Per la traduzione in una lingua diversa dall'Italiano.For translation into a language other than.

Il presente blog è scritto in Italiano, lingua base. Chi desiderasse tradurre in un altra lingua, può avvalersi della opportunità della funzione di "Traduzione", che è riporta nella pagina in fondo al presente blog.

This blog is written in Italian, a language base. Those who wish to translate into another language, may use the opportunity of the function of "Translation", which is reported in the pages.

LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

Cerca nel blog

lunedì 28 aprile 2014

Panoramica degli ultimi sette giorni. 28 aprile 2014

Le notizie della settimana in 10 righe

Bookmark and Share
di Niccolò Locatelli
RUBRICA IL MONDO OGNI SETTIMANA Se negli ultimi 7 giorni è successo qualcosa di importante, se ne parla qui. Con link per approfondire.

La rubrica continua su facebook e twitter


[Dettaglio della carta di Laura Canali "Russia contro Occidente"]
Ucraina È lettera morta l'accordo di GinevraUsa e Russia minacciano conseguenze.

Gli aiuti militari degli Usa all'Egitto sono ripresi.

Per la prima volta in 99 anni, un premier turco (Erdoğan) ha offerto le propriecondoglianze ai nipoti degli armeni uccisi durante gli "eventi del 1915".

Israele sospende i colloqui di pace dopo l'accordo tra Hamas e Fatah in Palestina.

Il Brasile ha approvato una legge - imperfetta - sulla neutralità di Internet.

"Elezioni" Egitto, solo 2 candidati; Siria al voto il 3 giugno; Algeria, ancora Bouteflika.

Crisi aperte Sud Sudan: centinaia di morti e una svolta in peggioGrecia: surplus primario, non accadeva da anni. Bogotá (Colombia): Gustavo Petro è tornato sindaco.

Carta finale: Paure bianche in Sudafrica: domenica sono 20 anni senza apartheid.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 19 e il 26 aprile 2014. Per leggere le puntate precedenti clicca quila rubrica è anche surss, facebook e twitter (profilo dell'autore).
(26/04/2014)
Tag: 

Invia il tuo commento

mercoledì 16 aprile 2014

Europa: la crisi nelle regioni orientali

Crisi ucraina 
L’effetto domino della Crimea 
Andrea Carteny
09/04/2014
 più piccolopiù grande
La riannessione della Crimea da parte della Russia sembra aprire una nuova fase storica nelle relazioni internazionali. Sotto i riflettori sono le recenti mosse di Mosca in Ucraina orientale, che possono sfociare in un’escalation, e la nuova strategia degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica per la creazione di un nuovo “cordone sanitario” di contenimento dell’espansionismo russo - un vero e proprio “new containment” sulla falsariga di quello della Guerra Fredda.

Nazionalisti ungaro-segleri
Non molti però hanno messo in relazione questi eventi con altre rivendicazioni nazionali anche interne all’Unione europea, in particolare quelle che sono all’origine dei contrasti tra Ungheria e Romania.

Il 15 marzo scorso, giorno in cui gli ungheresi ricordano la rivoluzione di Pest del 1848, in Transilvania si sono svolte manifestazioni degli autonomisti della minoranza seclera (in ungherese székelyek, in romeno secui) di lingua e cultura ungherese.

Con gli scontri tra nazionalisti ungaro-secleri e polizia romena si torna ad un clima di agitazione che negli anni si era anestetizzato, dopo i violenti scontri di Targu Mures (in ungherese Marosvasarhely) del marzo 1990 che caratterizzarono questa regione, anticipando i conflitti etnici poi esplosi in Jugoslavia.

Al contempo, il parlamento di Tiraspol, la capitale della Transnistria, regione secessionista della Moldova, ha avviato i negoziati per la proclamazione della propria riunificazione con la Russia. La Transnistria, con oltre mezzo milione di abitanti, è a maggioranza russo-ucraina e si è dichiarata indipendente nel 1992, alla caduta dell’Unione Sovietica, dopo un breve conflitto militare con le forze moldave.

La presenza militare russa nella regione - circa un migliaio di soldati - sarebbe stata rafforzata, secondo alcune fonti non confermate, dopo il referendum in Crimea.

Ritorno della grande Romania?
Intanto in Moldova riprende forza il movimento nazionalista “grande” romeno per la riunificazione con la Romania. Così, accanto alla mobilitazione “contro” le rivendicazioni di autonomia territoriale dei secleri ungarofoni, riemerge in Romania anche la questione della riunificazione con la Moldova per la ricostituzione di quella “Grande Romania” che fu uno dei cardini del sistema di Versailles dopo la prima guerra mondiale.

La prima fase della crisi ucraino-russa, incentrata sulla Crimea, sembra aver tracciato un modello per i movimenti secessionisti che prevede la proclamazione della “sovranità” da parte di comunità russe, quindi lo svolgimento di un referendum, e infine la legittimazione da parte di Mosca.

Questo scenario sembra riprodursi a Donetsk, Karkhiv e in altre regioni dell’Ucraina a maggioranza russa, dove il 7 aprile gruppi di russofoni hanno occupato alcune istituzioni locali. Il governo di Kiev ha denunciato questa mobilitazione come la seconda fase della strategia geopolitica di Mosca.

In verità, ad alimentare il secessionismo è anche l'assenza di un assetto federale nei paesi postcomunisti che includono aree culturalmente ed etnicamente molto differenziate, il che provoca gravi fratture e tensioni.

L’Ucraina fatica a trovare un equilibrio tra il modello centralista delle cosiddette forze pro-occidentali vecchie e nuove guidate da leader come Julia Timoscenko e Vitalj Klichko e quello federalista, cardine della piattaforma del Partito delle Regioni dell’ex presidente Viktor Yanukovich.

Non solo i russi, ma anche le altre minoranze, in primis i romeni di Cernovchi o gli ungheresi di Beregovo, hanno sostenuto le politiche del partito di Yanukovich, che durante l’ultima amministrazione ha dotato l’Ucraina di una legge sul bilinguismo locale tra le più avanzate della regione.

Federalizzazione della Moldova
In Moldova, oltre alla secessione de facto della regione transnistriana, vi è l’insofferenza delle comunità slavofone e soprattutto di quella della regione della Gagauzia, popolata da comunità rom filo-russe, per il rafforzamento dell’elemento romeno.

I progetti di federalizzazione della Moldova si scontrano con lo scoglio delle rappresentanze delle varie etnie negli organi federali. Inoltre, la maggioranza della popolazione (i 2/3 dei circa tre milioni di abitanti) di lingua romena è sempre più integrata con la Romania, che vede come sua madrepatria (quasi mezzo milione hanno la doppia cittadinanza moldovena-romena).

Anche in Romania il problema del federalismo e della regionalizzazione torna come un fiume carsico proprio in risposta alle esigenze della minoranza ungherese di Transilvania, un milione e mezzo di ungarofoni, la metà dei quali concentrata in un paio di province nel centro del paese.

Eppure la chiave di volta per la comprensione dei conflitti endemici della regione sta proprio nella mancata valorizzazione dei territori periferici. A risentirne è anche l’immagine dell’Ue, da cui le popolazioni di queste regioni speravano venisse un sostegno ben più robusto al disegno autonomistico.

La secessione della Crimea, al di là del ruolo di Mosca, rischia perciò di creare un effetto “domino” verso Occidente che potrebbe arrivare fino in Ungheria: Crimea e altre regioni russe dell’Ucraina sperano di unirsi a Mosca, così come la Transnistria, il resto della Moldova vuole fondersi con Bucarest, la “terra dei secleri” con Budapest.

È un fatto che in queste regioni i federalisti sono perlopiù filo-russi o anti-europei. Bruxelles, Washington e le cancellerie europee dovrebbero tenerne conto.

Andrea Carteny è Docente di Storia delle minoranze etniche presso l'Università di Teramo e Segretario del Comitato di Roma dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2601#sthash.4I0CAYJx.dpuf

giovedì 10 aprile 2014

Africa: un genocidio che non si può dimenticare

A vent'anni dal genocidio un nuovo Ruanda sta vedendo la luce

Il Paese sembra procedere sulla via dello sviluppo anche se le ferite che lo hanno afflitto non sono ancora del tutto cicatrizzate

Roma,  (Zenit.orgFilippo Romeo | 79 hits

É stata l'accensione di una fiamma avvenuta a Kigali, il 7 aprile scorso, a dare l'avvio alle celebrazioni del ricordo di quei cento giorni di atroce mattanza che si consumarono vent'anni fa in Ruanda. Una guerra barbara e fratricida, combattuta tra i due gruppi etnici Hutu e Tusu, con l'utilizzo di armi bianche quali machete, bastoni, asce e coltelli, che ha lasciato sul terreno circa 800.000 vittime. Un tribale bagno di sangue che si è consumato tra l'assordante silenzio della “comunità internazionale” – e in special modo della Francia e degli Stati Uniti – che ad oggi può essere qualificata la principale e diretta responsabile dell'accaduto.
Eloquenti, a tal proposito, le recenti dichiarazioni del segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, che durante la cerimonia di Kigali è intervenuto rimarcando che «il genocidio resta una vergogna per le Nazioni Unite». Tale frase fa il paio con quelle pronunciate in passato dal suo omologo Boutros Ghali il quale, dopo aver riconosciuto il suo personale fallimento, osservò come il caso del «Ruanda è un fallimento non solo per l'ONU, ma anche per l'intera comunità internazionale. Siamo tutti responsabili di questo fiasco». A distanza di vent'anni, e nonostante il fatto che rimangono ancora molte zone d'ombra sulla responsabilità di quei tragici eventi, è stato acclarato che, come per la maggior parte delle guerre tribali che insanguino il continente nero, anche nel serrato confronto tra gli Hutu e i Tusu si è combattuta una guerra per procura tra Francia e Stati Uniti per l'acquisizione di punti strategici e zone di influenza nell'area dei grandi laghi.
La divisione tra i due gruppi – che, a parte le differenze sociali, condividono lingua cultura e religione – affonda le sue radici agli inizi degli anni '20 del ventesimo secolo. Indotta dai coloni belgi per avere il pieno controllo del regime, consistette nella messa a punto della strategia del dividi et impera che produsse una netta separazione tra le comunità, alimentata da un'ideologia razzista. I Tusu, minoranza dedita alla pastorizia che rappresentava il 14% della popolazione benestante, furono i prescelti rispetto agli Hutu che costituivano la classe contadina.
Tale stato di cose, prolungatasi fino al 1962, mutò a seguito dell'abbandono del Ruanda da parte del Belgio che offrì una preziosa opportunità agli Hutu di organizzarsi per la presa del potere che fu ottenuto e mantenuto fino agli '90. Ma, sul finire degli anni '80, la caduta del prezzo del caffè, unitamente agli interventi successivi del FMI e della Banca Mondiale, mandarono in crisi l'economia del Ruanda provocando una nuova radicalizzazione delle tensioni. Ciò portò alla divisione tra gli stessi Hutu e ad un tentativo di invasione del Paese da parte del Fronte Patriottico Ruandese (Fpr), costituitosi nella confinante Uganda dalla diaspora Tusu, fortemente militarizzata e politicizzata.
Da quel momento la tensione crebbe a dismisura, alimentata dalle autorità governative che, oltre a diffondere tra la popolazione un generalizzato sentimento di psicosi, provvedettero all'addestramento dell'esercito e all'acquisto di armi (dalla Cina furono portati ben 500.000 machete), il tutto con il supporto del governo francese di allora presieduto da Mitterand. Questo clima esacerbato di tensioni giunse al culmine la sera del 6 aprile del 1994 allorquando l'esplosione dell'aereo su cui viaggiava l'allora Presidente ruandese provocò un boato che squarciò i cieli della capitale segnando, di fatto, l'avvio delle tragiche violenze che si consumarono nei successivi cento giorni di mattanza e che terminarono a seguito dell'intervento del FPR, comandato dall’attuale presidente Paul Kagame.
A tal proposito, molti analisti hanno fatto emergere che le operazioni del  FPR furono supportate dalle forze speciali statunitensi e dalla CIA che fornirono al gruppo i missili terra aria di fabbricazione russa per colpire l'aereo presidenziale. Secondo gli stessi, infatti, l'obiettivo degli Stati Uniti era scalzare la Francia, che aveva di fatto acquisito posizioni strategiche nel Paese, e sostituendo il governo in carica con un governo filo statunitense; ciò al fine di costituire in Ruanda una sorta di protettorato che gli permettesse di avere un punto d'appoggio strategico in Africa centrale.
A vent'anni dai quei tragici episodi, e nonostante le continue speculazioni messe in campo dalla parte governativa, il Ruanda appare oggi un Paese normalizzato che ha voglia di riscattarsi. Indicativo, a tal proposito, è il tasso di crescita economica che si aggira intorno al 6,5%, con la produzione del caffè che sta migliorando di parecchio il suo rendimento, nonché la presenza di numerosi imprenditori stranieri che vogliono investire nel Paese. Importanti risultano essere anche gli introiti provenienti dal settore estrattivo minerario che, sin dai tempi della colonizzazione belga, hanno conferito al Paese un ruolo di importanza notevole, accresciuta oltremodo con il boom dell'industria ultra tecnologica che ha trasformato il coltanin una preziosa risorsa strategica.
Negli ultimi anni il Ruanda è riuscito a sviluppare questo settore, nonostante il contrabbando dei minerali congolesi abbia reso difficile la distinzione tra produzione locale e minerali trafugati in Congo. Sul punto la Conferenza internazionale della regione dei Grandi Laghi (Cirgl) ha inteso predisporre un meccanismo di tracciabilità per consentire a tutti gli Stati membri di comprovare l’origine ufficiale e non bellicosa dei minerali al fine di poterli esportare.
Dagli elementi testè riportati, molti analisti sono fiduciosi nel tratteggiare un Ruanda che, a vent'anni dal genocidio, appare un Paese che sta procedendo sulla via dello sviluppo anche se non può tacersi il fatto che le ferite che lo hanno afflitto non sono ancora cicatrizzate. Le tensioni, infatti, potrebbero riesplodere anche a causa delle ruggini che sussistono con i Paesi confinanti, quali Tanzania e Repubblica democratica del Congo che, sostenendo forze anti-Kigali con l’obiettivo di destabilizzare il regime del presidente Paul Kagame, di certo non garantiscono la piena stabilità del Paese.

martedì 8 aprile 2014

Le notizie della settimana in 10 righe


Bookmark and Share
di Niccolò Locatelli

IL MONDO OGNI SETTIMANA Se negli ultimi 7 giorni è successo qualcosa di importante, se ne parla qui. Con link per approfondire.

La rubrica continua su facebook e twitter


[Carta di Laura Canali, per ingrandire clicca qui]
Ucraina: la Russia non ha invaso l'Est del paese. Può farlo in breve (3-5 giorni) secondo la Nato, che ha sospeso la cooperazione con Mosca. Il Cremlino aumenta il prezzo del gas che vende a Kiev (+80%), vuole un'Ucraina federale e ha un piano per la Crimea.

La pace tra Israele e Palestina, dopo i fatti di questa settimana, è ancora più lontana.

Persa la battaglia contro i social network, Erdoğan ha vinto le elezioni locali in Turchia.

La Nato ha compiuto 65 anni e scelto il prossimo segretario generale: non è Frattini.

Crisi aperte Usa-Cuba: ZunZuneo, il twitter cubano finanziato da Usaid contro i Castro.Siria: i rifugiati in Libano della guerra civile sono diventati oltre 1 milioneClima: per l'Onu, il peggio deve ancora venire. Incidente nelle acque di Corea.

Carta finale: L'esagono di Francia, che dopo le amministrative tende a destra.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 29 marzo e il 4 aprile 2014. Per leggere le puntate precedenti clicca quila rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell'autore).
(4/04/2014)
Tag: 

Invia il tuo commento

India: dalle urne previsione di instabilità

Elezioni in India
Spettro ingovernabilità sulla cavalcata di Modi 
Daniele Grassi
06/04/2014
 più piccolopiù grande
L'establishment economico-finanziario indiano ha individuato nel leader del Bharatiya Janata Party (Bjp), Narendra Modi, il proprio candidato alle prossime elezioni. Ma nemmeno l'ascesa dei nazionalisti e la disfatta annunciata del Partito del Congresso sembrano poter scongiurare l'ipotesi di un governo debole, con prevedibili conseguenze per la crescita del Paese.

Modi alla guida del Guangdong indiano
Tra il 7 aprile e il 12 maggio, quasi 815 milioni di indiani (circa 1/6 della popolazione mondiale) saranno chiamati a eleggere i membri della nuova Lok Sabha (Camera bassa) tra oltre 15 mila candidati nelle elezioni più costose nella storia dell'India.

L'impennata dei costi dipenderebbe in primo luogo dalla faraonica campagna elettorale di Modi, favorito a guidare il prossimo governo indiano. La sua candidatura è sostenuta con convinzione dalla classe economica indiana, appoggio che si è già tradotto nello stanziamento di centinaia di milioni di rupie e ha condizionato l'atteggiamento dei media nei confronti del leader del Bjp.

Sin dall'annuncio della sua candidatura, infatti, numerosi mezzi di informazione (molti dei quali controllati proprio dall'establishment economico-finanziario) hanno avviato una campagna mediatica tesa a sottolineare i successi ottenuti da Modi durante gli anni trascorsi alla guida dello stato del Gujarat e ad esaltarne le credenziali come possibile capo del governo di Nuova Delhi.

I dati sullo sviluppo economico del Gujarat appaiono, invero, incontrovertibili. Definito dall’Economist il “Guangdong indiano” (in riferimento a una tra le più ricche province della Repubblica popolare cinese), il Pil del Gujarat è cresciuto durante il suo governo a un tasso medio di circa il 10%, costantemente al di sopra di quello nazionale.

Con solo il 5% del totale della popolazione indiana, questo stato assorbe circa il 16% della produzione manifatturiera nazionale e 1/4 del totale delle esportazioni. Risultati resi possibili da una forte semplificazione delle procedure burocratiche e dalla grande attenzione del leader del Bjp nei confronti di ogni singolo investitore, atteggiamento che gli è valso anche il sostegno della comunità economica internazionale (a novembre l'agenzia americana Goldman Sachs ha alzato il rating dell'India proprio in previsione di una sua possibile affermazione alle prossime elezioni).

Congresso, Terzo fronte e Partito dell’uomo comune 
Al momento, tuttavia, il leader del Gujarat non ha ancora delineato la sua agenda economica, limitandosi a rivendicare i successi ottenuti a livello locale. Se per alcuni si tratta di una scelta politica tesa a lasciare a Modi un margine di manovra per contrastare il populismo delle altre forze politiche, l'assenza di una precisa piattaforma economica dipenderebbe, per altri, dalla volontà di tenere assieme le varie anime del partito, una più spiccatamente liberista e un'altra più marcatamente nazionalista anche in ambito economico.

Il sostegno della classe economica indiana, dunque, sembra più dipendere dai timori di un'eventuale vittoria del Congresso o del cosiddetto “Terzo fronte” (coalizione che riunisce vari partiti regionali e altre formazioni di sinistra), che da una reale e cieca fiducia nei confronti di Modi.

Gli ultimi anni del governo guidato da Manmohan Singh, premier appartenente la partito del Congresso, infatti, sono stati contraddistinti da numerosi scandali per corruzione e da una lunga serie di mancate riforme, con un tasso di crescita del Pil più che dimezzatosi (si è passati dal +10% del 2010-2011 all'attuale +4,9%).

Allo stesso modo, la breve esperienza dell'Aam aadmi party (Aap, Partito dell'uomo comune) alla guida del governo dello stato di Nuova Delhi è stata segnata da una politica economica marcatamente populista che ha evidenziato la scelta di questa formazione di non assumersi reali responsabilità di governo, preferendo rimanere collocata nella più agevole, ed elettoralmente più proficua dimensione della protesta. L'eterogeneità del “Terzo fronte”, infine, lascia poche speranze circa l'attuazione di un programma economico chiaro e coerente.

Sebbene l'affermazione del Bjp come primo partito appaia fuori discussione (secondo i sondaggi, potrebbe addirittura far registrare la migliore performance di sempre, superando i 182 seggi ottenuti nel 1998), rimangono dubbi sulle sue capacità di mettere assieme una coalizione di governo (per la maggioranza occorrono 273 seggi), tanto da non consentire nemmeno di escludere l'ipotesi di un governo guidato da uno dei leader del “Terzo fronte”, con l'appoggio esterno del Congresso.

Resta, dunque, lo spettro di un esecutivo troppo debole per adottare quelle riforme strutturali di cui il paese necessita e offrire agli investitori stranieri le necessarie garanzie di stabilità.

Corte Suprema indiana e corruzione
La diffidenza di molti partiti nei confronti di Modi è dovuta a uno stile di governo ritenuto eccessivamente autoritario e accentratore, dunque poco incline all'arte del compromesso e della mediazione.

Il leader del Bjp è senza dubbio uno dei personaggi più controversi della recente storia indiana. Una figura fortemente divisiva, la cui storia politica resterà sempre macchiata dalle violenze che si verificarono nel 2002 nel “suo” Stato, il Gujarat, quando un attentato contro un treno che trasportava pellegrini indù di ritorno da Ayodhya scatenò la dura reazione della popolazione locale contro la comunità musulmana, con un bilancio di oltre mille vittime.

Nel 2012 una speciale commissione d’inchiesta nominata dalla Corte Suprema indiana ha assolto Modi (ma non alcuni dei suoi più stretti collaboratori) dall'accusa di aver in qualche modo appoggiato le violenze perpetrate dai nazionalisti indù. Di recente, anche la comunità internazionale ha messo da parte ogni perplessità di carattere etico (nel 2005, gli Usa gli hanno negato il visto di ingresso), stabilendo legami diretti con quello che potrebbe essere il futuro leader dell'India.

Toccherà adesso agli elettori decidere se assecondare la trionfale cavalcata di Modi ai vertici del potere o se invece consegnare alle autorità un mandato poco chiaro, compromettendo, almeno nel breve periodo, le possibilità di ripresa economica del Paese.

Daniele Grassi è security analyst per Infocer
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2597#sthash.Y4JWlzv8.dpuf

venerdì 4 aprile 2014

Armi Europe in Asia

Indonesia

indonesia 02
Il gruppo franco-inglese Thales equipaggerà l'Esercito indonesiano con la piattaforma di difesa aerea mobile a corto raggio ForceShield. E' la prima vendita di tale sistema da quando, due anni or sono, la multinazionale europea ha rilanciato la propria offerta nel campo della difesa aerea integrata.
Ogni batteria del sistema ForceShield è costituita da missili StarStreak, da un radar ControlMaster200 e da una base di lancio mobile RapidRanger. Sono cinque le batterie che verranno fornite, per ora, alle Forze Armate di Giakarta, di cui quattro risalenti ad un contratto siglato nel 2011. Il contratto ha un valore di 164 milioni di dollari ed include un accordo con la compagnia statale indonesiana PT Len Industri per l'integrazione congiunta di alcuni dei sottosistemi compresi nella fornitura e per l'avvio di future collaborazioni nel campo militare e civile.
L'acquisto delle piattaforme sarà coperto all’80% tramite l’emissione di un prestito, il cui iter burocratico dovrebbe incominciare in primavera. Questo tipo di operazioni a debito sono sempre più comuni dalle parti di Giakarta: nell'aprile 2013, ad esempio, le autorità indonesiane avevano già raccolto 108 milioni di Euro per l'acquisizione di 34  obici calibro 155/52 CAESAR, prodotti dalla francese Nexter.
L’acquisizione del sistema ForceShield è l'ultima, in ordine di tempo, di una lunga serie di operazioni finalizzate a modernizzare le Forze Armate indonesiane. Giakarta, infatti, si sta dotando di nuovi carri armati, pezzi d'artiglieria da 155 mm e veicoli da combattimento per la fanteria, senza contare le armi leggere anti-carro recentemente acquistate dalla svedese Saab.

Fonte CESI - Roma

martedì 1 aprile 2014

Europa: un quadro quanto mai inquietante

Euro e integrazione 
Exit strategy dallo stato confusionale europeo
Loukas Tsoukalis
30/03/2014
 più piccolopiù grande
In Europa, la crisi si manifesta sotto forme diverse, con economie che arrancano, alcune di esse vicine addirittura all’implosione, partiti anti-sistema in ascesa, un crescente scollamento tra politica e società ed il sostegno al processo di integrazione europea che registra i minimi storici di popolarità. A tutto ciò fa da contraltare una crescente frammentazione tra e all’interno dei singoli stati.

Le origini di tali problemi vanno ricercate nel passato. Nel corso degli anni, il progetto europeo si è fatto molto più grande, mentre la competizione con l’esterno si è intensificata in un mondo che si globalizza rapidamente. Il permissivo consenso su cui esso ha per vari decenni riposato non può più essere dato per scontato.

Euro e integrazione
La creazione dell’euro ha rappresentato il più audace atto d’integrazione e il fattore trainante all’origine di ciò è stato rappresentato dalla politica piuttosto che dall’economia. Appare oggi chiaro come gli europei abbiano voluto l’unione monetaria, ma non i mezzi necessari a renderla fattibile nel lungo periodo. In tal senso, l’euro ha rappresentato un madornale errore di cui ora paghiamo lo scotto.

Era sì un disegno imperfetto, ma è pur sempre vero la sorte non ha arriso, dato che il primo vero banco di prova è giunto in concomitanza con la più grande crisi finanziaria dopo quella del 1929. Risultato di colossali fallimenti tanto dei mercati quanto delle istituzioni certamente non solo in Europa, la crisi nel suo corso ha messo a nudo la debolezza dell’edificio voluto a Maastricht, così come la fragilità dei rapporti inter-governativi ed inter-statuali.

Ha contribuito altresì a svelare tutta una serie di “casi problematici” all’interno della famiglia europea e ha mostrato i limiti del potere politico rispetto ad un’economia priva di confini, la quale detta il passo e spesso detta anche le regole.

Tuttavia, contrariamente alle previsioni degli euro-scettici, il peggio è stato sinora evitato. Il crollo dell’euro avrebbe prodotto incalcolabili conseguenze politico-economiche dentro e fuori dell’unione monetaria. Molti “atti impensabili” sono stati posti in essere al fine di evitare tutto ciò.

D’altro canto, le misure di assestamento si sono rivelate più dolorose e si sono protratte più a lungo nella zona euro che altrove. I leader politici europei hanno cercato di guadagnare tempo, dimostrando un forte istinto di sopravvivenza ogniqualvolta si siano avvicinati al bordo del precipizio, ma scarsa visione strategica. Chi paga il conto dell’uscita dalla crisi? Questo rimane il nodo politico più spinoso.

Rischi dell’eurozona
L’Europa è divisa tra creditori e debitori, tra eurozona e gli altri. I contrasti solcano profondamente anche gli Stati, dato che le ineguaglianze continuano a crescere. La fiducia è bassa, l’economia imperfetta e la politica tossica. Nel frattempo, l’austerità imposta ai paesi debitori ha avuto ripercussioni devastanti sulle loro economie, società e sistemi politici. È fuor di discussione che questi paesi abbiano vissuto troppo a lungo di tempo e denaro presi a prestito.

Alcuni ritengono o sperano che il peggio sia ormai alle spalle. I mercati appaiono da qualche tempo relativamente calmi, mentre gli Stati iniziano a riemergere da dolorosi programmi di aggiustamento e sono comparsi i primi segnali di ripresa economica. Questo è lo scenario ottimista.

Altri, tuttavia, paiono meno ottimisti. Essi ci ricordano come il rischio deflazione per l’Europa incomba, mentre la crescita rimarrà probabilmente modesta, fragile ed ineguale nel prossimo futuro. Le lunghe fila degli inoccupati non saranno in grado di trovare occupazione in tempi relativamente contenuti e l’estremismo politico ha il vento in poppa.

Il debito pubblico è ora molto più alto di quanto fosse all’inizio della crisi e quello privato rimane anch’esso elevato. L’Europa sembra dover affrontare l’avvenire con scarse probabilità di successo.

La Germania è emersa come il paese indispensabile ed il prestatore di ultima istanza - e la cancelliera Angela Merkel come il leader indiscusso dell’Europa in crisi. Nel Vecchio Continente gli equilibri di potere si sono modificati. La Germania gode di vantaggi strutturali in un’unione monetaria che opera quale moderna versione del gold standard e poco altro.

Tuttavia, l’esperienza storica suggerisce che tale meccanismo potrebbe non avere vita lunga, a meno che l’unione monetaria europea non acquisisca una base di legittimità tanto fiscale quanto politica su cui poggiare.

Le forze centrifughe appaiono forti sia tra che all’interno dei singoli paesi. Ciò che mantiene ancora unita l’Europa è il collante politico che si è solidificato nei vari decenni di stretta cooperazione e, fattore ancor più importante, la paura dell’alternativa.

Allo stato attuale, serpeggia una diffusa insoddisfazione circa lo stato di salute dell’Unione e, agli occhi di molti europei, il processo d’integrazione si è tramutato in un gioco a somma negativa.

Ciononostante, la maggioranza rimane ancora convinta del fatto che i costi della disintegrazione sarebbero anche più alti. In un certo senso, tutto ciò costituisce una sorta di equilibrio del terrore, un equilibrio tuttavia instabile ed incline a provocare incidenti di percorso.

Nuovo patto per l’Europa
L’Europa ha bisogno di un nuovo grande Patto per tagliare il suo nodo gordiano. L’iniziativa può muovere solo dai forti, non di certo dai deboli. In che misura i tedeschi saranno disposti a (o in grado di) sottoscrivere il progetto europeo? In che misura i paesi debitori dimostreranno volontà o capacità di riformarsi?

Questi costituiscono tasselli essenziali del rompicapo europeo, quantunque non sufficienti. Il nuovo grande patto richiederà un’ampia coalizione di paesi e delle principali famiglie politiche europee, che riconoscano il valore del progetto europeo e la necessità di dargli nuova forma in un contesto che evolve molto rapidamente.

L’economia improntata all’offerta e l’obiettivo di un consolidamento fiscale di lungo termine devono essere urgentemente accompagnati da misure volte ad incoraggiare la domanda e stimolare la crescita. In assenza di risposte credibili alle questioni del debito e della ricapitalizzazione degli istituti bancari, in assenza di un chiaro programma per rafforzare la dimensione economica dell’unione economico-monetaria, le prospettive di crescita rimarranno incerte, se non fosche, e la realizzabilità del progetto dell’euro si incrinerà ulteriormente.

Il progetto europeo deve diventare ancor più inclusivo, in modo da poter ovviare sempre più alle necessità di coloro che escono sconfitti da un lungo processo di trasformazione economica culminato nella grande crisi degli ultimi anni. Ad oggi, l’agenda conservatrice dell’Europa non appare in grado di fornire risposte adeguate.

A meno di cambiamenti, i partiti anti-sistema ed i movimenti di protesta continueranno ad avere buon gioco, così come il nazionalismo ed il populismo. Rappresenterebbe un segnale di estrema miopia l’etichettare tutte le forme di protesta come populiste, e così semplicemente sdoganarle. Il populismo e l’euroscetticismo montanti dovrebbero, al contrario, fungere da monito per ferite infettatesi ormai da tempo. Monito che potrebbe trasformarsi in allarme rosso a seguito dei risultati delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo previste per il prossimo maggio.

Futuro del vecchio continente
L’euro costituisce ormai un tema che determinerà il successo o il fallimento dell’Europa. È altresì diventato il vanto del progetto europeo, il che fa pensare che difficilmente cambierà nell’immediato futuro. Dobbiamo pertanto tirare le necessarie conclusioni. Allo stato attuale, la governance dell’euro non appare né efficace né legittimata. Urgono efficaci strumenti di politica, istituzioni comuni più forti, maggiore responsabilità democratica ed organi esecutivi in grado di agire con poteri discrezionali. Ciò garantirebbe il bilanciamento con una serie di politiche nazionali le quasi risultano anch’esse necessarie.

E tutto ciò porta ad un nuovo trattato sull’euro, il quale dovrebbe risultare in grado di affrontare le prove democratiche nei paesi membri, a condizione che nessun paese possa avere il diritto di impedire ad altri di andare avanti e che ogni parlamento nazionale - e/o i cittadini, qualora venisse indetto un referendum in proposito - venga messo di fronte ad una scelta chiara, cioè “dentro” o “fuori”. La legittimazione democratica deve essere conquistata, non può essere concessa.

Alcuni paesi europei, in particolare il Regno Unito ma anche altri, non sembrano avere la voglia o la prontezza necessarie per compiere un tale passo in avanti. Dovrebbe esserci spazio per questi attori sotto il più ampio ombrello dell’Ue mediante una revisione dei trattati esistenti. Maggiore flessibilità e differenziazione saranno necessari in un’Ue a 28 o più.

Se si persiste nell’attuale stato confusionale, l’Europa rimarrà debole, divisa al proprio interno e sempre più incline a guardarsi l’ombelico: un continente in declino ed in fase di invecchiamento, sempre più irrilevante in un mondo in continuo cambiamento e con vicini poveri ed altamente instabili. La sfida non consiste semplicemente nel salvare la comune divisa.

Consiste nell’elaborare una più efficace gestione dell’interdipendenza, nel placare i mercati, nel creare le condizioni per uno sviluppo sostenibile e società più coese, nel rafforzare la democrazia e trasformare l’integrazione regionale una volta ancora in un gioco a somma positiva: obiettivi sicuramente ambiziosi, ma anche una sfida che vale la pena accettare.

Più integrazione dove serve e più responsabilità nazionale o locale ogniqualvolta sia possibile: questo potrebbe essere il motto per l’Europa. Se ce la facessimo, avremmo persino utili lezioni da impartire al resto del mondo.

Loukas Tsoukalis è professore di Integrazione europea all'Università di Atene e presidente della Hellenic Foundation for European and Foreign Policy.

Traduzione di Leonardo Tiengo.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2586#sthash.MRsaUDFK.dpuf

sabato 29 marzo 2014

Sanzioni alla Russia: impatto sull'industria aerospaziale

Russia-Ucraina crisi e l'impatto sulle industrie dell'Aerospazio e Difesa

Russia-Ucraina Crisi e l'impatto sul Aerospazio e Difesa Industries è il titolo di un breve verbale rilasciato da Frost & Sullivan. Essi affermano che questo "shock geopolitico è improbabile che venire come una grande sorpresa per qualsiasi attività, investendo nella regione". Sanzioni all'esportazione contro la Russia non avrebbe un impatto significativo per la Difesa e Sicurezza aziende a causa della limitata, il ricorso non strategico e il fatto che la cooperazione si basa sulla joint venture.
La massima Russia e le imprese europee livello di cooperazione tra è significativa in Germania, Italia e Francia.Invesments italiani in Russia sono con Iveco - per la mobilità veicoli leggeri - Agusta-Westland - per l'AW139 - e Elettronica - per l'Antonov An-140 electronics.Furthermore SELEX ES, con la sua divisione britannica, è collegato con le aziende russe per la produzione dell'avionica sistemi.
Il rapporto ( disponibile qui ) conclude che il partenariato con la Russia, se deragliato da sanzioni economiche, può significare solo "una pausa di breve termine".

venerdì 28 marzo 2014

Da Nicolò Locatelli:

Care e cari,

anche questa volta la mia rubrica su Limesonline è in versione "snack news": le notizie della settimana in 10 righe


Graditi come sempre commenti, critiche e condivisioni
Grazie dell'attenzione, buon fine settimana

Niccolò

giovedì 27 marzo 2014

Orizzonti nuovi nel Golfo

Una nuova storia per il Medio Oriente
Gli Stati del Golfo sono stati a lungo sinonimo di due cose: l'instabilità e l'olio. Questo sta cambiando, e non solo in appariscente Dubai. I sei membri del Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG) sono tutti alla ricerca seriamente a strategie di diversificazione economica. Ciò è in parte sulla pianificazione per un tempo quando il petrolio potrebbe non fornire il denaro lo fa ora, ma anche di appianare il ciclo economico e fornendo occupazione. EIU analisi mostra che il GCC è in realtà un buon posto per fare affari: la nostra misura del rischio operativo è notevolmente più bassa nei paesi del GCC che nelle aree circostanti dell'Asia meridionale, Nord Africa e Africa sub-sahariana. Il loro tentativo di diventare hub globale per la produzione, i servizi e il commercio potrebbe essere non che inverosimile.
Ho trascorso la settimana scorsa in Oman, discutendo la strategia di diversificazione del paese con il governo e le imprese leader. Modifica delle catene di approvvigionamento globali aprono nuove opportunità, ed è fondamentale per le imprese e responsabili politici a comprendere queste tendenze in modo da essere in grado di capitalizzare su di essi. Il 1200 km lungo pianificata  stazione Etihad  collegherà la regione, causando una spinta per il commercio e una riduzione dei costi operativi. Questo tipo di integrazione regionale sarà fondamentale.
Pensi che è realistico per il Medio Oriente per diversificare dal settore petrolifero? Avete mai pensato di fare più affari nella regione? Mi piacerebbe sentire i vostri pensieri  a  simonjbaptist@eiu.com  o via Twitter a  @ Baptist_Simon .
Cordiali saluti, Simon Battista Chief Economist e Direttore Regionale Asia


mercoledì 26 marzo 2014

Le Elezioni Europee: rischio valanga euroscettica

Elezioni europee
Commissione politica, politicizzata, ma non partigiana
Riccardo Perissich
24/03/2014
 più piccolopiù grande
La domanda gira da tempo, con precisione da quando i maggiori partiti politici hanno deciso di presentare ciascuno un candidato alla presidenza della Commissione. Il dibattito ha la memoria corta. Per capire meglio, è opportuno distinguere tre aggettivi: politica, politicizzata e partigiana.

Non solo guardiana dei trattati
Piaccia o no, la Commissione è sempre stata un organo “politico”, anche se con poteri ridotti e da esercitare nei limiti del trattato. Come interpretare altrimenti il suo diritto d’iniziativa? Anche alcuni poteri di controllo, per esempio quelli sul rispetto delle regole di concorrenza, non sono incompatibili con un ruolo politico; negli Stati Uniti le indagini antitrust sono condotte (come in Europa sotto controllo giudiziario) dal Dipartimento della Giustizia.

Se alcuni in passato hanno proposto di affidarli a un’agenzia indipendente sul modello tedesco, è proprio per sottrarli a un organo considerato “politico”. Più recentemente il six pact e il two pact hanno affidato alla Commissione poteri che sono molto più “politici” di quelli che esercitava nella sua funzione di guardiana dei trattati.

Ugualmente, la Commissione è sempre stata “politicizzata”. Molti suoi membri vengono dalla politica nazionale e intendono tornarci. Tutti o quasi, anche quelli che prima di assumere il mandato erano alti funzionari, hanno preso l’abitudine di riconoscersi in uno dei gruppi politici del Parlamento europeo (Pe) e ne hanno frequentato i congressi.

Moltissimi (Jacques Delors è il caso più noto, ma anche, per esempio, i Commissari britannici) non hanno mai cessato di partecipare anche alla politica nazionale. Quando ero a Bruxelles si parlava tranquillamente (e nessuno se ne scandalizzava) di Commissari socialisti, liberali o democristiani; era considerato politicamente più corretto che definirli con la loro nazionalità.

Alcuni sono a volte sospettati di venir meno al loro dovere d’indipendenza, ma sempre per troppa condiscendenza nei confronti del proprio “paese” e non del proprio “partito”.

Rischio valanga euroscettica
Infine, “politica” e “politicizzata”, ma non “partigiana”. Una Commissione identificata con una maggioranza ipotizzerebbe un’Europa diversa da quello che è, dominata in modo inequivocabile da un solo schieramento; tutte le proiezioni dicono che nessun partito avrà più di un terzo dei seggi nel nuovo Pe e la presenza di un folto gruppo di euroscettici obbligherà i partiti tradizionali ad accordarsi. Comunque, anche con questi nuovi sviluppi i governi continueranno a conservare un ruolo importante nella nomina della Commissione.

Si dice: “come farebbe un presidente espressione di un partito a dialogare con governi espressione di un partito diverso?” La risposta è semplice: esattamente come in passato, quando Delors andava d’amore e d’accordo con Helmut Kohl. Del resto anche se il Presidente fosse più chiaramente riconducibile a un partito, la Commissione è sempre stata espressione di una variegata coalizione e così continuerà a essere; più simile al Consiglio Federale della Confederazione elvetica che ai governi che abbiamo nei nostri paesi.

Anche quando le nomine erano interamente nelle mani dei governi, la composizione della Commissione teneva conto di equilibri politici; se così non fosse, l’alto Rappresentante della politica estera Ashton non sarebbe dov’è.

Deficit democratico da colmare
Allora, di cosa stiamo parlando? L’Europa è accusata non senza ragione di deficit democratico e di scarsa trasparenza. Quando un commissario esercita i suoi poteri, sentiamo dire: “chi è costui, chi l’ha eletto?”. È facile rispondere che la Commissione è comunque responsabile di fronte al Pe, ma non basta più.

Nei meccanismi della democrazia il processo conta almeno quanto il risultato. Ciò che manca alle istituzioni europee è proprio un processo che faccia pensare ai cittadini che le persone che siedono a Bruxelles sono “anche cosa loro”. Può non piacere, ma la democrazia moderna è sempre più (troppo?) un problema di persone.

L’iniziativa dei partiti non è quindi destinata a cambiare la natura della Commissione, ma solo a farla evolvere secondo una tendenza in atto da decenni. La vera domanda è un’altra: riuscirà a dare alla Commissione la legittimità che attualmente le manca? Su questo punto, è legittimo esprimere dubbi. Dopo tutto il trattato di Lisbona conserva ampi poteri al Consiglio europeo che potrebbero essere disattesi solo se le elezioni producessero un’ampia maggioranza a favore di un solo candidato.

Sappiamo che così non sarà, ma si aprirà un negoziato in cui il Pe sarà notevolmente rafforzato rispetto al passato. Inizierà un processo che potrà essere lungo e accidentato, ma che sarà positivo per l’avvenire delle istituzioni.

La verità è che chi ha lanciato questa polemica non lo fa per evitare un cambiamento, ma piuttosto per sovvertire una situazione già consolidata. Vuole negare alla Commissione la possibilità di acquisire la maggiore legittimità che le è necessaria per esercitare i poteri che le sono stati attribuiti; in sostanza, ridurla a semplice organo tecnico lasciando ai governi il monopolio del potere.

L’operazione non è nuova ed è politicamente legittima. Ciò non toglie che la polemica sia intellettualmente disonesta.

Riccardo Perissich, già direttore generale alla Commissione europea, è autore del volume “L'Unione europea: una storia non ufficiale”, Longanesi editore.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2578#sthash.58NSN0hC.dpuf

lunedì 17 marzo 2014

Ucraina: verso una soluzione di compromesso

Crisi Ucraina
La chiave di svolta della finlandizzazione
Vincenzo Camporini
11/03/2014
 più piccolopiù grande
Solo le prossime settimane ci diranno se la questione Ucraina è destinata a diventare uno spartiacque storico che condizionerà per lungo tempo in modo antagonista Russia da un lato e Stati Uniti ed Europa dall’altro, oppure resterà solo un vistoso ostacolo temporaneo, superato il quale si aprono nuovi - per certi versi inattesi - orizzonti.

Amici o vassalli di Putin
Nella visione putiniana in effetti, la Russia non è impegnata in una politica espansionista, ma al contrario sta difendendo il proprio interesse vitale a non essere relegata fra i comprimari nel grande gioco strategico, un gioco le cui regole l’Occidente postmoderno crede siano solo un retaggio, relegato nei manuali di storia.

La Russia di Putin, che si sente l’erede di una storia millenaria, non è solo l’epigono dell’Unione Sovietica ma continua ad essere il paese più grande del mondo in termini di superficie, e non vuole essere schiacciato a occidente e a oriente da potenze che non riuscirà mai a percepire come amiche, anche perché consapevole delle sue insuperabili debolezze strutturali, dalla demografia in discesa al fatiscente quadro industriale, che non consentono alla dirigenza di Mosca di guardare con ottimismo alle decadi future.

Ne consegue l’ansia di circondarsi di una fascia di paesi in qualche modo legati da un vincolo che, a seconda del punto di vista, si può definire di amicizia o di vassallaggio e viene considerato oggi inaccettabile quanto accaduto all’inizio del secolo, quando, in una fase di estrema debolezza, la Russia ha dovuto inghiottire il boccone amaro dell’adesione alla Nato dei Paesi Baltici.

Non deve sorprendere dunque se oggi, sull’onda di una forza finanziaria generata dalla rendita energetica e rassicurata da quella che percepisce come una crescente debolezza strutturale occidentale, sia in termini economici che militari, Mosca non è più disposta a subire quella che percepisce come un’ulteriore erosione della propria area di sicurezza.

Ucraina al bivio
Quanto accaduto negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi in Ucraina ha fortemente alimentato le preoccupazioni russe, con una spaccatura tra due fazioni che si sarebbe dovuta evitare e le cui colpe possono essere equamente distribuite: da un lato chi sogna un’impossibile riunificazione con Mosca, percepita come Grande Madre ed a cui è pesantemente legata, non fosse altro che per le forniture energetiche, dall’altro chi invece guarda all’Occidente come il solo attore che possa offrire una prospettiva di futuro sviluppo e di apertura di mercati che possa far rinascere un’economia ansimante. Due visioni percepite come confliggenti e mutuamente esclusive.

L’errore di entrambe le parti, Occidente e Russia, è stato quello di alimentare queste visioni senza cercare sagacemente una sintesi che avrebbe potuto, e potrebbe ancora, portare al superamento di queste opposte visioni: un grave errore, alimentato dalle reciproche diffidenze antiche di quasi un secolo cui è tempo di rimediare.

Non è obbligatorio che Kiev stia da una parte o dall’altra: bisogna trovare una via di mezzo che salvaguardi gli obiettivi a breve di entrambi e costituisca inoltre il fondamento di una futura collaborazione strategica che è storicamente indispensabile, per essere pronti ad affrontare con successo le sfide poste dell’emergere di culture e potenze la cui compatibilità con la visione del mondo che ci appartiene è dubbia e tutta da dimostrare.

Ricordi georgiani
Washington e i partner europei non hanno una visione e conseguentemente una politica del tutto coincidente: si può rammentare il franco dibattito al vertice Nato di Bucarest dell’aprile 2008, tra chi voleva offrire subito a Georgia ed Ucraina l’adesione all’Alleanza e chi era invece su posizioni più prudenti. Ne uscì una promessa che in un futuro da definire le porte si sarebbero aperte, ma la reazione russa non si fece attendere, anche perché innescata da atteggiamenti discutibili della leadership georgiana e nella prima decade di agosto si consumò un breve conflitto con cui Mosca ritenne di avere salvaguardato i propri interessi nella regione.

Peraltro la prova offerta dalle forze armate russe non fu esaltante, nonostante la pochezza dell’avversario e Mosca dovette constatare che la propria macchina militare presentava gravi carenze: a titolo di esempio si può citare il fatto che una gran parte del munizionamento di caduta utilizzato dall’aeronautica russa (le stime vanno da oltre il 50% fino a quasi il 90%) non esplose per la pessima manutenzione delle spolette.

La lezione fu messa a frutto e oggi le forze armate russe godono di una grande attenzione da parte del vertice politico, che sta investendo in modo massiccio sia per l’ammodernamento dei mezzi (più 44% nei prossimi tre anni), sia per rinforzare il morale e il livello di disciplina delle proprie truppe.

Da questa esperienza ci si sarebbe potuto attendere un atteggiamento radicalmente diverso da parte dell’Occidente, non di appeasement, ma propositivo, di superamento di una visione e di una conseguente politica di contrapposizione.

È illuminante l’articolo di qualche giorno fa di Hanry Kissinger sul Washington Post, che sollecita un approccio mirato a attenuare le contrapposizioni interne all’Ucraina, mettendo da parte qualsiasi ipotesi di una sua adesione alla Nato che sarebbe inevitabilmente percepita da Mosca come atto ostile, ma aprendo a un rapporto più stretto con l’Unione europea, secondo uno schema che è stato definito di ‘finlandizzazione’ dell’Ucraina e che ha il potenziale di trasformare Kiev da terreno di scontro della opposte ambizioni (interne ed esterne), a ponte ideale tra Occidente e Mosca, su cui costruire un rapporto basato sulla fiducia e non sulla diffidenza.

Non è una via agevole, anche perché presuppone una convincente azione di ‘moral suasion’ su chi oggi detiene le leve del potere in Ucraina, come su chi soffia sul fuoco delle tendenze separatiste, ma è una via che deve essere seguita con determinazione, in quanto figlia di una visione sensata e fattibile su cui si deve investire, in modo che da questa partita tutti possano uscire come vincitori.

Vincenzo Camporini, già Capo di Stato Maggiore della Difesa, è vicepresidente dello IAI.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2561#sthash.D6SK25XG.dpuf