mercoledì 31 marzo 2021
venerdì 19 marzo 2021
La nuova estensione del trattato nucleare START
La
nuova estensione del trattato nucleare START
Secondo
quanto riportato dal Cremlino, il parlamento russo ha approvato e il presidente russo Vladimir Putin ha
firmato la legge per estendere per cinque anni il New Start: l’accordo tra
Russia e USA che limita gli armamenti nucleari strategici fissando un tetto di
1.550 testate e 700 missili e bombardieri dispiegati per ciascuno dei due
Stati., citato dalla Tass.
Dopo un colloquio telefonico tra
il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e il presidente russo Vladimir Putin il
parlamento russo ha votato all'unanimità per estendere il nuovo trattato START
per cinque anni. Il Cremlino ha detto di aver accettato di completare le
necessarie procedure di estensione. Nel 2020 Il Presidente Trump aveva espresso il
desiderio di sviluppare un nuovo patto sugli armamenti nucleari, a tre, fra
Russia, Cina e America. Ipotesi respinta da Pechino.
Inoltre Putin, in collegamento
video all'incontro virtuale del Forum economico mondiale, ha detto che la
decisione di estendere il trattato e’ si un passo nella giusta direzione, ma vi
sono ancora crescenti rivalità globali e
minacce di nuovi conflitti.
L'estensione del patto non
richiede l'approvazione del Congresso negli Stati Uniti, mentre i legislatori
russi devono ratificare la mossa e Putin deve firmare il disegno di legge in
questione.
Il New START scade il 5
febbraio. Dopo essere entrato in carica Biden ha proposto di estendere il
trattato per cinque anni e il Cremlino ha accolto rapidamente l'offerta.
Antonio Trogu
trogant@libero.it
mercoledì 10 marzo 2021
La percezione del concetto di "mondo"
Scrive Edoardo Boria " Solo nel Cinquecento, epoca a cui si riferisce la carta qui riprodotta le grandi comunità umane cominciarono ad avere una vaga percezione dell'unitarietà del Globo. Fino ad Allora non era esistito uno spazio mondiale se non come semplice somma di mondi diversi e molto lontani tra loro."
La carta è stata tratta da A. Lafreri, La vera descittione della navigazione di tutta l'Europa et parte dell'Africa et dell'Asia quali confinano con essa, Roma 1572.
Pubblicata su LIMES n. 2 2021.
(Traccia di Tesi 2021/2022)
domenica 28 febbraio 2021
La crisi della Superpotenza e l'instabilità del Pianeta

venerdì 19 febbraio 2021
Rivista QUADERNI N. 3 del 2020 Luglio-Settembre 2020
Per la parte dedicata
alla Storia, iniziano con questo numero le pubblicazioni dedicate al centenario
del Milite Ignoto che ricorre il prossimo anno. L’’Istituto è particolarmente
impegnato in questa data anniversaria, e la Rivista non può che assecondare
questa scelta. Prosegue, sull’abbrivio della Giornata del Decorato del 2021,
che non si è potuta celebrare per via della epidemia da Covid19, che non può
fermare l’attività posta in essere a corredo scientifico di detta giornata, le
note riguardanti la campagna di Sicilia del luglio 1943 e degli avvenimenti
riguardanti la campagna d’Italia del 1944. Contributi di Massimo Coltrinari e
Luigi Marsibilio, nell’ambito delle ricerche avviate a seguito dei Progetti in
corso riguardanti le tematiche della Guerra di Liberazione, e una di Giorgio Clemente
che affronta particolari situazioni di nostri militari durante la seconda
guerra mondiale e una nota di Consalvo Dolce riguardante l’intervento
dell’impegno degli Stati Uniti nel Vietnam.
Per la parte
geografica apre Valentina Trogu trattando della sociologia della deterrenza,
mentre in geopolitica delle prossime sfide, una nota sul covid e come viene
affrontato, che fa riflettere sulla leaderschip degli Stati Uniti nel mondo
occidentale e Luca Bordini che tratta della digitalizzazione nelle FF.AA.
Infine Stefano Chiarle tratta dell’Ucraina e del suo cammino verso la democrazia.
Nelle rubriche,
quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro,
con la evidenziazione delle realizzazioni editoriali mentre gli Indici della
rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al III trimestre del 2020. Si può
finalmente dire che un costante aggiornamento delle NOTIZIE CESVAM e degli
eventi a cui si partecipa come CESVAM è possibile trovarlo sulla home page
della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica
“Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, mentre è in progetto la
pubblicazione su questa rivista dei contenuti dei vari comparti della
piattaforma
La rubrica di chiusura
riporta la iconografia brigate di fanteria della prima guerra mondiale, come
tradizione di questa rivista.
Da ultimo,
l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del
Periodico sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco
delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.
(massimo coltrinari)
In I di Copertina: Lapide Commemorativa del Bollettino della
Vittoria del 4 Novembre 1918
martedì 9 febbraio 2021
Covid 19 e conflitti nel mondo
Dopo questa lunga pandemia, dopo il tempo che si è fermato, dopo la paura che abbiamo avuto di perdere la vita, il lavoro, le sicurezze, dopo tutto questo, il Mondo non è diventato migliore come speravamo. E' solo diventato diverso
Raffaele Crocco.
Associazione 46° Parallelo, Via Salita dei Giardini 2/4 Trento
info@atlanteguerre.it
www.atlanteguerre.it
sabato 30 gennaio 2021
La Cina e l'Europa. Le nuove via della seta
Fonte: Limes, Rivista di Geopolitica
info: www.ilmioabbonamento.it
>Le vie della seta indicate nella cartina presuppongono un ottimo rapporto con la Russia di Putin e in genere con tutti gli Stancountries, ex stati della URSS. Sono vie terresti e presentano ostacoli che le vie marittime non presentano.
mercoledì 20 gennaio 2021
Documenti di lavoro. Atlante
Edizioni Terra Nuova
L'Atlante dedicato a tutti coloro che hanno voglia di informarsi,
a tutti coloro che rifiutano la notizia spazzatura
a chi pensa a ragione che la buona informazione sia indispensabile per democrazia e pace.
Nella Emeroteca del CESVAM
sabato 9 gennaio 2021
Nuovi Orizzonti imposti dal Covid 19
Le dinamiche del cambiamento
La condizione favorevole di cui ha potuto godere, nell’anno della pandemia del Coronavirus, la 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha permesso uno sviluppo delle diverse attività e proposte del Festival in quasi totale coerenza rispetto gli standard qualitativi e organizzativi delle edizioni precedenti, pur, ovviamente, rispettando ogni protocollo di sicurezza.
Sarebbe un errore però ritenere che le problematiche legate alla pandemia non abbiano avuto delle ricadute sulla Mostra di Venezia e che, soprattutto, non ne avranno. Ma attenzione: con il termine “ricadute” non intendo rimandare all’idea di conseguenze negative, ma a riformulazioni, accelerazioni nelle dinamiche del cambiamento, consapevoli del fatto che da un lato, come dice George Bernard Shaw, «progredire senza cambiare è impossibile», e che, dall’altro, ogni crisi si dimostra essere «una tremenda opportunità per imparare e per crescere», riprendendo le parole di John Mackey.
La pandemia segna dunque una crisi, e anche profonda, ma può tuttavia trasformarsi in un momento di riflessione, di crescita, fino a divenire un generatore di mutamenti di segno positivo.
Il Festival di Venezia, sebbene sia riuscito nella scommessa che tutto potesse avvenire in presenza, durante la pandemia, ha pur sempre avviato una serie di cambiamenti che fanno perno sulle possibilità concesse dallo streaming e più in generale da Internet.
Prima di indicare questi cambiamenti è bene specificare però il motivo per cui si è deciso di non andare on-line, utilizzando la tecnologia soltanto in casi specifici: il motivo è che la resa in presenza di un festival è da considerarsi una scelta in qualche modo imprescindibile. Non credo infatti che i grandi festival possano pensare di trasferirsi interamente su Internet. La natura stessa del festival pretende ed esige la dimensione fisica, della condivisione, del rituale delle proiezioni, dei contatti con i protagonisti. Credo che per quanto riguarda Venezia e gli altri grandi appuntamenti di questo livello, ovvero Cannes e Berlino, tutti quanti punteranno a salvaguardare il core business del festival, garantendo la realizzazione in presenza.
È vero anche, però, che per alcune realtà l’andare on-line può risultare addirittura un vantaggio. Mi riferisco non soltanto ai piccoli festival, ma anche quelli specializzati, focalizzati su produzioni quali cortometraggi e documentari, vale a dire opere che godono di un mercato molto limitato o che sono prevalentemente destinate già in partenza a finire sullo streaming, per l’assenza di un circuito di distribuzione tradizionale in grado di garantire la circuitazione di questa tipologia di lavori. Diversamente i grandi appuntamenti, dove prevale invece la dimensione della promozione di prodotti destinati al mercato, la presenza fisica diviene necessaria e fondante per la possibilità di sfruttare al meglio le potenziali offerte dell’evento nel suo insieme. Si aggiunga, inoltre, il fatto che i grandi produttori sono molto restii, se non del tutto contrari, a concedere la possibilità di mostrare in rete film inediti prima della loro uscita commerciale, rendendo così vane le ipotesi di formule ibride per le grandi manifestazioni. Soltanto i piccoli produttori indipendenti si dimostrano maggiormente disponibili, pur con le dovute eccezioni: anche il Torino Film Festival, ad esempio, non ha potuto mettere on-line alcuni film pensati per il programma di quest’anno, per l’opposizione di alcuni produttori.
Vediamo invece i cambiamenti possibili verso cui ci ha condotto e ci conduce la crisi pandemica.
Prendiamo in considerazione la cosiddetta realtà virtuale (VR, Virtual Reality): viste le specificità di questo linguaggio e i suoi specifici protocolli di fruizione, non collettivi all’interno di una sala cinematografica, ma individuali mediante l’uso del visore, risulta facile far fruire i suoi prodotti in rete. È quanto si è fatto a Venezia in occasione dell’ultima edizione, quando l’intero concorso riguardante la realtà virtuale è stato trasferito on-line, permettendo anche un passaggio dalle 10.000 visualizzazioni dello scorso anno alle oltre 125.000 di quest’ultima edizione.
Questo esempio può indurci a pensare che questo sia lo scenario prossimo futuro per la VR nei Festival? Non credo, in quanto siamo ancora in un ambito in cui la tecnologia è in una fase sperimentale, suscettibile di sostanziali cambiamenti nel linguaggio e nelle modalità di fruizione ‒ si pensi ad una possibile fusione, ad esempio, della VR con la realtà aumentata (AR, Augmented Reality) ‒, e anche perché i produttori non sono sinora riusciti a dare vita a un circuito di distribuzione, e quindi ad un mercato, in grado di offrire sostanziosi ritorni economici agli investimenti fatti. Ci troviamo ancora in una fase sperimentale legata a situazioni particolari e limitate: festival, musei, esperienze fisiche in alcune grandi città. Quando sarà maturo questo sistema di rappresentazione, allora potremo vedere cosa determinerà. Penso tuttavia che la VR sia destinata non a sostituire o a inglobare il cinema, bensì ad affiancarlo, come una forma espressiva e spettacolare autonoma, dotata di un proprio linguaggio e di ben specifiche modalità di fruizione. In questa prospettiva, la VR potrà aspirare ad arricchire ulteriormente i caratteri di quel concetto sempre più liquido di “esperienza filmica” (in netta opposizione con quanto scrive Raymond Bellour) che, nell’epoca della convergenza teorizzata da Henry Jenkins, perde sempre più i suoi confini netti grazie alle continue contaminazioni e rilocazioni in diversi media.
Riguardo le modifiche messe in atto dal mondo dei festival cinematografici a causa della pandemia, non può che risultare centrale il potenziamento delle attività in rete, palesandosi la “concretezza” di quel cyberspazio che diviene luogo “sicuro”, nella diffusione del virus, di incontri, conferenze stampa, master class, dibattiti, presentazioni; tutto questo viene spostato nella rete, facendo diventare gli spazi virtuali offerti dal web gli ambienti più consoni per questa tipologia di proposta. La cultura partecipativa, sempre riprendendo Jenkins, si manifestata così, a causa e per merito del Coronavirus, in tutta la sua forza, rendendo l’ambiente virtuale una risorsa gradita e vissuta dal pubblico, dai principali protagonisti del mondo del cinema e ovviamente dagli organizzatori dei festival. I vantaggi di tutto ciò ci hanno spinto a elaborare il modo di rendere stabile e permanente questa tipologia di proposta che potrebbe diventare in futuro un elemento coerente e coesistente con il Festival, che si svolge fisicamente al Lido di Venezia, ma virtualmente in una dimensione ubiqua e sempre più immersiva, funzionale a quelli che Alain J.J. Cohen definisce gli «iperspettatori».
L’uso di uno spazio virtuale in realtà non è una novità per il Festival di Venezia, in quanto è stato uno dei primi festival a sfruttarne le potenzialità già dal 2012, ben prima che si potesse immaginare che questa scelta diventasse obbligata: in una sala virtuale sono stati da allora ospitati un certo numero di film indipendenti e di piccole produzioni, per i quali la visibilità è l’interesse primario, in concomitanza con la loro proiezione veneziana. Ma ciò che abbiamo vissuto ci ha portati alla conclusione che sia necessario potenziare tale ambiente virtuale, per avvicinarci anche a coloro i quali non hanno le possibilità per raggiungere Venezia, rendendo così ancora più concreta quella cultura partecipativa attivata dal Web 2.0.
In relazione al supporto alla richiesta di partecipazione (da parte, ad esempio, di chi per problemi economici o di salute non può intraprendere lunghi viaggi per recarsi alla sede di un festival), un’altra idea che abbiamo preso in considerazione, come soluzione alternativa al festival in presenza, può avere un qualche sviluppo futuro: mi riferisco al progetto di “festival diffuso” nel resto d’Italia, consistente nel coinvolgere le sale cinematografiche delle principali città italiane per la proiezione contemporanea dei film in programma. Questa ipotesi, sviluppata dal Festival di Venezia quest’anno solo per il film di apertura (con il coinvolgimento di 110 sale italiane), andrebbe incontro non solo alle esigenze di un ampio pubblico, ma anche agli esercenti dei vari cinema in Italia, aiutando a ricostruire un rapporto di fiducia e di fedeltà del pubblico con le sale.
Sappiamo bene che questo rapporto si è incrinato prima ancora dello scoppio della pandemia, ovvero con la nascita di canali streaming quali Netflix e di altre piattaforme come Amazon, Apple, Disney, Warner, Universal, HBO. La loro affermazione commerciale ha avviato un processo di modifica dei protocolli di fruizione della produzione audiovisiva. Ma nello stesso tempo sta determinando la necessità di soddisfare la richiesta di contenuti, che diventerà esponenziale nei prossimi anni, con conseguente avvio di una competizione, che sarà fortissima tra tutti gli streamer, per fare propri i prodotti di maggiore qualità, sia dal punto di vista autoriale sia dal punto di vista spettacolare. In tale panorama, particolarmente favorevole per il mondo del cinema e per l’intera filiera, chi corre i rischi maggiori sarà il tradizionale circuito delle sale cinematografiche, che rischiano di rimanere escluse dallo sfruttamento commerciale di molti titoli appetibili. Un simile problema riguarda anche i festival? No. Ritengo infatti che i festival non corrano il rischio di scomparire, anche qualora tutti i prodotti dovessero andare direttamente in streaming; e questo per il fondamentale bisogno di promuovere certi titoli, di valorizzarli rispetto ad altri, di segnalare quali siano le opere più interessanti per un certo tipo di pubblico. È proprio per questo che i festival avranno molto da fare anche negli anni prossimi. Ma è anche vero che dopo la pandemia assisteremo a un ribaltamento dei rapporti di forza; se prima il mercato tradizionale delle sale rappresentava più del 90% dello sfruttamento commerciale dei titoli e il restante 10% era a vantaggio degli streamer, dopo la pandemia potrebbe esserci e vero e proprio ribaltamento dei rapporti di forza. Quello su cui bisogna investire in tutti i modi sarà allora la salvaguardia del patrimonio rappresentato dai circuiti tradizionali. Sarà questa una delle prossime mission dei festival, anche se il grosso del lavoro spetta agli esercenti stessi, che devono capire quanto sia fondamentale la trasformazione della sala cinematografica in un nuovo ambiente, cioè in un contenitore di cultura ad ampio raggio capace di ospitare prodotti generati da linguaggi e media diversi (concerti, opere teatrali, musica lirica e operistica). È questa una delle grandi lezioni che dobbiamo saper trarre da questo difficilissimo momento generato dalla pandemia.
Bibliografia per approfondire
A. J.J. Cohen, Virtual Hollywood and the Genealogy of Its Hyper-Spectator, in Hollywood spectatorship. Changing perceptions of cinema audiences, a cura di M. Stokes - R. Maltby, British Film Institute Publications, London 2001
H. Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano 2007
H. Jenkins, Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo, Guerini Studio, Milano 2010
R. Bellour, La Querelle des dispositifs. Cinéma – installations, expositions, POL, Paris 2012
giovedì 31 dicembre 2020
Bilancio 2020 consultazione del blog
Il presente blog in
questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n. 27742 accessi
La media degli
accessi al blog è stata:
I Trimestre pari a 228
II Trimestre pari a
227
III Trimestre pari a
383
IV Trimestre pari a
250
La media degli
accessi annua è di 272 elementi
I Post totali dalla
apertura del blog è pari a 472
I Trimestre pari a 5
II Trimestre pari a
7,33
III Trimestre pari a
4,67
IV Trimestre pari a
5,92
La media dei post per
l’anno 2020 è di 5,92 ogni mese
domenica 20 dicembre 2020
giovedì 10 dicembre 2020
Gli Stati Uniti e il Mondo. Un 2020 da dimenticare
Il Pianeta terra nel 2020 ha visto lo scatenarsi di una pandemia che non è nemmeno paragoniobile alla Seconda Guerra Mondiale per via dei danni e tragedie che ha provocato. In questa situazione difficle la nazione guida del mondo occidentale ha perso completamente la testa. Non è riuscita a mantenere i nervi saldi alla guida del l mondo. All'interno la pandemia è stata affronta in modo superficiale, perfino si è arrivati a consigliere i cittadini di bere varacchina per meglio essere puliti dentro contro il virus, come se fossero dei sanitari di un normale bagno, e questo consiglio è venuto non dall'ultimo in fondo a destra da dal Presidente in carica. In più una devastante ribellione sociale dai contenuti quanto mai populisti con la polizia che è contro il cittadino, violenta ed assassina, con istanze etnicorazziste che si sono scagliate contro il passato, abbatendone i simboli, in una furia iconoclasta senza senso, ma che ha lacerato il tessuo sociale di questa Unione. Ora ci aspetta un altro anno. Prim fra tutti debellare la epidemia, poi cercare di ricostruire una fiducia in una leaderschip che si spera possa dare più certezze ad un occidente sempre più in balia di se stesso
lunedì 30 novembre 2020
martedì 24 novembre 2020
Tramp riconosce la realtà. Occorre una riflessione in profondità
La notizia non confermata che Trump abbia riconosciuto la sconfitta alle elezioni del 3 novembre, sempre possibili cambiamenti da parte di questo personaggio, mette sui binari la deragliata democrazia statunitense. Tre settimane di incertezza sono un peso troppo grande per poter partire senza fare alcune riflessioni di fondo. In coietà abbastanza strutturate il siustema presidenziale statunitense può funzionare. In società meno strutturare, vedi Perù, vedi Venezuela, e sopratutto vedi le fragili società africane, questo sistema non funziona. LO Stato perde la sua capacità di governo ed i cittadini pagano prezzi troppo alti in termini di guerre e sperpero di risorse. Occorre porre mano a riflessioni affinche qualche correttivo possa essere messo in atto se si vuole realmente combattere i disastri delle guerre, delle privazioni e delle crisi umanitarie in atto.
martedì 17 novembre 2020
Valentina Trogu. Relazioni sociologiche tra Stato e società
Friedrich Engels ha identificato lo Stato come un prodotto
della società che si rivela necessario una volta raggiunto un determinato
stadio di sviluppo dato che il suo compito è impedire che gli antagonismi tra
le classi con interessi economici in conflitto distruggano sé stessi facendo
catapultare la società in una sterile lotta. Lo Stato, dunque, è visto dal
filosofo al pari di una potenza apparentemente al di sopra della società e
capace di mantenerla nei limiti dell’ordine attenuando i conflitti interni in
quanto è espressione di un potere che Max Weber, successivamente ad Engels,
definì “legittimo” distinguendolo dal concetto di potenza – Macht.
La differenza risiede nel tipo di relazione sociale
espressione del potere; nel caso del concetto di potenza il soggetto più forte
riesce a far valere le proprie decisioni e la propria volontà in ogni caso
mentre mettendo in atto il potere legittimo, il soggetto debole della relazione
(la società civile) accetta le decisioni del soggetto forte (lo Stato) in
quanto le riconosce come valide e legittime.
Il concetto di Stato si è modificato ed evoluto nel corso
del susseguirsi dei vari periodi storici soprattutto a causa del cambiamento
della natura del potere politico e del generarsi di diverse forme istituzionali
che hanno differenziato notevolmente gli Stati tra loro andando ad incidere in
maniera preponderante non solo sulla struttura sociale della società civile ma
anche su ogni singolo aspetto che caratterizza una nazione, la cultura, la
libertà, le tradizioni, le norme… Sembrerebbe impossibile poter “confrontare”
il valore di uno Stato rispetto ad un altro proprio perché le notevoli differenze
sono facili da rilevare anche solamente partendo dalla constatazione che ogni percorso
storico è a sé stante, che il presente è frutto di tutti gli eventi accaduti in
passato e non esistono due Stati, due nazioni che abbiano affrontato allo
stesso modo l’accadere di determinati fatti.
Un metodo di valutazione che quantifichi la capacità di uno
Stato è stato comunque trovato e consiste nell’utilizzare come strumento di
misura l’attitudine dello Stato oggetto di studio in riferimento alla gestione di
specifici fattori di squilibrio e di shock e alla capacità di trasformazione
dei fattori destabilizzanti in vantaggi. Seguendo questa metodologia, i
parametri che vengono presi in considerazione per valutare la capacità di uno
Stato sono politici ed economici; tra i primi è possibile riscontrare la
sicurezza, la coesione sociale e il governo mentre tra i secondi troviamo la
capacità economica dello Stato e lo sviluppo sociale.
Per quanto riguarda i fattori di squilibrio e i fattori destabilizzanti
occorre discernere tra eventi imprevedibili in cui non rientra la volontà umana
ed eventi che sono generati da situazioni oggettive interne allo Stato o dovute
al succedersi (o al non succedersi) di agenti esterni che l’uomo ha la capacità
di gestire attraverso una politica efficace che metta in campo adeguate
contromisure. In entrambi i casi, il modo in cui lo Stato agirà per impedire
che i fattori di squilibrio aumentino ulteriormente l’instabilità dello
scenario sarà determinante per una veloce risoluzione delle problematiche e
dipenderà da fattori politici, economici e sociali dell’area oggetto di studio
nonché dalla situazione di stabilità/instabilità, sviluppo/arretratezza già
presente all’interno dello Stato.
Un fattore di shock dei giorni nostri che ha inesorabilmente
colpito ogni nazione del mondo è la pandemia del Coronavirus; la diffusione è
stata globale ma le reazioni si sono diversificate nei tempi e nei modi
mostrando le diverse capacità degli Stati nell’affrontare un fattore di
squilibrio che ha provocato profonde crisi in tanti settori e aspetti della
società. Uruguay e Perù sono due nazioni il cui confronto permette di
constatare l’importanza dell’agire dello Stato in relazione alle ripercussioni che
un evento improvviso e devastante come la pandemia può avere sulla società
civile. In generale, il Sud America non ha retto l’urto del Coronavirus a causa
di un sistema sanitario fragile e delle forti disuguaglianze sociali; si
possono contare più di 200 mila vittime la maggior parte delle quali provenienti
dal Brasile, Paese con la percentuale più alta di contagi e morti. In questo
contesto di devastazione, l’Uruguay si è rivelata essere un’eccezione facendo
registrare 2.226 contagi e 49 decessi su una popolazione di circa 3,5 milioni
di abitanti; cifre che sono state difficili da eguagliare anche in nazioni in
cui all’apparenza la situazione generale sembrava essere più solida.
Sulla carta, infatti, il contesto
politico dell’Uruguay si rivelava difficile considerando il fatto che il primo
marzo si è assistito ad un cambio di governo, con il passaggio del potere dal
progressista Frente Amplio – presidente da quindici anni – a Luis Lacalle Pou, esponente
di una coalizione conservatrice. A differenza degli altri Stati della regione
dove scontri e tumulti sembrano essere la prassi in situazioni politiche come
quella di un cambio di governo, l’Uruguay ha affrontato il distacco e
l’inversione di marcia pacificamente consentendo a Luis Lacalle Pou di dedicarsi
completamente alla ricerca della strada da seguire per limitare il più
possibile i danni da pandemia di Coronavirus.
Lacalle Pou ci è riuscito con l’aiuto di una task force composta
da 60 persone tra medici, ricercatori e scienziati e senza dover ricorrere a
misure restrittive della libertà di movimento. Nessun lockdown, dunque, per non
mettere in difficoltà chi aveva l’esigenza di lavorare ma solamente chiusure
delle scuole, degli uffici e delle attività commerciali e una ingente campagna
di sensibilizzazione sulle modalità di prevenzione del contagio e sulla
pericolosità del virus. Il Ministero della Salute, poi, ha predisposto
immediatamente un piano di emergenza con una lista unica tra pubblico e privato
dei posti in terapia intensiva, atto indispensabile in un Paese in cui il 70%
della popolazione ha accesso solamente al servizio pubblico caratterizzato da
un sistema formato da cooperative mutualistiche il cui unico sostentamento sono
le buste paga dei lavoratori.
In più, punto forte della strategia di Luis Lacalle Pou è
stato il massiccio utilizzo dei test, 19 mila per ogni milione di abitanti;
parliamo del doppio rispetto all’Argentina e del 30% in più rispetto al
Brasile. Per ogni positivo riscontrato, venivano testate e messe in isolamento
una media di venti persone riuscendo così ad intervenire efficacemente su ogni
focolaio. Ulteriori controlli venivano eseguiti nei blocchi sanitari posti in
alcuni punti strategici di passaggio tra l’Uruguay e i paesi circostanti.
L’azione di Lacalle Pou nei confronti della pandemia da
Coronavirus è stata rapida e ben elaborata ma poco sarebbe servita senza l’appoggio
della popolazione e la condivisione delle strategie messe in atto dal governo. Il
leader ha fatto appello al senso civico della sua gente, li ha caricati di una
responsabilità individuale senza intimorire e minacciare punizioni. Ha mostrato
l’obiettivo comune, evitare il collasso generale, e il modo per ottenerlo,
semplicemente proteggendo sé stessi e gli altri, dimostrandosi un capo
all'altezza di un popolo che ha alla base della propria cultura aspetti quali
la determinazione, il rispetto, il senso civico e il coraggio probabilmente ereditato
dai ciarrua, tribù presente in Uruguay nel momento dell’insediamento dei
bianchi nel XVI secolo che ha lottato opponendosi con fierezza alla
colonizzazione bianca. Naturalmente la pandemia ha inciso sull’economia del
Paese ed è tutt’oggi richiesta grande attenzione per riuscire a superare il
periodo di crisi ma, in generale, nella regione del Sud America l’Uruguay può
essere considerato l’unico Stato con una capacità tale da contenere lo shock dovuto
al Covid-19.
Considerazioni opposte sono rivolte, invece, al Perù che con
più di 835 mila contagi e oltre 33 mila decessi si posiziona al secondo posto,
dietro al Brasile, nella classifica dei Paesi del Sud America più colpiti dalla
pandemia. Le conseguenze economiche e sociali sono state devastanti, si è
assistito ad un crollo del 17% del Pil (contro il 7% dell’Uruguay), all’inadeguatezza
del sistema sanitario e al 70% della popolazione in difficoltà economiche tanto
da non poter soddisfare i bisogni primari fondamentali. Gli errori messi in
atto dal governo di Martin Vizcarra hanno provocato una profonda crisi della
società nonostante le premesse risultassero essere migliori rispetto
all’Uruguay.
Vizcarra è arrivato al potere nel 2018 dopo che il suo
predecessore, Pedro Pablo Kuczynski, si dimise a causa del coinvolgimento nello
“scandalo Odebrecht”, vicenda che ha portato alla più grande indagine per
corruzione nella storia dell’America Latina e ha causato molti danni economici
in Perù. La posizione di Vizcarra non è mai stata completamente priva di
problematiche e di discussioni, in ogni caso ad inizio pandemia era saldo a
capo del governo e optò già da metà marzo per un lockdown generale che
impedisse il diffondersi dei contagi dato che la curva era costantemente in
fase di crescita.
Con l’esercito a presidiare le strade e la paralisi delle
attività produttive è iniziato un rapido collasso, riflesso anche di una serie
di decisioni non prese che ne avrebbero impedito la veloce escalation. I
decreti di chiusura non comprendevano i mercati rionali, zone in cui milioni di
famiglie quotidianamente si recano data l’assenza in casa di un frigorifero e
la necessità di acquistare prodotti freschi ogni giorno; l’attenzione verso le
misure di distanziamento sociale non è mai stata posta così come non sono stati
diffusi adeguati strumenti di sicurezza per il controllo dei contagi. Il
sussidio di emergenza predisposto da Vizcarra non ha tenuto conto del fatto che
la stragrande maggioranza dei peruviani non è in possesso di un conto corrente e
di conseguenza si sono creati grandi assembramenti fuori dalle agenzie bancarie
tramutati presto in focolai di Covid-19; non sono state previste, poi,
limitazioni negli spostamenti, dimenticanza che ha portato all’esodo da Lima di
dieci milioni di abitanti che essendo rimasti senza lavoro hanno fatto ritorno
al paese di origine viaggiando in bus affollati e lasciando una scia di contagi
lungo il tragitto.
Tra mancanze, inefficienze e disorganizzazioni un altro male
ha indebolito il Paese e peggiorato lo scenario generale; parliamo della corruzione
e dell’accusa di intralcio alla giustizia avanzata al Presidente Vizcarra che
fino ad ora è riuscito a sfuggire all'impeachment promosso dai suoi oppositori
in Parlamento che lo accusano di 'incapacità morale' ma non sono riusciti a
raccogliere voti sufficienti per rovesciarlo.
La corruzione è un fattore destabilizzante che influisce in
maniera preponderante sulla capacità di uno Stato dato che mette a serio
rischio la relazione di fiducia tra società e governo ed impedisce lo sviluppo della
società civile stessa. Tra le motivazioni alla base della corruzione possiamo
citare l’avidità e il desiderio di ricchezza e di potere, la possibilità di un
guadagno facile, un rischio limitato di venire scoperto e una pena esigua nel
momento in cui il reato dovesse essere scoperto. La corruzione rompe le regole
sociali e le norme di uno Stato contrapponendosi al termine “integrità” che
tiene unito il sistema di valori di un individuo.
È possibile legare la corruzione ad una teoria detta Broken Windows Theory (Teoria delle
finestre rotte) elaborata dai criminologi Wilson e Kelling secondo cui la
criminalità (inclusa la corruzione) è l’inevitabile risultato del degrado e del
disordine. L’esempio è quello di una fabbrica o un ufficio con una finestra
rotta. I passanti guardandola arriveranno alla conclusione che nessuno se ne
cura, che nessuno ne ha il controllo. Presto tutte le finestre saranno rotte e
l’edificio sarà occupato da vandali e criminali e i passanti penseranno che non
solo nessuno controlla l’edificio ma anche che nessuno controlla la strada su
cui si affaccia. Solo bande di giovani sbandati e criminali sconsiderati
possono avere qualcosa da fare in una strada non controllata, così sempre più
cittadini abbandoneranno quella strada a coloro che vi agiranno in cerca di
prede.
Si evince, così, che la diffusione del disordine ambientale
contribuisce al disordine sociale, l’ambiente degradato degrada il
comportamento portando alla corruzione e che il degrado ambientale, poi,
influenza la percezione della sicurezza. Rapportando queste considerazioni al
Perù si crea un parallelismo tra il contesto poco stabile intorno al governo e
alla figura leader del Paese, contesto in cui è intrinseco il dubbio della
corruzione, e l’incapacità di affrontare un fattore di shock come il
diffondersi del Covid-19. Ricatti e corruzione nella vita politica stanno
affliggendo il Perù da oltre trent’anni come fantasmi che tornano continuamente
dal passato impedendo quell’evoluzione della società civile e quella creazione
di presupposti economici che getterebbero le basi per una ripartenza del Paese.
La constatazione di un rapporto intrinseco tra degrado
ambientale, disordine sociale e criminalità spiegata con la Broken Windows
Theory trova riferimenti accertati anche in Colombia, Paese che ha visto
crescere esponenzialmente in un rapporto direttamente proporzionale i contagi
da coronavirus e gli atti criminali tanto da definire l’estate appena trascorsa
come “un’estate da incubo”, di violenza e morte. Oltre ai 27 mila (e oltre)
decessi dovuti alla pandemia occorre aggiungere, infatti, circa 50 persone uccise
da vari gruppi armati solamente nel mese di agosto tra cui cinque adolescenti
nella periferia di Cali.
Che fine ha fatto il
processo di pace tra il governo colombiano e le Forze Armate Rivoluzionarie –
FARC - siglato il 24 novembre 2016 a Bogotá? È vero che l’accordo ha trovato il
pieno sostegno della comunità internazionale ma la vera problematica è
l’indifferenza associata alle resistenze riscontrabili nel Paese dovute alla
mancanza di legittimazione politica a livello popolare. Tale disaffezione è il
risultato delle aspre divisioni esistenti tra città e aree rurali, tra zone e
popolazioni integrate e aree e comunità marginalizzate che portano ad ignorare
una tematica importante come quella della pace.
La mancanza della “cultura della pace” priva la società
civile dell’educazione alla libertà, al rispetto dei diritti umani, alla
giustizia, alla solidarietà e alla tolleranza e contemporaneamente alimenta
violenze e conflitti dato che rappresentano l’unico modo di agire di cui si ha
piena conoscenza. Gli uomini, infatti, vengono guidati da schemi nel loro agire
sociale, seguono dei veri e propri copioni che regolano intere sequenze di
comportamenti anche in base al ruolo che ognuno assume all’interno della
società. Una volta riconosciuta la propria posizione nel gruppo e appresi i
comportamenti (di dominazione o remissione a seconda del ruolo in un contesto
di violenza) si mettono in pratica le dinamiche conosciute, apprese e
interiorizzate così come ha dimostrato una ricerca del 1971 di Philip Zimbardo.
Il noto psicologo statunitense per scoprire fino a che punto
gli schemi di ruolo possono determinare il comportamento decise di ricorrere
allo studio della brutalità nelle prigioni ponendola in relazione
all’incontrollabilità dei detenuti, alla violenza di alcune guardie o ai ruoli
istituzionali di guardia e prigioniero. Zimbardo chiamò alcuni studenti
volontari ad assumere i ruoli di guardia carceraria o detenuto in una finta
prigione costruita nel Dipartimento di Psicologia di Stanford. Dopo solo un
giorno di prova, l’immedesimazione arrivò al punto che gli studenti “guardie”
cominciarono a trattare con disprezzo i compagni “prigionieri” assegnando loro
compiti crudeli e degradanti, atteggiamento che portò ad una ribellione da
parte degli studenti “detenuti” che iniziarono ad avere comportamenti violenti o
apatici in cui si disperdevano i confini della realtà e della fantasia. La
conseguenza fu l’interruzione dell’esperimento dopo sei giorni invece delle due
settimane previste inizialmente.
martedì 3 novembre 2020
Elezione negli Usa. I Grandi Elettori
Secondo i sondaggi per arrivare alla soglia dei 270 Grandi Elettori Biden può contare su 183 sicuri, 29 quasi sicuri, e 78 leggermente sicuri.
TRump parte da un 88 di sicuri, 37 quasi sicuri, 38 leggermente sicuri mentre ha un um 85 di incerti che potrebbe essere a suo favore come a favore dell'avversario.
sabato 31 ottobre 2020
mercoledì 28 ottobre 2020
domenica 25 ottobre 2020
domenica 18 ottobre 2020
domenica 11 ottobre 2020
Le elezioni negli Stati Uniti
La negazione del virus Corona19 da parte della Presidenza Trump ha avuto un esito quanto mai sorprendete. Lo stesso presidente e la moglie sono stati colpiti da questa infezione e Trump è stato costretto ad essere ricoverato. Saltato il grande confronto con lo sfidante Biden. Ripresosi a tempo di record, ha voluto dimostrare che questa epidemia non è un problema per gli Stati Uniti. Trump affronta la campagna elettorale senza tenere conto delle indicazioni della scienza. Ignora quanto gli viene detto in merito. Gli Statio UNiti sperano solo che tutto finisca in modo naturale. Il numero dei contagiati sale esponenzialemnte ed i deceduti sono oltre il 200.000. Certamente è arduo pensare di affidarele sorti del mondo ad una leaderschip che nega un evento di tal genere.





























