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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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venerdì 31 luglio 2015

Europa: errori madornali e cambi di rotta

Unione europea
Il nodo è politico, anzi di politica istituzionale
Fulvio Attinà
21/07/2015
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A sentir molti anche altolocati, i guai dell’Unione europea (Ue) risalgono alla crisi economica mondiale e alle risposte sbagliate che i governi e le istituzioni europee hanno dato.

Sarà vero. Ma, domandiamoci, poteva andare diversamente? Temo di no e concordo di più con quelli che dicono che la crisi dell’Unione, più che economica e finanziaria, è politica. Anzi, preciso, è politica perché col trattato di Lisbona i governi hanno commesso un errore di politica istituzionale madornale: hanno fatto del Consiglio europeo un’istituzione dell’Unione e gli hanno attribuito la posizione apicale.

Errori madornali e cambi di strada
Intendiamoci, non era prevedibile. A Lisbona è giunto a compimento un processo iniziato quasi 50 anni fa con il compromesso di Lussemburgo. I governi dell’allora Comunità economica europea concordarono una revisione dell’impianto istituzionale per spostare il vertice del sistema dalla Commissione ai governi.

Ci hanno messo tanto tempo per portare a termine il loro progetto perché qualcuno ha remato contro. Primo fra tutti, Jacques Delors che negli ultimi anni Ottanta ha guidato la strategia del mercato unico e avviato quel processo di riforma politica ed istituzionale che ha consentito di passare dalla Comunità all’Unione e di firmare i trattati di Maastricht e di Amsterdam che hanno iniziato a ridurre quello che chiamavamo deficit democratico ed era un sistema istituzionale di governo scorretto.

Dopo Maastricht e Amsterdam, però, l’Ue ha cambiato strada. Dicono alcuni perché il processo di integrazione non teneva e non tiene conto degli Stati nazionali. Forse è vero ma è anche vero che gli stati nazionali e i loro leader devono tener conto di condizioni che impongono cambiamenti. Se non lo fanno, mal gliene incoglie!

Di questo erano e sono consapevoli coloro che la pensano come la pensava Jacques Delors. Fatto è che le scelte istituzionali operate dai trattati di Nizza e specialmente di Lisbona, esagerando il significato del no alla Costituzione europea, hanno aperto quel processo di perdita di legittimità e di efficacia politica dell’Unione di fronte al quale oggi ci troviamo.

Quelle scelte, infatti, hanno spento il dualismo Commissione-Consiglio, hanno manipolato la parlamentarizzazione dell’Unione svuotando, fra l’altro, del suo significato strategico la designazione parlamentare del presidente della Commissione e, ecco l’errore madornale, hanno messo tutto il potere di produzione politica dell’Unione nel Consiglio europeo.

In questo modo, l’Ue è diventata un’organizzazione internazionale molto avanzata, certo, ma subordinata alla diplomazia e soprattutto agli interessi elettorali dei governi.

Tutto il potere al Consiglio europeo
Da quando il Consiglio europeo è diventato istituzione apicale, le decisioni fondamentali sui problemi di oggi e sui programmi futuri sono fatte nei negoziati dei capi di governo. I margini di decisionalità della Commissione e del Parlamento esistono ma sono poca cosa.

La Commissione esegue ciò che le conclusioni di ogni riunione del Consiglio indicano. Poco importa che la Commissione sia libera di elaborare studi e progetti, a quelle conclusioni deve attenersi.

Il Parlamento segue in buon ordine salvo qualche sprazzo più correttivo che antagonista delle decisioni del Consiglio: la dinamica tra Parlamento rappresentante del popolo e Consiglio (dei Ministri, ma la differenza dal Consiglio europeo è solo di nome) rappresentante degli Stati è scomparsa o quasi.

In sostanza, questa Ue ha un sistema politico-istituzionale fatto apposta per l’onda populista dei nostri tempi e, a sua volta, la alimenta. Basta sentire i discorsi di Cameron, Renzi, Merkel, Hollande ed altri capi di governo. Sono diversi l’uno dall’altro quanto ad approccio verso l’Ue, eppure dicono tutti la stessa cosa: “Il mio popolo ha meriti; questa Unione deve riconoscere i meriti del mio popolo; io non posso accettare politiche europee che sacrificano gli interessi del mio popolo meritevole”.

Che ci sia la crisi economica o altro non conta poi tanto. Conta il fatto istituzionale che è stato messo in piedi indipendentemente dalla crisi economica. La ragione è semplice. Se i governi decidono insieme le politiche europee, come si può trascurare che ogni governo in Consiglio guarda al suo interesse di vincere le prossime elezioni nazionali? Come meravigliarsi, insomma, che la produzione politica del Consiglio sia vincolata da questa aspettativa che accomuna tutti i suoi membri?

Un esempio recente: l’Unione deve dare risposta al problema di migranti in fuga da guerre, persecuzioni e povertà; è un problema che interessa tutti; la Commissione redige un piano di quote per distribuire almeno i richiedenti asilo; sa di poter contare sul sostegno di qualche governo, ma dimentica che la rielezione dei governi in Consiglio è a rischio se quella proposta passa; il Consiglio non produce alcuna politica.

Il minimo comun denominatore consiste nel confermare l’esistente, cioè il controllo delle frontiere, il respingimento dei migranti illegali, il vigente e contestato trattamento di Dublino per i richiedenti asilo.

Da un sistema evirato al balzo in avanti
C’è chi continua a dire che l’Ue è un sistema intergovernativo controbilanciato da Commissione e Parlamento. Ma col sistema istituzionale di Lisbona la Commissione è stata evirata e non possiamo trascurare che ormai l’aspettativa di rielezione della maggioranza dei deputati europei si lega a quella del proprio governo.

La maggioranza dei parlamentari europei non può che stare ‘in cordata’ con il premier del suo Stato in Consiglio: anch’essi saranno rieletti se gli elettori riconoscono di essere restati protetti a Bruxelles. Il luogo comune che davanti agli elettori i politici si salvano scaricando le colpe su Bruxelles non tiene più nel sistema istituzionale di Lisbona.

La via d’uscita sarebbe, come si suole dire, un balzo in avanti. Non nascondiamocelo, la via d’uscita è federale: è un esecutivo europeo, con piena competenza su alcune politiche, la cui elezione e rielezione dipendono da un unico corpo elettorale europeo. Questo succede in tutte le democrazie.

Chi vuole il potere esecutivo fa un programma per vincere le elezioni e, se le vince, attua un insieme di politiche che tiene conto degli interessi e delle attese di tutti i suoi possibili elettori. Un esecutivo come il Consiglio europeo che governa in funzione della rielezione dei suoi 28 membri da parte di 28 elettorati diversi non può avere la stessa performance del precedente. La sua ricerca del minimo comune denominatore tra le 28 posizioni darà una scarsa produzione politica. I fatti lo dimostrano.

Per fare il balzo in avanti e cominciare a uscire dal madornale errore istituzionale, allora, bisogna fare un passo indietro, cancellare Lisbona e riaprire il cambiamento istituzionale disegnato a Maastricht e Amsterdam.

Non scommetterei sulla fattibilità di questo cambiamento nel breve termine. C’è un serio problema: le elezioni le fanno i partiti e i partiti europei ancora non ci sono. Pressioni ambientali interne ed internazionali, tuttavia, potrebbero renderlo possibile.

L’integrazione europea, comunque, non è in pericolo. Tutti si rendono conto che in Europa c’è bisogno di coordinare le politiche degli Stati ma l’efficacia politica dell’Unione non può tornare a crescere se non si rimette mano alle riforme istituzionali senza fare errori.

Fulvio Attinà è professore di scienza politica e relazioni internazionali e Jean Monnet Chair Ad Personam nell’Università di Catania.
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giovedì 30 luglio 2015

L'Italia e la terza via in Europa

Ue, Grecia, Italia
L’Europa ha bisogno d’una Terza Via
Eleonora Poli, Maximilian Stern
16/07/2015
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La posizione italiana sul recente referendum greco è stata altalenante. Prima del voto, il premier Renzi s’è pubblicamente dichiarato a favore del sì, come numerosi altri leader dell’eurozona, anche se, a giudizio di numerosi osservatori, l’Italia avrebbe potuto trarre beneficio da un consenso greco contro l’austerity europea.

Dopo la vittoria del no, s’è impegnato per trasformare il risultato in un’opportunità per la Grecia e l’Unione.

L’atteggiamento prima del referendum ha sorpreso quanti ritenevano che ci fosse spazio politico per un sostegno del Pd a Syriza. Con un programma elettorale basato sull’aumento del benessere sociale anche a discapito della disciplina fiscale, alcune idee del partito di Alexis Tsipras sembrano collimare con quelle della campagna del Pd per le elezioni europee del maggio 2014.

Invece, prima del voto, il premier Renzi non solo non ha sostenuto la battaglia dei greci contro l'austerità, ma ha addirittura condiviso la necessità di attuare riforme severe. Dopo, Renzi ha ricevuto critiche da quanti affermano che s’è sostanzialmente defilato ai tavoli decisionali europei: accusa cui il premier e il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi hanno replicato rivendicando un ruolo cruciale nella maratona negoziale tra il 12 e 13 luglio, al Vertice dell’Eurogruppo.

Le motivazioni di politica interna …
Quella che può apparire come una posizione irrazionale trova però motivazioni in una serie di ragioni di politica interna e estera. Considerando il fronte interno, la possibile Grexit doveva essere evitata ad ogni costo: essendo il terzo maggior creditore dopo Germania e Francia, l’Italia è esposta per 40 miliardi di euro come debito greco.

Al di là di ogni assicurazione da ipotetici contagi, l’uscita della Grecia dall’euro sarebbe certamente dannosa per un’economia italiana ancora in difficoltà, che ha sperimentato una crescita negativa nel 2014. Vista la rigidità tedesca, il solo modo per evitare l’uscita greca dalla zona euro era tramite l’attuazione di chiare riforme di austerità.

In secondo luogo, la Grexit sarebbe un pericoloso precedente politico, a cui Matteo Salvini, leader della Lega, potrebbe fare appello, rinforzando di fatto la sua campagna anti-euro.

Comparando l’Ue ad un gulag in cui i cittadini sono soggetti a una sorta di diktat di Bruxelles, Salvini ha infatti proposto più volte un referendum nazionale per decidere se uscire dall’Eurozona, nonostante esso non sia contemplato dalla Costituzione.

In terzo luogo, una vittoria politica di Syriza sulla Germania avrebbe delegittimato la linea moderata perseguita dal Partito democratico, dando maggior consenso a partiti come Sinistra Ecologia e Libertà (Sel, 32 parlamentari), che fa parte dello stesso gruppo politico di Syriza al Parlamento europeo, o il Movimento 5 Stelle (M5S, 127 parlamentari).

Durante la campagna per il referendum greco, sia Sel che il M5S non solo hanno sostenuto la decisione di Tsipras, ma, forti del loro slogan “OXI”-ge-”NO”, si sono anche mobilitati per un nuovo piano europeo che potesse fermare la politica di austerità e fornire nuovo ossigeno alle economia nazionali.

… e quelle di politica estera
Dal punto di vista di politica estera, Renzi avrebbe deciso di adottare una posizione defilata e comunque non di pieno sostegno alla Grecia per far apparire l'Italia come un paese mediterraneo affidabile.

Questo potrebbe garantire al Paese lo spazio politico necessario per potere poi chiedere una maggiore flessibilità sull’applicazione delle regole di bilancio o un maggiore sostegno europeo per risolvere problematiche relative all’immigrazione.

Seppure guidata da considerazioni economiche e dalla necessità di mantenere la legittimità politica, la strategia apparentemente ondivaga di Renzi, che alternava segnali di solidarietà verso la Grecia con prudenza nei confronti della Germania, ha dato all’Italia alcuni vantaggi.

I timori di contagio della crisi greca sembrano svaniti, lo spread delle obbligazioni non è aumentato così tanto come ad esempio in Portogallo, il governo è stabile ed i rapporti con la Germania sono eccellenti. Inoltre, avendo attuato riforme volte alla liberalizzazione economica, non da ultimo il Job Act che dà maggiore flessibilità al mercato del lavoro, l'Italia ha il potenziale per diventare un Paese modello dell'Europa meridionale.

Tuttavia, nel lungo periodo, la mancanza di una politica estera forte non paga mai. Sicuramente la strategia di Renzi comporta pochi rischi, ma non dà all’Italia una posizione autorevole nella determinazione della politica europea.

Forte della stabilità interna acquisita, Renzi dovrebbe ora sviluppare una politica estera coerente, che potrebbe rappresentare una “terza via” non solo per l'Italia, ma anche per l'Europa stessa.

Infatti, rappresentando un'alternativa alla irrazionalità della Grecia e alla rigidità della Germania, Renzi potrebbe guidare una coalizione di Paesi del Mediterraneo, come Portogallo, Spagna e Francia, e chiedere maggiore flessibilità nell’applicazione delle politiche di austerità al fine di rilanciare le economie nazionali.

Con il 12.7% di disoccupazione e una decrescita del-0.4% nel 2014, politiche economiche più flessibili potrebbero aiutare la ripresa economica italiana e garantire a Renzi ampia legittimità politica. Inoltre, ponendosi come leader di una “terza via” moderata, Renzi potrebbe contribuire a superare le divisioni politiche ed economiche tra Stati membri e a condurli verso un’Unione europea più coesa.

Eleonora Poli è ricercatrice dello IAI. Maximilian Stern è Co-founder of @foraus - Swiss Think Tank on Foreign Policy, Mercator Fellow.
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martedì 21 luglio 2015

venerdì 17 luglio 2015

Russia: un sistema antimissili efficente

Il sistema S-400 e la forza aerea russa.

di 
 Federico Salvati

Mosca, 15 luglio 2015
   
  In un intervista rilasciata la settimana scorsa alla Pravda, il colonnello Sergei Khatylev ha spiegato come il nuovo sistema di difesa missilistica S-400 non avrebbe rivali, specialmente a confronto del  suo corrispettivo americano ( sistema patriot).
    L'S-400 è un sistema di difesa aerea che utilizza 4 tipi diversi di missili a medio e lungo raggio. Il missile è lanciato da un condotto di lancio e può arrivare ad un altezza di 30 metri prima che si azioni  la propulsione secondaria. La portata di fuoco invece può arrivare a coprire una distanza di ben 600 KM. I missili sono dotati di un sistema di guida semiautomatica che permetta di direzionare il missile in una certa area. Una volta entrato nell'area il missile cerca il suo obiettivo automaticamente agganciandosi a a fonti di energia compatibili con il suo sistema di puntamento.
    I possibili obiettivi da cui il sistema missilistico fornisce copertura sono i più svariati. La lista comprende jet figher, elicotteri, missili cuiser e cruiser ipersonici, missili tattici, aerobaistici ecc. Il sistema radar dell'S-400 è un grado di identificate ben 300 obiettivi simultaneamente a 600 Km di distanza.
    Il colonnello Sergei Khatylev ha fatto notare, quindi, come la difesa americana, per quando possa essere considerata performante, tatticamente, non regge il confronto con il sistema S-400. Ad onor del vero, l'area di sorveglianza americana copre solo determinati settori più sensibili per Washington, mentre Mosca ha dei bisogni difensivi di gran lunga più estesi. I sistemi Patriot americani però non sono all'avanguardia come quelli russi. Ad esempio, il sistema patriot fatica a reagire se l'obiettivo cambia improvvisamente direzione e soffre di condizioni di lancio più sfavorevoli rispetto a quelle dell' S-400.
    Se la Russia sembra avere la meglio sul piano difensivo, anche nell'offensiva le prospettive di confronto sono scoraggianti per gli USA.
    Washington sembra non aver ancora risolto i suoi problemi con i tristemente noti Figher-35. Secondo fonti giornalistiche, i veicoli non sarebbero in grado di sparare un solo colpo con la loro arma principale (un cannone a fuoco rapido da 25 mm) fino al 2019. Si sarebbero riscontrate, infatti, delle difficoltà insormontabili con il software di supporto dell'arma. Inoltre il veicolo risulterebbe troppo facilmente individuabile secondo la revisione indipendente della RAND Corporation. L'efficacia degli F-35 resterebbe,in fin dei conti, solo sulla carta e le lamentele degli alleati americani in merito aumentano giorno dopo giorno.
    Il Cremlino invece ha annunciato, non molto tempo fa, l'imminente completamento dei Sukhoi PAK-FA di 5 generazione. Questi aerei da combattimento una volta dispiegati dovrebbero superare qualitativamente le performance degli F-35 in ogni aspetto.
    Se veramente l'efficienza, millantata da Mosca, rispetto al proprio potere aereo sia una realtà concreta è difficile da stabilire con certezza. Le dimostrazioni pratiche del sistema S-400, infatti, sono poche e il suo impiego sul campo non è ancora avvenuto in maniera così significativa da permettere un bilancio neutrale.

    La situazione merita comunque la massima attenzione visti, sia gli attriti degli ultimi due anni tra l'occidente e il Cremlino, sia la difficile situazione del settore ricerca e sviluppo dei sistemi americani impiegati nello spesso campo.

giovedì 2 luglio 2015

Caso Italia e Libro Bianco.

Innovazione tecnologica
Fattore vincente e motore per lo sviluppo
Michele Nones
25/06/2015
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Nel mercato globale la competizione continua a crescere ed accelerare. Aumenta la domanda soprattutto grazie ai mercati in ascesa e aumenta l’offerta soprattutto grazie ai nuovi produttori. Nei settori ad elevata tecnologia permangono forti barriere all’ingresso, ma riescono solo a rallentare e selezionare l’arrivo di nuovi concorrenti, non ad impedirlo.

L’arrivo di nuovi concorrenti
Su quest’ultimo fronte giocano molteplici fattori:

1) La globalizzazione comporta un maggiore e più facile trasferimento delle conoscenze (comprese le tecnologie) e delle persone (comprese quelle ad elevata istruzione), anche grazie alla maggiore facilità di comunicazione e movimento.

2) L’innovazione tecnologica di prodotto e di processo lascia ampio spazio all’intervento umano sia direttamente sia attraverso il supporto informatico e, quindi, non sempre è richiesta la presenza di massicci investimenti fissi.

3) L’acquisto di prodotti ad elevata tecnologia è condizionato al trasferimento di capacità tecnologiche e industriali. Che questo avvenga per ragioni politiche o anche economiche è, da questo punto di vista, irrilevante. E che si tratti di centrali atomiche o di impianti per l’energia o di velivoli, elicotteri, navi militari o aerei passeggeri (solo per citare i casi più conosciuti), lo è altrettanto.

4) Le nuove potenze regionali spingono per entrare in questi settori perché importanti per la loro crescita (in ragione dell’effetto trainante), perché prestigiosi (il caso più eclatante è quello spaziale), perché fondamentali ai fini della loro sicurezza e difesa.

5) I Paesi più industrializzati limitano solo parzialmente i trasferimenti tecnologici (prodotti militari altamente sofisticati) soprattutto per la necessità di trovare nuovi mercati di sbocco per prodotti sempre più avanzati e costosi che i loro mercati interni non sono in grado di mantenere.
Solo gli Stati Uniti fanno eccezione a questa regola e, anche per questo, riescono a controllare meglio i trasferimenti tecnologici. La Russia è molto più disinvolta, come gli stessi Paesi europei, soprattutto in questo periodo di crisi o basso sviluppo economico e di taglio delle spese militari.

Nella competizione globale l’innovazione tecnologica è uno dei fattori vincenti ed è riconosciuta da tutti come il motore dello sviluppo.

Innovazione di prodotto e di processo, una valanga
L’opinione pubblica vede quasi esclusivamente e inevitabilmente l’innovazione di prodotto che permea la vita quotidiana. E questo vale ormai in tutto il mondo, escluse le sole aree ad altissima povertà.

Ma, in realtà, è ancora più importante l’innovazione di processo perché ne rappresenta la premessa, coinvolge tutti i settori (compresi quelli dove i prodotti apparentemente restano gli stessi e non sono considerati sofisticati) ed è completamente trasversale.

Anche per queste ragioni in tutti i paesi l’innovazione tecnologica è sostenuta direttamente o indirettamente dai governi, poco importa se attraverso politiche fiscali, della ricerca, della formazione, disponibilità di finanziamenti, realizzazione di infrastrutture, centri e istituti di ricerca.

Fra tutti gli altri, il settore forse più supportato è quello dell’aerospazio, sicurezza e difesa perché aggiunge alla componente tecnologica e industriale una caratteristica unica ed essenziale, quella della tutela e della difesa del proprio sistema-paese.

L’innovazione tecnologica assomiglia, in positivo, ad una valanga: aumenta continuamente la sua velocità e trova nuova energia nella sua corsa (e, simbolicamente, travolge ogni ostacolo): bisogna, quindi, starci davanti e anticiparne l’evoluzione, correndo come e, se possibile, più degli altri, se si vuole rimanere nel gruppo di testa o, per lo meno, non restare troppo distaccati: alle spalle si ingrossa e si avvicina il gruppo degli inseguitori.

Il caso Italia: ritardi e limiti
L’Italia costituisce un caso originale. È entrata in ritardo, rispetto ai Paesi concorrenti, nei settori ad elevata tecnologia. Ma le ridotte dimensioni del mercato nazionale e la dispersione dei finanziamenti pubblici su troppi fronti, hanno finito con il limitare il “tasso di sopravvivenza” delle nostre capacità di innovazione. Il risultato è che oggi, fra i pochi settori sopravvissuti, il principale è rappresentato dall’aerospazio, sicurezza e difesa.

Qui lo Stato italiano ha, oltre tutto, una doppia responsabilità: è, come tutti gli altri, “regolatore” del mercato, principale acquirente, sostenitore dell’export, finanziatore della ricerca tecnologica, ma è fra i pochi ad essere anche l’azionista di riferimento dei principali gruppi industriali nazionali, Finmeccanica e Fincantieri.

Il problema è che questa seconda funzione si estrinseca quasi esclusivamente con la nomina dei suoi vertici e non con la definizione e coerente attuazione di una politica di settore, anche a causa della mancanza di una cabina di regia che raccolga e superi le diverse competenze e gelosie ministeriali.

Questa azione di guida risulta ancora più importante di fronte all’integrazione del mercato europeo e all’inevitabile ripresa del processo di razionalizzazione e ristrutturazione dell’industria europea. Decidere dove vogliamo restare, dove possiamo accettare di essere interdipendenti coi partner europei, dove dobbiamo abbandonare il campo, è una responsabilità del Governo che non può essere elusa o delegata.

Coerenza con il Libro Bianco
Non a caso il recente Libro Bianco della Difesa prevede una collaborazione interministeriale volta a rafforzare le nostre capacità tecnologiche e industriali attraverso l’elaborazione di un Piano, mantenuto periodicamente aggiornato, che individui le attività strategiche nel campo della difesa e della sicurezza, anche tenendo conto delle potenziali applicazioni duali delle relative tecnologie.

Primo obiettivo da perse
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martedì 16 giugno 2015

Conseguenze delle politiche alimentari

Area euro-mediterranea
Le ricadute geopolitiche della crisi alimentare
Giovanni Canitano, Eugenia Ferragina
11/06/2015
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La crisi alimentare del 2008 e del 2011 ha ridato centralità al tema dell’alimentazione, ma soprattutto ne ha svelato l’importante dimensione geopolitica, mostrando come il cibo possa rappresentare un’arma di ricatto e di pressione in grado di influenzare gli equilibri politici interni dei paesi, diventando al contempo un fattore di superiorità strategica nelle relazioni internazionali.

Gli aiuti internazionali
La sicurezza alimentare è stata per alcuni decenni considerata un obiettivo raggiungibile dalla comunità internazionale, grazie agli effetti della rivoluzione verde che avevano condotto a un enorme aumento delle rese agricole.

Inoltre, le politiche di sussidi all’agricoltura da parte di alcuni grandi produttori come l’Europa e gli Stati Uniti avevano determinato tra il 1976 e il 2001 un crollo di circa il 53 per cento del prezzo dei prodotti agricoli di base, favorendo la loro importazione da parte di quei paesi le cui rese agricole non erano sufficienti a rispondere alla domanda interna.

Il caso dei paesi Mena è emblematico di come il mercato internazionale abbia consentito per alcuni decenni ai paesi afflitti da carenza strutturale di terra e di acqua di superare tali vincoli ambientali attraverso l’importazione di quella che Toni Allan ha definito “acqua virtuale”, ovvero la quantità di acqua utilizzata nella produzione e nella commercializzazione di alimenti e beni di consumo.

I primi segnali della precarietà di questo equilibrio si manifestano con le «rivolte del pane» scoppiate alla fine degli anni ’80 in molti paesi arabi. Le misure di rigore economico previste dai Programmi di Aggiustamento Strutturale costringono i governi a ridurre i sussidi sui beni di prima necessità in un momento in cui un lungo periodo di siccità porta al crollo delle rese agricole.

Crisi alimentare e instabilità politica 
La contemporanea rottura degli equilibri economici e di quelli ambientali evidenzia il legame stringente che si va creando tra cambiamento climatico, crisi alimentare e instabilità politica all’interno dell’area. Tale legame appare ancora più evidente con la crisi alimentare del 2008 e del 2011 che mostra la vulnerabilità dei paesi arabi nei confronti della crescente instabilità che interessa il mercato globale delle derrate alimentari di base.

Definite "democrazie del pane", i paesi arabi hanno basato per anni il proprio equilibrio politico interno su un modello definito "di accordo autoritario": un patto sociale tra governanti e governati che prevede la fornitura da parte dei regimi al potere di derrate alimentari di base a prezzi sussidiati agli strati più poveri della popolazione, in cambio della rinuncia da parte dei cittadini al pieno godimento dei diritti politici e civili.

Nonostante le Primavere arabe non possano essere ricondotte a una matrice unica, è innegabile che l’aumento del prezzo del pane abbia contribuito a mettere in crisi questo patto sociale e rafforzato il malcontento popolare, diventando in parte il detonatore delle rivolte.

Le primavere arabe
Senza cadere nel determinismo ambientale, anche la crisi siriana vede nel nesso acqua-cibo un fattore di aggravamento dell’instabilità politica. Infatti, nonostante le interferenze internazionali e il cambiamento degli equilibri di potere tra le diverse componenti etniche e religiose abbiano rappresentato la determinante primaria della rivolta siriana del 2011, il deterioramento del quadro ambientale ha creato le condizioni per lo scoppio di una crisi agricola e umanitaria che ha aumentato la vulnerabilità del paese alle forze centrifughe interne ed esterne.

Il caso della Siria conferma, dunque, come un evento climatico possa condizionare la stabilità politica di un paese, se associato a fenomeni di degrado delle risorse naturali provocati da forte pressione umana sulle risorse e da deboli politiche di adattamento e contrasto del rischio ambientale.

Di fronte a questi evidenti elementi di incertezza riguardanti la continuità e la sicurezza dell’approvvigionamento di derrate alimentari di base, alcuni paesi Mena hanno provveduto a esternalizzare la produzione agricola attraverso l’acquisto di terra coltivabile all’estero.

Le acquisizioni di terra all’estero
Gli investimenti in terra (land deals) hanno subito un’impennata subito dopo la crisi alimentare del 2008 e del 2011. L’aumento delle acquisizioni di terra all’estero da parte di attori pubblici e privati è da mettere in relazione con le tre crisi sistemiche che hanno colpito l’economia globale: la crisi alimentare innescata dal forte incremento dei prezzi dei prodotti agricoli di base; la crisi energetica legata all’aumento del prezzo del petrolio; la crisi finanziaria determinata dal crollo dei principali mercati finanziari.

Paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto sono stati spinti all’acquisizione di terreni agricoli all’estero anche in seguito al fallimento dei grandi progetti idrici lanciati nei decenni precedenti per incrementare le superfici irrigue e aumentare l’autosufficienza alimentare.

In quest’ottica, gli investimenti in terra sono stati considerati da alcuni paesi un’opportunità per ridurre la pressione sulle riserve idriche nazionali attraverso la realizzazione d’investimenti in aree che presentano minori vincoli ambientali, nonostante il manifestarsi nel corso del tempo di problematiche come l’aumento dei costi di pompaggio legati all’abbassamento del livello delle falde fossili sfruttate, incognite legate alla durata di queste fonti idriche non rinnovabili, deterioramento qualitativo dell’acqua prelevata.

Non è facile valutare gli effetti che queste dinamiche geopolitiche legate al controllo della terra e dell’acqua produrranno in termini di pressione sull’ambiente e di raggiungimento della sicurezza alimentare da parte dei paesi Mena.

Vincoli ambientali e pressione demografica aumentano la competizione sulla terra e sull’acqua, ma le strategie per raggiungere la sicurezza alimentare dipendono non solo dall’aumento delle rese, dunque dagli aspetti che attengono alla produzione, quanto piuttosto dalla distribuzione e dall’accesso al cibo, dunque, dal funzionamento dei mercati e dal rafforzamento della cooperazione internazionale.

In assenza di politiche volte a stabilizzare i prezzi e garantire lo stoccaggio di derrate alimentari per fronteggiare il rischio climatico e impedire le speculazioni che penalizzano i paesi più dipendenti dal mercato globale delle derrate alimentari, l’acqua e il cibo sono destinati a rimanere al centro dei problemi di sicurezza nei prossimi anni.

Giovanni Canitano è ricercatore, Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr); Eugenia Ferragina è ricercatore, Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo, Cnr.
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Iniziative per aggiornare le politiche alimentari

Area euro-mediterranea
Sicurezza alimentare e urbanizzazione: le sfide
Lorenzo Kihlgren Grandi, Cecilia Emma Sottilotta
08/06/2015
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Negli ultimi anni, la sicurezza alimentare intesa come possibilità di accesso fisico ed economico per tutte le persone in ogni momento “ad una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente per soddisfare le loro esigenze dietetiche e preferenze alimentari per una vita attiva e sana" (Fao, 1996) è divenuta una sfida particolarmente pressante nell’ambito delle relazioni euro-mediterranee.

A livello regionale (ma anche globale), le sempre più frequenti crisi alimentari, dovute a fattori climatici ma anche a evidenti fallimenti di governance, sono oggi più che mai fonte di instabilità socio-politica: la dipendenza dalle importazioni di derrate alimentari, soprattutto cereali, e la crescente volatilità dei prezzi in questo settore sono certamente da ascrivere tra le cause che hanno contribuito a scatenare la cosiddetta ‘Primavera araba’.

Urbanizzazione crescente
Un aspetto fino ad oggi poco discusso riguarda le implicazioni, in termini di sicurezza alimentare, della tendenza ormai osservabile a livello mondiale verso la crescita delle città in termini geografici e demografici.

Secondo i dati forniti dalle Nazioni Unite, ben il 66% della popolazione mondiale vive oggi in aree urbane - un dato ancor più rilevante se si pensa che, soltanto negli anni ‘50 del secolo scorso, le proporzioni della popolazione rurale e urbana erano invertite.

Si pone dunque il problema di come garantire la sicurezza alimentare in città che crescono velocemente e spesso in assenza di politiche in grado di assicurarne lo sviluppo in maniera armonica ed inclusiva.

L’intero bacino del Mediterraneo è oggi caratterizzato, come molte altre aree del mondo, da un rapido processo di urbanizzazione. Tuttavia, si osservano delle divergenze notevoli tra la sponda nord e quella sud del Mediterraneo in materia di governance locale della sicurezza alimentare.

A fronte di una maggiore vulnerabilità in tale ambito, nei Paesi del Mediterraneo meridionale il contributo delle autorità locali alla formulazione e implementazione di policy politiche a favore della sicurezza alimentare a livello urbano - il cosiddetto approccio territoriale - è molto limitato, in virtù di una lunga e diffusa tradizione di accentramento amministrativo.

Tuttavia, i tempi sembrano oggi maturi perché tale tendenza si inverta e le città assumano un ruolo centrale nell’ottica di un approfondimento dei legami euro-mediterranei sulle questioni di sviluppo sostenibile.

Iniziative per realizzazione politiche alimentari
Vi sono peraltro stati negli ultimi anni alcuni segnali incoraggianti, come ad esempio la convention, sponsorizzata dall’Arab Urban Development Institute e dal Center for Mediterranean Integration della Banca Mondiale, che ha riunito a Rabat nel 2013 i sindaci ed i ministri dell’amministrazione urbana e locale dei Paesi Mena per discutere questioni di governance urbana.

Un impulso fondamentale in tale direzione è stato fornito negli ultimi mesi anche dall’Esposizione Universale di Milano, volano di sensibilizzazione sulle tematiche dell’alimentazione.

Nel settembre 2014 la città che ospita Expo ha infatti dato il via ai lavori dello Urban Food Policy Pact, un percorso di riflessione globale e partecipata sulla realizzazione di politiche alimentari urbane sane, eque e sostenibili.

L’iniziativa milanese - forte della collaborazione di 46 città di tutto il mondo, rappresentative di 150 milioni di abitanti, e di un Comitato scientifico con istituzioni quali Commissione Europea e Fao - si è concretizzata in un documento in cui impegni di natura politica sono affiancati da raccomandazioni tecniche.

Una vasta adesione al Patto da parte dei Sindaci delle città mediterranee potrebbe così contribuire al processo di rafforzamento delle prerogative urbane nella regione e a una conferma della validità dell’approccio territoriale alla sicurezza alimentare.

Si tratta di dinamiche che trovano un’utile sponda nelle iniziative di altri protagonisti nel grande dibattito promosso dall’Esposizione Universale. È il caso di Feeding Knowledge, progetto internazionale di ricerca sulla sicurezza alimentare promosso dal Politecnico di Milano e dall’Istituto Agronomico Mediterraneo di Bari (Ciheam-Iamb), tra i cui obiettivi figura la creazione dello Euro-Mediterranean Centre of Knowledge for Food Security.

Completa la scena il Milan Center for Food Law and Politics, centro di documentazione e studio sulle norme e sulle politiche pubbliche in materia di alimentazione, coinvolto nelle due realtà sopra descritte e promotore di un’analisi comparata sulle politiche alimentari urbane e sull’attuazione del diritto al cibo nei Paesi del Mediterraneo.

L’approccio territoriale alle politiche alimentari, nei suoi aspetti pratici e teorici, sembra quindi delinearsi come l’eredità feconda del dibattito internazionale lanciato da Expo. Una dinamica che, se accolta, potrà fornire valide risposte alle sfide della sicurezza alimentare delle città mediterranee, rafforzando al tempo stesso i legami tra le sponde del Bacino.

Lorenzo Kihlgren Grandi lavora presso il Settore Relazioni Internazionali del Comune di Milano ed è impegnato in un doppio dottorato tra Ehess di Parigi e Luiss Guido Carli di Roma; Cecilia Emma Sottilotta ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in teoria politica presso la Luiss Guido Carli difendendo una tesi dedicata al rischio politico per gli investimenti diretti esteri, e insegna attualmente Relazioni Internazionali presso l'Università della Calabria.
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mercoledì 3 giugno 2015

Non più il “Nord” per il “Sud”, ma una comunità unita

Cooperazione
2015: l’anno delle agende globali
Paolo Dieci
28/05/2015
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Il primo negoziato internazionale del 2015 è la Third Financing for Development Conference (Addis Abeba, 13-16 luglio). Si tratta di un appuntamento decisivo, perché in assenza di risultati tangibili verrebbero compromessi in partenza il Post-2015 Summit al Palazzo di Vetro (25-27 settembre) e la Conferenza delle Parti della Climate Change Convention a Parigi dal 30 novembre all’11 dicembre.

Ad Addis Abeba l’Unione europea (Ue) e gli stati membri dovranno dire parole chiare sugli impegni per la lotta alla povertà. Il tema dello 0,7% del Pil è ancora in agenda? Se sì, entro quale arco temporale? Se no, quale è l’effettivo impegno nel breve, medio e lungo periodo? L’assenza di decisioni coerenti e credibili da parte dell’Europa renderebbe inconsistente il richiamo - in sé corretto - ai paesi del G77 all’assunzione di maggiori impegni diretti.

La debolezza in molti paesi di effettivi sistemi fiscali sottrae risorse alla lotta alla povertà e ai servizi sociali e alimenta la spirale delle diseguaglianze interne. E ancora: la mancanza, in alcuni paesi, di effettivi sistemi democratici determina crisi sociali, politiche ed economiche e rende spesso puramente teorica l’adesione alle convenzioni internazionali sui diritti umani.

È giusto,quindi, sottolineare la dimensione globale della nuova agenda. Non più il “Nord” per il “Sud”, ma la comunità internazionale effettivamente unita verso il raggiungimento di obiettivi condivisi.

Non più il “Nord” per il “Sud”, ma una comunità unita
Però il tema, per noi europei è: che credibilità abbiamo nel richiamare i Paesi partner alle loro responsabilità in assenza di scelte chiare e coerenti con innumerevoli impegni internazionali?

Va qui aperta una parentesi. Link 2007 ha espresso da sempre il proprio consenso all’idea che la cooperazione allo sviluppo dovesse aprirsi al mondo delle imprese. Siamo, infatti, convinti di due cose: la prima è che non è pensabile contrastare efficacemente la povertà e la mancanza di lavoro senza il concorso determinante dell’impresa; la seconda è che questo è quanto ci chiedono i paesi partner, che giustamente da anni non vogliono più essere considerati beneficiari passivi dell’aiuto ma soggetti attivi nello sviluppo di relazioni economiche e commerciali.

Però non ci stancheremo mai di ripetere un concetto: le risorse veicolate dal settore privato, lo sviluppo del blending finanziario, la valorizzazione dell’inclusive business vanno intesi come opportunità supplementari nella strategia globale di lotta alla povertà. Se il mercato da solo riuscisse a risolvere il problema della povertà assoluta, perché questa cresce anche in Paesi che registrano una forte crescita economica? Perché tuttora milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi essenziali?

In quei contesti di povertà, i progetti finalizzati a precisi obiettivi di sviluppo coinvolgenti le comunità rimangono indispensabili, come rimane necessario, oltre che doveroso, fornire a quelle comunità l’aiuto necessario. Ci è difficile quindi concordare con chi ritiene che “il futuro della cooperazione sia oltre l'aiuto e che i paesi partner ci chiedano solo trasferimento di tecnologia ed esperienze e non più progetti”.

Integrare la dimensione del dono nell’Agenda globale
Forse alcuni osservatori ritengono che affermare quanto sopra corrisponde ad una difesa dell’identità e dello spazio della cooperazione non governativa. Non è così.

Innanzitutto ad affermare la centralità dell’aiuto a dono, accanto ad altri strumenti, non sono solo le Ong: lo ha fatto, con chiarezza, il più autorevole esponente della comunità internazionale, cioè il segretario generale delle Nazioni Unite. Il suo rapporto A life of dignity for all del luglio 2013, nell’inaugurare il dibattito sul “Post 2015”, reitera esattamente questo concetto: gli Stati ricchi non possono sottrarsi alle responsabilità e agli impegni assunti nella lotta alla povertà.

A parte questo richiamo, sono i dati del mondo contemporaneo a imporci di non demordere nel sottolineare la centralità dell’aiuto pubblico allo sviluppo. Uno studio pubblicato dalla Fao nel 2014 (The State of Food Insecurity in the World, 16 settembre 2014) indica che sono circa 805 milioni le persone - vale a dire una su nove - che nel mondo soffrono la fame.

Il rapporto 2014 della Commissione economica per l’Africa sullo stato di avanzamento degli Obiettivi del Millennio rileva che, nonostante significativi progressi registrati in diversi Paesi, sul piano globale il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà estrema (1,25 $ al giorno) è cresciuto nel continente da 290 milioni nel 1990 a 376 milioni nel 1999 a 414 milioni nel 2010.

Sono dati che danno il senso dell’urgenza di aggiornare un’agenda globale, integrando la dimensione del dono con quelle dello sviluppo di relazioni economiche e del dialogo politico: l’Africa, ma non solo essa, deve assumersi fino in fondo le sue responsabilità.

Ma il successo di un’agenda di tali ambizioni dipende fortemente dalla credibilità dei soggetti in campo. Se questa vi sarà il 2015 può davvero essere un anno eccezionale. In caso contrario rischiamo di perdere importanti opportunità.

Il ruolo di un’Europa forte, coesa, unita
C’è poi un altro drammatico, interrogativo. Intere regioni del mondo neanche sentono il “profumo” di una prossima agenda globale. Ci riferiamo alle aree scosse dalla ferocia del terrorismo, dall’avanzata dello stato islamico, dalla somma di tante e interconnesse ragioni di conflitto e instabilità. La gente che vive in Siria, in Iraq, nello Yemen, pensa davvero che il 2015 possa essere un anno eccezionale?

Non riteniamo affatto che l’Europa abbia la possibilità di risolvere magicamente l’insieme di questi conflitti. Tuttavia sappiamo ciò che l’Europa non dovrebbe essere: un insieme di Stati privo di un’incisiva identità politica. Sarebbe un approdo disastroso per l’integrazione europea ma anche per il suo peso politico nel mondo. Proporre nel difficile scenario contemporaneo un’Europa forte, coesa, unita è una precisa responsabilità storica.

E qui l’Italia ha molto da dire e fare, perché ha sempre manifestato una forte tensione europeista. Tra le istanze che l’Europa dovrebbe senza indugi sposare deve esserci in primo luogo, come amava ripetere l’allora commissario europeo Emma Bonino, il consolidamento degli strumenti del diritto internazionale.

Non è un caso che uno che di agende globali se ne intende, Jeffrey Sachs, che ha ispirato quella del Millennio, insista molto sulla necessità di rafforzare il diritto internazionale. Rendere il diritto internazionale “una cosa seria”, applicabile e applicata è forse la principale sfida dei prossimi decenni.

Paolo Dieci è presidente di Link 2007 Cooperazione in Rete.
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giovedì 28 maggio 2015

Tecnologia destabilizzante o deterrente?

Innovazione tecnologica 
Uomini e robotica: autonomi entrambi?
Maria Victoria Messeri
17/05/2015
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Dal 13 al 17 aprile Ginevra ha ospitato la seconda riunione di esperti su uno degli argomenti più discussi del momento: le armi autonome, ovvero i Lethal Autonomous Weapon Systems (Laws). L’evento, organizzato nell’ambito della Convention on Certain Conventional Weapons (Ccw), ha registrato una forte partecipazione diplomatica, di Ong e istituti di ricerca.

Questi quattro giorni, suddivisi per tema, sono stati dedicati alla ricerca di una definizione più chiara dei concetti cardine di un’arma che, a parere degli esperti di taluni Stati, è attualmente allo stadio embrionale. Quattro grandi filoni tematici sono stati messi in luce da diverse prospettive: quella tecnica, giuridica, etica e, infine, le implicazioni per la sicurezza internazionale e regionale.

Gradi di automatizzazione
Da un punto di vista tecnico, il dibattito sulle armi autonome ha cercato di evidenziare la differenza fra “automaticità” e “autonomia”. I termini automation e autonomy sono stati analizzati e distinti: il primo è relativo a un sistema d’arma munito di alcuni componenti operanti in autonomia, ossia un sistema parzialmente autonomo quale il drone; il secondo esaspera tali caratteristiche con un sistema totalmente autonomo, in cui il controllo umano è concettualmente assente e la macchina stessa svolgerebbe funzioni di auto-apprendimento, ri-programmandosi secondo l’ambiente in cui opera.

Il dibattito tra le delegazioni ha cercato di esaminare progressivamente il grado di coinvolgimento umano auspicato nei sistemi autonomi. In relazione ai diversi gradi di autonomy sono stati approfonditi tre concetti chiave.

Il primo concetto, human-in-the-loop, differenzia i droni dalle armi autonome; gli altri due, human-on-the-loope human-out-of-the-loop, propri delle armi “autonome”, differenziano il grado di supervisione umana nello svolgimento delle funzioni del sistema robotico.

On-the-loop permetterebbe l’intervento umano in tempo reale, sostituendosi alle funzioni automatiche del robot qualora fosse necessario, pur consentendo a quest’ultimo di conservare alcune funzioni indipendenti. Out-of-the-loop, invece, leverebbe all’uomo qualsiasi capacità d’intervento sulla programmazione del robot.

Come è intuibile, conservare o meno un certo potere d’intervento da parte dell’uomo su questi sistemi costituisce oggetto di approfondite e controverse discussioni che coinvolgono il concetto stesso e la misura del controllo umano.

Ius in bello ed etica: il dibattito continua
L’introduzione di un’arma dalle caratteristiche così definite pone diverse sfide allo scenario esistente, sia sotto il profilo etico sia sotto quello giuridico. Ad esempio: è giusto affidare decisioni di vita o di morte a una macchina?, e in caso di errore, su chi ricadrebbe la responsabilità? L’attribuzione della responsabilità all’interno della cosiddetta catena di comando risulterebbe più difficoltosa.

L’assenza di una consapevole valutazione dell’uomo solleva perplessità sull’effettiva applicazione dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione - requisiti base dello ius in bello -, incertezze alle quali una verifica di compatibilità con le norme del diritto internazionale potrebbe dare le necessarie risposte.

Se le delegazioni più propense allo sviluppo di questi sistemi d’arma hanno sostenuto che vi sarebbe compatibilità, quelle più critiche, al contrario, hanno invocato che la tutela predisposta dalle regole dei conflitti non potrebbe essere rispettata.

La presunta inidoneità di una macchina ad applicare criteri di tipo etico, quale l’esercizio della forza su un uomo nel rispetto della sua dignità, ha determinato l’assunzione di una diversa gamma di posizioni contrarie allo sviluppo dei Laws.

Tecnologia destabilizzante o deterrente?
Adottando un approccio prettamente ‘realista’ alle relazioni internazionali, la prima implicazione di sicurezza internazionale indica che, non appena uno Stato sviluppa una nuova arma, altri Stati cercano di compensare questo squilibrio strategico, eguagliando o superando il vantaggio acquisito dal primo Stato. Seguendo questa logica, una corsa agli armamenti, una proliferazione orizzontale e verticale, sarebbero conseguenze inevitabili.

Per quanto riguarda le considerazioni di sicurezza regionale potrebbero ravvisarsi due scenari. Nel primo, le armi autonome potrebbero esacerbare i conflitti esistenti perché in fase di sviluppo e progettazione da parte dei paesi del “Nord del Mondo”. Siffatta asimmetria tra i “Due Mondi” potrebbe creare un ‘dilemma della sicurezza’ ed un più facile ricorso ad armi di classe superiore, quali le armi di distruzioni di massa.

Nel secondo caso, viceversa, potrebbe prevalere la teoria della deterrenza: il timore di entrare in conflitto con un avversario tanto più potente, che non rischierebbe di perdere uomini al fronte, aumenterebbe l’incentivo a ricorrere ad altri mezzi di negoziato, relegando la guerra ad ultima risorsa.

Inoltre, al di là dei possibili scenari fra gli Stati finora analizzati, una delle problematiche maggiormente discusse ha riguardato l’impatto di tale arma sugli attori non-statali in caso di appropriazione di tale tecnologia da parte loro e sulle loro capacità di modificare i dati di programmazione altrui, con le immaginabili catastrofiche conseguenze.

Tra le ripercussioni secondarie di un eventuale schieramento dei Laws sul campo di battaglia, vi è il rischio di prolungare i conflitti armati oltre i tempi necessari a neutralizzare il nemico. Sostituire i soldati al fronte con le macchine renderebbe la decisione politica di entrare in guerra, e la sua eventuale estensione nel tempo, meno onerosa.

Le conclusioni raggiunte a Ginevra sulla definizione delle caratteristiche essenziali dei Laws non hanno prodotto consenso tra le delegazioni.

Tuttavia, si è trovata un’intesa riguardo l’importanza di proseguire l’anno prossimo il dibattito sul tema e, nonostante le divergenze sulla tipologia dei prossimi incontri, alcune delegazioni hanno proposto l’adozione di una prassi formale (attraverso il Group of Governmental Experts), mentre altre hanno promosso una continuazione informale, analoga alla suddetta. Il verdetto sulla modalità del prossimo incontro sarà emesso a novembre, al meeting degli Stati contraenti la Ccw.

Maria Victoria Messeri è stata tirocinante presso l'ufficio disarmo delle Nazioni Unite di Ginevra e New York. Dopo la laurea triennale ha conseguito un Master in sicurezza internazionale all'Università di Bristol (Twitter: @mviim).
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LO scenario internazionale è cambiato per la cooperazione

Cooperazione
Nel futuro, meno progetti, più visione
Emilio Ciarlo
20/05/2015
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Il futuro della cooperazione è oltre l'aiuto. Lo scenario internazionale è cambiato: i paesi partner ci chiedono trasferimento di tecnologia ed esperienze, non più progetti.

Il numero dei paesi rimasti nella trappola della povertà si è dimezzato, i donatori sono aumentati, così come la rilevanza delle rimesse dei migranti o il flusso di investimenti diretti.

In Africa e in Asia si aspettano sostegno per combattere la corruzione endemica, l’inefficienza dei sistemi fiscali e del welfare. Le agenzie dello sviluppo del futuro devono cambiare per adattarsi alle nuove sfide, sono ancora troppo burocratiche, con un approccio top-down che pecca di arroganza nel voler mettere in ordine il caos e la complessità del mondo".

Lontani dal dibattito italiano
Il dibattito tenutosi al workshop su ‘La futura Agenzia dello sviluppo, organizzato dall'importante think tank Odi (Overseas development Institute) di Londra con i responsabili delle istituzioni di cooperazione di mezzo mondo è molto diverso da quello italiano.

Alcune cose sono date per scontate (come la necessità di rispettare gli impegni e mettere i soldi, almeno lo 0,30% del Pil, media Ocse, cui secondo l'ultimo Def noi arriveremo solo nel 2020). Altre sono già metabolizzate o gestite senza diffidenze ideologiche o vecchie resistenze (per esempio il rapporto con i privati); anzi a volte sono rielaborate con una certa spudorata furbizia e pragmaticità.

Altre ancora molto poco frequentate alle nostre latitudini: vale per i lunghi ragionamenti su indicatori e valutazioni o per la ricerca sui criteri di performance dei contributi affidati a banche e fondi multilaterali.

Un minimo comune denominatore
Per altri aspetti, l’impressione è che il nostro Paese potrebbe ritrovarsi poi non così indietro.Per l'Italia il futuro della cooperazione è politico: per questo la recente riforma la incardina nel Ministero degli Esteri; per questo il Documento strategico italiano sulla cooperazione sarà approvato dal Consiglio dei ministri e un Comitato interministeriale permanente aiuterà ad assicurare la coerenza dell'azione complessiva del Governo sul piano internazionale; per questo si prevede che il direttore dell'Agenzia sia nominato dal presidente del Consiglio e che la nostra ‘Banca dello sviluppo’ sia la più' importante istituzione finanziaria pubblica italiana, la Cassa Depositi e Prestiti.

La prospettiva è quella di uscire dalla nicchia specialistica dell’economia dello sviluppo, assumere un mandato più trasversale tra le diverse politiche governative, spingere l’intera azione del Governo verso un approccio più aderente ai principi dello sviluppo sostenibile - dalla Difesa per gli interventi di stabilizzazione al Commercio per l’apertura dei mercati interni, dall’Ambiente all’Interno per la sfida delle migrazioni.

L’accentuazione della “coerenza delle politiche”, il coinvolgimento diretto di Palazzo Chigi, un rappresentante politico per la cooperazione che può sedere in Consiglio dei Ministri, un dibattito che si apre alla geopolitica sono state, dunque, scelte avvedute della riforma.

Disegni astratti e aiuti concreti
Per l’Italia, la cooperazione non è solo “parte integrante e qualificante della politica estera” o astratta solidarietà a distanza. È aiuto concreto e drammatico a uomini, donne e bambini che altrimenti vediamo morire sulle nostre coste, fuggendo da guerre e sottosviluppo.

Stabilizzare il Corno d’Africa, migliorare la condizione delle donne in Mali, sostenere lo sviluppo in Africa occidentale è parte del nostro interesse nazionale, oltre ad essere il mandato che la Costituzione assegna alla politica estera.

L’Italia sarà in prima linea nel plasmare una cooperazione internazionale che sempre più coincida con una forma nuova di “global politics” e per questo dovrà essere protagonista nel costruire una Agenzia per lo sviluppo "fit for the future".

Un’Agenzia che affianchi i profili tecnici tradizionali con “softerskills” di natura più politica e generalista, adatte a gestire partnership, trovare accordi, costruire sinergie e relazioni:capacità che in questi anni si sono formate nelle università, sul campo, nelle istituzioni internazionali.

Un’Agenzia-hub per la circolazione di informazioni e la promozione di collaborazioni con la società civile, profit e no profit, ma che sia incline anche a intercettare, utilizzare e valorizzare le competenze diverse presenti nelle varie Amministrazioni pubbliche.

Un motore per il cambiamento
Un motore di cambiamento, favorevole all’empowerment del privato sociale e imprenditoriale nei Paesi beneficiari, capace di alleanze e cooperazioni triangolari con le Agenzie dello sviluppo dei nuovi donatori, oramai oltre 70 dalla Colombia alla Turchia, che potranno diventare opportunità per ampliare perfino la proiezione internazionale della cooperazione italiana oltre il raggio dei Paesi prioritari.

L’Agenzia italiana per la cooperazione sarà radicata sul terreno, coi suoi venti uffici nei paesi partner e per questo sarà capace di sviluppare una strategia “bottom-up”, partendo dal solido know-how dei nostri esperti, dalla tradizione delle nostre Ong, dalla natura “popolare” e diffusa della cultura italiana di solidarietà internazionale e da un nuovo ruolo della cooperazione territoriale e decentrata.

Tutto sarà possibile se riusciremo a imporre un modello di Agenzia moderna, radicalmente digitale, interattiva, responsabile verso i cittadini, all’avanguardia sia per trasparenza sia per la capacità di valutazione dei progetti e del loro impatto sociale e di sviluppo.

C'è da augurarsi che su tutti questi temi anche in Italia il dibattito maturi e che magari qualcuno dei nostri centri studi, sostenuto da risorse adeguate, possa colmare l'assenza di una riflessione a 360 gradi, seria e approfondita, dedicata all'intero spettro dei temi dello sviluppo che oggi sono i temi della nuova "global politics".

Emilio Ciarlo è consigliere del Viceministro degli esteri; esperto di relazioni internazionali si occupa soprattutto di nuova cooperazione, Europa, Mediterraneo (Twitter: @satricum).
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martedì 12 maggio 2015

Dalla Mesopotamia:la distruzione del passato

Rifiuto della storia
La vera guerra di civiltà è contro la memoria
Giuseppe Cucchi
08/05/2015
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Durante la seconda guerra mondiale, la Repubblica Sociale emise una serie, una bella serie, di francobolli che rappresentavano i monumenti italiani colpiti e totalmente o parzialmente distrutti dai bombardamenti alleati.

"Hostium rabies diruit", lo ha distrutto la rabbia del nemico, indicava la dicitura stampata sotto l'immagine; e mentre guardavi l'Abbazia di Montecassino o la Loggia della Mercanzia di Bologna eri travolto dall'emozione di riscontrare come cose insostituibili se ne fossero andate per sempre e con esse una parte della tua cultura, della tua storia, delle tue radici.

Ma quella era un’operazione propagandistica che sfruttava l’impatto degli importanti “danni collaterali” delle operazioni militari alleate, che non erano certo dirette a distruggere il patrimonio culturale e artistico italiano.

Ora i servizi televisivi girati in Siria ed in Mesopotamia o messi in circolazione dall'efficace macchina mediatica dell'Isis ci rimandano invece le immagini di come quella che fu una delle grandi culle della civiltà venga sconciata da devastazioni mirate, volute e condotte con inaudita ferocia da coloro che, dopo aver colpito l'uomo che non condivide le loro idee, si battono adesso anche contro un passato che non rispecchia il loro credo religioso.

La distruzione del passato
Spariscono così le meraviglie che ci avevano lasciato Sumeri, Accadi, Assiri, Babilonesi e decine e decine di altri popoli, mentre si vanificano duecentocinquanta anni di sforzi e di campagne archeologiche, di pazienti certosini restauri mirati a restituire alla umanità la bellezza del passato.

Si inorridisce alla vista delle stele, dei tori alati, delle statue ellenistiche scaraventate giù dai piedistalli, fatte a pezzi da impietose mazze ferrate, aggredite con le seghe elettriche.

Si trema al pensiero che queste distruzioni si sommano a quelle provocate dalla guerra, altrettanto atroci, per cui Aleppo, sogno cosmopolita levantino con il più bel suk del Medio Oriente, la cittadella su cui trovò rifugio padre Abramo, sulla via che conduceva da Ur dei Caldei alla Palestina, il quartiere armeno, l'imbalsamato e storico Hotel Baron: tutto ormai ridotto ad un cumulo di rovine.

Più o meno la fine che ha fatto il vicino Crack dei Cavalieri, fino a ieri la più impressionante e meglio conservata testimonianza della presenza dei Templari in Terra Santa. E Palmira, l'oasi di Zenobia, la sosta delle carovane del deserto, che fine ha fatto Palmira? È già stata distrutta o lo sarà magari domani, condannata a scontare a colpa di essere stata edificata da mani considerate idolatre?

Vedendo quanto avviene in questo centro della memoria e della civilizzazione si è travolti da una profonda tristezza. È questo ciò che dobbiamo aspettarci dai protagonisti della storia nell'anno 2015?

Un fanatismo arcaico
La tristezza diviene ancora più profonda allorché si considera come sia nostra almeno una parte della responsabilità di questi orrori quotidiani. Come abbiamo fatto a non accorgerci del mostro che stava crescendo lasciandolo libero di prosperare sino al punto di poter disporre, se non di un vero e proprio stato sovrano, perlomeno di una effettiva condizione di controllo su di un ampio territorio che egli ora riempie di vittime immolate come animali sgozzati su antichi altari e di vecchie pietre violentate?

Eppure sappiamo a quali estremi può portare il fanatismo religioso, specie se costruito su basi immutabilmente arcaiche. Ci sono volute centinaia di anni di guerre atroci perché noi stessi potessimo finalmente liberarci dalla tentazione di usare Dio come una bandiera e come la giustificazione delle peggiori atrocità.

Ce la prendevamo in genere più con gli esseri umani che con i monumenti, ma non sono certamente mancate del tutto le distruzioni, almeno nei primi secoli del cristianesimo trionfante.

I templi egizi portano ancora le tracce degli scalpelli degli zeloti che volevano cancellare i falsi dei ed ancora ci si chiede se l'incendio e la distruzione della grande Biblioteca di Alessandria non siano stati dovuti a mani cristiane, intenzionate a purgare il mondo da una scienza impura.

In tempi più recenti, a rinfrescarci la memoria su quanto poteva succedere quando l’arcaismo fondamentalista rimane privo di un efficace controllo, aveva provveduto l'episodio dei Budda di Bamiyan, dinamitati dai talibani in Afghanistan.

Neanche la - fortunatamente parziale - distruzione dell'insostituibile patrimonio librario medioevale di Timbuktu, la mitica città del Sahara dai palazzi e dalle moschee di fango, ci aveva allarmati a sufficienza, forse perché la reazione franco/ciadiana all'occupazione del centro abitato da parte di forze qaidiste era stata tanto rapida ed efficace da impedire che venissero provocati danni maggiori.

Né aveva risvegliato in tempo la nostra coscienza la locuzione Boko Haram, con cui si sono auto definiti gli estremisti islamici della Nigeria del Nord, che sancisce come "la cultura occidentale è proibita".

L’inerzia diviene complicità
Siamo rimasti inerti ed abbiamo ceduto tempo e spazio a quelle forze negative che ora vediamo all'opera, affaccendate a cancellare , a distruggere, a far sparire, come fanno coloro che pretendono di riscrivere la storia, trasformandola in un falso ad usum delphini.

La nostra responsabilità diviene più grave con la constatazione di come, fra gli iconoclasti del ventunesimo secolo, siano numerosi anche figli di questa nostra Europa, che non siamo stati capaci di educare ai valori profondi di una cultura che è anche accettazione del passato, orgoglio delle proprie multiformi radici e rispetto per la bellezza delle opere dell'uomo che sono - in questo caso e oltre ogni retorica - reale riflesso in questo mondo della immagine di Dio.

Lasciato agire indisturbato, questo cancro potrebbe cancellare progressivamente l'aspetto visibile delle nostre radici, trasformando un passato concreto ed una storia tangibile in qualcosa di astratto , fumoso, quasi leggendario.

Già adesso , a distanza di meno di cento anni, abbiamo persone e Stati interi capaci di negare i genocidi del ventesimo secolo. Cosa accadrà della "terra fra i due fiumi" e della influenza che essa ha esercitato sulle culture dei millenni successivi allorché l' ultimo toro alato sarà stato distrutto dalla motosega e l'ultima statua ellenistica sbriciolata in polvere di marmo per fare spazio ad una presunta eternità islamica?

Il tempo è sempre stato un fattore importante dell’azione , forse il più importante. In questo caso il tempo manca, l'urgenza è massima. Più attendiamo e più rovinosa ed irreversibile si farà la distruzione. Ci sono momenti in cui ci si può concedere il lusso di riflettere e di discutere prendendo tempo. Ce ne sono altri invece in cui la tempestività fa premio. Noi stiamo vivendo uno di quelli.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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Fondo Monetario Internazionale: disagio ed incertezza

Fmi, Bm e G20
La tela lisa della cooperazione internazionale
Fabrizio Saccomanni
04/05/2015
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Un senso di insoddisfazione e di incertezza si percepiva diffusamente a Washington a metà aprile sia nelle riunioni ufficiali del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale (Bm) e del Gruppo dei 20 (G20), sia nei numerosi eventi di contorno organizzati dai vari think tanks operanti nella capitale statunitense.

Insoddisfazione per gli andamenti non proprio brillanti dell'economia mondiale, ancora frenata dalla ‘eredità’ della crisi, da irrisolti squilibri interni ed esterni, da elevato indebitamento pubblico e privato, dal proliferare di conflitti geopolitici.

Incertezza per i dubbi crescenti sulla capacità delle politiche economiche finora perseguite di gestire i numerosi rischi che pesano sulle prospettive di crescita e di sviluppo sostenibile e sulla stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Disagio nei comunicati ufficiali
Questo disagio era percepibile anche tra le righe dei comunicati ufficiali, di solito improntati ad una certo ottimismo di maniera.

Nel comunicato dei ministri del Fmi si faceva esplicito riferimento alla insufficiente crescita del reddito potenziale nel medio temine, sia nei Paesi avanzati (compresi gli Sati Uniti) sia nelle economie emergenti (compresa la Cina), a causa di fattori come l'invecchiamento della popolazione, la bassa crescita della produttività totale e il basso volume di investimenti.

Da qui l'invito ad accompagnare le politiche macroeconomiche di sostegno alla crescita con riforme strutturali e con piani di investimenti pubblici per promuovere l'innovazione tecnologica e il rafforzamento del capitale umano.

Nel comunicato dei ministri e governatori del G20 si esprimeva forte preoccupazione per i rischi di instabilità finanziaria e dei tassi di cambio causati dalle politiche monetarie di "quantitative easing" adottate dai maggiori paesi senza tenere nel debito conto le ripercussioni sulle economie emergenti.

Per contro non si faceva quasi nessun riferimento agli ambiziosi obiettivi di crescita globale annunciati solo pochi mesi fa dalla presidenza australiana del G20 con il Piano d'Azione di Brisbane.

Incertezze sulle strategie da adottare
Ma è dai seminari informali in cui policy-makers ed economisti accademici hanno discusso le sfide dell'attuale congiuntura che sono emersi i maggiori segnali di incertezza sulle strategie da perseguire.

Un seminario pubblico organizzato dall’Fmi presso la George Washington University aveva per tema "Rethinking Macro Policies" e come sottotitolo "Progress or Confusion?".

Nel concludere due giorni di dibattiti cui hanno partecipato i più eminenti economisti del momento (tra cui Summers, Rogoff, Feldstein, Caballero, Shin, De Long), il capo del Dipartimento di Ricerca dell’Fmi Olivier Blanchard ha dovuto ammettere che s’è fatto un gran lavoro di analisi di "nuove" politiche macroeconomiche, ma che non s’è ancora individuato quale possa essere il punto di arrivo finale.

Non vi sono, in altre parole, certezze sulle concrete regole operative da adottare e sull'efficacia di strumenti innovativi come le politiche macroprudenziali per gestire casi di instabilità finanziaria sistemica, le politiche monetarie di "quantitative easing" per combattere i rischi di stagnazione e di deflazione, le politiche fiscali “growth-friendly" per conciliare la riduzione dei debiti pubblici con il sostegno alla crescita e all'occupazione e infine le stesse politiche di riforme strutturali per accrescere il potenziale di crescita delle economie.

Il consiglio era quindi di procedere con cautela, valutando accuratamente le distorsioni e i rischi che possono derivare dalle nuove strategie anticrisi. Non proprio incoraggiante.

Una tela sotto tensione
In questo contesto, la tela della cooperazione internazionale è apparsa sotto forte tensione e a rischio di sfilacciamento. I ‘tessitori’ che operano nell’Fmi, nella Banca mondiale, nel G20, continuano instancabili nello sforzo di ricucire gli strappi, ma le divergenze geopolitiche stanno avendo un impatto potenzialmente dirompente.

Se n’è avuta conferma nei seminari del Peterson Institute for International Economics e nei dibattiti del Re-inventing Bretton Woods Committee.

S’è avvertita sempre di più una netta differenziazione tra le posizioni dei paesi avanzati e delle economie emergenti su molti temi cruciali per la stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Ultimo oggetto di contesa sono da qualche anno le politiche monetarie espansive adottate da Stati Uniti, Giappone e Eurolandia che hanno fatto apprezzare le monete dei paesi emergenti, costringendoli a introdurre controlli sugli afflussi di capitale e a intervenire massicciamente sui mercati dei cambi per limitare le implicazioni negative per le loro esportazioni e i loro sistemi bancari.

In sostanza, i paesi del G7 sono accusati di "allentamento monetario competitivo" dai paesi emergenti e questi a loro volta sono accusati di "manipolazione dei tassi di cambio".

Due filosofie profondamente diverse
Sullo sfondo vi sono due filosofie profondamente diverse, con il G7 ancora favorevole ad un approccio per così dire "liberista", in cui ciascun paese persegue obiettivi nazionali con politiche economiche di impostazione nazionale, lasciando alla flessibilità dei cambi e alla mobilità dei capitali il compito di gestirne le ripercussioni internazionali.

I paesi emergenti, per contro, sono molto più favorevoli ad un approccio "interventista" e chiedono ora a gran voce un coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche per gestire i flussi speculativi di capitale e la volatilità dei tassi di cambio, il che sembra comunque un passo avanti - da verificare, peraltro - rispetto a precedenti rifiuti a "ribilanciare" le loro politiche interne per ridurre gli squilibri globali delle bilance dei pagamenti.

Ha contribuito a creare questo clima di conflittualità anche il persistente rifiuto del Congresso americano di ratificare l'accordo sulla riforma della governante dell’Fmi raggiunto nel 2010 e che avrebbe accresciuto il peso politico e il contributo finanziario dei paesi emergenti e della Cina in particolare.

Al Congresso fioriscono, invece, numerose iniziative volte a introdurre misure di rappresaglia commerciale o valutaria contro i paesi "manipolatori dei cambi" e a ostacolare i negoziati in corso sugli importanti accordi commerciali sul fronte Trans-Pacifico e Trans-Atlantico.

Non deve sorprendere quindi che la Cina porti avanti iniziative concorrenti al di fuori delle sedi tradizionali della cooperazione internazionale, come la creazione della Banca dei Brics o della Asian Infrastructure Investment Bank.

È semmai sorprendente che su quest'ultima proposta vi sia stata una spaccatura all'interno del G7, con gli Stati Uniti contrari ad accettare l'invito cinese a partecipare, accolto invece da Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia.

È tuttavia prematuro concludere che questo episodio sia l'inizio di una nuova assertività europea a livello internazionale. In realtà, nelle riunioni di Washington, gli europei erano quasi esclusivamente esponenti dei governi e delle banche centrali, assai impegnati a spiegare gli ultimi sviluppi della nostra ennesima crisi interna e poco inclini a valorizzare il ruolo potenziale dell’Ue sulla scena globale.

Fabrizio Saccomanni è Economista. Ministro dell’Economia del governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Già Direttore generale della Banca d’Italia.
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martedì 5 maggio 2015

Verso l'affermazione globale della moneta cinese

Cina e moneta
I perché dell’internazionalizzazione del renminbi
Juan Carlos Martinez Oliva
03/05/2015
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Il crescente utilizzo del renminbi negli scambi e nei pagamenti internazionali nell’ultimo quinquennio riflette una successione di azioni ben coordinate, tese all’affermazione globale della moneta cinese.

Alla cautela che aveva inizialmente guidato le autorità monetarie cinesi è presto seguita una fase di impetuosa accelerazione del processo. Dopo Hong Kong, sono stati creati nuovi centri off-shore a Singapore e Londra, le piazze di maggior rilievo, ma anche a Bangkok, Doha, Francoforte, Kuala Lumpur, Lussemburgo, Parigi, Seul, Sydney e Toronto.

Una rete in continua espansione di accordi swap sta contribuendo a intensificare l’uso del renminbi (Rmb) come valuta di regolamento dell’interscambio mondiale. Tali accordi delineano chiaramente una mappa degli interessi geopolitici della Cina, che vanno dai paesi asiatici confinanti ai produttori di materie prime energetiche e più in generale includono tutti i paesi strategicamente rilevanti.

Il Rmb è oggi presente nelle riserve valutarie di un vasto e crescente numero di paesi e si profila un suo ingresso nel paniere delle valute che compongono il diritto speciale di prelievo, l’unità di conto del Fondo monetario internazionale, nel prossimo futuro.

Questi sviluppi segnalano una forte e chiara motivazione della Cina nei confronti dell’internazionalizzazione della propria moneta, ponendo le questione delle motivazioni sottostanti uno sforzo così cospicuo.

Le motivazioni sottostanti
Di fronte al problema di quantificare i benefici dell’internazionalizzazione di una moneta la letteratura accademica limita per lo più l’analisi a fattori misurabili quali la riduzione dei costi di transazione e dell’incertezza che discende dalle fluttuazioni della moneta di un paese terzo, nonché ai benefici che discendono dal signoraggio, visto come un prestito senza interesse da parte dei paesi stranieri che detengono la valuta nazionale.

Studi recenti basati sull’esame di tali fattori concludono che, come nel caso del dollaro, la principale valuta internazionale, i benefici finanziari che gli Stati Uniti ne deriverebbero sono di entità al più modesta. Secondo alcuni autori potrebbe addirittura essere auspicabile per l’economia americana un minore ruolo internazionale del dollaro.

Se alla luce di siffatte conclusioni si giungesse a scartare l’internazionalizzazione di una moneta come un’opzione vantaggiosa per il paese che la detiene, rimarrebbe del tutto irrisolta la questione del perché le autorità cinesi pongano l’internazionalizzazione del Rmb tra le proprie priorità.

Considerazioni geopolitiche e di affermazione egemonica possono fornire l’ingrediente mancante per un esame pienamente soddisfacente del processo di internazionalizzazione del Rmb.

Per il suo apporto in termini di realismo e di sofisticazione concettuale, l’analisi dell’interazione tra una valuta internazionale e l’influenza geopolitica di chi la emette e controlla appare di fatto particolarmente rilevante nella spiegazione della volontà cinese di rafforzare il prestigio internazionale del Rmb.

Considerazioni geopolitiche e affermazione egemonica
Si può in generale argomentare che se l’impiego internazionale di una moneta è spinto oltre un certo limite, esso può innescare un circolo virtuoso basato sulla reciproca interazione tra dominanza monetaria e dominanza politica.

Un paese dominante può incentivare l’uso della propria moneta da parte dei paesi subalterni; per contro, emettere una valuta dominante consente di rafforzare il prestigio e l’influenza di un paese consolidandone la posizione rispetto ai paesi subalterni.

Alla luce di tali considerazioni, il processo di internazionalizzazione del Rmb può essere inscritto in una strategia tesa a creare una comunità Est-asiatica con la Cina al proprio centro.

In tale prospettiva, l’ascesa del Rmb sarebbe un importante caposaldo del più vasto disegno strategico e diplomatico per conseguire il sogno asiatico, più volte enunciato dal presidente cinese Xi Jinping, di creare un’Asia per gli asiatici.

In coerenza con la sua grand strategy regionale, la Cina sta oggi cercando di ottenere il supporto e l’amicizia dei Paesi vicini, pur mantenendo posizioni intransigenti su vitali questioni strategiche quali la sovranità territoriale e i diritti e gli interessi marittimi.

Piuttosto che come un processo autonomo, la spinta verso l’internazionalizzazione del Rmb può dunque essere meglio compresa se letta come un elemento funzionale della strategia di potere della Cina per rafforzare il proprio ruolo regionale.

Una grande strategia regionale
In questa prospettiva, la spinta verso l’internazionalizzazione del renminbi, l’istituzione e il finanziamento di istituzioni finanziarie regionali di ampia portata (quali la Asian Infrastructure Investment Bank, Aiib-, la New Development Banke il Silk Road Fund), l’accrescimento del proprio soft power attraverso la capacità di creare infrastrutture e finanziare governi in difficoltà in aree diverse del mondo quali l’Africa e l’America latina, il continuo e incessante rafforzamento delle proprie capacità strategiche e militari, rappresentano elementi strettamente intrecciati di una complessa e articolata agenda cinese.

Pochi anni or sono, l’eminente statista Lee Kuan Yew, padre della moderna Singapore, suggeriva che “i cinesi vorranno condividere questo secolo con gli americani su un piede di parità”.

Mentre gli Stati Uniti appaiono decisamente riluttanti di fronte alla prospettiva di cedere una quota della propria leadership mondiale alla Cina, il recente fallimento diplomatico americano sul terreno della Aiib ha dimostrato come i tempi stiano cambiando: molti Paesi, tra i quali numerosi alleati storici degli Stati Uniti, hanno dato l’impressione di essere meno disposti che in passato a conformarsi a un mondo esclusivamente dominato da Washington, propendendo per un approccio multilaterale ai temi economici globali.

La rapida ascesa del Rmb come valuta internazionale mostra quanto rapidamente possano oggi evolvere le relazioni economiche globali. Se la spinta verso l’internazionalizzazione del Rmb dovesse proseguire al passo dell’ultimo quinquennio, la valuta cinese potrebbe un giorno affiancare il dollaro come moneta di riserva mondiale.

Ma quello che più conta nel breve periodo è che il Rmb ha probabilità molto elevate di divenire la principale valuta regionale nell’Asia orientale, costituendo un veicolo efficiente e dinamico per il commercio internazionale e gli investimenti in quell’area. Piuttosto che come un rischio o una minaccia, un tale sviluppo è da vedersi come un’opportunità desiderabile a livello regionale, e una fonte di stabilità per il sistema monetario globale.

Juan Carlos Martinez Oliva è Direttore, Direzione generale economica, statistica e di ricerca della Banca d’Italia. Le opinioni espresse sono strettamente personali e non coinvolgono l'Istituto di appartenenza.

giovedì 30 aprile 2015

Energia Nucleare: Trattato di Non proliferazione.

Conferenza di riesame
Il Tnp alla prova d’un secondo successo
Carlo Trezza
24/04/2015
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Il 27 aprile avrà inizio a New York la nona conferenza di riesame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp), l'accordo internazionale che ha costituito, negli ultimi 45 anni, il principale argine contro la diffusione dell'arma atomica.

Il Tnp è considerato come uno dei cardini della pace e della sicurezza internazionale; il suo livello di applicazione ha quasi raggiunto l'universalità. Solo l'India, Israele e il Pakistan non vi hanno aderito. La Corea del Nord èl'unico paese ad averlo denunciato.

Nonostante la centralità del suo ruolo - e a differenza dagli altri principali accordi di controllo degli armamenti -, il Tnp non prevede, per la sua applicazione, alcuna struttura permanente. L'unico strumento che veglia al suo funzionamento è ilprocesso di riesame che culmina ogni cinque anni con una grande conferenza internazionale.

A partire dal 27 aprile affluiranno dunque nella sede dell'Onu le 189 delegazioni, auspicabilmente al livello più elevato possibile, per incontri che dureranno quattro settimane.

Il dibattito si incentrerà sui tre pilastri su cui si basa il Tnp: la non proliferazione vera e propria, il disarmo nucleare, l'uso pacifico dell'energia nucleare.

Non tutte le passate riunioni hanno avuto successo. È anzi assai raro che due conferenze di seguito riescano a concludersi con un documento consensuale. Poiché la sessione del 2010 ebbe un esito positivo, gli scettici dubitano che si possa fare altrettanto quest'anno. Ma più che sul fatalismo occorre basarsi su fatti concreti.

La non proliferazione
In un mondo in cui aumentano le tensioni ed in cui la corsa agli armamenti non accenna a ridursi, è già apprezzabile che non si sia accresciuto il numero dei paesi dotati dell'arma nucleare. Gli occhi saranno puntati soprattutto sull'Iran. La preliminare, fragile intesa raggiunta il 2 aprile a Losanna sui parametri di un possibile compromesso è un risultato incoraggiante che dovrebbe avere un impatto positivo sul Tnp.

Per la prima volta vi è la fondata speranza che si riesca a mantenere sotto controllo consensualmente, anziché con l'uso della forza, il programma nucleare di un Paese sospettato di avere mire di natura militare.

Nel 2010 il Tnp decise la convocazione, entro il 2012, di una Conferenza su una Zona priva di armi di distruzione di massa e relativi vettori in Medio Oriente.

Tale Conferenza, fortemente voluta dal mondo arabo, non ha avuto luogo. Tuttavia la preliminare intesa sul nucleare iraniano e l'adesione della Siria alla Convenzione che proibisce le armi chimiche costituiscono risultati concreti proprio nella direzione degli obiettivi perseguiti dalla Conferenza che non ha visto la luce. Ciò dovrebbe compensare, almeno in parte, la prevedibile delusione di un mondo arabo i cui sconvolgimenti interni non hanno certo propiziato la tenuta dell'auspicata Conferenza.

Il disarmo nucleare
I risultati sul fronte del disarmo sono deludenti. La Corea del Nord prosegue il suo programma nucleare e missilistico e non esita a minacciarne l'impiego.

La Russia ha disatteso al memorandum di Budapest con cui si era impegnata nel 1994 a rispettare la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina quale contropartita per la rinuncia di quest'utima alle armi nucleari rimaste sul suo territorio dopo il dissolvimento dell'impero sovietico.

L'accresciuta tensione in Europa ha reso di minore attualità la prospettiva da molti auspicata di una riduzione delle armi nucleari tattiche americane dislocate in Europa.

I programmi di ammodernamento dei sistemi nucleari che hanno in programma i cinque paesi (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) cui il Tnp concede il possesso dell'arma nucleare non aiutano a creare le condizioni per un mondo privo di armi nucleari, un obiettivo che costituiva il risultato più significativo della sessione Tnp nel 2010.

La proposta americana di un'ulteriore riduzione delle armi strategiche russe ed americane non ha ricevuto alcun riscontro da Mosca. Al contrario, essa evoca con crescente frequenza la minaccia nucleare.

Sul fronte del disarmo, il principale segnale evolutivo proviene dallo slancio che sta acquistando l'iniziativa di stigmatizzare l'uso dell'arma nucleare per le sue catastrofiche conseguenze umanitarie. Una riaffermazione a New York di tale concetto e il proseguimento delle iniziative già avviate per sostenerlo potrebbe costituire una delle chiavi per un'intesa.

Non si registrano invece progressi concreti verso l'avvio di una Convenzione su una proibizione totale delle armi nucleari che pure viene sostenuta da un crescente numero di Paesi. In attesa che ciò avvenga è da auspicare che a New York si arrivi quantomeno a convenire su un piano di azione che attivi tutti i possibili percorsi per raggiungere l'obiettivo della messa al bando dell'arma atomica.

Gli usi pacifici dell'energia nucleare
Solo alcuni paesi europei hanno deciso di voltare le spalle al nucleare civile a seguito della catastrofe di Fukushima. Il resto del mondo, Giappone compreso, non rinuncia all'energia nucleare. Cina, Francia, India, Corea del Sud e Russia sono tra i più attivi costruttori di nuove centrali.

Sono anche quelli che più si sono avvantaggiati dell'improvvida decisione americana di dieci anni fa di esentare l'India dalle restrizioni in atto sulle forniture nucleari verso paesi non appartenenti al Tnp.

Il diritto inalienabile all'energia nucleare, solennemente sancito dal Tnp, rimane un dato acquisito fuori discussione. Secondo l'interpretazione prevalente, ciò consente ai membri di produrre anche l'uranio arricchito e il plutonio che sono gli ingredienti per l'arma nucleare.

I rischi di tale interpretazione sono evidenti e si cerca quindi di disincentivare la produzione autonoma di tali pericolose sostanze e di incoraggiarne invece l'acquisto sul libero mercato.

È apprezzabile la creazione da parte della Russia di una banca internazionale che garantisca le forniture di combustibile nucleare. Il non accesso dell'Iran a siffatti meccanismi costituisce il principale argomento invocato da Teheran per giustificare il suo programma di arricchimento.

Il sostegno al negoziato sull'Iran
Uno degli esiti auspicabili della Conferenza di New York è il sostegno chiaro ed unanime del Tnp al negoziato in corso sul nucleare iraniano. Esso si dovrebbe basare sulla necessaria corrispondenza tra la produzione iraniana di uranio arricchito e gli effettivi usi civili cui esso è destinato. Le scorte accumulate dovrebbero essere costantemente mantenute ai livelli più bassi.

Questi basilari principi riguardanti l'Iran, se accolti dal Tnp, potrebbero costituire la base di partenza per un'intesa generale su una disciplina del ciclo del combustibile nucleare che la comunità internazionale va ricercando da oltre mezzo secolo e di cui la conferenza di New York si dovrebbe rendere interprete.

L'Ambasciatore Carlo Trezza, Presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato Presidente dell'Advisory Board di Ban Ki moon per gli Affari del Disarmo e Presidente della Conferenza del Disarmo.