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LIMES, Rivista Italiana di Geopolitica

Rivista LIMES n. 10 del 2021. La Riscoperta del Futuro. Prevedere l'avvenire non si può, si deve. Noi nel mondo del 2051. Progetti w vincoli strategici dei Grandi

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venerdì 27 novembre 2015

La Guerra al Califfato


Tutti per uno? La Francia invoca la clausola europea di difesa
Marco Gestri
23/11/2015
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Una novità assoluta. A portarla è stata l’invocazione, da parte della Francia, dell’art. 42 del trattato sull'Unione europea, ovvero la clausola di difesa collettiva.

Introdotta nell’Unione europea, Ue, col Trattato di Lisbona, si tratta di una disposizione analoga a quella che era prevista dall’art. V del Trattato del 1948 istitutivo dell’Ueo, estinto nel 2010 dai dieci Stati parti. L’idea di una norma sulla difesa collettiva nell’Ue, venne elaborata dalla Convenzione che presentò il Progetto di Trattato/Costituzione, firmato nel 2004, ma mai entrato in vigore.

Clausola di difesa collettiva e clausola di solidarietà
Il comma 7 dell’art. 42 stabilisce che “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”, in conformità coll’art. 51 della Carta Onu. Condizione d’attivazione è un’aggressione armata.

Da notare che una norma distinta (art. 222 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, Tfue) stabilisce una clausola di solidarietà europea con specifico riferimento ad attacchi terroristici.

La scelta francese d’invocare l’art. 42.7 sembra comunque legittima, ed è stata accolta unanimemente dagli altri membri, a conferma che anche un attacco terroristico sferrato da entità non statali, qualora proveniente dall’esterno e di particolare gravità, può esser qualificato “aggressione armata”.

L’articolo 222 del Tfue
Come si può però spiegare il mancato ricorso all’art. 222 Tfue? Quest’ultimo ha una dimensione essenzialmente interna, assicurando un’assistenza allo Stato vittima sul suo territorio, mentre la Francia richiede un aiuto anche all’esterno (ma a mio avviso le due clausole potrebbero comunque esser invocate simultaneamente).

Soprattutto, a differenza dell’art. 42.7, il meccanismo previsto dall’art. 222 prevede un obbligo di solidarietà non solo tra gli Stati membri ma anche da parte dell’Ue e, conseguentemente, un coinvolgimento diretto delle istituzioni europee (le modalità sono definite dalla Decisione Ue 2014/415).

Secondo alcuni commentatori, la Francia avrebbe evitato l’attivazione dell’art. 222 per mantenere un pieno controllo della crisi.

Inoltre, la clausola di solidarietà viene invocata quando lo Stato interessato “ritiene che la crisi oltrepassi chiaramente la sua capacità di reazione”.

Clausola europea e Nato
Potrebbe apparire sorprendente il fatto che la Francia abbia deciso d’invocare la clausola di difesa europea e non l’art. 5 del Trattato Nato (attivato dagli Usa dopo l’11 settembre). È un luogo comune che mentre la Nato assicura procedure e mezzi efficaci, la clausola europea avrebbe una portata più simbolica che operativa, non avendo l’Ue capacità militari.

Sul piano politico, la scelta conferma la volontà della Francia di sostenere lo sviluppo di una politica europea di difesa, per certi versi autonoma rispetto alla Nato (e agli Usa). Anche se lo stesso art. 42.7 afferma, per gli Stati Ue membri della Nato, il carattere prioritario dell’Alleanza quale meccanismo di difesa collettiva ed è ragionevole pensare che la scelta francese sia stata operata con un qualche coinvolgimento della Nato (il cui Segretario generale ha partecipato al Consiglio Ue).

Ma al di là del suo significato politico, evidenziato dall’Alto rappresentante Federica Mogherini e dal Ministro della difesa francese Jean-Yves Le Drian, quale l’impatto della clausola?

Cercasi assistenza concreta 
L’art. 42.7 stabilisce un obbligo giuridico per gli altri Stati membri di prestare aiuto e assistenza (anche se, trattandosi di politica estera e sicurezza, essi non possono esser chiamati a risponderne di fronte alla Corte Ue). Si tratta poi di un obbligo qualificato.

Ogni Stato deve valutare i mezzi in suo possesso e il generico riferimento a “aiuto e assistenza” implica che sussiste un margine di discrezionalità e uno Stato non ha l’obbligo di partecipare direttamente a missioni armate.

Inoltre, l’obbligo non pregiudica il carattere specifico della politica di difesa di taluni membri (neutralità ma anche obblighi costituzionali di ottenere il consenso del parlamento nazionale per azioni armate).

Dunque, gli altri Stati dovranno “fare qualcosa” per assistere la Francia, ma la precisa individuazione dei mezzi più appropriati per assolvere a tale obbligo resta affidata al singolo Stato. Questi dovrà comunque decidere secondo buona fede e alla luce di negoziati bilaterali colla Francia.

Dalle dichiarazioni del Ministro Le Drian emerge che non viene richiesto un sostegno puramente simbolico, ma un’assistenza concreta che, secondo modalità da concordare caso per caso, potrà declinarsi in una cooperazione nei riguardi delle operazioni francesi in Siria e Iraq ovvero in interventi di supplenza rispetto al ruolo della Francia su altri scenari (Africa, Libano).

Per il momento, al di là della solidarietà dichiarata, tra molti partner europei, inclusa l’Italia, sembra prevalere la prudenza (se non l’attendismo).

Marco Gestri è Professore di diritto internazionale nell’Università di Modena e Reggio Emilia e nella Johns Hopkins University, SAIS Europe.
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venerdì 20 novembre 2015

Un Problema urgente

Immigrazione
A La Valletta per recuperare il tempo perduto
Bruno Nascimbene
10/11/2015
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Il vertice internazionale che si terrà a La Valletta l’11-12 novembre 2015 per discutere dei profili più urgenti e problematici relativi alla tematica dell’immigrazione rappresenta l’occasione per formulare alcuni rilievi e proposte in argomento.

L’appuntamento vedrà la partecipazione, oltre che degli Stati membri dell’Unione europea, Ue, di organizzazioni internazionali e regionali, quali le Nazioni Unite, l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Unione africana, nonché di rappresentanti di vari Stati africani e di altri Paesi particolarmente interessati dal fenomeno migratorio, quali sono, in particolare, i Paesi partecipanti ai processi di cooperazione denominati “processo di Rabat” e “processo di Karthoum”, di cui si dirà oltre.

La decisione di convocare un vertice internazionale è stata presa all’esito del Consiglio europeo del 23 aprile 2015, riunito in via straordinaria in seguito ai tragici eventi verificatisi nel Mediterraneo.

La Dichiarazione adottata dal Consiglio propone, nel più ampio contesto della necessità di prevenire i flussi migratori illegali, di “rafforzare la cooperazione politica con i partner africani a tutti i livelli per affrontare la causa della migrazione illegale e contrastare il traffico e la tratta di esseri umani”, dedicando appunto un vertice ad hoc a Malta.

Affrontare l’evoluzione del fenomeno migratorio
Il vertice sull’immigrazione di La Valletta si propone pertanto da un lato di elaborare risposte condivise che vadano alla radice del problema e che si pongano quali programmi d’azione incisivi nel lungo termine; dall’altro di ricercare soluzioni più immediate da offrire alla recente evoluzione del fenomeno migratorio.

Si vogliono, insomma, studiare soluzioni comuni per affrontare sfide che sono di interesse reciproco: per la Ue e per lo sviluppo dei Paesi africani che saranno coinvolti direttamente e attivamente.

Il vertice si pone nel quadro di altra recente iniziativa, di carattere europeo-internazionale: la Conferenza sulla rotta Mediterraneo-Balcani occidentali tenutasi l’8 ottobre che ha coinvolto, oltre ai Paesi Ue (e dello Spazio economico europeo) vari organismi internazionali (Alto Commissariato per i rifugiati, Organizzazione internazionale per le migrazioni) ed europei (Frontex, Easo), oltre che vari Paesi di provenienza dei migranti.

La presa di coscienza della pressione migratoria, che è globale ed internazionale, è avvenuta con colpevole ritardo da parte della Commissione, pur appartenendo al programma politico del presidente della Commissione Juncker, ove la gestione della migrazione era indicata come una delle priorità.

Il programma, del 15 luglio 2014, ha dovuto attendere molti mesi perché si concretizzasse in un documento formale denominato “Agenda europea sulla migrazione” (del 13 maggio 2015, COM[2015]240), che fa seguito alla ricordata dichiarazione del Consiglio europeo straordinario e a una risoluzione, del 29 maggio 2015, del Parlamento europeo.

Obiettivi del vertice di La Valletta
Il vertice di La Valletta si propone, dunque, ambiziosi obiettivi.

Secondo le conclusioni del Consiglio europeo del 25-26 giugno 2015, precisamente, si vuole:

a) garantire assistenza ai Paesi partner nella lotta ai trafficanti (lotta comune, peraltro, alle finalità della Conferenza di alto livello prima ricordata);
b) rafforzare la cooperazione per quanto riguarda una efficace politica di rimpatrio;
c) migliorare la cooperazione allo sviluppo e il potenziamento degli investimenti in Africa, perché siano esaminate le “cause profonde” (in questi termini le conclusioni, punto 7c) della migrazione e siano fornite opportunità economiche e sociali. Il traffico e la tratta di esseri umani, la previsione di efficaci sanzioni penali dovrebbero essere al centro del dibattito.

Gli Stati coinvolti hanno assunto, in una dichiarazione ad hoc, una serie di impegni che, pur non creando diritti ed obblighi di diritto internazionale, e quindi non incidendo sulla sovranità nazionale degli Stati, ha un importante valore politico.

Sono indicate priorità legate allo sviluppo, alla cooperazione economica, ai vantaggi di una migrazione regolare.

Parimenti il processo di Rabat si propone la realizzazione di un dialogo politico euro-africano sulla migrazione e sullo sviluppo, coordinando, attraverso uno specifico comitato (“Comité de pilotage”) di cui fa parte anche l’Italia, le iniziative e gli organismi nazionali.

Il dialogo coinvolge ventisette Paesi africani (più l’Algeria, osservatore) e trentuno Paesi europei, nonché la Comunità economica degli Stati dell’Africa dell’Ovest (Cedeao) e la Commissione europea.

La quarta Conferenza di tale processo, tenutasi a Roma il 27 novembre scorso ha adottato una dichiarazione politica cui è allegato un programma che definisce il quadro operativo del processo per il 2015-2017. Le due dichiarazioni dei ricordati processi assumono un significato rilevante (a un anno di distanza da quando sono state adottate), per i lavori del vertice di La Valletta.

In questo ampio quadro internazionale, l’Ue è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano, anche attraverso l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Gli orientamenti espressi nelle conclusioni dei Consigli europei, prima ricordate, nonché nel programma oggetto dell’Agenda della Commissione, sono coerenti con le finalità che i temi delle migrazioni e dell’asilo pongono a quel livello internazionale di cui è (e sarà) espressione il vertice.

L’impegno europeo non è sufficiente: la Conferenza ad alto livello, prima, e il vertice di La Valletta, poi, dimostrano la necessità di un quadro decisionale internazionale. Se ne è reso conto il Parlamento europeo che in una risoluzione del 10 settembre 2015 “sulle migrazioni e i rifugiati in Europa” ha chiesto alla Commissione e all’Alto rappresentante di convocare una conferenza internazionale sulla crisi dei rifugiati, con la partecipazione di agenzie, organismi internazionali, Ong, Paesi arabi, Stati Uniti, perché sia posta allo studio e sia adottata una strategia di aiuto umanitario e globale.

Il ruolo del nostro Paese al vertice di La Valletta dovrebbe essere quello di un vero e proprio protagonista nel processo di dialogo e cooperazione con i Paesi del Nordafrica, considerato il ruolo svolto e in corso di svolgimento nel processo di Khartoum e in quello di Rabat.

L’auspicio, dunque, è nel senso di un ruolo attivo ed efficace nel più vasto quadro delle relazioni internazionali.

Bruno Nascimbene è ordinario di diritto dell’Unione europea nell’Università di Milano.
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mercoledì 18 novembre 2015

La FED non tocca i tassi

Economia
Politica monetaria: quel bazooka da usare con prudenza
Marco Magnani
08/11/2015
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Ancora una volta. La Federal Open Market Committee della Fed ha deciso di lasciare invariati i tassi di interesse e la possibilità di un rialzo il 15-16 dicembre è consistente.

Tuttavia, le incertezze mostrate dalla Banca Centrale americana negli ultimi mesi sulla tempistica dell’inevitabile stretta monetaria hanno suscitato critiche e divisioni, anche all’interno della Fed. Le dichiarazioni pubbliche di alcuni membri del Board devono aver procurato a Janet Yellen un certo disagio. Il mestiere del banchiere centrale non è più quello di una volta.

Sono finiti i tempi in cui attivando poche leve s’indirizzavano le economie nazionali. Le relazioni causa-effetto erano abbastanza prevedibili e l’impatto sul resto del mondo relativamente limitato.

Oggi la maggiore complessità e l’elevata interdipendenza delle economie mondiali rendono tutto più difficile, anche in politica monetaria. Le decisioni prese dalla Fed a Washington sono attese con più ansia a Pechino, Rio de Janeiro e Mosca, di quanto non lo siano a Detroit o a Minneapolis.

Le iniziative della Banca centrale europea, Bce, a Francoforte possono cambiare gli equilibri, economici ma anche politici, di Atene, Roma e Madrid.

Politica monetaria sempre meno “convenzionale”: dalle frecce al bazooka
Le difficoltà iniziano dagli strumenti. La complessità dell’economia odierna rende quelli tradizionali - tasso di sconto, coefficiente di riserva obbligatorio e operazioni sul mercato aperto - meno efficaci e la trasmissione di stimoli all’economia reale più difficile da prevedere.

Basti pensare alla dimensione raggiunta dal shadow banking - l’intermediazione al di fuori del sistema bancario tradizionale - che rende arduo conoscere la quantità di moneta in circolazione e meno efficace l’uso di strumenti convenzionali.

Inoltre, in una situazione di tassi d’interesse prossimi allo zero (zero lower bound) alcune delle frecce nella faretra delle Banche Centrali si rivelano spuntate. Perciò si è fatto ricorso al bazooka del Quantitative Easing, Qe, una misura non convenzionale con il duplice obiettivo di aumentare l’offerta di moneta e stabilizzare il mercato del credito. Da fine 2008, in sei anni di Qe la Fed ha iniettato nell’economia statunitense 4,5 trilioni di dollari, circa il 25% del Pil.

Obiettivi nazionali, conseguenze internazionali
Gli esempi delle conseguenze derivanti dalla forte connessione fra politiche monetarie non mancano. E per la Fed il fenomeno è accentuato, essendo il dollaro la valuta di riserva mondiale.

La riduzione dei tassi della Bce nel 2003-05 è stata in parte influenzata dalla precedente politica monetaria espansiva della Fed nel 2002-04, a sua volta reazione alla recessione Usa del 2001. Il denaro facile nell’eurozona ha contribuito alle successive bolle immobiliari in Grecia, Irlanda e Spagna, le cui conseguenze economiche, sociali e politiche non sono ancora esaurite.

La politica monetaria espansiva iniziata dalla Fed a fine 2008 è stata imitata da vari paesi emergenti per evitare perdite di competitività. John Taylor di Stanford stima che dopo il Qe Usa 18 Banche Centrali - tra cui Brasile, Cina, India, Messico, Turchia - hanno mantenuto in media i tassi d’interesse 5 punti percentuali al di sotto di quanto vari benchmark di politica monetaria suggerivano.

L’effetto del cambiamento climatico sulla stabilità finanziaria 
La speculazione riguarda anche le materie prime, i cui prezzi sono raddoppiati nel periodo 2009-11. La perdita di valore del dollaro, conseguenza del Qe di Ben Bernanke, ha contribuito all’aumento dei prezzi di prodotti agricoli.

La FAO ne ha denunciato il picco storico a fine 2010. L’impatto è stato particolarmente duro nei paesi in via di sviluppo, dove la quota di reddito pro-capite destinata al cibo è elevata.

Senza arrivare ad imputare eccessive responsabilità alle decisioni della Fed, è un dato di fatto che la “primavera araba” inizia in Tunisia ed Egitto nel 2011 con manifestazioni di protesta per l’aumento dei prezzi di prodotti alimentari, che in questi paesi assorbono il 50-60% del reddito medio contro il 2-3% nei paesi europei.

Le recenti parole del governatore della Bank of England, Mark Carney, sull’impatto del cambiamento climatico sulla stabilità finanziaria, dimostrano che anche fenomeni apparentemente estranei alla politica monetaria quali l’ambiente sono oggetto di attenzione da parte dei banchieri centrali.

Stretta monetaria e fragilità dei Brics
Con l’economia Usa tornata a crescere, la Fed si appresta ad aumentare il costo del denaro. Le ripercussioni saranno diffuse e forse non solo economiche. Il rialzo dei tassi riporterà capitali negli Stati Uniti, sottraendo investimenti alle economie emergenti e svalutando le loro valute rispetto al dollaro. Il rafforzamento della valuta Usa renderà più pesanti e onerosi i debiti denominati in dollari di paesi e multinazionali straniere.

Oltre il 70% del debito pubblico in valuta in Asia e America Latina è in dollari. Tra i paesi più esposti anche Russia, Ucraina, Turchia, Brasile, Sud Africa, già segnati da rallentamenti dell’economia e tensioni politiche. Le conseguenze, anche in termini di stabilità interna e di equilibri internazionali, sono difficili da prevedere.

Il rischio si estende al settore privato. Multinazionali come la russa Gazprom, la cinese Cnooc, le brasiliane Petrobras e Vale, l’indiana Tata hanno oltre il 50% del debito in dollari. La Banca dei regolamenti internazionali stima i debiti in dollari di società non finanziarie di paesi emergenti in 9.000 miliardi (+50% in 5 anni).

Anche se non si può imputare alle Banche Centrali la responsabilità di crisi economiche, instabilità politiche e cambi di regime, la maggiore complessità e interdipendenza delle economie mondiali rende difficile stimare l’impatto e prevedere gli effetti collaterali della politica monetaria.

Le decisioni delle Banche Centrali non sono più frecce scoccate con precisione verso un bersaglio economico definito, ma sempre più spesso potenti colpi di bazooka. Da maneggiare con prudenza!

Marco Magnani è docente di Monetary & Financial Economics alla Luiss e non-resident fellow dello IAI. Come Senior Research Fellow a Harvard Kennedy School ha pubblicato “Sette Anni di Vacche Sobrie” con Utet e “Creating Economic Growth” con Palgrave Mamillan (www.magnanimarco.com. twitter @marcomagnan1).
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martedì 10 novembre 2015

Cesena. Conferenza. 23 ottobre 2015

L’incontro si è svolto  nella sala Vaienti gremitissima incentrato sul concetto di caoslandia. In una visione globale, oggi il mondo si presenta in due parti ben distinte: una serie di Stati, che hanno il potere di decidere che sono in aree di sicurezza, stabili e in piene pace: sono Gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina La Russia, l’India ed il Sud Africa, a cui si deve aggiungere i Brasile ed il resto dei paesi della America Latina meridionale. Il resto è una regione in cui non esiste più lo stato come tale, imperversa la guerra, la violenza, la mancanza di sicurezza, la certezza del diritto; in cui vi sono fenomeni estesi di corruzione, criminalità organizzata, archi di crisi, di conflitti e di tensioni, pirateria, dove le popolazioni cercano in ogni modo di sfuggire, dando origini a fenomeni migratori di larghissime proporzioni. Area che definiamo Caoslandia


Se vediamo che l’Islam presenta cinque colori, ci risulta che abbiamo  l’Islam Nero, l.Islam Arabo, L’Islam Russo-Mongolo, L’Ilam Iraniano Indiano e l’Islam Indonesiamo.

Confrontiamo le due carte vediamo che tutto il mondo islamico è in pieno caos.

La cartina descrive i confini di caoslandia. I maggiori fenomeni si riscontrano in alcune aree che ancora chhiamiano con il vecchio nome di Stati, ma che tali non sono più.

Siria, che ormai come stato si è diviso in almeno quattro nuove entità sottostatuali: quello che rimane dello stato di Assad, arroccato sull’asse Aleppo Damasco, nell’area a maggioranza aluita appoggiato e difeso dalla Russia, che vuole mantenere in attività le sue basi a Tartus e Latakia, , che potremo definire non più Siria, ma “Aluitistan”; la Siria in mano alle forze ribelli al già potere centrale, la cui configurazione è tutta da definire; la Siria Curda, che si allaccia alla area curda  dell’Iraq, con ideali e concreti collegamenti con i curdi in Turchia e in Iran, ovvero quelle componenti del Kurdistan che è nei sogni ed aspirazioni di tutti i Curdi dalla dissoluzione dell’impero Ottomano. Infine la Siria in mano allo Stato Islamico, come da cartina 2, che occupa l’area per lo più desertica della ex Siria, ma che ha l’appoggio delle popolazioni locali che non accettano più l’autorità, da sempre lontana, ne di Damasco ne di Bagdad.

Libia: in mano a tre entità: quella tripolitina, quella cirenaica, e quella del derseto meridionale3, per essere ottimistici, ma che in realtà la frantumazione si è attestata nel sottostato tra le principali tribu e clan .

Israele: l’ennesima intifada porta lo stato ebraico a chiedere quale è la sua prospettiva di sicurezza

Queste le principali aree, poi l L’Ira, l’Afganistan, e tutta l’area subsaariana per finire in Nigeria che è untta in èieno caos. Ed  andando sia a destra, per arrivare nel sud-est asiatico,  e a sinistra oltre atlatico con il mediterraneo caraibico , con la Colombia ed il problema della droga, le Farce cc, completano il quadro.

E l’Italia?

Il nostro paese è al limite: mentre il centro nord è acorato all’area di stabilità, il meridione e sempre più vicino a caoslandia. Per ragioni che sono sotto gli occhi di tutti.

Mentre le Grandi Potenze rimeditano su come gestire questo caso, che può andare bene anche così, perché loro sono al sicuro e gli altri nel caso, l’Italia deve comprendre che le attuali alleanza hanno eprso collante, in primo luogo la Nato, che occorre ricordalo, è nata per difendersi dalla espanzione del comunismo e dell’Unione Sovietica; ora che entrambi on ci sono più, è rimasta in piedi e completamente trasformata. Che fa il nostro paese se l’Lo stato Islamanico attacca la Turchia, paese Nato?
Il rischio concreto di essere risucchiati da caoslandia sono concreti. Secondo analisti strategici[1] da sola non potrà mai farcela. “ma illuderci che “amici ed alleati” vengano spontaneamente in nostro soccorso è assolutamente da escludere. Se vuoi farti aiuta e comincia ad aiutarti  Smettere di partecipare alla disgregazioe degli stati intorno a noi, come fatto dai governi italiani passati, a cominciare dalla Jugoslavia per finire alla Libia. Cercare di collaborare con quei stati europei che mostrano, solo per spirito di conservazione, di coltivare interessi più ampio di quelli che oggi li racchiudono in spazi ristretti, come l’esperienza degli  immigrati ( muri, Marsiglia, Caen sono esempi chiari) . Questa è la speranza che coltiviamo
 Ma sicuramente tutto dipenderà da chi sarà il prossimo presidente statunitense: se vorrà imboccare la strada della strategia dell’ordine e ridurre gli spazi di caoslandia ( è l’entrata in scena della Russia sulla crisi siriana, potrebbe aiutare su questa strada) la speranza di un futuro si può coltivare. Altrimenti i tempi che oggi giudichiamo così negativi, li rimpiangeremo.




[1] Limes, Redazionale, n.6  2015

sabato 7 novembre 2015

La liberazione dei commerci mondiale

Area transatlantica di libero scambio
Ttip e Brexit: meglio pensarli insieme
Adolfo Battaglia
30/10/2015
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Una volta c’era la corsa mondiale alle materie prime. In tempi più moderni c’è la corsa mondiale alla liberalizzazione dei commerci.

Sotto questo punto di vista gli Stati Uniti sembrano in testa. Hanno raggiunto da tempo l’accordo per un mercato integrato con Canada e Messico; concluso di recente il Trattato per la partnership transpacifica con 12 nazioni asiatiche tra cui Giappone e Australia e sollecitato più volte la conclusione della trattativa per il Ttip, Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’iniziativa lanciata da Stati Uniti e Unione europea (Ue), per la creazione di un accordo commerciale preferenziale.

A sua volta, la Cina ha in corso la trattativa con 19 paesi per l’Apec, Asia Pacific Economic Community. Mentre la Russia, avendo perso le nazioni europee, cerca a sua volta di riorganizzare qualcosa dirigendosi verso Oriente.

Europa in ritardo
E l’Europa? Come al solito è in ritardo. Divisa, incerta, esitante, le è difficile andare oltre il raggio degli interessi settoriali. E la mancanza di un disegno di respiro è perfino comprensibile, perché la crisi in cui l’Europa è precipitata da un decennio non ha finora mostrato classi dirigenti in grado di indicarne sbocchi ragionevoli.

Il negoziato euro-americano, così, prosegue stancamente. Impelagato, a quanto sembra, sulla questione della competenza giurisdizionale a decidere sulle controversie; ma più veramente, forse, dalla carenza di sostegno politico che affligge i negoziatori europei. Questo, malgrado i ripetuti inviti del presidente Usa Barack Obama.

Anche in questo caso “il tempo si è fatto breve”. Anzi, se c’era un’occasione per distogliere gli Stati Uniti dall’assegnare priorità ai problemi asiatici, è stata già mancata.

C’è da domandarsi dunque che cosa ancora si aspetti in Europa. Ricompare l’incubo della trattativa in materia di libero scambio tra Europa e Canada che durò sei anni. Ma se è vero che nell’Ue la materia è di competenza esclusiva della Commissione è anche vero che l’accordo euro-atlantico darebbe un forte contributo allo sviluppo economico dei Paesi europei: il che non dovrebbe sfuggire né al Consiglio europeo né ai differenti Consigli dei ministri dell’Ue, in cerca come sono di strumenti d’alimentazione della crescita.

Referendum sulla Brexit
Oltretutto un grande problema economico come questo si congiunge con un fondamentale evento politico: il referendum britannico sull’Europa previsto tra il 2016 e il 2017.

È già in corso il negoziato chiesto dal premier David Cameron per concedere a Londra clausole di favore che lo aiutino a battere l’idea del distacco. E sarà una storia penosa, perché è evidente che la posta è così alta da non poter pensare ad altro che a concedere più di qualcosa alla Gran Bretagna.

Ciò desterà inesorabilmente rumori e disordini nell’assetto già fragile dell’Unione. Né, d'altronde, può trattarsi di clausole così straordinarie da convincere vittoriosamente l’opinione pubblica dell’isola.

Ecco invece che un elemento di natura politica potrebbe, forse, fare meglio di ciò che difficilmente farà un negoziato strascinato. Il mercato euro-atlantico delineato dal Ttip porterebbe l’Europa a una condizione di forte connessione economica, ed inevitabilmente politica, con gli Stati Uniti. E altrettanto inevitabilmente lascerebbe la special partnership tra Gran Bretagna e Stati Uniti alquanto priva di vento nelle vele.

Il futuro della relazione Gran Bretagna-Stati Uniti 
Verrebbe colpita la concezione degli anti-europei britannici secondo la quale, dopo l’abbandono dell’Europa, il Regno Unito avrebbe come alternativa il rafforzamento della tradizionale relazione con l’America.

Sarebbe piuttosto l’Europa ad avere una special relationship con gli Stati Uniti. Se la Gran Bretagna uscisse dall’Ue troverebbe uno spazio occupato da una struttura più forte. E il costo che in ogni caso dovrebbe pagare per l’uscita diverrebbe assai maggiore.

Anche gli scozzesi più stolidi dovrebbero abbandonare questi terreni scivolosi. Esser fuori dall’Europa, isolati nel mondo, ma alle prese con i movimenti e le novità indotti dalla globalizzazione, non sembra una prospettiva che possa aiutare gli anti-europei del Regno Unito.

Può darsi che in una questione così vitale per il futuro del continente un impetuoso spirito politico trascini un’immagine vincente dell’Europa. Sarebbe un fatto nuovo.E un fatto nuovo è anche che la sua leader, la cancelliera Angela Merkel, sembra oggi avere parecchie difficoltà in Germania.

La immaginiamo esprimersi come il Riccardo II shakespeariano: un disegno, un disegno per il mio regno. Sembra in effetti averne bisogno, sia per riaffermare la posizione tedesca sia per portare l’Europa fuori dalla palude. Può riflettersi che sotto questo profilo Renzi potrebbe esserle molto utile.

Adolfo Battaglia, già Sottosegretario agli Esteri e Ministro dell’Industria.
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venerdì 6 novembre 2015

Politica dei Trasporti: le iniziative di Gazprom

Energia
Geopolitica dei gasdotti, i progetti di Gazprom
Marco Siddi
28/10/2015
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Nord Stream 2 e Turkish Stream. Sono questi i gasdotti messi in cantiere da Vladimir Putin per ridurre l’influenza dell’Ucraina sulle sue esportazioni di gas verso l’Unione europea, Ue.

Nel primo caso, si tratta dello sdoppiamento di un gasdotto già esistente, il Nord Stream, che ne espanderebbe la capacità da 55 a 110 miliardi di metri cubi l’anno. Il Turkish Stream invece trasporterebbe 63 miliardi di metri cubi annui dalla costa russa sul Mar Nero alla Turchia occidentale, e da lì si collegherebbe ai mercati europei.

Con la realizzazione dei due gasdotti, la Russia punta a sospendere completamente il transito del proprio gas in territorio ucraino entro il 2019.

Tuttavia, il progetto Nord Stream 2 dovrebbe prima ottenere l’assenso della Commissione Europea, che al momento pare poco propensa a sostenere nuovi progetti infrastrutturali che coinvolgono Gazprom. Bruxelles non vede di buon occhio nemmeno Turkish Stream; i Paesi europei dovrebbero infatti investire ingenti somme nelle infrastrutture necessarie a collegarlo ai mercati europei.

I paletti del Terzo pacchetto energia 
Oltre alle questioni economiche, la legislazione europea costituisce il principale ostacolo ai progetti russi. Secondo le norme del Terzo pacchetto energia (un insieme di direttive e regolamenti adottati dalla Ue nel 2009), la produzione e la trasmissione del gas devono essere gestite da entità separate.

Nel caso specifico di Nord Stream 2, questa regola implica che Gazprom, in quanto proprietaria della produzione del gas, dovrebbe cedere il controllo della rete di trasmissione in territorio Ue.

In alternativa, la compagnia russa dovrebbe ottenere un’esenzione dal Terzo pacchetto energia, come avvenuto per la prima sezione del gasdotto Nord Stream. Considerate le tensioni tra Mosca e Bruxelles, al momento è però poco probabile che la Commissione conceda nuove esenzioni a Gazprom.

D’altra parte, nell’aprile 2014 la compagnia russa ha aperto un contenzioso con la Ue presso l’Organizzazione mondiale del commercio, nel quale sostiene che le regole del Terzo pacchetto energia danneggiano ingiustamente i suoi interessi.

Presunto monopolio di Gazprom
La disputa sul Terzo pacchetto energia si aggiunge a quella, ancora più rilevante, relativa alle presunte politiche monopolistiche di Gazprom nell’Europa centro-orientale.

Nel settembre 2012, la Commissione europea ha aperto un’indagine su una possibile violazione da parte di Gazprom degli articoli 101 e 102 del Trattato sul funzionamento dell’Ue riguardanti la concorrenza e l’abuso di posizioni dominanti nel mercato europeo.

Lo scorso aprile, il Commissario europeo, Margrethe Vestager, ha deciso di portare avanti l’indagine. In particolare, la Commissione accusa Gazprom di aver imposto clausole di destinazione negli accordi di vendita del gas coi Paesi dell’Europa centro-orientale, dove Gazprom ha una posizione dominante.

Vietando la rivendita del gas russo, tali clausole avrebbero permesso alla compagnia di imporre prezzi differenziati sui diversi mercati nazionali.

Sempre secondo la Commissione, le differenze di prezzo non sarebbero spiegate da diversi costi di trasmissione del gas, ma da una strategia di ‘divide et impera’ dei mercati attuata da Gazprom.

Dipendenza europea dal gas russo
Nei prossimi mesi, la compagnia potrebbe raggiungere un accordo con la Commissione, correggendo o eliminando le pratiche contestate. Eviterebbe così che il contenzioso prosegua per vie legali dall’esito potenzialmente negativo (con multe persino di diversi miliardi di euro). Gazprom ha le risorse per adeguare le sue strategie commerciali alle regole della Ue e al contempo continuare a esportare con buoni margini di profitto sul mercato europeo.

D’altra parte, l’Ue non può fare a meno del gas russo, quanto meno per i prossimi 15-20 anni. Per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO₂, la Ue necessita di gas a basso prezzo come fonte alternativa a combustibili fossili più inquinanti (carbone e petrolio in primis).

Allo stesso tempo, i Paesi europei dovrebbero investire le risorse disponibili nelle energie rinnovabili, il cui sviluppo permetterebbe una crescita sostenibile e la riduzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili esteri.

Questo articolo è tratto da un’analisi più ampia delle relazioni tra Ue e Russia nel settore del gas. Lo studio è qui disponibile.

Marco Siddi è ricercatore presso l'Istituto Finlandese di Affari Internazionali (FIIA) a Helsinki.
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giovedì 29 ottobre 2015

Europa: si parla di strategia

Lady Pesc
La riflessione strategica dell'Ue sulla Strategia Globale
Nathalie Tocci
22/10/2015
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Lo scorso giugno, l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vice presidente della Commissione europea, Federica Mogherini, ha posto all’attenzione del Consiglio europeo il rapporto “The EU in a changing global environment. A more connected, contested and complex world”(L’Unione europea in un contesto globale in evoluzione. Un mondo maggiormente connesso, contestato e complesso).

Mogherini lancia la consultazione
Il documento è stato presentato come risposta all’invito rivolto dal Consiglio europeo, nel dicembre 2013, all’Alto Rappresentante, “di determinare l’impatto dei cambiamenti nella situazione globale e a esporre al Consiglio, nel corso del 2015, sfide e opportunità che ne derivano per l’Unione, previa consultazione con gli stati membri”.

Lo scopo di tale valutazione strategica, tuttavia, non significava meramente adempiere un mandato, ma anche preparare il terreno per una Strategia Globale dell’Ue.

Sembra ormai ovvio che i tempi siano (fin troppo) maturi per spingersi oltre la Strategia europea in materia di sicurezza del 2003. La battuta d’inizio della Strategia - “Mai l’Europa è stata così prospera, sicura e libera” - parla da sé.

Mentre la Grecia sprofonda sempre di più nella crisi, i jihadisti seminano morte ai confini e sul suolo europeo, e l’illiberalismo politico lusinga gli europei a entrambi gli estremi dello spettro politico, la battuta di esordio della Strategia collide, purtroppo, con la realtà odierna.

L’obiettivo di preparare il terreno per una nuova strategia è stato raggiunto. Il Consiglio europeo del giugno 2015 ha affermato che “l'Alto rappresentante continuerà lo sviluppo della riflessione strategica, al fine di preparare una strategia globale dell'Ue in materia di politica estera e di sicurezza, in stretta cooperazione con gli Stati membri, da sottoporre al Consiglio europeo entro giugno 2016”.

La valutazione strategica dell’Ue descrive un mondo sempre più connesso, dibattuto e complesso. Voltando pagina, quali sono le implicazioni di tale valutazione strategica per una nuova Strategia Globale dell’Ue?

Strategia Globale europea di partecipazione 
Un mondo più connesso esige una Strategia Globale europea di partecipazione. Alcuni leader europei, specialmente coloro che siedono nelle cancellerie e che sono principalmente ricettivi all’elettorato domestico, potrebbero cadere in preda a tentazioni di chiusura.

Infatti, potrebbero sperare che l’innalzamento di barriere possa scoraggiare terroristi, vicini assertivi, ideologie illiberali e migranti. Tuttavia, la connettività, caratteristica della nostra epoca, suggerisce che le minacce non possano sparire chiudendosi e che le opportunità senza precedenti, che un mondo più connesso offre, possano essere colte solamente attraverso un impegno proattivo oltre i nostri confini.

Un mondo più dibattuto esige una Strategia Globale europea guidata da senso di responsabilità. I tempi in cui l’Occidente poteva dettare i termini degli accordi di pace - sullo stile del conflitto in Bosnia - sono probabilmente superati.

Le ostilità, in particolare quelle ai confini dell’Europa, non solo si sono moltiplicate, ma sono divenute più complesse. Questo fragile contesto globale richiede una strategia che segue un metodo decentralizzato, volto a coltivare il seme della pace a livello locale e regionale.

Deve trattarsi di una strategia in grado di resistere a crisi prolungate; una strategia flessibile e pragmatica; una strategia il cui punto di partenza sia il mondo così com’è e non come desideriamo che sia. Deve trattarsi di una strategia pensata in prospettiva, capace di agire a livello locale e di negoziare a livello regionale.

Alleanze e partenariati
Un mondo più complesso, in cui vecchie e nuove potenze sgomitano per esercitare la propria influenza, implica che una Strategia Globale europea debba fondarsi su solide alleanze. Deve trattarsi di una strategia fondata su partenariati interni all’Unione, con le diverse voci presenti al tavolo dell’Ue in accordo.

In un’era in cui aumentano le sfide, ma scarseggiano i mezzi per fronteggiarle, la coesione interna diviene un primario interesse europeo, oltre che un prerequisito per una politica estera efficace.

Al contempo, il relativo declino dell’Ue in un mondo più complesso evidenzia quanto sia essenziale la costruzione di solidi partenariati a livello bilaterale, regionale e internazionale. La possibilità dell’Unione di realizzare i suoi obiettivi dipende dalla sperimentazione sul campo della solidità delle sue alleanze, siano questi nel vicinato, in Africa, o più distanti ancora.

Una Strategia Globale europea deve fornire un senso di orientamento, nel complesso, in grado di guidare l’azione attraverso acque agitate, per i prossimi cinque anni all’incirca.

Deve essere in grado di avvicinarsi ai desideri e alle esigenze dei cittadini europei, che risentono, come mai prima d’ora, le conseguenze delle decisioni e dinamiche della politica estera. Deve inoltre essere in grado di individuare il valore aggiunto dell’Ue in politica estera e di sicurezza.

Presumibilmente, tale valore aggiunto esiste per questioni ritenute importanti, benché in misura differente, da tutti gli Stati Membri. Questioni sulle quali, gli stati membri, non possono raggiungere da soli gli obiettivi prefissati, sulle quali l’Ue può dare un potenziale contributo e nessun altro assumerà con tutta probabilità la responsabilità di portare a termine il lavoro per noi.

Una rapida ricognizione mentale del planisfero suggerisce che gran parte degli obiettivi della strategia globale europea giace verosimilmente nelle regioni adiacenti, ampiamente distinguibili nel continente euroasiatico e africano. Senz’alcun dubbio, potrebbero però esistere obiettivi specifici in cui il valore aggiunto dell’Ue può esprimersi ancor più lontano.

Un primo passo importante, nel percorso di riflessione strategica dell’Ue, è stato fatto, spianando la strada a un mandato sulla Strategia Globale europea. Quest’ultima rappresenterà un rompicapo sul piano della creazione di consenso interno, assunzione di decisioni difficili e indicazioni non solo su ciò che desideriamo sia fatto, ma anche su come intendiamo farlo.

Il compito imminente è notevole ma Federica Mogherini è determinata a mettercela tutta.

Nathalie Tocci è vicedirettore dello IAI. Traduzione di Maria Elena Sandalli.
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lunedì 19 ottobre 2015

Bielorussia: il vecchio si conferma

Elezioni in Bielorussa 
Lukašėnka confermato, continua il valzer tra Mosca e Ue
Daniele Fattibene
13/10/2015
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Aleksandr Lukašėnka confermato. Con il suo quinto mandato, il presidente bielorusso prosegue la sua leadership incontrastata dal 1994.

Nelle elezioni di domenica, ha ottenuto l’83,45% dei voti, con un’affluenza alle urne pari all’86%, fatta eccezione per Minsk dove il dato si è attestato al 73%.

Lukašėnka ha ancora una volta sbaragliato la concorrenza alla quale sono rimaste solo le briciole.

Tatjana Karatkevič, membro del Partito Social-Democratico Bielorusso - prima donna nella storia candidata alla Presidenza - ha raccolto il 4.42%, Sergej Gaidukevič - leader del Partito Liberal-Democratico già avversario di Lukašėnka nel 2001 e 2006 - ha ottenuto il 3.32%, e infine Nikolaj Ulakovič - a guida del Partito Patriottico Bielorusso - ha chiuso con l’1.67%.

Irregolarità nel voto
Il plebiscito ottenuto da Lukašėnka ha posto nuovamente la questione della regolarità delle procedure di voto. In molti hanno messo in discussione lo strumento del voto anticipato - che è stato massicciamente sponsorizzato dal Governo con una mirata campagna mediatica e che è stato scelto dal 36% del totale dei votanti che faciliterebbe l’emergere di brogli e irregolarità.

Tale sistema ha reso infatti più complicate le attività di monitoraggio da parte degli organismi internazionali. In primo luogo la maggior parte degli osservatori sono arrivati nel Paese solo per l’election day e pertanto non tutti i seggi elettorali sono stati adeguatamente monitorati, anche perché la legislazione bielorussa richiede non più di due membri della commissione elettorale per rendere il voto valido.

Inoltre, esiste una “strana” correlazione tra il numero di persone che partecipano al voto anticipato e il livello di sostengo ottenuto storicamente da Lukašėnka.

Per questo motivo non sono mancate critiche da parte dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce). Nella classica conferenza stampa post-voto si è sottolineato che la strada da fare è ancora lunga e che occorre una riforma complessiva del sistema elettorale per risolvere alcuni problemi endemici, primo fra tutti le procedure di conteggio e tabulazione dei voti.

Altri organismi internazionali come l’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa hanno però anche sottolineato che alcuni passi in avanti sono stati fatti, per esempio la decisione da parte di Minsk di rilasciare alcuni prigionieri politici.

Economia bielorussa 
Nonostante il grande successo elettorale, Lukašėnka non può certo dormire sonni tranquilli. L’economia bielorussa non naviga in buone acque e secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, nei primi otto mesi del 2015 il Pil si è contratto del 3.5% rispetto al 2014,anche a causa della decisione di deprezzare il valore del rublo bielorusso.

L’economia nazionale continua a essere troppo dipendente da Mosca e se la recessione russa non dovesse arrestarsi occorrerà trovare delle alternative economiche valide. Per questo motivo Lukašėnka ha recentemente incontrato la leader del Fondo Monetario Internazionale (Fmi) Christine Lagarde.

Relazioni con Mosca
Le elezioni presidenziali non dovrebbero cambiare di molto la politica estera del Paese nel breve periodo. La Russia continuerà a essere il principale partner politico ed economico di Minsk.

Tuttavia Lukašėnka è consapevole che non ci si può fidare troppo del Cremlino e che il rischio di ingerenza russa è sempre dietro l’angolo. È quindi prevedibile che il pendolo bielorusso continuerà a oscillare tra unione e diffidenza con Mosca.

In tal senso, il leader bielorusso non ha ancora confermato la notizia di dislocare una base aerea russa nel Paese - scelta invisa a Occidente - anche se è stata ribadita la necessità di aerei per le forze armate nazionali.

Lukašėnka tra Russia e Ue
Intanto le relazioni con Unione europea e Stati Uniti sembrano attraversare una fase di “disgelo”. Diversi sono i motivi di soddisfazione per Bruxelles e Washington.

In primo luogo Lukašėnka ha giocato un ruolo chiave nei mesi scorsi nelle trattative del “Quartetto di Normandia” per fermare il conflitto armato in Ucraina.

La neutralità militare e l’attivismo di Minsk per sostenere il processo di peace-building nel Donbass hanno aumentato la sua credibilità a livello internazionale.

In secondo luogo i partner occidentali hanno apprezzato la pronta disponibilità del Governo a discutere di riforme strutturali, così come l’apertura verso gli investimenti diretti esteri.

I “giri di valzer” di Lukašėnka tra Russia e Ue non sembrano irritare più di tanto Bruxelles, come dimostra la decisione di sospendere per quattro mesi le sanzioni contro Minsk.

Pertanto il leader bielorusso potrebbe provare a ricavarsi un ruolo di ponte tra Russia e Ue - come tra l’altro sta già avvenendo dal punto di vista economico con Minsk che ri-esporta in Russia i prodotti agricoli europei aggirando il regime delle sanzioni.

Non sarà facile, anche perché Lukašėnka ha imparato una lezione importante dalla guerra in Ucraina: il Cremlino non si fa troppi scrupoli nei confronti dei piccoli paesi confinanti che si avvicinano troppo a Occidente.

Daniele Fattibene è Assistente alla ricerca presso il Programma Sicurezza e Difesa dello IAI.
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mercoledì 14 ottobre 2015

Tran Pacifi Parnerschip e la Cina

Commercio globale
Tpp, il mal di testa cinese 
Nello del Gatto
11/10/2015
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Frasi di circostanza quelle del governo cinese dopo che ad Atlanta è stato deciso il via libera della Trans Pacific partnership, Tpp, l’accordo di libero scambio fra 12 paesi del Pacifico, trai quali Stati Uniti, Giappone e Australia. Un accordo che interessa il 40% della produzione mondiale, che avrà necessariamente impatto sull’economia dei paesi e quella globale.

Effetto Tpp sulla Cina
L’impatto più grosso lo avrà soprattutto sulla Cina e per due ragioni non necessariamente economiche. La prima è che il paese di mezzo ha sempre cercato di avere un posto predominante nell’area sotto ogni aspetto. Facendo guadagnare posizioni al duopolio Usa-Giappone, il Tpp ribilancia i giochi di forza.

La seconda è che l’accordo arriva prima di quello sponsorizzato da Pechino per integrare le 21 economie dell'Asia-Pacific cooperation (Apec). Secondo alcuni analisti, questo accordo che prende il nome di Ftaap (Free trade area of the Asia-Pacific), potrebbe portare al Pil cinese anche più di un punto.

Anche se il Ministero cinese del Commercio ha cercato di minimizzare la tensione, descrivendo come molto importante l’accordo di Atlanta e spiegando che la Cina ha un atteggiamento di apertura mentale verso la costruzione di “tutti i sistemi che si adattano ai principi dell’Organizzazione mondiale del commercio”, Pechino ha ribadito che spera che il trattato possa inserirsi negli altri accordi di libero scambio già presenti nella regione.

La Cina ha infatti già accordi con alcuni paesi, come l’Australia, siglati proprio per affermare la sua importanza nell’area e si è aperta altre vie commerciali, come la Nuova via della seta.

La mitezza delle dichiarazioni del ministro del commercio cinese non sono però simili a quelle della stampa locale, dove la notizia non viene riportata se non nelle critiche che lo stesso congresso Usa ne fa.

Viaggio di Xi Jinping negli Usa
L’accordo di Atlanta arriva dieci giorni dopo la visita che il presidente cinese Xi Jinping ha fatto negli Usa.

Mediaticamente è stata surclassata dalla concomitante presenza in territorio americano di papa Francesco e di Vladimir Putin. Dopotutto l’incontro tra Obama e Xi è stato più una partita tra due scacchisti che tra due leader politici che intendono stringere rapporti.

Questo perché in diverse situazioni le due superpotenze non hanno fatto un passo indietro né uno in avanti, tanto che il Wsj è arrivato a dire che l’unica cosa che Xi Jinping si portava a casa da Washington era il saluto con i 21 colpi a salve.

Accordi sul clima e la cyber security
Anche i due accordi sbandierati come pietre miliari, sulla riduzione del clima in Cina e sulla sicurezza telematica sono, di fatto, dei piccolissimi passi, soprattutto perché rappresentano degli impegni, ma non si parla di metodi attuativi.

Stesso discorso per gli attacchi informatici. Da qualche anno, Cina e Stati Uniti si scambiano accuse reciproche di guidare attacchi informatici contro strutture governative o aziende.

Pechino, da molto tempo indicato come una delle patrie dei cyber attacchi, si è spesso definito vittima degli stessi, nonostante sia stata provata l’esistenza di strutture governative e paramilitari (una del genere fu scoperta qualche anno fa nel distretto Pudong di Shanghai, l’unità 61398 dell’esercito cinese), impegnate negli attacchi informatici.

D’altro canto, gli Usa, attraverso la Nsa, non hanno dimostrato meno “passione” dei cinesi verso il controllo e il furto, attraverso mezzi informatici, di dati sulla vita e le operazioni di aziende e governi.

Gli stati Uniti d’America e la Cina popolare a Washington hanno sottoscritto un impegno a "non condurre e non sostenere" operazioni informatiche che portino al furto di segreti aziendali. Un passo avanti, ma non certo la stretta sul cyber spionaggio che si chiedeva.

Ne è consapevole anche il presidente americano che ha annunciato controlli sull’attuazione degli impegni. Che ci fossero distanze fra i due è stato chiaro: Obama ha chiarito le posizioni degli Usa sui diritti umani e la competitività economica tra aziende, mentre Xi Jinping ha respinto accuse al mittente parlando di democrazia e diritti come obiettivi comuni nel rispetto delle differenze.

Dopotutto, Washington non è che possa esagerare nel fare la voce grossa. Pechino, non dimentichiamolo, detiene ancora la maggiore fetta del debito americano.

Differenze tra Xi e Obama
Al di là delle strette di mano di circostanza, le differenze e le distanze sono state evidenti sia durante che dopo la visita del segretario del partito comunista cinese negli Usa. Xi Jinpingè stato oggetto di proteste da parte dell’ambasciatrice americana all’Onu, Samantha Power, mentre presiedeva al palazzo di vetro il summit sull'eguaglianza di genere nel ventesimo anniversario della storica conferenza di Pechino sui diritti delle donne.

Non solo: è bastato che Xi Jinping tornasse a casa, che gli Usa hanno annunciato, il 3 ottobre, di essere pronti ad inviare navi militari e aerei nel mar della Cina meridionale per sfidare le rivendicazioni territoriali di Pechino sulle isole artificiali, che Cina sta realizzando come basi anche militari.

Nello del Gatto, dopo aver lavorato come giornalista di nera e giudiziaria nella provincia di Napoli seguendo i più importanti processi di camorra, si è dedicato agli Esteri. Nel 2003 era alla stampa della presidenza italiana del consiglio dell'Ue; poi 6 anni in India come corrispondente per l'Ansa e successivamente a Shanghai con lo stesso ruolo.
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venerdì 9 ottobre 2015

Il ritorno del confronto Usa Russia

Siria e Ucraina
Il resistibile conflitto tra Putin e Obama
Ugo Tramballi
05/10/2015
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La differenza fra Bill Clinton e Barack Obama – insieme 16 anni di potere americano democratico, sia domestico che globale – è la politica. Lo ha detto una volta Leon Panetta che dell’amministrazione Clinton fu il chief of staff, la carica di maggior potere dopo quella del presidente, e con Obama è stato segretario alla Difesa e capo della Cia.

Clinton, diceva Panetta, era venuto dal basso, aveva fatto il governatore di uno stato fra Mid West e Sud, l’Arkansas: amava la politica, si buttava nella mischia, ne governava la brutalità e l’arte del compromesso tutte le volte che occorreva, cioè quasi sempre.

Obama invece è un idealista, un liberal a tutto tondo che in realtà detesta le nuance della politica e le evita ogni volta che può.

Per lui c’è un bene e un male, difficilmente una via di mezzo. Il famoso discorso al mondo arabo dall’università di Al-Azhar del Cairo, per esempio, fu un capolavoro di retorica liberale al quale tuttavia non seguì la consistenza di una politica sul campo: promosse il cambiamento, ma non lo governò.

Esempi ancora più completi di questa idiosincrasia per il fango e la polvere della politica, sono il Medio Oriente e Vladimir Putin: il modo col quale Obama li ha affrontati, soprattutto il modo col quale ha tentato di evitarli.

Forse Vladimir Vladimirovich non avrebbe rischiato così tanto prima in Ucraina e poi in Siria, non avrebbe tentato di riaffermare così rapidamente l’ambizione imperiale russa, se i tentennamenti e il disimpegno di Obama non gli avessero così repentinamente aperto una prateria geopolitica.

Putin detta l’agenda della crisi ucraina
L’Ucraina e la Siria hanno molte similitudini nel comportamento dell’amministrazione Usa e in quello di Putin. La prima non era una priorità per gli Stati Uniti che non avevano la necessità né l’urgenza di aggiungerla alla Nato: non fosse stato così, non avrebbero lasciato a Germania e Francia la rappresentanza occidentale al vertice di Minsk.

Non era una priorità nemmeno per l’Unione europea, Ue, ad eccezione di polacchi e repubbliche baltiche. Quando sono iniziate le manifestazioni popolari in piazza Maidan, Obama non aveva una politica, a parte la reazione naturale a ogni governo occidentale di sostenere tutte le rivolte democratiche: era accaduto anche in piazza Tahrir, al Cairo.

Per Putin invece l’Ucraina era la priorità. Dal tipo di governo al potere a Kiev dipendeva quanto lontano sarebbe stata la Nato dalle frontiere occidentali russe; quanto vicino o lontano si sarebbe dispiegato il sistema missilistico anti-missile statunitense; quale postura avrebbe dovuto avere la strategia difensiva russa.

Per questo è sempre stato Putin a definire agenda e azioni in Ucraina. Stati Uniti e Ue hanno sempre solo reagito alle sue mosse. E se non fossero state così spregiudicatamente militari, la reazione occidentale sarebbe stata molto più cauta.

Siria, il fallimento di Obama
Così in Siria. C’è qualcosa che a Washington non ha funzionato se Obama arma e finanzia da anni l’esercito iracheno senza che questo sia forte abbastanza per tenere testa all’autoproclamatosi “stato islamico”; rifiuta di dare ai ribelli siriani le armi più potenti per impedire che cadano nelle mani del califfato, così facendo impedendo loro di vincere; tratta con gli iraniani sul nucleare, rischiando molto con i repubblicani in Campidoglio e Benjamin Netanyahu a Gerusalemme.

Poi è Putin a firmare un’alleanza armata con l’Iraq, l’Iran e il regime siriano per combattere lo “stato islamico”. La politica è arte del compromesso e ideali, ma anche temerarietà.

Farne sfoggio per Putin è più facile che per Obama. Il primo non ha un’opinione pubblica alla quale rispondere e il voto favorevole della compiacente Duma è solo un atto formale e scontato.

Obama deve rispondere a una società civile, una stampa e a un Congresso veri: camera dei rappresentanti e senato, entrambi a maggioranza repubblicana, poi, sono così ostili al presidente da votare contro a priori. Esattamente come la Duma, che invece vota sì, senza nemmeno chiedersi cosa si stia decidendo.

Usa e Russia, verso un nuovo bipolarismo 
Come il mondo prima del crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni internazionali stanno tornando verso un bipolarismo fra due sistemi diversi. Anche se ora il capitalismo è comune a entrambi e potrebbe aggiungersi alla deterrenza nucleare (l’equilibrio del terrore, quello non cambia mai) per convivere e a volte collaborare meglio di prima. E come prima ci saranno alti e bassi, disgeli e nuove gelate.

A meno che Putin non si faccia prendere da una mania di grandezza più grande di quella mostrata fino ad ora, Stati Uniti e Russia cercheranno un modo per combattere insieme lo “stato islamico” e avviare prima o poi il negoziato per una nuova Siria, molto probabilmente senza Bashar Assad.

Ma una volta di più, come nel vecchio mondo della Guerra fredda, non è una Siria senza risorse energetiche il nocciolo del problema. Sarà l’Ucraina, cioè l’Europa il vero terreno di confronto o di collaborazione.

Ugo Tramballi è giornalista e inviato de Il Sole 24 Ore.
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martedì 29 settembre 2015

Una sfida all'Islam fondamentalista?

Essere consapevoli dei rischi
Anno Santo e terrorismo
Giuseppe Cucchi
28/09/2015
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L'Anno Santo dedicato alla Misericordia indetto dal Sommo Pontefice può suonare anche come una sorta di sfida in direzione di un Islam fondamentalista che proprio della misericordia sembra avere perso la concezione oltre che il ricordo.

Sia pure con i soliti ritardi che caratterizzano ogni impresa italiana e che ci lasceranno con il cuore in gola sino all'ultimo momento - ce la faremo o non ce la faremo a presentarci a chi affluirà nella nostra condizione migliore? -, l'Italia e Roma si stanno preparando ad accogliere milioni di pellegrini.

Sullo sfondo di una collettiva opera di preparazione e di un clima di intensa aspettativa che coinvolgono, oltre a tutti i fedeli, anche tantissime categorie professionali, si avverte però un senso di allarme che diviene più forte man mano che la data di inizio dell'Anno Santo si avvicina.

Una minaccia ben presente
La paura è che il terrorismo possa approfittare di questa occasione per compiere uno o più attentati di grande valore simbolico, di straordinario impatto psicologico e di enorme risonanza mediatica, colpendo nel medesimo tempo lo spirito dell'Anno Santo, la Chiesa Cattolica e lo Stato Italiano. È una possibilità di cui sono ben consci tanto il Governo quanto l’Intelligence e le forze dell'ordine, nonché ovviamente la Chiesa ed il Sommo Pontefice.

Non c'è quindi da meravigliarsi di come siano già iniziate, e tendano ad intensificarsi con il passare del tempo, le azioni tendenti a rassicurare una opinione pubblica che si chiede se avremo o meno la capacità di individuare per tempo e neutralizzare con efficacia tutti gli attacchi che potrebbero (o potranno?) essere compiuti.

Parimenti, dal punto di vista pratico, si intensifica la preparazione di intelligence e forze dell'ordine che mirano a sviluppare prima dell'inizio dell'Anno Santo una rete a maglie tanto strette da non lasciar filtrare alcuno dei possibili attentatori. In parallelo, con una azione che procede forse con una disinvoltura che in tempi diversi sarebbe risultata discutibile, ci si libera degli elementi indesiderabili considerati potenzialmente pericolosi, rispedendoli al Paese di origine.

Sarà sufficiente tutto questo a garantirci quel livello di sicurezza pressoché totale che è nelle aspirazioni di tutti? Purtroppo la risposta non può che essere negativa. Per quanto faccia, per quanto si predisponga, per quanto si pianifichi, per quanto si crescano a dismisura il numero e l'efficacia degli uomini e mezzi impiegati, il rischio permarrà sempre e si tratterà di un rischio molto forte.

Analizziamo con calma il perché di questa pessimistica affermazione, anche per decidere poi su tale base quale possa essere il modo migliore per fronteggiare, se del caso, l'emergenza.

Avversari sfuggenti e opportunisti
È chiaro come per compiere un attentato occorrano sostanzialmente tre elementi , vale a dire un obiettivo da colpire, uno o più terroristi che si incarichino dell'atto e infine i mezzi per condurlo a buon fine.

Per quanto riguarda il primo di questi tre fattori la vera difficoltà per un commando del sedicente Stato islamico in una società vulnerabile come la nostra consisterebbe soltanto nella scelta tra possibili obiettivi troppo numerosi.

Già in passato, in occasione di attacchi in altre parti del mondo, la fantasia della nostra stampa si è sbizzarrita nell'individuare eventuali bersagli. Si è parlato così di bacini dell'acquedotto da avvelenare con il ricino od altri prodotti velenosi, di aerei dirottati da lanciare contro bersagli significativi, di aggressivi chimici da attivare in metropolitana, di cyber-attacchi che sconvolgano il traffico ferroviario, di attentatori suicidi che si facciano esplodere allo stadio. In una lunga elencazione che, per quanto si faccia, non riuscirà mai ad essere esaustiva.

Appare quindi vana la speranza che le forze dell'ordine riescano a garantire a tutti i potenziali obiettivi un livello di protezione totale e permanente. Si limiteranno invece a sorvegliare in permanenza soltanto quelli considerati più a rischio, perché maggiormente significativi, limitando a controlli saltuari, di periodicità irregolare la cura degli altri.

Quanto agli elementi da infiltrare sul nostro territorio, le difficoltà per la centrale terroristica risulterebbero veramente minime, specie nelle circostanze internazionali che stiamo vivendo. Da un lato infatti ci sono i migranti dal sud che, ondata dopo ondata, hanno finito col saturare non soltanto i sistemi di controllo italiani ma anche quelli di Paesi di norma molto meglio organizzati di noi. Si tratta di una condizione di cui tanto l'Is quanto altri movimenti del genere possono avere già approfittato per infiltrare elementi indesiderabili.

L'altra grande strada potrebbe essere quella degli "overstayers", cioè di coloro che entrati con un regolare visto turistico non ripartono più alla sua scadenza. Per assurdo l'Anno Santo potrebbe addirittura accrescere il rischio che tale eventualità si verifichi. Una richiesta di pellegrinaggio a Roma, un visto che lo Stato italiano non può rifiutare - e che magari viene apposto su un passaporto falso concesso da qualche stato compiacente - e per il terrorista il gioco è fatto.

E infine, se pure ci fossero reali difficoltà ad introdurre terroristi nel nostro Paese, i luttuosi episodi della stazione di Madrid, della Metropolitana di Londra, di Charlie Hebdo a Parigi, dimostrano chiaramente quante poche difficoltà abbia l'estremismo di un certo tipo a reclutare localmente.

Da ultimo, i mezzi da usare, su cui non ci si dilunga considerato quanto essi possano essere svariati, spaziando dal computer all'aggressivo chimico, dai composti per l'agricoltura utilizzati per fare esplosivi ai piccoli aerei o droni telecomandati.

Si ritiene però opportuno ricordare come in tempi relativamente recenti l'intera area adriatica sia stata interessata per circa un decennio da una guerra che la ha letteralmente inondata con una impressionante massa di armi e come in tempi più recenti la caduta del Colonnello Gheddafi abbia lasciato senza responsabili controllori un arsenale estremamente sofisticato ed aggiornato i cui pezzi più pregiati sono da tempo in vendita ai migliori offerenti.

È necessario coinvolgere tutti
In simili condizioni la sicurezza totale, pur restando un obiettivo da perseguire con ogni possibile sforzo, non può essere garantita. Bisogna essere consapevoli che rimarrà sempre un forte rischio residuale. Che fare allora per affrontare nel migliore dei modi una simile situazione?

Il primo passo è indubbiamente quello di creare una matura e partecipata consapevolezza collettiva, smettendola di alimentare illusioni di possibile invulnerabilità ed informando invece con chiarezza dei rischi reali, magari con gradualità, per non creare panico, l'opinione pubblica.

Il secondo consiste nello spiegare che la sicurezza collettiva è un obiettivo cui tutti debbono per la loro parte contribuire, senza lasciarne la cura soltanto a intelligence e forze dell'ordine. Il caso dei passeggeri intervenuti con successo a sventare un attentato sul Tgv francese è esemplare!

In terzo luogo bisogna prepararsi ad affrontare con forza e senza panico eventuali situazioni di tensione o addirittura di caos. Dopo l'attentato alla metropolitana di Londra, i soccorsi furono molto facilitati dal comportamento ordinato della folla presente nell'area.

Infine occorre ricordarsi in ogni momento come il modo migliore di reagire all'estremismo armato sia quello di dimostrare ai terroristi come per quanto essi facciano non riusciranno mai ad indurci a cambiare i nostri valori, le nostre regole, il nostro modo di vita. Quindi "business as usual"! Lo abbiamo fatto con le Brigate Rosse e le abbiamo sconfitte. Perché non dovremmo avere la stessa forza con le frange terroristiche dell'estremismo islamico?

Giuseppe Cucchi, Generale, è stato Rappresentante militare permanente presso la Nato e l’Ue e Consigliere militare del Presidente del Consiglio dei Ministri.
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mercoledì 23 settembre 2015

Da un dato positivo ad un dato inquietante: la produzione Wolkswagen

INQUINAMENTO:  LA WOLKSVAGEN LEADER MONDIALE NELLA VENDITA DELLE AUTO. 
Lo scorso 30 luglio è stato comunicato che la Wolkwagen con una vendita pari a 5, 04 milioni di auto vendute aveva battuto per la prima volta la Toyota che ne aveva vendute 5, 02 milioni. . La Wolkswagen ipotizzava di anticipar di tre anni il target, fissato per il 2018di diventare il leader mondiale delle quattro ruote. Con l’incognita del mercato cinese, sempre più incerto. La General Motors che non ha ancora comunicato i suoi dati, prevede che resterà al di sotto dei 5 milioni di auto vendute. 
La notizia del 21 settembre 2015 che oltre 11 milioni di veicoli Wolkswagen  sono con dati antinquinamento truccati.
Questo compromette tutto e apre scenari inquietanti su tutto il settore automobilistico, con ripercussioni sulla economia tedesca ed anche europea con vantaggi evidenti per la concorrente giapponese ed americana, anche in vista della conferenza sul clima che si terrà a Parigini a fine anno



Massimo Coltrinari

giovedì 17 settembre 2015

SEMPRE MENO ACQUA NEL MONDO


In un rapporto della agenzia statunitense NASA, basato su uno studio decennale, il livello di oltre la metà delle maggiori falde acquifere mondiali sta scendendo ben oltre i limiti di guardia. Le falde acquifere prese in esame forniscono il 35% di acqua usato dalla popolazione mondiale. A fronte di ciò la domanda di acqua è in aumento a causa delle siccità.

Gli scienziati della Nasa sottolineano che osservando le immagini satellitari ben venti delle 35 falde acquifere osservate in utti i continenti, hanno oltrepassato il punto critico di sostenibilità, cioè il momento dal quale si preleva più acqua di quanta non torni ad alimentarla

Di fonte ONU la notizia, a margine della giornat modiale per la lotta alla desertificazione ed alla siccità, che cambiamenti climatici e uso non sostenibile del suolo, contribuiscono al declino delle risorse idriche, e come prima conseguenza, si perdono ogni anno dodici milioni di etteri di suolo agricolo

Massimo Coltrinari

lunedì 7 settembre 2015

Immigrazione: un inizio di inversione di tendenza

L'Ue e la crisi
Immigrazione: il merito di Angela Merkel
Fulvio Attinà
01/09/2015
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Sono trascorsi quasi due anni dalla decisione del governo Letta di lanciare Mare Nostrum: per salvare naufraghi, anche se migranti illegali, in ottemperanza a principi umanitari e norme di diritto internazionale - obiettivo, nonostante la perdita di vite umane, riuscito -; e per colpire il traffico di esseri umani - obiettivo quasi fallito, per il quale è necessaria la cooperazione giudiziaria multilaterale.

Il governo italiano ha agito in totale dissenso dai governi – incluso quello tedesco - e dalle istituzioni Ue che negavano la doppia natura del flusso di persone nel Mediterraneo: umanitaria, trattandosi di fuga da guerre, persecuzioni e povertà, e migratoria, trattandosi di persone in cerca di lavoro, ma senza il permesso di ingresso.

Il 26 agosto scorso, davanti ai massicci arrivi attraverso i Balcani e non più solo il Mediterraneo, né per colpa di Mare Nostrum, la cancelliera Angela Merkel ha sospeso l’applicazione della convenzione di Dublino nel suo Paese concedendo asilo ai profughi siriani e ha definito il problema migratorio il problema più grosso dell’Europa. Finalmente!

Le posizioni europee
Siamo, però, lontani da un’inversione di rotta. Nel 2013, all’inizio di Mare Nostrum, l’Ue e i suoi governi sostenevano che per diritto internazionale e dell’Unione (a) la sorveglianza dei confini è responsabilità del singolo Stato, eventualmente coadiuvato da agenzie Ue; (b) il soccorso e salvataggio in mare è responsabilità dello Stato costiero; (c) il controllo degli stranieri all’interno di uno Stato è responsabilità del suo governo.

Offrivano, comunque, il supporto dell’Unione sui primi due punti, se era soddisfatto il terzo, in linea con le posizioni tradizionali che consistevano nel negare la necessità di misure eccezionali, lasciare agli Stati la responsabilità del controllo degli ingressi e firmare accordi con Paesi di origine dei flussi offrendo aiuti economici in cambio delle riammissioni operate da Frontex.

Nell’ottobre 2014, le cose sono cambiate ma non molto. Riconosciuto il dovere umanitario di salvare i naufraghi anche se migranti illegali, e riconosciuti i costi sopportati dall’Italia nell’opera di soccorso umanitario che gli altri avevano rifiutato, l’operazione europea Triton ha sostituito (ma non proprio!) Mare Nostrum.

La Commissione europea, inoltre, ha proposto il sistema delle quote per dare all’Unione la responsabilità di sistemare un buon numero di aventi diritto all’asilo, ma fino ad oggi la proposta è stata sabotata dai governi.

Tendenze globali e fattori di spinta
Nella narrativa dominante, l’afflusso di migranti è un evento occasionale da fronteggiare con le consuete misure di controllo dei confini e dell’immigrazione.

Il fenomeno, però, è mondiale. Golfo Persico, Oceano Pacifico, America sono sotto l’impatto di fattori di spinta riconducibili alle tendenze globali di quattro settori sociali.

Nel settore economico le regole del mercato causano e causeranno a lungo disoccupazione nel Global South, mentre le economie avanzate, seppure battute da crisi, conservano prosperità e welfare.

Nel settore tecnologico, i mezzi di trasporto e soprattutto i nuovi mezzi di comunicazione gonfiano il movimento delle persone e disseminano informazioni sulle rotte verso i Paesi nei quali esistono opportunità di lavoro e welfare.

Trasporti veloci e comunicazioni elettroniche sono ancora più importanti perché riducono i costi umani del distacco dal Paese d’origine dando ai migranti l’opportunità di conservare la propria identità culturale nei paesi stranieri ed essere agenti di transnazionalismo veicolando nei due sensi pratiche e costumi.

Nel settore delle relazioni sociali, l’afflusso di persone di altre culture apre la sfida del multiculturalismo, ostacolato dai Paesi che rifiutano di trasformarsi in società multiculturali.

Cambiamenti rilevanti sono causati anche dalla crescita demografica in Africa, Centro e Sud America e Asia sud-occidentale e dalla flessione demografica in Europa, Australia e Nord America.

Nel settore della politica, infine, l’ideologia e la pratica dei diritti umani sostengono l'aspettativa di condizioni di vita dignitosa e lavoro in Paesi diversi da quello di nascita supportati concretamente dai programmi delle Nazioni Unte e delle organizzazioni non-governative.

Alle tendenze globali si aggiungono fattori locali di spinta. L’assenza di Stato in larghe aree dell’Africa causa povertà, corruzione, persecuzioni, violenza, inquinamento, insicurezza e spinge larghe masse a lasciare il proprio Paese. In Africa e in altre aree, guerre interne e internazionali crudeli e prolungate sono un altro incentivo a emigrare.

Gli accordi europei
In questo scenario, gli accordi all’interno dell’Ue lasciano dubbiosi. Il blocco dell’immigrazione illegale e le riammissioni trascurano i fattori di spinta che richiedono nuove regole sull’attraversamento dei confini e il trattamento dello straniero.

Gli accordi di riammissione sono piuttosto inutili perché i Paesi d’origine hanno difficoltà ad attuare il capacity-building del controllo dei confini che l’Ue propone, e molti riammessi emigrano nuovamente sotto l’effetto dei fattori di spinta.

Esternalizzare l’accoglienza aiutando Paesi delle aree di crisi a gestire campi profughi è molto discutibile perché i campi sono già sovrappopolati e al di sotto degli standard umanitari. Estendere la cooperazione allo sviluppo è cosa buona ma non risolve i problemi di oggi.

Ben venga, infine, l’ipotesi di rivedere il regime europeo di concessione dell’asilo che viola i diritti dei richiedenti oltre che i desideri di molti di loro e di alcuni governi europei. Insomma, riconosciuta la superiore qualità del problema migratorio, sono necessarie misure in linea con le tendenze globali e i fattori di spinta.

In cerca di risposte
Cosa può fare l’Europa? Se ammette di non avere le capacità di agire sui fattori di spinta, può almeno aggiornare le misure esistenti sui confini e sull’immigrazione adeguandole alle condizioni prodotte dalle tendenze globali.

Poiché violenza e povertà sono alle radici dei flussi migratori, domandiamoci se questa Ue è capace di smorzare guerre e conflitti con azioni diplomatiche e militari efficaci e di porre fine alla disoccupazione nei Paesi poveri.

Poiché il mondo intero deve fare i conti con le tendenze globali, dobbiamo pensare anche a una riorganizzazione degli Stati per risolvere problemi come mobilità umana, crescita demografica e disoccupazione che passano sopra i confini di ognuno di essi.

Fulvio Attinà, professore di Scienza Politica nell’Università di Catania, attualmente dirige progetti H2020 e d’Ateneo sul problema migratorio.
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sabato 5 settembre 2015

Un progetto IAI - EDISON

Energy Union Watch

Lo IAI, in collaborazione con Edison, lancia il progetto Energy Union Watch,
con una pubblicazione trimestrale per analizzare e stimolare il dibattito
sulle grandi priorità della Commissione europea

L’Energy Union, una delle più importanti e ambiziose iniziative lanciate dalla Commissione Juncker, definisce le dimensioni prioritarie per la politica energetica europea, identificando quindici punti d’azione e oltre quaranta iniziative per raggiungere l’obiettivo di assicurare ai cittadini e alle aziende europee un’energia più sicura, sostenibile e competitiva.
Le decisioni e le azioni intraprese nell’ambito dell’Energy Union contribuiranno in modo significativo a determinare il ruolo dell’Unione europea in ambito energetico e l’impatto dell’azione di Bruxelles sulla sovranità dei singoli stati membri in materia e sull’attività delle società operanti nel settore energetico, nonché sulla competitività economica dell’Europa e sul benessere dei suoi cittadini.
Il progetto dello IAI Energy Union Watch offre un monitoraggio costante delle attività delle istituzioni europee, in particolare della Commissione, ma anche del Consiglio e del Parlamento europeo sul tema dell’Energy Union. Viene inoltre seguito il dibattito tra i diversi stakeholders, sia a livello nazionale che in ambito europeo, sull’evoluzione istituzionale dell’Energy Union e sulle priorità d’azione. Infine, attraverso analisi, commenti e policy recommendations, il progetto mira a contribuire alla sensibilizzazione degli attori istituzionali e dei principali stakeholders sul tema dell’Energy Union, anche alla luce delle prospettive e degli interessi nazionali in gioco, ponendo grande enfasi sui progetti strategici, con un’attenzione particolare al Mediterraneo e al ruolo dei nuovi sviluppi nel Mediterraneo dell’Est nonché dei produttori storici.
Il progetto – che coinvolge i principali think tanks europei che si occupano del tema dell’Energy Union - include la pubblicazione di un documento trimestrale in lingua inglese che, a partire da oggi, viene distribuito anche ai maggiori interlocutori istituzionali europei, nonché l’organizzazione di eventi pubblici miranti a favorire la riflessione sui contenuti tratti dal Watch di particolare importanza per il dibattito nazionale ed europeo.

mercoledì 2 settembre 2015