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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

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giovedì 28 maggio 2015

Tecnologia destabilizzante o deterrente?

Innovazione tecnologica 
Uomini e robotica: autonomi entrambi?
Maria Victoria Messeri
17/05/2015
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Dal 13 al 17 aprile Ginevra ha ospitato la seconda riunione di esperti su uno degli argomenti più discussi del momento: le armi autonome, ovvero i Lethal Autonomous Weapon Systems (Laws). L’evento, organizzato nell’ambito della Convention on Certain Conventional Weapons (Ccw), ha registrato una forte partecipazione diplomatica, di Ong e istituti di ricerca.

Questi quattro giorni, suddivisi per tema, sono stati dedicati alla ricerca di una definizione più chiara dei concetti cardine di un’arma che, a parere degli esperti di taluni Stati, è attualmente allo stadio embrionale. Quattro grandi filoni tematici sono stati messi in luce da diverse prospettive: quella tecnica, giuridica, etica e, infine, le implicazioni per la sicurezza internazionale e regionale.

Gradi di automatizzazione
Da un punto di vista tecnico, il dibattito sulle armi autonome ha cercato di evidenziare la differenza fra “automaticità” e “autonomia”. I termini automation e autonomy sono stati analizzati e distinti: il primo è relativo a un sistema d’arma munito di alcuni componenti operanti in autonomia, ossia un sistema parzialmente autonomo quale il drone; il secondo esaspera tali caratteristiche con un sistema totalmente autonomo, in cui il controllo umano è concettualmente assente e la macchina stessa svolgerebbe funzioni di auto-apprendimento, ri-programmandosi secondo l’ambiente in cui opera.

Il dibattito tra le delegazioni ha cercato di esaminare progressivamente il grado di coinvolgimento umano auspicato nei sistemi autonomi. In relazione ai diversi gradi di autonomy sono stati approfonditi tre concetti chiave.

Il primo concetto, human-in-the-loop, differenzia i droni dalle armi autonome; gli altri due, human-on-the-loope human-out-of-the-loop, propri delle armi “autonome”, differenziano il grado di supervisione umana nello svolgimento delle funzioni del sistema robotico.

On-the-loop permetterebbe l’intervento umano in tempo reale, sostituendosi alle funzioni automatiche del robot qualora fosse necessario, pur consentendo a quest’ultimo di conservare alcune funzioni indipendenti. Out-of-the-loop, invece, leverebbe all’uomo qualsiasi capacità d’intervento sulla programmazione del robot.

Come è intuibile, conservare o meno un certo potere d’intervento da parte dell’uomo su questi sistemi costituisce oggetto di approfondite e controverse discussioni che coinvolgono il concetto stesso e la misura del controllo umano.

Ius in bello ed etica: il dibattito continua
L’introduzione di un’arma dalle caratteristiche così definite pone diverse sfide allo scenario esistente, sia sotto il profilo etico sia sotto quello giuridico. Ad esempio: è giusto affidare decisioni di vita o di morte a una macchina?, e in caso di errore, su chi ricadrebbe la responsabilità? L’attribuzione della responsabilità all’interno della cosiddetta catena di comando risulterebbe più difficoltosa.

L’assenza di una consapevole valutazione dell’uomo solleva perplessità sull’effettiva applicazione dei principi di distinzione, proporzionalità e precauzione - requisiti base dello ius in bello -, incertezze alle quali una verifica di compatibilità con le norme del diritto internazionale potrebbe dare le necessarie risposte.

Se le delegazioni più propense allo sviluppo di questi sistemi d’arma hanno sostenuto che vi sarebbe compatibilità, quelle più critiche, al contrario, hanno invocato che la tutela predisposta dalle regole dei conflitti non potrebbe essere rispettata.

La presunta inidoneità di una macchina ad applicare criteri di tipo etico, quale l’esercizio della forza su un uomo nel rispetto della sua dignità, ha determinato l’assunzione di una diversa gamma di posizioni contrarie allo sviluppo dei Laws.

Tecnologia destabilizzante o deterrente?
Adottando un approccio prettamente ‘realista’ alle relazioni internazionali, la prima implicazione di sicurezza internazionale indica che, non appena uno Stato sviluppa una nuova arma, altri Stati cercano di compensare questo squilibrio strategico, eguagliando o superando il vantaggio acquisito dal primo Stato. Seguendo questa logica, una corsa agli armamenti, una proliferazione orizzontale e verticale, sarebbero conseguenze inevitabili.

Per quanto riguarda le considerazioni di sicurezza regionale potrebbero ravvisarsi due scenari. Nel primo, le armi autonome potrebbero esacerbare i conflitti esistenti perché in fase di sviluppo e progettazione da parte dei paesi del “Nord del Mondo”. Siffatta asimmetria tra i “Due Mondi” potrebbe creare un ‘dilemma della sicurezza’ ed un più facile ricorso ad armi di classe superiore, quali le armi di distruzioni di massa.

Nel secondo caso, viceversa, potrebbe prevalere la teoria della deterrenza: il timore di entrare in conflitto con un avversario tanto più potente, che non rischierebbe di perdere uomini al fronte, aumenterebbe l’incentivo a ricorrere ad altri mezzi di negoziato, relegando la guerra ad ultima risorsa.

Inoltre, al di là dei possibili scenari fra gli Stati finora analizzati, una delle problematiche maggiormente discusse ha riguardato l’impatto di tale arma sugli attori non-statali in caso di appropriazione di tale tecnologia da parte loro e sulle loro capacità di modificare i dati di programmazione altrui, con le immaginabili catastrofiche conseguenze.

Tra le ripercussioni secondarie di un eventuale schieramento dei Laws sul campo di battaglia, vi è il rischio di prolungare i conflitti armati oltre i tempi necessari a neutralizzare il nemico. Sostituire i soldati al fronte con le macchine renderebbe la decisione politica di entrare in guerra, e la sua eventuale estensione nel tempo, meno onerosa.

Le conclusioni raggiunte a Ginevra sulla definizione delle caratteristiche essenziali dei Laws non hanno prodotto consenso tra le delegazioni.

Tuttavia, si è trovata un’intesa riguardo l’importanza di proseguire l’anno prossimo il dibattito sul tema e, nonostante le divergenze sulla tipologia dei prossimi incontri, alcune delegazioni hanno proposto l’adozione di una prassi formale (attraverso il Group of Governmental Experts), mentre altre hanno promosso una continuazione informale, analoga alla suddetta. Il verdetto sulla modalità del prossimo incontro sarà emesso a novembre, al meeting degli Stati contraenti la Ccw.

Maria Victoria Messeri è stata tirocinante presso l'ufficio disarmo delle Nazioni Unite di Ginevra e New York. Dopo la laurea triennale ha conseguito un Master in sicurezza internazionale all'Università di Bristol (Twitter: @mviim).
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LO scenario internazionale è cambiato per la cooperazione

Cooperazione
Nel futuro, meno progetti, più visione
Emilio Ciarlo
20/05/2015
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Il futuro della cooperazione è oltre l'aiuto. Lo scenario internazionale è cambiato: i paesi partner ci chiedono trasferimento di tecnologia ed esperienze, non più progetti.

Il numero dei paesi rimasti nella trappola della povertà si è dimezzato, i donatori sono aumentati, così come la rilevanza delle rimesse dei migranti o il flusso di investimenti diretti.

In Africa e in Asia si aspettano sostegno per combattere la corruzione endemica, l’inefficienza dei sistemi fiscali e del welfare. Le agenzie dello sviluppo del futuro devono cambiare per adattarsi alle nuove sfide, sono ancora troppo burocratiche, con un approccio top-down che pecca di arroganza nel voler mettere in ordine il caos e la complessità del mondo".

Lontani dal dibattito italiano
Il dibattito tenutosi al workshop su ‘La futura Agenzia dello sviluppo, organizzato dall'importante think tank Odi (Overseas development Institute) di Londra con i responsabili delle istituzioni di cooperazione di mezzo mondo è molto diverso da quello italiano.

Alcune cose sono date per scontate (come la necessità di rispettare gli impegni e mettere i soldi, almeno lo 0,30% del Pil, media Ocse, cui secondo l'ultimo Def noi arriveremo solo nel 2020). Altre sono già metabolizzate o gestite senza diffidenze ideologiche o vecchie resistenze (per esempio il rapporto con i privati); anzi a volte sono rielaborate con una certa spudorata furbizia e pragmaticità.

Altre ancora molto poco frequentate alle nostre latitudini: vale per i lunghi ragionamenti su indicatori e valutazioni o per la ricerca sui criteri di performance dei contributi affidati a banche e fondi multilaterali.

Un minimo comune denominatore
Per altri aspetti, l’impressione è che il nostro Paese potrebbe ritrovarsi poi non così indietro.Per l'Italia il futuro della cooperazione è politico: per questo la recente riforma la incardina nel Ministero degli Esteri; per questo il Documento strategico italiano sulla cooperazione sarà approvato dal Consiglio dei ministri e un Comitato interministeriale permanente aiuterà ad assicurare la coerenza dell'azione complessiva del Governo sul piano internazionale; per questo si prevede che il direttore dell'Agenzia sia nominato dal presidente del Consiglio e che la nostra ‘Banca dello sviluppo’ sia la più' importante istituzione finanziaria pubblica italiana, la Cassa Depositi e Prestiti.

La prospettiva è quella di uscire dalla nicchia specialistica dell’economia dello sviluppo, assumere un mandato più trasversale tra le diverse politiche governative, spingere l’intera azione del Governo verso un approccio più aderente ai principi dello sviluppo sostenibile - dalla Difesa per gli interventi di stabilizzazione al Commercio per l’apertura dei mercati interni, dall’Ambiente all’Interno per la sfida delle migrazioni.

L’accentuazione della “coerenza delle politiche”, il coinvolgimento diretto di Palazzo Chigi, un rappresentante politico per la cooperazione che può sedere in Consiglio dei Ministri, un dibattito che si apre alla geopolitica sono state, dunque, scelte avvedute della riforma.

Disegni astratti e aiuti concreti
Per l’Italia, la cooperazione non è solo “parte integrante e qualificante della politica estera” o astratta solidarietà a distanza. È aiuto concreto e drammatico a uomini, donne e bambini che altrimenti vediamo morire sulle nostre coste, fuggendo da guerre e sottosviluppo.

Stabilizzare il Corno d’Africa, migliorare la condizione delle donne in Mali, sostenere lo sviluppo in Africa occidentale è parte del nostro interesse nazionale, oltre ad essere il mandato che la Costituzione assegna alla politica estera.

L’Italia sarà in prima linea nel plasmare una cooperazione internazionale che sempre più coincida con una forma nuova di “global politics” e per questo dovrà essere protagonista nel costruire una Agenzia per lo sviluppo "fit for the future".

Un’Agenzia che affianchi i profili tecnici tradizionali con “softerskills” di natura più politica e generalista, adatte a gestire partnership, trovare accordi, costruire sinergie e relazioni:capacità che in questi anni si sono formate nelle università, sul campo, nelle istituzioni internazionali.

Un’Agenzia-hub per la circolazione di informazioni e la promozione di collaborazioni con la società civile, profit e no profit, ma che sia incline anche a intercettare, utilizzare e valorizzare le competenze diverse presenti nelle varie Amministrazioni pubbliche.

Un motore per il cambiamento
Un motore di cambiamento, favorevole all’empowerment del privato sociale e imprenditoriale nei Paesi beneficiari, capace di alleanze e cooperazioni triangolari con le Agenzie dello sviluppo dei nuovi donatori, oramai oltre 70 dalla Colombia alla Turchia, che potranno diventare opportunità per ampliare perfino la proiezione internazionale della cooperazione italiana oltre il raggio dei Paesi prioritari.

L’Agenzia italiana per la cooperazione sarà radicata sul terreno, coi suoi venti uffici nei paesi partner e per questo sarà capace di sviluppare una strategia “bottom-up”, partendo dal solido know-how dei nostri esperti, dalla tradizione delle nostre Ong, dalla natura “popolare” e diffusa della cultura italiana di solidarietà internazionale e da un nuovo ruolo della cooperazione territoriale e decentrata.

Tutto sarà possibile se riusciremo a imporre un modello di Agenzia moderna, radicalmente digitale, interattiva, responsabile verso i cittadini, all’avanguardia sia per trasparenza sia per la capacità di valutazione dei progetti e del loro impatto sociale e di sviluppo.

C'è da augurarsi che su tutti questi temi anche in Italia il dibattito maturi e che magari qualcuno dei nostri centri studi, sostenuto da risorse adeguate, possa colmare l'assenza di una riflessione a 360 gradi, seria e approfondita, dedicata all'intero spettro dei temi dello sviluppo che oggi sono i temi della nuova "global politics".

Emilio Ciarlo è consigliere del Viceministro degli esteri; esperto di relazioni internazionali si occupa soprattutto di nuova cooperazione, Europa, Mediterraneo (Twitter: @satricum).
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martedì 12 maggio 2015

Dalla Mesopotamia:la distruzione del passato

Rifiuto della storia
La vera guerra di civiltà è contro la memoria
Giuseppe Cucchi
08/05/2015
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Durante la seconda guerra mondiale, la Repubblica Sociale emise una serie, una bella serie, di francobolli che rappresentavano i monumenti italiani colpiti e totalmente o parzialmente distrutti dai bombardamenti alleati.

"Hostium rabies diruit", lo ha distrutto la rabbia del nemico, indicava la dicitura stampata sotto l'immagine; e mentre guardavi l'Abbazia di Montecassino o la Loggia della Mercanzia di Bologna eri travolto dall'emozione di riscontrare come cose insostituibili se ne fossero andate per sempre e con esse una parte della tua cultura, della tua storia, delle tue radici.

Ma quella era un’operazione propagandistica che sfruttava l’impatto degli importanti “danni collaterali” delle operazioni militari alleate, che non erano certo dirette a distruggere il patrimonio culturale e artistico italiano.

Ora i servizi televisivi girati in Siria ed in Mesopotamia o messi in circolazione dall'efficace macchina mediatica dell'Isis ci rimandano invece le immagini di come quella che fu una delle grandi culle della civiltà venga sconciata da devastazioni mirate, volute e condotte con inaudita ferocia da coloro che, dopo aver colpito l'uomo che non condivide le loro idee, si battono adesso anche contro un passato che non rispecchia il loro credo religioso.

La distruzione del passato
Spariscono così le meraviglie che ci avevano lasciato Sumeri, Accadi, Assiri, Babilonesi e decine e decine di altri popoli, mentre si vanificano duecentocinquanta anni di sforzi e di campagne archeologiche, di pazienti certosini restauri mirati a restituire alla umanità la bellezza del passato.

Si inorridisce alla vista delle stele, dei tori alati, delle statue ellenistiche scaraventate giù dai piedistalli, fatte a pezzi da impietose mazze ferrate, aggredite con le seghe elettriche.

Si trema al pensiero che queste distruzioni si sommano a quelle provocate dalla guerra, altrettanto atroci, per cui Aleppo, sogno cosmopolita levantino con il più bel suk del Medio Oriente, la cittadella su cui trovò rifugio padre Abramo, sulla via che conduceva da Ur dei Caldei alla Palestina, il quartiere armeno, l'imbalsamato e storico Hotel Baron: tutto ormai ridotto ad un cumulo di rovine.

Più o meno la fine che ha fatto il vicino Crack dei Cavalieri, fino a ieri la più impressionante e meglio conservata testimonianza della presenza dei Templari in Terra Santa. E Palmira, l'oasi di Zenobia, la sosta delle carovane del deserto, che fine ha fatto Palmira? È già stata distrutta o lo sarà magari domani, condannata a scontare a colpa di essere stata edificata da mani considerate idolatre?

Vedendo quanto avviene in questo centro della memoria e della civilizzazione si è travolti da una profonda tristezza. È questo ciò che dobbiamo aspettarci dai protagonisti della storia nell'anno 2015?

Un fanatismo arcaico
La tristezza diviene ancora più profonda allorché si considera come sia nostra almeno una parte della responsabilità di questi orrori quotidiani. Come abbiamo fatto a non accorgerci del mostro che stava crescendo lasciandolo libero di prosperare sino al punto di poter disporre, se non di un vero e proprio stato sovrano, perlomeno di una effettiva condizione di controllo su di un ampio territorio che egli ora riempie di vittime immolate come animali sgozzati su antichi altari e di vecchie pietre violentate?

Eppure sappiamo a quali estremi può portare il fanatismo religioso, specie se costruito su basi immutabilmente arcaiche. Ci sono volute centinaia di anni di guerre atroci perché noi stessi potessimo finalmente liberarci dalla tentazione di usare Dio come una bandiera e come la giustificazione delle peggiori atrocità.

Ce la prendevamo in genere più con gli esseri umani che con i monumenti, ma non sono certamente mancate del tutto le distruzioni, almeno nei primi secoli del cristianesimo trionfante.

I templi egizi portano ancora le tracce degli scalpelli degli zeloti che volevano cancellare i falsi dei ed ancora ci si chiede se l'incendio e la distruzione della grande Biblioteca di Alessandria non siano stati dovuti a mani cristiane, intenzionate a purgare il mondo da una scienza impura.

In tempi più recenti, a rinfrescarci la memoria su quanto poteva succedere quando l’arcaismo fondamentalista rimane privo di un efficace controllo, aveva provveduto l'episodio dei Budda di Bamiyan, dinamitati dai talibani in Afghanistan.

Neanche la - fortunatamente parziale - distruzione dell'insostituibile patrimonio librario medioevale di Timbuktu, la mitica città del Sahara dai palazzi e dalle moschee di fango, ci aveva allarmati a sufficienza, forse perché la reazione franco/ciadiana all'occupazione del centro abitato da parte di forze qaidiste era stata tanto rapida ed efficace da impedire che venissero provocati danni maggiori.

Né aveva risvegliato in tempo la nostra coscienza la locuzione Boko Haram, con cui si sono auto definiti gli estremisti islamici della Nigeria del Nord, che sancisce come "la cultura occidentale è proibita".

L’inerzia diviene complicità
Siamo rimasti inerti ed abbiamo ceduto tempo e spazio a quelle forze negative che ora vediamo all'opera, affaccendate a cancellare , a distruggere, a far sparire, come fanno coloro che pretendono di riscrivere la storia, trasformandola in un falso ad usum delphini.

La nostra responsabilità diviene più grave con la constatazione di come, fra gli iconoclasti del ventunesimo secolo, siano numerosi anche figli di questa nostra Europa, che non siamo stati capaci di educare ai valori profondi di una cultura che è anche accettazione del passato, orgoglio delle proprie multiformi radici e rispetto per la bellezza delle opere dell'uomo che sono - in questo caso e oltre ogni retorica - reale riflesso in questo mondo della immagine di Dio.

Lasciato agire indisturbato, questo cancro potrebbe cancellare progressivamente l'aspetto visibile delle nostre radici, trasformando un passato concreto ed una storia tangibile in qualcosa di astratto , fumoso, quasi leggendario.

Già adesso , a distanza di meno di cento anni, abbiamo persone e Stati interi capaci di negare i genocidi del ventesimo secolo. Cosa accadrà della "terra fra i due fiumi" e della influenza che essa ha esercitato sulle culture dei millenni successivi allorché l' ultimo toro alato sarà stato distrutto dalla motosega e l'ultima statua ellenistica sbriciolata in polvere di marmo per fare spazio ad una presunta eternità islamica?

Il tempo è sempre stato un fattore importante dell’azione , forse il più importante. In questo caso il tempo manca, l'urgenza è massima. Più attendiamo e più rovinosa ed irreversibile si farà la distruzione. Ci sono momenti in cui ci si può concedere il lusso di riflettere e di discutere prendendo tempo. Ce ne sono altri invece in cui la tempestività fa premio. Noi stiamo vivendo uno di quelli.

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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Fondo Monetario Internazionale: disagio ed incertezza

Fmi, Bm e G20
La tela lisa della cooperazione internazionale
Fabrizio Saccomanni
04/05/2015
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Un senso di insoddisfazione e di incertezza si percepiva diffusamente a Washington a metà aprile sia nelle riunioni ufficiali del Fondo monetario internazionale (Fmi), della Banca mondiale (Bm) e del Gruppo dei 20 (G20), sia nei numerosi eventi di contorno organizzati dai vari think tanks operanti nella capitale statunitense.

Insoddisfazione per gli andamenti non proprio brillanti dell'economia mondiale, ancora frenata dalla ‘eredità’ della crisi, da irrisolti squilibri interni ed esterni, da elevato indebitamento pubblico e privato, dal proliferare di conflitti geopolitici.

Incertezza per i dubbi crescenti sulla capacità delle politiche economiche finora perseguite di gestire i numerosi rischi che pesano sulle prospettive di crescita e di sviluppo sostenibile e sulla stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Disagio nei comunicati ufficiali
Questo disagio era percepibile anche tra le righe dei comunicati ufficiali, di solito improntati ad una certo ottimismo di maniera.

Nel comunicato dei ministri del Fmi si faceva esplicito riferimento alla insufficiente crescita del reddito potenziale nel medio temine, sia nei Paesi avanzati (compresi gli Sati Uniti) sia nelle economie emergenti (compresa la Cina), a causa di fattori come l'invecchiamento della popolazione, la bassa crescita della produttività totale e il basso volume di investimenti.

Da qui l'invito ad accompagnare le politiche macroeconomiche di sostegno alla crescita con riforme strutturali e con piani di investimenti pubblici per promuovere l'innovazione tecnologica e il rafforzamento del capitale umano.

Nel comunicato dei ministri e governatori del G20 si esprimeva forte preoccupazione per i rischi di instabilità finanziaria e dei tassi di cambio causati dalle politiche monetarie di "quantitative easing" adottate dai maggiori paesi senza tenere nel debito conto le ripercussioni sulle economie emergenti.

Per contro non si faceva quasi nessun riferimento agli ambiziosi obiettivi di crescita globale annunciati solo pochi mesi fa dalla presidenza australiana del G20 con il Piano d'Azione di Brisbane.

Incertezze sulle strategie da adottare
Ma è dai seminari informali in cui policy-makers ed economisti accademici hanno discusso le sfide dell'attuale congiuntura che sono emersi i maggiori segnali di incertezza sulle strategie da perseguire.

Un seminario pubblico organizzato dall’Fmi presso la George Washington University aveva per tema "Rethinking Macro Policies" e come sottotitolo "Progress or Confusion?".

Nel concludere due giorni di dibattiti cui hanno partecipato i più eminenti economisti del momento (tra cui Summers, Rogoff, Feldstein, Caballero, Shin, De Long), il capo del Dipartimento di Ricerca dell’Fmi Olivier Blanchard ha dovuto ammettere che s’è fatto un gran lavoro di analisi di "nuove" politiche macroeconomiche, ma che non s’è ancora individuato quale possa essere il punto di arrivo finale.

Non vi sono, in altre parole, certezze sulle concrete regole operative da adottare e sull'efficacia di strumenti innovativi come le politiche macroprudenziali per gestire casi di instabilità finanziaria sistemica, le politiche monetarie di "quantitative easing" per combattere i rischi di stagnazione e di deflazione, le politiche fiscali “growth-friendly" per conciliare la riduzione dei debiti pubblici con il sostegno alla crescita e all'occupazione e infine le stesse politiche di riforme strutturali per accrescere il potenziale di crescita delle economie.

Il consiglio era quindi di procedere con cautela, valutando accuratamente le distorsioni e i rischi che possono derivare dalle nuove strategie anticrisi. Non proprio incoraggiante.

Una tela sotto tensione
In questo contesto, la tela della cooperazione internazionale è apparsa sotto forte tensione e a rischio di sfilacciamento. I ‘tessitori’ che operano nell’Fmi, nella Banca mondiale, nel G20, continuano instancabili nello sforzo di ricucire gli strappi, ma le divergenze geopolitiche stanno avendo un impatto potenzialmente dirompente.

Se n’è avuta conferma nei seminari del Peterson Institute for International Economics e nei dibattiti del Re-inventing Bretton Woods Committee.

S’è avvertita sempre di più una netta differenziazione tra le posizioni dei paesi avanzati e delle economie emergenti su molti temi cruciali per la stabilità monetaria e finanziaria internazionale.

Ultimo oggetto di contesa sono da qualche anno le politiche monetarie espansive adottate da Stati Uniti, Giappone e Eurolandia che hanno fatto apprezzare le monete dei paesi emergenti, costringendoli a introdurre controlli sugli afflussi di capitale e a intervenire massicciamente sui mercati dei cambi per limitare le implicazioni negative per le loro esportazioni e i loro sistemi bancari.

In sostanza, i paesi del G7 sono accusati di "allentamento monetario competitivo" dai paesi emergenti e questi a loro volta sono accusati di "manipolazione dei tassi di cambio".

Due filosofie profondamente diverse
Sullo sfondo vi sono due filosofie profondamente diverse, con il G7 ancora favorevole ad un approccio per così dire "liberista", in cui ciascun paese persegue obiettivi nazionali con politiche economiche di impostazione nazionale, lasciando alla flessibilità dei cambi e alla mobilità dei capitali il compito di gestirne le ripercussioni internazionali.

I paesi emergenti, per contro, sono molto più favorevoli ad un approccio "interventista" e chiedono ora a gran voce un coordinamento internazionale delle politiche macroeconomiche per gestire i flussi speculativi di capitale e la volatilità dei tassi di cambio, il che sembra comunque un passo avanti - da verificare, peraltro - rispetto a precedenti rifiuti a "ribilanciare" le loro politiche interne per ridurre gli squilibri globali delle bilance dei pagamenti.

Ha contribuito a creare questo clima di conflittualità anche il persistente rifiuto del Congresso americano di ratificare l'accordo sulla riforma della governante dell’Fmi raggiunto nel 2010 e che avrebbe accresciuto il peso politico e il contributo finanziario dei paesi emergenti e della Cina in particolare.

Al Congresso fioriscono, invece, numerose iniziative volte a introdurre misure di rappresaglia commerciale o valutaria contro i paesi "manipolatori dei cambi" e a ostacolare i negoziati in corso sugli importanti accordi commerciali sul fronte Trans-Pacifico e Trans-Atlantico.

Non deve sorprendere quindi che la Cina porti avanti iniziative concorrenti al di fuori delle sedi tradizionali della cooperazione internazionale, come la creazione della Banca dei Brics o della Asian Infrastructure Investment Bank.

È semmai sorprendente che su quest'ultima proposta vi sia stata una spaccatura all'interno del G7, con gli Stati Uniti contrari ad accettare l'invito cinese a partecipare, accolto invece da Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia.

È tuttavia prematuro concludere che questo episodio sia l'inizio di una nuova assertività europea a livello internazionale. In realtà, nelle riunioni di Washington, gli europei erano quasi esclusivamente esponenti dei governi e delle banche centrali, assai impegnati a spiegare gli ultimi sviluppi della nostra ennesima crisi interna e poco inclini a valorizzare il ruolo potenziale dell’Ue sulla scena globale.

Fabrizio Saccomanni è Economista. Ministro dell’Economia del governo Letta dal 28 aprile 2013 al 22 febbraio 2014. Già Direttore generale della Banca d’Italia.
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martedì 5 maggio 2015

Verso l'affermazione globale della moneta cinese

Cina e moneta
I perché dell’internazionalizzazione del renminbi
Juan Carlos Martinez Oliva
03/05/2015
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Il crescente utilizzo del renminbi negli scambi e nei pagamenti internazionali nell’ultimo quinquennio riflette una successione di azioni ben coordinate, tese all’affermazione globale della moneta cinese.

Alla cautela che aveva inizialmente guidato le autorità monetarie cinesi è presto seguita una fase di impetuosa accelerazione del processo. Dopo Hong Kong, sono stati creati nuovi centri off-shore a Singapore e Londra, le piazze di maggior rilievo, ma anche a Bangkok, Doha, Francoforte, Kuala Lumpur, Lussemburgo, Parigi, Seul, Sydney e Toronto.

Una rete in continua espansione di accordi swap sta contribuendo a intensificare l’uso del renminbi (Rmb) come valuta di regolamento dell’interscambio mondiale. Tali accordi delineano chiaramente una mappa degli interessi geopolitici della Cina, che vanno dai paesi asiatici confinanti ai produttori di materie prime energetiche e più in generale includono tutti i paesi strategicamente rilevanti.

Il Rmb è oggi presente nelle riserve valutarie di un vasto e crescente numero di paesi e si profila un suo ingresso nel paniere delle valute che compongono il diritto speciale di prelievo, l’unità di conto del Fondo monetario internazionale, nel prossimo futuro.

Questi sviluppi segnalano una forte e chiara motivazione della Cina nei confronti dell’internazionalizzazione della propria moneta, ponendo le questione delle motivazioni sottostanti uno sforzo così cospicuo.

Le motivazioni sottostanti
Di fronte al problema di quantificare i benefici dell’internazionalizzazione di una moneta la letteratura accademica limita per lo più l’analisi a fattori misurabili quali la riduzione dei costi di transazione e dell’incertezza che discende dalle fluttuazioni della moneta di un paese terzo, nonché ai benefici che discendono dal signoraggio, visto come un prestito senza interesse da parte dei paesi stranieri che detengono la valuta nazionale.

Studi recenti basati sull’esame di tali fattori concludono che, come nel caso del dollaro, la principale valuta internazionale, i benefici finanziari che gli Stati Uniti ne deriverebbero sono di entità al più modesta. Secondo alcuni autori potrebbe addirittura essere auspicabile per l’economia americana un minore ruolo internazionale del dollaro.

Se alla luce di siffatte conclusioni si giungesse a scartare l’internazionalizzazione di una moneta come un’opzione vantaggiosa per il paese che la detiene, rimarrebbe del tutto irrisolta la questione del perché le autorità cinesi pongano l’internazionalizzazione del Rmb tra le proprie priorità.

Considerazioni geopolitiche e di affermazione egemonica possono fornire l’ingrediente mancante per un esame pienamente soddisfacente del processo di internazionalizzazione del Rmb.

Per il suo apporto in termini di realismo e di sofisticazione concettuale, l’analisi dell’interazione tra una valuta internazionale e l’influenza geopolitica di chi la emette e controlla appare di fatto particolarmente rilevante nella spiegazione della volontà cinese di rafforzare il prestigio internazionale del Rmb.

Considerazioni geopolitiche e affermazione egemonica
Si può in generale argomentare che se l’impiego internazionale di una moneta è spinto oltre un certo limite, esso può innescare un circolo virtuoso basato sulla reciproca interazione tra dominanza monetaria e dominanza politica.

Un paese dominante può incentivare l’uso della propria moneta da parte dei paesi subalterni; per contro, emettere una valuta dominante consente di rafforzare il prestigio e l’influenza di un paese consolidandone la posizione rispetto ai paesi subalterni.

Alla luce di tali considerazioni, il processo di internazionalizzazione del Rmb può essere inscritto in una strategia tesa a creare una comunità Est-asiatica con la Cina al proprio centro.

In tale prospettiva, l’ascesa del Rmb sarebbe un importante caposaldo del più vasto disegno strategico e diplomatico per conseguire il sogno asiatico, più volte enunciato dal presidente cinese Xi Jinping, di creare un’Asia per gli asiatici.

In coerenza con la sua grand strategy regionale, la Cina sta oggi cercando di ottenere il supporto e l’amicizia dei Paesi vicini, pur mantenendo posizioni intransigenti su vitali questioni strategiche quali la sovranità territoriale e i diritti e gli interessi marittimi.

Piuttosto che come un processo autonomo, la spinta verso l’internazionalizzazione del Rmb può dunque essere meglio compresa se letta come un elemento funzionale della strategia di potere della Cina per rafforzare il proprio ruolo regionale.

Una grande strategia regionale
In questa prospettiva, la spinta verso l’internazionalizzazione del renminbi, l’istituzione e il finanziamento di istituzioni finanziarie regionali di ampia portata (quali la Asian Infrastructure Investment Bank, Aiib-, la New Development Banke il Silk Road Fund), l’accrescimento del proprio soft power attraverso la capacità di creare infrastrutture e finanziare governi in difficoltà in aree diverse del mondo quali l’Africa e l’America latina, il continuo e incessante rafforzamento delle proprie capacità strategiche e militari, rappresentano elementi strettamente intrecciati di una complessa e articolata agenda cinese.

Pochi anni or sono, l’eminente statista Lee Kuan Yew, padre della moderna Singapore, suggeriva che “i cinesi vorranno condividere questo secolo con gli americani su un piede di parità”.

Mentre gli Stati Uniti appaiono decisamente riluttanti di fronte alla prospettiva di cedere una quota della propria leadership mondiale alla Cina, il recente fallimento diplomatico americano sul terreno della Aiib ha dimostrato come i tempi stiano cambiando: molti Paesi, tra i quali numerosi alleati storici degli Stati Uniti, hanno dato l’impressione di essere meno disposti che in passato a conformarsi a un mondo esclusivamente dominato da Washington, propendendo per un approccio multilaterale ai temi economici globali.

La rapida ascesa del Rmb come valuta internazionale mostra quanto rapidamente possano oggi evolvere le relazioni economiche globali. Se la spinta verso l’internazionalizzazione del Rmb dovesse proseguire al passo dell’ultimo quinquennio, la valuta cinese potrebbe un giorno affiancare il dollaro come moneta di riserva mondiale.

Ma quello che più conta nel breve periodo è che il Rmb ha probabilità molto elevate di divenire la principale valuta regionale nell’Asia orientale, costituendo un veicolo efficiente e dinamico per il commercio internazionale e gli investimenti in quell’area. Piuttosto che come un rischio o una minaccia, un tale sviluppo è da vedersi come un’opportunità desiderabile a livello regionale, e una fonte di stabilità per il sistema monetario globale.

Juan Carlos Martinez Oliva è Direttore, Direzione generale economica, statistica e di ricerca della Banca d’Italia. Le opinioni espresse sono strettamente personali e non coinvolgono l'Istituto di appartenenza.

giovedì 30 aprile 2015

Energia Nucleare: Trattato di Non proliferazione.

Conferenza di riesame
Il Tnp alla prova d’un secondo successo
Carlo Trezza
24/04/2015
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Il 27 aprile avrà inizio a New York la nona conferenza di riesame del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (Tnp), l'accordo internazionale che ha costituito, negli ultimi 45 anni, il principale argine contro la diffusione dell'arma atomica.

Il Tnp è considerato come uno dei cardini della pace e della sicurezza internazionale; il suo livello di applicazione ha quasi raggiunto l'universalità. Solo l'India, Israele e il Pakistan non vi hanno aderito. La Corea del Nord èl'unico paese ad averlo denunciato.

Nonostante la centralità del suo ruolo - e a differenza dagli altri principali accordi di controllo degli armamenti -, il Tnp non prevede, per la sua applicazione, alcuna struttura permanente. L'unico strumento che veglia al suo funzionamento è ilprocesso di riesame che culmina ogni cinque anni con una grande conferenza internazionale.

A partire dal 27 aprile affluiranno dunque nella sede dell'Onu le 189 delegazioni, auspicabilmente al livello più elevato possibile, per incontri che dureranno quattro settimane.

Il dibattito si incentrerà sui tre pilastri su cui si basa il Tnp: la non proliferazione vera e propria, il disarmo nucleare, l'uso pacifico dell'energia nucleare.

Non tutte le passate riunioni hanno avuto successo. È anzi assai raro che due conferenze di seguito riescano a concludersi con un documento consensuale. Poiché la sessione del 2010 ebbe un esito positivo, gli scettici dubitano che si possa fare altrettanto quest'anno. Ma più che sul fatalismo occorre basarsi su fatti concreti.

La non proliferazione
In un mondo in cui aumentano le tensioni ed in cui la corsa agli armamenti non accenna a ridursi, è già apprezzabile che non si sia accresciuto il numero dei paesi dotati dell'arma nucleare. Gli occhi saranno puntati soprattutto sull'Iran. La preliminare, fragile intesa raggiunta il 2 aprile a Losanna sui parametri di un possibile compromesso è un risultato incoraggiante che dovrebbe avere un impatto positivo sul Tnp.

Per la prima volta vi è la fondata speranza che si riesca a mantenere sotto controllo consensualmente, anziché con l'uso della forza, il programma nucleare di un Paese sospettato di avere mire di natura militare.

Nel 2010 il Tnp decise la convocazione, entro il 2012, di una Conferenza su una Zona priva di armi di distruzione di massa e relativi vettori in Medio Oriente.

Tale Conferenza, fortemente voluta dal mondo arabo, non ha avuto luogo. Tuttavia la preliminare intesa sul nucleare iraniano e l'adesione della Siria alla Convenzione che proibisce le armi chimiche costituiscono risultati concreti proprio nella direzione degli obiettivi perseguiti dalla Conferenza che non ha visto la luce. Ciò dovrebbe compensare, almeno in parte, la prevedibile delusione di un mondo arabo i cui sconvolgimenti interni non hanno certo propiziato la tenuta dell'auspicata Conferenza.

Il disarmo nucleare
I risultati sul fronte del disarmo sono deludenti. La Corea del Nord prosegue il suo programma nucleare e missilistico e non esita a minacciarne l'impiego.

La Russia ha disatteso al memorandum di Budapest con cui si era impegnata nel 1994 a rispettare la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina quale contropartita per la rinuncia di quest'utima alle armi nucleari rimaste sul suo territorio dopo il dissolvimento dell'impero sovietico.

L'accresciuta tensione in Europa ha reso di minore attualità la prospettiva da molti auspicata di una riduzione delle armi nucleari tattiche americane dislocate in Europa.

I programmi di ammodernamento dei sistemi nucleari che hanno in programma i cinque paesi (Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) cui il Tnp concede il possesso dell'arma nucleare non aiutano a creare le condizioni per un mondo privo di armi nucleari, un obiettivo che costituiva il risultato più significativo della sessione Tnp nel 2010.

La proposta americana di un'ulteriore riduzione delle armi strategiche russe ed americane non ha ricevuto alcun riscontro da Mosca. Al contrario, essa evoca con crescente frequenza la minaccia nucleare.

Sul fronte del disarmo, il principale segnale evolutivo proviene dallo slancio che sta acquistando l'iniziativa di stigmatizzare l'uso dell'arma nucleare per le sue catastrofiche conseguenze umanitarie. Una riaffermazione a New York di tale concetto e il proseguimento delle iniziative già avviate per sostenerlo potrebbe costituire una delle chiavi per un'intesa.

Non si registrano invece progressi concreti verso l'avvio di una Convenzione su una proibizione totale delle armi nucleari che pure viene sostenuta da un crescente numero di Paesi. In attesa che ciò avvenga è da auspicare che a New York si arrivi quantomeno a convenire su un piano di azione che attivi tutti i possibili percorsi per raggiungere l'obiettivo della messa al bando dell'arma atomica.

Gli usi pacifici dell'energia nucleare
Solo alcuni paesi europei hanno deciso di voltare le spalle al nucleare civile a seguito della catastrofe di Fukushima. Il resto del mondo, Giappone compreso, non rinuncia all'energia nucleare. Cina, Francia, India, Corea del Sud e Russia sono tra i più attivi costruttori di nuove centrali.

Sono anche quelli che più si sono avvantaggiati dell'improvvida decisione americana di dieci anni fa di esentare l'India dalle restrizioni in atto sulle forniture nucleari verso paesi non appartenenti al Tnp.

Il diritto inalienabile all'energia nucleare, solennemente sancito dal Tnp, rimane un dato acquisito fuori discussione. Secondo l'interpretazione prevalente, ciò consente ai membri di produrre anche l'uranio arricchito e il plutonio che sono gli ingredienti per l'arma nucleare.

I rischi di tale interpretazione sono evidenti e si cerca quindi di disincentivare la produzione autonoma di tali pericolose sostanze e di incoraggiarne invece l'acquisto sul libero mercato.

È apprezzabile la creazione da parte della Russia di una banca internazionale che garantisca le forniture di combustibile nucleare. Il non accesso dell'Iran a siffatti meccanismi costituisce il principale argomento invocato da Teheran per giustificare il suo programma di arricchimento.

Il sostegno al negoziato sull'Iran
Uno degli esiti auspicabili della Conferenza di New York è il sostegno chiaro ed unanime del Tnp al negoziato in corso sul nucleare iraniano. Esso si dovrebbe basare sulla necessaria corrispondenza tra la produzione iraniana di uranio arricchito e gli effettivi usi civili cui esso è destinato. Le scorte accumulate dovrebbero essere costantemente mantenute ai livelli più bassi.

Questi basilari principi riguardanti l'Iran, se accolti dal Tnp, potrebbero costituire la base di partenza per un'intesa generale su una disciplina del ciclo del combustibile nucleare che la comunità internazionale va ricercando da oltre mezzo secolo e di cui la conferenza di New York si dovrebbe rendere interprete.

L'Ambasciatore Carlo Trezza, Presidente uscente del Missile Technology Control Regime, è stato Presidente dell'Advisory Board di Ban Ki moon per gli Affari del Disarmo e Presidente della Conferenza del Disarmo.

martedì 21 aprile 2015

UE: difficoltà nel breve periodo

Piano Juncker 
Il successo passa dalla Bei e dalla Bce
Umberto Marengo
21/04/2015
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L’Unione europea non riesce allo stato attuale a guidare la ripresa economica. Il processo decisionale è lento e talvolta frustrante. Ci sono momenti però in cui si può incidere e uno di questi è il nuovo “Documento dei Quattro Presidenti” sullagovernance dell’Euro che il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker presenterà a giugno.

Il precedente documento dei Quattro Presidenti del 2012 aprì la strada alle operazioni straordinarie della Banca Centrale Europea (Bce) e, successivamente, al quantitative easing. Il documento del 2015 deve aprire la strada ad un più forte stimolo agli investimenti per la crescita.

Consenso politico
Il progetto europeo non può avere successo senza consenso politico. L’unica strategia credibile per ricostruire fiducia verso l’Europa, e verso le istituzioni in generale è renderla capace di concretizzare politiche in cui i cittadini possano identificare senza intermediazioni un valore aggiunto unico rispetto allo status quo. Così fu infatti per l’Euro e la stabilità dei prezzi negli anni ‘90.

Motivi sia economici che politici spingono per una maggiore integrazione. L’economia europea è visibilmente sbilanciata (centro vs. periferia) e c’è bisogno di una politica comune di investimenti per chiudere il crescente divario messo in luce dalla crisi.

Una proposta in questo senso c’è ed è chiedere alla Bce di acquistare sul mercato secondario bond della Banca Europea degli Investimenti (Bei). La Bei potrebbe quindi fare leva su questo capitale per finanziare investimenti produttivi e infrastrutturali, rafforzando e affiancando il Piano Juncker di 300 miliardi di investimenti.

Ci sono varie questioni tecniche e politiche sul tavolo: da una parte le decisioni della Bce sono e devono restare indipendenti, e dall’altra bisogna valutare quanto la Bei può esporsi in progetti maggiormente rischiosi.

Come però ha fa correttamente notare Mariana Mazzucato nel suo ultimo libro (“Mission Oriented Finance for Innovation”), il problema non è oggi la quantità di finanza (c’è liquidità abbondante nei mercati) quanto la qualità di finanza (quali progetti sono finanziati) e la mancanza domanda di finanza (gli imprenditori non se la sentono di investire in un contesto di incertezza). Il programma della Bei dovrebbe rispondere a queste domande.

I punti di forza
Questa proposta ha due punti di forza: è politicamente chiara (una Europa che investe in progetti immediatamente riconoscibili dai cittadini) ed economicamente solida. La causa principale del calo di produttività di paesi come l’Italia nell’ultimo decennio sono bassa innovazione e bassi investimenti, sia pubblici che privati.

Il prossimo Documento dei Quattro Presidenti (cioè i presidenti della Commissione europea, della Bce, del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo) deve incardinare questa proposta su perni istituzionali (e diciamo pure politico-burocratici), gli unici che veramente possono trasformare l’Europa nel lungo periodo.

L’Italia può impegnarsi perché il documento chieda esplicitamente una espansione del mandato della Bei e maggior coordinamento con la Bce per garantire un efficace meccanismo di trasmissione della liquidità introdotta con il Quantitative Easing verso l’economia reale.

Non bisogna farsi illusioni, qualsiasi passo che preveda maggiore condivisione di spesa e rischi sarà fortemente osteggiato da alcuni paesi, in primis la Germania.

Il punto forte di questa proposta è che la condivisione del rischio è accompagnata da una valutazione indipendente della bontà degli investimenti poiché sarebbe la Bei a stabilire quali sono i progetti da finanziare.

In mancanza di una vera e propria politica fiscale comune, questa proposta può contribuire a formare un senso comune di Europa attraverso progetti tangibili e produttivi.

In ultima analisi, non c’è futuro per l’Europa senza maggiore fiducia, nell’economia, tra gli Stati e tra le istituzioni. Sta all’Italia chiedere che il documento di giugno ponga i due binari per far ripartire l’Europa: solidarietà e fiducia.

Umberto Marengo è PhD candidate in EU Public Policy all’Università di Cambridge.

lunedì 13 aprile 2015

UE: il programma di rinnovazione della UE. Siamo alla finistra oppure no?

Horizon 2020, spazio
La partecipazione italiana alle prime gare
Osvaldo Piperno, Felice Simonelli
12/04/2015
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Nel 2014 si è assistito al lancio di Horizon 2020, il programma di ricerca e innovazione dell’Ue che raccoglie l’eredità del Settimo Programma Quadro e che distribuirà circa 80 miliardi di Euro in un arco temporale di sette anni (2014-2020).

Sulla base delle long term view presentata dalla Commissione europea, il programma Horizon 2020 contribuirà alle attività di ricerca e innovazione nel settore spazio con un totale di oltre 1,4 miliardi di euro.

Ben quattro sono le call dedicate interamente al settore spazio: 1) Application in satellite navigation - Galileo (424 milioni); 2) Earth observation - Eo (164 milioni); 3) Protection of European asset in and from space - Protec (214 milioni); 4) Competitiveness of the European space sector - Compet (494 milioni).

In aggiunta, si stima che circa 110 milioni saranno convogliati verso il settore spazio nell’ambito dello Sme instrument, schema di finanziamento dedicato alle piccole e medie imprese, e circa 25 attraverso altre call.

Ciascuna delle call viene declinata attraverso un programma di lavoro e prevede sub-callcon cadenza annuale su temi specifici.

La finestra per presentare domanda nell’ambito delle prime quattro sub-call spazio si è estesa dal novembre 2013 al marzo 2014.

Complessivamente sono stati presentati ben 314 progetti ritenuti eleggibili, 205 (il 65%) hanno superato la soglia di sbarramento prevista ai fini della valutazione, 59 sono stati direttamente selezionati per il finanziamento e 17 inclusi in lista di riserva.

Solo di recente, sono state ammesse al finanziamento altre sette proposte precedentemente in lista di riserva, portando così a 66 (il 21% del totale eleggibile) il numero dei progetti finanziati.

Risultati incoraggianti
Una prima analisi dei finanziamenti attribuiti ai progetti vincenti, evidenzia un risultato decisamente positivo per il settore spaziale italiano. Imprese ed enti di ricerca nazionali hanno complessivamente ottenuto risorse per circa 18,5 milioni di euro.

Questo esito è particolarmente incoraggiante, non solo perché solamente Germania e Francia hanno fatto meglio, ma soprattutto perché i partecipanti italiani, a differenza di quelli tedeschi e francesi, hanno portato a casa risorse in eccesso (tabella 1) rispetto a quelle che sarebbero state erogate attraverso una rigorosa applicazione del regime del “fair return” che vige per i finanziamenti Esa.

In altre parole, di fronte a una effettiva competizione pan-europea, il settore spazio nazionale ha dimostrato di saper fare innovazione, ottenendo finanziamenti in proporzione maggiore rispetto al contributo percentuale italiano al bilancio dell’Unione.

Figura 1. Finanziamenti attribuiti ai progetti vincenti per Paese membro
Fonte: elaborazione propria su dati ASI ed EU.

Un’analisi più approfondita dei risultati delle prime sub-call fa emergere, tuttavia, una criticità che il settore spazio italiano è chiamato ad affrontare e risolvere. Sono ben 55 i progetti presentati e coordinati da una legal entity nazionale (il 18% del totale). Mentre 34 progetti italiani hanno superato le soglie di sbarramento (il 62% delle proposte nazionali), solo sette proposte (il 13% delle presentate) sono state ammesse al finanziamento (tabella 2).

Il settore spazio italiano si è dimostrato perciò poco efficace in termini di leardership, soprattutto nei confronti dei principali concorrenti europei.

Tabella 2. Breakdown delle proposte presentate per Paese di residenza del soggetto coordinatore
Fonte: elaborazione propria su dati ASI ed EU.

Elementi di criticità
Questo risultato è particolarmente preoccupante innanzitutto perché, ex ante, il project leader ha un ruolo determinante nella concezione dell’idea progettuale, nella selezione dei membri del consorzio e soprattutto nella stesura della proposta.

Il leader è inoltre il soggetto che letteralmente investe di più nella proposta in termini di giorni uomo; l’insuccesso italiano segnala perciò anche un chiaro problema di inefficienza.

Ex post, inoltre, il leader ha generalmente la responsabilità per il management del progetto e ha in misura maggiore la capacità di indirizzare lo svolgimento delle attività di ricerca così come la disseminazione e lo sfruttamento dei risultati; ha perciò maggiori possibilità di beneficiare di consistenti spillone discendenti dalla ricerca. Infine, attraverso meccanismi di learning by doing, il project leader sviluppa capacità e competenze gestionali per proporsi nuovamente con successo alla guida di altri progetti.

In definitiva, dall’analisi dei risultati della prime sub-call emergono sia luci sia ombre per il settore spaziale italiano. Certamente le imprese e gli enti di ricerca nazionali posseggono capacità e competenze uniche, tali da renderli partner ideali per proposte di successo.

Preoccupano invece le debolezze riscontrate in termini di leadership e sono molteplici le ragioni per cui vale la pena affrontare questo problema con maggiore decisione. L’orizzonte 2020 è ancora lontano e il settore spaziale italiano ha il tempo necessario per ritagliarsi un ruolo da protagonista.

Osvaldo Piperno è Primo Tecnologo, responsabile Piccole e Medie Imprese e Trasferimento Tecnologico presso l’Agenzia Spaziale Italiana, Unità Linee Strategiche e Relazioni Paesi Europei.
Felice Simonelli è Assegnista di ricerca presso l’Agenzia Spaziale Italiana, Unità Linee Strategiche e Relazioni Paesi Europei & Ricercatore presso il Centre for European Policy Studies (CEPS)
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giovedì 9 aprile 2015

Quello a cui tutti pensano: la bomba atomica

Accordo quadro nucleare con l’Iran
Successo possibile, ma non certo
Riccardo Alcaro
03/04/2015
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L’accordo-quadro raggiunto dall’Iran e dai 5+1 - i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu più la Germania e l’Unione Europea - rappresenta senz’altro la tappa più importante in una disputa che si trascina da oltre dieci anni e che rischia, se irrisolta, di scivolare anche in un confronto armato.

L’accordo stabilisce una serie di parametri che consentono ai 5+1 e all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) di verificare la natura solo pacifica del programma nucleare iraniano.

L’Iran, che ha sempre sostenuto di non avere ambizioni militari, otterrà in cambio la graduale revoca delle sanzioni imposte nel corso degli anni da Usa, Ue e Onu.

Si tratta, al momento, di un accordo-quadro. I dettagli tecnici dovranno essere definiti e concordati dalle parti entro il 30 giugno. Fino a quella data sarà impossibile dire se il 2 aprile 2015 sia stata o meno una data storica. Le trattative potrebbero ancora incagliarsi e gli oppositori all’accordo in America e Iran potrebbero ancora avere la meglio. Tuttavia si può legittimamente affermare che la luce alla fine del tunnel è vicina.

Quattro erano le questioni fondamentali sul tavolo negoziale: i limiti allo sviluppo del programma nucleare; il regime di ispezioni; la durata dell’accordo; la revoca delle sanzioni. In ognuna di esse si è fatto un deciso progresso. Esaminiamole una per una.

I limiti al programma nucleare iraniano
La questione più complessa di tutto il negoziato riguarda la capacità dell’Iran di arricchire l’uranio, un procedimento necessario tanto alla produzione di energia elettrica che alla fabbricazione del materiale per bombe.

L’accordo stabilisce che l’Iran ridurrà di due terzi il numero di centrifughe, lo strumento necessario all’arricchimento. Da 19000, di cui la metà circa operative, si passerà a 6104, di cui 5060 operative. Tutte le centrifughe saranno del tipo tecnologicamente meno avanzato oggi in dotazione all’Iran.

La limitazione al numero di centrifughe resterà in vigore per 10 anni.

Per 15 anni, l’Iran non potrà arricchire l’uranio a un livello superiore al 3,67%, sufficiente per un reattore nucleare ma ben lontano dalla ‘soglia militare’ (90%). Il quantitativo di uranio a basso arricchimento oggi presente in Iran, circa 10 tonnellate, verrà ridotto a 300 chili.

Tutte le centrifughe in eccesso, incluse alcune di generazione successiva (e quindi più efficienti), saranno poste sotto stretta vigilanza dell’Aiea.

Tutte le centrifughe operative saranno concentrate nello stabilimento di Natanz, uno dei due centri per l’arricchimento dell’uranio in Iran. L’altro, quello di Fordow, verrà adibito ad usi esclusivi di ricerca e sviluppo in campo nucleare per applicazioni civili e mediche per un periodo di 15 anni.

Concentrare l’arricchimento a Natanz invece che a Fordow è una misura di garanzia chiave. I 5+1 si premuniscono dalla possibilità che le attività di arricchimento siano condotte in un centro, come quello di Fordow, che è generalmente ritenuto invulnerabile da attacchi aerei, visto che è costruito nel cuore di una montagna.

L’Iran si è impegnato a non costruire altri centri per l’arricchimento per 15 anni.

Infine, l’Iran si è impegnato a convertire il reattore ‘ad acqua pesante’ di Arak in modo tale che sia impossibile produrre plutonio atto ad essere usato in bombe. Il plutonio è, come l’uranio altamente arricchito, un materiale fissile utilizzabile a scopi bellici.

Nel complesso, queste misure dovrebbero assicurare che, qualora l’Iran mancasse ai suoi impegni, avrebbe bisogno di almeno un anno per produrre il materiale necessario per una bomba, un tempo sufficiente per gli Usa e i loro partner a imbastire una risposta. Oggi la finestra di tempo - in gergo il break-out time - è stimato tra i due e i tre mesi.

Il regime di ispezioni
L’Aiea continuerà ad avere accesso a tutti i siti nucleari iraniani, nonché a tutta la filiera industriale a valle del programma nucleare. L’agenzia avrà anche l’autorità di ispezionare tutti i siti in cui l’Iran sia sospettato portare avanti attività proibite dall’accordo in qualunque parte del paese. Si tratta del regime di ispezioni di gran lunga più intrusivo oggi esistente.

Quando l’accordo si estinguerà, l’Iran continuerà ad avere obblighi di trasparenza in base al Protocollo aggiuntivo dell’Aiea, il modello standard di ispezioni più approfondite dell’agenzia.

L’Iran dovrà anche dare attuazione ad una serie di misure concordate con l’Aiea per fare luce su presunti aspetti militari del programma nucleare. Con ogni probabilità, l’attuazione di queste misure verrà accertata dall’Aiea in via confidenziale.

La durata dell’accordo
Come detto, i limiti al programma nucleare resteranno in vigore per un periodo variabile, a seconda degli aspetti, tra i 10 e i 15 anni. Il regime di ispezioni iper-intrusivo dell’Aiea continuerà per 15 anni (su alcuni aspetti per 25), mentre il Protocollo aggiuntivo resterà in vigore a tempo indeterminato.

Le sanzioni
Una volta che l’Aiea abbia verificato che il governo iraniano ha adempiuto ai suoi impegni, gli Usa e l’Ue revocheranno tutte le sanzioni imposte sull’Iran a causa delle sue ambizioni nucleari (ma gli Usa manterranno quelle legate al sostegno a gruppi terroristici e alla violazione di diritti umani). In caso di violazione, le sanzioni verranno immediatamente ri-adottate.

Le sanzioni Onu, di importanza centrale perché forniscono la cornice legale all’intera azione di pressione internazionale sull’Iran, verranno revocate simultaneamente all’attuazione da parte dell’Iran delle misure relative all’arricchimento; al centro di Fordow e al reattore di Arak; ai presunti aspetti militari del programma; e alla cooperazione con l’Aiea.

Tuttavia, le sanzioni relative al trasferimento di tecnologie nucleari, nonché di materiali e tecnologie per missili balistici e sistemi d’arma complessi verranno ri-adottate in una risoluzione Onu di approvazione formale dell’accordo finale. Ciò vuol dire che queste sanzioni dovrebbero restare in vigore per tutta la durata dell’accordo.

In conclusione
Che dire, dunque, dell’accordo-quadro? La prima impressione è che tutti i nodi più intricati sono stati, se non sciolti, almeno fortemente allentati. Il diavolo, tuttavia, è nei dettagli, e di dettagli soprattutto si parlerà nei prossimi tre mesi di trattative. La luce è vicina, ma si è ancora dentro al tunnel.

Riccardo Alcaro è responsabile di ricerca dello IAI e non-resident Fellow presso il CUSE della Brookings Institution di Washington.

martedì 31 marzo 2015

Russia: ancora atteggiamenti da guerra fredda

Disarmo e Guerra Fredda
Russia, un altro passo indietro 
Giovanna De Maio
29/03/2015
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La Russia sbarra un’altra strada sulla via del dialogo. L’annuncio del ritiro dal Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa (Cfe) lascia cadere un vecchio retaggio degli equilibri creati a ridosso della caduta del muro di Berlino.

Il dispositivo di questo trattato obbligava la Nato e la Russia a limitare e a notificare reciprocamente ogni modifica nelle dotazioni di armamenti convenzionali, oltre a prevedere un sistema di ispezioni.

La mossa di Mosca arriva contestualmente a due segnali tutt’altro che distensivi lanciati dall’Occidente. Il primo proviene dall’Alleanza atlantica, che continua le esercitazioni congiunte in Polonia e nei Paesi Baltici.

Il secondo arriva dall’Unione europea per il tramite del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che si è espresso così a proposito della creazione di un esercito europeo: “Occorre lanciare un messaggio per far capire alla Russia che siamo seri quando si tratta di difendere i valori europei”.

Cfe, una storia breve e tormentata
Sul piano pratico la sospensione della partecipazione russa alle riunioni del gruppo di consulenza sul Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa non sembra segnare una cesura storica: l’applicazione del Trattato è stata sin da subito condizionata da rapporti di forza e diffidenza.

Con l’obiettivo di fissare un tetto per il livello di armi convenzionali essenziali per sferrare attacchi a sorpresa e offensive su larga scala, il Trattato era stato originariamente firmato nel 1990 dagli allora sedici membri della Nato e da otto stati del Patto di Varsavia.

Tuttavia già dall’anno successivo, le parti avviarono negoziati per elaborarne una nuova versione,che ne smussasse le disposizioni più restrittive a carico della Russia e dell’Ucraina. La risoluzione finale che ha visto la luce nel ’99, ha poi impegnato la Nato e la Russia in una sfida al reciproco sospetto.

La Nato subordinava l’applicazione degli accordi al totale ritiro delle truppe russe stanziate nel Caucaso, mentre Mosca era piuttosto favorevole a un ritiro parziale, anche alla luce dei presunti progetti dell’allora presidente Usa George W. Bush, che ipotizzava uno scudo spaziale.

In seguito, le dinamiche si sono progressivamente complicate, pur prendendo le mosse dalle stesse basi. La Russia rifiutava di adempiere gli obblighi previsti dal trattato come risposta agli accordi per l’installazione di basi Nato in Romania e in Bulgaria.

La Nato, invece, insisteva sul ritiro delle truppe russe stavolta dalla Moldavia e dalla Georgia. Il tiro alla fune si è concluso nel 2007 con un nulla di fatto, data la decisione unilaterale di Mosca di sospendere l’applicazione del Trattato. Gli spiragli di dialogo lasciati aperti qualche anno fa si sono apparentemente chiusi nei giorni scorsi con l’annuncio del ritiro.

Verso il riarmo generale
L’importanza di questo strumento era stata recentemente richiamata dall’Organizzazione per la sicurezza e per la cooperazione in Europa. Insieme al Trattato sugli Open Skies e al Vienna Document, il Cfe doveva costituire il presupposto di ulteriore cooperazione nel segno della costruzione di un sistema di sicurezza orientato al controllo nella produzione di armi convenzionali.

Il ritiro di Mosca dal Cfe è un altro tassello nel mosaico dello sconvolgimento in atto degli equilibri del post Guerra Fredda. Abbandonare questo format di dialogo è dunque non soltanto segno di una politica sempre più risoluta da parte del Cremlino, ma anche dell’idea di una Russia diffidente verso un’architettura di sicurezza che in questo momento considera crollata.

Se crea disappunto nell’Alleanza atlantica, la decisione russa, tuttavia, non ne modificherà le direttrici d’azione, stando alle dichiarazioni del segretario generale Jens Stoltenberg.

Tuttavia, l’allargamento a Est della Nato costituisce una minaccia storica nella percezione di sicurezza di Mosca: pertanto, la scelta del ritiro dal Cfe non deve stupire.

Se sul piano pratico questa mossa non sembra sortire effetti decisivi, sul piano politico essa costituisce un altro passo indietro lungo la strada della cooperazione nel settore degli armamenti, dove oggi più che mai sarebbe necessaria una posizione comune, anche alla luce dei negoziati sul nucleare iraniano.

Da tempo la Nato lamenta l’inadeguatezza dei mezzi e la necessità di una smart defensee nel frattempo Mosca non è rimasta a guardare. L’aumento della spesa militare nei Paesi baltici dove si svolgono esercitazioni Nato rende ancora più immediata la reazione della Russia che difficilmente accetterà limitazioni se non alle sue condizioni.

Allo stesso tempo, la reciproca diffidenza tra Nato e Russia inevitabilmente si acuisce a causa delle oggettive difficoltà nella gestione dei focolai di crisi nel mondo arabo e nell’est europeo. Lo scenario che si prospetta sembra dunque aprirsi più su rischi di riarmo generale che su possibili miglioramenti significativi nella riduzione degli armamenti.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.

venerdì 27 marzo 2015

Prezzo del Petrolio: problemi per tutti i produttori

Calo del prezzo del petrolio
Il gattopardo saudita e il mercato del greggio
Andrea Bonzanni
22/03/2015
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Nel susseguirsi di notizie negative che stanno sconvolgendo lo scacchiere geopolitico, ve ne è una che va controcorrente: lo spettacolare tonfo nelle quotazioni dell’oro nero, che a gennaio ha toccato quota 47 dollari al barile solo in parte temperato dal rialzo intorno ai 60 dollari registrato nelle ultime settimane.

Illustri macroeconomisti hanno argomentato come un greggio a buon mercato possa rilanciare produzione industriale e domanda interna. Vi è inoltre consenso sul fatto che il petrolio basso stia riducendo ulteriormente le già deboli pressioni inflazionistiche, regalando alle banche centrali maggiori margini per attuare una politica monetaria espansiva.

Analisti geopolitici evidenziano come l’attuale congiuntura sui mercati energetici limiterà il raggio d’azione di regimi spesso problematici sullo scacchiere internazionale (Iran, Venezuela e Russia su tutti). Essa ridurrà anche il flusso di denaro legato al complesso, ma reale, legame tra rendite petrolifere e finanziamento dell’islamismo radicale. Indubbiamente buone notizie per un Occidente importatore cronico e in difficoltà con diversi paesi produttori di petrolio, soprattutto nel mondo islamico.

Arabia Saudita tiene bassa l’asticella del prezzo
Pecca però di eccessivo ottimismo chi vede nel crollo dei prezzi una capitolazione dell’Opec e un’inversione strutturale dei rapporti di forza tra produttori e importatori.

Infatti, se il trend ribassista è da attribuire in primo luogo all’eccesso di offerta sul mercato fisico, la sua tempistica ed entità sono state influenzate in maniera fondamentale dalle mosse del blocco di paesi dominanti all’interno dell’Opec, saldamente guidato dall’Arabia Saudita.

Spalleggiati dagli alleati del Consiglio della cooperazione del Golfo, Ccg, (Kuwait, Qatar, Emirati, Bahrain e Oman), i principi sauditi hanno infatti accentuato il crollo delle quotazioni rifiutandosi, con il barile già sotto agli 80 dollari, di annunciare un taglio della produzione al vertice Opec del 27 novembre scorso.

L’Arabia Saudita ha tenuto un tale atteggiamento nonostante un intervento fosse pienamente giustificato dalla situazione di mercato e richiesto quasi disperatamente da una fetta significativa di paesi Opec (Iran, Venezuela e Nigeria in primis) nonché da altri importanti produttori come Messico e Russia che partecipavano al vertice.

La mossa è stata poi puntellata il mese successivo dalle dichiarazioni del ministro del petrolio Ali al-Naimi sulla possibilità di un petrolio a 20 dollari.

Shale, una vittoria di Pirro?
La narrativa trionfalista della ‘vittoria energetica’ dei trivellatori a stelle e strisce che spodestano gli sceicchi nel dominio del mercato petrolifero nasconde dunque una realtà meno piacevole. Il settore shale americano avrà pure sostituito il gigante saudita Saudi Aramco nel ruolo di “swing producer” in grado di influenzare le quotazioni, come argomenta Alan Greenspan sul Financial Times. Una cosa però è essere swing producerper scelta, lasciando strategicamente fuori dal mercato fette consistenti della propria capacità produttiva (come fanno i sauditi da almeno 30 anni), un altro è esserlo per necessità, in quanto la propria produzione oscilla costantemente attorno alla soglia della profittabilità in uno scenario di estrema volatilità dei prezzi.

Per la schiera di produttori indipendenti del Texas o del Nord Dakota un barile intorno ai 50-60 dollari significa flirtare con la bancarotta, soprattutto quando scadranno i contratti di hedging firmati per coprire la produzione dei prossimi uno o due anni.

Una tale condizione non potrà che portare a un ridimensionamento della produzione a stelle e strisce, nonostante i dati più recenti ancora non segnalino un calo dei volumi estratti.

Le formazioni geologiche scistose (shale), da cui proviene gran parte dell’incremento del 65% nella produzione del petrolio americano negli ultimi cinque anni, necessitano di continui investimenti in nuove trivellazioni per mantenere i livelli di attività attuali, ma l’afflusso di liquidità dai mercati finanziari - complice anche l’annunciata fine delquantitative easing promosso dalla Fed - rischia di affievolirsi. E senza capitali si svuoteranno anche i treni e gli oleodotti che trasportano il greggio americano verso le raffinerie del Golfo del Messico, non a caso - come ha mostrato Bassam Fattouh dell’Oxford Institute of Energy Studies - le destinazioni preferite per il greggio saudita prima della shale devolution.

Geopolitica dell’abbondanza saudita
Nel lungo periodo, inoltre, è difficile immaginare che i paesi del Golfo e i membri delle loro numerose famiglie reali si accontentino di vivere in un mondo di petrolio a buon mercato, privandosi dei lussi e dei privilegi globali che hanno saggiato durante l’ultimocommodity boom.

Anche questa volta l’Arabia Saudita avrebbe a disposizione le armi per invertire la tendenza: basterebbe diminuire la produzione, cosa che si è rifiutata di fare al vertice Opec di novembre. In presenza di un segnale opposto, i capitali finanziari potrebbero rientrare rapidamente sul mercato dei futures con aspettative rialziste, in un remake del rialzo del 2009-2010 dopo il crollo di fine 2008.

Nulla di nuovo da Ryad: la nuova “geopolitica dell’abbondanza” assomiglia molto a quella vecchia.

Andrea Bonzanni è un analista di mercati e politiche energetiche residente a Londra, dove si occupa di regolazione del trading, mercati del gas e emissions trading. Le opinioni espresse in questo articolo sono a titolo personale.

venerdì 20 marzo 2015

Novità all'orizzonte economico europeo

Accordi commerciali Ue-Acp
Maratona negoziale s'avvicina a conclusione
Nicola Tissi
16/03/2015
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Dopo anni di tormentate trattative, il 2014 ha segnato uno spartiacque per gli Economic Partneship Agreements (Epa), accordi commerciali fra Unione europea (Ue) e blocco Africa, Caraibi, Pacifico (Acp).

Con la firma di accordi regionali in tre dei cinque blocchi africani, la maratona degli Epa, iniziata nel 2002, sembra avvicinarsi al suo rettilineo finale.

Epa si, Epa no
Gli Epa intendono mettere fine al sistema unilaterale di preferenze Ue-Acp, in favore di regimi ‘asimmetrici’ in base ai quali l’Ue garantisce accesso senza dazi e quote ai paesi Acp, ottenendo in cambio aperture e liberalizzazioni dei mercati Acp di minor portata (fino al 75%).

La base legale è l’accordo di partenariato Ue-Acp di Cotonou (2000), erede degli accordi di Lomé, che prevede la fine del pluridecennale regime preferenziale riservato ai paesi Acp, incompatibile con i dettami liberoscambisti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Per i fautori degli Epa tali accordi adatteranno le relazioni Ue-Acp alla realtà del commercio globale odierno, terminando discriminazioni verso paesi terzi e assicurando compatibilità con le disposizioni dell’Omc.

Per i detrattori, gli Epa avvantaggeranno solo l’Ue: se mal calibrate, le liberalizzazioni previste arrecherebbero danni irreversibili alle industrie nascenti in Africa.

L’impatto sul settore agricolo dei paesi africani è tutto da valutare: con l’eccezione di una nicchia di prodotti sensibili, gli Epa mettono i mercati africani davanti al rischio di invasione di prodotti agricoli europei a prezzi più bassi.

Tutto ciò metterebbe fuori gioco i produttori africani che farebbero più fatica ad entrare nel mercato europeo, considerate le barriere non tariffarie esistenti e la minor competitività dovuta anche alle sovvenzioni della contestata Politica agricola comune europea.

Per economie fortemente basate sull’agricoltura come quelle africane, l’impatto degli Epa sul commercio agricolo Ue-Acp è quindi un nodo centrale.

Epa in Africa, un percorso tortuoso 
Se gli accordi Ue-Caraibi si sono conclusi rapidamente (2008), in Africa i negoziati Epa sono stati costellati di difficoltà riguardanti modalità, tempistiche, e grado delle liberalizzazioni, nonché la protezione di prodotti sensibili e le compensazioni per la perdita immediata delle entrate dei dazi doganali.

Per incentivare la conclusione di accordi definitivi, l’Ue ha concesso e poi esteso all’ottobre 2014 la Market Access Regulation che garantiva accesso senza dazi né quote ai prodotti dei paesi Acp firmatari di accordi ‘interim’.

Questa mossa è stata decisiva: nel 2014 sono stati conclusi accordi con tre blocchi africani: Africa occidentale (Ecowas), australe (Sadc) e orientale (Eac).

Nel 2015, con l’approvazione da parte dei Parlamenti nazionali e la ratifica dei rispettivi Capi di Stato, gli Epa dovrebbero finalmente entrare in vigore nei blocchi firmatari.

In Africa centrale e sud-orientale i negoziati sono invece ancora in corso a causa di spaccature interne ai blocchi. Per questi paesi il tempo stringe: nel 2015 è prevista la revisione quinquennale dell’Accordo di Cotonou e all’orizzonte incombono le trattative per un nuovo accordo-quadro Ue-Acp, vista la spada di Damocle della scadenza di Cotonou nel 2020.

Il tortuoso percorso dei negoziati Epa in Africa, costellato di incomprensioni, bizantinismi burocratici, ritardi strategici e deroghe non rispettate, ha a lungo costituito una spina nel fianco delle relazioni Ue-Acp.

Con il tempo i rapporti di forza sono però cambiati e le carte al tavolo dei negoziati si sono rimescolate. Se l’Ue è stata indebolita da una crisi interna acutissima, le economie africane hanno vissuto un periodo di forte espansione, sviluppo e accresciuto peso politico. Bruxelles, conscia di questi cambiamenti, è quindi passata da un atteggiamento intransigente a uno più flessibile improntato sulla logica del compromesso.

Apertura e protezione, un fragile equilibrio
Nel breve periodo l’implementazione degli Epa porterà con sé costi di adattamento e squilibri commerciali, ma una valutazione obiettiva sull’impatto di accordi di questa portata deve fondarsi su un’ottica di medio e lungo termine.

Allo stato attuale esprimere giudizi di merito risulta difficile, vista la pluralità delle variabili in gioco e l’incertezza in merito alle modalità di implementazione. Certo è che l’insostenibilità di regimi commerciali preferenziali unilaterali in un panorama globale caratterizzato da economie sempre più interdipendenti e aperte è un fatto assodato per molti.

Il mancato adeguamento del commercio Ue-Acp alla geografia economica contemporanea sarebbe politicamente miope per entrambi.

I paesi africani in procinto di implementare gli Epa hanno però economie fondate sull’esportazione di materie prime. Quasi nessuno esporta quei prodotti semi-lavorati o finiti, nei quali risiede il surplus economico maggiore e che garantiscono ritorni positivi dal libero scambio con altri blocchi.

Nella storia economica moderna, le più durevoli esperienze di crescita e sviluppo su scala regionale (industrializzazione in Europa nel diciannovesimo secolo e ‘East Asian miracle’ nella seconda meta del ventesimo)sono state caratterizzate da una fase iniziale di protezione commerciale di settori strategici.

Questo ‘farsi le ossa’ predispone un’economia ad affrontare i mercati globali con i dovuti anticorpi. In assenza di ciò, per paesi con strutture economiche poco diversificate - e quindi molto vulnerabili - le aperture previste dagli Epa potrebbero diventare un vero e proprio salto nel buio.

Nicola Tissi (MSc, London School of Economics) si occupa di Africa e cooperazione allo sviluppo dal 2009. Al momento ricopre la posizione di assitente ai programmi del settore educazione nell'Ufficio di Cooperazione dell'Ambasciata d'Italia a Maputo. È raggiungibile al seguente indirizzo: nicola.tissi@gmail.com.

lunedì 16 marzo 2015

Il problema delle rotte aperte.

Sicurezza marittima
Flotte mediterranee contro Pirati Barbareschi
Fabio Caffio
10/03/2015
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Si delinea l'azione internazionale contro l'anarchia delle coste libiche ed i connessi traffici illeciti di armi, petrolio ed esseri umani.

L'opzione dell'embargo navale appare non più rinviabile in quanto il controllo del mare è un presupposto necessario dell'intervento sul suolo libico. Parecchi sono tuttavia i problemi tecnico-operativi relativi all'impiego di Forze navali sotto egida dell'Onu, non ultimo quello del salvataggio dei migranti.

Ritorno al passato
Nel dna libico vi è la tendenza a sottoporre il mare a dominio esclusivo. Sono note le vessazioni al traffico commerciale dei pirati (c.d. barbareschi) stanziati lungo le coste libiche che indussero Venezia, Napoli e gli Stati Uniti a cannoneggiare Tripoli.

Lo stesso Gheddafi aveva sfidato la libertà dei mari: prima nel 1973 con l'annessione del Golfo della Sirte e poi con la proclamazione di una zona di protezione della pesca in cui più volte nostri pescherecci sono stati aggrediti da motovedette libiche.

Naturale quindi che il Consiglio di sicurezza dell'Onu (Cds) dopo la caduta di Gheddafi si fosse preoccupato dell'uso dei porti libici per il contrabbando di armi. La Risoluzione 1973 (2011) aveva perciò autorizzato un embargo navale coercitivo contro i mercantili implicati nel traffico.

Lo stesso era stato fatto nel 2014 con la Risoluzione 2146 volta ad impedire il contrabbando di petrolio dalla Cirenaica con cui il sedicente Califfato cercava di finanziarsi.

Esercitazioni Marina Italiana
In questo contesto s'inseriscono le manovre navali iniziate il 2 marzo dalla Marina Militare Italiana in acque internazionali prossime alla Libia.

Le operazioni non sono state messe in rapporto alla crisi in atto, ma un loro obiettivo dichiarato è quello di accrescere la sicurezza dell'area dove cospicui sono gli interessi italiani negli impianti estrattivi di Bouri gestiti dall'Eni, da cui parte, sino a Gela, il gasdotto Greenstream.

L'esercitazione mira anche a scoraggiare episodi pirateschi come quello del 15 febbraio in cui alcuni scafisti hanno costretto la nostra Guardia costiera a consegnare un'imbarcazione sotto sequestro.

La situazione politica libica (fonte: Corriere della Sera).

Nuovo embargo o blocco navale?
La soluzione embargo navale è comparsa dopo che il Gruppo di esperti sulla Libia ha presentato al Cds un proprio rapporto in cui raccomandava l'impiego di Forze navali per "assistere il governo libico nel rendere sicure le sue acque territoriali per prevenire l'ingresso e l'uscita dalla Libia di armi, crude oil o altre risorse naturali".

Tobruk ed il Cairo si sono anche mosse congiuntamente richiedendo al Cds un blocco navale che impedisca qualsiasi traffico marittimo con porti in mano alle milizie estremiste di Tripoli e Misurata.

Non è ancora chiaro quale sarà la scelta del Cds. Forse si stabilirà in alto mare un embargo navale selettivo contro specifiche imbarcazioni sospette segnalate dal governo di Tobruk, simile a quello della Ris. 2146 (2014).

Il blocco di singole zone costiere non sembra un'opzione praticabile, a meno di non immaginare che sia Tobruk a decretarlo nell'ambito di quello che è oramai un conflitto internazionale, dopo l'intervento militare dell'Egitto. Si pensi a quanto fatto da Israele nelle acque antistanti il Libano nel 2006 ed a Gaza nel 2009.

L'embargo in alto mare ed il blocco costiero potrebbero integrasi. Così si realizzerebbe una sinergia tra Tobruk e l'alleato Egitto e le Forze che agiranno su autorizzazione del Cds. Le unità della Nato saranno certamente tra queste, ma è auspicabile che esse si integrino, per la prima volta, con una componente navale europea.

Anche altri attori mediterranei come la Tunisia o Israele potrebbero partecipare. Nulla esclude che la Russia intervenga unilateralmente, come avviene nel Corno d'Africa per l'antipirateria.

Salvataggio migranti
Si potrebbero con il blocco navale fermare le partenze di migranti dalle coste libiche? La questione è mal posta perché lo scopo di un blocco non è questo, tenuto anche conto dei risvolti umanitari. Invece si deve parlare di espatri illegali, organizzati da avidi trafficanti su imbarcazioni non atte a navigare, che le autorità locali hanno il potere di impedire.

Tali autorità (Tobruk ed il suo alleato?) potrebbero effettuare interventi di salvataggio nelle acque territoriali o nella zona Sar riportando i migranti in Libia in vista della loro successiva presentazione di richieste di asilo ad organismi internazionali presenti in loco.

Eventuali soccorsi prestati in alto mare dalle Forze navali rientrerebbero invece nelle responsabilità dei singoli Stati di bandiera che poi dovrebbero trasportare i migranti in un idoneo "luogo sicuro" (ma quale, visto che solo l'Italia accetta di accoglierli?). Riaccompagnarli in Libia costituirebbe una violazione dei diritti di persone aventi titolo a protezione internazionale.

Certo è che una nuova risoluzione del Cds dedicata alla sicurezza marittima della Libia dovrebbe, questa volta, non tralasciare i problemi del traffico di esseri umani via mare.

Fabio Caffio, è ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto internazionale marittimo.
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