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giovedì 4 settembre 2014

Geopolitica del Cibo. La questione della Sicurezza alimetare

30/06/2014 Simona Bottoni Geoeconomia 0 commentI
Il problema della sicurezza alimentare nel nuovo paradigma geopolitico multipolare
Viene qui riportata la relazione della Dott.ssa Simona Bottoni, ricercatrice dell’IsAG, presentata in occasione della conferenza “Geopolitica del cibo. La questione della sicurezza alimentare“, tenutasi a Roma, presso la Sala delle Colonne (Camera dei Deputati) di Palazzo Marini il 16 maggio 2014.

La definizione di sicurezza alimentare comunemente accettata a livello internazionale è quella elaborata nel World Food Summit del 1996, e cioè una situazione in cui: “tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti, che garantiscano le loro necessità e preferenze alimentari, per condurre una vita attiva e sana”. Lo sradicamento della malnutrizione è uno degli obiettivi basilari della politica di Sicurezza Alimentare e Nutrizionale nel mondo. Il principale obiettivo di sviluppo fissato a livello internazionale per il nuovo millennio è l’eliminazione della povertà. In passato gli interventi di sicurezza alimentare erano tra gli ultimi punti dell’agenda politica internazionale e la problematica era affrontata quasi esclusivamente nelle situazioni di emergenza, mentre oggi le politiche per la sicurezza alimentare siano diventate un elemento fondamentale delle strategie di sviluppo delle aree arretrate.
Nel 1996 il World Food Summit si è posto l’obiettivo ambizioso di dimezzare il numero dei sottonutriti al 2015, riducendolo – se così si vuol dire – a circa 400 milioni di persone sottonutrite (essendo stimato in oltre 840 milioni il numero di quelle che risultano esserlo nel 2013).
Secondo le proiezioni della Fao i progressi compiuti verso la riduzione della fame sono troppo lenti per raggiungere la soglia fissata dal World Food Summit del ‘96. Se le attuali tendenze non si modificheranno, nei Paesi in via di sviluppo avremo 170 milioni in più di persone sottonutrite rispetto all’obiettivo stabilito dal Summit e i divari saranno particolarmente severi in termini assoluti per l’Africa Sub-Sahariana e il Sud Asia. Per il futuro abbiamo sicuramente una certezza: nonostante i progressi compiuti verso l’eliminazione della fame, nessuno degli obiettivi posti dalla comunità internazionale sarà sicuramente raggiunto.
Negli ultimi decenni si è verificata un’inversione di tendenza nella formulazione originaria dell’economia globale: prima avevamo un basso costo del cibo ed una sostanziale autonomia alimentare dei maggiori Paesi del Terzo Mondo (arabi e dell’Africa sub Sahariana).
Oggi, per la prima volta dopo la fine del mondo bipolare, le aree periferiche si trovano inserite, in posizioni di debolezza, in un mercato del cibo globale che va verso un’industrializzazione che non è quella del sistema di fabbrica.
Oggi tutto cambia: c’è la globalizzazione, l’aumento demografico, la penetrazione dei mercati mondiali nell’agrifood africano ed asiatico, l’aumento dei prezzi dei prodotti non alimentari.
I nuovi equilibri sono semplici:
- L’espansione dei mercati interni a prezzi elevati – da un lato;
- Lo stretto collegamento del costo del cibo prodotto nel Terzo Mondo con quello degli idrocarburi, che servono sia come fertilizzanti che per gestire le coltivazioni ed i trasporti – dall’altro.
Quindi:
- più aumenta la bolletta energetica del Terzo Mondo, più diminuisce la disponibilità di cibo da acquistare sull’open market globale;
- più aumentano la popolazione locale e l’asimmetria con cui è distribuita tra città e campagne, più diminuisce la produttività dei suoli ed aumenta la schiavitù degli usi e consumi di tipo occidentale da parte dei nuovi poveri nelle periferie del mondo, coi relativi costi.
In termini strettamente quantitativi, c’è cibo a sufficienza per sfamare l’intera popolazione mondiale che attualmente è di oltre 7 miliardi di persone. E’ corretto, dunque, chiedersi perché nel mondo – nel 2013 – 842 milioni di persone – circa il 15% dell’intera popolazione del pianeta – soffrono la fame; perché 1 persona su 8 è affamata; perché nei PVS 1 bambino su 6 è sottopeso. Oggi si calcola che, nel mondo, muoiano ogni anno 40 milioni di persone per cause legate alla fame o alla malnutrizione e sottonutrizione. Eppure il Diritto all’alimentazione è uno dei principii sanciti nella “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo” del 1948.
Insomma è giusto chiedersi perché esiste la fame.
Le cause sono diverse, tutte importanti allo stesso modo, e su ciascuna di esse dovrebbe essere operato un correttivo ai competenti livelli della gestione politica dei vari sistema-paese e globali.
Una delle cause della persistenza della fame è senz’altro l’aumento dei disastri naturali, come le inondazioni, le tempeste tropicali e i lunghi periodi di siccità, con terribili conseguenze per la sicurezza alimentare nei paesi poveri e in via di sviluppo. I cambiamenti climatici causati dalle emissioni nocive (gas serra) e dai cambi di uso del suolo hanno provocato il riscaldamento degli oceani, la fusione dei ghiacci e la riduzione della copertura nevosa, l’innalzamento del livello medio globale marino e modificato alcuni estremi climatici, favorendo l’aumento della temperatura media del globo (+1-2,3%) che causa siccità . Secondo l’IPCC “Le emissioni di gas serra che continuano a crescere provocheranno ulteriore riscaldamento nel sistema climatico. Il riscaldamento causerà cambiamenti nella temperatura dell’aria, degli oceani, nel ciclo dell’acqua, nel livello dei mari, nella criosfera, in alcuni eventi estremi e nella acidificazione oceanica. Molti di questi cambiamenti persisteranno per secoli”. L’estensione dei ghiacci continuerà ad assottigliarsi, tanto che probabilmente sarà possibile una fusione totale dei ghiacciai artici già entro il 2050. La siccità è oggigiorno la causa più comune della mancanza di cibo nel mondo. Nel 2006, siccità ricorrenti hanno causato il fallimento dei raccolti e la perdita di ingenti quantità di bestiame in Etiopia, Somalia e Kenia. In molti paesi, il cambiamento climatico sta inasprendo le già sfavorevoli condizioni naturali: gli agricoltori poveri in Etiopia o Guatemala, in assenza di piogge, tendono generalmente a vendere il bestiame per coprire le perdite ed acquistare cibo. Ma anni consecutivi di siccità, sempre più frequenti nel Corno d’Africa e nel Centro America, stanno mettendo a dura prova le loro risorse.
Altra causa della persistenza della fame nel mondo sono certamente i Conflitti. Dal 1992 la percentuale delle crisi alimentari causate dall’uomo, di breve o lunga durata, è passata dal 15 al 35% e molto spesso sono i conflitti ad esserne la causa scatenante.
Dall’Asia all’Africa all’America Latina, i conflitti costringono milioni di persone ad abbandonare le proprie case, causando emergenze alimentari globali. I dati della FAO indicano che i disastri indotti dall’uomo rappresentavano non più del 10% delle emergenze totali a metà degli anni ‘80, mentre hanno superato il 50% all’inizio del nuovo millennio. Sempre la FAO stima che tra il 1970 e il 1997 le perdite medie annue nella produzione agricola causate dalla guerra (senza considerare le perdite nella dotazione di capitale e altri costi indiretti) siano state pari a 4,3 miliardi di USD, registrando poi un trend crescente. Lo stesso ammontare di risorse finanziarie sarebbe stato sufficiente ad assicurare adeguata nutrizione a 330 milioni di persone povere malnutrite e si sarebbero risparmiate molte risorse finanziarie destinate agli aiuti alimentari d’emergenza.
Solo 3 dei 56 principali conflitti armati registrati tra il 1990 e il 2000 sono stati di tipo inter-statuale, in tutti gli altri casi si è trattato di conflitti interni, anche se in ben 14 casi sono state assoldate forze militari straniere da una o più parti in conflitto. Africa ed Asia sono i continenti maggiormente interessati sia dai nuovi conflitti che dall’insicurezza alimentare. La pace e lo sviluppo e la lotta alla povertà e alla fame si rafforzano reciprocamente: la costruzione di un mondo di pace si lega indissolubilmente ad un mondo libero dalla fame.
Il recente passato ha sperimentato molto frequentemente tragedie alimentari che si sono intrecciate al venir meno di condizioni di pace e di sicurezza. Dal 2004, oltre 1 milione di persone ha dovuto abbandonare le proprie abitazioni a causa del conflitto nel Darfur (regione del Sudan), provocando una grave crisi alimentare, in un territorio dove solitamente non mancavano piogge e buoni raccolti. In periodo di guerra il cibo diventa un’arma: i soldati inducono alla fame i nemici rubando o distruggendo loro cibo e bestiame e colpendo sistematicamente i mercati locali. I campi vengono minati ed i pozzi contaminati per costringere i contadini ad abbandonare la propria terra. E’ un dato di fatto che dove c’è una guerra in corso la percentuale di persone che soffrono la fame aumenta; mentre la malnutrizione diminuisce nelle zone più pacifiche.
Ulteriore causa della fame nel mondo è la povertà. Nei paesi in via di sviluppo gli agricoltori spesso non possono permettersi l’acquisto di sementi sufficienti a produrre un raccolto che soddisferebbe i bisogni alimentari delle proprie famiglie. Agli artigiani mancano i mezzi per acquistare il materiale necessario a sviluppare le proprie attività. Gli indigenti non hanno abbastanza denaro per comprare o produrre il cibo necessario al sostentamento delle proprie famiglie. Essi diventano, quindi, troppo deboli per produrre il necessario per procurarsi più cibo. I poveri sono affamati ed è la stessa fame ad intrappolarli nella povertà, che diventa un circolo vizioso.
C’è, poi, il problema delle infrastrutture agricole: nel lungo periodo, il miglioramento delle tecniche agricole rappresenta una delle soluzioni alla povertà ed alla fame. Secondo il Rapporto “Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo”, pubblicato dalla FAO nel 2013, tutti i paesi che sono sulla buona strada per raggiungere il primo Obiettivo di Sviluppo del Millennio condividono una crescita agricola migliore della media. Tuttavia, ancora troppi paesi in via di sviluppo non hanno infrastrutture adeguate a sostenere l’agricoltura, come strade, depositi e canali d’irrigazione. Di conseguenza, i costi dei trasporti sono alti, mancano le strutture per l’immagazzinamento, e le risorse idriche sono inaffidabili. Tutto ciò limita lo sviluppo agricolo e l’accesso al cibo. Inoltre, anche se la maggioranza dei paesi in via di sviluppo dipende dall’agricoltura, le politiche economiche dei Governi si concentrano spesso sullo sviluppo urbano.
Ulteriore elemento è dato dall’eccessivo sfruttamento dell’ambiente: tecniche agricole arretrate, deforestazione ed eccessivo sfruttamento dei campi e dei pascoli stanno mettendo a dura prova la fertilità della terra. I terreni coltivabili del nostro pianeta sono, costantemente e sempre più, in pericolo di erosione, salinazione e desertificazione. La Rivoluzione verde che c’è stata tra il 1960 e il 1990 nei paesi in via di sviluppo ha portato ad un boom nella produttività agricola. In quel periodo, la produzione di grano, riso e mais è stata più che raddoppiata, particolarmente in America Latina ed in Asia.
I fattori che hanno consentito questo enorme incremento della produzione agricola sono stati:
- l’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi,
- il miglioramento del metodo di irrigazione,
- l’utilizzo di macchinari per l’automazione di tutti i processi agricoli,
- le selezioni dei semi, che hanno reso possibile lo sviluppo di colture ad alta produttività.
L’aumento della produttività, però, ha avuto il suo costo e non ha risolto il problema della fame nel mondo. Infatti, con la scelta selezionata di nuove sementi sono state enormemente ridotte le biodiversità agricole nel mondo. E l’uso indiscriminato di pesticidi (sostanze chimiche utilizzate per combattere gli organismi viventi dannosi alle coltivazioni) ha prodotto un degrado ambientale ed ha arrecato problemi di contaminazione chimica, minacciando la salute pubblica e l’ecosistema. La Rivoluzione Verde, quindi, ci insegna che per risolvere la questione della fame nel mondo non è sufficiente aumentare semplicemente la produttività agricola, soprattutto se questa non è una produzione agro-alimentare sostenibile, cioè una produzione che non solo aumenti la redditività e la competitività del settore agricolo dei paesi in via di sviluppo, ma migliori anche le condizioni di vita delle popolazioni che abitano le zone rurali coinvolte, promuovendo buone pratiche ambientali e creazione di servizi per la conservazione degli habitat, della biodiversità e del paesaggio.
Per eliminare la fame nel mondo occorrerebbe ripensare il modo di produzione agricolo di tutto il Terzo Mondo, visto che la produzione di cibo delle grandi major dell’agribusiness globale viene indirizzata ai gusti ed alle necessità dei mercati ricchi del Primo Mondo.
La liberalizzazione agricola operata dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) a metà degli anni ’90 ha causato una modifica enorme del mercato alimentare globale; infatti, le terre dei Paesi terzi, meno sfruttate di quelle dei Primo e Secondo Mondo, sono state utilizzate per prodotti da export adatti ai mercati Occidentali; mentre le terre per produrre alimenti adatti alle popolazioni locali sono state riprogrammate progressivamente per questo nuovo sistema del global food market.
La produzione di cibo nei Paesi terzi sulla base delle pressioni dell’agribusiness globale porterà probabilmente ad un disastro ambientale che conosceremo presto.
All’agribusiness periferico viene applicato lo stesso modello “mordi e fuggi” che ha caratterizzato la delocalizzazione delle aziende produttive non-food: salari al ribasso, eliminazione del welfare, contrazione del mercato interno.
La crisi alimentare che colpisce le aree dove l’Occidente ha delocalizzato gran parte delle sue prime e seconde lavorazioni, in virtù del basso costo della manodopera, produrrà un’altra vittima della crisi della catena alimentare: il Primo Mondo.
Non è da sottovalutare anche un altro fenomeno che si sta già verificando: la necessità di espandere il mercato non alimentare dei Paesi del Terzo Mondo per assorbire la sovraproduzione dell’Occidente avrà come effetto non solo che diminuirà la disponibilità delle masse locali a lavorare a salari bassi, ma anche che diminuirà la superficie e la produttività dei terreni disponibili.
Di fronte a questo paradosso economico e sociale occorre senza dubbio pensare ad un altro modello di sviluppo, che preveda anche di essere disponibili a scontare un maggior prezzo medio dei fattori della produzione nel Terzo Mondo, pur di evitare una crisi irrecuperabile dovuta, come si è visto, all’elevata crescita demografica, alla distruzione dell’habitat agricolo, al depotenziamento della forza lavoro locale.
Possiamo individuare 3 criticità nelle nuove direzioni che ha intrapreso l’economia globale:
1) la necessità di fornire cibo sia alle periferie del mondo (in forte crescita demografica ed economica), che al Primo Mondo (che non potrà più mantenere i costi della sua agricoltura protetta);
2) il mix di protezionismo e di deindustrializzazione che ha colpito da tempo le economie mature;
3) l’impossibilità di sostenere il mercato alimentare dei Paesi del Terzo Mondo a spese dei ricchi consumatori finali dei loro prodotti selezionati (es. ananas e banane di un solo tipo; gamberetti in aree di pesca protette; etc.)
Altra criticità importante per la sicurezza alimentare è che il boom economico di alcuni BRIC’S, primo tra tutti il Brasile, si è sviluppato per gran parte con l’incentivazione, anche fiscale, del carburante organico.
Il combustibile derivato dall’agricoltura, la cui produzione è sostenuta ed incentivata dai sussidi:
- sta causando la diminuzione delle aree destinate alla produzione di cibo;
- è il legame tra il mercato dei petroli Opec e non Opec e quello dell’agrifuel, provocando un aumento dei prezzi già sussidiati del petrolio vegetale;
- è l’inizio, su questa base, di una speculazione sui future agricoli ed alimentari che sconta l’aumento dei prezzi e concorre alla finanziarizzazione malata dell’economia globale.
Le recenti crisi alimentari del 2008 e del 2012 sono state causate dalle forti speculazioni dei mercati finanziari sui prodotti agricoli: quando il mercato petrolifero e quello della speculazione non alimentare sono di scarsa redditività, i capitali si rivolgono ai titoli del mercato agricolo, determinando un aumento dei prezzi che è puramente finanziario e non influenza in alcun modo l’accumulazione di capitale agricolo. Secondo alcuni economisti , lo scoppio della bolla dei prezzi agricoli è determinato unicamente dalla speculazione finanziaria e dalla massiccia conversione all’etanolo di molti terreni, soprattutto nei paesi del Terzo mondo.
Nei paesi del Primo Mondo il costo del cibo assorbe solo il 20-25% della spesa mensile delle famiglie; mentre nel Terzo Mondo assorbe il 60-70% del loro reddito mensile.
Secondo uno studio della FAO, un aumento del 10% del prezzo dei cereali sul mercato comporta per i Paesi importatori netti di cibo, in particolare quelli del Terzo Mondo, un costo aggiuntivo di 4,5 miliardi di USD.
In questo modo, un Paese finanziariamente debole non può permettersi nessun altra spesa se non quella per la sopravvivenza, ed una quota sempre maggiore di poveri resta esclusa dalla distribuzione del cibo.
Occorre pensare il nuovo: col grano o con la soia non può funzionare quel che vale per i titoli bancari o per i pezzi di ricambio delle auto.
L’aumento record dei consumi è dovuto alla crescita della popolazione, all’aumento della ricchezza ed alla conversione degli alimenti in combustibile per auto.
Se non si riuscirà ad invertire queste tendenze i prezzi del cibo continueranno a salire, portando il nostro sistema al collasso, in una lotta di potere globale per la sicurezza alimentare.
Sul piano economico, stabilire il prezzo del cibo, un bene così necessario alla sopravvivenza, è paradossale: al cibo non si può rinunciare, e ciò ha dato luogo ad un mercato oggi determinato dal prezzo dei petroli, che influisce sul costo dei fertilizzanti, su quello del trasporto, e sul meccanismo che spinge il mercato a favorire il passaggio dei terreni dalla produzione alimentare a quella del biocombustibile. Ogni anno viene perso circa 1/3 delle superfici arabili e produttive senza che, per la velocità del processo, sia possibile la ricostituzione delle superfici fertili.
Negli USA, una delle principali agricolture del pianeta, i sussidi per la produzione di etanolo ricavato dalle granaglie hanno comportato che circa 1/3 del grano prodotto sia utilizzato per gli idrocarburi, con l’effetto di far rialzare di molto il prezzo delle granaglie destinate all’alimentazione.
La combinazione di carenza idrica – che nei paesi del Medio Oriente è strutturale – di crisi di produttività dei suoli e di aumento dei costi dei fertilizzanti farà sì che, entro il 2015, alcuni paesi, anche se ricchi (come l’Arabia Saudita), saranno totalmente dipendenti dalle importazioni per soddisfare le necessità nutrizionali primarie delle loro popolazioni, con rilevanti conseguenze politiche e strategiche .
Secondo la Banca Mondiale, circa 150 milioni di persone in Cina e circa 180 milioni in India sono nutrite con granaglie irrigate da acquedotti che si stanno disseccando. La combinazione di crisi idrica ed alimentare coinvolgerà un numero rilevante di persone arrivando a lambire anche le economie agricole dell’UE.
Non trascurabile è il problema delle malattie del grano: negli ultimi anni, sono state identificate 7 nuove malattie come causa di distruzioni bibliche dei raccolti, che si aggiungono a quelle provocate da locuste ed insetti vari, oltre che dai disastri naturali. Questa situazione spinge verso l’alto il prezzo dei beni alimentari primari ed implica grossi investimenti che solo l’agribusiness può permettersi e, al contempo, mette fuori mercato i produttori piccoli e medi, mettendo in crisi le classi povere e quelle medie. La disponibilità dei fertilizzanti fosforici, secondo una ricerca della Global Phosphorus Research Initiative, sarà esaurita entro i prossimi 30-40 anni, il che sta incidendo sul continuo aumento dei loro prezzi.
Uno studio della Banca Mondiale del 2011 ha calcolato un aumento globale dei prezzi alimentari del 36% medio annuo.
A far salire i prezzi alimentari concorrono diversi fattori:
- la diversione verso i biocombustibili, che fa salire il costo medio del cibo di base;
- l’aumento del costo dei fertilizzanti e del costo dei componenti della produzione agricola, che colpisce di più i paesi del Terzo Mondo rispetto agli altri, dove l’agricoltura è protetta e più rappresentata politicamente;
- la diminuzione della produttività, dovuta al progressivo impoverimento dei suoli;
- la scarsità di investimenti nella produttività dei terreni, visto che siamo ancora ossessionati da un’economia del superfluo che distruggerà la nostra capacità di produrre il necessario;
- l’effetto negativo del riscaldamento globale e del cambiamento climatico.
Abbiamo visto che la spinta verso l’alto dei prezzi del cibo è soprattutto dovuta al costo dei petroli ed al suo collegamento col prezzo alternativo dell’etanolo. Per contenerla bisognerebbe non tanto modificare il prezzo del petrolio ma riuscire a controllare la sua imprevedibilità nel breve periodo, che è il motivo della speculazione sul prezzo del cibo. Riducendo la volatilità dei mercati si potrebbe anche gestire meglio il prezzo dei prodotti agricoli.
Si è modificata anche la struttura di distribuzione del cibo: con la massificazione e l’allungamento della catena distributiva del cibo destinato al mercato globale (il c.d. global food) le grandi catene di vendita al dettaglio alimentare, fanno il prezzo e pagano il meno possibile la materia prima, a danno dei piccoli e medi produttori sui quali scaricano tutta la volatilità dei prezzi.
Sarebbero ipotizzabili diverse contromisure per uscire da questa difficile situazione:
- non fare entrare nel mercato finanziario operatori non appartenenti alla catena del cibo;
- obbligare i paesi più deboli dal punto di vista finanziario ed alimentare a costituire riserve strategiche, che siano, poi, controllate da Enti internazionali terzi.
Nell’UE, secondo l’Eurostat, ci sono 7.300.000 aziende agricole, ed ulteriori 6.400.000 con dimensioni inferiori alla c.d. Unità di Dimensione Economica (ESU= European Size Unit). Gran parte delle aziende che vivono allo stato di sussistenza si trova in Romania, Polonia ed Italia. Nel settore agricolo ed alimentare primario della UE lavorano 11.700.000 cittadini. Le aziende attive in Italia sono 1.680.000 ma il numero è in costante diminuzione.
Si tratta di un’agricoltura sussidiata, che viene sostenuta economicamente per il raggiungimento di alcuni obiettivi dell’UE quali:
- la sicurezza alimentare che eviti l’apertura senza protezioni all’agribusiness ed all’industria globale del cibo, con ripercussioni sulla crisi occupazionale del settore e sulla salute dei consumatori;
- la garanzia di una base politica stabile.
La diffusione delle industrie alimentari in Europa non è omogenea rispetto a quella delle aziende agricole: la Francia è il paese a maggiore densità d’imprese di food & beverage processing (1/5 di tutto il settore nell’UE), seguita da Italia, Germania e Polonia. Nel sistema del cibo l’UE tende a favorire prodotti ad alto costo unitario, elevata qualità, mercato determinato e interno (comunitario); al contrario, negli USA la catena del cibo tende a favorire il business intermedio ed a rendere ottimali gli investimenti nello stoccaggio e nel trasporto.
Il comparto della distribuzione ed elaborazione del cibo occupa, nell’UE, ben 6.600.000 addetti, producendo un valore aggiunto di 188 miliardi di Euro per il sistema industriale. Il c.d. “field to fork” (dal campo alla tavola) è un’industria di trasformazione, fortemente legata alle importazioni di materiali primari, che ha un’alta produttività media ed ottimizza – superandoli – i costi della protezione dei prodotti agricoli UE. Le imprese agricole dell’UE sono 310.000, occupano 4.700.000 addetti ed hanno una capacità di generare surplus per 850 miliardi di Euro.
L’export di cibo di alta qualità dall’UE verso i BRIC’S tende ad essere un valore anelastico (la domanda non cambia molto al variare del prezzo), dato che la crescita dei potenziali consumatori locali non è tale da accendere il mercato: si tratta, quindi, di evitare il rischio di un export debole verso aree che, invece, rendono l’UE importatrice netta di materie alimentari ad alto e crescente costo, come il cacao, il tè, il caffè, come pure di evitare il rischio di un’impennata dei prezzi del grano americano e canadese dovuta anche ad una siccità crescente.
La speculazione sui prodotti agroalimentari in ambito europeo fa uscire capitali necessari all’aggiornamento tecnologico e produttivo e li dirige verso la rendita; che è esterna al mercato dell’agroalimentare e, in particolare, allo stesso mercato finanziario europeo. Questo perché l’UE, sul piano delle decisioni finanziarie ed economiche, non ha le strutture organizzative per evitare operazioni speculative sulle commodity dell’alimentare, che, solo nel 2008, hanno generato rendimenti per oltre 204 miliardi di Euro .
Si tenga presente che il comparto del food & beverage è il più importante dell’industria manifatturiera dell’UE a 27, con una quota di export che nel 2010 è stata pari a 63,10 miliardi di Euro, ed una presenza di piccole e medie imprese per oltre il 90% ; che sono, poi, le più deboli e meno adatte a gestire attacchi finanziari sui mercati esteri (attacchi che possono riguardare l’immagine, i marchi, le barriere non tariffarie etc.).
La UE è il principale esportatore di cibi e bevande al mondo, ma le sue quote di mercato sono progressivamente in calo: si va dal 20,1% registrato nel 2000, al 17,8% nel 2010: questo perché l’UE sconta la propria scelta politica e culturale di non declinare in termini di mercato di massa quei prodotti che non hanno eguali in mercati di nicchia e in condizioni di protezione del marchio e di sostegno ai prezzi.
Negli USA è molto diverso: lì operano le forze che fanno aumentare i prezzi dell’alimentare, come i prezzi elevati dei petroli, l’aumento dei salari e dei redditi nei Paesi emergenti, il riscaldamento globale, la modifica delle dinamiche nelle aree di produzione agricola e di allevamento. Tutti fenomeni che legano l’economia del cibo negli USA a quella nell’UE.
La rete dell’economia del cibo negli USA è fatta da marche private che hanno bisogno, per la propria sopravvivenza d’impresa, di abbassare rapidamente i costi di produzione e di adattarsi a mercati ormai frazionati. Dal 2008 ad oggi i prezzi al dettaglio sono aumentati ogni anno del 2-3%, con una tendenza alla polarizzazione delle imprese: da un lato le grandi aziende dell’alimentare che riescono a gestire le tendenze avverse dei mercati; dall’altro le piccole aziende che possono soltanto ricorrere al retail (=vendita al dettaglio) di marchi globali. Questo perché il marchio globale paga il meno possibile la materia prima, e guadagna sul rapporto tra lavorazione ed abbattimento dei costi di produzione.
Crea, così, il mercato che desidera: un proletariato globale che mangia male e, in proporzione, paga molto il proprio cibo. Un cibo che sarà di basso livello nutritivo ma molto reclamizzato (si stima che la pubblicità comporti un ricarico di almeno il 13% sul prezzo finale).
Negli USA, nel 2011, è stato venduto cibo confezionato per 331,86 miliardi di USD: di questo, il 21% è costituito da prodotti da forno; il 16% da latticini; il 10% da cibo congelato; un ulteriore 10% da dolci e snack.
Questi ultimi hanno registrato un aumento delle vendite, sempre nel 2011, del 6,6%. Il cibo fresco, quello delle uova, della frutta e della verdura, negli USA è un mercato stagnante, sebbene valga 77,5 milioni di tonnellate di derrate: si tratta di cibi o troppo cari per il consumatore medio; oppure poco pratici per nuove categorie di consumatori che si affermano a seguito del cambiamento delle abitudini di vita (si pensi ai single, alle donne che lavorano e curano la casa, al nomadismo lavorativo che induce al consumo di cibi precotti e confezionati).
Il nesso tra grandi catene di vendita del cibo e retail negli USA è essenziale; mentre nell’UE crea contrasti.
La UE ha modulato la propria economia del cibo posizionandosi in una dimensione che va dalla sussistenza alla produzione per le fasce medio-alte dei mercati globali, privilegiando la protezione del proprio mercato interno all’espansione del suo potenziale export di massa.
Gli USA proteggono il loro mercato-base delle granaglie, gestiscono una catena del valore imbattibile sui prezzi per il proprio mercato interno di massa, gestiscono una rete distributiva che esclude, di fatto, tra retail e grandi catene, ogni concorrenza.
Anche nella Federazione Russa la questione del cibo è molto diversa dagli USA. Mosca importa in media circa il 40% del proprio fabbisogno nutritivo dall’estero; oltre il 50% delle carni e dei latticini, soprattutto nelle grandi città . I grandi magazzini detengono una quota di mercato del 50%, le piccole reti di retail circa il 35%, i negozi di nicchia il 20,5%: una distribuzione frazionata segno del frazionamento della società e dell’economia russa. Le grandi reti di distribuzione internazionali del food & beverage si sono tutte ritirate dal mercato russo, a parte la tedesca METRO AG, a causa del controllo di buona parte del mercato finale da parte delle organizzazioni criminali: la rete dell’alimentare è ideale per il riciclaggio perché tutti mangiano e bevono (mentre non tutti, per fortuna, consumano droghe!). La necessità di denaro cash nella catena distributiva, poi, completa il quadro.
Le sfide per la Federazione Russa saranno:
- di rimettere in attività le grandi fattorie comuni dell’epoca sovietica, migliorandone produttività ed efficienza economica;
- di riproporre una piccola proprietà contadina che si svincoli dalla semplice autosufficienza alimentare (diversamente da ciò che accade nell’UE);
- di evitare di distribuire aiuti diretti ai produttori per i quali sembra non ci siano disponibilità finanziarie rilevanti.
In Cina la questione alimentare è stata affrontata negli ultimi anni attraverso un “socialismo con caratteristiche cinesi”. Vista la grande capacità di risparmio delle famiglie cinesi, il consumo di cibo del cinese medio è aumentato nel 2012 del 12,5%, con previsioni di rialzo di un ulteriore 10%. Il consumo di bevande alcoliche è cresciuto dell’8,9%, di cui i soft drink – simbolo dell’occidentalizzazione di massa del Paese di Mezzo – hanno aumentato le vendite del 10%. Le vendite di alimentari al dettaglio sono aumentate del 12%. Le prospettive, però, non sono rosee come i numeri appena letti farebbero pensare: infatti, lo sviluppo economico urbano delle aree a maggiore industrializzazione è avvenuto a scapito del terreno ad uso agricolo. Il problema è che alla diminuzione dei suoli agricoli non è corrisposto un aumento della produttività media in agricoltura, per cui ci sarà un punto di non ritorno, raggiunto il quale Pechino dovrà:
- importare più cibo, soprattutto prodotti base, con ripercussioni sulla sua bilancia dei pagamenti;
oppure
- far diminuire la propensione al consumo delle masse urbane e far diminuire il limite di sopravvivenza alimentare di quelle agricole, altrimenti parte dei risparmi delle famiglie deve essere utilizzato per la nutrizione, con effetti depressivi sull’economia.
Il mercato interno dei latticini è coperto per il 70% da sole 5 imprese; mentre circa 1.200 aziende produttrici sono state chiuse a seguito di diversi scandali: si è verificata, quindi, una verticalizzazione del sistema alimentare che ne permette un maggiore controllo politico.
Al contrario di quanto accade in Occidente, poi, Pechino sta finanziando massicciamente la ricerca scientifica sull’agroalimentare, soprattutto sugli OGM, che saranno l’asse produttivo della Cina futura. L’interesse cinese per l’abbattimento dei costi di produzione e per l’incremento della produttività media è massimo; quasi inesistente, invece, quello per la protezione della salute.
Il settore della piccola distribuzione in Cina vale 707,2 miliardi di USD, con una crescita annua del 7%. Il settore della ristorazione vale 366 miliardi di USD, con tasso di crescita del 7,6% annuo. Il mercato del processed food – il cibo trattato – vale 140,4 miliardi di USD, con un tasso di crescita del 13,3% che è indice dell’occidentalizzazione dei consumi e della società cinese. La Cina, inoltre, è il 1° produttore e consumatore al mondo di pesce, con una quota del 35% del prodotto globale. L’acquacoltura è diffusissima anche se è stata verticalizzata, ed ora è gestita da pochi e grandi produttori. Nel complesso, quindi, la linea seguita dalla Cina è la stessa di Mao: l’autosufficienza alimentare; che, oggi, il Paese ha raggiunto al 98% .
Ancora diversa, dal punto di vista geoeconomico, è la situazione dell’India: la crescita del PIL al 7,3% annuo non ha generato un aumento sensibile di potere d’acquisto nel settore alimentare che c’è stato in Cina, con effetti caotici nel rapporto tra città e campagne.
Nel 2011 il consumo di cibi e bevande è stato per circa 367 miliardi di USD. Per questioni religiose, il 70% del cibo trattato e confezionato riguarda i latticini e vale un giro d’affari da 25,4 miliardi di USD nel 2011. L’acquacoltura è scarsamente diffusa ed è gestita da una rete di produttori piccoli e medi (come in UE). La carne, sempre per motivi religiosi, non può essere importata e da ciò deriva che molti settori della popolazione versino in gravi condizioni alimentari. La distribuzione della carne è scarsamente legata alle grandi catene, il che comporta l’aumento dei costi d’intermediazione e di trasporto che rendono i prezzi rigidi. La fame resta in molte aree del Paese: nell’India rurale 1 bimbo su 3 è malnutrito; dal 1997 al 2013 sono stati registrati circa 200.000 suicidi di contadini , che accumulano debiti e finiscono in mano agli usurai che immettono denaro fresco nelle casse della malavita cittadina.
Il Sistema della Distribuzione Pubblica del Cibo (Public Distribution System) in India ha continuato, quindi, a mantenere le sue caratteristiche di mercato nazionale protetto, anche se c’era sempre meno da proteggere, visto che gran parte del cibo da distribuire doveva essere comprato all’estero a caro prezzo; il che andava a sommarsi ad una rete di sussidi – anche per il carburante – sempre meno disponibili data la fase di crisi finanziaria globale.
Cosa fare, dunque?
Occorre senz’altro rivedere i criteri di liberalizzazione degli scambi alimentari ed agricoli nel mondo (l’unico criterio non può continuare ad essere la semplice valutazione dei prezzi ottimali); e non si deve abbandonare la politica protezionistica adottata da UE e Cina, anche in presenza di alti tassi di importazione.
Si potrebbe pensare, in linea teorica, ad una serie di iniziative, come ad esempio:
- escludere dal commercio globale, calcolandolo annualmente, delle quote di prodotto alimentare da prezzare in modo diverso;
- promuovere una nuova cultura alimentare anche in Occidente, come già sta facendo la Cina, che non privilegi più i prodotti esotici provenienti dai campi e dalle imprese alimentari del Terzo Mondo;
- formare il proletariato urbano per utilizzarlo nelle aree agricole (il che abbasserebbe la disoccupazione nelle città e farebbe diminuire il costo della mano d’opera);
- interrompere gli aiuti di Stato al biocombustibile, riconvertendo i finanziamenti verso progetti agricoli ecosostenibili che favoriscano la piccola e media proprietà.
La volatilità dei prezzi, cioè la loro rapida variazione nel tempo e nello spazio, aumenta i rischi d’insolvenza degli operatori. Nel caso del cibo, la volatilità dei prezzi è una minaccia anche per la sicurezza alimentare. Tale volatilità, dal 2000 in poi, è stata molto più alta che nei 20 anni precedenti; pur tenendo conto che il mercato agricolo e quello delle carni sono di per sé imprevedibili, sia per la stagionalità che per il clima, gli eventi atmosferici, le politiche.
Tra le cause dell’aumento unitario di tutte le tipologie di commodity alimentari e della maggiore volatilità dei prezzi del cibo a livello mondiale vanno senz’altro citate:
- l’aumento della popolazione;
- l’aumento dei redditi medi di alcuni Paesi, la c.d. global middle class;
- la creazione del mercato protetto e sussidiato dei biocombustibili;
- il sempre maggiore collegamento strutturale tra mercato petrolifero e trading alimentare. I prezzi dei petroli e dei loro derivati influenzano direttamente il costo di produzione del cibo a causa dei carburanti e dei fertilizzanti, ma anche perché molti investimenti nel settore alimentare si muovono tra le transazioni con un indice di redditività calcolato sul modello dei prodotti finanziari, in cui il prezzo del petrolio e del gas naturale è sempre determinante;
- l’incertezza, da parte degli operatori più esperti del mercato-mondo, nel valutare la dimensione degli stock di prodotto; valutazione che deve essere fatta tenendo conto del clima e della variabilità geografica dei prodotti, non sempre tenuti nella debita considerazione. Ad aiutare l’incertezza dei prezzi e la speculazione c’è anche la dimensione sempre più piccola di alcuni stock di generi alimentari primari sul mercato-mondo.
L’aumento dei prezzi, però, ha ripercussioni gravi: infatti, se nei Paesi del Primo Mondo il cibo vale il 20% della spesa mensile delle famiglie, in quelli del Terzo la spesa per il cibo assorbe oltre il 40% del reddito mensile.
Il mercato del cibo è stato quello che per primo ha fatto uso dei derivati finanziari; ma il meccanismo ha dato luogo alla polarizzazione dei valori di mercato: più aumenta la volatilità e l’uso dei contratti derivati, più aumenta il prezzo finale al dettaglio dei beni e diminuisce il rendimento netto dei produttori di cibo (finanche a diventare negativo). I rendimenti negativi alla fonte (cioè per i produttori) portano a 2 conseguenze: o si chiedono sostegni allo Stato; o si innescano politiche protezionistiche. Entrambe comportano l’aumento della volatilità dei prezzi.
Il problema, oggi, non può più risolversi con azioni di Governo come quella di porre una limitazione legale alle transazioni; il “mercato nascosto” dei titoli a termine può aggirare facilmente ogni limitazione legale delle transazioni e la tecnica dell’over the counter – la transazione bilaterale diretta tra operatori – lascerebbe campo libero alle speculazioni sui titoli a termine alimentari.
Il mercato dei derivati sui prodotti alimentari e non muove ogni giorno 800 trilioni di USD e sarebbe impossibile controllare tutta questa massa di contratti. Il Dodd-Frank Act, la legge che regola le attività di Wall Street dopo la crisi dei subprime, stabilisce che si possa tenere al massimo il 25% del capitale in contratti a termine sui prodotti alimentari di base. Ma la quota del 25% stabilita è quasi del tutto speculativa: infatti, soltanto il 2% dei contratti a termine si conclude con la cessione fisica del bene sottostante al future.
I fondi guadagnano comunque perché, tenendo i contratti a lungo o comprandone in grande quantità, hanno creato un mercato del compratore dei titoli derivati alimentari che è indipendente dalle dimensioni degli stock alimentari o dalle eventuali crisi climatologiche locali.
Il volume degli investimenti speculativi nel settore, dopo la deregulation post Reaganiana del 2000, con l’introduzione di prodotti finanziari dedicati, prima da parte della Goldman Sachs e poi da altre Banche d’affari globali, è passato da 1,5 miliardi di USD nel 1995 ad oltre 300 miliardi di USD del 2011 .
Se proibire serve a poco, allora cosa fare?
Alcune possibili azioni sono:
- aumentare la sicurezza alimentare, per limitare le posizioni “lunghe” degli speculatori;
- diminuire la pressione della domanda proveniente dai Paesi del Primo Mondo che tendono a fare e ad aumentare il prezzo unitario dei prodotti alimentari;
- organizzare un’informazione immediata ed on line delle scorte, per scoraggiare le operazioni a breve o a lungo termine di carattere eminentemente speculativo, che si basano su un’informazione ristretta e limitata dei mercati e dei compratori, la cui unica informazione reale è spesso l’imitazione del comportamento degli altri operatori (il c.d. “effetto gregge”).
I produttori di cibo orientato alla speculazione hanno tutto l’interesse a favorire le grandi monocolture che, però:
- inficiano la biodiversità;
- sono l’attività agricola e di allevamento più dannosa ed invasiva dal punto di vista ecologico;
- creano l’illusione della scarsità;
- favoriscono il passaggio dei terreni al biofuel.
Quali sono le soluzioni per limitare la crescita automatica della speculazione sui future alimentari o delle commodity?
Per esempio:
- evitare i contratti a lungo termine, che nel settore alimentare non hanno senso;
- favorire i mercati locali e quelli “spot”, dove sia gli strumenti finanziari che i beni sottostanti sono trattati per la loro immediata soluzione, proibendo l’over the counter;
- estendere a tutto il Primo Mondo, dopo che è stata proposta in Gran Bretagna, la Robin Hood Tax: un mix di tassa sulle transazioni finanziarie, tassa sulle attività finanziarie ed oneri vari a carico delle Banche attive nel settore.
Secondo un recente studio della Banca Mondiale l’aumento dei prezzi alimentari – del 130% dal 2002 al 2008 – è dovuto per il 25-30% all’aumento del costo del carburante, e, quindi, dei fertilizzanti derivati da idrocarburi, e per il 70-75% dal biocombustibile. Secondo la FAO, nel periodo dal 1967 al 2007 c’è stata un’espansione dei terreni arabili del 115%; mentre dal 2008 ad oggi la terra disponibile per l’agricoltura è aumentata soltanto dell’8%. Dal lato del consumatore, invece, si prevede che:
- il consumo di carne salirà dai 32 Kg annuali pro capite di oggi, ai 52 Kg nel 2035;
- il consumo di pesce avrà un incremento del +45% annuo pro capite.
Alla crescita dei consumi ed al quasi raddoppio dell’allevamento fa da paradossale contraltare la riduzione inevitabile del terreno arabile, prima vittima in quanto primo fornitore di materiale essenziale per l’allevamento degli animali. Questi dati sono una spinta ulteriore alla speculazione: in un contesto di mercato in espansione lo stock disponibile dei beni non può che diminuire, e questa è la condizione primaria per ogni operazione finanziaria a termine di successo.
Fino al 2030 anche la richiesta di energia aumenterà, del 45%, il che aumenterà la volatilità delle transazioni petrolifere che si porteranno dietro gran parte dei future alimentari. La pesca è fortemente dipendente dal prezzo dei carburanti sia per ciò che riguarda i costi che per i rendimenti: un altro brokeraggio a favore della speculazione sui titoli dell’alimentare.
Ci stiamo preparando a situazioni molto simili a quelle che causarono la crisi alimentare nel 2007-2008: quando l’ascesa della speculazione sui titoli alimentari fece aumentare i prezzi del cibo dell’83% in un triennio (2005-2008) e crescere la popolazione mondiale in condizioni di fame del 12% portandola a 963 milioni di persone.
Mentre India e Cina sono quasi del tutto autosufficienti nella produzione di carni alimentari, il problema riguarda la produzione industriale di carni nel Primo Mondo che, oggi, interessa circa il 40% del totale ed è finanziata dai Governi e dagli interventi degli enti finanziari internazionali, e che comporta anche un processo d’integrazione verticale dei produttori che ha raggiunto un tasso particolarmente elevato.
Negli USA l’83,4% di tutto il mercato delle carni bovine è nelle mani di 4 produttori; e 5 aziende controllano il 48% dell’intera linea del retail alimentare (dato del 2009). La carne di maiale è lavorata da 3 sole aziende che coprono il 66% del prodotto totale. Soltanto 3 multinazionali controllano il 90% del mercato mondiale delle granaglie. Il mercato del cibo è di fatto un oligopolio in cui un cartello di produttori specializzati in un segmento vi esercita un monopolio di fatto. L’esclusione dei piccoli e medi produttori dal mercato ha fatto sì che esso non fosse permeabile alla formazione dei prezzi reali, ed invece fosse prono a sostituire i costi effettivi con le remunerazioni dei fattori di produzione, generate dai calcoli delle grandi imprese.
Nell’UE la concentrazione produttiva nel settore alimentare è meno diffusa di quanto non lo sia negli USA.
I motivi sono rinvenibili nel maggior potere delle associazioni dei produttori che hanno un forte peso politico; nel maggior peso dei sussidi comunitari e nazionali che, col sistema dei pagamenti diretti, possono adattare rapidamente l’offerta alimentare alle dimensioni ed alle trasformazioni del mercato; nella diversa configurazione della domanda di cibo, più variegata, più attenta alla qualità degli alimenti, ai loro effetti sulla salute del consumatore.
I costi reali sono maggiori rispetto al sistema statunitense perché il meccanismo dei sussidi e degli aiuti diretti fa aumentare i costi fiscali di finanziamento della Politica Agricola Comunitaria, e non libera il mercato dell’UE dagli effetti dell’aumento speculativo dei prezzi dei prodotti-base, che è nelle mani di entità del tutto esterne alla finanza ed alla politica comunitaria.
Cosa si può fare?
Ad esempio:
- eliminare progressivamente i biocarburanti, che, secondo il Fondo Mondiale, causano l’aumento del 70% dei prezzi del granturco e del 40% di quelli della soia;
- controllare la vendita degli OGM da parte delle multinazionali ai farmers, poiché essi non aumentano la produttività media dei suoli ma sono solo adatti alle grandi produzioni intensive;
- cambiare le normative che riguardano le multinazionali del cibo, modificando le quote internazionali ed aumentando i controlli;
- evitare la progressiva ulteriore liberalizzazione semplice del sistema alimentare.
Si potrebbe anche prevedere un’Autorità specifica sanzionatoria a livello globale, magari in collaborazione con la FAO.
Come pure si potrebbe procedere alla stipulazione di un Accordo con Cina e Russia, paesi in cui il mercato finanziario dell’alimentare è in grande sviluppo: Accordo sulla base del quale loro potrebbero dare una quota del proprio surplus alimentare, quando c’è, a prezzi di mercato, e noi potremmo permettere loro di entrare, pro quota, nel mercato finanziario dei future del cibo alle condizioni stabilite dalla nuova Autorità Globale di cui anche loro farebbero parte.
Sarebbe auspicabile anche creare dei mercati regionali per i produttori locali, con prezzi stabiliti dal “vecchio” liberalismo della domanda e dell’offerta reali.
La tendenza alla concentrazione delle imprese andrà avanti ancora per molto tempo: fino al 2009 ci sono state 283 fusioni ed acquisizioni. Negli USA la DuPont, insieme a Monsanto e Pioneer, controlla il 58% del mercato delle sementi di grano, OGM e non OGM. La Monsanto da sola controlla il 70% del grano transgenico, il 90% della soia OGM, il 90% dei semi del cotone OGM. Soltanto 3 società, la Archer Daniels, la Midland e la Bunge & Cargill, controllano il 90% del mercato dei grani nel mondo. Soltanto 3 società, la JBS, la Cargill e la Tyson, gestiscono la lavorazione ed il confezionamento delle carni. E’ facile immaginare il potere di pressione e di gestione dei mercati che questi monopolisti possono esercitare sui governi e sulle organizzazioni internazionali deputati a trattare le questioni dell’agricoltura e del cibo.
In Europa il 99% delle imprese del settore del cibo e bevande è di piccola e media dimensione localizzate per lo più nel Sud Europeo; mentre alcune grandi imprese operano nell’Europa del Nord. I 10 maggiori produttori europei detengono solo il 15% del mercato; ma 2 aziende con sede in Europa sono tra le maggiori al mondo: la Nestlè e la Unilever. Non mancano fenomeni di verticalizzazione delle imprese, che imitano il sistema americano: ad esempio, più del 40% dei dipendenti del settore opera nelle grandi aziende, e solo il 26% nelle piccole e medie imprese. Ma soltanto l’1% delle aziende del settore può essere catalogato come “grande impresa”. La grande quantità di piccole e medie aziende europee riescono a sopravvivere al ciclo del mercato ed al meccanismo di gestione dei gusti e dei comportamenti di massa che i colossi alimentari determinano tramite i mass media, tramite la forte normativizzazione del mercato ed al protezionismo statale che spesso vengono favoriti dalle stesse multinazionali.
La concentrazione della catena del cibo riguarda in Europa soprattutto la grande distribuzione, con Tesco e Carrefour che riescono a fare pressione sui produttori per abbattere i prezzi creando bassi livelli di rendimento sui prodotti di massa che spingono le aziende verso la concentrazione verticale. La tendenza generale invece è quella di una progressiva frammentazione del mercato e di una creazione di mercati di nicchia ad alto rendimento ma di difficile predittività.
Nell’UE, cioè, anche le grandi imprese del cibo mantengono un alto livello di qualità dei prodotti, hanno grande facilità nel gestire la distribuzione (data la dimensione e le infrastrutture dell’UE), generano molto valore per unità di prodotto, ma mantengono – al contrario di ciò che fanno negli USA – una bassa produttività del lavoro, un basso livello di investimenti in Ricerca e Sviluppo, un basso tasso di qualificazione della forza-lavoro.
La concentrazione delle imprese porta alla globalizzazione del cibo, della sua produzione, dei gusti e dei comportamenti alimentari. La globalizzazione del cibo porta verso nutrimenti semplici, molto simbolici perché oggetto di pubblicità martellanti, verso cibi semipronti. Il cibo sano, raro e destinato a fasce di mercato più evolute, costa di più del fast food di strada o del cibo standard offerto dalle catene di hamburger e panini.
Il Primo Mondo quando paga lo fa lentamente, mentre la Cina, il Brasile o gli altri paesi BRIC’S hanno moltissima liquidità che serve a pagare subito un bene primario come il cibo, spesso simbolo per le masse degli ex poveri di un irrinunciabile nuovo status: la Cina sarà nei prossimi anni il maggior mercato per i prodotti alimentari di grande diffusione; il Brasile è già oggi il 5° mercato per il cibo; l’India entro il 2015 sarà il 3° consumatore mondiale per snack e dolciumi. Andremo verso una semplificazione e globalizzazione del cibo, dove la composizione del prodotto sarà la più semplice possibile e l’adattamento inevitabile ai mercati locali sarà determinato da dolcificanti, coloranti, esaltatori di sapidità. In Occidente mangeremo sempre peggio, a prezzi medi più elevati per via di criteri di pagamento meno rapidi rispetto a quelli dei BRIC’S, avremo periodi ciclici di carenza di cibo industriale per la forte concorrenza dei mercati emergenti in espansione. Il mercato di trading del riso è ristretto perché i maggiori paesi produttori assorbono quasi completamente la produzione annuale con la loro domanda interna. Il mais è la produzione agricola più intermediata finanziariamente; dopo seguono il grano e la soia. La soia, però, è destinata solo in parte all’alimentazione, ed è spesso utilizzata per il biofuel. DuPont e Monsanto controllano il 65% del mercato mondiale del mais; il 44% di quello della soia; ed il 91% del mercato delle sementi geneticamente modificate. Negli ultimi 2 anni le 2 imprese hanno acquistato il 65% del mais non OGM prodotto in Brasile. La logica è di costituire l’egemonia in entrambi i mercati, quello OGM e quello naturale, ai
quali vendere prodotti diversi ma in regime di controllo pressoché completo della domanda.
I produttori OGM se la passano apparentemente meglio; mentre quelli ancora legati ai sistemi naturali – ancora la maggioranza – sono indotti nella tentazione OGM nel momento in cui i primi subiscono le condizioni, apparentemente amichevoli, del big business. Le grandi aziende del settore food & beverage operano sull’economizzazione della materia prima, che è e deve essere certa. Normalmente, dato che si tratta di fatto di monopolisti, sono le grandi multinazionali a fare il prezzo; ed anche il tipo di pagamento lo fa l’acquirente: ed è sempre la condizione meno agevole per il creditore, che deve accettare ritardi, pagamenti in titoli, saldi che tardano a venire.
Il sistema delle grandi multinazionali del cibo – c.d. Big Food – sul piano sanitario è un costo, non certo una risorsa: interpolando i dati attuali della diffusione dell’obesità (generata dalla tecniche pubblicitarie), il moltiplicarsi delle malattie correlate al diabete, la diffusione delle allergie alimentari e delle malattie autoimmuni dipendenti dall’alimentazione, possiamo calcolare una media globale di costi sanitari indotti dalle politiche di Big food che va induttivamente dai 250 ai 456 miliardi di USD. Dal 1995 ad oggi nel mondo ci sono 65 milioni di persone malnutrite in più, con 1 adulto su 5 in grave sovrappeso.
C’è poi il fenomeno del Land grabbing, le acquisizioni di terreni posti in un’area di guerra o di sostegno umanitario, dopo che sono stati confiscati, depopolati delocalizzati rispetto alle risorse primarie. Il fenomeno riguarda soprattutto l’Africa Subsahariana, ma si registra anche altrove nei paesi più poveri, con Governi deboli e dove la corruzione è diffusa. La corsa alla terra è conseguenza di una serie di fattori: l’enorme crescita demografica che sta interessando il pianeta ed il cambiamento in corso dei paradigmi geopolitici che hanno già prodotto la formazione di nuovi poli di potenza da cui è emerso lo sviluppo di una nuova classe media con abitudini alimentari in evoluzione. Sul versante istituzionale e politico, la domanda crescente di terre, ripensate come asset strategico degli interessi vitali di un paese per soddisfare la domanda alimentare (con gli effetti indotti da un consumo crescente di carne) e quella energetica, si è tradotta nel nuovo fenomeno degli acquisti e concessioni internazionali – da parte di imprese e governi – di vasti terreni arabili, il cosiddetto land grabbing, che coinvolge soprattutto i paesi emergenti come acquirenti. Seppure se ne sia cominciato a parlare dal 2008, si mostra già come un fenomeno importante: in particolare, Stati, Cina ed India, oltre ad Arabia Saudita, Qatar e Bahrein, sono tra i maggiori acquirenti di territori dei paesi africani.
Questa corsa alla terra praticata dai grandi gruppi internazionali, oltre a creare dispute con le popolazioni locali che sfociano in gravi crisi sociali, ha prodotto la marginalizzazione dei piccoli produttori in quanto il sistema, così come è congegnato, conferisce solo alle grandi aziende il potere di determinare il mercato.
Il fenomeno del land grabbing è significativo anche in Brasile. Il Paese, che al momento è la 6^ economia ed il 2^ produttore agricolo del mondo, ha in un primo tempo “subito” l’arrivo degli investitori esteri che hanno acquistato i terreni aumentando notevolmente la loro presenza nell’economia locale e generato la crescita esponenziale di capitale internazionale nell’industria agricola brasiliana, che, nel giro di dieci anni – dal 1995 al 2005 – è aumentato dal 16% al 57%. Tale situazione è stata arginata sotto la Presidenza Lula, che, nel 2007, ha varato, nell’agosto del 2010, una nuova legislazione che limita la possibilità di acquisire appezzamenti di terra a compagnie controllate per il 50% (o più) da capitale straniero. Anche in Brasile l’espansione dell’agri-business ha comportato la conversione delle colture tradizionali in coltivazioni di soia, mais, canna da zucchero ed allevamenti intensivi, come pure l’intensificarsi di conflitti per le terre su cui vivono e lavorano popolazioni indigene e comunità locali.
Il Brasile, tuttavia, oltre a subire il fenomeno del land grabbing, negli ultimi anni ha iniziato a praticarlo. A tal fine ha sviluppato una propria politica di acquisizione di terreni agricoli al di fuori dei suoi confini nazionali come, ad esempio, in Paraguay, dove su 31 milioni di ettari di terra arabile (il 29% della quale è destinata alla produzione di soia) è stato concesso il 25% a investitori stranieri, di cui il 15% ai soli brasiliani. La duplicità del ruolo del governo brasiliano ha portato ad un concatenarsi di eventi che hanno interessato diverse regioni del Sud America. In particolare, la crescita della produzione di soia negli anni ’70-’80 è stata responsabile del dislocamento di 2,5 milioni di persone nello stato di Paraná e di 300.000 nel Rio Grande do Sul. Non si tratta di contrapporre la modernizzazione agricola alla difesa della tradizione, ma di assicurare che gli interessi ed i diritti sulla terra degli agricoltori di piccola scala non siano esclusi da interessi di gruppi forti che siglano accordi e contratti con piena valenza legale.
Scorrendo i dati riportati nello studio di Verie Aarts, intitolato “Unravelling the Land Grab: How to protect the livelihoods of the poor?” pubblicato nel 2009 tra 15 ed i 20 milioni di ettari di terra coltivabile sono stati oggetto di transazioni ed accordi negli ultimi due anni e mezzo, e dal 2004 oltre 2,5 milioni di ettari sono stati assegnati ad operatori stranieri in 5 paesi africani (Etiopia, Sudan, Mali, Ghana e Madagascar).
Il Fatto nuovo non è la vendita o concessione di terre in sé, ma l’estensione dei lotti (contratti su superfici superiori ai 100.000 ettari) e la destinazione d’uso (per garantire la sicurezza alimentare ed energetica degli investitori internazionali) che sono rilevanti per la questione della sicurezza alimentare dei paesi poveri, al punto che il Segretario generale della FAO, nonostante la FAO stessa avesse per anni incoraggiato gli investimenti esteri in agricoltura, teme che questa nuova forma d’investimento sia di fatto un tipo di neocolonialismo da parte dei paesi emergenti che hanno seri limiti di terra e acqua ma significative dotazioni di capitale finanziario (si pensi ai paesi del Golfo), di paesi con popolazione numerosa e seri problemi di approvvigionamento alimentare (Cina, Corea del Sud e India), oltre che di Stati Uniti, Giappone, Sudafrica e Libia.
La qualità degli investimenti, come dimostra il fenomeno del land grabbing, non è un aspetto trascurabile; il settore pubblico potrebbe svolgere un ruolo prezioso per incentivare investimenti non nocivi alla sicurezza alimentare.

mercoledì 3 settembre 2014

Anno Accademico 2014-2015. Un buon inizio a tutti

Anno Accademico 2014-2015
Dopo la pausa estiva, riprendono le pubblicazioni dei post. Saranno messi anche quelli relativi a Luglio ed Agosto per completamento di archivio e non avere buchi per le ricerche, ma non saranno rinviati
 A Tutti, 
 frequentatori, studenti e lettori un augurio di una felice ripresa e di un proficuo lavoro
(email geografia2013@libero.it)
MC

giovedì 3 luglio 2014

Siria: verso la positiva conclusione del disarmo

Armi chimiche in Siria
Gioia Tauro, l’anello italiano del disarmo mondiale
Carlo Trezza
02/07/2014
 più piccolo più grande
Nella tragedia infinita della guerra civile in Siria l'unico elemento virtuoso è stato rappresentato dall'adesione siriana alla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche e dalla conseguente distruzione dell'arsenale che Damasco ha riconosciuto di detenere. Fase centrale di questo processo è stato il trasbordo dei container in cui sono chiusi i micidiali agenti chimici nel porto di Gioia Tauro.

Rivincita del multilateralismo
Oltre a stemperare - ma purtroppo non a risolvere - la crisi siriana, l'intesa raggiunta costituisce una rivincita del multilateralismo internazionale. Non tutti ricordano che dieci anni fa il termine "multilateralismo" era divenuto un anatema e che all'Assemblea generale dell'Onu vi fu una guerra di religione per metterlo al bando.

La diatriba era sorta successivamente alla seconda guerra del Golfo, quando l'amministrazione Bush si oppose a una soluzione multilaterale della crisi irachena, mostrando la volontà di utilizzare a ogni costo le forze che erano state ammassate ai confini dell'Iraq. A nulla erano servite le ispezioni delle Nazioni Unite che non avevano evidenziato il ritrovamento di armi di distruzioni di massa.

Con la crisi siriana è successo l'esatto contrario. Le armi siriane c'erano davvero. Il Presidente russo Vladimir Putin e i suoi sostenitori cinesi hanno finito per arrendersi all'evidente necessità di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza, mentre il Presidente statunitense Barack Obama, a differenza dal suo predecessore dal "grilletto facile", ha avuto la saggezza di rinunciare a un'azione militare nella quale si era originariamente fatto implicare.

Le autorità siriane dal canto loro si sono piegate al diktat internazionale. Occorre riconoscere il merito di questi protagonisti, ma bisogna anche dare credito alle strutture multilaterali che hanno svolto un ruolo chiave nella realizzazione di questa virtuosa operazione.

Collaborazione internazionale
Approvando la risoluzione, il Consiglio di sicurezza ha svolto correttamente il suo ruolo nel porre le basi giuridiche dell'iniziativa e affermandone la legittimità. L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari del disarmo guidato dalla tedesca Angela Kane, è riuscito ad accertare - correndo enormi rischi e sotto le bombe - l'effettivo impiego delle armi chimiche.

L'adesione siriana alla Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche è avvenuta con sorprendente tempestività. Sotto la guida del diplomatico turco Ahmet Üzümcü, l'Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, Opac, sta ora conducendo in tempi record la complessa operazione di distruzione di tale arsenale.

Il completamento dell'iniziativa ha richiesto però la collaborazione generosa dell'intera comunità internazionale e in questo contesto va valutato il dibattito sul contributo italiano. Non è stato uno spettacolo edificante vedere paesi rinviarsi continuamente l'onere di distruggere sul proprio territorio il materiale chimico dismesso. Sono dovuti intervenire gli Stati Uniti, inventando l'originale soluzione dello smaltimento in acque internazionali a bordo della nave Cape Ray, per sventare il rischio che l'intera operazione rimanesse lettera morta.

Ruolo Italiano
Bene hanno fatto Danimarca e Norvegia a porre a disposizione due unità navali per il trasporto del carico. La Germania si è impegnata all'incenerimento sul proprio territorio dei residui che risulteranno dal trattamento dell'Iprite siriana che avverrà a bordo della Cape Ray. E bene ha fatto anche l'Italia a farsi carico nel trasbordo nel porto di Gioia Tauro del materiale da distruggere.

Se si riuscirà a chiudere definitivamente il capitolo delle armi chimiche siriane si sarà fatto un passo importante nel Medio Oriente. Le armi chimiche erano, e rimangono, una componente importante dello scenario. Furono intensamente utilizzate da Saddam Hussein nella guerra contro l'Iran all'inizio degli anni ‘80 e contro la propria minoranza curda. Si ritiene siano state utilizzate dall'Egitto nel suo intervento nello Yemen nel 1967.

Il loro recente impiego in Siria, colpendo popolazioni civili, conferma che si tratta di un'arma di terrore che poco serve a fini militari e di deterrenza. Con l'adesione siriana alla Convenzione, gli unici paesi dell'area che non hanno rinunciato alle armi chimiche sono Egitto e Israele.

La palla si trova decisamente nel loro campo e una loro risposta positiva darebbe impulso alla realizzazione di un altro progetto di cui si discute dal 2010: quello di una Zona priva di armi distruzione di massa e loro vettori nel Medio Oriente.

Il trasbordo di Gioia Tauro è stato parte di un progetto multilaterale di più ampio respiro. Ripensamenti dell'ultima ora sarebbe stata una iattura. Si sarebbe compromessa l'intera operazione, si sarebbe incrinerebbe la rinascita del multilateralismo e si sarebbe messa a repentaglio la credibilità dell'Italia.

L'Ambasciatore Carlo Trezza è presidente designato del Missile Technology Control Regime, è stato Ambasciatore presso la Repubblica di Corea, Rappresentante Permanente per il Disarmo a Ginevra e membro della delegazione italiana alla Conferenza istitutiva della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2718#sthash.pAjDcUUl.dpuf

I Settemana diLuglio 2014

Oggetto Newsletter : Relazioni italo-tedesche, Israele in lutto, Gioia Tauro
Newsletter n° 326 , 3 luglio 2014
 

L'uccisione dei tre giovani israeliani potrebbe riaprire il vaso di Pandora
      del conflitto israelo-palestinese. L'ennesima miccia,
in un Medio Oriente che assiste al deterioramento dell'Iraq.
 L'avanzata dell'Isil condurrà a una guerra settaria regionale?
L'inizio della presidenza italiana del Consiglio dell'Ue è stato
 preceduto dal dibattito sulle relazioni tra Roma e Berlino.
Renzi riuscirà a curare la sindrome tedesca della slealtà italiana?
 
Note ed informazioni:studentiecultori2009@libero.it

martedì 1 luglio 2014

I Settimana diLuglio

Oggetto Newsletter : Presidenza italiana Ue, Tajani-Governo, Medio Oriente
Newsletter n° 325 , 1 luglio 2014
 

Trovato l'accordo sul presidente della Commissione europea, continua a tener banco
 il dibattito sul rapporto tra crescita e rispetto dei parametri Ue.
Alla vigilia del semestre di presidenza italiana alla guida del Consiglio dell'Ue,
 quali sono i margini di flessibilità che l'Italia può chiedere all'Europa?
Mentre la crisi irachena rimette al centro la questione curda, dal Cairo arriva
 la notizia della condanna dei tre giornalisti di Al-Jazeera.
Quale è il prezzo della stabilità egiziana?
La newletters e messa a disposizione di Frequentatori e Studenti

Europa: il semestre italiano e le novità sul tappeto

Presidenza italiana dell’Ue
Se la politica estera europea parlasse italiano
Nicoletta Pirozzi
30/06/2014
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Le negoziazioni in corso per l’assegnazione delle principali cariche europee vedono l’Italia candidata, nella persona dell’attuale ministro degli esteri Federica Mogherini, a guidare la politica estera europea per il prossimo quinquennio.

Se questa ipotesi non dovesse realizzarsi, è comunque previsto che durante la presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea (Ue) l’Italia avrà la possibilità di dare il proprio impulso all’azione esterna dell’Ue e di affermare la propria agenda di priorità.

Azione esterna dell’Ue
In quest’ottica, appare meno singolare la scelta del governo italiano di inserire nel programma della presidenza una parte dedicata alla politica estera, di sicurezza e di difesa, materie che le innovazioni di Lisbona hanno sottratto alle competenze della presidenza di turno semestrale e consegnato nelle mani delle figure istituzionali dell’Ue, in particolare all’Alto rappresentante e al Presidente del consiglio europeo.

Il programma della Presidenza, sotto embargo fino alla presentazione al Parlamento europeo il prossimo 2 luglio, prevede non solo i capitoli “Crescita e occupazione” e “Cittadinanza e diritti”, ma anche uno dedicato all’“Europa nel mondo”.

Il rafforzamento della posizione europea sulla scena internazionale viene infatti considerato prodromico alle politiche di crescita, occupazione e innovazione che dovrebbero restituire forza al modello di integrazione europea.

Mediterraneo cuore non più frontiera
Non stupisce che il programma presenti il primo vicinato europeo, e in particolare il Mediterraneo, come l’area di interesse cruciale per l’Ue. Il Mediterraneo inteso come cuore - e non più come frontiera - dell’Europa diventa il fulcro di una serie di azioni che possano garantire sicurezza e sviluppo dalla sponda sud a quella nord e viceversa.

Le priorità del programma italiano per il Mediterraneo non si distinguono certo per carattere innovativo, tranne alcune eccezioni, ma rappresentano il meritorio tentativo di disegnare un approccio strategico e integrato per l’Ue.

In particolare, cambia l’ottica in cui si percepisce e interpreta il fenomeno migratorio, con un ruolo positivo assegnato all’immigrazione regolare e una maggiore domanda di solidarietà europea per le politiche di asilo, mentre si cerca di individuare nuove strategie per la lotta all’immigrazione clandestina.

In termini di proposte operative, l’Italia punterà a un rafforzamento dell’agenzia europea Frontex e della Task Force Mediterraneo per la protezione delle frontiere marittime, ma anche all’attuazione delle linee guida strategiche cosiddette “post-Stoccolma” in materia di immigrazione e asilo approvate dal Consiglio europeo del 26 giugno scorso.

Accanto a queste proposte che si concentrano sulla gestione dell’emergenza migratoria, il programma contiene anche azioni a più lungo termine che mirano a rafforzare i rapporti con i paesi del nord Africa in settori diversi che vanno dall’energia (pacchetto clima-energia), alla pesca (follow up della Strategia marittima dell’Ue collegata alla crescita blu)e alla cultura (Anna Lindh Foundation for the Intercultural Dialogue).

La rivitalizzazione di contestati progetti come l’Unione per il Mediterraneo sarà affiancata da nuove iniziative, come quella italo-greca a favore della sponda sud del Mediterraneo denominata Amici.

Viene rafforzata l’immagine del Mediterraneo come cinghia di trasmissione con il continente africano, dalla turbolenta regione del Sahel all’africa sub sahariana in crescita.

Da una parte, si punta a rafforzare i rapporti, inclusi quelli economici ed energetici, con i paesi dell’Africa occidentale (Processo di Rabat) e del Corno d’Africa. Dall’altra, si cerca di arrivare alle cause prime del fenomeno migratorio, garantendo maggiore sicurezza nei paesi d’origine.

In questo contesto si colloca l’accento posto sulla politica di sicurezza e di gestione dei confini in Libia, per la quale l’Italia continua a giocare un ruolo determinante, da attuare in stretta collaborazione con le Nazioni Unite e utilizzando tutti i canali di penetrazione, inclusi quelli offerti dalla presenza sul territorio di grandi aziende come l’Eni.

Allargamento e politica commerciale
Anche se il Mediterraneo sarà al centro dell’attenzione, il rilancio del dialogo con la Russia sarà comunque all’ordine del giorno, anche nell’ottica di un rafforzamento del partenariato strategico con l’Ue.

Le negoziazioni per il completamento dell’allargamento ai Balcani occidentali e per l’adesione della Turchia dovrebbero ricevere un impulso decisivo.

Neanche gli aspetti esterni della politica commerciale saranno trascurati: un’attenzione particolare sarà dedicata alla dimensione nord atlantica, in vista della conclusione di accordi con gli Stati Uniti (Ttip) e il Canada, e di nuovo alla sponda sud del Mediterraneo (Deep and comprehensive free trade agreement).

L’agenda italiana di politica estera ha creato qualche mal di pancia a Bruxelles, in particolare tra i corridoi del giovane servizio diplomatico europeo, che ha rivendicato il suo ruolo primario nell’attuazione dell’azione internazionale dell’Ue.

L’Italia ha indubbiamente spazi di manovra limitati per portare a compimento la sua agenda in questo delicato settore, ma nella staffetta politica dei prossimi mesi questo programma potrebbe rappresentare un testimone che i nuovi vertici europei difficilmente potranno lasciar cadere.
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Giugno Terza Settimana.

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di Niccolò Locatelli
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[Carta di Laura Canali]
Iraq Mentre Isis avanza, gli sciiti si mostrano armati. Obama non esclude bombardamenti aerei [la chiave sono le spie] né la cooperazione con l'Iran.

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Disgeli Uk-Iran: il Regno Unito riaprirà l'ambasciata a Teheran. Usa-Brasile: visita di Biden [#nuovoLimes: Mai alleati degli yankees]. Ecuador-mercati finanziari: il ritorno.

Elezioni In Colombia rivince Santos. Problemi col voto in Afghanistan.

Carta finale: I rifugiati nel mondo: oltre 50 milioni, record dalla II Guerra Mondiale.

Il mondo ogni settimana è una rubrica che cerca di analizzare gli eventi più interessanti (non necessariamente i più popolari) dell'attualità internazionale, privilegiando temi geopolitici ed economici. Questa puntata riguarda i giorni tra il 14 e il 21 giugno 2014. Per leggere le puntate precedenti clicca qui; la rubrica è anche su rss, facebook e twitter (profilo dell'autore).
(21/06/2014)
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Verso figure di rilievo: La UE alla ricerca di personalità

Nomine europee
Identikit per il ministro degli esteri Ue
Gianni Bonvicini
24/06/2014
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Il valzer delle indiscrezioni e negoziati sui nomi dei candidati alle massime cariche dell’Unione europea (Ue) si è concentrato essenzialmente sul Presidente della Commissione, del Consiglio europeo e del Parlamento di Strasburgo. Solo in questi ultimi giorni l’attenzione si è spostata sull’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune.

In Italia se ne parla soprattutto per l’indiscrezione su una possibile candidatura del Ministro degli esteri Federica Mogherini, altrove per il gusto del gioco delle caselle da riempire, in un’ottica di lottizzazione nazional-partitica. Questa visione di corto respiro è davvero stupefacente, poiché la carica di Alto Rappresentante ha un potenziale enorme per il futuro dell’Ue: se ben sfruttato può offrire all’Europa un elemento non secondario di ulteriore integrazione politica.

Compiti dell’Alto rappresentante
Forse è bene ricordare che cosa significhi oggi fare l’Alto rappresentate. Il Trattato di Lisbona, come è ben noto, ha innovato profondamente, con il Titolo V°, i meccanismi della politica estera e di sicurezza. In breve, l’Alto rappresentante ha la responsabilità quasi esclusiva per la gestione delle politiche e azioni nel campo delle relazioni internazionali, della sicurezza e anche della difesa dell’Ue.

Presiede in modo continuativo, per cinque anni, il Consiglio affari esteri: il che significa gestirne l’agenda, proporre iniziative, individuare le priorità.

Ha poi a disposizione un notevole apparato burocratico, il Servizio europeo per l’azione esterna, Seae, composto oggi da oltre 3mila unità (ma in crescita fino al limite di 6/7 mila) provenienti dai ministeri nazionali, dalla Commissione e dal Consiglio: un apparato diplomatico barocco, che non è facile far lavorare in modo coerente, anche a causa delle contese fra le tre diverse anime che lo compongono.

L'Alto rappresentante si occupa direttamente anche dell’Eda, l’agenzia per la difesa europea, nucleo cruciale per il coordinamento fra le diverse difese nazionali nel campo strategico e industriale.

Ha poi il comando delle missioni civili e militari dell’Ue nelle varie aree di crisi. E infine, per completare il quadro, è anche vicepresidente della Commissione con il compito di assicurare la coerenza fra la politica estera in senso stretto e le altre politiche esterne dell’Ue che giocano un ruolo non secondario nel proiettare l’immagine dell’Europa nel mondo.

Gestione crisi internazionali
Una missione impossibile, verrebbe da dire, anche perché tutti questi poteri sono in gran parte sulla carta, dal momento che gli stati mantengono gelosamente nelle loro mani un diritto di veto e interposizione che frena, quando non blocca, l’azione dell’Alto rappresentante.

Lo si vede quando il gioco internazionale si fa duro e cioè nella gestione delle grandi crisi, dalla Siria all’Ucraina, dalla Libia all’Iraq: l’Alto rappresentante normalmente scompare. Lo si è sperimentato con Xavier Solana alcuni anni fa nel caso della Georgia. E ancor più con Catherine Ashton che pure godeva delle nuove regole e dei nuovi poteri stabiliti dal Trattato di Lisbona.

A trattare sull’Ucraina con il presidente russo Vladimir Putin o con il suo ministro degli esteri Sergei Lavrov ci pensano Angela Merkel o David Cameron, non certo Ashton.

L'incarico di Alto rappresentante impone quindi una continua battaglia contro l’arroganza e l’ingerenza dei governi dei grandi paesi e richiede una notevole velocità di azione e di iniziativa per anticiparne le mosse.

Vicinato europeo in ebollizione
Va ancora una volta ribadito che il futuro dell’Ue si giocherà moltissimo sullo scacchiere internazionale. Infatti, mentre in questi ultimi anni l’Europa si è quasi unicamente concentrata sulla gestione della crisi economico-finanziaria, intorno a noi il mondo è profondamente cambiato.

Rispetto al 2009, anno di inizio dei guai dell’euro, il nostro Vicinato è oggi quasi irriconoscibile: Mediterraneo, Africa subsahariana, Medio Oriente, Caucaso meridionale e Russia si sono trasformati in un arco di crisi potenzialmente destabilizzante per l'Ue.

A preoccupare è l’assenza di strategie e azioni concrete da parte dell’Unione in quanto tale.

Centralità politica estera europea
La scelta dell’Alto rappresentante è quindi di importanza cruciale, molto più di alcune altre cariche oggi in discussione. Ci saremmo aspettati un’analisi puntuale della job description e delle sfide future, fatta con la stessa intensità e approfondito dibattito che ha riguardato la figura del Presidente della Commissione.

Si dovrà scegliere un candidato all’altezza della sfida, giovane o vecchio che sia, e al contempo decidere una volta per tutte di collocare la politica estera e di difesa al centro delle preoccupazioni europee riformando un meccanismo ancora inadeguato al compito che deve assolvere.

Una nomina staccata da questi obiettivi e contenuti essenziali rischia di affossare ogni ambizione di trasformare l’Ue in un “credibile attore internazionale”, come si auspica ormai da troppo tempo, senza che ciò realmente si avveri.

Gianni Bonvicini è vicepresidente vicario dello IAI.
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Immigrazione: Mare nostrum e i nuovi orizzonti

Immigrazione
L’Italia guarda oltre Mare Nostrum
Marco Del Panta
20/06/2014
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Si dice che Mare Nostrum costituisce un pull factor perché stimola maggiori flussi verso l’Europa. Essendo diminuito il costo della traversata, parte degli 800 mila stranieri presenti in Libia, si sostiene, potrebbe prendere il largo a bordo delle carrette del mare.

Una volta arrivati sul territorio italiano gran parte dei migranti se ne va verso altri paesi europei, talvolta rifiutando la fotosegnalazione (non ci sono strumenti cogenti per obbligarli). Ad attrarli sarebbe la generosità dei sistemi di accoglienza per i richiedenti asilo nord-europei. Non è anche questo un pull factor? Probabilmente sì, anche se non se ne parla.

Se volessimo porre un freno agli sbarchi, che negli ultimi mesi sono aumentati di dieci volte rispetto all’analogo periodo nel 2013, dovremmo quindi cessare i salvataggi in mare e le politiche di accoglienza. Si tratta evidentemente di un’eventualità non all’ordine del giorno, che contrasta con la tradizione civile delle democrazie europee.

Rispetto Convenzione di Ginevra
Dal punto di vista italiano, non ci sono alternative ai salvataggi in mare. Il ritorno al passato significherebbe la ripresa dei “viaggi della morte”. Anche un allentamento delle politiche di accoglienza non è concepibile, perché contrasterebbe con il diritto internazionale, nonché con quello dell’Unione europea.

La Convenzione di Ginevra sui rifugiati fissa degli obblighi precisi per gli stati firmatari in materia di accoglienza e diritti. Al fine di creare uno spazio europeo uniforme dove chi fugge da persecuzioni e guerre possa godere di diritti civili ed economici il più possibile uniformi, le norme che l’Ue si è data negli anni sono ancora più stringenti e puntuali.

Indietro non si torna quindi. E allora che fare? Possono le politiche di asilo venire incontro all’azione italiana di salvataggio in mare? Si può pensare a un meccanismo di redistribuzione dei migranti e richiedenti asilo in arrivo, anche se i dati mostrano che certi paesi dell’Ue processano un numero di richieste di asilo ben superiore a quelle italiane?

Dublino III
Ci sono varie possibilità. La più percorribile potrebbe essere l’attivazione della clausola discrezionale del nuovo regolamento Dublino (approvato nel 2013, stabilisce che il paese competente alla trattazione delle domande d’asilo è quello di primo arrivo).

In base all’art. 17, i paesi membri possono derogare su base volontaria ai criteri di competenza dichiarandosi pronti a trattare le richieste di asilo per motivi umanitari. In presenza di afflussi massicci, potrebbe essere attivato un meccanismo di questo tipo.

Si tratta però sempre di un meccanismo volontario e l’esperienza insegna che non vi è grande entusiasmo all’interno dell’Ue per meccanismi di “re-location” dei rifugiati (e per analogia dei richiedenti asilo).

È difficile quindi che un meccanismo di questo tipo prevalga nel dibattito delle prossime settimane. Assisteremo probabilmente all‘usuale polemica fra i paesi del nord che ritengono di sostenere il costo maggiore dell’accoglienza, contando le domande di asilo, e quelli del Sud (in realtà, l’Italia quasi da sola) che spiegano come i salvataggi in mare siano ben altra cosa dalle domande avanzate in un ufficio della Polizia di frontiera.

Verso la presidenza italiana dell’Ue
Si rischia in questo contesto di avere una gara al ribasso nelle tutele dei migranti, piuttosto che un salto in avanti. Vedremo come evolve il dibattito al prossimo Consiglio europeo, e durante la Presidenza italiana dell’Ue ormai alle porte.

Una cosa appare però chiara fin d’ora: l’unica politica condivisa da tutti per far fronte alla pressione migratoria, e che è tipicamente “win-win”, è la cooperazione con i Paesi di origine e transito dei flussi.

Per l’Europa si tratta di a mobilitare risorse e attenzione verso i Paesi del Mediterraneo e africani, di affrontare con maggiore continuità le questioni migratorie in seno al Consiglio dei ministri degli esteri, in cooperazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’Acnur, e di ”tarare” le politiche di sviluppo sulla prevenzione della migrazione irregolare. Solo così si creeranno le condizioni per una più efficace gestione delle migrazioni.

Europa e Africa hanno senza dubbio interesse a collaborare. L’Africa è ormai l’unico continente (insieme all’Asia meridionale) in chiara espansione demografica, mentre in Europa l’invecchiamento prosegue. Si calcola che nel 2050 mancheranno 48 milioni di lavoratori. Le complementarietà sono evidenti.

Per queste ragioni, l’Italia sta lavorando per lanciare un’iniziativa migratoria con il Corno d’Africa, coinvolgendo i paesi dell’Africa occidentale nella conferenza ministeriale su migrazione e sviluppo. L’auspicio è di arrivare a una gestione onnicomprensiva dei flussi fra i due continenti sulla base dei loro interessi convergenti in campo migratorio.

Marco Del Panta, Direttore centrale per questioni Migratorie ed i Visti, Ministero degli Affari Esteri.
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I veri costi e benefici dell’immigrazione, Alessandro Giovannini
Mare nostrum non basta, Marco Del Panta
L’Odissea della guerra alla tratta, Enza Roberta Petrillo


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Note per la III Settimana di giugno

Oggetto Newsletter : Isil in Iraq, Immigrazione, Presidente della commissione Ue
Newsletter n° 323 , 19 giugno 2014

L'avanzata dell'Isil frantuma l'Iraq, avvicinandolo sempre più alle dinamiche di Damasco.
 Il rompicapo siriano passa da Baghdad?
Ad aumentare è il flusso di migranti che cerca rifugio dalla guerra.
La gestione europea dei flussi provenienti dall'Africa sembra un flop.
Riuscirà la presidenza italiana a cambiare corso? Per ora Bruxelles è occupata dalla ricerca
del nuovo presidente della Commissione.
 
Nel riportare questa nws letter, si ricorda che i blog geografici sono stati fermi per tre settima per via
del viaggio all'estero dei compilatori. Ancorchè con ritardo si riportano i blog di periodo, per la
 continuità di informazione.
Si ricorda inoltre che l'Anno accademico in corso termina con la fine del mese di giugno.

Un fallimento c0ntinuo: la politica migratoria

Immigrazione
Il flop della gestione dei flussi migratori africani
Enza Roberta Petrillo
18/06/2014
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Alla fine è andata come i più, sottovoce, immaginavano che andasse. Un flop. La decantata cabina di regia sui flussi migratori africani lanciata come il tema centrale del quarto EU-Africa summit ha partorito un topolino, la EU-Africa Declaration on Migration and Mobility.

La dichiarazione, dello scorso aprile, nasce vecchia e ricalca quasi del tutto l’Africa-EU Partnership on Migration, Mobility and Employment del 2007 e il Global Approach to Migration and Mobility del 2011.

Due atti presentati ai tempi come il punto di svolta delle politiche migratorie europee e che oggi scricchiolano sotto il peso crescente della controversa gestione dei flussi migratori in arrivo dalla sponda sud del Mediterraneo.

Dal 1988 sono 19.781 i migranti morti nel tentativo di raggiungere l’Europa. Tra questi, 2.352 soltanto nel corso del 2011, almeno 590 nel 2012 e 801 nel 2013. Un mobilità incessante che resta su livelli d’allerta soprattutto in Italia, dove soltanto nei primi cinque mesi del 2014 sono sbarcati oltre 40.000 migranti.

Road Map Eu-Africa
Le priorità a breve termine della politica migratoria promossa da Bruxelles e l’incapacità di proporre un set di programmi e azioni a largo raggio trovano un riscontro più che evidente in quegli striminziti due punti dedicati dalla Road-Map Eu-Africa 2014-2017 al tema “mobilità e immigrazione”.

Quella che doveva essere la risposta corale alle tragedie che negli ultimi anni si sono susseguite nelle acque mediterranee e lungo i paesi di transito si è tradotta nella replica di temi triti e ritriti: favorire le sinergie tra migrazione e sviluppo, ridurre i costi delle rimesse, valorizzare il ruolo della diaspora e consolidare l'Istituto africano per le rimesse.

Un approccio marcatamente economico che ha lasciato spazio alla dimensione umanitaria della mobilità solo per asserire in modo generico “l'importanza di affrontare le cause profonde della migrazione irregolare”. Fronte, sul quale, per l’ennesima volta, l’Europa non è stata in grado di guardare oltre il proprio dito.

Assente il richiamo ai plurimi fattori di spinta che portano migliaia di migranti africani a fuggire verso l’Europa. Nulla l’attenzione riservata alle instabili strutture istituzionali dei paesi di provenienza e di transito dai quali e lungo i quali i flussi migratori africani partono e si dipanano.

Ossessionata dalla porosità delle proprie frontiere esterne, l’Europa non ha saputo far altro che auspicarne per l’ennesima volta un rafforzamento. Eppure, contrariamente a quanto si potrebbe dedurre dalla “Road-Map Eu Africa 2014-2017”, il nodo critico della relazione tra i due continenti non sta nelle frontiere e nel loro controllo, ma nei cambiamenti demografici e socio-economici che caratterizzano il continente africano. Questione ripresa recentemente da un’analisi di Iván Martín del Migration Policy Center che fa luce sull’essenza dei fattori di spinta che vanno determinando i flussi migratori africani verso l’Europa.

Oltre il 40% dei 300 milioni di africani tra i 15 ei 30 anni sono Neet, “Not in education nor in employment”. Più di 300 milioni di africani vivono in assoluta povertà, con un reddito inferiore a 30 euro al mese. Dati acuiti dalle proiezioni demografiche delle Nazioni Unite, che per il 2050 prevedono una crescita della popolazione africana dal miliardo di abitanti odierno, a più di 2,4 miliardi di persone.

Diritti umani dei migranti
Rispetto a cifre di questo tipo è evidente che il problema non sta nelle centinaia di migliaia di cittadini africani intenzionati a emigrare irregolarmente verso l’Europa, ma nell’assenza di crescita economica, stabilità istituzionale e aspettativa di vita che alimenta l’emigrazione dai paesi di provenienza.

Sono questi gli elementi che spiegano perché, nonostante tra il 2007 e il 2013 l'Ue abbia speso 1,8 miliardi di euro per finanziare le attività di controllo delle frontiere esterne, potenziando Frontex e lanciando il sistema di sorveglianza Eurosur, il numero di persone che hanno scelto di rischiare la propria vita per raggiungere l’Europa è continuato a salire.

Il Partenariato EU-Africa non è ancora riuscito a garantire la protezione dei diritti umani dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati nei paesi africani di provenienza e transito, auspicata nel 2007 con Joint Africa-EU Strategy.

Esternalizzazione delle procedure di riconoscimento
Nell’attesa che Bruxelles avvii una riflessione meno euro-centrica e più programmatica sui problemi strutturali che alimentano i flussi migratori africani, per fronteggiare l’impennata dei flussi provenienti dalla rotta Centro-Mediterranea si punta a stabilire dei centri di identificazione per richiedenti asilo e rifugiati in paesi di transito come Egitto, Libia e Sudan. Proposta datata 2003, e che ora, per la prima volta, pare aver ricevuto l’endorsement dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati, convinto che questa sia l’unica via per scongiurare la “colossale catastrofe umanitaria” che rischia di abbattersi sugli stati europei che fronteggiano in prima linea i flussi mediterranei.

Il sostegno di molte cancellerie europee alla proposta di esternalizzazione delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato nei paesi terzi non ha però fatto luce sulle responsabilità umanitarie che graveranno sui paesi di transito che dovrebbero ospitare i centri di smistamento.

Questione non secondaria visto che le vicende drammatiche dei migranti in transito trattenuti e torturati nei centri di detenzione libici o di quelli arrestati dalla polizia egiziana dopo essere stati rilasciati dai trafficanti che li trattenevano nel Sinai sono una storia più che recente.

Enza Roberta Petrillo è ricercatrice post-doc presso l’Università “Sapienza” di Roma; esperta di politica e geopolitica est-europea, si occupa dell’analisi dei flussi migratori con particolare attenzione al ruolo svolto dalla criminalità organizzata transnazionale nei traffici illeciti transfrontalieri (enzaroberta.petrillo@uniroma1.it).
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martedì 17 giugno 2014

Europa: il problema della presidenza

Commissione europea
Presidente cercasi, Renzi tra Merkel e Cameron
Giampiero Gramaglia
04/06/2014
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Nell’Unione europea (Ue) tutti sono abituati a vedere Angela Merkel camminare diritta per la sua strada. Invece, sulla vicenda della presidenza della Commissione europea, la Merkel si muove a zig zag, come l’automobilista dei film che vuole provare al poliziotto di non avere bevuto: è difficile capire dove voglia arrivare e se davvero ci arriverà. E l’incertezza alimenta il chiacchiericcio.

Prima delle elezioni europee, la cancelliera tedesca era stata fra i leader popolari più freddi all’idea di designare un candidato alla presidenza della Commissione da sottoporre al vaglio dei cittadini: aveva accettato che il Ppe, buon ultimo, lo facesse, ma s’era poi data ben poco da fare per sostenere il campione prescelto, Jean-Claude Juncker, ex premier lussemburghese per 18 anni, ex presidente dell’Eurogruppo per 7 anni, il più tedesco e il meglio germanofono dei leader Ue non tedeschi.

Slalom attorno a Juncker
Sia i popolari che i socialisti avevano espresso un candidato alla presidenza della Commissione, rispettivamente Juncker e il tedesco Martin Schulz, presidente uscente del Parlamento europeo. Anche liberali, verdi e sinistra radicale avevano loro candidati, ma hanno preso un quinto dei seggi di popolari e socialisti.

Subito dopo il voto, alla cena dei leader del 28 martedì 27 maggio a Bruxelles, la Merkel e altri, compreso il premier italiano Matteo Renzi, avevano traccheggiato. Se l’Assemblea di Strasburgo giocava la carta del rispetto della volontà dei cittadini e portava avanti la soluzione Juncker, i capi di Stato e di governo prendevano tempo: nessuno mostrava fretta e, soprattutto, nessuno moriva dalla voglia di scegliere Juncker.

Anzi, c’era un gruppetto, coagulato intorno al premier britannico David Cameron, che di Juncker non voleva, e non vuole, neppure sentire parlare.

Dalla cena di Bruxelles, si usciva con due plenipotenziari: Junker, uomo di fiducia del Parlamento, e Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo e voce dei leader, incaricati di sondare il terreno in vista di una decisione al Vertice europeo del 26 e 27 giugno, ultimo atto della presidenza di turno greca e prologo di quella italiana.

Tre giorni dopo Bruxelles, la Merkel fa inversione di marcia e forse spiazza Renzi, che magari sta elaborando (e pregustando) strategie di mediazione europee. Per la presidenza della Commissione, la cancelliera appoggia Juncker. Proprio mentre la stampa britannica più autorevole, come il FT, tiene bordone al premier Cameron e invita i leader dell’Ue a scaricare l’ex premier lussemburghese perché ci vuole un volto nuovo.

Veto di Cameron
Nell’intervista euro-buonista di sabato 31 maggio a La Stampa e ad altri prestigiosi quotidiani, Renzi dichiara la Germania un modello e ostenta stima per la Merkel, che “non è un nemico”. Ma, almeno teoricamente, sul pacchetto delle nomine, Italia e Germania paiono ora trovarsi in campi diversi.

E i socialisti sono più ‘sparpagliati’ che mai: Renzi, il più forte del lotto ora, temporeggia, come Hollande; il cancelliere austriaco Werner Faymann si schiera con Juncker; i laburisti, che hanno sempre osteggiato Schulz, sono pure contrari a Juncker.

Quando poi Der Spiegel rivela che Cameron minaccia di serrare i tempi del referendum sull’uscita dall’Ue della Gran Bretagna, previsto nel 2017, se Juncker diventerà presidente della Commissione, la Merkel non fa spallucce, ma dà un colpo di freno: vuole stare con Jean-Claude, ma non vuole rompere con David.

Prossima tappa annunciata, il 9 giugno, quando il premier svedese Fredrik Reinfeldt intende riunire a Stoccolma un ‘mini-vertice’ con la Merkel, Cameron e l’olandese Mark Rutte, per portare avanti un’alternativa a Juncker.

Schieramenti sulla Commissione europea
Sui nomi, il riserbo è per ora massimo, ma The Telegraph rimette in circolo Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, francese, ma di destra: la Merkel - pare- avrebbe sondato in merito il presidente francese François Hollande, socialista, che dovrebbe ‘trangugiare il rospo’. Una scelta da brividi: la Lagarde, un simbolo per ruolo di troika e rigore, farebbe l’unanimità - contro- di europeisti entusiasti e tiepidi e di euro-scettici ed euro-critici.

In realtà, le scuole di pensiero sulla presidenza della Commissione sono almeno tre, dopo che le elezioni hanno prodotto un Parlamento europeo in cui i popolari sono i più numerosi, davanti ai socialisti, ma dove né gli uni, che hanno perso quasi 60 seggi, né gli altri, che ne hanno perso una decina, possono davvero affermare di avere vinto.

C’è il partito del ‘rispetto del voto’, di cui s’è fatto recentemente alfiere su La Stampa, fra gli altri, Lorenzo Bini Smaghi: gli elettori sono stati interpellati, anche se magari molti di essi non erano consci che votavano anche per esprimere una preferenza per il presidente dell’Esecutivo; e bisogna tenere conto del loro parere.

C’è il partito del “si scelga il meglio”, e né Juncker né Schulz lo sono, perché al più rappresentano l’usato sicuro di questa Unione. Tesi suggestiva, anche se, poi, alla prova dei fatti, il meglio è funzione dell’interesse di ciascuno: così, per i britannici, che s’iscrivono in questo partito, il meglio è un presidente quanto più scolorito e quanto meno europeista possibile.

E dire che il buon Juncker ha fatto di tutto, in campagna elettorale, riuscendoci pure perfettamente, ad apparire il più moscio e il meno europeista possibile.

Infine, c’è il partito che scarta Juncker e Schulz, perché né l’uno né l’altro hanno vinto le elezioni, e punta a legare tutte le scelte in un unico pacchetto, sul quale Renzi potrebbe mediare, essendo l’Italia dal 1o luglio alla presidenza di turno del Consiglio dell’Ue.

E, qui, gli italici machiavelli ipotizzano vantaggi probabilmente illusori. Perché, per mediare, l’Italia si troverà in posizione doppiamente privilegiata: presidente di turno e senza ambizioni perché la presenza di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea sembra escludere che ci tocchino altre fette della torta europea.

Di qui alla fine dell’anno, di posti da riempire l’Unione europea ne ha un sacco: c’è il presidente della Commissione, e tutti i membri dell’Esecutivo, ovviamente anche l’italiano; c’è il presidente del Consiglio europeo - il belga Van Rompuy va esaurendo il mandato; e c’è l’alto commissario per le politiche estera e di sicurezza comuni, con la britannica Catherine Ashton a fine corsa - si citano Schulz o il ministro degli esteri polacco Radoslaw Sikorski; infine, ci sarebbe il presidente dell’Eurogruppo, dove il ministro olandese Jeroen Dijsselbloem pare avere il fiato corto.

Un discorso a parte è quello del presidente dell’Assemblea di Strasburgo, che gli eurodeputati eleggeranno alla prima plenaria, all’inizio di luglio, proprio quando Renzi presenterà al Parlamento il programma della presidenza italiana.

In attesa dei giochi che contano, l’Italia è, però, per il momento, ‘zoppa’, senza commissario nell’Esecutivo di Bruxelles: Antonio Tajani, eletto a Strasburgo, è ormai fuori e va sostituito.

Qui, la parola è a Renzi: può aspettare, tenendosi la mossa in serbo sulla scacchiera delle nomine, fosse mai che acchiappa qualcosa con uno dei ‘cavalli di razza’ fatti fuori negli ultimi mesi, come Massimo D’Alema o Enrico Letta; oppure, può tappare la falla subito, puntando, magari a termine, su una figura esperta ed affidabile.

Giampiero Gramaglia è consigliere per la comunicazione dello IAI.
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Settimana dal 1 al 6 Giugno 2014 NEws 120

Oggetto Newsletter :
 Walzer delle nomine Ue, Sicurezza energetica, Sisi presidente, Libia
Newsletter n° 320 , 6 giugno 2014

Zig zag della Merkel sulla nomina del presidente della Commissione europea.
 Il Regno Unito mette il veto su Juncker. E Renzi per chi tifa?
L'Europa pensa se unire le proprie energie.
Dove porterà la Strategia europea di sicurezza energetica presentata dalla Commissione?
Intanto l’Egitto elegge il suo nuovo raìs, l'Europa è ipnotizzata dalla Sisimania?
 Mentre il Medio Oriente tiene gli occhi puntati sulla Libia, il papa prega per la Terra Santa.
Come reagiranno Israele e Palestina all'attivismo pacifista di Francesco?