grado di utilizzare le tecniche di comunicazione e manipolazione atte a far breccia, a livello psicologico, nella fonte per poterla “manovrare”. Fatto ciò, dovrà successivamente mantenere sempre attive le relazioni con ogni singola fonte della rete di agenti, che nel frattempo avrà creato.

A volte può succedere che la fonte, essendo in una particolare posizione ed essendo in possesso di determinate informazioni sia restia nell’intraprendere un rapporto di collaborazione diretto con l’operatore. In questo caso l’operatore dovrà puntare tutto sulle sue abilità di elicitazione[7], ovvero, cercare di carpire notizie di interesse tramite conversazioni casuali, che apparentemente non presentano correlazioni con le informazioni in possesso della fonte[8]. In questo modo l’informatore inconsapevole crederà semplicemente di fare una chiacchierata, mentre in realtà sta fornendo notizie di rilievo. In ogni caso, l’operatore, qualsiasi informazione la fonte stia fornendo, non assumerà mai un atteggiamento giudicante, in quanto, la persona che si sente giudicata per quello che sta dicendo, potrebbe non dirlo più, e magari rifiutare addirittura di collaborare.

Tali processi possono richiedere anche lunghi periodi di tempo. Non si può costruire una rete di informatori dall’oggi al domani, in quanto, non è possibile creare in tempi brevi quei rapporti di fiducia tra operatore e fonti che garantiscano i risultati sperati.

L’operatore dovrà inoltre, per non compromettere la sua missione, evitare di instaurare un legame eccessivamente affettivo con la fonte, che potrebbe compromettere la capacità di giudizio sulle informazioni fornitegli dalla fonte stessa. Altro errore in cui potrebbe cadere è quello della gestione della fonte come fosse un informatore della polizia. Funzione questa, finalizzata ad attività per lo più investigative, spesso in condizioni di urgenza, che richiedono quindi delle informazioni immediate da parte della fonte.

Si immagini ad esempio, l’investigatore che ha necessità di scoprire il nascondiglio di un pericoloso latitante o il luogo di arrivo di un grosso carico di sostanze stupefacenti. In queste circostanze la fonte viene per così dire “spremuta”, in quanto, soggetta a continue sollecitazioni per ottenere in poco tempo il maggior numero di notizie possibili e, di conseguenza, non si potrà mai creare quel rapporto di fiducia e collaborazione, che è invece necessario all’attività informativa per la prevenzione delle minacce convenzionali e non convenzionali[9].

Diverso è il discorso per gli operatori humint che svolgono missioni sotto copertura, ovvero, celando la propria identità personale e la propria identità sociale, assumendo una identità di copertura che consente loro di “interpretare” un ruolo specifico all’interno del contesto nel quale essi vengono infiltrati. In questi contesti l’identità di copertura gioca un ruolo determinante. Essa viene conservata “gelosamente” dall’operatore che in ogni momento mette in atto tutto il sistema di false informazioni (costruite ad hoc), per far si che la controparte non venga mai a conoscenza del suo scopo e della sua vera identità, cercando sempre di intuire in anticipo quali verifiche l’avversario potrebbe effettuare.

È opportuno ricordare che tutte le attività di raccolta informativa da fonti umane vengono spesso accompagnate anche da attività di ricognizione e di acquisizione di foto, video e documenti, sia per completare le notizie acquisite tramite le fonti, ma anche per monitorare l’ambiente operativo. Senza dimenticare le attività di pedinamento.

 

 

 



[1] Humint e contrasto al terrorismo gnosis.aisi.gov.it

[2] “…che in genere sono parenti, amici e conoscenti che, pur avendo intuito il ruolo ricoperto dal ricercatore, accettano comunque di collaborare saltuariamente e di solito vengono compensati occasionalmente con omaggi o gadget.

Cit. Masci Claudio – Piacentini Luciano, Humint questa sconosciuta…Rubbettino, p. 110

[3] Cosenza Raimondo, Cos’è la HUMINT. Human Intelligence, published by Raimondo Cosenza, 2021, p.6

[4] Masci Claudio – Piacentini Luciano, Humint questa sconosciuta…Rubbettino, p. 97

[5]La fonte, fingendo di collaborare con l’operatore humint che l’ha arruolata, lavora in realtà a favore di un altro servizio di informazione o di un’altra entità nemica.

[6] Masci Claudio – Piacentini Luciano, Humint…questa sconosciuta, Rubbettino, p.112

[7] Elicitare v. tr. [dal lat. elicitare, frequent. di elicere «tirare fuori»] (io elìcito, ecc). – In psicologia, riferito a comportamenti o condotte, stimolarli, ottenerli mediante domande o altri stimoli.

www.treccani.it

[8] Cosenza Raimondo, Cos’è la Humint. Human Intelligence, published by Raimondo Cosenza, 2021, p.11

[9] Masci Claudio –Piacentini Luciano, Humint questa sconosciuta…Rubbettino, pp. 114 - 115