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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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venerdì 8 novembre 2019

Materiali per Analisi Parametrale


Rifugiati

Valentina Trogu

La misura della capacità di uno Stato deve essere messa in relazione con una sfida difficile da affrontare, quella dei fenomeni transnazionali di natura violenta come il traffico delle armi, la droga, le risorse preziose,  la criminalità organizzata, i gruppi terroristici, le Organizzazioni Non Governative e i rifugiati. Se lo Stato non è in grado di fronteggiare tali minacce si assisterà ad una diffusione di situazioni conflittuali in tutta l’area regionale interessata. I conflitti in questione assomigliano in tutto e per tutto a delle vere e proprie guerre civili che interessano realtà locali, provinciali, nazionali e regionali determinando un aumento del numero dei rifugiati.
La definizione base del termine “rifugiato” stilata dalla Convenzione Onu nel 1951 lo descrive come colui che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese.
È limitativo circoscrivere il termine rifugiato agli individui che temono di essere perseguitati se si prendono in considerazioni realtà come quelle del continente Africano (ma anche dell’America Latina) in cui è possibile assistere a spostamenti di massa di elevati numeri di persone che si allontanano da un paese caratterizzato da crisi sociali ed economiche in situazioni di conflitto. Ecco che, all’interno del termine rifugiato, è possibile leggere la definizione di sfollati interni - persone o gruppi di individui che sono stati costretti a lasciare le loro case o luoghi di residenza abituale, in particolare a causa di situazioni di violenza generalizzata, violazioni dei diritti umani o naturali, o per conflitti armati, che non hanno attraversato un confine internazionale riconosciuto – o di richiedenti asilo – persone che hanno presentato domanda di protezione internazionale, di cui non è stato ancora determinato l'esito ma che, in caso di esito positivo, verranno riconosciute come rifugiati acquisendo alcuni diritti e doveri, secondo la legislazione del Paese che lo accoglie. Ci sono, poi, i rifugiati “prima facie”, individui che fuggono in massa dal Paese a causa di conflitti e violazioni sistematiche dei diritti umani e per cui sarebbe inutile e impossibile esaminare singolarmente le domande di asilo. Alcuni esempi hanno come protagonisti i sudanesi che fuggono in Ciad, i Somali che vanno in Kenya e i ciadiani che a loro volta scappano nella Repubblica del Centro Africa.
Differente dalla definizione di rifugiato ma altrettanto attuale è l’utilizzo del termine migrante. I migranti sono coloro che privi di documenti oltrepassano le frontiere nazionali in cerca di aiuto per sfuggire ad una situazione di povertà estrema, conflitto generalizzato, crisi sociale ed economica. Nella maggior parte dei casi non hanno i requisiti per richiedere asilo, nonostante abbiano senza dubbio necessità di protezione internazionale, con la conseguenza di vedersi negato l’accesso ai servizi essenziali come l’istruzione, l’assistenza sociale, i servizi sanitari e il diritto al lavoro.
La differenza tra rifugiato e migrante, dunque, risiede principalmente sul piano legale ma notiamo spesso usare in modo intercambiabile i due termini dai mass media o nei dibattiti pubblici. Probabilmente perché in entrambi i casi si parla di persone costrette a lasciare il paese di origine per recarsi in un luogo sconosciuto in cui si pensa e spera si possa riuscire a vivere. L’individuo, però, viene a perdere ogni riferimento legato alle tradizioni, agli usi e ai costumi del proprio paese e si trova a vivere un processo di rifondazione e riappropriazione individuale del rapporto con la religione, con la società e con le altre persone. Gli immigrati non riescono a conservare in modo duraturo usi e costumi della società di origine e contemporaneamente si trovano a vivere in un contesto in cui sono visti come una minoranza e in cui mancano i precedenti riferimenti culturali. Da questa situazione di perdita dell’identità personale nasce la necessità di creare nuove identità che possono incarnarsi in una sottocultura dando l’impressione di conservare, almeno inizialmente, l’identità di origine ma che in realtà sono identità ricomposte, multiple, contestuali e di transizione. La riformulazione dell’identità avviene partendo da categorie prese dal paese di accoglienza che non sono né coincidenti con la cultura originaria né frutto di un processo di assimilazione. Occorre considerare, poi, che rifugiati, richiedenti asilo, migranti oltre alla creazione di una nuova identità devono affrontare i fantasmi che si portano dietro dal paese di origine. Violenze, guerre, carestia, sevizie, rapimenti, queste sono le motivazioni alla base della fuga, motivazioni che lasciano cicatrici interne ed esterne difficilmente sanabili se non vengono affrontate con il giusto supporto. Sintomi trascurati di un disagio psicologico sfoceranno, come dimostrano i fatti, in episodi di disadattamento e di aggressività.
Le conseguenze della migrazione potrebbero essere inserite in una lunga lista che parte proprio dai problemi legati alla perdita dell’identità di chi è costretto a lasciare il paese di origine ma che affronta, poi, le questioni sociali ed economiche che graveranno sul paese meta della migrazione o del rifugiato e che sono alla base delle decisioni di non accoglienza dei migranti. Un lungo dibattito si potrebbe affrontare sulla questione così come a lungo si potrebbe parlare di come porre fine al fenomeno intervenendo sulle cause che sono all’origine degli spostamenti. Le numerose conseguenze delle migrazioni e fuga dal paese di origine sono alla base della decisione di includere i rifugiati come parametro di valutazione della capacità di uno Stato inserendolo come fattore di squilibrio per la sicurezza dello Stato stesso.

sabato 2 novembre 2019

Missioni fuori area 3


Il Quadro Generale Storico-Giuridico-Politico.


1.    Aspetto Storico
2.    Aspetto Giuridico
3.    Aspetto Politico

venerdì 25 ottobre 2019

Missioni Fuori Area 2


Che cosa intendiamo per “Missioni fuori area”. E’ un approccio sostanzialmente erede del conflitto bipolare e della guerra fredda, quando i blocchi controllavano le rispettive aree di influenza, attraverso le proprie organizzazioni Sopranazionali di difesa, la Nato ed il Patto di Varsavia
In queste aree ogni sovvertimento dell’ordine e della legge era contrastato e controllato  “in primis” dalla Nazione egemone (la Superpotenza) nel caos in specie USA o URSS, e poi dalla coalizione di Stati e loro referenti. Così per l’area sovietica i conflitti sorti come la rivolta nella Germania Orientale del 1953, quella in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968 furono tutto repressi dalla potenza egemone.
Ogni intervento era “in area” e, pena lo scoppio di un conflitto generale, mai “fuori area”. Se un conflitto scoppia in are fuori dalla sfera di influenza le due Superpotenze si combattevano per interposta persona.

Nel momento in cui, nel 1989 la URSS scompare  vi sono degli interventi volti al ristabilimento della pace e sicurezza


venerdì 18 ottobre 2019

Missioni Fuori Area 1


 Di seguito con cadenza settimanale saranno pubblicati post con osservazioni sul  tema delle Missioni fuori area. Si riporta un Abstrac di dette note.

Si delinea, preliminarmente, un quadro generale  ( con cenni agli aspetti storici, giuridici e politici) delle “missioni fuori area”, ovvero alle operazioni al sostegno della pace, ovvero a tutte quelle azioni intraprese dalla Forze Armate fuori dal territorio nazionale al sostegno della sicurezza internazionale e della pace, al fine di prevenire, controllare, risolvere i conflitti e lo stato di guerra.
Individuazione e catalogazione le singole operazioni “Fuori Area” in base ai criteri e canoni individuati sia per la tipologia e quindi individuare differenze e analogie.


giovedì 10 ottobre 2019

Lo Stato.


1.1 | Le caratteristiche dello Stato
Le caratteristiche dello Stato sono quelle ormai da tempo codificate e che partono da considerazioni che fino a poco tempo fa si potevano definire semplicemente di buon senso. Ad esempio, come concepire uno Stato senza territorio 0 uno Stato senza popolazione? Da ciò l’ovvia considerazione che si definisce Stato una organizzazione sociale in grado di esercitare sovranità per un tempo ragionevolmente lungo su un territorio e un numero di persone sufficientemente ampio da costituire una popolazione. Questa interpretazione è ancora oggi generalmente accettata, anche con le sue irrilevanti eccezioni: si pensi alla Città del Vaticano, uno Stato a tutti gli effetti, ma del quale sarebbe arduo cercare di distinguere una autentica popolazione, o allo Stato palestinese, che fino agli accordi di Oslo del 1993 non disponeva di alcun territorio e che anche successivamente (e fino a oggi) ha acquisito una capacità di controllo così ridotta da non potere in alcun caso essere definita sovranità.
Diverso è il caso dei cosiddetti micro-Stati che secondo Atlas des relations internationales hanno una popolazione inferiore a 100 mila unità e una superficie inferiore a 1000 km2. A parte il Vaticano, che con una superficie di 0,4 km2 e i suoi mille abitanti non ha rivali per piccolezza, nella speciale classifica dei nano-Stati risultano al primo posto il Principato di Monaco per superficie (2 km2) e le isole Tuvalu in Oceania per popolazione (11 mila abitanti). Segue in entrambe le classifiche Nauru (Oceania), con 21 km2 e 12 mila abitanti (Boniface, 2004). Il diritto internazionale ne ammette in pieno l’esistenza anche se di recente si è cominciato a mettere in dubbio il diritto di dotarsi di una legislazione che consenta con estrema facilità il trasferimento di capitali, senza controllarne la provenienza e la legittimità. Molti micro-Stati infatti, spinti dalla loro cronica mancanza di risorse oltre che da altre motivazioni storiche, hanno trovato una fondamentale fonte di sussistenza trasformandosi nei cosiddetti paradisi fiscali, ovvero in collettori di denaro sporco e di capitali che sfuggono illegalmente alla tassazione nei paesi di origine.
I paradisi fiscali sono presenti sia in Europa, sia in Asia sia in America: quelli più noti sono le isole Bahamas, e il Liechtenstein, enclave di 160 km2 tra la Svizzera e l’Austria. Talvolta comunque non godono neppure di una formale indipendenza: in questa categoria rientrano le isole del Canale in Europa, le isole Cayman in America (appartenenti entrambe sia pure con statuti diversi alla Gran Bretagna), Hong Kong e Macao (territori cinesi) in Asia. L’OCSE, l’organismo internazionale che raccoglie gli Stati più industrializzati, ha redatto una lista nera nella quale comunque sono stati inseriti anche paesi di dimensioni «normali», come le Filippine, la Malaysia e l'Uruguay (quest’ultimo accusato in particolare dall’ Argentina di nascondere i capitali che fuggono da Buenos Aires, specie dopo il disastro del default del 2002). C'è anche una lista grigia di sospetti paradisi fiscali (38 in tutto), dove figurano Monaco, San Marino, Svizzera e Lussemburgo.
Se il maggiore limite per il micro-Stato è dato da una debolezza produttiva che troppo spesso è stata ed è compensata con più o meno oscure alchimie finanziarie (peraltro stimolate dalla globalizzazione) molti Stati giganti, inevitabilmente multietnici, hanno problemi di tenuta di fronte alle spinte centrifughe della periferia (si pensi a Cina, Russia, India, ma anche Sudan, Nigeria, Congo). In ogni caso chiedersi quali siano le prospettive dello Stato nel XXI secolo impone di analizzare come stiano evolvendo i tre pilastri costituiti da territorio, popolazione e sovranità. Non vanno però trascurati altri elementi che potrebbero aiutare a identificare le più probabili linee di tendenza, alla luce di quel processo di globalizzazione che sta incidendo profondamente sulle relazioni internazionali ma anche su ogni altro tipo di organizzazione umana, fino ad arrivare al singolo individuo.

Da G. Lizza. Scenati, Torino UTET, 2009


lunedì 30 settembre 2019

Lo scontro planetario

Fonte LIMES rivista di geopolitica
info:www.ilmioabbonamento.it

domenica 29 settembre 2019

Migrazione in Italia Bibliografia.

BIBLIOGRAFIA


Testi

·      Berger J.M., Morgan J., “The ISIS twitter census defining and describing the population of ISIS supporters on Twitter”, in The Brooking Project on US relations with the Islamic World, N.20/marzo 2015;
·      Coats D. R., “Worldwide Threat Assessment of the US Intelligence Community”, 2019;
·      Europol, “EU Terrorism Situation and Trend Report TE-SAT”, 2018;
·      Jean C., “Guerra, Strategia e Sicurezza”, Laterza, 2001;
·      Kingsley P., “The New Odyssey: The Story of Europe's Refugee Crisis”, 2016;
·      Maggioni M., Magri P., “Il marketing del terrore. Twitter e jahad: la comunicazione dell'Isis”, 2016;
·      Mastrojeni G., Pasini A., “Effetto serra effetto guerra”, 2017;
·      Napoleoni L., “ISIS. Lo Stato del terrore”, Feltrinelli, 2014;
·      Pisano V.,“Il terrorismo transnazionale dopo l’11 settembre 2001”, in periodico Affari Esteri N.149/2006;
·      Stato Maggiore della Difesa, Nota Dottrinale “La dimensione militare della comunicazione strategica”, ed. 2012;
·      US Department Of State - Bureau Of Counterterrorism And Countering Violent Extremism, “Country Reports Africa on Terrorism 2018”, 2018;
·      Winter C., “Media Jihad: The Islamic State’s Doctrine for Information Warfare”, International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence, 2017;

Articoli
·      Baptista R., “Comunicazione del terrore: impatto sociale e lotta al terrorismo”, in Inside Marketing, 26 luglio 2017;
·      Bastiani D. “Terrorismo e media – La comunicazione del terrore”, in Informazioni della Difesa, N. 2/2012;
·      Cavalcoli D., “Youtube lancia l’algoritmo anti-Isis”, in Corriere della Sera, 28 luglio 2017;
·      Cochi M., “Sahel e Africa Subsahariana”, in Osservatorio Strategico 2018, Anno XX n. I;
·      Dacrema E., “La nuova guerra fredda mediorientale”, in ISPI online, 16 gennaio 2019;
·      Gentili C., “Ciad: l’IOM necessita nuovi fondi per gestire i flussi migratori”, In Sicurezza Internazionale, 9 luglio 2018;
·      Giannetti C., “Migrazioni il cambiamento climatico presenta il conto”, in Gnosis, N.3/2018;
·      Luppi M., “Il Lago Ciad rischia di scomparire: a rischio milioni di persone”, in Agenzia S.I.R., 6 ottobre 2018;
·      Oriolo A., “Pirateria, terrorismo e sicurezza dei mari”, in Rivista Marittima, N.4/2009;
·      Teti A., “Isis e social network – Da Twitter a Facebook passando per Whatsapp e Youtube”, in Gnosis, 4/2015;
·      Teti A., “La cyber guerra del Califfato. Ecco come opera sui social network l’hacker division dell’Isis”, in Il Sole 24 ore, 20 settembre 2015; 
·      Villa M., “Migrazioni e Ue: l’impasse infinita”, in ISPI online, 17 ottobre 2018;
·      Kamel L., “Migranti: flussi, analisi delle cause e proposte di soluzioni”, in Affari Internazionali, 17 febbraio 2018.
Altri siti
·      Blog Coltrinari M., http://www.coltrinariatlanteafrica.blogspot.com/ (accesso gennaio 2019)
·      Global Incident, http://www.globalincidentmap.com/ (accesso dicembre 2018);
·      Global Terror, http://www.globalterroralert.com/ (accesso dicembre 2018);
·      Global Terrorism Database, https://www.start.umd.edu/gtd/ (accesso dicembre 2018);
·      Home Office annual report and accounts: 2016 to 2017, Core data https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/628157/Core_data_tables_2016-17.xlsx;
·      Il post, “Come funziona la propaganda dell’ISIS”, http://www.ilpost.it/2016/01/22/propaganda-isis/, 2016 (accesso ottobre 2018);
·      Il Post, “L’ISIS non si sconfigge così”, http://www.ilpost.it/2017/07/10/isis-perso-guerra/, 2017 (accesso dicembre 2018);
·      Limes, http://www.limesonline.com/ (accesso dicembre 2018);
·      McCaul M., “Empower our Allies to Fight Terrorism in Africa”, https://nationalinterest.org/feature/chairman-michael-mccaul-empower-our-allies-fight-terrorism-africa-30482, 2018 (accesso dicembre 2018);
·      NATO, Defence Against Terrorism Programme of Work (DAT POW),  https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_50313.htm (accesso settembre 2018);
·      “New Prevent strategy launched”, https://www.gov.uk/government/news/new-prevent-strategy-launched (accesso novembre 2018);
The Global Coalition against Daesh, http://theglobalcoalition.org/en/home/ (accesso dicembre 2018).

venerdì 27 settembre 2019

martedì 24 settembre 2019

domenica 22 settembre 2019

giovedì 19 settembre 2019

lunedì 16 settembre 2019

Migrazione e Italia


Fabio Mariani
 Una possibile strategia

mercoledì 11 settembre 2019

MIgrazione in Italia


Nota a cura di Fabio Mariano 


Cosa significa fare prevenzione della radicalizzazione? Arrestare un individuo prima che commetta un attacco è già repressione. Cresce il numero di individui pericolosi, aumentano gli obiettivi e le situazioni a rischio e si riduce il tempo di reazione. Si consolida l’idea che la repressione da sola non basti.
Prevenire significa intervenire a monte, prima che i soggetti a rischio diventino pericolosi per la comunità e perciò di interesse per gli inquirenti. La prevenzione della radicalizzazione è come un vaccino: evita la pandemia, riduce al minimo i soggetti contagiati che, essendo in numero limitato, possono essere sottoposti a cure intensive. La figura che segue mostra proprio l’importanza di integrare le azioni classiche (militari/di polizia), efficaci soprattutto nella gestione del problema già manifesto, con una strategia comunicativa che agisca soprattutto nel settore della prevenzione del fenomeno. In questo dominio, l’esempio virtuoso della strategia comunicativa della Gran Bretagna[1], presentato nei capitoli precedenti, è la riprova di quanto sia importante presidiare il dominio cognitivo per contrastare i fenomeni in esame.
La comunicazione, dunque, è lo strumento principe per la prevenzione della radicalizzazione per la sua intrinseca capacità di entrare a monte dei processi cognitivi, influenzare percezioni e attitudini, incidere su scelte e comportamenti individuali e di gruppo. Essa opera in uno spazio che è off- limits per qualsiasi attività di repressione: il pensiero che guida scelte e azioni.
La proposta analizzata in questo studio ha riguardato una potenziale soluzione, in grado di integrare/razionalizzare le iniziative già in atto fungendo da raccordo, da cabina di regia: una strategia integrata di comunicazione che, agendo nel dominio cognitivo, intervenga principalmente nella prevenzione del fenomeno e, al contempo, sostenga le iniziative già in atto che, come suddetto, sono più efficaci nel settore del contrasto, contenimento e controllo.
L’analisi del caso Daesh e della sua capacità di sfruttare il dominio cognitivo, il citato virtuoso esempio inglese e lo studio sulle origini e prospettive del problema migratorio, ci fanno comprendere lo stretto legame tra fenomeni così ampi e complessi. Essi si materializzano nelle interazioni tra network umani, in cui i “cattivi”, sfruttando le criticità strutturali di numerose aree dell’Africa che generano il “disagio dei deboli”, agiscono quasi incontrollati alimentando un ciclo della criminalità, dei traffici e del terrore che si autosostiene. Tale network, destinato a crescere a causa sia del perdurare di problematiche socio-economiche ataviche, sia di una crescita demografica fuori controllo, può essere contrastato soltanto attraverso la creazione di un network nazionale - sconfiggere il network creando un network.
Pertanto, appare necessario nel breve termine un approccio da parte italiana sempre più integrato e coordinato che valorizzi le crescenti interazioni geopolitiche tra Maghreb, Levante, Golfo Persico e Sahel; che interconnetta le diverse crisi e le sfide della regione; che capitalizzi le potenzialità dell’intero bacino Mediterraneo e che ponga ogni iniziativa sul suo futuro nel quadro di una strategia di sviluppo sostenibile. A tal fine, è necessario strutturare un piano interministeriale e inter agenzia che coordini e disciplini la condotta di azioni sinergiche e multi dimensionali di prevenzione e contrasto, attraverso “operazioni” congiunte politico-diplomatiche, di polizia e militari condotte in Italia, ai confini, nel Mediterraneo fino a penetrare le aree dove il problema ha origine.
Per le ragioni sopra esposte, un piano nazionale strutturato di tale portata non può prescindere dal sostegno di un elemento che funga da “collante e propellente”, capace di supportare e integrare tutte le azioni: una strategia di comunicazione fondata su programmi di monitoraggio, prevenzione e intervento, che coordini e sostenga iniziative nuove o già esistenti concordate nell’ambito di un board/cabina di regia[2] - Integrated Communications Information Centre - facente capo alla Presidenza del Consiglio. Tale strumento deve avere la licenza/capacità di analizzare le aree obiettivo e sincronizzare le azioni/progetti[3] di tutti i Dicasteri/Agenzie, ottimizzando gli sforzi (in termini di risorse umane e finanziarie), in linea con gli indirizzi programmatici del Governo, al fine di perseguire/difendere/sostenere gli obiettivi e gli interessi strategici nazionali.

Concludendo, si tratta di un progetto ambizioso, ma moderno e pragmatico, teso a fronteggiare in maniera strutturata nel breve, medio e lungo termine gravi fenomeni destinati, purtroppo, ad aggravarsi. In tale progetto, all’Italia è richiesto di giocare, in un’Europa densa di competizioni e divergenze, un ruolo guida, da protagonista, in un’area strategica per la sicurezza e l’economia nazionale, alla quale ci unisce una vicinanza geografica, storica e culturale: in sintesi un progetto moderno, una sfida da Sistema Paese.








[1] Per esempio, il RICU (Research, Information and Communications Unit). Il RICU è una unità interagency costituita nel 2007 con il compito di guidare le attività di comunicazione del governo (analisi, consulenza, prevenzione, contrasto e gestione delle crisi) per far fronte alla minaccia estremista e garantire la coesione della comunità nazionale.
[2] Che, a differenza di consessi esistenti (cabine di regia, board, tavoli tecnici), affronti con approccio sistematico e pragmatico le tematiche, coordini e faccia deconfliction delle azioni e produca un piano strutturato di interventi attuabile e sostenibile.
[3] Tra le iniziative rivolte al dominio della comunicazione, in ottica “prevenzione”, da mettere a sistema, come detto, in un unico piano integrato, preme citare ad esempio la pregevole iniziativa denominata “Cinemarena”, progetto avviato dal ministero degli Esteri e dall’Agenzia italiana per la cooperazione allo Sviluppo (AICS) in 200 villaggi africani[3] (Senegal, Costa d’Avorio, Nigeria, Guinea, Gambia e Sudan) che affianca alla diffusione di classici di animazione e del cinema muto, la sensibilizzazione ai rischi della migrazione irregolare. Al pubblico, oltre alle proiezioni, saranno offerte anche altre attività, tra cui workshop e spettacoli teatrali. Questa edizione è finanziata con le risorse del Fondo Africa, realizzata insieme al Ministero dell’Interno e in sinergia con la campagna “Aware Migrants" dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim).


domenica 8 settembre 2019

Le vie di comunicazi9one ed i punti sensibili

Fonte LIMES Rivista di Geopolitica. 7.2019.

venerdì 6 settembre 2019

mercoledì 4 settembre 2019

Migrazione in Italia I Parte


Nota di Fabio Mariano

Negli ultimi anni, la diffusione di fenomeni complessi e di difficile soluzione come il terrorismo e le migrazioni rappresentano per l’Africa e l’Europa una sfida determinante. L’Europa cerca di trovare una formula coerente per fronteggiare le grandi masse di migranti che fuggono dalle guerre e povertà del Sud, con il sogno di raggiungere “un’isola felice” al Nord; speranze o illusioni spesso insinuate da una propaganda sostenuta da organizzazioni criminali e terroristiche.
Per tali ragioni, l’Italia non può restare affacciata al balcone del Mediterraneo, accontentandosi di strumenti di contrasto al fenomeno migratorio poco efficaci (complice la polveriera libica), che tendono a contenere, a mitigare il problema, senza tuttavia allungare le mani per estirparne le radici. Occorre, quindi, che l’Italia, mancando di rassicurazioni concrete dai partner europei che verosimilmente non arriveranno mai, agisca da Sistema Paese, fondando una strategia strutturata, multi dimensionale, interministeriale e inter agenzia, che permetta di combattere il problema all’origine, salvaguardando la sicurezza e gli interessi strategici nazionali. Le iniziative finora messe in campo, alcune anche valide e concrete, spesso appaiono disgiunte e scoordinate, poiché probabilmente manca un piano integrato, che ottimizzi gli sforzi e le risorse.
L’Italia è, dunque, costretta ad un’inevitabile quanto necessaria “presa di coscienza”, che ponga la questione africana nel suo complesso al centro del dibattito politico, non solo perché legata alle vicende dell’immigrazione, quanto piuttosto come opportunità di sistema Paese, in una visione coordinata e prospettica che coinvolga tutti gli asset nazionali.
L’Africa è un Continente in cui si sovrappongono sfide e minacce crescenti, quali la pressione demografica[1], la sicurezza, i flussi migratori (interni ed esterni), la radicalizzazione ed i traffici criminali, in un mosaico di attori statuali, iniziative regionali, potenze globali e centri di influenza, non di rado contrapposti tra loro, ed espressione di interessi confliggenti.
In tale quadro, gli attori non-statuali - cellule paramilitari, tribù, milizie, gruppi jihadisti, clan, apparati criminali, network di trafficanti di esseri umani - hanno assunto influenza crescente, riempiendo il “vacuum” governativo e mortificando qualsiasi forma di pluralismo culturale e confessionale. Nel disordine regionale conseguente hanno ripreso influenza protagonisti internazionali come la Cina e la Federazione Russa. Il Mediterraneo di oggi appare difatti come una realtà multipolare, dove i centri di potere risultano moltiplicati e le agende politiche – a partire da quelle di Doha, Mosca, Pechino e Il Cairo – sono sempre più competitive. Nel suo doppio movimento, quasi inarrestabile, ad “allargarsi” e “dividersi”, il Mediterraneo del XXI secolo ha acquisito una nuova centralità globale, risultando più largo, più frammentato e più interconnesso[2]. Per poter essere analizzato, tutto questo richiede strumenti interpretativi moderni.
Spesso si associa il problema immigrazione e traffici illeciti alle Regioni del Nord Africa, ove il fenomeno si manifesta in tutta la sua complessità e disumanità, portato quotidianamente alla ribalta dai Media di tutto il Mondo. Tuttavia, è certamente banale e fuorviante ridurre lo studio e gli interventi ai soli Stati che si affacciano sul Mediterraneo. Infatti, nell’attuale scenario di riferimento, l’analisi deve necessariamente allargare le proprie “chiavi di lettura” a quelle aree e Regioni ove i fenomeni hanno origine e che, nel medio periodo, rappresentano ulteriori fattori di rischio per la stabilità e il futuro dell’intera area africana: dall’Algeria all’Egitto, con impatto diretto sul Mediterraneo e sull’Italia.  Al riguardo, è necessario inoltre evidenziare che, finora, il problema dei migranti e delle organizzazioni criminali e terroristiche ad esso associate, è stato affrontato di “pancia” e in emergenza, principalmente con attività/operazioni tese a contrastare il fenomeno nel Mediterraneo e a contenerlo sulle coste africane, mentre ben poco è stato fatto per prevenirlo, o, quantomeno, le iniziative sono state sporadiche e non integrate/strutturate.  Osservato da questa prospettiva, il fenomeno prende la forma di un iceberg, con un’ampia area nascosta, oscura; per essere affrontato alla radice, tale problema richiede un approccio sistematico, in grado di combinare azioni in tutti i domini (cognitivo, diplomatico, militare, economico, infrastrutturale, sanitario, ecc..), integrando le operazioni di contrasto, contenimento e controllo, con quelle, certamente più complesse ma  assolutamente necessarie, riguardanti la prevenzione.
A tal proposito, possibili soluzioni/strategie, ci vengono ispirate proprio da uno degli attori più pericolosi e influenti degli ultimi anni: il sedicente Stato Islamico.  Nella sua lotta contro l’Occidente, l’ISIS ovvero Daesh ha sfruttato gli odi radicati, prediligendo un linguaggio mirato a provocare tensioni locali e internazionali, mettendo in discussione il sistema di valori e gli ideali occidentali attraverso gli strumenti mediatici tipici della cultura contemporanea.  Lo Stato islamico si è dimostrato particolarmente abile nell’utilizzo di social media per realizzare una efficiente rete per il reclutamento, la raccolta dei fondi e il marketing ideologico. Le sue campagne di propaganda hanno mostrato in tempo reale immagini di militanti vittoriosi che sollevavano bandiere nere e pattugliavano le città conquistate, mostrando nemici impauriti, soggiogati e umiliati; hanno utilizzato film di propaganda, realizzati con tecniche cinematografiche all’avanguardia, per ostentare determinazione ed enfatizzare l’aspetto eroico dei propri combattenti. Tuttavia, l’ascesa della propaganda di Daesh è anche frutto dell’inadeguatezza delle misure a protezione del communication space, a cominciare dal concetto di counter- narrative. Comunicare “contro” serve a poco e spesso aumenta legittimità e forza della controparte. Il communication space va, quindi, presidiato e protetto con programmi di monitoraggio, prevenzione e intervento. Non farlo significherebbe lasciare dei vuoti che altre organizzazioni riempiranno, appropriandosene, proiettando la propria ideologia in maniera spregiudicata e mettendo a rischio la sicurezza collettiva. Non agire equivale alla scelta consapevole di trasformarlo in terreno di coltura dell’estremismo.


[1] I dati dell’immagine sono tratti da fonti UN; tutte le figure senza fonte sono assemblate/realizzate dallo scrivente.
[2] Il raddoppio del canale di Suez, gli effetti dell’allargamento di quello di Panama, le scoperte energetiche nelle sue acque orientali e il progetto di nuova “via della seta” varato da Pechino, rendono il Mediterraneo uno snodo cruciale sul piano infrastrutturale, dei trasporti e delle reti logistiche. Un sistema economico in espansione, dove passa il 30% del commercio mondiale di petrolio e dove si concentra il 20% del traffico marittimo. Un mercato di 500 milioni di consumatori il cui PIL negli ultimi venti anni è cresciuto ad una media del 4,4% l’anno, che può contare su 450 tra porti e terminal, su 400 siti patrimonio dell’UNESCO, 236 aree marine protette e su un terzo del turismo mondiale.