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mercoledì 30 gennaio 2013

Il Ruolo della comunicazione nel confronto strategico asimmetrico: il caso dial-Qa'idah, di FedericoLevy




L'Articolo di Federico Levy è stato pubblicato sulla Rivista "Il Secondo Risorgimento d'Italia". La Rivista può essere chiesta all'indirizzo:risorgimento23@libero.it
(www.secondorisorgimento.blogspot.com)



Il ruolo della comunicazione nel confronto strategico asimmetrico:
il caso al-Qā‘idah

di

Federico Levy[1]
  
Introduzione

L'uccisione di Osama Bin Laden ha indubbiamente segnato uno spartiacque per la storia del movimento qaidista, anche e soprattutto in ambito comunicativo. Dopo una lunga attività di intelligence, il 2 maggio 2011 i Navy Seals, reparto speciale della marina statunitense, riescono ad individuare la base e rifugio di Osama ad Abbottabad, in Pakistan. Inizia così l'azione di guerra che segnerà la fine dello sceicco più ricercato del mondo. Legittimando molti interrogativi nessuno vedrà mai il corpo esanime del volto che in tele ha bussato alla porta di milioni e milioni di persone. Stando alla versione ufficiale degli eventi il corpo è stato sepolto in mare dopo un breve rito religioso, formula contestata anche al di fuori dall'ambiente jihadista, con critiche oscillanti dall'ambito giuridico a quello religioso. Uno dei tanti paradossi della storia: chi ha fatto dell'impatto mediatico di sè e della propria organizzazione punto strategico cruciale muore in un angolo di visuale oscuro. Al contrario tutti noi vediamo i volti di Hillary Clinton e Obama, ipnotizzati dagli aggiornamenti sull'operazione che si pensava avrebbe potuto determinare il destino delle prossime elezioni presidenziali.
Ora che Osama non c'è più e le rivolte arabe paiono ignorare ogni causa di tipo jihadista, il futuro di al-Qā‘idah pare quanto mai incerto. Ma è questa una crisi che va chiarita. Essa non è infatti dettata tanto dalla sopraggiunta mancanza di un perno organizzativo e politico, pare infatti che da anni l'organizzazione sia costituita da una serie di cellule operative locali sempre più autonome, quanto piuttosto dal  manifestarsi di un vuoto mediatico. Nonostante le indubbie doti retoriche questo rimane un vuoto non ancora colmato e Al Zawahiri, lo storico braccio destro di Bin Laden che dopo la morte ne ha ereditato la leaderhip, appare anzi arrancare terribilmente sul web e dimostrare scarso appeal in questi mesi di disordine sociale in gran parte del mondo arabo: è lampante l'enorme importanza che per al-Qā‘idah ricopre la capacità comunicativa. Soprattutto adesso che viene a mancare.
Semplificando un po' le cose è possibile intravedere una certa linea evolutiva dell'organizzazione: un primo periodo di costruzione dell'organizzazione (anni '80 fino a circa metà anni '90), a seguire un lungo periodo di estrema capacità comunicativa (metà anni '90 fino a circa la seconda metà del primo decennio duemila), poi un periodo di declino e infine la morte del leader e un conseguente vuoto mediatico che va interpretato. Questa è la scansione temporale e il campo di analisi di queste pagine, anche se la maggior parte del saggio sarà dedicata al periodo centrale e precedente gli avvenimenti del maggio 2011, puntualizzando gli elementi fondamentali di strategie organizzative ed elementi mediatici nella comunicazione di al-Qā‘idah. Si è posta l'attenzione su quanto il problema mediatico sia sempre stato importante per l'organizzazione, su come è stato efficacemente sviluppato da questa attraverso un accurato sistema integrato di più elementi. A ciò è stata particolarmente utile una puntuale ricerca del Centro Militare di Studi Strategici[2]. Non mancano anche considerazioni personali, senza pretese di scientificità, sviluppati attorno a due questioni ritenute fondamentali: la prima riguarda il caso al-Qa'ida ritenuto come paradigmatico di certe caratteristiche strutturali del rapporto tra tecnologia e guerra nell'ambito dei conflitti che la letteratura in materia definisce asimmetrici. Il termine nella sua accezione più semplice indica quel particolare genere di conflitto bellico intercorrente tra uno o più soggetti statuali e altri soggetti che non lo sono. La seconda questione affiora con la recente morte di Osama Bin Laden e i suoi possibili significati. Quale la reazione del mondo arabo, quale futuro per l'organizzazione, ma soprattutto, quale Osama Bin Laden è stato ucciso e da quale America?


1- Struttura e strumenti della comunicazione di al-Qā‘idah

Linea evolutiva generale della comunicazione di al-Qā‘idah e cambiamenti nella struttura                                  

Al-Qā‘idah ha dimostrato più volte negli anni una notevole capacità di rinnovare la propria identità. Intesa sia come immagine pubblica che in quanto struttura organizzativa, entrambi elementi di questa identità suggestiva. al-Qā‘idah nasce negli anni '80 nel corso del conflitto tra Afghanistan e URSS, in funzione anti-sovietica e pertanto in un contesto completamente diverso da quello odierno. Niente world wide web, campo d'azione regionale e locale, obiettivo strategico chiaramente delimitato, sostegno dagli Stati Uniti. Tuttavia non è questo un periodo molto florido per la propaganda e la comunicazione: sviluppandosi esclusivamente nell'addestramento di mujāhidin, da inviare anche in altri teatri di guerra come quelli bosniaco e ceceno, l'attività dell'organizzazione non richiedeva particolari forme comunicative, semmai il contrario. Ma una volta finita la guerra al-Qā‘idah ha continuato la sua attività spostando repentinamente il bersaglio critico in direzione dell'occidente e degli Stati Uniti in particolare. È in seguito all'invasione iraqena del Kuwait che Bin Laden comincerà l'attività di comunicazione vera e propria, volta fin dal primo momento con toni molto critici in direzione del servilismo filoccidentale di monarchia e clero sauditi. Non rivolgendosi ancora al grande pubblico ma al mondo delle élite politiche e istituzionali, soprattutto saudite, al-Qā'ida assomiglia più ad un gruppo di pressione radicale che ad un soggetto protagonista delle dinamiche politiche nella regione e nel mondo. I primi segnali di una comunicazione volutamente di massa si manifesteranno a partire da metà anni novanta, con i primi attentati e la forte pressione mediatica indirizzata da un lato all'occidente, al fine di ottenere il ritiro statunitense dal Medio Oriente, dall'altro al popolo musulmano attraverso l'appello generalizzato al Jihad armato. È del 1996 il primo messaggio concepito per un vasto pubblico: la dichiarazione di guerra all'America. 
Sono questi anni in cui il governo talebano è stato in grado garantire una certa stabilità all'organizzazione: al-Qā'ida ha potuto stanziare il suo quartier generale nel paese e mantenere una certa struttura organizzativa rigida e gerarchizzata, sorretta da un Comitato Esecutivo e sviluppata in precisi settori. Tra questi ricordiamo il Comitato per i Mass Media con compiti di coordinamento e costruzione della propaganda e di gestione del rapporto tra l'organizzazione e i mass-media[3]. Mentre le apparizioni pubbliche dei leader, soprattutto Bin Laden, avvengono attraverso interviste, videomessaggi e comunicati concessi alle principali emittenti televisive e giornalistiche del mondo arabo, e quindi elaborate e divulgate da queste.
L'attentato alle Twin Towers dell'11 settembre e la fine del governo talebano in Afghanistan segnano un punto di svolta importante, sia dal punto di vista dell'organizzazione interna che nelle stesse modalità di costruzione dell'apparato comunicativo del gruppo qaedista. È infatti a partire dal 2001 che "si avvia un processo di riorganizzazione e mutamento sostanziale della minaccia posta da al-Qā‘idah, che non si configura più come gruppo territorialmente circoscritto ma piuttosto come una multinazionale del terrore" (Cemiss, p.130). al-Qā‘idah, rimasta priva del santuario afghano, si evolve a modello network in cui gli aspetti ideologici e comunicativi divengono elementi essenziali per la sopravvivenza della minaccia jihadista e la sua espansione a livello globale (ibidem). In altre parole cominciano a svilupparsi tecniche di gestione, divulgazione, controllo e alimentazione dell'azione politica di al-Qā‘idah non più bisognose di una struttura rigida e centralizzata. È un cambiamento però che non va assolutamente interpretato come soluzione di ripiego, determinata deterministicamente da cause e logiche esterne all'organizzazione. Non va infatti dimenticato che una struttura del genere non ha presentato solo vantaggi: è stato certamente un punto di riferimento, ma visibile tanto per i jihadisti che per l’intelligence. E l'attività di controterrorismo alla nuova struttura si è rilevata difficoltosa negli anni[4].
Riguardo alla costruzione e distribuzione dei contenuti mediatici occorre considerare due fasi distinte. Una prima, fino al 2005, nella quale il materiale mediale veniva consegnato alle emittenti televisive satellitari arabe (al-Jazeera e al-‘Arabīah), e quindi elaborato e diffuso da queste. Questo ha indubbiamente consegnato ad al-Jazīrah e, in un secondo tempo, anche ad al-‘Arabīah un peso ed un potere considerevole nella propaganda di al-Qā‘idah (Id. p.143). Proprio per questa ragione, soprattutto a fronte dell'intensificarsi dell'attività di censura e manipolazione svolta da queste emittenti, al-Qā‘idah si trovò ben presto nella necessità di mettere a punto tecniche di diffusione diverse. Questa esigenza portò alla seconda fase nella comunicazione di al-Qā‘idah a partire appunto dal 2005, anno in cui il progetto as-Sahab giunse a maturazione. As-Sahab, centro di costruzione e distribuzione dei contenuti mediatici, ha permesso al gruppo jihadista una piena autonomia non solo di produzione ma anche di distribuzione del proprio contenuto mediatico.
Ma per entrare meglio in dettaglio è opportuno presentare almeno nei sui elementi essenziali il tipo di struttura di cui al-Qa'ida ha disposto, con uno sguardo specifico alla piattaforma informatica funzionale alle logiche strategiche dell'organizzazione terroristica, internet.

Il ruolo di internet

La ricerca pubblicata dal Cemiss elenca e approfondisce alcuni aspetti fondamentali che determina la funzionalità del web: propaganda per il reclutamento e la mobilitazione di potenziali mujāhidīn; raccolta fondi attraverso la pubblica minaccia di nuovi attentati; addestramento; pianificazione operativa; comunicazione di informazioni sensibili mediante email, chat o forum; guerra psicologica, di modo che qualunque gruppo terroristico, ancorché esiguo, possa risultare molto più rilevante di quanto in effetti sia; raccolta delle informazioni tramite fonti aperte, quali mappe e foto di infrastrutture sensibili o di possibili obiettivi[5]. Ma che struttura mediatica ha assunto il network jihadista? Di che elementi è composta? A tal riguardo la ricerca in esame la descrive così: L’attività jihādista online risulta fortemente strutturata ed accentrata, specie se si considera il numero incredibilmente alto di siti web, chat, forum e blog che si rifanno alla causa qaedista. Fonte primaria dei comunicati e dei post provenienti da parte di al-Qā‘ida risultano comunque essere un numero piuttosto ristretto di siti produttori e distributori. [...] Si tratta di un meccanismo trasparente, per il cui tramite i siti jihādisti secondari possono immediatamente riconoscere il comunicato ufficiale proveniente dalla  leadership del network terroristico dai falsi, e quindi diffondere i post e le notizie verso gli altri siti secondari e i forum [...]. In tal modo, decentralizzazione e gerarchia convivono [...] (Id, p. 78). Questa struttura di base assieme al frequente cambiamento dell'indirizzo URL delle fonti permettono inoltre una certa sicurezza. Cambiare spesso indirizzo URL rende infatti molto più difficoltoso localizzare il centro operativo della piattaforma, mentre la diffusa propagazione delle informazioni permette un effetto-ridondanza in grado di arginare gli effetti destabilizzanti causati dall'oscuramento di alcune piattaforme d'informazione. Oltre ai prerequisiti di sicurezza ricordiamo come forum, blog, chat, e più recentemente social network, costituiscano un vero e proprio sistema integrato e diffuso in tutto il mondo e attraverso il quale l'organizzazione di Bin Laden ha operato su più livelli e a fini molteplici.
Primo fra questi è indubbiamente l'attività di proselitismo e propaganda, indirizzato al reclutamento e alla formazione di nuovi combattenti per il Jihad. Internet in tal senso non è solo un catalizzatore di giovani: è il nuovo campo d'interazione di una vera e propria virtual ummah, in grado almeno potenzialmente di scavalcare gli ingombranti confini politici eretti dagli stati nazionali. La ricostituzione reale della Ummah e del Grande Califfato è l'obiettivo ultimo di al-Qā‘idah, ma in un certo senso internet ha già la forza di farli vedere, di farli vivere, benché virtualmente. D'altronde non è una novità constatare il fatto che internet, non solo in questo campo, ha la straordinaria capacità di costituire, sviluppare, rafforzare comunità, con l'ovvio effetto di rafforzare soprattutto i membri sparpagliati di minoranze. E l'ideologia qaidista è una strettissima minoranza nel mondo arabo.
La carriera del  mujāhidin comincia su internet. La quantità di piattaforme e materiale jihadista sul web è impressionante[6] e vi si trova di tutto: veri e propri manuali che istruiscono alla lotta armata e alla costituzione di nuove cellule locali, testi che forniscono le giustificazioni ideologiche, luoghi di incontro virtuale per confrontarsi sui problemi operativi. Il web diventa così un vero e proprio "virtual training camp" , sviluppato in più tappe: divulgazione e propaganda, attrazione, selezione del candidato (rigorosamente sunnita e con abilità informatiche), iniziazione, addestramento e operatività. Quello che prima avrebbe richiesto un determinato spazio circoscritto, reale e pertanto potenzialmente visibile come potevano essere i campi di addestramento negli anni '80, ora è divenuto "senza confini" e nell'oscurità fino alla prossima azione. La conseguenza di tutto questo non è trascurabile: un manuale di addestramento militare ora può in teoria addestrare contemporamente più jihasti dislocati in ogni parte del mondo. E i "maestri" non devono più muoversi: è quello che, esplicitamente dai suoi stessi protagonisti, viene diffusamente definito il nuovo media-jihad[7]. 
I blog vengono utilizzati come campi teorici su cui gli utenti hanno la possibilità di mostrare le proprie conoscenze ed idee in materia. La maggior parte dei blog di aspiranti terroristi propongono sovente articoli estrapolati da testate giornalistiche accreditate e non, il cui commento spesso ne modifica e rivisita la contestualizzazione.
Prima dell'avvento dei social network i forum erano i nodi chiave e distributori del materiale qaedista, specialmente di quello multimediale originato dai siti produttori. Pur diversi tra loro, presentano alcune costanti: tutti i messaggi presenti sui forum iniziano sempre con la basmala, le formule con le quali di aprono tutte le sure del Corano, seguita in molti casi dalla shahāda, la professione di fede musulmana ad Allah, o da altre formule propiziatorie, così come frequente è l'uso di metafore tratte dalla tradizione, o l'utilizzo di nickname che ricordano eroi della storia musulmana[8]. Poi arrivano i social network, uno per tutti Facebook, e il brand qaidista si mostra pronto a coglierne i vantaggi, derivanti in generale da un accesso fortemente facilitato e dal miglioramento delle possibilità di diffusione di informazioni e materiali. Un esempio lo abbiamo con la diffusione dei video su YouTube[9]
Descritta nei suoi termini essenziali la struttura generale del network jihadista, in particolar modo nei suoi punti focali "periferici" e destinati al confronto diretto con gli utenti, resta ora da considerare alcuni dei principali centri di produzione e distribuzione del materiale divulgativo, a cui in generale compete provvedere all’accessibilità e alla fruibilità, per la successiva diffusione, di tutto il materiale multimediale e audio/video che, prodotti in gran parte dalla casa di produzione as-Sahab, andranno poi ad arricchire le piattaforme prima descritte.
Il Global Islamic Media Front, fondato nel giugno 2001, ha un ruolo centrale nell'attività di produzione, distribuzione, e propaganda mediatica. Esso tecnicamente è un gruppo, che non ha un proprio sito ma si avvale delle piattaforme dei molti siti, forum e blog affiliati. È stato più volte chiuso, per poi riaprire cambiando spesso denominazione. Il GIMF, che ambisce a diventare la fonte principale dell'informazione jihadista in rete (nell'aprile del 2004 contava 6500 iscritti), è stato fin da subito particolarmente attivo, arrivando anche a pubblicare nel 2006 un settimanale di informazione sulle operazioni jihadiste in Iraq ed un mensile diffuso in Iraq, Afghanistan, Somalia. Questo è anche punto di riferimento per un tipo molto particolare di combattente: l'e-jihadista, esperto in Internet, tecnologia e mass-media, abilità che mette a disposizione della causa. A partire dal 2004 il gruppo estende il proprio angolo d'irraggiamento attraverso la creazione di più sezioni del gruppo dislocate nel mondo, con la nascita di una sezione speciale in inglese e un'altra dislocata in Germania. L'esistenza nella struttura di un dipartimento linguistico permette inoltre una tempestiva attività di traduzione dei testi in numerosissime lingue. In questa fase infatti al-Qā‘idah si rivolge in particolare al mondo occidentale: sia in direzione del "nemico" che dei tanti immigrati di religione musulmana, o di seconda e terza generazione e in molti casi con scarsa padronanza della lingua araba. Dal GIMF viene diffuso di tutto: video, messaggi audio e audio/video, post, materiale propagandistico come libri e manuali, perfino video games per i più piccoli, la cui mission è spesso quella di dare la caccia a personaggi politici occidentali, tipo Bush e Blair[10].
Al Fajr, uno dei più importanti nodi di distribuzione, coordina la distribuzione online e l’autenticazione dei comunicati jihādisti. Collega tutta l’attività di propaganda del network in maniera centralizzata e tramite server sicuri per la circolazione e l’autenticazione delle informazioni verso i siti web secondari. In sintesi compito della struttura è quello di inserire il materiale propagandistico prodotto dalle più importanti organizzazioni del movimento jihadista in un circuito autorevole e fidato (Id, p. 152). E ci riesce attraverso un rigido controllo della possibilità di fruizione del materiale, riservato ad un ristretto gruppo di siti qaedisti, di comprovata fiducia. Si viene a costituire, in tal modo, un hard core, un nocciolo duro, di utenti privilegiati che, avendo accesso a questi fora, rappresentano l’«avanguardia della ummah» nel mondo virtuale (Ibidem).

al-Qā‘idah e internet: connubio vincente che fa scuola

Le caratteristiche strutturali del web si conciliano con le esigenze politiche del terrorismo, fenomeno come è noto proiettato a produrre effetti in primo luogo di natura psicologica, nell'arco di un tempo soprattutto di medio-lungo termine. È rivolto per definizione oltre le vittime dirette dei suoi attentati[11]. Perciò l'efficacia politica dell'azione terroristica è legata a doppio filo al grado della sua efficacia mediatica. Il terrorismo vuole, deve, far parlare di sè. Anche e soprattutto quando non spara, dato che far parlare di sè e divulgare messaggi è molto più semplice che organizzare attentati in giro per il mondo ogni mese, e il più delle volte anche molto più opportuno. Più semplice e meno pericoloso. Di conseguenza la capacità del web di mantenere "in vita" le informazioni per molto tempo, o perlomeno più a lungo di un qualsiasi altro supporto mediatico classico come giornali e tg, si rivela fondamentale in questo frangente. Una singola azione di 10 secondi, chiacchierata per due settimane, è in grado oggi di mantenere la sua pregnanza simbolica anche a distanza di settimane, mesi, anni, come è il caso dell'attento alle Torri Gemelle. Si amplificano i suoi effetti nel tempo e si riescono a scavalcare tutti i possibili limiti posti dai mass-media classici e istituzionalizzati.
Si potrebbe dire che questo allungamento dei tempi di permanenza mediatica comporti anche una sorta di ribaltamento tra azione e commento: l'attentato a supporto della storia, e non solo la storia a supporto dell'attentato. Questo è l'aspetto fondamentale del rapporto tra web e terrorismo, soprattutto quando quest'ultimo si vuole terrorismo globale, ossia proiettato nella fluida dimensione politica determinata dagli eventi e suggerita dalla rivoluzione informatica. Potrebbe non soprendere allora il ribaltamento dello stesso rapporto tra stato di salute dell'organizzazione terroristica e presenza nel video: se prima accadeva che un'organizzazione terroristica scomparisse mediaticamente, simulando una crisi per abbassare il livello di guardia, ora è paradossalmente molto più facile e utile dissimulare la crisi sfruttando l'effetto eco del web.
È lecito interpretare il fenomeno al-Qā‘idah come un modello, particolarmente riuscito, di attore antistatale nell'ambito dei conflitti asimmetrici contemporanei? In tal senso al-Qā‘idah fa scuola?
Quanto detto forse non è sufficiente a dare una vera e propria risposta a questa domanda, ma indubbiamente emergono degli elementi di riflessione da sottolineare.
In primo luogo si può osservare cogliere la straordinaria capacità dell'organizzazione terroristica di rimodellare la propria identità e caratteristiche strutturali al mutare della situazione strategica. In secondo luogo è un fatto che al-Qā‘idah abbia riconosciuto il ruolo fondamentale svolto dalla tecnologia dell'informazione nel mondo contemporaneo ponendosi l'obiettivo di gestirlo in maniera autonoma ed efficace. Precocemente fin dagli anni '90, con il progetto al-Neda, emerge questa consapevolezza. La posta in gioco è fondamentale: divenire in grado di governare il problema della propria informazione, della propria immagine e sicurezza, del proprio posto nell'arena mediale.
E in tutto questo, che ruolo conferire al web? Abbiamo visto come il web abbia permesso la costituzione e mantenimento di una struttura snella per i jihadisti e sfuggente e ambigua per gli altri; inoltre ha permesso un'attività mediatica autonoma, fondamentale per l'attività di un'organizzazione violenta che necessita del consenso sociale per la propria sopravvivenza; infine di usufruire di contenuto vagante in rete spesso idoneo a supportare lo svolgimento dell'azione di guerra stessa, riequilibrando in parte alcuni deficit dettati dalla natura asimmetrica del conflitto in atto[12].

2- Finalità strategiche e simboli della comunicazione di al-Qā‘idah

La legittimazione

La ricerca di consenso e legittimazione sociali è un tratto comune a ogni gruppo politico. Ma un'organizzazione terorristica si trova da questo punto di vista in una posizione molto particolare dovendo conquistare il consenso di popolazioni che spesso sono anche bersaglio dei suoi attentati. L'efficacia sul piano comunicativo risulta perciò praticamente vitale, e a maggior ragione l'azione violenta necessita di un forte apparato ideologico che la giustifichi.
Ciò detto non è casuale che uno degli aspetti più importanti dell'ideologia qaidista sia il motivare l'azione violenta come una necessità, ossia come l'unica strada possibile da perseguire. Mentre i contenuti dottrinari ben si inseriscono in un contesto culturale preciso, parti integranti di un tipo particolarmente radicale di fondamentalismo islamico. Questo, oltrepassando il fondamentalismo di matrice politico-istituzionale, si traduce in lotta violenta contro ciò che di ibrido è scaturito dal "colonialismo", anche culturale, dell'occidente. Da qui un'esplicita avversione verso il concetto di laicità nelle istituzioni e nei costumi e contro la dimensione dello stato nazionale nel mondo islamico, responsabile della frammentazione del dar-al-islam. Per al-Qa'ida la ummah (comunità dei credenti) richiede quindi la nascita di un "Grande Califfato" quale suggello della vittoria dell'Islam sull'invasore[13]. Ma è il programma programmaticamente violento e di matrice terroristica a differenziare e allontanare al-Qa'ida da altri movimenti fondamentalisti. Ne deriva che necessariamente il lessico qaidista tradurrà a suo modo certi concetti comuni nel mondo islamico, e in particolare il concetto di Jihad.
La tradizione prevedeva quattro tipi di jihād: con l’animo, con la parola, con la mano e, infine, con la spada. I primi tre, rivolti al singolo fedele (con l’animo) e all’intera comunità (con la parola e con la mano) costituiscono il grande jihād; quello con la spada costituisce il piccolo jihād ed è indirizzato all’esterno, per difendere la comunità dall’aggressione armata ovvero per convertire gli infedeli" (Id, p.33). Ma di quest'articolazione al-Qā‘idah si fa portatore di una radicale reductio ad unum: il Jihad armato rivolto in funzione difensiva contro gli invasori infedeli e obbligo religioso per ogni musulmano[14]. Si tratta di una retorica radicale, dai toni drammaticamente escatologici, e che inquadra la violenza politica nel nocciolo di una narrazione che risalta gli elementi della minaccia, della reazione ad una guerra che è già cominciata per volontà dell'occidente. Questa si interpreta come un complotto giudaico-cristiano concepito per volontà di conquista e assoggettamento dell'universo islamico alla grande potenza egemone sul piano globale, gli Stati Uniti. Per di più l'accento posto da al-Qā‘idah sul carattere difensivo del Jihad violento, oltre che fondandosi su presupposti storici e geopolitici, intende anche essere rispettoso del precetto religioso che ammette la liceità del solo Jihad difensivo. Il Jihad qaidista ben si completa con la retorica in occidente sullo scontro di civiltà, termine reso famoso dal politologo Huntington negli anni novanta con l'omonimo libro. Una stessa medaglia con due lati, guerra giusta e guerra santa, dove l'uno implica l'altro come propria ragion d'esistere, estremizzandosi a vicenda e coniando un linguaggio da teologia estrema[15], la cui radicalità esprime una sostanziale incomunicabilità reciproca, perché ognuna delle due identità va fondandosi in maniera dogmatica attraverso la costruzione dell'irriducibile differenza con l'altra. Questa radicalità finisce così col giustificare perfino la trasgressione dei divieti, il superamento dei limiti della propria cultura: per gli USA la tendenza allo stato d'eccezione permanente che giustifica potenzialmente forti limitazioni dei diritti umani (leggi Patrioct Act), per al-Qā‘idah il superamento del limite giuridico posto dal diritto islamico nel divieto di uccidere la popolazione civile inerme.

La propaganda e l'intimidazione

Lo stesso Bin Laden ha più volte riconosciuto l'importanza della propaganda e di Internet in particolare: ad esempio in una lettera risalente a ben prima dell'11 settembre e indirizzata al mullah Omar, il leader qaidista ricorda come il conflitto in atto si deciderà "al 90% sul terreno della propaganda"[16].
Quasi a dover vincere le elezioni, l'attività comunicativa di al-Qā‘idah si veste in forma pubblicitaria, e l'obiettivo, non meno di qualsiasi partito, è conquistare il consenso dell'opinione pubblica[17].  Vien da sé che l'intensificarsi della lotta richiede uno sforzo propagandistico all'altezza, e infatti la produzione di materiale propagandistico, di pari passo con quello operativo, è aumentato repentinamente a partire dall'attentato dell'11 settembre 2001, con particolare attenzione agli aspetti commemorativi espressi durante gli anniversari dell'attentato[18]. L'attenzione posta nella costruzione dei video messaggi non può quindi di certo sorprendere. Un esempio particolarmente importante è rappresentato dai numerosi filmati degli attentati conclusi, i quali nonostante l’estrema ripetitività della narrazione, si sono dimostrati estremamente efficaci sul piano della propaganda ( Id, p. 157). Questi video rispondono ad una duplice funzione: da un lato propagare gli effetti intimidatori nei confronti dell'audience occidentale, dall'altro inviare un messaggio implicito di forza ed efficacia dell'azione di al-Qā‘idah in direzione dei musulmani. Così ogni video, che non supera i due minuti di immagine, è accompagnato dal simbolo della cellula operativa locale protagonista dell'attentato. Un altro aspetto centrale nella propaganda qaedista è dato dalla presenza costante di temi legati al culto dei martiri. Il martire (shahīd) uccide attraverso il sacrificio del proprio corpo. La morte attraverso la morte, in nome della fede di un dio creatore. Per conferire però completa efficacia alla pratica occorre superare il senso comune in merito al suicidio. Va giustificato come pratica essenziale e inevitabile della guerra santa e renderlo al tempo stesso attrattivo agli occhi di un possibile candidato. Per tale ragione i mujāhidin vengono presentati come eroi moderni, ne vengono esaltate le virtù personali, la dedizione verso la causa e il desiderio di immolarsi per il bene della ummah (Id, p.155). La casa di produzione video as-Sahab ha realizzato un serie di documenti sul martirio di alcuni giovani a fini propagandistici. Questi video presentano numerosi elementi dell'iconografia classica del martirio: nei racconti si sottolinea il sorriso di gioia che caratterizza il volto del martire, il profumo intenso che emana il suo corpo, la prospettiva di una morte indolore e il premio divino di settantadue vergini in Paradiso. Manco a dirlo, fra i mortali gli verranno riconosciuti grandissimi onori, con numerosi messaggi di ringraziamento, lode ed un'eroica e agiografica biografia pubblicata e commentata per mesi in rete[19].
L'altro obiettivo della comunicazione risponde invece a fini intimidatori, ed è quello che ha partorito le pratiche più suggestive e terrificanti. La propaganda rivolta all’esterno diventa parte della guerra psicologica, della cyberfear indirizzata all’Occidente. Sotto tale profilo, il web vale ad incrementare tanto le opportunità di apostolato che di disinformazione, allo scopo di indurre insicurezza e timore nell’opinione pubblica; la diffusione di video e di immagini su azioni recenti ovvero di proclami minacciosi per l’Occidente potenzia ulteriormente la capacità persuasiva della propaganda jihādista (Cemiss, p70).
La propaganda intimidatoria perde le decorazioni pubblicitarie per dipingersi con le tonalità della guerra, al-Zawahiri su questo punto è chiarissimo: Noi dobbiamo trasmettere il nostro messaggio alle masse della Nazione e rompere l'assedio mediatico imposto al movimento del jihad. Questa p una battaglia indipendente che dobbiamo lanciare al fianco di quella militare[20]. Sia i video degli attentati che quelli sugli ostaggi sono dalla fortissima carica mediatica e per ovvie ragioni trovano enorme eco tra i mass-media occidentali, sia per il loro indubbio contenuto traumatico che per la capacità di pressione verso i governi occidentali, notoriamente molto sensibili alla sorte dei loro concittadini. Utilizzata per la prima volta nel 2002 in Pakistan, la pratica è stata attentamente studiata nella sua cruenza. La vittima, Daniel Pearl, è protagonista del video: in primo piano, ad una serie di dichiarazioni a lui estorte tra le quali un autodefinizione come sionista, segue la sua condanna a morte per decapitazione. La scelta di questo tipo di esecuzione, riproposta più volte, non è casuale: al tempo stesso indigna l'occidente e manda un messaggio dalla forte valenza simbolica al pubblico di religione islamica[21].
Infine è da sottolineare un altro strumento simbolico atto a enfatizzare la risolutezza del mujahid in guerra: il Kalašnikov AK-47, arma simbolo della vittoria contro il vecchio nemico sovietico, eterno compagno del combattente per la salvezza dell'Islam, che partecipa in posizione privilegiata in buona parte dei video che ritraggono i guerrieri jihadisti, Bin Laden compreso.

Bin Laden e al-Zawahiri. I video commemorativi dell'11 settembre

Osama Bin Laden ha intrattenuto fin dall'inizio della sua attività un rapporto molto stretto con i mass-media. Anno di svolta della sua popolarità mondiale è l'agosto 1996, periodo in cui divulga un video con lo scopo di emettere una prima fatwa (editto religioso) che ha come oggetto la Dichiarazione di guerra all'America, il primo video concepito per un vasto pubblico. Nel febbraio 1998 viene diffuso un altro proclama di grande importanza, in cui si annuncia la formazione del Fronte Islamico Mondiale per il jihad contro gli ebrei e i crociati. Sono gli anni che anticipano l'attentato dell'11 settembre, scanditi da vari attentati e dichiarazioni pubbliche di sostegno da parte dello sceicco. Fin da subito queste sono caratterizzate da un linguaggio rivendicativo e minaccioso nei confronti dell'occidente: si richiede il ritiro delle truppe americane in territorio arabo, la resa di Israele, si critica la monarchia saudita, troppo ossequiosa nei confronti degli USA.
Compagno di Bin Laden fin dalla prima ora è Al-Zawahiri, medico egiziano ed uno dei più prolifici ed efficaci ideologi alqaedisti, fortemente legato al movimento fondamentalista radicale wahabita.
Entrambi i leader sono presenti nei video e, in un primo momento, senza che ci sia una netta prevalenza di uno sull'altro. I rapporti però cambiano con l'attentato alle Torri Gemelle nel 2001: da quel momento e fino al 2004 inizia il periodo di massima esposizione mediatica di Bin Laden, che fin da subito è riconosciuto per il suo incredibile carisma, guida militare politica e religiosa di numerosi guerrieri di tutto il mondo. Poi a partire dal 2004 i ruoli tendono a invertirsi: la presenza di Al Zawahiri aumenta esponenzialmente. Sulle cause di questa strana staffetta l'intelligence si divide, ma passa l'idea che la scelta sia dettata da esigenze di sicurezza.
Di questo periodo ricordiamo due video particolarmente significativi, pubblicati in occasione del sesto e settimo anniversario dell'11 settembre e a firma l'uno di Bin Laden e l'altro di Al-Zawahiri, dove emergono con chiarezza alcuni elementi strutturali del linguaggio qaedista[22].
Nel settembre 2007 Bin Laden rilascia il famoso filmato Al-Hall (la Soluzione). Il tema centrale del filmato è il fallimento dell'occidente e in particolare degli americani, a cui lo sceicco vuole proporre la sua soluzione: abbandonare il sistema capitalista ed abbracciare i valori dell'Islam. La buona riuscita di questo video dipende in larga parte dalla capacità dimostrata di scuotere le emozioni più profonde e incontrollabili del suo uditorio, l'occidente.
Osama Bin Laden abbandona la classica divisa militare e il Kalašnikov con il quale si era abituati vederlo in video. Al loro posto indossa una tunica bianca e un turbante dello stesso colore, che esaltano viso e barba. Egli si rivolge al pubblico americano: "voi", li chiama. "Noi", chiama la Ummah. Noi e Voi esprimono una visione dualistica del mondo, molto netta e carica di contenuti moralistici. Da una parte il Bene dall'altra il Male, un concetto chiave della dialettica jihadista.
Contro questo Male ontologico si inserisce la retorica dei martiri: quei "19 ragazzi", da noi conosciuti meglio come gli autori del crollo delle torri. Bin Laden esalta il loro coraggio, con il quale sono riusciti a cambiare la sorte degli Stati Uniti, deturpando il mito del territorio inviolato. L'intento è concentrare l'osservatore su questo scontro apocalittico: da un lato l'enorme potenza militare ed economica statunitense, dall'altro i religiosamente devoti "19 ragazzi".
Il mondo delle patatine, delle minigonne e del materialismo è disorientato e incerto? Di certo questo video vuole in tutti i modi lasciarlo credere. Si concentra pure sull'inganno di cui il popolo americano stesso sarebbe vittima per mano dei suoi governanti e di un sistema dei mass-media corrotto e subalterno: rivolgendosi al popolo americano, Osama dice loro che la verità è quella raccontata dai mujahidin. Il tema della controinformazione jihadista cerca di scavalcare il filtro istituzionale dei governi occidentali rivolgendosi direttamente alla gente. Ed è a questo punto che mette in opera uno straordinario ribaltamento: la guida suprema di un movimento che rivendica l'uccisione di oltre tremila persone arriva apertamente a sostenere che non loro, ma l'Occidente è il vero massacratore dell'umanità: il genocidio degli Indiani d'America, le due bombe atomiche sul Giappone. Infine paralizza l'uditorio riportando l'evento più terrificante della storia umana, l'Olocausto, sul quale si esprime in questi termini: "quella dell’olocausto è la vostra cultura e non la nostra. La nostra religione infatti ci vieta di bruciare gli esseri umani vivi. L’olocausto degli ebrei è stato compiuto dai vostri fratelli dell’Europa centrale. Se gli ebrei fossero stati vicini ai nostri paesi (musulmani), si sarebbero salvati perché noi avremmo concesso loro un rifugio [...] I vostri fratelli cristiani vivono in mezzo a noi da 14 secoli: solo in Egitto vi sono milioni di cristiani, non li abbiamo bruciati e non li bruceremo"[23]. È così che i ruoli in questa guerra vengono ribaltati,  e i terroristi riescono a presentarsi come tutori della pace e della giustizia.
Inoltre, dal momento che il popolo americano ha appoggiato l'elezione di Bush, ha di fatto appoggiato le campagne neocolonialiste in Iraq e Afghanistan rivelandosi anch'esso colpevole. Ciò giustifica il Jihad contro la popolazione civile come un dovere individuale (fard ‘ayn) per ogni credente. C'è solo un'unica via di salvezza per l'occidente: "il ritorno"[24] all'Islam e la sottomissione alla shar'ia.

Di tono meno esortativo e molto più accusatorio è invece il video pubblicato nel settembre del 2008 a firma di Al-Zawahiri: Il bilancio di sette anni di guerre crociate. Si tratta di una sorta di resoconto delle azioni intraprese dai mujahidin dal 2001 al 2008. Nonostante i simili toni trionfalistici e il comune riferimento alla controinformazione jihadista, questo video ha un destinatario diverso: gli sciiti. Al 4° minuto del video li accusa di aver di fatto permesso e sostenuto la conquista del territorio musulmano da parte di americani ed ebrei in cambio di posizioni di maggior potere. Esempi citati nel video sono il governo Maliki in Iraq, filoamericano ed espressione della minoranza sciita; ovviamente l'Iran, accusato di aver di fatto sostenuto la campagna americana in Afghanistan e Iraq per interessi geopolitici nella regione; infine Hezbollah, che ha cercato più volte compromessi politici con gli invasori. L'attacco all'ideologia sciita è completo, demolendone gli stessi presupposti dottrinari. Solamente i sunniti devono essere protagonisti di una vera e propria Crociata contro l'occidente. Il termine crociata intende esprimere tutta la religiosità dell'evento, rendendola non solo necessaria, ma santa. Segue a questo punto una precisa descrizione della strategia che al-Qā‘idah sta mettendo a punto per vincere questo conflitto radicale: Colpire il nemico interno per arrivare a quello esterno e viceversa (Cemiss, p.223). Dopo aver colpito più volte l'Occidente, dissanguandolo, è infatti necessario rovesciare i regimi interni, che a loro volta sostengono il potere americano. Colpendo questi si colpisce l'Occidente stesso.
Gli anni 2007 e 2008 sono anni particolarmente importanti per la comunicazione di al-Qā‘idah. Sono gli anni dove la presenza in video di entrambi i leader è massiccia, ma è anche il periodo nel quale più evidenti sembrano essere alcune profonde fratture in seno al gruppo. Si è ipotizzato che si stesse consumando una rottura a causa di una competizione per la leadership dell'organizzazione. La supposizione trovava riscontro in alcune importanti divergenze politiche tra i due leader, Bin Laden e al-Zawahiri, divisi tra loro per motivi di sicurezza. Lo si nota in due comunicati dedicati alla questione palestinese e all’assedio a Gaza. I due maggiorenti di al-Qā‘idah propongono una soluzione diversa: "Il fronte più vicino per sostenere il popolo palestinese è in Iraq. Quindi è necessario concentrarsi su di esso", sostiene Bin Laden; non è dello stesso avviso Al Zawahiri, il quale invita tutti i musulmani ad attaccare ovunque gli interessi degli ebrei e degli americani e di tutti coloro che prendono parte all’offensiva contro i musulmani. Bisogna combattere gli infedeli in ogni luogo così come loro vi combattono[25].

Il ruolo della comunicazione nei conflitti asimmetrici.

La guerra contemporanea, e in particolar modo la guerra nei suoi precipitati asimmetrici si ritrova interamente immersa in un contesto mediatico di massa, al punto tale da influenzare e determinarne le logiche[26]. Infatti l'affermarsi dell'assimmetria delle forze negli scenari di conflitto odierni è diventata realtà in larga parte per mezzo dello sviluppo tecnologico, che ha eroso i limiti d'accesso alla violenza e fatto emergere piattaforme mediatiche a basso costo, poco controllo ed alto impatto mediatico. In particolare la centralità della strategia comunicativa nell'ambito di conflitti del genere rende manifesti gli effetti distorsivi, reali e potenziali, da parte dei media e segnala forse un profondo mutare delle logiche stesse della cosidetta "arte della guerra": se esiste una "democrazia del pubblico", sarebbe così assurdo indagare anche attorno una "guerra in pubblico?". Fino a che punto la guerra è stato ed è un prodotto essenzialmente pubblicitario? E cosa si sta vendendo nelle guerre di questo tipo?
Gli stati-nazione si sono sempre trovati nella necessità di "vendere" al proprio popolo la propria guerra, in un contesto di eserciti di massa e guerre ideologiche. Poi crolla il Muro e con questo le ideologie, e la tecnologia suggerisce la promozione di efficenti eserciti professionalizzati, "posteroici", impiegati nell'ambito di conflitti "a bassa intensità" in mezzo ai vicoli delle città. A questo tipo di guerra pare non esserci più un popolo che combatte, ma piuttosto un pubblico che assiste e poi vota. E la parte non statuale di questi conflitti ne è ben cosciente, al punto da individuare in questo pubblico il suo bersaglio privilegiato.
I cittadini in 24 ore che prima di andare al lavoro verificano il bollettino giornaliero sullo stato d'allerta antiattentati. I soldati che operano continuamente sotto i riflettori dei telegiornali e gli occhi sospettosi dei cittadini assediati. La divisa iper sicura e tecnologica li fa assomigliare a guerrieri stellari, ma il nemico che si nasconde in città lo può vedere meglio di chiunque altro. Più che una guerra è uno scontro di nervi, come pare testimoniare la recente strage immotivata compiuta da un soldato a stelle e strisce in Afghanistan.
La guerra si fa psicologica, uno scontro di nervi guardando il teatro di guerra e un vero e proprio scontro di capacità comunicativa nella misura in cui non è il teatro di guerra l'unica posta in gioco che determina le sorti del conflitto, ma la percezione comune che si ha di questo. Così gli eventi bellici si appiattiscono in temporalità dilatate e circondate da un mare di parole. Di parole sulle parole. Il cui compito costituente risponde alla sfida primaria di creare in un mondo post-ideologico identità idonee a conferire ad una parte il ruolo del Buono e all'altro quello del Cattivo. E il pubblico, benché a volte perplesso, assiste.


3- La morte dello sceicco

Come importanti analisti hanno prontamente osservato[27], non c'è dubbio sul fatto che la fine di Bin Laden non abbia comportato anche la fine del network al-Qa‘idah. Troppi sono gli interessi, di matrice sempre più localistica, che usufruiscono della storia gloriosa del movimento jihadista.Anzi il rischio è che prendano il sopravvento ancora di più rispetto a quanto non abbiano già fatto, anche considerata la perdita di un evidente "centro aggregante"[28].
Ma la morte dello sceicco non solleva sotanto interrogativi sul futuro dell'organizzazione e sullo "stato dell'arte" della guerra al terrorismo, e le ambiguità politiche che gravitano attorno l'uccisione di Bin Laden -per esempio l'ambigua posizione del Pakistan, i problemi di diritto internazionale e islamico, i dubbi scientifici sull'identificazione del corpo- non sono le uniche[29]. Si potrebbe affermare che la morte di Osama Bin Laden si inserisca perfettamente nel nuovo contesto del conflitto mediatico asimmetrico, e che la dinamica della sua fine ne esprima un aspetto molto particolare che forse merita qualche riflessione ulteriore.

Quale Bin Laden è morto? Simbolo e corpo.

Nel mondo della virtualità il simbolico e l'immaginario acquistano una forza sempre più influente per gli uomini, ma pochi simboli al pari della morte godono di un rapporto simbiotico con il suo referente reale: la simbolica e la virtualità della morte pare che necessitino sempre di un rapporto diretto con la morte come evento reale. Pur guardando virtualmente tutti i giorni la morte, la morte come simbolo si imprime violentemente nel nostro immaginario solo se siamo in grado di riconoscerne la concretezza. Con San Tommaso in tasca la morte la vogliamo vedere, toccare, sentire. Continuamente nella storia delle vicende umane se ne percepisce il collettivo bisogno di materialità. Nell'Iliade l'epica morte di Ettore per mano di Achille viene esposta agli occhi della città, dei popoli, degli dèi. Il corpo va frantumandosi contro la terra nella più solenne teatralità.
La stessa cultura occidentale pare influenzata in termini non trascurabili dalla presentazione teatrale del corpo morente: il tu quoque brute, fili mi, la Passione del Cristo sulla croce, la testa del re nella nuova Francia della borghesia e dell'illuminismo in ascesa. Gli uomini d'oggi non sono poi tanto diversi, e anzi se lo spettacolo della morte resta di vivo interesse è semmai la scena teatrale ad essersi allargata: la massa delle piazze parigine lascia il posto all'opinione pubblica mondiale.
Pure lo spettacolo è rimasto pressoché lo stesso: l'opinione pubblica mondiale assiste coi pop-corn alla solenne impiccagione dell'ex capo di stato Saddam, e con un click su YouTube condivide con gli amici la disordinata violenza del linciaggio del raìs libico. Entrambi, in quanto individui, erano corpi. Entrambi, in quanto leader, erano simboli. Simboleggiavano con i loro stessi corpi il loro potere sovrano illimitato -finchè dura- e crollano entrambi per volontà della parte che conta dell'occidente e per mano del proprio popolo. Con la morte pubblica del loro corpo si consuma la forza del loro simbolo di potere.
Ma per lo sceicco del terrore la storia si erige diversamente, e non è un dettaglio da poco.
Questa storia si consuma nella millimetrica precisione di un'azione di alti specialisti della guerra, i Navy-Seals, che portano a buon fine un'operazione di pochi minuti dopo settimane di segreta preparazione. Evidentemente si decide di non catturarlo ma ucciderlo, di non mostrarlo al mondo ma nasconderlo.
Tuttavia il risultato, probabilmente previsto, non è stato propriamente quello di una sparizione totale di Osama Bin Laden, del suo annientamento integrale. In tal senso il suo destino è stato ben diverso di quello di Saddam e Gheddafi. Il corpo di Osama, quello sì, è stato annientato senza pietà. Di esso non è rimasto veramente niente, nemmeno l'immagine. Il mondo del web è la dimensione perfetta per le immagini dei morti, il luogo dove possono testimoniare con la loro presenza una sorta di seconda vita virtuale per il corpo dello scomparso. Al corpo di Bin Laden è stata negata questa seconda vita. Con l'aborto dell'immagine si epiloga la morte del corpo.
D'altronde si può spiegare il collegamento diretto tra immagine e corpo di Osama considerando i video dello sceicco. Egli si mostrava sempre, e il suo mostrarsi era anche un ribadire la propria esistenza; la quale, prima del maggio 2011, si costruiva non tanto sull'avere un'immagine, come capita ai politici di professione odierni, ma sull'essere immagine. È in fondo il destino inevitabile di ogni latitante il testimoniare il proprio corpo esclusivamente con la sua immagine, e Bin Laden è stato il ricercato numero uno al mondo per anni.
A conferma di quanto detto, non è un caso che la pubblica attenzione era rivolta puntualmente alla maniacale ricerca di segnali che confermassero l'autenticità dell'immagine: La barba era nera o brizzolata? Il linguaggio espresso era veramente dello sceicco? Perchè sullo sfondo c'erano le montagne? È veramente a Tora Bora o a bere aranciata con Bush? Non possono stupire allora le innumerevoli e fantasiose supposizioni sulla sua morte: è ancora vivo! No, era già morto tempo fa ed è stato scoperto dopo! Anzi, è stata simulata l'operazione al momento opportuno! Niente di tutto questo, è sempre stato semplicemente un pupazzo in mano ai sionisti (Ahmadinejad)[30].
Non è però rilevante giudicare l'irragionevolezza di queste tesi (che personalmente considero tali) in quanto tutta la questione andrebbe piuttosto collocata nel più complesso rapporto che intercorre tra un corpo imprigionato nella virtualità di un'immagine e lo scenario di conflitto asimmetrico in cui questo si colloca. Ma ci sono pochi dubbi sul fatto che uno scenario di questo tipo generi mistero, restando vero che non sapremo mai tutta la verità sui fatidici minuti del raid di Abbottabad[31] .
Quanto detto poco a che fare con tesi complottiste, in realtà indica il rischio collaterale che si può correre non soddisfacendo il possibile desiderio primordiale di una massa che cerca la materialità della morte. Un rischio che evidentemente l'amministrazione americana ha considerato sostenibile e non troppo elevato. Tre ragioni, legate l'una all'altra a doppio filo dallo scontro mediatico asimmetrico tra l'amministrazione e al-Qa'idah, possono spiegare meglio il senso di questa scelta.
La prima: il corpo-immagine è sempre stata l'arma dei jihadisti e un esempio l'abbiamo avuto con l'analisi dei video commemorativi dell'11 settembre. Tuttavia è un'arma che negli ultimi anni si era molto spuntata e che nel corso delle rivoluzioni e controrivoluzioni arabe è divenuta praticamente inutilizzabile. Le "primavere arabe" hanno infatti minato la percezione che l'islamismo radicale avesse una sorta di monopolio nell'utilizzo dei social media[32] e messo in crisi l'argomentazione jihadista sulla necessità di mettere in moto un processo di autodeterminazione nell'Islam con mezzi terroristici. Ma allora che interesse potevano avere gli Stati Uniti a regalare un'immagine al corpo di Osama? Perchè rivitalizzare l'arma donando al corpo una seconda vita nel web?
La seconda: gli Stati Uniti non hanno mostrato il corpo perchè non ne hanno bisogno. Non è ciò che voleva il popolo americano. In quanto arma dei jihadisti, il corpo-immagine è stato un incubo per gli americani, e il saperlo morto è già una vittoria. Fin dall'inizio la guerra al terrorismo si è fondata, dal punto di vista americano, da un forte e incondizionato legame di fiducia tra governanti e governati, e questo legame era sufficiente a reggere gli effetti collaterali della virtualità della morte. Una morte virtuale per un incubo virtuale. Tutto torna.
La terza: il corpo-immagine non è mai stata l'arma degli Stati Uniti nella guerra al Terrore. La sua arma mediatica privilegiata è stata piuttosto la carica simbolica e mobilitante del ricordo. Il bisogno di concretezza dell'opinione pubblica americana era già tutto racchiuso nel ricordo dei concretissimi attentati qaidisti, primo fra tutti l'11 settembre.
Se il corpo-immagine è arma che si alimenta dalla presenza mediatica, la simbolica del ricordo sopravvive nella misura in cui mobilita attorno alla causa. Ma per mantenere alto il livello di mobilitazione reale contro una situazione di minaccia potenziale (quale è quella terroristica) occorre perciò in primo luogo un simbolo, che per definizione ha la capacità potenziale di permanere nel tempo anche nella sua virtualità. Osama Bin Laden è perciò anche simbolo, e se gli Stati Uniti hanno ucciso [il corpo] stanno però celebrando la vittoria sul simbolo[33].

L'America che ha vinto. L'America che ha perso.

Ma cosa significa una celebrazione sul simbolo? Significa ricordarlo, ossia farlo rivivere in maniera fittizia e poi mostrarne il suo superamento per distruzione. È quello che ha fatto Obama nel discorso pubblico che annunciava la morte dello sceicco e che si caratterizza come una precisa cronaca della guerra al terrorismo[34]. Ciò che ci interessa è la forte correlazione che nel discorso è presente tra le due armi mediatiche americane principali in questa guerra.

La capacità performativa del ricordo:
Sono passati quasi dieci anni da quel giorno luminoso di settembre oscurato dal peggiore attacco della nostra storia contro americani. Le immagini dell'11 settembre sono scolpite nella nostra memoria nazionale: aerei dirottati comparire all'improvviso in un limpido cielo di settembre; le torri gemelle collassare al suolo; un fumo nero alzarsi dal Pentagono; il disastro del volo 93 in Shanksville, in Pennsylvania, dove le azioni di cittadini eroici hanno consentito di evitare una distruzione e un dolore ancora maggiori.Tuttavia sappiamo che le immagini peggiori sono quelle che non sono state viste alla luce del sole. La sedia vuota di una famiglia a tavola. I bambini che sono stati costretti a crescere senza la madre o il padre. I genitori che non proveranno mai più l'abbraccio del figlio. Quasi tremila persone strappate da noi, che hanno lasciato un vuoto nei nostri cuori.

E della reazione mobilitante:
L'11 settembre 2001 la gente d'America nel momento del lutto si è stretta insieme. Abbiamo offerto una mano ai vicini, il sangue ai feriti. Abbiamo riaffermato i legami che ci uniscono l'uno all'altro e il nostro amore per la comunità e il Paese. Quel giorno, non importa da dove venissimo né quale Dio pregassimo o di quale razza fossimo, noi eravamo uniti come una sola famiglia di americani. Eravamo uniti anche nella determinazione di proteggere la nostra Nazione e di di rendere alla giustizia coloro che avevano commesso questo attacco spregevole. Venimmo rapidamente a conoscenza che gli attacchi dell'11 settembre erano stati portati da Al Qaida, un'organizzazione terroristica guidata da Osama Bin Laden, che aveva apertamente dichiarato guerra agli stati Uniti e che era determinata ad uccidere innocenti nel nostro paese e nel mondo. Così siamo andati in guerra contro Al Qaida per proteggere i nostri cittadini, i nostri amici, i nostri alleati [...].

Seguono sincere ed emozionate grida di giubilo e festeggiamenti.
È il luminoso coronamento di quella che lo stesso Obama ha definito "il più significativo risultato che il nostro paese ha fin qui raggiunto nella lotta ad al Qaida", e in questo senso l'America ha vinto. Ha vinto nel suo essere nazione mobilitata contro il simbolo Bin Laden.
Ma il tragico paradosso è che l'America ha pure perso. Vediamo perché.
Sfogliando i sondaggi degli ultimi mesi emerge un dato importante: alla notizia della morte dello sceicco i sondaggi hanno registrato un picco di consenso di oltre 10 punti nei confronti del Presidente e del suo modo di condurre la politica estera e la lotta al terrorismo. Tuttavia dopo appena un mese il consenso per Obama è tornato ai livelli precedenti l'operazione, e il tema della politica estera e della lotta al terrorismo pare essere tra i meno determinanti di questa campagna presidenziale[35]. Come interpretare questi dati dai quali emerge un generale disinteresse per il tema? Certamente l'uccisione dello sceicco ha provocato gioia, ma non ha permesso a Obama di cogliere i frutti politici di questa vittoria. Perchè è successo questo? E che significato ha rispetto alla guerra al terrorismo?
Come è noto la guerra al terrorismo lanciata da Bush nel 2001 non è una guerra come tutte le altre. È una guerra non convenzionale, asimmetrica, nella quale il nemico è fortemente criminalizzato, il diritto militare e internazionale spesso si rivelano spaesati nel dirimere controversie giuridiche, non ha battaglie determinate, non ha spazi circoscritti. Non a caso la si è spesso interpretata come un apparato simbolico costruito ad hoc per giustificare altre guerre in Afghanistan e Iraq, ben più concrete e dai vertiginosi giri d'affari. Infine è molto difficile, se non impossibile, immaginare una fine determinata per questa guerra, ed è questo l'elemento da tenere più in conto. La fine di una guerra è il momento più importante, dato che per definizione determina il campo della vittoria e quello della sconfitta. Ma la vittoria, a differenza della sconfitta che può sopraggiungere anche per sfinimento (è il caso del Vietnam, o dell'assedio), passa sempre per un atto percepito come vittorioso. Questo può prendere la forma di un atto giuridico, l'armistizio, o per mezzo di un evento dal valore particolarmente alto, ad esempio l'uccisione del capo nemico. L'impossibilità per l'America di vincere la guerra al terrorismo passa tutto in questo impasse politico difficilmente districabile: manca la possibilità dell'atto vittorioso, sia perchè l'armistizio con un'organizzazione terroristica non è considerabile, sia perchè l'unico atto valevole di essere percepito come vittorioso non è stato considerato tale dallo stesso popolo americano[36].  È per questo motivo che logicamente parlando è una guerra che è molto facile perdere, per il semplice fatto che è impossibile vincere. E i modi di perdere questa guerra non mancano. C'è un primo modo, di matrice geopolitica, che consiste nell'immischiarsi in guerre infinite, tanti nuovi vietnam il cui solo risultato è la progressiva perdita del ruolo egemone che gli Stati Uniti ricoprivano nello scacchiere internazionale[37]. Ma c'è anche un altro modo, di matrice simbolica, che data la centralità della comunicazione nelle guerre contemporanee non è trascurabile: la progressiva perdita della capacità delle èlite di creare la reazione mobilitante, ed è quello che i sondaggi rivelano stia accadendo ad Obama, sebbene non gli manchino le risorse comunicative. Il problema potrebbe essere più profondo e risiedere nell'avvenuta chiusura di un ciclo politico, di cui forse la guerra al terrorismo non è che elemento residuale inserito in un panorama politico radicalmente mutato dalla crisi economica. Forse è per questo motivo che, con l'uccisione di Osama Bin Laden, pare abbia vinto soltanto un'America che non esiste più.


[1]. Ha partecipato al Convegno a Firenze il 20 ottobre 2011 con una brillante Relazione sulla Liberazione delle Città delle Marche. Fa parte della Sezione Studenti e Cultori della Matera.
[2] A cura di Dott. Fabrizio Minniti; Dott.ssa Alessia Testa, La strategia comunicativa di al-Qā‘idah, Cemiss, 2008 (d'ora in poi Cemiss). La ricerca è accessibile gratuitamente dal sito internet del Centro.
[3] Cemiss, p 43
[4]      Ibidem
[5]      Id, p. 63
[6] "Nonostante la diversità e la molteplicità dei siti jihādisti, se ne contano all’incirca 6000 che si rifanno al pensiero fondamentalista che nel 1997 erano poco meno di 30" Id, p.87. Tuttavia va anche ricordato che il web stesso ha subito nel periodo considerato la notevole espansione che ben conosciamo.
[7] "Il binomio internet-jihād garantisce l’immortalità virtuale ai personaggi del qaedismo e permette di rendere consultabili on-line oltre tremila libri, un enorme archivio storico che lega il passato all’attualità, mescolando saggi religiosi e istruzioni di natura militare, hadīth e spezzoni di risaputa retorica antioccidentale" Id, p40
[8] Id, pp. 87-88
[9] Bernard E. Selwan el Khoury, "Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?", 16 maggio 2012 http://temi.repubblica.it/limes
[10] "Peculiarità di questi giochi non è la presenza di scene particolarmente cruente o violente, riscontrabili anche in prodotti similari disponibili sul mercato occidentale, ma piuttosto il messaggio, la prospettiva interpretativa della realtà che propongono ai loro utilizzatori". Id, p.150
[11] "Ogni atto terroristico comprende un soggetto che lo compie, un secondo vittima diretta dell'attacco e un terzo destinatario dell'intimidazione" A. Colombo, La guerra ineguale, Il Mulino 2004, p. 40
[12]  "Il web è funzionale anche all’acquisizione di notizie da fonti aperte, permettendo l’accesso ad enormi flussi di informazioni su eventuali obiettivi terroristici, quali infrastrutture di trasporto, centrali nucleari o elettriche, porti ed aeroporti del nemico. Google Maps e Google Earth, tanto per citare solo alcune delle possibili opzioni, offrono la possibilità di mappare e tracciare percorsi intorno a possibili obiettivi, con indubbi e non trascurabili vantaggi strategico-tattici per i gruppi jihādisti, mentre software scaricabili gratuitamente da internet possono simulare, ad esempio, i cedimenti strutturali di edifici ed installazioni", Id. p.68
[13] Cemiss, p53
[14] "Al-Qā‘ida ha fatto circolare tutta una letteratura, rivolta ai militanti e agli eventuali simpatizzanti, che “fornisce la razionalità delle azioni, iscrive la violenza spettacolare in una mobilitazione a finalità politica, grazie all’uso di un argomentare religioso, storico, addirittura nazionalista”, un corpus che rappresenta “l’elemento più tangibile del fenomeno” e la cui base ideologica è rappresentata essenzialmente dalla chiamata ad un jihad guerriero in tutte le direzioni"; Id, p.29
[15]  C.Galli, La guerra globale, Ed.Laterza, cap. 3
[16]   G. Olimpio, La testa del serpente, instant book Corriere della Sera, maggio 2011, p. 28
[17]  La misura del successo di al-Qā‘idah è data [...] dalla capacità dell’organizzazione di esercitare il suo soft power sul più ampio numero di fedeli musulmani, estendendo la presenza della nebulosa jihadista e la forza di attrazione ideologica sui singoli individui, [anche] non necessariamente legati a formazioni o gruppi estremisti. Cemiss, p. 135
[18]  "La strategia operativa di al-Qā‘ida, dopo l’11 settembre, si è orientata verso attacchi molto frequenti su obiettivi a basso impatto circa le modalità esecutive sia per il venir meno del supporto logistico, operativo e finanziario fornito dai talebani che per la decapitazione del vertice della stessa organizzazione, il che ha incrementato l’attività clandestina e la tendenza a consolidare l’attività delle singole cellule operative. L’incremento quantitativo degli attacchi obbediva all’intento dichiarato di dimostrare al mondo intero come al-Qā‘ida fosse comunque operativa, in grado di colpire in più luoghi quasi contemporaneamente e di svolgere un’intensissima attività di reclutamento per ingrossare le file del network jihadista"; Cemiss, p.57
[19]   Cemiss, p.156 e ss.
[20]   Cit in G.Olimpio, La testa del serpente, Istant Book Corriere della Sera, p. 28
[21]  Sebbene riferimenti al taglio della testa siano presenti nella storia e nei testi delle tre religioni monoteiste, per i musulmani richiama un particolare evento della vita del Profeta, la battaglia di Badr e una citazione coranica, in cui si invita a «colpire al collo» il nemico. Inoltre, è un atto che non consente clemenza, è una pena esemplare, irrevocabile ed assoluta che ben esprime l’animosità e la risolutezza dei jihadisti nei confronti dei «crociati-sionisti» Cemiss, p.160.
[22]  La fonte generale di quanto segue è ripresa da un'attenta esegesi dall'arabo del contenuto mediale da parte del Dott. Bernard Selwan el-Khoury, presente nella ricerca del CeMiSS in prima appendice, pp. 204-235
[23]               Bin Laden, videomessaggio "La Soluzione", min. 2:50 circa e min 5:08 circa
[24]   L'utilizzo della semantica del ritorno e non della "conversione", non è causale. Se "convertirsi" presuppone il passaggio da una religione ad un'altra religione diversa, con il termine "ritorno" al-Qā‘idah intende sottolineare invece l'unicità dell'Islam come sola vera religione autentica, non riconoscendo eguale statuto alle altre.
[25]               Cemiss, pp. 186-187
[26]   "...la centralità della comunicazione nell'odierno sistema di guerra è ormai un luogo comune: far vedere un attacco, o riuscire a censurarlo e a manipolarlo, è più importante dell'atto militare in sè", C. Galli, La guerra Globale, p. 23
[27]   Il Council of Foreign Relations, notissimo centro d'analisi statunitense, fin dal 2 maggio 2011 ha costellato il suo sito d'internet di numerose analisi che, pur differenziandosi su altri aspetti, nutrivano la stessa convinzione di fondo sul destino dell'organizzazione.
[28]  Bernard E. Selwan el Khoury, Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?, 16 maggio 2012 http://temi.repubblica.it/limes
[29]   Data la complessità di ognuno di questi temi, la cui analisi ci porterebbe inevitabilmente fuori tema, questi non verranno ulteriormente trattati in queste pagine.
[30] Cecilia Tosi, La reazione jihadista alla morte di Osama, http://temi.repubblica.it/limes, 9 maggio 2001
[31] L. Caracciolo, Ma l'America resta nel suo labirinto, http://temi.repubblica.it/limes, 4 maggio 2011
[32]  Bernard E. Selwan el Khoury, Web, jihad e primavera araba: quanto è 2.0 al Qaida?, http://temi.repubblica.it/limes  16 maggio 2012
[33]  E. Beltramini, Gli Stati Uniti di fronte a due Osama, http://temi.repubblica.it/limes, 3 maggio 2011. Beltramini parla di due Osama, il simbolo Osama e l'uomo Osama. Preferiamo al termine uomo quello di corpo-immagine, perchè indicativo non solo di una proprietà personale di Osama Bin Laden ma soprattutto dell'utilizzo mediatico che se ne è fatto nell'ambito del conflitto mediatico asimmetrico.
[34]   È possibile leggere il discorso integrale di Obama, in lingua originale, nel sito internet del Council of Foreign Relations. Ecco il link http://www.cfr.org/terrorism/obamas-remarks-osama-bin-laden-may-2011/p24841
[35] New York Times and Cbs pools
[36] A testimoniarlo non solo le disincantate analisi degli specialisti statunitensi, ma le stesse parole del Presidente, che si appresta a ricordare il persistere della minaccia.
[37] vedi L. Caracciolo, Ma l'America resta nel suo labirinto, http://temi.repubblica.it/limes, 4 maggio 2011

mercoledì 23 gennaio 2013

Istituto Affari Internazionali. Classifica


L'Istituto Affari Internazionali (IAI) è fra i migliori centri studi del mondo – e si conferma primo fra gli italiani – secondo la classifica stilata dall’Università della Pennsylvania.

In particolare, lo IAI si è classificato al 92° posto nella graduatoria dei primi 150 think tank del mondo, graduatoria che include anche altri tre istututi italiani: l’Istituto Bruno Leoni, il Centro Euro Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici e la Fondazione Eni Enrico Mattei.

L’Istituto, inoltre, è al 30° posto fra i think tank dell'Europa occidentale e il solo italiano nella classifica relativa ai centri che si occupano di “sicu rezza e affari internazionali”.

È un riconoscimento all’intensa attività che l’Istituto ha condotto anche nel 2012 (più di 50 progetti di ricerca, 97 tra convegni e seminari, dieci volumi monografici e 73 paper, oltre a un annuario di politica estera e a due pubblicazioni periodiche: la rivista in inglese The International Spectator e quella on line AffarInternazionali.it.).

La classifica dell'Università della Pennsylvania è l'unica internazionalmente riconosciuta che misuri le prestazioni dei think-tank di tutto il mondo. E’ stata redatta sulla base di 6.603 istituti censiti.

Lo IAI è stato selezionato tramite un processo di peer review su un numero complessivo di 107 centri e istituti universitari italiani, presi in esame da un expert panel di 1950 studiosi di ogni provenienza geografica.

A questo riconoscimento hanno contribuito gl i enti e le imprese finanziatrici e tutti i soci dell’Istituto, ai quali va il nostro ringraziamento.

Il rapporto è disponibile sul sito web: www.gotothinktank.com

____________________________________
Istituto Affari Internazionali (IAI) via A. Brunetti 9, I-00186 Roma

Tel.    +39 063224360 (Switchboard)
Fax     +39 063224363
E-mail  iai@iai.it
Web     www.iai.it

venerdì 18 gennaio 2013

Master in Geopolitica e Sicurezza. Lezione di apertura



Si è tenuta ieri, 17 dicembre 2013 la prima lezione del Master in Geopolitica e e Sicurezza.



Alla Presenza dell'Ammiraglio Parisi, Capo del V Reparto Affari Generali dello Stato Maggiore della marina, che ha rappresentato il Capo di Stato Maggiore Amm. Bindelli Mandelli, impegnato nelle visite di commiato presso i Comandi della Forza Armata essendo stato designato nuovo Capo di Stato Maggiore della Difesa, carica che assumerà a fine mese, il Direttore del Corso prof. Gianfranco Lizza a tenuto la lezione innaugurale.

L'Amm. Parisi, nella sua presentazione, ha sottolineato il valore della Tradizione, che nella nostra Marina è particolarmente sentita e curata, che deve essere un valore aggiunto all'operare quotidiano. Un operare che ha sempre più bisogno di essere basato sul sapere e sulla conoscenza. Quello che una volta era definita la Politica Navale oggi è una componente 

di quanto la Marina sta compiendo in collaborazione con le altre istituzioni dello Stato, sopratutto il Ministero degli Esteri, per curare e salvaguardare gli interessi del Paese li dove sorgono e si sviluppano. Il prestigioso Palazzo Marina. costruito ed innaugurato negli anni  venti dall'allora capo del Governo Benito Mussolini, è una cornice ideale per questo Master che indubbiamente è di altissimo livello.

Il Prof. Gianfranco Lizza, direttore del Master, ha preso la parola ed ha illustrato le linee portanti del master, che si svilupperà nell'arco di un anno. Ha sottolineato, come già annunciato che Master si propone di realizzare un percorso formativo finalizzato a perseguire obiettivi di alta qualificazione professionale in ambiti geopolitici attraverso lezioni, tavole rotonde e stage svolti da docenti e specialisti in discipline geopolitiche, politologiche, giuridiche, storiche e finanziarie.



 I moduli didattici del Master coniugano gli inquadramenti generali con quelli specifici dell’analisi strategica e delle politiche di sicurezza. I partecipanti potranno acquisire i necessari approfondimenti culturali per accedere ai concorsi pubblici e alle aziende di settore al fine di migliorare il loro profilo professionale.
Il Master si rivolge a laureati (con laurea di vecchio ordinamento o con laurea magistrale) italiani e stranieri provenienti da diversi percorsi di studio, a professionisti di tutti i settori legati alle questioni internazionali e a dipendenti della Pubblica Amministrazione, delle Forze Armate, delle rappresentanze diplomatiche e consolari presenti in Italia. 




Al fine di favorire l'inserimento nel mondo del lavoro dei propri studenti, il Master sta attivando diverse ipotesi di stage in settori affini a quelli di studio. L'offerta di stage cercherà di venire incontro ai desideri e alle esigenze dei frequentatori, prevedendo tipologie di impegno differente. Alcune posizioni saranno attivate presso il CeSI in qualità di analista d'area, con un impegno assiduo del frequentatore nel monitoraggio della politica internazionale e la preparazione di studi specifici. 

Possibilità di stage aperte anche al CeMISS (Centro Militare Studi Strategici) per la redazione di ricerche inedite con possibilità di accesso agli archivi. Infine è prevista l'attivazione di un certo numero di stage presso le grandi aziende del settore della difesa italiana per chi intende inserirsi a livello impiegatizio. 

Alla Lezione innaugurale e erano presenti varie personalità tra cui l'Ambasciatore De Santis, rientrato dalla Libia alcuni giorni fa, dopo le note vicende di cui è stato al centro.

Il Corso si avvale della azione di Tutoraggio del Dott. Stefano Valente e del Dott. Marconi. 

 Per qualsisi informazione, www.masteringeopolticaesicurezza.it, oppure valesteste@gmail.com

martedì 15 gennaio 2013

Corea del Nord. Riuscito il lancio del missile. Il problema nucleare si aggrava.

Il problema del nucleare della Corea del Nord rappresenta uno degli aspetti più difficili die nodi sul tappeto della Comunità Internazionale si aggrava. Il giovane Kim Jong Un vuole affermare il suo potere con la sperimentazione positiva del lancio di un missile tale da colpire gli Stati Uniti, premessa indispensabile allo sviluppo e nell'uso dell’arma atomica. Nel mese di dicembre 2012, in occasione dei festeggiamenti per ricordare il “caro leader” Kim Jong II, la Corea del nord ha lanciato con successo, dopo quattro tentativi falliti, un missile intercontinentale. L’esperimento è mascherato, secondo la comunità internazionale, con la esigenza del paese di avere in orbita un satellite per le osservazioni scientifiche. All’indomani del successo, festeggiato in tutto il paese, si sono intensificati i lavori presso il centro Atomico nord coreano di Pungegye-ri, e si prevede, a breve, un esperimento nucleare da parte della Corea del Nord.
La cronaca di questi avvenimenti, dicembre, è riportata su www.coltrinariatlanteasia.blogspot.com, spot 1-4 in data 15 gennaio 2013

lunedì 14 gennaio 2013

Simposio in Geografia Ankara 10-13 Giugno 2013. Call of paper.

Dear Colleague,

We cordially invite you to submit a paper to and participate in the
upcoming International Symposium on Geography to be held from 10-13 June
2013, in Antalya, Turkey.
Due to an overwhelming number of requests, the Abstract submission
deadline has been extended to February 15, 2013 for the upcoming
International Geography Symposium.
Call for abstracts and papers now open. Abstracts of maximum 300 words
should be submitted by February 15, 2013.
For more information and updates about the symposium; please visit the
Symposium website at: http://web.deu.edu.tr/geomed
We look forward to seeing you in Antalya-Turkey in a wonderful season of
the Mediterranean for enjoying the “sea, sun, culture and history” as well
as academic programs.
Please pass this announcement along to others who will benefit from this
information.
For any questions or enquiries do not hesitate to contact me.
Kind regards.

Prof.Dr.Recep Efe
Symposium Co-chair
On Behalf of the Organizing Committee-GEOMED2013

martedì 8 gennaio 2013

Nota

Da mese di Gennaio verranno pubblicate, nei rispettivi atlanti di riferimento,  delle note riguardanti i principali avvenimenti geopolitici, suddivise per continenti, propedeutiche alle attività di ricerca in corso ed alle lezioni.
I temi di riferimento saranno trattati in questo blog, con i riferimenti del caso. Ulteriori note ed informazioni possono essere richieste a ricerca23@libero.it

mercoledì 11 luglio 2012

Associazione Seniores Contributo al Sito

Alcune note:



bisognerebbe controllare la struttura dei menù che ho modificato, in particolare fare attenzione a distinguere tra pagine con singolo contenuto statico (menu in alto) e categorie raccoglitrici di altri articoli (menù in basso). Nel documento erano mischiati e ho provato io a fare la distinzione ma bisogna controllare che sia tutto ok.

Ho inserito la voce "Associati" ma non ho capito se in realtà questa dovrebbe essere "Albo d'oro".

In associati comparirà tutta la lista degli utenti, cliccando sul nome o sulla foto apparirà il profilo completo. A tale proposito ci sono dei campi particolari da memorizzare, quali? (tipo anni, sezione, paese, cell, ecc)

la registrazione viene fatta solo dall'amministratore o deve essere presente un form di registrazione aperto a tutti?

Riguardo l'header in alto nella homepage sotto al secondo menù, va bene così come è composto? Ricordo che per visualizzare le immagini lì, bisogna che qualcuno le inserisca al momento della creazione del post, può essere fastidioso...poi "Download in evidenza" serve?

Ho già implementato il sistema con il quale si possono nascondere/visualizzare pagine e categorie agli utenti, per il momento è tutto visibile, però ricordo che non si può nascondere un post o parte di un post, ma si nasconde l'intera categoria, quindi per nascondere un particolare post bisogna inserirlo in una particolare categoria. Da questo si deduce che il sito avrà categorie pubbliche e categorie per i registrati, ma non categorie miste. Secondo quest'ottica, le categorie per i registrati le mettiamo tutte insieme in un menù a parte nella sidebar e facciamo apparire il menù solo dopo il login?


per risposta: 57sessione@libero.it oppure senioresiasd@libero.it

Proposta per i Nuovi Parametri

I Parametri scelti per il nuovo sistema di parametrazione sono i seguenti:

SICUREZZA FATTORI DI RISCHIO

1.Fattore storico: conflitti

2.Paesi limitrofi in conflitto

3.Disastri naturali

4.Capacità dei cittadini alle Emergenze (guerra/disastri ecc.)

5.Sfruttamento di petrolio, oro e diamanti/Sfruttamento delle risorse strategiche

6. Area geografica (superficie)

7. Numero dei Visitatori del Paese

8. Relazioni con i Paesi Vicini

9. Capacità Militare

10 Nuovi Stati in Formazione


COESIONE SOCIALE

1 .Fazioni etniche e religiose/ Frazioni etniche

2 Rifugiati

3. Ostilità verso gli Stranieri

4.Violenza nelle Dimostrazioni

5.Laicità. Separazione tra Chiesa e Stato

6.Funzioni di Governo

7.Analfabetismo

8.Processi elettorali. Cambio delle Elites

9. Violenza Criminale

10 Partecipazione Politica dei Cittadini


GOVERNO

1. Regime politico

2.Global Peace Index

3. Corruzione

4. Percezione della criminalità nella società

5. Popolazione carceraria

6. Stabilità Politica

7. Libertà di Stampa

8 Atti Terroristici

9. Diritti Politici

10 Libertà Civili


CAPACITA’ ECONOMICA

1.Prodotto Nazionale Lordo pro-capite

2.Investimenti Stranieri del Paese

3.Forza lavoro in agricoltura

4.Aiuto estero

5. HIV/AIDS Malattie

6.Prodotto Nazionale Lordo

7.Trasferiento materiale strategico ( armi/tecnologie ecc.)

8. Disoccupazione

9. Inflazione

10 Debito Estero


SVILUPPO SOCIALE

1.Indice sviluppo umano

2.Popolazione

3.Crescita demografica

4.Popolazione per fascia di Età inferiore a 15 anni/

5.Popolazione per fascia di Età tra 16 e 60 anni/

6.Popolazione per fascia di Età oltre 60 anni

7. Movimenti Interni della Popolazione

8 Accesso all’acqua Potabile

9 Energia Prodotta

10.Calorie per abitante al Giorno


PROSPETTIVE FUTURE

1. Speranza di vita

2.Medici per abitante

3.Mortalità Infantile

4. Spese per l’Istruzione

5. Spese per la Sanità

6. Anni di Scolarizzazione

7.Gender Inquairy

8.Donne in parlamento

9. Coefficiente di Gini

10 Accesso ai servizi sanitari per la popolazione

venerdì 11 maggio 2012

Centro Studi Militari Aeronautici "Giulio Douhet"

SAVE THE DATE


Cari amici/sostenitori,
Il Centro Studi Militari Aeronautici "Giulio Douhet" (CESMA) dell’Associazione Arma Aeronautica, in collaborazione con la Armed Forces Communications and Electronics Association (AFCEA - Capitolo di Roma) e con il supporto dell’Osservatorio sulla Sicurezza Nazionale (OSN) del Centro Militare di Studi Strategici (CeMiSS), stanno organizzando un workshop sul tema della Cybersecurity.

L’evento avrà luogo presso il CASD (Centro Alti Studi della Difesa) il 13 e 14 giugno prossimi ed ha lo scopo, nel corso di tre sessioni, di analizzare le minacce alle infrastrutture critiche, le risposte istituzionali possibili, nonché di valutare le iniziative accademiche e industriali che possono contribuire alla salvaguardia del sistema paese, della sicurezza e della qualità della vita dei cittadini..

Il tema è di grande attualità ed importanza , e riteniamo, quindi, che occorra riservare ad esso grande attenzione da parte di tutti, in modo che possano essere messe in atto , in maniera sinergica, tutte le possibili azioni di contrasto a tale subdolo pericolo

Vi invito a segnare nelle vostre agende la data dell'evento ed a prenotarvi per tempo per la partecipazione all'evento, le iscrizioni sono gia aperte accedendo al sito www.afcearoma.it, presto verranno diramati gli inviti con l'agenda della manifestazione.


Arrivederci al 13 giugno al CASD.

Cordialmente,
Gaetano Battaglia

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venerdì 27 aprile 2012

Un mondo in crisi IV Lo scenario Balcanico

All’attenzione del mondo intero nell’ultimo decennio del secolo scorso, sulla scia dell’onda lunga della implosione della Unione Sovietica e della riunificazione della Germania, questo ultimo uno dei grandi obiettivi, e sogni da realizzare, della guerra fredda, i Balcani in questo primo decennio del secolo in corso stanno via via perdendo sempre più interesse; ci si avvicina ai loro problemi ed alle loro questioni, quasi con fastidio, con il peso dei molti errori commessi nella gestione delle loro crisi e con la coscienza non tanto pulita di aver fatto non bene il proprio mestiere. Nei Balcani rimangono problemi residuali, che però potrebbero ridiventare centrali per la Comunità Internazionale se vengono trascurati.

Il 2008 è stato un anno importante e in un certo modo storico per la regione dell’Europa Sud Orientale e può essere visto come uno spartiacque tra il prima ed il dopo.. Tra gli elementi più significativi da mettere in evidenza c’è sicuramente la dichiarazione dell’indipendenza del Kosovo e la spaccatura che quest’atto unilaterale ha provocato nella regione, nonché le conseguenze sulla situazione interna in Serbia e Bosnia Erzegovina.

 Non bisogna dimenticare che durante l’estate un’importante conflittualità è emersa nel Caucaso in un’area che rappresenta un importante faglia geopolitica tra Europa Sud Orientale e Asia. Il conflitto georgiano è in qualche modo collegato sia al processo d’indipendenza del Kosovo sia al recuperato ruolo assertivo della Russia nella regione. Recentemente il Presidente russo Medvedev, in visita a Belgrado, ha sottoscritto un ulteriore impegno finanziario a sostegno delle finanze serbe, sostegno particolarmente gradito a causa delle crescenti difficoltà in cui si è venuta a trovare la dirigenza serba.

Accanto al Kosovo, importanti sono stati gli sviluppi interni della Bosnia Erzegovina che è riuscita a firmare l’accordo di Stabilizzazione e Associazione con la UE, un traguardo non facile per un Paese ancora bloccato sugli accordi di Deyton (1995) e attraversato da tensioni nazionaliste e indipendentiste. Forse la considerazione più importante da fare sulla regione è constatare che essa ha complessivamente “tenuto” ai due più importanti scossoni geopolitici registratisi dal 1999 ad oggi, nonostante che molti analisti, anche con dati di fatto, erano dell’opinione che “il fuoco covava sotto la cenere” e che da un momento all’altro potesse divampare e generare processi incontrollabili. Tutto questo processo, che è positivo per la tenuta, ma  di “stallo” per la prospettiva, incide sugli anni a venire in quanto non può rimanere senza conseguenze ulteriori. Occorre quindi aspettarsi nel breve periodo una recrudescenza di questa problematica. Ne sia avviso gli ultimi tentativi di superare questa mancanza di prospettiva.



Sono, ad esempio, falliti gli interventi sia UE che Statunitensi di ridurre la tensione politica tra le parti. In un incontro a Butmir, il sobborgo di Sarajevo sede delle forze di pace, che doveva servire per appianare le differenze esistenti è miseramente fallito  e non ha potuto che registrare l’inconciliabilità delle posizioni e concludere amaramente che l’unica soluzione è il ritorno al testo di Deyton, ovvero sia all’impossibilità di procedere con cambiamenti politici senza il consenso di tutte e tre le nazionalità costituzionali bosniache.

Segnali non rassicuranti sono anche quelli che provengono dal Montenegro, in cui l’effetto “indipendenza” è terminato e si prende coscienza sempre più della propria dimensione, che s’incammina a sviluppare un non facile percorso d’avvicinamento alla UE. La tensione sta salendo per via di una definizione di confini tra il Kosovo e lo stesso Montenegro, che crea tensione con gli Albanesi. E, sempre sul problema dei confini, cresce la tensione tra Slovenia e Croazia. Le tensione sta crescendo per via della delimitazione delle acque territoriali del Golfo di Pirano (la questione è sull’ordine di 200 chilometri) quadrati di mare,[1] innescando complicazioni.

Un elemento di novità, in chiave di stabilizzazione, è stato l’ingresso della Croazia e dell’ Albania nella NATO. Un evento che a prima vista poteva sembrare azzardato se non addirittura “inquinante” per l’Alleanza, ma che nella realtà dei fatti ha emarginato tutte quelle componenti interne “torbide”che rappresentavano la fonte di ogni instabilità. Nonostante che ancora i due Paesi debbono percorrere una lunga strada per raggiungere tutti gli standard dell’Alleanza, si può dire che il più è fatto e che per gli anni a venire la stabilità e, in qualche settore, lo sviluppo sembrano arridere a questi due paesi.

Nel quadro della regione spicca anche la situazione di isolamento in cui si è venuta a trovare la Macedonia, che continua a conoscere una difficile situazione interna unita ad un non positivo rapporto con i Paesi contermini.[2]

Ma le problematiche che si innescano di continuo, la tensione per problemi come quello dei confini che nella loro dimensione sono veramente di basso livello rispetto sulla scena del mondo alimentano sempre più quel disinteresse per un area che non vuole assolutamente stabilità e che sembra la più consona a produrre instabilità ed incertezza, cose queste di cui non si sente assolutamente bisogno. Ovvero i balcani rappresentano il problema irrisolto della sicurezza europea.

Nota: Le Lezioni I e II, sono sotto la data 17 luglio 2011. 
          La Lezione III è sotto la data del 30 gennaio 2012 



[1] In sostanza si tratta della cessione di una fascia di acque nazionali croate alla Slovenia, che creerebbe un corridoio che permetterebbe a Lubiana di accedere liberamente alle acque internazionali senza essere costretta al transito per acque territoriali croate. In cambio la Croazia avrebbe avuto il via libera sloveno all’adesione di Zagabria alla UE. Diatribe interne fra partiti , in particolare il partito socialdemocratico, d’opposizione ha ritirato il suo assenso all’ultimo momento, ha messo in difficoltà Zagabria e fatto crescere la tensione.
[2] Cfr. per questo aspetto, Mini F., Assimmetrie balcaniche, in Limes “Kosovo, non solo Balcani”, anno 2008, n. 2; Lekic M., Ombre russe su Serbia e Montenegro, ibidem; Agnew J., Niente confini, niente nazioni, fare la Grecia in Macedonia, idibem. Quercia P., Prospettiva: Regione Adriatico-Danubiana-Balcanica,in Osservatorio Strategico, Roma, Ministero della Difesa, Centro Alti Studi per la Difesa, CeMISS, Dicembre, 2008;  

martedì 24 aprile 2012

Volume: 11 Settembre 2021 Le minacce del prossimo decennio

 In Società Geografica Italiana

mercoledì 30 maggio 2012, alle ore 17.00, nell’Aula “Giuseppe Dalla Vedova” di Palazzetto Mattei
in Villa Celimontana (Roma - Via della Navicella n. 12)


Gianfranco Battisti, Roberto Vacca e Andrea Volterrani



presentano il volume a cura di



Gianluca Ansalone e Angelo Zappalà



11 SETTEMBRE 2021
Le minacce del prossimo decennio


2012, Milano - FrancoAngeli

Il Presidente, Franco Salvatori
saranno presenti i Curatori

 
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giovedì 23 febbraio 2012

Borse di Studio

Si danno informazioni circa le borse di studio frutto dell'accordo tra EMUNI ed INPDAP.

Tale accordo tra Emuni University (www.emuni.si), Università Euromediterranea con sede in Portorose con cui collaboro ed INPDAP ha permesso di identificare undici master tenuti da Università e/o istituzioni partner di Emuni, rispetto ai quali sono state messe a bando da INPDAP 79 borse di studio.

Parte di queste borse di studio sono state già assegnate, in virtù del fatto che alcuni di questi master hanno già avuto inizio, mentre vi sono ancora 18 borse di studio per le quali è possibile concorrere.

I potenziali beneficiari delle borse di studio sono individuati da INPDAP come segue:

"..dipendenti dell'INPDAP, dipendenti della pubblica amministrazione, iscriti all'INPDAP, figli e orfani di dipendenti della pubblica amministrazione, iscritti all'INPDAP e figli e orfani di pensionati INPDAP"

I suddetti qualora interessati a concorrere all'assegnazione delle borse di studio dovranno fare apposita domanda ad EMUNI secondo le modalità previste alla presente pagina:

http://www.emuni.si/en/strani/444/Master-I.N.P.D.A.P.-Certificated.html
Allo stesso modo dovranno fare analoga domanda ad INPDAP secondo le modalità previste alla seguente pagina:

http://www.inpdap.gov.it/wps/wcm/connect/Internet/internet/inpdap/concorsiegare/concorsi/bandinuovi/bando631concorso/contenutocontenuto631concorso
Nello specifico segnalo, che le 18 borse di studio ancora da assegnare, riguardano tre master del Politecnico di Studi Aziendali I.S.S.E.A di Lugano, che si caratterizzano per una modalità di fruizione principalmente a distanza ed in minor misura "in presenza".

Relativamente a questi tre master, trova a seguire i link dei tre master di cui sopra:
http://www.unipsa.ch/disi/master_counselling_aziendale.html
http://www.unipsa.ch/disi/master_of_tourism_management.html
http://www.unipsa.ch/disi/master_in_giornalismo_nuovi_media.html
RingraziandoLa per l'attenzione colgo l'occasione per porgerLe distinti saluti.
Paolo Gardenghi

lunedì 30 gennaio 2012

Il Concetto di Micro Stato. Stato o Paradiso Fiscale?

Le Caratteristiche di uno stato, per tradizione consolidata sono il territorio, la popolazione e la sovranità. Nel caso di micro-Stati occorre fare delle distinzioni e precisazioni. La definizione. Per Micro Stata, secondo l’Atlas des relations internazionales sono Micro Stati quei Stati che hanno una popolazione inferiore a 100.000 unità ed una superficie inferore a 1000 km2.

Il Diritto Internazionale ne ammette in pieno l’esistenza anche se di recente si è cominciato a mettere in dubbio il diritto di dotarsi di una legislazione che consenta con estrema facilità il trasferimento di capitali senza alcun controllori provenienza e legittimità. Con questo sono diventati dei collettori di denaro sporco e di capitali che sfuggono alla tassazione dei paesi di origine. Sono i cosiddetti Paradisi Fiscali.

(Lizza G., Geopolitica delle prossime sfide, Torino, Utet, 2011, pag5-6)

Indicheremo nelle nostre schede questi stati che presentano i requisiti di cui sopra e quindi sono esterni alla organizzazione delle Microare e delle Microaree nelle considerazioni generali ma trattati a parte.

I La Prospettiva Geopolitica

La fine della Guerra Fredda ha travolto l’ordine di Yalta e vi ha sostituito il disordine delle nazioni . Il crollo del muro di Berlino se, da un lato, ha determinato il superamento della semplicità strutturale del sistema bipolare, dall’altro ha decretato la chiusura anticipata del Novecento che, non a caso, è stato definito il secolo breve . Il venir meno di quella forma particolare di sistema di guerra rappresentato dalla contrapposizione mercuriale dei due blocchi, ciascuno espressione di un sistema di valori inconciliabili e dunque alternativi, ha sancito la vittoria del modello di democrazia occidentale rispetto al modello degli stati socialisti. La sconfitta dell’ideologia comunista, tuttavia, non ha significato la fine delle ideologie tout court né, a maggior ragione, la fine della storia .


L’istituzionalismo liberaldemocratico, dopo essersi imposto nel ciclo della Guerra Civile Europea sul nazifascismo, ha prevalso nel confronto bipolare sul socialismo sovietico ponendosi, quindi, come unico superstite delle grandi ideologie novecentesche . E, ciò nonostante, è ben lungi dal parlare quel linguaggio universale che Popper, criticandolo, chiama il “mito della cornice” . L’istituzionalismo, ordinista e funzionalista, e le sue espressioni a livello internazionale, le organizzazioni globali e regionali, risentono della comune matrice anglosassone e spesso sovrappongono la loro filosofia a realtà diversificate e del tutto incompatibili. La fine del conflitto tra gli Stati uniti ed Unione Sovietica ha lasciato supporre che la sola esportazione della democrazia fosse al tempo stesso requisito e garanzia di pace rilanciando il ruolo delle Nazioni Unite e, più in generale, dei sistemi inclusivi di sicurezza collettiva. La realtà, viceversa, ha visto un sensibile aumento dei livelli di conflittualità. “Il ritorno della storia” si è realizzato nella forma cruenta dei conflitti etno-identitari e religiosi che hanno dimostrato, ad un tempo, la fallacità dell’idea dell’omologazione istituzionalista e la pressoché assoluta impotenza dell’ONU nella gestione delle crisi (si pensi, per esempio, ai risultati modesti, quando non fallimentari, delle missioni in Somalia, Cambogia e Bosnia).



1. La prospettiva geopolica

Il termine geopolitica è impiegato per la prima volta nel 1899 dal politologo e sociologo svedese Johan Rudolf Kjellen il quale definisce, in seguito, come “scienza dello stato in quanto organismo geografico, così come si manifesta nello spazio. Lo Stato in quanto paese, in quanto territorio o, in modo più significativo, in quanto impero” .

Il generale Haushofer, ordinario di geografia all’università di Monaco, considera la geopolitica quale “base per ogni politica scientifica e per ogni riassetto dello spazio sulla superficie della terra, in particolare per un popolo di grande cultura, duramente colpito e prostrato, situato nel cuore di un continente sovrappopolato e in declino per quanto riguarda la sua importanza nel mondo”, e la ritiene “uno dei rari mezzi per portare a punti di vista comuni e in uno stesso spazio vitale migliaia di uomini, quanto meno sulle questioni fondamentali di importanza vitale per tutti” .

Se è condivisibile la prospettiva della geopolitica che si interroga sui rapporti tra lo spazio e la politica, che indaga sull’influenza del fattore spaziale sull’agire politico, bisogna certamente rifiutare la connotazione scientifica della disciplina che emerge dalle due definizioni. La geopolitica è un processo intellettuale, una “metafisica della competizione per il dominio dello spazio che reinterpreta la storia passata e anticipa previsioni per quella futura” , nella quale le direttrici dell’espansione e le minacce alla sicurezza sono determinate in anticipo. Essa unisce “ una schematizzazione geografica delle relazioni diplomatico-strategiche (…) con un’interpretazione degli atteggiamenti diplomatici in funzione del modo di vivere e dell’ambiente - sedentari, nomadi, terrestri, marini” .

La geopolitica consente una riappropriazione dell’elemento materiale della politica internazionale insistendo su un fondamento immodificabile, lo spazio geografico, arricchito nel tempo da nuove dimensioni attraverso la verticalization e la nuclearizzazione, che ne definisce il carattere globale.

In che modo, quindi, la geopolitica concorre all’analisi delle relazioni internazionali? L’approccio istituzionalista, come già detto sopra, si basa su un duplice ordine di idee: da un lato, lo sviluppo tendenziale dell’originaria struttura anarchica del sistema in una gerarchia; dall’altro, la convinzione che la diffusione del modello democratico, ipso facto, determina un abbassamento dei livelli di competizione e di conflitto, dal momento che è valido il principio per cui gli stati democratici non si fanno la guerra. Ciò significa abbracciare la prospettiva di uno sviluppo lineare e progressivo delle relazioni internazionali ed adottare una griglia interpretativa basata sul passaggio dal disordine all’ordine che mal si adatta agli eventi di questo inizio di secolo. Di più. La sovrastruttura ordinamentale delle organizzazioni internazionali omologa situazioni riferite ad attori con caratteristiche culturali, etniche e politiche del tutto peculiari, che agiscono in aree geografiche e geopolitiche diversificate spesso con sensibili differenziali economici e tecnologici.

L’istituzionalismo non è attrezzato per spiegare le fasi di regresso perché non tiene conto dell’alterità. “Ben diverso è invece l’approccio che ipotizzi, come schema d’analisi, un teoria ciclica delle relazioni internazionali. Tale approccio epistemologico si basa, infatti, sull’analisi dei pesi di potenza (…) e in particolare sul grado di concentrazione/diffusione di potenza tanto nelle diverse regioni quanto globalmente” . L’impianto realista permette di mettere a confronto diverse aree geografiche del mondo e di rilevare le discrasie temporali, a livello regionale, rispetto ai trend principali di concentrazione/diffusione di potenza . La geopolitica riacquista la propria importanza interpretativa proprio perché la dimensione spazio-temporale diventa essenziale dopo l’esplosione dei confini dell’Eurasia. Lungi dal determinismo e dal propagandismo del periodo tra le due guerre, essa “riconosce i vincoli oggettivi e le potenzialità dell’azione politica” degli stati rispetto allo spazio in cui operano nella forma primigenia dell’Orso (terra) e della Balena (mare).

II La Prospettiva Geopolitica

2. Il Potere Continentale


“Le teorie del potere continentale sostengono la superiorità della terra sul mare, cioè degli stati che riescono a dominare la massa continentale euro-asiatica sulle potenze marittime sia periferiche, come l’Europa e il Giappone, sia esterne, come gli Stati Uniti” . Esse originano da una situazione storica comune, il controllo dei mari da parte dell’Inghilterra, e rappresentano una razionalizzazione della questione euro-asiatica, ovvero della possibilità di un’alleanza russo-tedesca eventualmente estesa al Giappone. Il sostegno del Reich guglielmino alla Russia nella guerra contro il Giappone (1905), la Pace separata di Brest-Litovsk (1918), il Trattato di Rapallo (1922) e, infine, il Patto Molotov-Ribbentrop (1939) lasciavano del resto prospettare come reale una simile eventualità . Il geografo inglese sir Halford Mackinder e il generale tedesco Karl Haushofer hanno preso in considerazione il problema, ovviamente da punti di vista opposti, ricavando dei parametri di condotta, il primo, per rendere impraticabile l’avvicinamento russo-tedesco, il secondo per realizzarlo.

H. J. Mackinder (1861-1947)

L’originalità del pensiero di Mackinder si rivela nella convinzione del connubio necessario tra storia e geografia, nel fatto che “la storia umana si integra nella vita dell’organismo mondiale” . Da un lato, le ambizioni umane utilizzano e subiscono la geografia; dall’altro la storia ripensa continuamente la geografia attraverso le capacità della tecnologia . Il pianeta è considerato come una totalità, un intero fatto per nove dodicesimi di spazi marittimi e per la restante parte di terre emerse. In questa semplice osservazione è già tracciato il quadro d’insieme della teoria di Mackinder, che utilizza la metafora della coppia diadica terra-mare per indicare la contrapposizione tra World Ocean, l’oceano Mondiale (Artide, Antartide, Atlantico, Pacifico e Oceano Indiano) e la World Island, l’Isola del Mondo, formata dalla contiguità territoriale dei continenti europeo, asiatico e africano. Rimangono le Outing Islands, le isole periferiche, Stati Uniti e Australia, entrate in modo organico nelle vicende della politica mondiale rispettivamente nel XVI e nel XVIII secolo . Il punto centrale delle tesi di Mackinder è che esiste uno spazio, denominato pivot area prima e heartland poi, il cui dominio garantisce il controllo della massa continentale euro-asiatica e quindi del mondo . Attorno allo spazio perno si succedono in semicerchi concentrici altri tipi di spazi. Vi è, in primo luogo, la mezzaluna interna (inner crescent) che protegge heartland e che comprende il vuoto ostile della Siberia, la catena dell’Himalya e i deserti del Gobi, del Tibet e dell’Iran . All’esterno di questa mezzaluna si trovano le regioni costiere, costlands, nelle quali è concentrata la maggior parte della popolazione mondiale e che includono l’Europa, l’Arabia, l’India, l’Indocina, e la Cina marittima. Sul bordo di tale fascia insistono le isole della mezzaluna esterna (outer crescent), la Gran Bretagna e il Giappone (offshore islands). Infine, l’ultimo semicerchio, la mezzaluna insulare (insular crescent), è formato dalle isole del mare aperto (outlying islands) ovvero dall’Australia e dalle Americhe . Questo è il palcoscenico sul quale si giocano gli equilibri di potenza degli stati europei dei primi del Novecento. Ed è questo lo scenario che la Gran Bretagna deve prendere in considerazione nel tentativo di scongiurare la sua ossessione geopolitica costante: essere esclusa dall’isola del mondo e privata dei propri mercati. “Chi controlla il cuore del mondo comanda l’isola del mondo, chi controlla l’isola del mondo comanda il mondo” . Mackinder adatta la posizione geografica di heartland a seconda delle contingenze storiche. Nel 1904, in una fase in cui gli stati dell’inner crescent hanno occupato stabilmente l’outer crescent rovesciando i rapporti di forza e determinando la superiorità delle potenze marittime, la pivot area è collocata in una fascia compresa fra l’Asia centrale e l’Oceano artico . La situazione è destinata, tuttavia, a mutare di lì a breve. Da un lato, la Russia inizia ad organizzare rapidamente l’area perno con la costruzione di un vasto sistema ferroviario che favorisce la manovra per linee interne; dall’altro, la Germania, in costante crescita economica e demografica, porta la sfida al cuore della potenza inglese avviando la costruzione di una flotta d’altura in grado di contendere alla Gran Bretagna il controllo dei mari e simbolo della Weltpolitik tedesca . La Prima Guerra Mondiale interrompe la politica espansionistica del Reich guglielmino; nonostante il pesante ridimensionamento territoriale, militare ed economico, nel 1919 Mackinder percepisce ancora la Germania sconfitta come un potenziale pericolo e dunque sposta heartland ad ovest, includendo tutta l’Europa centro-orientale fino alla linea Elba-Adriatico ed i Bacini del Mar Baltico e del mar Nero . La prospettiva di Mackinder rappresenta una razionalizzazione della necessità di svincolare Cecoslovacchia, Jugoslavia, Polonia e Romania dall’influenza tedesca e sostanzia l’assetto territoriale ed etnico imposto con la pace punitiva di Verailles . Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il ragionamento del geografo inglese si amplia ulteriormente, dovendo considerare il ruolo centrale di un attore periferico quali sono gli Stati uniti. La teoria sul pivot-heartland viene confermata ma si arricchisce della terza dimensione. “Come le ferrovie avevano aumentato la capacità di manovra per linee interne della potenza continentale, conferendole una superiorità sulla manovra per linee esterne delle flotte delle potenze marittime, così l’aviazione poteva ora consentire alla potenza continentale di colpire le teste di ponte anfibie costituite alla sua periferia, senza che le sue basi aeree potessero essere distrutte dalle potenze marittime” . Mackinder, dunque, arretra la localizzazione di heartland verso oriente, lungo la linea Leningrado-Mosca-Stalingrado, e attribuisce una importanza fondamentale all’Oceano atlantico che si trasforma in un mare di mezzo tra l’Europa, l’America e l’Africa (Midland Ocean). La preoccupazione rimane la medesima, equilibrare lo stato perno; lo strumento è una “cooperazione efficace e durevole tra America, Gran bretagna e Francia, la prima garantendo una difesa in profondità, la seconda costituendo un’isola avanzata fortificata - Malta su ampia scala - e la terza fornendo al continente una testa di ponte che possa essere difesa . La rottura tra Stati Uniti ed Unione Sovietica all’indomani della Seconda Guerra Mondiale e la costituzione di un blocco organico di stati comunisti allargato all’Europa orientale connota heartland come area impenetrabile ed ostile, minaccia diretta alle liberaldemocrazie dell’inner crescent. Da qui il contributo di MaAckinder all’elaborazione e all’affinamento della dottrina del containment e, soprattutto, alla propaganda occidentale relativa “all’immanenza della minaccia sovietica contro la fascia peninsulare e insulare che circonda la massa continentale euro-asiatica” .

K. Haushofer (1869-1946)

La geopolitica tedesca rappresenta il tentativo di immaginare la posizione ed il ruolo della Germania nel mondo ed è largamente influenzata dal pensiero e dall’opera di Fredrich Ratzel, il più insigne esponente della geografia politica del Reich a cavallo tra il XIX e XX secolo. Questi, infatti, ha avuto il merito di tradurre le aspirazioni e le pulsioni di una nazione da poco eretta a stato in un insieme teorico coerente e funzionale alla politica di potenza guglielmina . Nelle tesi di Ratzel riecheggiano temi che verranno successivamente ripresi da Haushofer e dalla scuola di Monaco . Prima di tutto il rapporto tra lo stato ed il suolo: “lo stato subisce le stesse influenze di ogni vita umana (…). L’uomo non è concepibile senza il suolo terrestre neppure la più grande opera dell’uomo sulla terra, lo stato” . Soltanto attraverso il suolo lo stato può garantirsi il controllo delle risorse necessarie alla propria indipendenza. Corollario di ciò è la crescita degli attori statuali, cioè la rivendicazione di uno spazio vitale (Lebensraum) e la lotta per il suo dominio, che coniuga la visione biologica dello stato, fondata sulla teorie dell’evoluzione, alla concezione dello “stato potenza” tipica dei politologi tedeschi del XIX secolo.

“E’ nella natura degli stati svilupparsi in competizione con gli stati vicini e il più delle volte la posta in gioco è rappresentata dai territori” . Infine, il problema del poliformismo della Germania che si coniuga con la sua posizione di impero di mezzo, chiuso al centro dell’Europa e minacciato sia ad est sia ad ovest, impero che può sopravvivere solo grazie alla progressiva opera di colonizzazione delle terre di confine. La germanizzazione della Polonia, della Pomerania e della Prussia orientale ravviva il vecchio dibattito sulla Grossdeutschland, comprendente tutti i territori di lingua e cultura tedesca inclusa l’Austria, e la Kleindeutschland, la Piccola Germania, propugnata viceversa dal realismo di Bismarck quale unica via possibile all’unificazione .

La geopolitica di Haushofer è prima di tutto il portato dell’imposizione delle clausole di Versailles ad una nazione uscita dalla guerra con il proprio esercito saldamente attestato in territorio straniero che percepisce la sconfitta e il ridimensionamento come un tradimento della classe politica. La riflessione del generale, che rielabora le tesi di Mackinder del 1919 ribaltando la prospettiva di un’Europa centrale come area cuscinetto svincolata dall’egemonia tedesca, si articola su tre argomenti principali. In primo luogo il concetto di spazio vitale, mutuato dal pensiero ratzeliano, fonte di risorse per l’accumulazione di potenza e prerequisito per l’autarchia, il cui controllo è favorito dalla presenza di consistenti minoranze etno-culturali tedesche al di fuori della Germania . Quindi, l’idea delle dinamiche costitutive delle pan-regioni, macro aggregati territoriali basati sulla pan-idee il pangermanesimo, il panslavismo, il panasiatismo, il panarmericanesimo) che rappresentano le entità geopolitiche sulle quali fondare la riorganizzazione del mondo . La conflittualità tra stati nasce proprio dalle resistenze del mondo anglosassone al dispiegamento delle forze unificanti di ciascun polo geopolitico, raccolte attorno ad attori egemoni: la Germania per la PanEuropa (Africa, bacino del Mediterraneo e Medio Oriente), l’Unione Sovietica per la Pan-Russia (allargata fino al subcontinente indiano), il Giappone per la Pan-Pacifica (Cina, Australia ed Indonesia), gli Stati Uniti per la Pan-America .

Ultimo argomento, la contrapposizione tra potere continentale e potere marittimo. Haushofer concorda con Mackinder quando questi afferma che il controllo della World Island corrisponde al dominio del mondo; e, come conseguenza, ritiene che il Patto Tripartito tra Italia, Germania e Giappone (1936), il Patto Molotov-Ribbentrop e il Trattato di neutralità nippo-sovietico (1941) concorrano a realizzare l’unificazione di heartland e la definitiva interdizione delle potenze marittime dal cuore di Eurasia . Quanto una simile costruzione politico-diplomatica fosse fragile lo rivelerà di lì a poco l’attacco tedesco all’Unione Sovietica. Rimane comunque l’idea, tipica del nazionalismo tedesco e totalmente estranea al nazismo, occidentalista e razzista, che il nemico della Germania non debba essere ricercato ad est ma bensì tra le potenze marittime a vocazione globale. Del resto, la questione della ricostruzione unitaria del cuore del mondo, dopo il crollo del muro di Berlino, ha riacquistato una autonoma valenza euristica dal momento che, almeno in prospettiva, ritorna ad essere una eventualità pensabile. Le teorie di Haushofer sembrano influenzare sempre più, in Russia, i circoli militari e diplomatici dei cosiddetti eurasisti, poco entusiasti dell’ordine internazionale liberaldemocratico e favorevoli alla creazione di panregioni ad andamento meridiano, i quali si contrappongono, pertanto, sia ai nazionalisti slavofili sia agli occidentalisti .

III La prospettiva Geopolitica

3.Il Potere Marittimo


A differenza delle teorie sul potere continentale che nascono dal filone degli studi geografici, le teorie sul potere marittimo sono il portato del pensiero strategico navale. Di seguito verranno affrontate due diverse concezioni della supremazia del mare sulla terra: la prima si riferisce all’analisi dell’ammiraglio americano Alfred Thayer Mahan mentre la seconda riporta l’opera dell’ammiraglio inglese Julian Corbett, ambedue storici e studiosi di strategia marittima.


A.T. Mahan (1840-1914)

“Il primo e il più ovvio aspetto sotto il quale il mare si presenta da un punto di vista politico e sociale è quello di una grande via di comunicazione o meglio, forse, di un ampio spazio attraverso il quale gli uomini possono muoversi in tutte le direzioni, ma sul quale alcune rotte ben battute dimostrano che motivi di controllo li hanno indotti a scegliere certe linee di movimento piuttosto di altre” .

In questo breve passaggio Mahan si riferisce alle rotte commerciali, e tale constatazione rappresenta il punto di partenza della sua riflessione. Il trasporto marittimo, sia in termini di capacità sia in termini di costi, risulta estremamente vantaggioso rispetto a quello terrestre. Gli Stati Uniti, di contro a qualsiasi speculazione isolazionista, considerata la propria collocazione geografica, esprimono una necessità di controllo dei mari (sea control) realizzabile attraverso strumenti diversificati che vanno dalla potenza navale alla capacità di proiezione anfibia di tale potenza, dal possesso di basi strategiche all’ampiezza dei traffici commerciali . Date queste premesse, lo strumento navale americano deve garantire, nell’Oceano Pacifico, il controllo delle Filippine e delle Hawaii e, nell’Oceano Atlantico, quello di Cuba, base imprescindibile per la sicurezza dello snodo strategico del Canale di Panama. In una prospettiva di più ampio respiro, Mahan ritiene che il centro del potere mondiale sia costituito dall’emisfero Nord, compreso tra i Canali di Panama e Suez. La massa continentale di Eurasia, sebbene non influenzabile dal potere marittimo, è tuttavia ininfluente ai fini dell’egemonia mondiale. Viceversa, la fascia asiatica compresa tra il 30° e 40° parallelo viene considerata come area di instabilità che segna la separazione degli interessi russi ed inglesi . Da ciò consegue l’indicazione di un’alleanza con la Gran Bretagna eventualmente estesa a Germania e Giappone in funzione antirussa.

Al di là del dibattito circa il preteso navalismo di Mahan in contrapposizione al marittimismo di Corbett e quantunque risentano in modo assai evidente del periodo in cui sono state elaborate, le teorie dell’ammiraglio americano hanno influenzato a più riprese la condotta strategica statunitense. A parte l’elaborazione dei piani di guerra americani della fine degli anni trenta, si può ricordare la cosiddetta “strategia di coalizione”, mirante alla sconfitta della Germania nazista attraverso un intervento sul continente europeo e basata sul presupposto del controllo delle linee di comunicazione euro-atlantiche (strategia protratta anche nel corso della Guerra fredda con lo schieramento avanzato di forze aeroterrestri statunitensi).



J. Corbett (1854-1922)

Il pensiero di Corbett viene normalmente messo in relazione con le concezioni di Mahan laddove si sottolinea come questi sia un convinto assertore dell’autonomia della strategia navale mentre il primo sostenga la subordinazione delle dottrina navali alla strategia generale. Se la sola potenza navale non è in grado di decidere le sorti di un conflitto, essa è tuttavia un fattore determinante della vittoria poiché obbliga il nemico continentale, che opera per linee interne, a disperdere le forze per tutto lo sviluppo costiero . Dunque, lo strumento navale deve essere in grado di proiettare a terra la propria potenza intervenendo direttamente sul dispositivo avversario e indebolendo la capacità di resistenza delle popolazioni. Il pensiero di Corbett è in corso di rivalutazione in tutto l’Occidente in un momento in cui la priorità d’impiego dello strumento navale appare quello del forward from the sea piuttosto che il sea control. Del resto, ne sono una prova evidente le crisis response operations.

IV La Prospettiva Geopolitica.

4. Tutto in divenire


Nella fase attuale delle relazioni internazionali, caratterizzata da un trend di frammentazione di potenza, i comportamenti, le attitudini, le vocazioni dell’Orso e della Balena permettono di immaginare dei modelli geopolitici di riallineamento (realignment) a livello regionale o globale . Tali processi di macro-aggregazione rielaborano, rinnovandoli, valori culturali profondi, motivi etnici, aspirazioni religiose, legami e vincoli spaziali. Non è possibile, in questa sede, descrivere esaustivamente l’intera tipologia modellistica. Pertanto, a scopo esemplificativo e a beneficio della discussione, verrà proposto un unico modello, riferito all’area europea e denominato “di Germanizzazione” .

La teoria si basa su due assunti: lo sfaldamento dell’Unione Sovietica, che per la prima volta dopo secoli apre ampi spazi di azione verso est, e il riconoscimento in Europa di un unico pivot di potenza, la Germania. Sono state individuate quattro regioni geopolitiche, diversificate per livelli di sviluppo economico e distanza culturale da Mosca o Berlino: la Mitteleuropa (Benelux, Scandinavia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Austria, Svizzera, Italia, Slovenia e Croazia), i Balcani (Bosnia-Erzegovina, Serbia, Albania, Macedonia, Romania, Bulgaria, Grecia e Turchia), l’ex Urss europea (Baltici, Ucraina, Bielorussia e Moldavia) e il Caucaso e l’Asia centrale (Georgia, Armenia, Azerbaigian, Uzbekistan, Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan e Kirghizistan).

Il territorio tedesco, oltre a costituire il cuore dell’Occidente, è contiguo alle prime regioni e rappresenta un potenziale trait d’union con le repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale (ex Turchestan russo) per il tramite etno-culturale della Turchia. Il modello proposto differisce dall’ottica di aggregazione istituzionalista, realizzata dall’Unione Europea fondata su un’architettura acentrata, simmetrica e multilaterale.

La realizzazione dei trattati di Maastricht implica, infatti, la questione di non poco conto del trade off tra deepening e widening, ovvero della discrasia tra approfondimento dell’integrazione e processi di allargamento. In un frame work di minore rigidità normativa e non escludendo affatto il sistema di cooperazione posto dall’Unione, rafforzato dai vincoli atlantici, la Germania potrebbe diventare il fulcro di un modello di tipo stellare, egemonico, asimmetrico e mutibilaterale in grado si sviluppare vincoli e reti d’interazione senza la pesantezza e la complessità di un sistema istituzionalizzato.

Ma sono ipotesi che nell’immediato potrebbero essere smentite, ma che sottolineano come la geopolitica è in divenire costante ed occorre, a chi è nella fase di un percorso formativo ed educativo, essere sempre in grado di cogliere il pur minimo cambiamento in questo divenire.

Un Mondo in crisi III

Lo scenario mediorientale.

Andando a vedere più da vicino gli scenari che qualificano la geopolitica 2010, per il Medio Oriente si può dire che la evoluzione delle relazioni politiche tra gli Stati Uniti, Israele ed Iran condizioneranno le relazioni, come già per il 2009, anche per il 2010 e qualche anno a venire.

Si confermano sostanzialmente alcune delle tendenze politiche principali emerse, ossia: il fallimento dei negoziati di Annapolis; l’ascesa della potenza iraniana nella regione mediorientale, sebbene con minor impulso; la convergenza degli interessi nazionali di Israele e dei Paesi arabi nella regione in conseguenza della percezione condivisa della crescente potenza iraniana; infine, e facile essere profeti nel dire che il regime siriano (che attualmente sembra versare in stato di debolezza interna) oscillerà tra la sua alleanza con l’Iran, che dovrebbe continuare almeno per i prossimi anni, e una nuova politica di avvicinamento graduale agli Stati Uniti, alla Francia e ad Israele.

Gli elementi di novità rispetto che si possono ipotizzare per il prossimo futuro sono quattro, ossia: la partecipazione di Hizbullah al Governo libanese; la diminuzione del prezzo internazionale del greggio; la firma dell’accordo sullo status delle forze (SOFA) tra USA e Iraq; e infine la guerra tra Israele e Hamas.

La diminuzione del prezzo internazionale del greggio potrebbe rallentare l’ascesa della potenza regionale iraniana e influenzarne la politica interna, anche se non è chiaro in che misura.

La firma dell’accordo SOFA con gli USA, con la scadenza del mandato ONU avvenuta nel dicembre 2008 e il previsto ritiro delle Forze USA preludono al pieno rientro dell’Iraq nel sistema internazionale, dopo 19 anni di esclusione (iniziata nel 1991 in seguito alla Guerra del Golfo).Questo per evitare sempre più la isolalizzazione dell’Iran e cercando, di farlo partecipe più attivo alla Comunità Internazionale e quindi rendere la vita politica più difficile alle componenti estremistiche interne. Sarà importante, in questo caso, l’interscambio tra l’Europa e l’Iran

Sul fronte islamista, mentre s’indebolisce la spinta del movimento internazionale salafita, l’ascesa al Governo di Hizbullah in Libano rafforza il modello di Stato “nazional-islamista” e di “resistenza” anti-statunitense e anti-israeliana, promosso dall’alleanza Iran-Hizbullah-Hamas e realizzato in tutto o in parte in Libano e nella Striscia di Gaza. In questo senso, l’eventuale sopravvivenza del Governo di Hamas alla guerra contro Israele se si attuerà in vasta, rafforzerà tale modello, mentre la sua eventuale caduta lo indebolirà.

E’ evidente, in questo scenario che Israele e Iran rappresenteranno probabilmente i due centri di potere più influenti della regione per il 2010 e ancora per qualche anno a venire, e l’evoluzione delle relazioni tra Stati Uniti ed Israele, da un parte, e l’Iran dall’altra condizionerà di conseguenza l’evoluzione delle relazioni mediorientali nel loro complesso per questi anno

Centrale rimane in questo scenario, però, il contenzioso sul sospetto programma nucleare iraniano. Dopo il momento di impasse dovute alle elezioni statunitensi (novembre 2008) e in Iran (giugno 2009) i negoziati sono ripresi a Ginevra, che ha portato al via libera da parte del presidente Mahmoud Ahmadinejad alla proposta del 5+1 ; ma lo stesso leader iraniano ha dichiarato che la stipula di un eventuale accordo ufficiale non preluderà in alcun modo alla rinuncia da parte iraniana all’autonomia del compimento del ciclo nucleare completo. Il Presidente francese Nicolas Sarkosy ha accusato l’Iran di avere attualmente in corso un programma di sviluppo di armamenti nucleari, e lo stesso Presidente francese evoca scenari preoccupanti di breve periodo tutt’altro che irrealistici: che fare di fronte al possibile naufragio definitivo delle trattative? Come reagire all’eventualità di una bomba atomica iraniana? Che posizione assumere nel caso di un attacco militare israeliano contro le installazioni nucleari della Repubblica islamica? Il Vicino Oriente andrebbe in ebollizione con derive incontrollate al verificarsi di uno solo di questi eventi? Sono questi gli interrogativi che gettano un ombra ancora più fosca di grave incertezza sulla stabilità di questo scenario, ma non solo, ma anche sulla stabilità euro-atlantica ed internazionale.

mercoledì 16 novembre 2011

Vincenzo Camporini

ELETTO VICEPRESIDENTE  DELL'ISTITUTO AFFARI INTERNAZIONALI (IAI)

L'Istituto Affari Internazionali è lieto di annunciare l’elezione del gen. Vincenzo Camporini a Vicepresidente dell’istituto con delega ai rapporti esterni con istituzioni e imprese.

Il gen. Camporini affiancherà il presidente nella promozione dei rapporti dell’istituto con i patrocinatori, i finanziatori, gli altri centri di ricerca e le istituzioni pubbliche e private sia in Italia che all’estero.


Inoltre il gen.Camporini continuerà a contribuire alle attività del programma Sicurezza e difesa.

Arruolato in Accademia Aeronautica nel 1965 , il generale Vincenzo Camporini ha percorso tutti i gradi della carriera militare fino a ricoprire la massima carica di Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica (2006-08) e di Capo di Stato Maggiore della Difesa (2008-11).


Laureato in Scienze Aeronautiche presso l'Università degli Studi di Napoli Federico II e in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste, Camporini è autore di numerosi articoli e volumi su varie tematiche della politica internazionale (vedi bio), in particolare sulla dimensione politico-militare dell'Unione europea e sullo sviluppo delle sue capacità di utilizzare lo strumento militare nel quadro delle relazioni esterne. Tra l'altro è stato Presidente del Centro Alti Studi della Difesa (2004-06).


Grazie alla sua vasta esperienza e alle sue competenze tecnico-scientifiche, Vincenzo Camporini darà certamente un valido contributo al consolidamento e allo sviluppo delle attività dello IAI.
L'Istituto Affari Internazionali (IAI), fondato nel 1965 su iniziativa di Altiero Spinelli, svolge studi nel campo della politica estera, dell'economia e della sicurezza internazionali. Ente senza scopo di lucro, lo IAI mira a promuovere la conoscenza dei problemi attraverso ricerche, conferenze e pubblicazioni. A questo scopo collabora con istituti, università, fondazioni di altri paesi, partecipando a diverse reti internazionali.

I principali settori di ricerca dello IAI sono le istituzioni e le politiche dell’Unione Europea, la politica estera italiana, le tendenze dell’economia globale e i processi di internazionalizzazione dell’Italia, il Mediterraneo e il Medio Oriente, la politica di sicurezza e difesa, i rapporti transatlantici.