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giovedì 16 maggio 2019

Principal Attacchi Terroristici in Europa dal 2004 al 2018


PRINCIPALI ATTACCHI TERRORISTICI IN EUROPA DAL 2004 AL 2018[1]

Fabio Mariano

Bruxelles – Dalle bombe a Madrid nel 2004 all’ultimo attentato terroristico al mercatino di Natale a Strasburgo, la lista degli attacchi avvenuti in Europa negli ultimi anni 14 anni è lunga. Ecco una fotografia cronologica dei fatti principali.
11 marzo 2004, Madrid (Spagna): una serie di bombe posizionate sui binari e sui treni regionali della capitale spagnola nelle stazioni metro di Atocha, El Pozo e Santa Eugenia uccidono 192 persone. L’attacco è rivendicato da Al Qaeda.
7 luglio 2005, Londra (Regno Unito): sono 52 i pendolari uccisi in 4 attentati suicidi che colpiscono tre diverse stazioni della metropolitana della capitale britannica sulle linee Circle e Piccadilly e un autobus che, partito da Marble Arch, si trovava a Tavistock Square. 700 i feriti. Gli attacchi sono rivendicati da un gruppo legato ad Al Qaida.
11-19 marzo 2012, Tolosa e Montauban (Francia): 7 morti, tra cui 3 militari e 3 bambini, e 6 feriti. Il terrorista franco-algerino Mohamed Merah uccide a tre riprese: prima un militare, poi altri due, e infine attacca una scuola ebraica. Viene ucciso dalle teste di cuoio francesi del Raid, asserragliato nel suo appartamento. Gli attacchi vengono rivendicati da un gruppo affiliato ad Al Qaeda.
22 maggio 2013, Londra (Regno Unito): due estremisti di Al Qaeda uccidono a colpi di machete un soldato di 24 anni reduce dell’Afghanistan nella capitale inglese.
24 maggio 2014, Bruxelles (Belgio): alla vigilia delle elezioni europee e legislative belghe, 4 persone sono uccise al Museo ebraico di Bruxelles per mano di un uomo armato di kalashnikov. L’accusato è Mehdi Nemmouche, un 32enne francese di origini algerine legato all’Isis.
7 gennaio 2015, Parigi (Francia): due uomini armati, i fratelli Kouachi, francesi di orgine algerina, attaccano la redazione del settimanale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ a Parigi, uccidendo 12 persone e ferendone altrettante. Una poliziotta è uccisa appena fuori Parigi il giorno dopo da un altro uomo legato ai Kouachi, il francese di origine maliana Amédy Coulibaly,  che successivamente prende alcuni ostaggi all’interno di un supermercato kosher, 4 dei quali moriranno prima del blitz delle forze di sicurezza. Il bilancio finale delle vittime è di 17 morti e 22 feriti.
14 febbraio 2015, Copenhagen (Danimarca): 2 vittime e 5 feriti, nel corso di tre diverse sparatorie. In un centro culturale dove si teneva un dibattito su Islam e libertà di espressione, viene prima ucciso il regista Finn Norgaard, poi l’attentatore, un 22enne palestinese-giordano nato in Danimarca e simpatizzante dell’Isis,  si dà alla fuga per uccidere, nei pressi della Sinagoga grande nel centro della capitale danese, un giovane della comunità ebraica che festeggia una bar mitzvah. La polizia danese lo uccide in uno scontro a fuoco all’alba nei pressi della stazione Norrebro.
13 novembre 2015, Parigi (Francia): 130 morti (tra cui l’italiana Valeria Solesin) in attentati multipli in contemporanea, presso la sala concerti Bataclan, in diversi bar e ristoranti nel X e XI ‘arrondissement’ parigini e allo Stade de France. La serie di attacchi terroristici sono sferrati da una cellula belgo-francese dell’Isis. All’alba del 18 novembre, le forze speciali assaltano a Saint-Denis un appartamento occupato da alcuni dei terroristi coinvolti nell’organizzazione degli attentati e in procinto di organizzare un nuovo attacco alla Défense. Cinque persone vengono arrestate, altri due restano uccise tra cui Abdelhamid Abaaoud, il presunto organizzatore. Il 18 marzo 2017, nel corso di un’operazione della polizia belga a Bruxelles, viene arrestato l’unico sopravvissuto della cellula di Parigi, Salah Abdeslam, francese di origine tunisina ma cresciuto a Molenbeek, uno dei presunti coordinatori operativi degli attacchi di Parigi e di Bruxelles.
22 marzo 2016, Bruxelles (Belgio): 32 morti (tra cui la belgo-italiana Patricia Rizzo) e 340 feriti a seguito dell’esplosione di due bombe all’aeroporto di Zaventem e una alla stazione della metropolitana di Maelbeek, nel cuore del quartiere europeo. Gli attentati sono rivendicati dall’Isis. A compiere la strage, una cellula legata a quella di Parigi, composta dai fratelli belgi di origine marocchina Ibrahim e Khalid El Bakhraoui,  e da Najim Laachraoui, ‘l’artificiere’ già intervenuto per gli attacchi di Parigi, anche lui giovane belga di origini marocchine. L’8 aprile viene arrestata la ‘mente’ del gruppo, il cosiddetto ‘uomo col cappello’, Mohamed Abrini, ugualmente belga di origini marocchine e secondo uomo più ricercato, dopo Salah Abdeslam, per gli attentati di Parigi.
14 luglio 2016, Nizza (Francia): durante i festeggiamenti per la festa nazionale francese un camion si getta sulla folla lungo la Promenade des Anglais e provoca la morte di 86 persone (tra cui 6 italiani) ferendone altre 434. L’autista, il tunisino residente in Francia Mohamed Lahouaiej Bouhalel, viene bloccato e ucciso dalla polizia. Il 16 luglio l’Isis rivendica l’attentato.
26 luglio 2016, Rouen (Francia):  presso la chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, due uomini fanno irruzione durante la messa del mattino e prendono 5 ostaggi (tra cui 2 suore). Il sacerdote Jacques Hamel, 84 anni, muore sgozzato. Gli aggressori, entrambi cittadini francesi, vengono poi uccisi dalla polizia. L’Isis ha rivendicato l’attacco.
19 dicembre 2016, Berlino (Germania): un tir va a schiantarsi volontariamente contro la folla in un mercatino di Natale nel quartiere di Charlottenburg, vicino alla Chiesa del Ricordo, causando 12 morti (tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo) e 56 feriti. Nella serata di martedì 20 dicembre arriva la rivendicazione dell’Isis.
22 marzo 2017, Londra (Regno Unito): 4 morti e circa 40 feriti davanti al Parlamento di Westminster, nel cuore politico del Regno Unito. L’attentatore Khalid Masood, 52 anni nato in Inghilterra e abitante a Birmingham, falcia con un Suv diverse persone sul ponte di Westminster che attraversa il Tamigi davanti al Big Ben. Poi si dirige a piedi verso il Parlamento, dove aggredisce a morte con un coltello un poliziotto di guardia, prima di essere ucciso a colpi di pistola da due agenti in borghese.
7 aprile 2017, Stoccolma (Svezia): 5 morti e 15 feriti in pieno centro città, nella zona commerciale di Drottninggatan, dove un camion si è gettato sulla folla in una strada pedonale per schiantarsi contro la vetrina di una catena di supermercati. Alla guida del camion, rubato, un richiedente asilo uzbeko simpatizzante dell’Isis, il 39enne Rakhmat Akilov, la cui domanda era stata respinta ed era ricercato per essere espulso.
20 aprile 2017, Parigi (Francia): in tarda serata, sugli Champs-Élysées vicino all’Arco di Trionfo, un uomo armato di kalashnikov apre il fuoco contro degli agenti di polizia colpendo mortalmente uno di loro e ferendone altri 2. La sparatoria cade a pochi giorni dal primo turno delle elezioni presidenziali, mentre è in onda l’ultimo confronto fra i candidati in vista del voto della domenica successiva. L’autore dell’attacco terroristico, Karim Cheurfi, 39 anni, tenta di darsi alla fuga a piedi ma viene ucciso dalle forze dell’ordine. L’Isis rivendica l’attacco poche ore dopo. Il poliziotto ucciso è la 239esima vittima di attentati terroristici in Francia dal 2015.
22 maggio 2017, Manchester (Gran Bretagna): almeno 22 morti e 120 feriti, tra cui molti bambini e giovanissimi. Una bomba esplode al termine del concerto della pop star amata dai teenager Ariana Grande all’interno della sala concerti Manchester Arena. L’Isis rivendica l’attentato.
3 giugno 2017, Londra (Gran Bretagna): intorno alle 22 locali, tre uomini a bordo di un furgoncino prima investono i pedoni sul marciapiede del London Bridge, uno dei ponti più celebri della capitale britannica, in pieno centro, per poi schiantarsi contro il pub Barrowboy and Banker. I tre uomini, armati di coltelli, proseguono quindi a piedi verso Borough Market, a ridosso del London Bridge sulla riva meridionale del Tamigi, area affollata di bar e locali frequentata anche da molti turisti, accoltellando i passanti. I tre, che indossano cinture esplosive false, vengono poi uccisi dalla polizia. In totale si contano 8 morti, mentre i feriti sono 48. L’Isis ha rivendicato l’attentato tramite la sua agenzia di stampa, Amaq. Gli attentatori sono stati identificati: Khuram Butt, 27 anni, cittadino britannico di origine pachistana, residente nel quartiere londinese periferico di Barking, poi Rachid Redouane, marocchino-libico anch’egli residente a Barking, e il 22enne italo-marocchino Youssef Zaghba, già sotto osservazione dell’intelligence.
19 giugno 2017, Londra (Gran Bretagna):  poco dopo la mezzanotte un furgone piomba su un gruppo di fedeli musulmani a Finsbury Park a nord di Londra, vicino a una moschea dalla quale escono le persone radunate per le preghiere del Ramadan. Una vittima e almeno 10 feriti, tutti di fede islamica. Nella zona, Seven Sisters Road, ci sono almeno quattro moschee. L’attentatore, Darren Osborne, viene arrestato. Originario del Galles, dove viveva con la moglie e quattro figli in un sobborgo di Cardiff, era animato da odio per i musulmani.
19 giugno 2017, Parigi (Francia): Adam Loft Djaziri, trentenne francese conosciuto dai servizi segreti per sospetta radicalizzazione, si schianta con la macchina contro un furgone della polizia posteggiato sugli Champs Elysées di Parigi. Gli agenti hanno estratto l’assalitore privo di sensi dall’abitacolo prima che questo prendesse fuoco. Il terrorista è morto pochi minuti dopo.
17-18 agosto 2017, Barcellona e Cambrils (Spagna): nel pomeriggio un camioncino investe la folla sulle Ramblas, nel cuore della capitale catalana, mentre la sera verso mezzanotte un’Audi A3 si schianta contro i pedoni sul lungomare di Cambrils, prima che la polizia intervenga e uccida i terroristi in una sparatoria. In totale, si contanto 15 morti e un centinaio di feriti.  Tra le vittime anche 3 italiani, i giovani Luca Russo e Bruno Gulotta, e l’80enne Carmen Lopardo residente in Argentina. La cellula della strage, che preparava un attacco più grande contro la Sagrada Familia con 120 bombole di gas, è stata smantellata: uccisi dalla polizia l’autore della strage sulle Ramblas, Younes Abouyaaqoub, e i terroristi di Cambrils. Morti in un’esplosione accidentale mentre preparavano bombe la mente del gruppo, l’imam di Ripoll Abdelbaki Es Satty, e altre due persone, mentre sono finite dietro le sbarre ulteriori 4 membri del gruppo terroristico.
18 agosto 2017, Turku (Finlandia): un uomo armato di coltello, marocchino di 18 anni, colpisce alla cieca i passanti nella zona centrale del mercato, facendo 2 morti e 8 feriti tra cui un’italiana. La polizia riesce a fermarlo sparandogli alle gambe, e nella notte arresta altre 5 persone.
23 marzo 2018, Trèbes (Francia): l’assalitore, Redouane Lakdim, marocchino di 25 anni, ha preso in ostaggio numerose persone all’interno di un supermercato della cittadina dell’Occitania ed è stato ucciso dopo circa quattro ore dalle teste di cuoio. Alla fine, il bilancio dell’attentato è di tre morti e 16 feriti due dei quali gravi.
12 maggio 2018, Parigi (Francia): un uomo di 21 anni, Khamzat Azimov, ha accoltellato cinque passanti nel quartiere Opéra di Parigi, gridando «Allah Akhbar». Morto un ragazzo di 29 anni, ferite le altre quattro persone. Il terrorista è stato ucciso dalla polizia. Nato in Cecenia e poi naturalizzato francese, l’uomo era incensurato anche se schedato come a rischio radicalizzazione islamica (“S”) in quanto era in contatto con il marito di una donna partita per la Siri. I suoi genitori sono stati arrestati e interrogati per capire se abbiano avuto un ruolo nell’attentato; arrestato anche un amico a Strasburgo.
29 maggio 2018, Liegi (Belgio): il belga Benjamin Herman, 31 anni di Rochefort, ha ucciso due poliziotte e uno studente a Liegi al grido di ‘Allahu Akbar’, risparmiando un’altra donna che aveva preso in ostaggio perché di fede musulmana. L’attentatore è poi stato a sua volta ucciso dalla polizia. La sera prima il killer, uscito dal carcere di Marche-en-Famenne per un permesso di reinserimento, avrebbe ucciso anche un amico ex detenuto a colpi di martello. A distanza di ventiquattr’ore, l’Isis ha rivendicato la strage attraverso l’agenzia Amaq.
30 maggio 2018, Schiedam (Olanda), Flensburg (Germania): la psicosi dei lupi solitari, all’indomani del terrore in Belgio, si è diffusa anche in Olanda e in Germania. A Schiedam, vicino Rotterdam, la polizia ha ucciso un uomo che, con un’ascia in mano, urlava ‘Allahu Akbar’ dal balcone di casa, mentre a Flensburg un uomo ha ferito gravemente due persone con un coltello sul treno Intercity ed è stato poi ucciso dalla polizia tedesca.
14 agosto 2018, Londra (Regno Unito): un 29enne britannico di origine sudanese, Salih Khater, a bordo di una Ford Fiesta ha investito alcuni pedoni e ciclisti alla guida di un’auto prima di schiantarsi contro le barriere di protezione del palazzo del parlamento di Westminster. Il bilancio è di 3 feriti lievi. Scotland Yard ha formalizzato il sospetto di terrorismo nei confronti di Khater, che non collabora. Il presunto attentatore è residente a Birmingham, una della città più islamiche della Gran Bretagna, dove successivamente sono state perquisite due case, con un terzo blitz condotto nella vicina Nottingham. Era noto alla polizia locale delle Midlands, ma non agli 007 dell’MI5. Stando a Neil Basu, vicecomandante di Scotland Yard, la sua è stata “un’azione deliberata”, anzi premeditata: da cui l’accusa di terrorismo.
12 dicembre 2018, Strasburgo (Francia): 5 morti e 11 feriti, sei sono gravi: è il bilancio provvisiorio dell’attentato al mercatino di Natale di Strasburgo, messo a segno dal 29enne radicalizzato Cherif Chekatt, sfuggito alla cattura. Tra le vittime, anche il giovane giornalista italiano Antonio Megalizzi, di Europhonica.






[1] Fonte EDN HUB (https://www.ednh.news/it/cronologia-degli-attacchi-terroristici-in-europa-dal-2004-al-2017/).

venerdì 3 maggio 2019

Terrorismo Bibliografia

Testi e articoli

Fabio Mariano

Fabio Mariano


-       Baptista Raquel, “Comunicazione del terrore: impatto sociale e lotta al terrorismo”, in Inside Marketing, 2017;
-       Bastiani David “Terrorismo e media – La comunicazione del terrore”, in Informazioni della Difesa, 2012;
-       Berger J.M., Morgan J., “The ISIS twitter census defining and describing the population of ISIS supporters on Twitter”, in Brookings Institution, 2015;
-       Cavalcoli D., “Youtube lancia l’algoritmo anti-Isis”, in Corriere della Sera, 2017;
-       Cochi Marco, “Sahel e Africa Subsahariana”, in Osservatorio Strategico,  2018, Anno XX n. I;
-       Dacrema Eugenio, “La nuova guerra fredda mediorientale”, in ISPI online, gennaio 2019;
-       Europol, “EU Terrorism Situation and Trend Report TE-SAT”, 2018;
-       Gentili Chiara, “Ciad: l’IOM necessita nuovi fondi per gestire i flussi migratori”, In Sicurezza Internazionale, 2018;
-       Giannetti Cristina, “migrazioni il cambiamento climatico presenta il conto”, in Gnosis, 2018;
-       Jean C., “Guerra, Strategia e Sicurezza”, Laterza, 2001;
-       Kingsley Patrick, “The New Odyssey: The Story of Europe's Refugee Crisis”, 2016;
-       Luppi Michele, “Il Lago Ciad rischia di scomparire: a rischio milioni di persone”, in Agenzia S.I.R., 2018;
-       Maggioni M., Magri P., “ Il marketing del terrore. Twitter e jahad: la comunicazione dell'Isis”, 2016;
-       Napoleoni L., “ISIS. Lo Stato del terrore”, Feltrinelli, 2014;
-       Oriolo Anna, “Pirateria, terrorismo e sicurezza dei mari”, in Rivista Marittima, 2009;
-       Pisano Vittorfranco ,“Il terrorismo transnazionale dopo l’11 settembre 2001”, 2005;
-       Pisano Vittorfranco, “L’intervento militare quale moltiplicatore del terrorismo globale? Apporto e limiti delle Forze Armate e dell’intelligence nella lotta contro il terrorismo”, 2008;
-       Sanarica Salvatore, “Prevenire è meglio che curare”, in Gnosis, 2018;
-       Stato Maggiore della Difesa, Nota Dottrinale “La dimensione militare della comunicazione strategica”, ed. 2012;
-       Teti A., “Isis e social network – Da Twitter a Facebook passando per Whatsapp e Youtube”, in Gnosis, 4/2015;
-       Teti A., “La cyber guerra del Califfato. Ecco come opera sui social network l’hacker division dell’Isis”, in Il Sole 24 ore, 2015; 
-       US Department Of State - Bureau Of Counterterrorism And Countering Violent Extremism, “Country Reports Africa on Terrorism 2018”, 2018;
-       Villa Matteo, “Migrazioni e Ue: l’impasse infinita”, in ISPI online, ottobre 2018;
-       Winter Charlie, Media Jihad: The Islamic State’s Doctrine for Information Warfare, International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence, 2017;
-       Kamel Lorenzo, “Migranti: flussi, analisi delle cause e proposte di soluzioni”, in Affari Internazionali.
Altri siti
-       Global Incident, http://www.globalincidentmap.com/ (accesso dicembre 2018);
-       Global Terror, http://www.globalterroralert.com/ (accesso dicembre 2018);
-       Global Terrorism Database, https://www.start.umd.edu/gtd/ (accesso dicembre 2018);
-       Home Office annual report and accounts: 2016 to 2017, Core data https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/628157/Core_data_tables_2016-17.xlsx;
-       Il post, “Come funziona la propaganda dell’ISIS”, http://www.ilpost.it/2016/01/22/propaganda-isis/, 2016 (accesso ottobre 2018);
-       Il Post, “L’ISIS non si sconfigge così”, http://www.ilpost.it/2017/07/10/isis-perso-guerra/, 2017 (accesso dicembre 2018);
-        Limes, http://www.limesonline.com/ (accesso dicembre 2018);
-       McCaul Michael, “Empower our Allies to Fight Terrorism in Africa”, https://nationalinterest.org/feature/chairman-michael-mccaul-empower-our-allies-fight-terrorism-africa-30482, 2018 (accesso dicembre 2018);
-       NATO, Defence Against Terrorism Programme of Work (DAT POW),  https://www.nato.int/cps/en/natohq/topics_50313.htm (accesso settembre 2018);
-       New Prevent strategy launched; https://www.gov.uk/government/news/new-prevent-strategy-launched (accesso novembre 2018);
-       The Global Coalition against Daesh, http://theglobalcoalition.org/en/home/ (accesso dicembre 2018).

giovedì 18 aprile 2019

LA NUOVA VIA DELLA SETA NELL'ASIA CENTRALE

di Vladimir Pachkov S.I.

Nel settembre 2013 il presidente cinese Xi Jinping annunciò il progetto di costruzione di una nuova via della seta. I cinque obiettivi di questa iniziativa dovrebbero essere:

- Il coordinamento delle politiche degli Stati partecipanti;
- Una maggiore comunicazione attraverso lo sviluppo di infrastrutture;
- Il commercio senza restrizioni;
- L'integrazione economico-finanziaria;
- L'incentivazione delle relazioni umane.

Questo progetto ha un enorme potenziale, non soltanto perché è sensato dal punto di vista economico, ma anche perché alla Cina, nonostante tutti i problemi nelle relazioni e gli antichi pregiudizi, guardano soprattutto le giovani generazioni dei Paesi dell'Asia centrale, che la considerano sempre più un modello da seguire.


La Civiltà Cattolica, Anno 170, Qundicinale, 6/20 2019 pag. 57 (vds articolo)-------------

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giovedì 21 marzo 2019

RIFLESSIONE SULLA COMUNICAZIONE DIGITALE DELLE FORZE ARMATE


La rivoluzione della comunicazione digitale
 oggi ha rivoluzionato il modo di interagire 
tra gli utenti migliorando il consenso nei confronti delle Forze Armate. 


Dott. Luca Bordini


Le Forze Armate Italiane ma soprattutto quelle Americane, avevano individuato da tempo nella comunicazione Internet un modo veloce per poter interagire con utenti diversi. Non è più necessario comprare giornali o riviste specializzate per avere informazioni sulle Forze Armate e le loro attività: basterà un clic per avere in tempo reale quanto ci interessa. La manifestazione più eclatante della "rivoluzione dell'informazione" che stiamo vivendo in questi ultimi anni, è ciò che, comunemente, chiamiamo Internet. Con questo termine ormai diventato di uso comune si indica una rete di reti che, tramite protocolli di comunicazione standard, collega fra di loro migliaia di reti di computer sparse su tutto il pianeta.  Negli ultimi anni, si è assistito alla crescita esponenziale del fenomeno Internet, con milioni di computer, telefoni cellulari di ultima generazione, tablet collegati alla rete delle reti e con ormai centinaia di milioni gli utenti. Internet mette a disposizione dei propri utilizzatori numerosi tipi di strumenti, la cui diffusione permette la creazione di uno standard quasi planetario di comunicazione, attraverso il quale è possibile reperire, modificare e scambiare le informazioni più diverse. Nel 1993 nasce il sito della Casa Bianca che è stato il primo quotidiano on-line. Nel 1997 nasce internet explorer 4.0 che presto diverrà uno standard internet. Esso ha avuto una crescita impressionante nel mondo. Nel 2001 gli italiani su internet erano stimati da un’indagine Doxa. a 9,3 milioni. Dall’indagine emerse che nella pubblica amministrazione e nelle scuole c’era un personal computer  ogni sette persone,  mentre negli Stati Uniti c’era  un computer per ogni persona. Negli ultimi anni, Internet è cresciuta a ritmi velocissimi: nel numero di utenti, nel numero di siti e di risorse, nelle funzionalità e nella tipologia dei programmi disponibili per utilizzarla oggi, la portata radicale dei cambiamenti introdotti dalle 'autostrade dell’informazione nel mondo della comunicazione interpersonale è generalmente riconosciuta, anche se la consapevolezza della loro natura e delle conseguenze di medio e lungo periodo è ancora spesso carente. Ormai Internet fa parte della vita quotidiana di milioni di persone. E tuttavia la pratica, dell'uso della rete resta spesso limitata a poche operazioni fondamentali (e in fondo ripetitive): spedire un messaggio
di posta elettronica, consultare pochi siti familiari. E’ come se, avendo a disposizione un'imbarcazione adatta ai viaggi più complessi e avventurosi, la usassimo solo per brevi tragitti in prossimità della costa. D'altro canto, milioni di altre persone non hanno neanche questa pratica limitata, e si trovano - chi per curiosità, chi per necessità di lavoro - a doversi avvicinare, con un certo timore, a uno strumento almeno in parte nuovo. Chi appartiene a quest'ultima categoria, quella dei neofiti, guarda spesso con una certa invidia gli appartenenti alla prima, che sanno già come navigare in rete e lo fanno con apparente disinvoltura. Eppure, a ben guardare, se è certo vero che queste due fasce di utenza hanno esigenze almeno in parte diverse, molti dei problemi che esse devono affrontare per poter passare allo “status” più ambito, quello di utilizzatori consapevoli e produttivi della rete, sono comuni.
Esistono però dei rischi di una degenerazione della società dell'informazione, che risponde al nome di entropia, cioè la tendenza della natura a distruggere ciò che è ordinato e ad affrettare i processi di degrado biologico e di disordine sociale. L'informazione, i sistemi che la elaborano e i canali che la diffondono, sono gli unici in grado di lottare contro questa tendenza all'entropia.  La differenza tra informare e comunicare dipende per alcuni autori dal fatto che l’informazione è la trasmissione della notizia, mentre la comunicazione è anche l’insieme delle altre attività comunicative. Per altri la differenza risiede nel feedback ossia, nell’ informazione ci si preoccupa solo di raggiungere il soggetto destinatario, nella comunicazione invece l’obiettivo è creare una relazione circolare tra i soggetti. La comunicazione è dunque il concetto più vicino a quello di effettività e partecipazione di cui il Costituente sottolinea l’importanza.  Comunicazione è la trasmissione di conoscenza tra soggetti il cui obiettivo si misura in termini qualitativi cioè valutando, non solo il numero di informazioni recepite dal destinatario (è questo il senso dell’informazione), ma anche il cambiamento del destinatario stesso, l’efficacia, appunto, del messaggio. L’informazione che proviene dai soggetti pubblici, per finalità pubbliche, è rivolta ai mezzi di comunicazione di massa, ai cittadini e al suo interno. Il boom della comunicazione militare si è avuto sotto il fascismo, che, grazie alla rinascita della identità nazionale e dei valori della patria assopiti negli anni posteriori alle vicende risorgimentali, ripropone il modello militare come simbolo dell’amore per la patria.  L’uso efficiente dei mezzi di comunicazione di vecchio stampo, tra cui il cinema e i cinegiornali, anche se per usi propagandistici rispetto al regime stesso, risvegliò questo sentimento.
La situazione non migliorò per le forze armate che raggiunsero il minimo storico di consenso della opinione pubblica nella contestazione degli anni 70, per poi rinascere come sostituta della protezione civile, riscontrando consenso come cita un opuscolo: "L'efficacia sostanziale, dunque, non basta, occorre fare in modo che le attività dell'Esercito siano conosciute e che gli sforzi effettuati in carenza di risorse vengano apprezzati’’. Intorno a quegli anni inizia all'interno delle F.A. una presa di coscienza dell'efficienza dello strumento militare nell'addestramento e nel campo degli interventi per pubbliche calamità. E’ nata, inoltre la così detta “civilizzazione dell'informazione". E’ stato così che il convergere di “tecniche telecomunicative, strumenti informatici e c.d. multimedialità” ha aperto un nuovo scenario1 nelle telecomunicazioni, che taluno ha definito rivoluzionario. L’intervento in Libano portò aria fresca nelle forze armate italiane e nella opinione pubblica come Pasquale Franzosi spiega: ‘’stimolare ad ogni livello l'opinione pubblica affinché raggiunga un buon grado di conoscenza per quanto riguarda il problema della sicurezza nazionale, al fine di poterla invitare a partecipare alle discussioni ed alle valutazioni circa i problemi della difesa’’. Con la caduta del blocco comunista le forze armate hanno avuto sempre di più il consenso partecipando ad azioni di peacekipping in Albania,in Kosovo, in Agfanistan e in Iraq, conquistando quel prestigio che avevano perso nella Prima Repubblica. Anche se a prezzo di qualche ipocrisia le forze armate italiane tornano a mostrarsi in pubblico in occasione dell’anniversario della Repubblica ma non si è trattato di mostrare i muscoli, ma di rivolgere il dovuto ringraziamento dello Stato a tutti coloro che indossano un’uniforme. Eppure l’opinione pubblica della cultura dominante individuava nelle armi, nell’ esercito e nel servizio di qualsiasi causa, legata all’intervento delle F.A, qualcosa al di fuori del consenso civile. La situazione oggi pare cambiata. La reintroduzione della parata del 3 giugno è stata valutata con entusiasmo da numerosi italiani, che la collegano ai successi delle nostre forze armate all’estero.  Definire ed interpretare le percezioni che la pubblica opinione ha dell'universo militare, non è cosa semplice.  Già definire con esattezza cosa in realtà si intenda indicare con l'espressione “opinione pubblica” non è facile. L'opinione pubblica, infatti, non la si può definire con
                                                               
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precisione, e neppure la si può misurare. Il catalizzatore tra le F.A e l’opinione pubblica è il giornalista. Egli riceve dai capi redattori l’incarico di fare il pezzo, cercando di contattare l’ente. Le riposte possono essere vaghe, non esaurienti oppure non vere.  Questo crea certamente un distacco tra l’ente e i giornalisti; inoltre, il comandante militare deve riferire per via telefonica e per via scritta, ossia deve rendere conto dell’intervista ai propri superiori. Egli deve avere attenzione alle informazioni classificate, che sono tutte quelle informazioni la cui diffusione può mettere a rischio l’incolumità del personale e la sicurezza dei mezzi, dei materiali e delle armi. E ancora non deve dare informazioni sull’ impiego dei mezzi, degli organici e i dati di forza particolareggiati e su qualunque elemento che riguardi la pianificazione dell’operazione. Credo che in Italia siamo tutti ancora in una fase iniziale nell'uso del nuovo mezzo: sia per chi va come fruitore, sia per chi va come comunicatore, in rete il rischio è il trionfo della quantità sulla qualità, ossia c’è il rischio di restare affascinati da qualsiasi cosa e di non ricordare assolutamente nulla. E’ necessaria, allora, la capacità di selezione delle informazioni: i motori di ricerca sono una strada possibile, però bisogna chiedersi se sono sufficienti. Non si tratta, infatti, solo di selezionare quantitativamente le informazioni cioè di orientarsi nel caos informativo presente anche su internet, ma credo sia importante una selezione qualitativa delle informazioni. Questo è un problema da valutare per chi fa comunicazione on line: la qualità delle informazioni immesse e ricevute è fondamentale. Scrisse Umberto Eco: Internet è una memoria che ricorda tutto, purtroppo. Un’ intelligenza è altro: è saper distinguere». Il primo obiettivo da raggiungere dovrebbe dunque essere quello di riuscire ad organizzare un flusso costante di informazioni, che dall'istituzione militare si diriga verso la classe politica ed i media, in modo che tale istituzione possa divenire un vero e proprio soggetto:  1. Comunicativo e che la tendenza di separatezza venga eliminata. 2. Si possa puntare sul concetto di Difesa come servizio, sia dal punto di vista istituzionale (difesa della Nazione contro eventuali aggressori esterni), che da punti di vista ausiliari (di supporto all'attività economica del Paese, al prestigio politico, alla crescita tecnologica). 3. Visani ritiene necessaria una politica comunicativa in questo senso da parte dell'istituzione militare, perché da questa dipende la sua legittimazione funzionale ed esistenziale.  4. Si contribuisca alla rinascita di una cultura della Difesa nazionale basata sulla rilegittimazione funzionale dei militari, eliminando così l'egemonia delle culture anti-militari, e sul ritorno ad una libera circolazione di idee in materia militare.

Quali sono gli scopi della pubblicistica militare? rivolgersi all'esterno del proprio ambito per stimolare nel Paese la consapevole partecipazione del cittadino alle attività militari. Il rapporto con un'informata opinione pubblica minimizza i rischi di incomprensione nelle scelte strategiche in materia di Sicurezza e di Difesa. In tale ottica, l'adozione di Internet ha soddisfatto la necessità di uniformarsi. I moderni sistemi comunicativi oltre alla pur sempre valida ’’carta stampata’’, prevedono l’utilizzo di un proprio "Official Web Site"  www.difesa.it; il che consente di presentare all'esterno l'immagine della Difesa in generale, del Segretariato Generale della Difesa e delle singole Forze Armate;
www.difesa.it;
www.esercito.difesa.ít;
www.marina.difesa.it; 
www.aeronautica.difesa.a;
www.carabinieri.it;   nonché di mettere a disposizione dei cittadini una rapida ed efficace interfaccia con il mondo militare. Questo significa che l’ente può dare ai suoi visitatori tutte le informazioni possibili, sulla propria storia e sulla propria attività. Esso rappresenta lo strumento di branding più adatto per far conoscere la propria filosofia, il mondo dei propri valori, lo stile di una maison, insomma per rendere ancora più visibile e rafforzare la propria immagine. La prima cosa da analizzare in un sito è il “target”. "Target" (bersaglio) è un termine della comunicazione classica, che identifica un determinato tipo di pubblico che si vuole raggiungere. E un concetto importante, in quanto definisce sia la scelta dei mezzi da pianificare, sia il linguaggio (anche visivo) da utilizzare. Un sito è “diverso”, in quanto non è possibile selezionare il pubblico che ci verrà a visitare: sarà lui a trovarci e bisogna essere preparati ad accogliere diversi tipi di visitatori. Oltre al naturale "target" dell'azienda, dobbiamo considerare anche altri tipi di pubblico, come per esempio: 1. i militari  2. i dettaglianti  3. i giornalisti  4. gli storici   5. i politici  6. le associazioni pacifiste 

A questo target di visitatori dobbiamo aggiungere anche il “cittadino” che oggi dialoga con la pubblica amministrazione attraverso i siti creati dalle istituzioni pubbliche. Va anche specificato che non ricercano obiettivi generici come ad esempio "rispondere a esigenze definibili generali dei cittadini". 

Dott.Luca Bordini 
Socio della Federazione NO&VCO del Nastro Azzurro







domenica 17 marzo 2019

Un fenomeno da approfondire


FOREIGN FIGHTER

di 
ErosLa Rocca

I Foreign Fighter sono combattenti transnazionali appartenenti politicamente a Nazioni terze, che partecipano ad un conflitto armato in atto in territorio diverso dal proprio, e che si uniscono a insorti appartenenti a quest’ultimo Stato durante un conflitto civile, confluendo e operando entro i margini di un insorgenza[1], provocata da un vasto e profondo vuoto sociale, avendo legami con le fazioni in lotta, però senza un affiliazione diretta ad un organizzazione militare e senza ricevere una remunerazione.
I primi a parlare dei foreign fighters in ambito internazionale sono stati i membri dello ICCT[2] nel settembre del 2012 mostrando come il numero dei combattenti subisse un incremento nel conflitto siriano, e come questo fenomeno apportava un processo di radicalizzazione più veloce sui combattenti locali anti-governativi.
Nel giro di un anno, nel febbraio del 2013, l’ICSR[3] completa uno studio[4] nel quale sottolinea che il fenomeno si stava estendendo a sempre più paesi occidentali, e sarebbe continuato a crescere, diventando in futuro una grave problematica che avrebbe colpito gli stessi paesi dai quali provenivano i combattenti.
Il Segretario di Stato Britannico per gli Esteri e per gli Affari del Commonwealth, William Hague, evidenziava il pericolo potenziale di quello che stava accadendo, poiché riteneva che questi individui addestrati in Siria, avrebbero tentato, una volta terminato il conflitto medio-orientale, la condotta di attacchi su obiettivi di interesse occidentale in medio-oriente, o negli stessi Stati d’origine.
Nel dicembre del 2013 l’ICSR pubblica un secondo studio[5] nel quale era riportato che il numero dei “FF” aveva raggiunto le 11.000 unità, confermando la provenienza dai paesi Occidentali.
Nel giugno 2014 un rapporto[1] del “Soufan Group[2] aveva rivelato che altri 12.000 combattenti avevano raggiunto la Siria, e che 3.000 di questi in seguito avevano fatto ritorno nei paesi occidentali.

La cosa più allarmante è che, una volta tornati dal conflitto, questi combattenti avrebbero tentato di unirsi a gruppi che ostentavano una propensione alla violenza e all’estremismo.
Capire da che parte del mondo provengano i diversi combattenti stranieri è un compito ostico a causa della tendenza di questi ad offuscare la loro vera identità a causa della natura clandestina della loro attività, e diventa cosi problematico capire le provenienze e lo studio di questo fenomeno. Sono musulmani o neo convertiti, con cultura diversitficata e con legami di vario genere con la regione geografica in conflitto.
Un rapporto iniziale[3] del giungo del 2014 stimava il numero dei “FF” presenti in Siria e unitisi dal 2011 a ISIL, Jabhat al-Nusra e Ahrar al-Sham[4], approssimativamente di 12.000 unità, provenienti da 81 paesi; la stessa fonte stimava a fine del 2015 che questi passavano a 30.000 da 86 paesi, fino a raggiungere il 2016 con 42.000 reclutati, palesando che questo fenomeno non è solo numerico ma anche di natura globale, toccando numeri mai raggiunti da nessun altro conflitto dalla guerra afghana degli anni ’80. La maggior parte di questi sono mediorientali e circa 4.000 europei.
In Russia il fenomeno ha avuto una crescita esponenziale passando da 800 nel 2014, a 3.400 nel settembre 2016; la maggior parte provenienti dalla Cecenia e dal Daghestan; sarebbero 5.300 quelli proveniente dalle ex repubbliche sovietiche.
Tra il Nord-Africa e il Medio-Oriente i numeri aumentano vertiginosamente, si parla di 14.000 combattenti, di cui il maggior contribuito è fornito dalla Tunisia con 4.000, e segue l’Arabia Saudita con 3.200, Giordania 3.000, Marocco 1.500, Libano 900, Libia 600, Egitto 600, Algeria 200.
Anche la Turchia ha contribuito con 2.100 combattenti, di cui molti sono tornati nella madrepatria, e 500 di questi sono stati già arrestati per la loro adesione a ISIL, e 100 per aver combattuto con Jabhat al-Nusra.

Il Sud-Est asiatico non è immune da questo fenomeno, e in accordo con le fonti ufficiali Indonesiane si passerebbe dai 45 combattenti nel 2014 a 700 nel 2015.
Usa e Canada rimarrebbero stabili dal 2014, e secondo fonti dell’FBI sono 150 gli americani che hanno viaggiato fino in Siria, mentre 100 sarebbero stati arrestati nel tentativo, mentre sarebbero 130 i canadesi che avrebbero intrapreso lo stesso viaggio.
Da ricerche effettuate[1] il numero di “FF” proveniente dall’Europa si aggira nel 2015 intorno ai 4.000 soggetti, e di questi 3.000 sono provenienti da soli quattro paesi: Gran Bretagna, Germania, Francia e Belgio. Proprio quest’ultimo paese è un caso anomalo poichè colpito da diversi attentati e quello con un più alto numero di “FF” in rapporto alla popolazione, cioè 41 per milione di abitanti.
Il paese europeo con il più alto numeri di combattenti è con 1000 individui la Francia, di cui 246 ritornati nel paese; dalla Germania 800 di cui 250 tornati; dal Regno Unito 800 e più della metà è rientrata; dal Belgio 450 di cui 100 sono rientrati.
Dall’Austria 300 persone; 300 dalla Svezia; dall’Olanda 220 con 40 ritorni; 204 persone dalla Spagna con 25 rientri; 125 dalla Danimarca, di cui fanno parte anche diversi di origine danesi convertitisi all’Islam; dall’Italia 125 foreign fighters; 70 dalla Finlandia; 30 rispettivamente dall’Irlanda e Polonia; 10 dal Portogallo; 6 rispettivamente dal Lussemburgo e Slovacchia; 5 dalla Bulgaria; 3 dalla Slovenia; 2 dall’Estonia; Lettonia e Croazia 1 persona.
Dei 4.000 foreign fighter europei il 14% sono deceduti in combattimento, il 23% è costituito da neo-convertiti all’Islam, di cui molti inoltre hanno subito una radicalizzazione estremamente rapida, e il 17% sono donne.
Secondo l’Europol i potenziali terroristi rientrati nel 2016 negli Stati adottivi sono da considerarsi una minaccia alla sicurezza e sono il 30%, cioè circa 1.200[2].
Un dato che spicca è che molti di questi provengono dai medesimi quartieri urbani europei, suggerendo cosi che i flussi dei combattenti siano gestiti da network locali pre-esistenti, composti principalmente da cerchie di amici o famigliari, conoscenti radicalizzati che vivono in contesti condivisi.
Un fattore che risalta è che la maggior parte dei provenienti dall’Europa non hanno una base militare pregressa; questi infatti una volta arrivati in Siria vengono sottoposti ad una fase addestrativa della durata di 45 giorni, a differenza dei combattenti provenienti dai paesi arabi, dal Caucaso e dall’Asia che già arriverebbero in possesso di una preparazione di base. Ad alcuni occidentali sarebbe stato impedito di partecipare ai combattimenti esattamente per la loro scarsa preparazione militare, venendo reimpiegati in incarichi di supporto e logistica.

Al fine di integrare queste informazioni bisogna evidenziare il fatto che hanno partecipato al conflitto dei veterani reduci dell’Afghanistan, Pakistan, Iraq, Somalia, Cecenia, Bosnia, Libia e Irlanda, contribuendo fattivamente all’innalzamento dello standard operativo generale.




[1] Centro Studi Internazionali: Identikit Dei Foreign Fighters Europei, 22 Marzo 2017 - Luca Bregantini
[2] Dati forniti dall’ International Center for Counter-Terrorism dell’Aja



[1] Beyond The Caliphate: Foreign Fighters and the Threat of Returnees
[2] Gruppo che fornisce servizi a organizzazioni governative e multinazionali relative a sicurezza strategica e intelligence
[3] Foreign Fighters in Syria -  Richard Barrett,Senior Vice President of The Soufan Group. June 2014
[4] Gruppi armati jihadisti salafiti attivi dal 2012, nel contesto della guerra civile siriana




[1] Combattimento armato entro i confini di un’entità sovrana riconosciuta tra parti soggette a comune autorità all’inizio delle ostilità
[2] International Center for Counter-Terrorism – The Hague. The Foreign Fighters Phenomenon in the European Union
[3] International Centre for the Studi of Radicalization and Political Violence
[4] #Greenbirds: Measuring Importance and Infuence in Syrian Foreign Fighter Networks
[5] Up to 11.000 foreign fighters in Syria; steep rise among Western Europeans-  17th December 2013

lunedì 18 febbraio 2019

Crimea: focolai di tension e



Fonte: Rivista Limes Rivista di Geopolitica
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