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martedì 31 marzo 2015

Russia: ancora atteggiamenti da guerra fredda

Disarmo e Guerra Fredda
Russia, un altro passo indietro 
Giovanna De Maio
29/03/2015
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La Russia sbarra un’altra strada sulla via del dialogo. L’annuncio del ritiro dal Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa (Cfe) lascia cadere un vecchio retaggio degli equilibri creati a ridosso della caduta del muro di Berlino.

Il dispositivo di questo trattato obbligava la Nato e la Russia a limitare e a notificare reciprocamente ogni modifica nelle dotazioni di armamenti convenzionali, oltre a prevedere un sistema di ispezioni.

La mossa di Mosca arriva contestualmente a due segnali tutt’altro che distensivi lanciati dall’Occidente. Il primo proviene dall’Alleanza atlantica, che continua le esercitazioni congiunte in Polonia e nei Paesi Baltici.

Il secondo arriva dall’Unione europea per il tramite del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, che si è espresso così a proposito della creazione di un esercito europeo: “Occorre lanciare un messaggio per far capire alla Russia che siamo seri quando si tratta di difendere i valori europei”.

Cfe, una storia breve e tormentata
Sul piano pratico la sospensione della partecipazione russa alle riunioni del gruppo di consulenza sul Trattato sulle Forze Armate convenzionali in Europa non sembra segnare una cesura storica: l’applicazione del Trattato è stata sin da subito condizionata da rapporti di forza e diffidenza.

Con l’obiettivo di fissare un tetto per il livello di armi convenzionali essenziali per sferrare attacchi a sorpresa e offensive su larga scala, il Trattato era stato originariamente firmato nel 1990 dagli allora sedici membri della Nato e da otto stati del Patto di Varsavia.

Tuttavia già dall’anno successivo, le parti avviarono negoziati per elaborarne una nuova versione,che ne smussasse le disposizioni più restrittive a carico della Russia e dell’Ucraina. La risoluzione finale che ha visto la luce nel ’99, ha poi impegnato la Nato e la Russia in una sfida al reciproco sospetto.

La Nato subordinava l’applicazione degli accordi al totale ritiro delle truppe russe stanziate nel Caucaso, mentre Mosca era piuttosto favorevole a un ritiro parziale, anche alla luce dei presunti progetti dell’allora presidente Usa George W. Bush, che ipotizzava uno scudo spaziale.

In seguito, le dinamiche si sono progressivamente complicate, pur prendendo le mosse dalle stesse basi. La Russia rifiutava di adempiere gli obblighi previsti dal trattato come risposta agli accordi per l’installazione di basi Nato in Romania e in Bulgaria.

La Nato, invece, insisteva sul ritiro delle truppe russe stavolta dalla Moldavia e dalla Georgia. Il tiro alla fune si è concluso nel 2007 con un nulla di fatto, data la decisione unilaterale di Mosca di sospendere l’applicazione del Trattato. Gli spiragli di dialogo lasciati aperti qualche anno fa si sono apparentemente chiusi nei giorni scorsi con l’annuncio del ritiro.

Verso il riarmo generale
L’importanza di questo strumento era stata recentemente richiamata dall’Organizzazione per la sicurezza e per la cooperazione in Europa. Insieme al Trattato sugli Open Skies e al Vienna Document, il Cfe doveva costituire il presupposto di ulteriore cooperazione nel segno della costruzione di un sistema di sicurezza orientato al controllo nella produzione di armi convenzionali.

Il ritiro di Mosca dal Cfe è un altro tassello nel mosaico dello sconvolgimento in atto degli equilibri del post Guerra Fredda. Abbandonare questo format di dialogo è dunque non soltanto segno di una politica sempre più risoluta da parte del Cremlino, ma anche dell’idea di una Russia diffidente verso un’architettura di sicurezza che in questo momento considera crollata.

Se crea disappunto nell’Alleanza atlantica, la decisione russa, tuttavia, non ne modificherà le direttrici d’azione, stando alle dichiarazioni del segretario generale Jens Stoltenberg.

Tuttavia, l’allargamento a Est della Nato costituisce una minaccia storica nella percezione di sicurezza di Mosca: pertanto, la scelta del ritiro dal Cfe non deve stupire.

Se sul piano pratico questa mossa non sembra sortire effetti decisivi, sul piano politico essa costituisce un altro passo indietro lungo la strada della cooperazione nel settore degli armamenti, dove oggi più che mai sarebbe necessaria una posizione comune, anche alla luce dei negoziati sul nucleare iraniano.

Da tempo la Nato lamenta l’inadeguatezza dei mezzi e la necessità di una smart defensee nel frattempo Mosca non è rimasta a guardare. L’aumento della spesa militare nei Paesi baltici dove si svolgono esercitazioni Nato rende ancora più immediata la reazione della Russia che difficilmente accetterà limitazioni se non alle sue condizioni.

Allo stesso tempo, la reciproca diffidenza tra Nato e Russia inevitabilmente si acuisce a causa delle oggettive difficoltà nella gestione dei focolai di crisi nel mondo arabo e nell’est europeo. Lo scenario che si prospetta sembra dunque aprirsi più su rischi di riarmo generale che su possibili miglioramenti significativi nella riduzione degli armamenti.

Giovanna De Maio è dottoranda di ricerca presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale; è stata stagista per la comunicazione presso lo IAI.

venerdì 27 marzo 2015

Prezzo del Petrolio: problemi per tutti i produttori

Calo del prezzo del petrolio
Il gattopardo saudita e il mercato del greggio
Andrea Bonzanni
22/03/2015
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Nel susseguirsi di notizie negative che stanno sconvolgendo lo scacchiere geopolitico, ve ne è una che va controcorrente: lo spettacolare tonfo nelle quotazioni dell’oro nero, che a gennaio ha toccato quota 47 dollari al barile solo in parte temperato dal rialzo intorno ai 60 dollari registrato nelle ultime settimane.

Illustri macroeconomisti hanno argomentato come un greggio a buon mercato possa rilanciare produzione industriale e domanda interna. Vi è inoltre consenso sul fatto che il petrolio basso stia riducendo ulteriormente le già deboli pressioni inflazionistiche, regalando alle banche centrali maggiori margini per attuare una politica monetaria espansiva.

Analisti geopolitici evidenziano come l’attuale congiuntura sui mercati energetici limiterà il raggio d’azione di regimi spesso problematici sullo scacchiere internazionale (Iran, Venezuela e Russia su tutti). Essa ridurrà anche il flusso di denaro legato al complesso, ma reale, legame tra rendite petrolifere e finanziamento dell’islamismo radicale. Indubbiamente buone notizie per un Occidente importatore cronico e in difficoltà con diversi paesi produttori di petrolio, soprattutto nel mondo islamico.

Arabia Saudita tiene bassa l’asticella del prezzo
Pecca però di eccessivo ottimismo chi vede nel crollo dei prezzi una capitolazione dell’Opec e un’inversione strutturale dei rapporti di forza tra produttori e importatori.

Infatti, se il trend ribassista è da attribuire in primo luogo all’eccesso di offerta sul mercato fisico, la sua tempistica ed entità sono state influenzate in maniera fondamentale dalle mosse del blocco di paesi dominanti all’interno dell’Opec, saldamente guidato dall’Arabia Saudita.

Spalleggiati dagli alleati del Consiglio della cooperazione del Golfo, Ccg, (Kuwait, Qatar, Emirati, Bahrain e Oman), i principi sauditi hanno infatti accentuato il crollo delle quotazioni rifiutandosi, con il barile già sotto agli 80 dollari, di annunciare un taglio della produzione al vertice Opec del 27 novembre scorso.

L’Arabia Saudita ha tenuto un tale atteggiamento nonostante un intervento fosse pienamente giustificato dalla situazione di mercato e richiesto quasi disperatamente da una fetta significativa di paesi Opec (Iran, Venezuela e Nigeria in primis) nonché da altri importanti produttori come Messico e Russia che partecipavano al vertice.

La mossa è stata poi puntellata il mese successivo dalle dichiarazioni del ministro del petrolio Ali al-Naimi sulla possibilità di un petrolio a 20 dollari.

Shale, una vittoria di Pirro?
La narrativa trionfalista della ‘vittoria energetica’ dei trivellatori a stelle e strisce che spodestano gli sceicchi nel dominio del mercato petrolifero nasconde dunque una realtà meno piacevole. Il settore shale americano avrà pure sostituito il gigante saudita Saudi Aramco nel ruolo di “swing producer” in grado di influenzare le quotazioni, come argomenta Alan Greenspan sul Financial Times. Una cosa però è essere swing producerper scelta, lasciando strategicamente fuori dal mercato fette consistenti della propria capacità produttiva (come fanno i sauditi da almeno 30 anni), un altro è esserlo per necessità, in quanto la propria produzione oscilla costantemente attorno alla soglia della profittabilità in uno scenario di estrema volatilità dei prezzi.

Per la schiera di produttori indipendenti del Texas o del Nord Dakota un barile intorno ai 50-60 dollari significa flirtare con la bancarotta, soprattutto quando scadranno i contratti di hedging firmati per coprire la produzione dei prossimi uno o due anni.

Una tale condizione non potrà che portare a un ridimensionamento della produzione a stelle e strisce, nonostante i dati più recenti ancora non segnalino un calo dei volumi estratti.

Le formazioni geologiche scistose (shale), da cui proviene gran parte dell’incremento del 65% nella produzione del petrolio americano negli ultimi cinque anni, necessitano di continui investimenti in nuove trivellazioni per mantenere i livelli di attività attuali, ma l’afflusso di liquidità dai mercati finanziari - complice anche l’annunciata fine delquantitative easing promosso dalla Fed - rischia di affievolirsi. E senza capitali si svuoteranno anche i treni e gli oleodotti che trasportano il greggio americano verso le raffinerie del Golfo del Messico, non a caso - come ha mostrato Bassam Fattouh dell’Oxford Institute of Energy Studies - le destinazioni preferite per il greggio saudita prima della shale devolution.

Geopolitica dell’abbondanza saudita
Nel lungo periodo, inoltre, è difficile immaginare che i paesi del Golfo e i membri delle loro numerose famiglie reali si accontentino di vivere in un mondo di petrolio a buon mercato, privandosi dei lussi e dei privilegi globali che hanno saggiato durante l’ultimocommodity boom.

Anche questa volta l’Arabia Saudita avrebbe a disposizione le armi per invertire la tendenza: basterebbe diminuire la produzione, cosa che si è rifiutata di fare al vertice Opec di novembre. In presenza di un segnale opposto, i capitali finanziari potrebbero rientrare rapidamente sul mercato dei futures con aspettative rialziste, in un remake del rialzo del 2009-2010 dopo il crollo di fine 2008.

Nulla di nuovo da Ryad: la nuova “geopolitica dell’abbondanza” assomiglia molto a quella vecchia.

Andrea Bonzanni è un analista di mercati e politiche energetiche residente a Londra, dove si occupa di regolazione del trading, mercati del gas e emissions trading. Le opinioni espresse in questo articolo sono a titolo personale.

venerdì 20 marzo 2015

Novità all'orizzonte economico europeo

Accordi commerciali Ue-Acp
Maratona negoziale s'avvicina a conclusione
Nicola Tissi
16/03/2015
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Dopo anni di tormentate trattative, il 2014 ha segnato uno spartiacque per gli Economic Partneship Agreements (Epa), accordi commerciali fra Unione europea (Ue) e blocco Africa, Caraibi, Pacifico (Acp).

Con la firma di accordi regionali in tre dei cinque blocchi africani, la maratona degli Epa, iniziata nel 2002, sembra avvicinarsi al suo rettilineo finale.

Epa si, Epa no
Gli Epa intendono mettere fine al sistema unilaterale di preferenze Ue-Acp, in favore di regimi ‘asimmetrici’ in base ai quali l’Ue garantisce accesso senza dazi e quote ai paesi Acp, ottenendo in cambio aperture e liberalizzazioni dei mercati Acp di minor portata (fino al 75%).

La base legale è l’accordo di partenariato Ue-Acp di Cotonou (2000), erede degli accordi di Lomé, che prevede la fine del pluridecennale regime preferenziale riservato ai paesi Acp, incompatibile con i dettami liberoscambisti dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc).

Per i fautori degli Epa tali accordi adatteranno le relazioni Ue-Acp alla realtà del commercio globale odierno, terminando discriminazioni verso paesi terzi e assicurando compatibilità con le disposizioni dell’Omc.

Per i detrattori, gli Epa avvantaggeranno solo l’Ue: se mal calibrate, le liberalizzazioni previste arrecherebbero danni irreversibili alle industrie nascenti in Africa.

L’impatto sul settore agricolo dei paesi africani è tutto da valutare: con l’eccezione di una nicchia di prodotti sensibili, gli Epa mettono i mercati africani davanti al rischio di invasione di prodotti agricoli europei a prezzi più bassi.

Tutto ciò metterebbe fuori gioco i produttori africani che farebbero più fatica ad entrare nel mercato europeo, considerate le barriere non tariffarie esistenti e la minor competitività dovuta anche alle sovvenzioni della contestata Politica agricola comune europea.

Per economie fortemente basate sull’agricoltura come quelle africane, l’impatto degli Epa sul commercio agricolo Ue-Acp è quindi un nodo centrale.

Epa in Africa, un percorso tortuoso 
Se gli accordi Ue-Caraibi si sono conclusi rapidamente (2008), in Africa i negoziati Epa sono stati costellati di difficoltà riguardanti modalità, tempistiche, e grado delle liberalizzazioni, nonché la protezione di prodotti sensibili e le compensazioni per la perdita immediata delle entrate dei dazi doganali.

Per incentivare la conclusione di accordi definitivi, l’Ue ha concesso e poi esteso all’ottobre 2014 la Market Access Regulation che garantiva accesso senza dazi né quote ai prodotti dei paesi Acp firmatari di accordi ‘interim’.

Questa mossa è stata decisiva: nel 2014 sono stati conclusi accordi con tre blocchi africani: Africa occidentale (Ecowas), australe (Sadc) e orientale (Eac).

Nel 2015, con l’approvazione da parte dei Parlamenti nazionali e la ratifica dei rispettivi Capi di Stato, gli Epa dovrebbero finalmente entrare in vigore nei blocchi firmatari.

In Africa centrale e sud-orientale i negoziati sono invece ancora in corso a causa di spaccature interne ai blocchi. Per questi paesi il tempo stringe: nel 2015 è prevista la revisione quinquennale dell’Accordo di Cotonou e all’orizzonte incombono le trattative per un nuovo accordo-quadro Ue-Acp, vista la spada di Damocle della scadenza di Cotonou nel 2020.

Il tortuoso percorso dei negoziati Epa in Africa, costellato di incomprensioni, bizantinismi burocratici, ritardi strategici e deroghe non rispettate, ha a lungo costituito una spina nel fianco delle relazioni Ue-Acp.

Con il tempo i rapporti di forza sono però cambiati e le carte al tavolo dei negoziati si sono rimescolate. Se l’Ue è stata indebolita da una crisi interna acutissima, le economie africane hanno vissuto un periodo di forte espansione, sviluppo e accresciuto peso politico. Bruxelles, conscia di questi cambiamenti, è quindi passata da un atteggiamento intransigente a uno più flessibile improntato sulla logica del compromesso.

Apertura e protezione, un fragile equilibrio
Nel breve periodo l’implementazione degli Epa porterà con sé costi di adattamento e squilibri commerciali, ma una valutazione obiettiva sull’impatto di accordi di questa portata deve fondarsi su un’ottica di medio e lungo termine.

Allo stato attuale esprimere giudizi di merito risulta difficile, vista la pluralità delle variabili in gioco e l’incertezza in merito alle modalità di implementazione. Certo è che l’insostenibilità di regimi commerciali preferenziali unilaterali in un panorama globale caratterizzato da economie sempre più interdipendenti e aperte è un fatto assodato per molti.

Il mancato adeguamento del commercio Ue-Acp alla geografia economica contemporanea sarebbe politicamente miope per entrambi.

I paesi africani in procinto di implementare gli Epa hanno però economie fondate sull’esportazione di materie prime. Quasi nessuno esporta quei prodotti semi-lavorati o finiti, nei quali risiede il surplus economico maggiore e che garantiscono ritorni positivi dal libero scambio con altri blocchi.

Nella storia economica moderna, le più durevoli esperienze di crescita e sviluppo su scala regionale (industrializzazione in Europa nel diciannovesimo secolo e ‘East Asian miracle’ nella seconda meta del ventesimo)sono state caratterizzate da una fase iniziale di protezione commerciale di settori strategici.

Questo ‘farsi le ossa’ predispone un’economia ad affrontare i mercati globali con i dovuti anticorpi. In assenza di ciò, per paesi con strutture economiche poco diversificate - e quindi molto vulnerabili - le aperture previste dagli Epa potrebbero diventare un vero e proprio salto nel buio.

Nicola Tissi (MSc, London School of Economics) si occupa di Africa e cooperazione allo sviluppo dal 2009. Al momento ricopre la posizione di assitente ai programmi del settore educazione nell'Ufficio di Cooperazione dell'Ambasciata d'Italia a Maputo. È raggiungibile al seguente indirizzo: nicola.tissi@gmail.com.

lunedì 16 marzo 2015

Il problema delle rotte aperte.

Sicurezza marittima
Flotte mediterranee contro Pirati Barbareschi
Fabio Caffio
10/03/2015
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Si delinea l'azione internazionale contro l'anarchia delle coste libiche ed i connessi traffici illeciti di armi, petrolio ed esseri umani.

L'opzione dell'embargo navale appare non più rinviabile in quanto il controllo del mare è un presupposto necessario dell'intervento sul suolo libico. Parecchi sono tuttavia i problemi tecnico-operativi relativi all'impiego di Forze navali sotto egida dell'Onu, non ultimo quello del salvataggio dei migranti.

Ritorno al passato
Nel dna libico vi è la tendenza a sottoporre il mare a dominio esclusivo. Sono note le vessazioni al traffico commerciale dei pirati (c.d. barbareschi) stanziati lungo le coste libiche che indussero Venezia, Napoli e gli Stati Uniti a cannoneggiare Tripoli.

Lo stesso Gheddafi aveva sfidato la libertà dei mari: prima nel 1973 con l'annessione del Golfo della Sirte e poi con la proclamazione di una zona di protezione della pesca in cui più volte nostri pescherecci sono stati aggrediti da motovedette libiche.

Naturale quindi che il Consiglio di sicurezza dell'Onu (Cds) dopo la caduta di Gheddafi si fosse preoccupato dell'uso dei porti libici per il contrabbando di armi. La Risoluzione 1973 (2011) aveva perciò autorizzato un embargo navale coercitivo contro i mercantili implicati nel traffico.

Lo stesso era stato fatto nel 2014 con la Risoluzione 2146 volta ad impedire il contrabbando di petrolio dalla Cirenaica con cui il sedicente Califfato cercava di finanziarsi.

Esercitazioni Marina Italiana
In questo contesto s'inseriscono le manovre navali iniziate il 2 marzo dalla Marina Militare Italiana in acque internazionali prossime alla Libia.

Le operazioni non sono state messe in rapporto alla crisi in atto, ma un loro obiettivo dichiarato è quello di accrescere la sicurezza dell'area dove cospicui sono gli interessi italiani negli impianti estrattivi di Bouri gestiti dall'Eni, da cui parte, sino a Gela, il gasdotto Greenstream.

L'esercitazione mira anche a scoraggiare episodi pirateschi come quello del 15 febbraio in cui alcuni scafisti hanno costretto la nostra Guardia costiera a consegnare un'imbarcazione sotto sequestro.

La situazione politica libica (fonte: Corriere della Sera).

Nuovo embargo o blocco navale?
La soluzione embargo navale è comparsa dopo che il Gruppo di esperti sulla Libia ha presentato al Cds un proprio rapporto in cui raccomandava l'impiego di Forze navali per "assistere il governo libico nel rendere sicure le sue acque territoriali per prevenire l'ingresso e l'uscita dalla Libia di armi, crude oil o altre risorse naturali".

Tobruk ed il Cairo si sono anche mosse congiuntamente richiedendo al Cds un blocco navale che impedisca qualsiasi traffico marittimo con porti in mano alle milizie estremiste di Tripoli e Misurata.

Non è ancora chiaro quale sarà la scelta del Cds. Forse si stabilirà in alto mare un embargo navale selettivo contro specifiche imbarcazioni sospette segnalate dal governo di Tobruk, simile a quello della Ris. 2146 (2014).

Il blocco di singole zone costiere non sembra un'opzione praticabile, a meno di non immaginare che sia Tobruk a decretarlo nell'ambito di quello che è oramai un conflitto internazionale, dopo l'intervento militare dell'Egitto. Si pensi a quanto fatto da Israele nelle acque antistanti il Libano nel 2006 ed a Gaza nel 2009.

L'embargo in alto mare ed il blocco costiero potrebbero integrasi. Così si realizzerebbe una sinergia tra Tobruk e l'alleato Egitto e le Forze che agiranno su autorizzazione del Cds. Le unità della Nato saranno certamente tra queste, ma è auspicabile che esse si integrino, per la prima volta, con una componente navale europea.

Anche altri attori mediterranei come la Tunisia o Israele potrebbero partecipare. Nulla esclude che la Russia intervenga unilateralmente, come avviene nel Corno d'Africa per l'antipirateria.

Salvataggio migranti
Si potrebbero con il blocco navale fermare le partenze di migranti dalle coste libiche? La questione è mal posta perché lo scopo di un blocco non è questo, tenuto anche conto dei risvolti umanitari. Invece si deve parlare di espatri illegali, organizzati da avidi trafficanti su imbarcazioni non atte a navigare, che le autorità locali hanno il potere di impedire.

Tali autorità (Tobruk ed il suo alleato?) potrebbero effettuare interventi di salvataggio nelle acque territoriali o nella zona Sar riportando i migranti in Libia in vista della loro successiva presentazione di richieste di asilo ad organismi internazionali presenti in loco.

Eventuali soccorsi prestati in alto mare dalle Forze navali rientrerebbero invece nelle responsabilità dei singoli Stati di bandiera che poi dovrebbero trasportare i migranti in un idoneo "luogo sicuro" (ma quale, visto che solo l'Italia accetta di accoglierli?). Riaccompagnarli in Libia costituirebbe una violazione dei diritti di persone aventi titolo a protezione internazionale.

Certo è che una nuova risoluzione del Cds dedicata alla sicurezza marittima della Libia dovrebbe, questa volta, non tralasciare i problemi del traffico di esseri umani via mare.

Fabio Caffio, è ufficiale della Marina Militare in congedo, esperto in diritto internazionale marittimo.
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venerdì 13 marzo 2015

La nuova frontiera del terrorismo

Guerra al Califfato
Paura dei foreign fighters, ma non troppa
Daniel L. Byman, Jeremy Shapiro
04/03/2015
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Molti ufficiali delle intelligence statunitense ed europea temono che l'ondata di terrorismo si diffonda anche in Europa. E la gran parte dei problemi deriva proprio dal nutrito numero di foreign fighters occidentali coinvolti.

Nonostante le paure e il concreto pericolo che le anima, la minaccia rappresentata dai combattenti stranieri in Siria e Iraq potrebbe essere facilmente esagerata. Alcuni precedenti e le informazioni provenienti dalla Siria invitano a considerare taluni fattori che riducono - e quasi eliminano - la potenziale minaccia terroristica rappresentata dei combattenti stranieri giunti in Siria.

- Molti muoiono, facendosi esplodere in attacchi suicidi o rimanendo uccisi in scontri a fuoco con opposte fazioni.
- Alcuni non fanno ritorno a casa, ma continuano a combattere nella zona del conflitto o nella successiva battaglia jihadista.
- Altri maturano una rapida disillusione e una percentuale di questi torna a casa senza abbracciare nuove, violente cause di lotta.
- Altri ancora vengono arrestati o fermati dai servizi di intelligence.

Il pericolo sollevato dal timore del ritorno in patria dei foreign fighters è reale, ma i servizi di sicurezza europei e statunitensi hanno gli strumenti per ridurre la minaccia. Questi dovranno essere adattati al nuovo contesto siriano e iracheno.

Il modello qui in basso mostra come sia i vari fattori precedentemente elencati sia delle efficaci strategie possono (ma non necessariamente lo faranno) ridurre il rischio rappresentato dai combattenti nelle milizie straniere.

Foreign fighters in viaggio
Anzitutto, bisogna prendere in considerazione il momento della decisione: è necessario pensare di ridurre il numero di quanti partono verso le zone di guerra prima di tutto cercando di interferire nel processo decisionale.

I paesi occidentali dovrebbero mettere in campo una contro-narrativa che evidenzi la brutalità del conflitto e la violenza intestina fra jihadisti. Altrettanto cruciale è pensare di sviluppare attraenti alternative pacifiche al combattimento per aiutare le popolazioni colpite dagli scontri in Medio Oriente.

I programmi di assistenza territoriale possono anche contribuire a migliorare l'attività di spionaggio locale. Trovarsi in giro per la comunità consente in primis al personale dei servizi un maggiore accesso alle informazioni sui potenziali fondamentalisti.

In secondo luogo, tali programmi consentono agli addetti dell'intelligence di entrare in contatto con persone che possano essere reclutati per fornire informazioni su altri aspiranti jihadisti.

Interrompere il transito che passa per la Turchia è una delle più promettenti risposte all'esigenza di contrastare la minaccia di stranieri arruolati fra le schiere dei fondamentalisti islamici per Europa e Stati Uniti.

I governi occidentali dovrebbero inaugurare una più efficace cooperazione con le autorità turche, le quali non sempre hanno considerato il freno al flusso di combattenti stranieri come la loro massima priorità.

Proprio mentre in Turchia cresce la preoccupazione rispetto al pericolo jihadista, l'intelligence e i servizi di polizia occidentali dovrebbero approfittarne per creare canali di comunicazione privilegiati con gli omologhi di Ankara.

In tal modo, i servizi di sicurezza turchi verrebbero avvisati della presenza di soggetti diretti in Siria attraverso il passaggio turco. Al contempo verrebbero invitati a negare loro l'accesso dal confine turco o a fermarli alla frontiera siriana e deportarli.

Altrettanto essenziale è la cooperazione fra i servizi degli Stati europei e fra le intelligence europea e statunitense.

Addestramento e indottrinamento terroristico
foreign fighters vengono poi addestrati in Siria o in Iraq, perlopiù fuori dal raggio di influenza euro-americana. Persino laggiù ci sono però sottili modi di interferire con l'indottrinamento terroristico.

I servizi occidentali dovrebbero fare quanto in loro potere per ingenerare nei leader estremisti in Iraq e Siria il dubbio circa l'effettiva lealtà dei musulmani volontari provenienti da ovest.

Se infatti le organizzazioni jihadiste cominciassero a vedere gli stranieri come potenziali spie o come portatori di turbamento, potrebbero assegnarli a ruoli non combattenti, mettendone alla prova la fedeltà. Per esempio, potrebbero rifiutarsi di arruolarli o offrirgli un biglietto di sola andata come kamikaze.

Subito dopo il ritorno dei combattenti stranieri nei luoghi di provenienza è arduo allontanarli dalla violenza e dal jihad. È questo il quarto gradino del processo che stiamo descrivendo. I servizi di sicurezza occidentali riferiscono che di solito sanno quando i foreign fighters fanno ritorno e che molti rimpatriano ancora pieni di dubbi.

Un primo adempimento per i servizi, in questa fase, deve essere l'identificazione delle priorità fra gli ex combattenti, così da individuare quelli che tra loro necessitano di maggiore attenzione: le nostre interviste, tuttavia, segnalano che una tale mappatura è effettuata incoerentemente (e talvolta nulla affatto) fra i servizi d'intelligence d'occidente.

È inevitabile: alcuni individui pericolosi mancheranno all'appello e taluni di quelli identificati come non particolarmente pericolosi potrebbero costituire un minaccia poco più tardi; tuttavia, la prima impressione è fondamentale per stabilire le priorità dell'intervento da realizzare su chi fa rientro.

Scongiurare attacchi terroristici 
Per fermare i foreign fighter dal pianificare attacchi terroristici, i servizi di sicurezza devono mantenere alta l'attenzione sul problema dei rimpatriati e fare in modo di avere sufficienti risorse per monitorarli.

Solitamente, chi fa la spola fra Siria e Iraq si pone all'attenzione dei servizi. Di contro, continuare a vigilare, a fronte di un crescente numero di combattenti di ritorno nei propri paesi, diventerà più arduo per mere ragioni legate alle risorse in campo.

Allo stesso tempo, proprio la sua stessa efficacia può finire per operare a scapito dell'attività di intelligence: riducendo l'insidia in maniera apprezzabile, infatti, i servizi ridimensionano il pericolo e quindi creano l'illusione che vi sia bisogno di meno risorse.

Un modo per calmierare questo effetto è rappresentato dalla "diffusione" del carico di responsabilità condividendo le informazioni con la polizia locale, le altre forze dell'ordine e le organizzazioni sociali della comunità.

Gli Stati Uniti e l'Europa hanno già schierato efficaci misure per ridurre in maniera consistente la minaccia terroristica rappresentata dai combattenti jihadisti occidentali che fanno ritorno a casa e per limitare la portata di un qualsivoglia attacco che possa verificarsi.

Queste misure possono e devono essere migliorate e, aspetto ancor più importante, adeguatamente equipaggiate. Lo standard di successo non può essere la perfezione. Se così fosse, i governi occidentali sarebbero destinati a fallire e, peggio ancora, a schierare una reazione sproporzionata che non farebbe altro che sprecare risorse e causare pericolosi errori di strategia politica.

L’articolo è un estratto dell’originale, tradotto da Gabriele Rosana, stagista dell’area comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali.

Daniel L. Byman, Research Director, Center for Middle East Policy
Jeremy Shapiro, Fellow, Foreign Policy, Center on the United States and Europe
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lunedì 2 marzo 2015

Immigrazione: un problema sempre aperto

Immigrazione
Onda libica sui flussi migratori 
Fedora Gasparetti
27/02/2015
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Lo sviluppo della crisi in Libia e il conseguente aumento dei flussi migratori dal paese sta determinando una vera e propria emergenza umanitaria in Europa e soprattutto in Italia.

Nonostante l’inverno, a gennaio 2015 3.528 migranti hanno attraversato il Mediterraneo (a differenza dei 2.171 registrati lo stesso mese nel 2014), mentre secondo i dati dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a febbraio gli arrivi sono stati circa 4.300, 3.800 dei quali soltanto nel periodo compreso tra venerdì 13 e martedì 17.

“L’Europa deve essere pronta ad assistere in modo adeguato coloro che rischiano la propria vita in mare, ampliando i limiti geografici di intervento dell’operazione Triton e fornendo delle possibili alternative alla traversata via mare” afferma Federico Soda, Capo Missione dell’Oim in Italia.

Parole confermate dall’ennesima tragedia verificatasi nel Mediterraneo lo scorso 10 febbraio, evento che ha riacceso il dibattito sulle modalità di intervento dell’Europa evidenziando i limiti di Triton, la missione avviata dopo la chiusura dell’operazione Mare Nostrum coordinata dall’Italia.

Il tema è stato anche al centro del seminario L'immigrazione che verrà organizzato da “Area”, Magistratura democratica e Movimento per la Giustizia-Articolo 3, le cui conclusioni hanno sottolineato la necessità di un orientamento delle politiche europee e italiane volte ad assicurare condizioni di viaggio e di accoglienza dignitose e sicure.

L’attenzione i è concentrata anche sul rafforzamento delle risorse delle nuove iniziative europee (a partire proprio da Triton), portando l’esperienza di Mare Nostrum e allargandone il raggio d’azione e riconoscendo esplicitamente anche la finalità di soccorso dei migranti.

Rotta del Mediterraneo centrale
La traversata del mare in realtà costituisce solo la parte finale di un viaggio assai più complesso lungo la rotta del Mediterraneo centrale, una delle più sfruttate dai trafficanti da almeno una decina di anni e all’interno della quale la Libia rappresenta il nexus point dove confluiscono i migranti che sopravvivono al deserto e che provengono da differenti punti di partenza.

Fino al 2010, la relativamente prospera economia del paese offriva buone opportunità lavorative sia ai migranti subsahariani per i quali rappresentava la destinazione finale, sia per coloro che lo consideravano un paese di transito nel quale poter guadagnare il denaro sufficiente per pagare i trafficanti e continuare il viaggio alla volta dell’Europa.

In seguito alle Primavere arabe si è assistito ad un incremento sostanziale dei flussi in partenza dalle coste libiche per raggiungere principalmente l’Italia e Malta.

Nel 2014, 170.816 migranti sono approdati nel sud dell’Italia attraverso la rotta centro-mediterranea, rispetto ai 45.298 del 2013.

L’inasprimento recente dei conflitti ha conseguentemente favorito il business dei trafficanti, all’interno del quale si è inserito anche l’autoproclamatosi Stato islamico che si è conquistato la propria fetta di un mercato esistente ormai da lungo tempo.

In Libia confluiscono migranti provenienti da varie rotte interne gestite dai trafficanti, le cui principali includono l’attraversamento del Sahara a partire dal Sudan (intrapresa soprattutto da cittadini sudanesi e provenienti dal Corno d’Africa), dal Niger (percorsa in particolare da migranti subsahariani) e dal Chad (anche se di minore consistenza, questa via rappresenta un importante punto di passaggio per chadiani, sudanesi e camerunesi).

Anche siriani e palestinesi raggiungono la Libia dal Sudan dopo essere partiti in volo da Amman, Beirut o Istanbul alla volta di Khartoum e quindi attraversando il deserto libico. Tale opzione è una delle poche rimaste a queste due nazionalità dopo che il governo algerino ha reso loro estremamente difficile l’ottenimento del visto. Di conseguenza, la rotta attraverso l’Algeria è stata sostituita da quella alternativa via Sudan.

Flussi migratori multiforme
L’aggravarsi delle condizioni in Libia, la pericolosità del paese e le continue violenze ed estorsioni subite dai migranti (soprattutto di origine subsahariana) hanno costituito senza dubbio dei fattori decisivi nella scelta di imbarcarsi verso l’Italia, come riportano le testimonianze dei migranti arrivati in queste settimane.

Racconti che restituiscono la dimensione multiforme dei flussi migratori diretti verso l’Italia e che vede protagonisti sia migranti forzati, rifugiati e richiedenti asilo in fuga da conflitti che migranti economici e vittime di tratta.

Condizioni, queste, che influenzano notevolmente sia la durata e le condizioni della permanenza in Libia che il compenso corrisposto ai trafficanti (dai 400 ai 1500 dollari secondo i racconti degli intervistati).

L’attesa prima di partire può essere di cinque giorni come di due anni. Alcuni hanno riferito di aver passato dei mesi nelle cosiddette “case di collegamento”, dove sono stati vittime di sorprusi e violenze.

Un altro dato che emerge è quello relativo alle aspirazioni rispetto al paese ultimo di destinazione: dalla Germania al Nord Europa, mete il cui raggiungimento è facilitato dalle reti di trafficanti che si sono create anche all’interno dell’iperprotetto spazio Schengen.

Fedora Gasparetti è esperta di politiche migratorie e di asilo. Dottore di ricerca in Antropologia Sociale è stata consulente per diverse organizzazioni internazionali e nazionali. Per l’OIM ha lavorato in Tunisia, nel campo di rifugiati di Choucha al confine libico. Lavora attualmente per l’agenzia della Commissione Europea Eacea.
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sabato 21 febbraio 2015

Svizzera: c'è del fumo sulla Confederazione

Svizzera
Tsunami Swissleaks sul fisco svizzero
Cosimo Risi
13/02/2015
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In origine fu Wikileaks, poi venne Vatileakes e ora irrompe Swissleaks, uno scoop a scoppio ritardato, nato in parte per lanciare il libro di Hervé Falciani e in parte per ribadire che c’è del fumo in Svizzera.

Già dalla primavera 2010 il caso Swissleaks era noto in Italia come “lista Falciani”, dal nome del funzionario della Hsbc Private Bank di Ginevra che fra il 2006 e il 2007 aveva movimentato circa 180 miliardi di euro, parte dei quali si sospettava frutto di evasione fiscale e altri illeciti.

La lista con i nomi di clienti italiani fu trasmessa dalle autorità francesi - che l’avevano inzialmente acquisita - a quelle europee in base alla direttiva 77/799/Cee in tema di reciproca assistenza nel settore delle imposte dirette. Le indagini in Italia furono affidate alla Guardia di Finanza e alla Procura di Torino e portarono a recuperare ingenti somme e perseguire numerosi responsabili.

Effetti della finanza oscura
L’unico motivo che spiega il clamore suscitato oggi dal rilancio della vecchia inchiesta è che questa riporta alla ribalta la finanza oscura dei paradisi fiscali e dell’industria off-shore. Secondo quanto scritto il 9 febbraio su La Repubblica da Thomas Pinketty, autore di Il Capitale nel XXI secolo, la finanza oscura mina la coesione sociale, è fonte di diseguaglianze e minaccia la tenuta delle istituzioni democratiche.

Che certe pratiche siano diffuse o quanto meno tollerate in seno all’Europa è ulteriore motivo di preoccupazione. Il tarlo ci rode dall’interno. Alcuni clienti sono nomi del jet set internazionale e la loro immagine generalmente glamorous non pare risentire di questo incidente di percorso. Il “dimenticare” di dichiarare certe fortune al paese di residenza, i cui servizi sociali essi non pagano o non pagano in misura adeguata, non pare motivo di disonore sociale.

Falciani, un eroe ricercato
Falciani è per alcuni un eroe o quanto meno un iconoclasta. Per altri, come la giustizia svizzera, è un ricercato da estradare. La Spagna, paese dove principalmente vive, respinge la richiesta di estradizione. In Svizzera il procuratore generale lo aveva indagato sin dal primo scandalo per accesso abusivo ai sistemi informatici della banca e appropriazione indebita. Falciani continua a collaborare con gli investigatori di vari paesi interessati a portare alla luce ulteriori aspetti dello scandalo.

Nel 2014 si è diffusa la notizia di un’altra lista Falciani con i nomi di oltre centomila clienti che, attraverso le filiali della banca, si distribuiscono fra Lussemburgo, Montecarlo, Isole del Canale, Ginevra. La notizia riguarda pure italiani che avrebbero scelto Lugano. Falciani guadagna in popolarità anche politica a misura delle rivelazioni.

Il movimento spagnolo Podemos lo insignisce di grande reputazione, si dice di una sua collaborazione con il partito greco di Syriza. La procura svizzera, appena qualche mese fa, ne chiede il rinvio a giudizio per spionaggio economico qualificato, acquisizione illecita di dati, violazione del segreto commerciale e del segreto bancario. Il processo dovrebbe compiersi a breve con l’imputato verosimilmente contumace.

Paradiso fiscale svizzero
La nuova inchiesta Swissleaks riporta la Svizzera nel calderone dei paradisi fiscali o quanto meno dei paesi fiscalmente poco collaborativi. Si minimizza il fatto che lo scandalo originario sia ormai datato e che nel frattempo qualcosa è accaduto nella Confederazione e nei suoi rapporti con il resto del mondo.

La strategia del denaro pulito (stratégie de l’argent propre) voluta dal governo federale sta producendo qualche frutto. Si aggiunga l’azione più penetrante della Finma, l’autorità di vigilanza dei mercati finanziari. Gli uffici delle banche adottano delle buone pratiche per intervistare i clienti sulle fonti delle loro fortune, scaricare gli istituti da certe responsabilità riversandole sul cliente, congelare conti correnti, impedire prelievi abnormi di denaro o trasferimenti verso mercati poco trasparenti. La due diligence si applica in maniera più incisiva.

Su tutto domina l’atteggiamento decisamente più aperto di Berna verso gli organismi multilaterali, specie Ocse e G20. Per non dire di quello nei confronti di certi stati membri come l’Italia, con cui è imminente la sottoscrizione dell’intesa fiscale dopo anni di laboriosa negoziazione.

Qualcosa di rilevante nel mondo della finanza d’oltralpe si muove. I risultati possono essere benefici per noi. Nell’immediato, perché fanno chiarezza nei rapporti reciproci; nel futuro, perché favoriscono i flussi di ritorno sotto forma di investimenti produttivi.

Cosimo Risi, Ambasciatore a Berna, è docente di Relazioni internazionali al Collegio europeo di Parma.
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venerdì 20 febbraio 2015

GAME THEORY AND TRANSBOUNDARY IVER MANAGMENT: A THEORETICAL BACK GROUND

di
 Federico Salvati
 (federicoslvt@gmail.com)

Water is a vital  for human life but not everywhere this essential asset is abundant. For this reason, sadly, many community are force to administrate the water in order to maximize the utility and to not squander the already scarce asset. Water management is one of the main strategical issues of our times. In some regions like central Asia or North Africa the topic affect  the daily life of millions of people in a scenario where the human life is still irremediably bound to the geographical datum. When the resource is shared by tow or more state the situation can rise strategic competition and water management become even a more thorny argument. A shared river basin at the same time can be source of fierce wars or steady cooperation. In order to analyze the scenario we can use a game theory approach. This perspective allows us to conceptualize main interests and their related behavior forecasting probable outcomes and choices. The big flaw of this approach is that we assume the actors to be completely rational. Many aspects which belong to the cultural or the social- anthropological sphere are not taken in account, even though empirically they can have a major influence depending by the case. Furthermore in many analysis it is not clear upon what basis the pay-offs of the games calculated. This can create arbitrary assumption that can affect the analysis from its very basics. Theoretically speaking anyway hardly social science has found an as valid approach as game theory is. According to such analysis the central focus has to be posed on externalities problems. When an upstream country decide to use a transboundary river course it creates externalities for the downstream state manipulating either the quality and the quantity of the resource. Seen the premises the fallowing question now is to explain how and if these externalities can be internalized and what would be the consequences of the different available strategies. Non- cooperative game models for this specific scenario seem to fit pretty well. According to non- cooperative game theory the parties are engaged in a competitive strategic relation. They will try to maximize their behaviour by choosing their strategies. The players are interconnected and: every decision of one party will affect possibility and strategy of the other. Non -cooperative strategy (E.G. prisoner dilemma strategy) tends to not generate cooperation between the parties, since the risk of been exploited is too high. In a classical non cooperative game the players will go for a non cooperative strategy which is strictly dominant on the cooperative one, reaching so their Nash equilibrium.

FIG. 1 Classical prisoner dilemma

                                                              COOP            EXPLOIT
Casella di testo: COOP.

1
Casella di testo: EXPLOIT           1
3
        -3
-3
            3
0
         0

We can recognize in this game the classical prisoner dilemma structure.
A general solution for the prisoner dilemma is to repeat the single game. The repetition makes rationally a better strategy to cooperate since it is the only manner to maximize the pay-off. The equilibrium in the long term can differ from the equilibrium in the subgame. Fundamental assumption remains that such repetition (as in the case of transboundary river management ) it doesn't have and end game. In the opposite case a strict domination for the non-cooperation strategy would be recreated in the endgame and cooperation will fail. Another important circumstance to analyze is the possibility for the down stream country to improve its bargain power by linking different issues together. In this case the new equilibrium for the game would be found in a mixed matrix interlinking all the issues. In the shared river basin scenario we can easily an bright example of it. The upstream country acting unilaterally in the river exploitation can generate a security dilemma-like situation. By increasing its welfare the upstream country will decease the downstream one. This will generate instability and insecurity, creating border troubles and problems akin. Bluntly put if we deprive the downstream country of all the water indirectly we will generate a security problem between the tow actors. In the mixed game example the upstream and the downstream country can find new equilibrium, choosing a strategy more profitable for both actors. More simply reworded by giving up a bit in one issue they will receive an upper pay-off gaining more from the other .
fig. 2 mixed game
                                                    coop           coop    explo           explo
                                                    instability  secu     secu           instability                      
Casella di testo: Explo
security
Casella di testo: Coop
instability
Casella di testo: Explo
instability
Casella di testo: Coop
secuity
5
         2
-1
          3
1
        2.5
-5
          3.5
6
         0
4
          3
2
        0.5
-2
          1.5
4
         0
-2
          1
3
          1
-3
          2
5
       -2
1
          1
4
        -1
0
          0

The possibility to find a better solution to the game by multiplying interests is backed up also by another game theory feature. We assume usually that a government has more targets than means to achieve them. They have therefore to trade-off in order to achieve what they can, with what they have. This will make coordination more likely to happen and more important. This kind of thinking brings up more questions then answers. For example we can discuss about what is the extent of the trade off or what are the endogenous mechanisms that push the decision-makers to stand for a specific goal. Anyway one think certainly remains: the actors in a regional environment if they have a trade-off situation (like water-security ), they can have higher out-comes when they cooperate. Such a situation has found vast proof (analytically and empirically) thanks to the works of economists like Hamada, Ghosh and Masson.
Fig 3 cooperation game
                                                                  EXPLOIT   COOP
                                                          
Casella di testo: EXPLOITCasella di testo: COOP0
       0
0
         0
0
        0
1
         1

Under this prospective we can use a different kind of approach to describe the problem. Let us assume in this case the existence of a cooperative game. According to the cooperative game theory the  members will have to seek coordination. The pay-off are more higher when the parties coordinate. If they don't do so they will face added costs or simply lower out- comes. In the water management case this is clearly relevant. Thinking our case in a dynamic perspective, according to the perspective of a cooperative game there is an astounding result. In fact by cooperating the cost faced by one of the parties in a specific field will yield an increase of utility over the fact per se. Generation of positive externalities will produce a snowballing effect where the action will have a final utility which comprehends at the same time the value per se of the action plus the avoidance of further problem creation. In our specific case for instance we can present as a case in point security issues. If the upstream country pumped all the water for its purposes, the downstream country would be left without the wherewithal for feeding the population. This would generate a commitment problem. The downstream country has to take control of the river basin because otherwise the population will starve to death. By finding an efficient mean to prevent starvation of the downstream country the upstream country could have, for instance, electricity production, plus the prevention of a military attack. As we said in the introduction game theory is not a perfect tool of analysis. Models are just a exemplification of real life but we can hardly find a similar tool that give as such a challenging frame for setting our reasoning

 (geografia2013@libero.it)




venerdì 13 febbraio 2015

In vigore il Trattato ATT

Trattato Onu
Regolare il commercio delle armi si può
Adriano Iaria
05/02/2015
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Regolare il commercio delle armi si può. Lo dimostra l’entrata in vigore del trattato sul commercio di Armi (Att).

Il trattato, al quale hanno aderito sessantuno stati ai quali si sono aggiunti centotrenta paesi firmatari (tra cui Stati Uniti e Israele) proibisce il trasferimento di armi convenzionali, munizioni, loro parti e componenti nel caso in cui questo sia contrario agli obblighi stabiliti dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in virtù dal Capitolo VII.

Lo stesso divieto vale per le armi il cui trasferimento rischia di violare obblighi imposti da trattati internazionali di cui lo stato contraente è parte, e per quelle che lo Stato parte sa poter essere utilizzate per commettere crimini internazionali.

Inoltre, il trattato entrato in vigore il 24 dicembre, prevede che nel caso in cui il trasferimento non sia proibito, lo stato esportatore dovrà svolgere una serie di attività per valutare i rischi dell’esportazione e prendere una serie di provvedimenti volti a mitigare tali rischi.

Germania, Francia, Regno Unito, Spagna e Italia, 5 dei 10 maggiori paesi esportatori di armi, hanno ratificato il trattato.

Verso Città del Messico 2015
Il Trattato prevede che entro un anno dall’entrata in vigore dovrà essere convocata una conferenza degli stati parte per approvare, inter alia, le regole di procedura. Una serie di incontri preparatori si sono svolti a Città del Messico e Berlino in vista della conferenza che si terrà proprio nella capitale messicana tra agosto e settembre 2015.

La prima questione sarà stabilire, per consensus, la maggioranza necessaria per l’approvazione di tutte le attività d’implementazione.

Da una parte, una maggioranza semplice permetterebbe una più facile implementazione del trattato con il rischio però di ridurre il numero di adesioni future da parte di quegli stati riluttanti a un maggior sviluppo.

Dall’altra, una maggioranza qualificata garantirebbe un maggior consenso, sebbene ciò possa minacciare una maggior implementazione.

Le delegazioni dovrebbero quindi propendere per quest’ultima ipotesi. La maggioranza qualificata è altresì quella indicata per l’approvazione, in ultima istanza, degli emendamenti esaminati durante la Conferenza degli stati.

Inoltre, applicare una maggioranza semplice nell’attività d’implementazione si discosterebbe troppo dal modus operandi per consensus fin qui adottato e che ha prodotto ottimi risultati in termini di approvazione del trattato e numero di adesioni.

Il rapido processo di firma e ratifica da parte degli stati deve esser visto come un importante segnale da parte della comunità internazionale nel continuare a disciplinare il commercio di armi attorno ad un testo in grado di raccogliere il più ampio numero di adesioni senza diluire la sua efficacia.

Pertanto una maggioranza qualificata dei 3⁄4, come ad esempio per l’approvazione degli emendamenti, non comprometterebbe un proficuo processo d’implementazione del trattato.

Arms Trade Treaty-Basement Assessment Project
Ulteriore punto d’analisi è lo sviluppo del trattato al livello interno. Ogni stato parte, entro un anno dall’entrata in vigore del trattato, dovrà trasmettere al Segretariato un report con tutte le misure nazionali adottate per implementarlo.

Tali report sono un importantissimo strumento per valutare da una parte l’operato degli stati e dall’altra per poter sviluppare best practices in materia di rendicontazione.

Al fine di uniformare i report, su impulso della società civile è stato costituito l’Arms Trade Treaty-Basement Assessment Project (Att-Bap), che potrà sottoporre all’approvazione della prima Conferenza degli stati un modello standard per la rendicontazione delle misure adottate dagli Stati.

Inoltre, gli stati parte dovranno trasmettere al Segretariato annualmente la rendicontazione delle attività d’importazione ed esportazione effettuate e autorizzate. Anche in questo caso, l’Att-Bap sta lavorando per un modello unico di rendicontazione.

Difesa e interessi nazionali
In conclusione, la prima Conferenza degli stati avrà l’arduo compito di mantenere vivo quello spirito che ha permesso di avanzare nella regolamentazione di una disciplina delicata, come il commercio internazionale di armi, strettamente connessa alla difesa e alla tutela degli interessi nazionali.

Difficile che gli Stati possano accettare un nuovo modello di rendicontazione delle importazioni ed esportazioni autorizzate ed effettuate; l’art. 13.3 del trattato, fortemente voluto da un grande numero di Stati durante le negoziazioni diplomatiche, indica come strumento di rendicontazione il modello già utilizzato per il Registro Onu delle armi convenzionali, evitando ridondanze con modelli già esistenti.

Adriano Iaria è laureato in diritto internazionale e sfide contemporanee alla Cesare Alfieri di Firenze. Esperto in disarmo e regolamentazione delle armi convenzionali, con l'Iriad collabora nel settore della legislazione internazionale del commercio di armi.
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sabato 7 febbraio 2015

Peace and war: unclear concepts.

di
 Federico Salvati
(federicoslvt@gmail.com)

"What is peace?" Asked Susan Sontag in her 2001 Jerusalem Prize acceptance speech. Even if it could seem a plenitude, to outline a concrete definitions of this concept might turn out to be quite difficult. Along with common sense, war and peace are dichotomized concepts, antonyms constructed on the absence of a contentious situation. If we linger upon this for more than a moment we can easily understand how this definition is poor and unsatisfactory. The mere absence of war can't at all be classified as peace. Let us think about the current situation of frozen-conflicts scattered around the world ( for instance the Koreas scenario or the Nagorno-Karabakh war). Even though there is no open fight, we can not define light-heartedly these situations as peaceful ones. A range of feminist authors indeed formalize peace as the “elimination of insecurity and danger”. Bluntly put: a more realistic definition of peace has to be centered on a positive and pro-active relation either within or between social groups. On the other hand, absence of violent conflict (the so called “negative peace”) does not prelude to a peaceful situation per se. such formalization of peace has a strong explanatory power but it mystifies more than it can clear them out. The natural fallow up to this stage shall be: to what extent do we need a pro-active social value in order to define a context as a peaceful situation? And what of these values should be understood as inescapable in order to do so? Granted there is no certain answer to such a question, but it must be noted that this is not a fancy academic frill. Au contraire, this is the apothegm of the international “peacemaking” activity. In other words: how do we make it sure to avoid a potential conflict scenario and how do we prevent it from a future development? In order to untangle this knot, I could produce in this article a long and boring list of widely-shared common sense statements about what is important and what is not in human social life. Instead I think it would be more interesting to quote the well-known realist thinker Kenneth Waltz who said: “To explain war is easier than to understand peace. If one ask what might cause war the simple answer is 'anything'...”. Scholars always prefer to study war rather than peace enforcement, since the first one is more easy to detect (even if lately things have become much more complicated), to define and to harness. According to the far famed Clausewitz's definition, war is nothing more than a “duel on an extensive scale.... mere continuation of policy by other means”. If we understand war as the exercise of violence in order to attain an objective, its substantial causes could be, theoretically speaking, infinite, since whatever human impulse can lead to the exercise of violence, whenever it is in the faculty of the subject and its exercise shall demonstrate to be the best way to obtain what longed. Developing the essential tenets of Clausewitz' reflection Christopher Coker in his book: “can war be eliminated?”disavows the nature of war as a social idea. Contrarily to what John Muller asserted, war is no socially-constructed-activity and as such can not and will not be eliminated only by the human self-reasoning.
According to Coker's position War is a destructive manifestation of the deep-rooted human ethos to live part of our life as a fight. This attitude allow us to overcome hurdles and to win difficulties.
To refuse this nature would be a XIX-century-totalitarian-regime style hypocrisy. I won't be very popular in asserting that but: “violence in not always bad”.
Even if (for the sake of the debate) we could imagine a world wherein human being has been totally “de-violentized” this world would be a sheer nightmare. The idea of conflict latu senso is a powerful and essential part of our moral nature. No violence would mean complete compliance with the authority, incapacity to contest, protest, to think out of the box, self determination and so on... war as we mean it is a narrow outburst of something widely bigger which has more extensive implication in our daily life. The  key question at this point is: does the externalization of a conflict have to be always destructive? Is there a way to channel it in a more constructive existence? (in order to have further information on this read “constructive conflicts” by Kriesberg and Dayton)

Concluding: war and peace are tow very complicated concept. However what has been said above is only a theoretical proposition which HAS VERY LITTLE TO DO WITH PRACTICAL REALITY. Still we need to discuss it in order to evolve our concept of what we have been taught or we think we know. I know I am leaving the reader with lots of unresolved questions but a further investigation on peace and war would require definitely more time and space and would be pretty boring. Nonetheless I won't feel any scruples in declaring that things get better in time. We institutionalized most of our activities, we have the capacity to evolve, to do better and to be more aware and empathic to our neighbor and conflicts (global scale or just back street fights) make no exception to this.