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martedì 3 giugno 2014

Articolo:. Guerra, Conflitti e politica

Mario Rino Me*

Guerra, conflitti e politica

“I hate war, as only a soldier who has lived it can, as one who has seen its brutality, its futility, its stupidity”. Dwight Eisenhower

 Fino alla Guerra Fredda, il divenire della storia si identifica, per lo più, con quello della guerra e poiché la storia vede gli uomini  come protagonisti, nel binomio politica e guerra, i due hanno costituito un coppia inseparabile. In effetti, la mappa della geografia politica, i singoli Stati e le istituzioni che noi conosciamo ci sono stati tramandati da un continuo succedersi di conflitti. La guerra é dunque un fattore di rilievo nell’evoluzione ciclica delle costituzioni statuali, ma anche il progresso delle società, nei momenti cruciali dello scontro tra diverse culture, è stato influenzato dal verdetto sul campo (basti pensare alle guerre greco - persiane, romano - cartaginesi, ecc). Invero, come già avveniva dai tempi della pace di Westphalia, nello iato tra le due guerre mondiali e durante la Guerra Fredda c’è stato anche un po’ di spirito di cooperazione che ha fatto progredire la costruzione del sistema internazionale. Il cosiddetto “male necessario”, come lo definiva il Barone Henry de Jomini[1], era, quantomeno accettato con rassegnazione, e veniva raffigurato come la “sanguinosa soluzione di una crisi[2]”. Ma a Thomas Jefferson, appariva anche un’arma a doppio taglio che la definiva “as much a punishment to the punisher as to the sufferer”. A fattor comune il fatto che si tratta di una polemica violenta e rischiosa, nella quale la distruzione fisica delle forze dell’avversario e quella morale della sua volontà di combattere, sfocia, in una sorta di giudizio ordalico, nel rapporto di forza che si viene a determinare. Un contesto dove, come scrive von Clausewitz “la violenza che si vuol infliggere all’avversario è funzione delle reciproche pretese politiche” e, come in un duello, “i contendenti sono spinti dalla reciprocità delle azioni, ad una tensione estrema delle forze fisiche, della fatica e della sofferenza”.  Tucidide ha definito la guerra come il “cattivo maestro ”, in quanto “portando via le comodità delle consuetudini di ogni giorno, è maestra di violenza, e rende conforme alle circostanze l'indole dei più”.[3] In epoca rinascimentale, Leonardo da Vinci, ne dava una raffigurazione pittorica nella battaglia di Anghiari, una delle opere più enigmatiche del suo genio, lasciata interrotta e pervenutaci attraverso un disegno di P. Paolo Rubens. Il dipinto “raffigura l’idea che nella folle violenza del conflitto [che, di solito, si accentua nella lotta intestina], gli esseri umani rischiano di corrompere anche gli animali”[4]. Dunque una realtà fenomenica dove le componenti immateriali, come i fattori morali, difficili da pesare, «sfuggono al sapere attinto nei libri, non si lasciano ridurre in cifre né in categorie; debbono essere veduti e sentiti.[5]». Parimenti, le dinamiche sprigionate sono difficilmente prevedibili. Soggetto all’incertezza e aleatorietà, il fenomeno bellico segue dunque un profilo non “lineare”come dicono alcuni esperti, che non si presta, data la sua complessità, a schematismi e modelli previsionali propri della guerra «a tavolino».  Quel  “camaleonte” della guerra è poi, e soprattutto, un atto politico, la cui essenza è distillata dal costrutto filosofico di K von Clausewitz. Il generale sostiene che “l’obiettivo primario[6] di tutte le operazioni militari è quello di abbattere il nemico, vale a dire distruggere le sue forze. Il che costituisce il solo mezzo di cui dispone la guerra”. Precisando che si tratta di “un mezzo serio per un affare serio”, egli aggiunge che “la guerra non è dunque solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi[7]». Vista in questa prospettiva, la locuzione “con altri mezzi” sta a significare, come ribadirà nel successivo libro VIII[8], che la guerra “non interrompe lo scambio politico” tra i contendenti. Esso, infatti, viene modulato dall’andamento dei combattimenti, dato che, non solo “la politica non si ferma alla cessazione degli scambi di note diplomatiche”, ma permea i combattimenti in quanto “la condotta della guerra è di per se fare politica”. La guerra come politica dunque, che sembra in contrasto con quanto detto prima. In breve, “la guerra deve essere coerente con gli obiettivi politici e le linee politiche coerenti con i mezzi disponibili”, in quanto “al più alto livello, l’arte della guerra evolve in indirizzi politici, che si riflettono nella condotta di battaglie piuttosto che nell’invio di note diplomatiche”.  In definitiva, egli si chiede retoricamente “non è la guerra un’altra forma di scambio di pensieri, note verbali ?”. In questa prospettiva intensità e scala (ampia o ridotta che sia ) dei combattimenti servono a inviare messaggi politici sulle proprie intenzioni[9].

Il quadro e lo schema
Michael Handel, nella sua analisi comparativa sui maestri del pensiero strategico, ravvisa che lo stratega cinese Sun Tzu del 4° secolo a.c., includendo la creatività (“creare condizioni  e circostanze”) aveva già definito un quadro politico militare più ampio di quello tracciato da Clausewitz. Quest’ultimo, infatti, pur riconoscendo la supremazia della dimensione politica si era limitato a un trattato su “waging war itself[10], senza dunque argomentare ulteriormente in termini di portata politica (interesse, posta in gioco ecc). Oltre un millennio prima, il maestro cinese, cui spetta anche la primogenitura dei principi della guerra, aveva definito la guerra come “una questione di importanza vitale per lo stato, l’ambito di vita o di morte, la strada per la rovina o sopravvivenza”, e che, come tale, doveva “essere studiata compiutamente”, dato che per poter vincere occorreva fare “tanti calcoli”. In effetti questa definizione, che, nella gravità delle parole suona anche come avvertimento, pone dei paletti alle possibilità di ricorso alla guerra. Detto altrimenti, si può ragionevolmente dedurre che, se non sussistono condizioni di necessità tali da motivarne la scelta, è bene perseguire altri approcci. Di conseguenza, questo strumento della politica non può essere utilizzato per risolvere dispute o rimostranze, rispondere a torti o questioni personali tra capi di governo e via dicendo. Purtroppo, anche dopo il periodo delle guerre “tra governi, che non coinvolgevano il popolo”, non sempre, è andata così.
Dal punto di vista socio-antropologico il fenomeno della contesa violenta è riconosciuto come fisiologico e sistematico. “E’ la politica che ha generato la guerra”, afferma von Clausewitz. Senza ulteriori elaborazioni, la domanda spontanea si sposta sul come. Tucidide nell’analisi, non solo storiografica, della “Guerra del Peloponneso” da lui vissuta come στρατηγός, ci offre una raffigurazione, oggettiva e realistica del contesto ricorrente nel divenire storico degli imperi[11]. Le ragioni più profonde che, in un clima di concorrenza tra i due poli (Atene e Sparta), portarono alla denuncia della pace sono riconducibili, egli afferma, alla ”crescita della potenza ateniese e timore che esso incuteva agli spartani“. Dunque, non le motivazioni addotte dalle parti in causa, di cui lo storico, convinto dell’immutabilità della natura umana dà un’ampia descrizione, “in modo che esse diventino un possesso dell’umanità”. Ciò al fine di far comprendere meglio gli avvenimenti “che hanno portato al più grande sconvolgimento prodottosi nel mondo greco ..e in certa misura per gran parte dell’umanità, dato che entrambi i contendenti affrontavano la guerra al culmine delle loro forze e in ogni settore dell’apparato bellico. Mentre il resto del mondo greco si schierava con gli uni o gli altri“. Appare dunque all’orizzonte il fenomeno di quella che diventerà la dialettica dell’ascesa e declino delle potenze a fronte delle sfide da parte del peer competitor di turno. Proprio le caratteristiche di ineludibilità e sistematicità del fenomeno e i risvolti dell’impiego della forza organizzata, ma pur sempre distruttiva, sono all’origine di un lungo dibattito filosofico incentrato sulla moralizzazione del ricorso a questo strumento politico, alla luce dei valori universalmente riconosciuti del bene e della giustizia. Non ultimo per rispondere anche alla domanda di calmierarne ricorrenza ed effetti. Nella sua analisi, Von Clausewitz, riprendendo, ancorché parzialmente, la teoria della Guerra Giusta di  S. Agostino, precisa che lo scopo finale “è quello di portare alla pace”[12]”. L’opera del generale prussiano, che aveva vissuto gli effetti della nuova trasformazione del “fare la guerra come ..i francesi”, per dirla alla N. Machiavelli[13], rappresenta il primo approccio sistematico allo studio alla realtà fenomenica. Essa viene osservata e dissezionata attraverso il prisma delle sue dinamiche interne, della sua pianificazione e condotta ai vari livelli, e del suo utilizzo come strumento della politica. In fatti, egli aveva percepito il fatto che, con l’applicazione di una logica di sistema, alias l’èsprit de système Napoleonico, la tipologia di guerra assoluta, ben diversa da quel “gioco vero..“, fino a ”una forma più forte di diplomazia[14]”, proprio dell’epoca pre-rivoluzionaria, era divenuta una realtà irreversibile. Nella sua opera, il fenomeno viene schematizzato in una “strana trinità” (eine wunderliche dreifaltigkeitt)[15]”di tendenze, composto “violenza primordiale, dal gioco delle probabilità e dal caso e dalla natura subordinata di strumento politico, che si affida alla ragione [16]”. Schema che, trasposto alla struttura sociale dà origine, nella consustanzialità dei componenti, alla nota trilogia composta da popolo, governo, esercito. E’ questa una raffigurazione, dal significato profondo. Difatti la violenza originaria del suo elemento di base è associabile al popolo, nella versione di demone per dirla alla Shakespeare, al tempo fronte interno e sorgente della risorsa più preziosa; nel mondo contemporaneo, si accosta alla società e opinione pubblica, il cui sostegno è sempre più necessario anche ai fini del morale delle forze armate. Al governo si associa “l’intelligenza personificata “cui corrisponde il fine politico che deve mantenere una relazione di proporzionalità (calcolo) tra la finalità e  attese di guadagno da una parte, e, dall’altra, lo sforzo militare. Probabilità e caso la rendono una “attività creativa dello spirito dove giocano “talento, coraggio, carattere”. Infine il governo che ne definisce scopi e natura. Vista in termini di flusso logico, che vede l’atto fisico del combattimento diretto da una forza mentale, talché la forza bruta, irreggimentata nell’esercito, diventa organizzata e controllata dalla ragione governativa, che la rende nella visione di Max Weber ,”monopolio dello stato”. In quest’ottica, il calcolo razionale, che rappresenta un raccordo importante alla filosofia orientale della prudenza, che consente la gestione del rischio e l’individuazione o previsione dei possibili sviluppi (o scenari, come si direbbe oggi), diventa un’esigenza cogente. Quest’ultima si traduce in una sorta di ricostruzione virtuale che si cerca di sovrapporre alla presumibile realtà .


Lo schema di von Clausewitz
Prima di addentrarsi nel ginepraio della guerra occorre dunque riflettere. E’ questo un must che il nostro autore presenta in termini perentori con un caveat che sa  tanto di avvertimento: é “imperativo ..non fare il primo passo se non si considera anche l’ultimo”[17]. Anche perché come aveva spiegato prima, “solo i grandi successi tattici portano a grandi successi strategici[18]”, detto altrimenti calma e occhio al portafoglio perché  ça coute cher. Quest’aspetto viene chiarito con una osservazione che illustra la struttura portante del suo pensiero. Egli dice “nessuno inizia, o piuttosto dovrebbe iniziare, una guerra senza avere chiaro in mente cosa intende ottenere con quell’impresa e come intende condurla. Il primo è lo scopo politico, il secondo è l’obbiettivo militare.. E’ [questo] un principio che segue il corso degli eventi, prescrive la scala dei mezzi e lo sforzo richiesto, ed esercita la sua influenza fino all’ultimo dettaglio operativo”[19]. E questo principio lastrica la strada per quella che sarà definita la catena di comando, che dovrà assicurare il continuum politico–militare tra fini politici e obiettivi militari. Nell’universo clausewitziano segnato dall’influsso della scienza newtoniana, che lo porta ad associare il contrasto alla polarizzazione del mondo fisico,  il successo in guerra, richiede la concorrenza dei fattori all’interno della famosa trilogia, per cui “ogni teoria che stabilisca relazioni arbitrarie tra i tre pilastri è in conflitto con la realtà”[20]. In effetti, quella che lui, usando un termine che diventerà di moda, definirà la “trasformazione della guerra”, associata a un camaleonte, era riconducibile “cambiamenti della società e nuove condizioni sociali”. Difatti, le nuove forze sprigionate dalla rivoluzione e la sua esportazione con la guerra a mente dell’architettura dello stato westphaliano, di profondi mutamenti, all’interno nello spaccato delle singole componenti, negli equilibri e nell’agenda politica. All’esterno, la lévée en masse, la mobilitazione delle risorse e gli schemi operativi introdotti dal “genio” napoleonico avevano fatto il resto. Proprio il genio, l’antesignano della Grand Strategy, non si spaventava per le perdite umane; ispezionando il campo di battaglia a Lipsia, si dice che abbia osservato “une nuit de Paris repeuplera tout cela”.
Lo schema clausewitziano serve a chiarire che, pur nella variabilità delle relazioni tra le parti, se non si raggiunge all’interno un equilibrio stabile e sostenibile, le cose potrebbero andare male.  Sullo sfondo dei principi introdotti da Aristotele prima nel mondo greco –latino e poi occidentale, la politica deve dunque fornire delle linee di indirizzo, da trasformare, successivamente,  in obiettivi chiari, concedere margini di manovra nonché autonomia ai militari nel preparare e mettere in atto piani operativi. Quanto alla querelle sugli scopi della guerra, un secolo più tardi, B. Liddel Hart, senza far riferimento al dibattito filosofico medievale, chiosava che lo scopo della guerra è “una pace migliore”, talché era “opportuno condurre la guerra con un occhio costante alla pace che si desidera, .. tenendo presente il prolungamento della politica alla fase di cessazione delle ostilità in vista dei benefici postbellici. Occorre dunque avere sottomano una politica rivolta al dopo-guerra, che, come si è visto nelle recenti operazioni fuori-.area, comporta impegni di rilievo. Si tratta, in definitiva, di “vincere la pace”. Difatti, concentrandosi esclusivamente sulla vittoria, senza considerare gli effetti successivi.. si rischia di rimanere esausti e di non cogliere i frutti della pace..é certo che sarà una pace non riuscita che contiene i germi  per una nuova guerra… Lezione questa sorretta da una notevole esperienza (storica)”.  Conclusioni che saranno riprese, più tardi dal pensiero di Raymond Aron, che, in forma tranchant, lancerà il suo j’accuse ai capi di governo  Alleati della seconda Guerra Mondiale, che, “pretendendo la resa incondizionata”, dunque comportandosi da comandanti militari, “non avevano inteso la differenza tra strategia e  politica”.
Von Clausewitz è stato criticato, soprattutto dalle élites britanniche, che hanno preferito seguire cultura militare e insegnamenti storici del loro paese, per aver via via identificato l’obiettivo militare[21] nella “distruzione totale delle forze avversarie“, che corrisponde alla nozione di “vittoria totale”.  Lo ripete in continuazione e nella parte del libro VIII, relativa al piano di guerra da predisporre per l’annientamento dell’avversario, richiama i due principi dell’agire: con la massima concentrazione (poche azioni, idealmente una) contro le fonti della forza avversaria e con la massima velocità. Ovviamente, il tutto rientra nel quadro generale dell’economia dello sforzo. Ciò non implica che le forze non si devono dividere nello spazio e nel tempo; le eccezioni alla regola devono essere soppesate vis à vis l’esigenza primaria della concentrazione. Quanto alle tesi che, per dirla alla B. Liddel Hart “intossicarono” il pensiero strategico germanico, si può osservare che l’autore prussiano, pur riconoscendo che l’annientamento della forza avversaria costituisce sempre “il miglior modo per cominciare”, precisa che vi possono essere, tuttavia, circostanze che modificano questo semplice assioma. Egli infatti prosegue dicendo che “occorre tenere in mente le caratteristiche dominanti dei belligeranti. Da esse può scaturire un centro di gravità, snodo del potere e movimento da cui dipende tutto. Qui occorre concentrare lo sforzo”. Di conseguenza, prendere una capitale potrebbe risultare più significativo della distruzione dell’esercito avversario, come pure sferrare un colpo decisivo contro un suo alleato più forte. Qui Clausewitz introduce la nozione importante del baricentro dello sforzo, non esclusivamente militare, che è il punto centrale di qualsiasi pianificazione operativa e non. In breve Liddel Hart, riconosceva a Clausewitz il merito di aver “messo in evidenza i fattori umani…la metodica’, ma gli rimproverava la “visione miope, ..l’idea che il combattimento fosse alla base di qualsiasi attività militare..di aver inculcato idee astratte e assolute (come la distruzione delle forze)..di incitare i generali a cercare battaglie decisive alla prima opportunità senza considerare favorevole..la dimostrazione logica di tesi sbalorditive (c’è un solo mezzo, la battaglia) salvo poi ammettere anche eccezioni (l’obiettivo può essere ottenuto anche senza combattere[22]”). Poi, l’affondo, “come spesso succede i discepoli di Clausewitz portarono i suoi insegnamenti agli estremi più di quanto egli volesse[23]”. Ma non ha voluto infierire su alcuni aspetti dogmatico-aprioristi, come la scarsa considerazione all’intelligence (l’intelligence “può accorgersi della realtà occasionalmente e [solo] un gran coraggio può far recuperare da un abbaglio… tutte le informazioni sono soggette al dubbio[24]”), ancora dubbi sull’applicabilità della teoria degli “obiettivi  limitati “ in quanto la levée en masse del post 1792 , a Valmy, aveva messo in luce che “le lancette dell’orologio non possono tornare indietro”  ). Se Jomini rinfacciava al suo contemporaneo di essere “una penna vagabonda[25]”, L. Hart ritiene che Clausewitz si sia cercato da solo questi duri commenti; forse perché la sua cultura del keep it simple non perdona linguaggio involuto, logiche tortuose e  la retorica bellicista (l’idea che solo grandi generali possano vincere grandi battaglie). Per contro, il Britannico  privilegia, in nome del fine supremo, gli aspetti “meno nobili” (opportunismo tornaconto, artifizi vari ecc). Poi c’è un altro aspetto: la natura della guerra e delle metodiche che cercano di controllarla richiede la disponibilità di opzioni. Nella vulgata il “piano B”. Liddel Hart attribuisce a Napoleone Bonaparte, formatosi nella cultura settecentesca francese, il detto di “faire son thème en deux façons”.
Resta il fatto che il pensiero dominante dell’opera clausewitziana ha trovato terreno fertile nella cultura militare prussiana, tra le più muscolari. Difatti, mezzo secolo più tardi Von Moltke il vecchio di fronte alle richieste di natura umanitaria di diminuire la violenza degli scontri, replicava che “in guerra, il più grande atto di gentilezza che si può compiere è quello di portarla alla rapida conclusione”. In effetti il fautore della teoria dello ”indirect approach” e delle strategie attendiste di “Obiettivi limitati” propugnando concetti  non ortodossi, propone nuovi schemi e amplia le opzioni. Come  l’adozione di manovre seguendo direttrici inattese, per poter produrre il noto “cambiamento del fronte“, causando in tal modo, oltre agli effetti psicologici, la dislocazione strategica avversaria; oppure soluzione innovative, ad esempio, quando la sconfitta dell’esercito avversario non é perseguibile (per numeri ecc.) lo sforzo bellico può essere corroborato dalla messa in campo forze diplomatiche[26]. In breve la visione del britannico si può condensare nell’acquisizione di un vantaggio decisivo, fermo restando che, contrariamente a quanto sostenuto dal citato von Moltke il vecchio, la politica può intervenire operazioni durante cambiando le linee di policy.

Il quando
Per risultare efficaci e opportune, le azioni vanno fatte al momento giusto. La saggezza popolare (conventional wisdom) ricorda poi che c’è un tempo per tutto, e l’appropriata sequenza delle decisioni prese può rappresentare tanto se non proprio tutto. Il problema della definizione della tempistica dunque. Qui Federico il Grande può impartire una lectio magistralis. Questi era un profondo conoscitore del suo tempo, che, in virtù di un equilibrio nato con la pace di Westphalia e consolidatosi circa sessant’anni dopo con i vari trattati di  Utrecht[27], era caratterizzato dall’esistenza di una ”ordinarie égalité des forces” tra le potenze dell’epoca. Egli osservava realisticamente che “tutto quello che i principi possono ottenere [in una guerra, ndr] attraverso un cumulo di successi si riduce a una cittadina di frontiera o una periferia , che, anche a fronte delle perdite,  non ripaga lo sforzo bellico..”. Ragion per cui non restava che seguire una regola prescritta dalla ragione, “ cui nessun uomo di stato può sottrarsi: cogliere l’occasione e agire quando essa è favorevole, ma senza forzare, abbandonando tutto al caso. Ci sono dei momenti che richiedono di agire decisamente per cogliere l’opportunità, ma vi sonno anche altri momenti in cui la prudenza suggerisce di fermarsi[28]”. Il sovrano dunque, seguendo Machiavelli in materia di ragion di stato, invocava il principio dell’opportunità-opportunismo, e creava il precedente a quelli che qualche secolo più tardi vennero definiti i ”giri di valzer” che sparigliavano le alleanze. Nella trattazione della guerra offensiva\difensiva con scopi limitati, che sottintende dunque la possibilità di controllare il fenomeno, Clausewitz, discute sul da farsi allorquando, le circostanze escludono la possibilità di sconfitta dell’avversario. Qui, il nodo da sciogliere è rappresentato dalle prospettive future. Rapportato ad oggi, il contesto delle operazioni contemporanee di risposta alle crisi, in cui il tempo lavora per l’insorgenza, appare associabile allo scenario favorevole per l’avversario, che rende l’impresa alla stregua di una rincorsa contro il tempo; in questa situazione, egli sostiene che si deve prendere l’iniziativa, nel senso di “sfruttare i vantaggi del momento”. Del resto, la guerra difensiva, che si associa al guadagnare tempo, non esclude controffensive. Lo stesso vale in caso di scenario di futuro indeterminato, in quanto, possedendo l’iniziativa politica, si gode di uno “scopo attivo”, che deriva dalla condivisione delle politiche di ricostruzione con le autorità del paese assistito. Il fatto che ne sia valsa, oppure no, la pena di intervenire è un’altra cosa; da questo punto di vista, la visione di Clausewitz, “romantica“ per dirla, correttamente, alla Bernard Broodie, non sempre tiene conto degli aspetti, a volte cinici e poco eroici, dell’interesse nazionale[29] o di espedienti non degni del “furor d’inclite gesta”. Il tema centrale della decisione verrà poi ripreso da Lenin e da Beaufre che nella definizione a lui cara della strategia[30], vede la vede come “avvenimento [oggi  si direbbe effetto, n.d.r.] di ordine psicologico che si vuole produrre sull’avversario: convincerlo che gettarsi nella lotta o proseguirla è inutile.. attendere di decidere sfruttando una situazione che porta alla disintegrazione morale  sufficiente a fargli accettare condizioni”[31]. Naturalmente questo può essere ottenuto con la vittoria militare sul campo, ma, a volte, come detto a proposito delle “guerre irregolari“, per dirla alla Gérard Chaliand, questo non è sempre possibile. Per cui si richiedono altri mezzi e allargando l’ambito alla “psicologia dell’avversario si possono trovare dei fattori decisivi”. Conta la decisione nel momento cruciale, che può compensare precedenti rovesci; ma le logiche del “ora o mai“, che, come ricorda il citato Broodie avevano portato il Giappone a sferrare un attacco di sorpresa Pearl Harbour[32], danno l’idea dei “pericoli connessi con le linee d’azione condizionate” da questi stati d’animo. Se da un lato, le decisioni vanno poi viste, ex-post, a fronte delle circostanze che le hanno determinate, la considerazione della dimensione psicologica porta sia nel campo della dissuasione, o deterrenza, propria della minaccia politica dell’uso del nucleare, sia nelle logiche rivoluzionarie del logoramento.  A questo proposito Lenin, che aveva anch’egli studiato Clausewitz, è noto per aver intuito che questo momento è dominato dagli aspetti psicologici. Egli in una frase molto citata scrive “ritardare le operazioni fino a che la disintegrazione morale del nemico rende contemporaneamente possibile e facile assestargli il colpo decisivo”[33]. Lenin rigettava dunque la predetta logica stringente, allorquando “l’ora” in questione si collocava in una situazione “sfavorevole per l’azione offensiva”.

E oggi ?
L’economia è divenuta di fatto una forza politica trainante, e detta l’agenda anche ricorrendo a maniere forti (Vassilis Vassilakis, parla di “dispotismo dell’economia”). Cambiati contesti e circostanze, si riscopre che la guerra è un fenomeno endemico. Durata e costi degli interventi in Iraq e Afghanistan, hanno demolito alcune certezze come la fattibilità di operazioni militari a zero morti, on the cheap. Le guerre “irregolari” contemporanee sono diventate complesse: asimmetriche, all’interno degli stati e dunque civili e poliedriche con la partecipazione di molti attori e sotto lo della giurisprudenza internazionale e dei media. Dove la sintesi e l’estetica portano a semplificazioni, non sempre coerenti con la realtà. Peraltro, prevale a volte l’interesse a non raccontare la vera storia, se non, addirittura, menzogne per forzare la mano.  La guerra non é più il bellum tomistico (contra extranes hostes, inter nationes liberas, multitudo ad multitudinem) e “trinitario”, per dirla alla van Creveld, e presenta nuovi aspetti  che mettono in discussione la teoria clausewitziana. Da tempo, le grandi potenze, ma anche le medie, anche a causa dell’interconnessione delle economie, sono nelle condizioni di non potersi permettere di fare più  la guerra tra di loro. Usando l’analogia usata per i colossi bancari (troppo grande per fallire), dalla fine della seconda Guerra Mondiale, le grandi potenze sono oramai “troppo grandi per combattersi”. La violenza organizzata, ma sempre più vincolata, propria delle legittime entità istituzionali annaspa di fronte alla violenza portata dagli insorti, e, con il ricorso al terrorismo, raggiunge gli estremi. Nel frattempo, il centro di gravità si è spostato alla popolazione, non più blocco monolitico, nelle cui “acque”, per dirla alla Mao, nuota la guerriglia, e che, nella ricostruzione della struttura statuale e societale, le forze legittime cercano di portare dalla propria parte, nel quadro di quella che viene chiamata ”la conquista dei cuori e delle menti”. Vecchi schemi di interpretazione, soggetti alle sfide dei nuovi contesti, sono saltati o devono essere riadattati.

 Le nuove sfide
Il fire power tradizionale deve essere accompagnato dalla capacità di restare in zona per completare l’opera, ed ecco allora il nuovo concetto dello staying power[34]. Da usare però quanto basta, anche perché se si è percepiti come occupanti, iniziano i pasticci. Ma se la “mala bestia” dei conflitti sembra molto più difficile da domare, restano, tuttavia, in piedi alcuni principi. Ad esempio, quello tipicamente  clausewitziano della distruzione delle forze si applica selettivamente privilegiando, con un mix di forza e dialogo, l’annichilimento della volontà di combattere delle parti anti-governative. Difatti, nella continuità clausewitziana dei rapporti tra i duellanti, una delle lezioni apprese nella lotta all’insurrezione armata consiste nell’aumentare il canale di scambio con l’organizzazione politica del movimento ostile alle forze governative. Senza poi trascurare il fatto che quello che il generale G. Templer[35] definiva  “the shooting side of the business” è una delle parti dell’intera impresa, forse la più difficile. Anche perché le nuove tecniche di contro-insurrezione sono rivolte a due generi di audience con l’intento comune di tranquillizzare: l‘opinione pubblica di casa e la popolazione assistita. Ma servendo due padroni si rischia di rivivere la vicenda di Arlecchino. In breve, pazienza e una combinazione di attività armata e di negoziazione. Con le nuove dottrine, concetto quest’ultimo che merita una riflessione a parte visto il loro  carattere non dogmatico[36], si riscopre poi l’originale approccio italiano a questo genere di conflitti, basato su una presenza attiva nella società del paese da sostenere. Iniziata dal generale Franco Angioni nella crisi libanese dei primi anni 80, si è sviluppata e perfezionata seguendo uno sviluppo dal basso (bottom up). A H. Kissinger viene attribuita l’apparente gioco di parole in base al quale ”finché le forze regolari non vincono, esse perdono, per contro, finché la guerriglia non perde, essa vince”. Egli apre dunque la questione della definizione di successo in questi scenari. Ho detto successo in quanto nel confronto militare tradizionale c’è sempre stato un verdetto, ancorché a volte sfumato. Figuriamoci nello scenario magmatico evocato da Kissinger, decisamente diverso dal conflitto di tipo tradizionale incentrato sulla vittoria sul campo. In breve, ancor più che nel passato, non c’è un risultato netto in bianco e nero, di vittoria o sconfitta, ma uno spettro di possibili risultati che non possono essere riconducibili a un semplice e generico end-state, ripetuto come una litania.
Premessa la sconfitta militare delle forze avversarie e dell’infrastruttura di sostegno, il modello seguito dagli USA, e, per esteso dal sistema di Alleanze riconducibile alla politica estera di Washington,  si è articolato su una serie di attività che si snodano dal controllo dello stato e istituzioni del paese, divenuto nel frattempo assistito, alla riforma del suo sistema politico e di governo, alla ricostruzione dell’economia e infrastruttura, al riallineamento della politica estera e all’impianto di una nuova relazione strategica[37]. Se da una parte gli interventi in Iraq e Afghanistan hanno sortito il successo politico –militare dell’abbattimento dei rispettivi sistemi dispotici, le difficoltà incontrate nel colmare il vuoto nella fregola del regime change, il pesante tributo di vittime, le enormi risorse profuse vis à vis le incertezze del post- presenza militare, pongono governi e opinioni pubbliche di fronte alla domanda se ne sia valsa o no la pena di intervenire, considerando anche gli impegni dopo il ritiro. In definitiva occorre definire una cornice concettuale per definire la relazione di costi benefici connessi con l’intervento militare, che sancisce, per definizione, l’elevato livello di interesse per il paese e i conseguenti obblighi operazione durante e dopo il disimpegno militare.  In Afghanistan, dopo i frequenti episodi di fuoco amico, a quanto risulta dalle ultime cronache, le Forze armate di quel paese incontrano difficoltà nel frenare l’emorragia di diserzioni, bassi tassi di reclutamento che obbligherebbero le autorità nazionali a sostituire annualmente il 30% degli organici[38]. Senza poi trascurare il venir meno alcuni capisaldi, come il coinvolgimento dei talebani, per cui si sta consolidando l’opzione per  approcci che contemplano un maggior coinvolgimento afgano. Il che complica l’intero impianto della exit strategy dell’Alleanza Atlantica.


Conclusione
Oggi, nel contesto del complesso fenomeno della globalizzazione, sono aumentati i campi del confronto  (si pensi, al malware cibernetico[39]);  mentre sull’attacco armato non c’era alcun dubbio interpretativo, oggi si richiedono pertanto nuove e chiare definizioni su cos’é un’aggressione e se, in che misura e come si possa contrastarla rimanendo in una cornice di legittimità. Su questa tela di fondo, van der Dennen, definendo le linee di politica  come “la continuazione della guerra con altri mezzi[40]”, inverte, paradossalmente, i fattori. Politica come guerra dunque anche se non sottesa da logiche di “potenza” per dirla alla Aron (guerra dei cambi, guerre commerciali ecc). Pace e guerra, secondo lui, non differiscono, quantomeno teoricamente, nei fini, ma nei mezzi per conseguirli; resta però il fatto che le due formulazioni esprimono il perdurare, in tutti i campi, di una competizione ad ampio spettro, condotta con una vasta gamma di mezzi, violenti e non. In effetti, il consolidarsi nel tempo del sistema internazionale, delle democrazie e delle società, tutti meno inclini alla guerra in linea con le tesi Kantiane della pace perpetua, riprese nel 900 da B. Angell[41], molte cose sono in meglio. Ciò grazie anche alla costante tendenza verso sistemi più democratici, all’opera sistematica di educazione al controllo della forza, all’affermazione degli studi nel campo delle scienze socio-politiche, che hanno contribuito a meglio definire le interrelazioni tra le parti della citata trilogia, e, non ultimo, alla definizione del quadro normativo in tema di controllo democratico e direzione politica delle forze armate. Ma l’altro lato della medaglia evidenzia che dopo i fatti dell’11 settembre 2001 e degli anni successivi, il fenomeno dell’insurrezione su scala nazionale, ha dimostrato che gli Stati non hanno più il monopolio della violenza organizzata. Non è venuta meno, tuttavia, anche in ambito multilaterale, la non infrequente interferenza politica, e non solo, su questioni di livello tecnico-gestionali, di squisita pertinenza militare. Anche per la politica, pertanto, ci sono momenti in cui essa deve ritirarsi. Nelle strutture organizzative stratificate, la predetta tendenza alla verticalizzazione dall’alto in basso, viene definita con il termine “micro management”, già presente in passato e come tale stigmatizzato dalle icone del pensiero strategico[42]. Sfasamento politico-militare, mezze misure militari e tiepido sostegno politico, avversione delle società a imbarcarsi e sostenere imprese di cui non si percepisce necessità, interessi e\o posta in gioco (anche perché non sempre ben informate o preparate, n.d.r.), nonché scarsa conoscenza delle culture \società locali, sono all’origine di tante amare esperienze di quest’ultimo cinquantennio. Già mezzo secolo fa Raymond Aron sosteneva che  “les Europèens voudrayent sortir de histoire, la grand Histoire qui s’écrit en lettres de sang”, che è all’origine di un diverso approccio alla storia tra le due sponde dell’Atlantico. Non sempre si è dato ascolto alle lezioni del passato e agli avvertimenti dei grandi del pensiero strategico. Le cui opere, nonostante alcune diversità, riconducibili allo spirito del tempo, mettono in evidenza una continuità di pensiero, che ci offre un insieme armonico di regole, esperienze conoscitive e tecniche, in cui il valore aggiunto del fattore umano è costituito dalla creatività e flessibilità nell’interpretarle e metterle in pratica. In breve una chiarezza intellettiva, preparazione, buon senso ed equilibrio delle persone che le hanno avute in dote, e del sistema socio-culturale che li ha prodotti. In estrema sintesi, l’uso, orale o scritto che sia, del linguaggio strategico ha una diffusione generale, che precede codificazioni storiche; inoltre, lo scrivere con giudizio e buon senso, dote che assomma le qualità del sapere e della comunicazione, travalica le barriere dello spazio e del tempo. Alla luce delle nuove realtà, resta tuttavia da riconcettualizzare il modello di intervento sin qui seguito per l’assistenza ai paesi in cui si è intervenuti, attagliandolo al fattibile e non al desiderabile.
Per concludere, il Feldmaresciallo Bernard Montgomery[43] riporta nel libro da lui curato un detto di Mao Tse Tung, che, a tal proposito, sosteneva : “Tutte le leggi e le teorie militari che sono nella natura dei principi,rappresentano l’esperienza delle guerre combattute dai popoli nel passato o nei nostri giorni. Ne dovremmo studiare seriamente queste lezioni, pagate col sangue che costituiscono l’eredità delle guerre passate. Questo è un punto, ma ve n’è un altro. Noi dovremo sottoporre queste conclusioni al vaglio della nostra esperienza , assimilare tutto ciò che è utile, respingere ciò che è inutile e aggiungere quanto specificamente nostro. Quest’ultima cosa è molto importante, perché, altrimenti , non potremmo  condurre la guerra. Leggendo s’impara, ma anche applicando s’impara: è anzi la migliore maniera per imparare”.


  • Mario Rino Me



[1]   Henry de Jomini, Sunto sull’arte della Guerra, Stamperia Reale Napoli 1855, pag 9. (l’edizione originale in francese risale al 1835). L’autore, nel lamentare l’eccessiva attenzione agli apostoli della pace perpetua, osserva, parafrasando Hegel , che la guerra non solo serve a “innalzare o sollevare gli stati ma sibbene per garantire il corpo sociale dalla dissoluzione”. Detto altrimenti, il pericolo unisce.
[2]   Karl von Clausewitz, On War ,edited and translated by Michael Howardand Peter Paret, Everyman’s Library, London , 1993,   libro I pag 57 (?)
[3]  Tucidide La Guerra del Peloponneso, libro III 82,2° cura di Luciano Canfora, Einaudi-Gallimard, 1996
[4]   Roberto Esposito, La Repubblica 20 Agosto 2012. L’impressione pittorica della battaglia del 1420 , vinta dai fiorentini sui milanesi , rappresenta l’eccesso che conduce gli uomini a perder sial culmine della loro spinta.. i cavalli partecipano allo scontro con la medesima furia dei cavalieri con cui fanno tutt’uno, assalendosi a vicenda” in contrasto con le leggi della natura.
[5]   Karl Von Clausewitz, On War , libro III cap 3
[6]    Nella versione in inglese “Grand Objective
[7]    Klaus von Clausewitz, On War , Translated by Michael Howard and Peter Paret, Everyman’s Library, pag 38
[8]  Scritto circa 10 anni più tardi rispetto all’edizione del manoscritto sulla teoria della guerra (1816-1818). Se nei capitoli precedenti l’autore si dilungo sul legame strategia –tattica, il cap. VIII tratta gli aspetti politico-militari, rendendolo, sotto certi punti di vista , il più interessante. Esso si conclude con un piano di guerra che doveva rispondere alla situazione che vedeva la Prussia presa a tenaglia tra Francia e Russia. Situazione che diviene una costante e che troverà diverse risposte. Von Moltke, il vecchio, raccomandava guerra difensiva ad Ovest e offensiva ad Est. Von Schliffen, optò per il contrario, con il risultato, nel 1914  di impantanare la macchina bellica tedesca  a causa dei problemi tattici, che non consentirono i risultati operativi e, nell’aggregato, strategici. E’ ben vero che la famosa ala destra fu alleggerita di due corpi d’armata (contrariamente a quanto raccomandato dal suo fautore che, a quanto si racconta, in punto di morte raccomandò l’attenzione a quel settore) Ciò in relazione alla penetrazione in profondità dei russi nella Prussia orientale. Da rilevare infine che fu proprio l’invasione del Belgio a far rompere gli indugi alla Gran Bretagna che dichiarò la guerra(errore strategico dunque) , e che i due predetti corpi d’armata non furono mai impiegati . Erano ancora nei loro treni quando avvenne la battaglia dei Laghi Masuri e di Tannenberg
[9]    In questa prospettiva , l’estrema prudenza italiana nella condotta delle operazioni nei primi mesi successivi all’entrata in guerra a fianco della Germania, fu sicuramente interpretata da parte britannica come non convincente.
[10]     Michael Handel, Masters Of War: Sun Tzu, Clausewitz, Jomini”, Frank Kass, London 1992, pag. 32.
[11]    Tucidide, La guerra del Peloponneso, Edizione a cura di Luciano Canfora, Einaudi Gallimard, Parigi1996, 1-144.
[12]   Karl von Clausewitz,   libro II cap 5
[13]   Nicolò Machiavelli, Discorsi Libro Secondo capitolo 6 (Come i Romani procedevano nel fare la guerra), Opere a cura di C.  Vivanti, Ed Einaudi-Gallimard . A proposito Jacopo Guicciardini  scriverà “Innanzi al 1494 erano le guerre lunghe.. Vennono e' Franzesi in Italia e introdussono nelle guerre tanta vivezza in modo che insino al '21, perduta la campagna, era perduto lo stato” . La blitz Krieg nasce dunque con Carlo VIII che aveva curato la spedizione curando tutti i particolari (antesignano anche del comprehensive approach e dello shock and awe ) http://www.italica.rai.it/scheda.php?monografia=rinascimento&scheda=rinascimento_categorie_guerra
[14]    Karl von Clausewitz, libro VIII, cap3.
[15]  Ibidem , libro primo, paragrafo 28. Nelle varie traduzioni, appare anche come “rimarchevole”, o “paradossale  trinità”.
[16]    Karl von Clausewitz, libro I , La natura della Guerra, che cos’è la Guerra.
[17]   Karl von Clausewitz, On War, pag 584
[18]    Ibidem,    Libro IV, cap. 3, pag 238.
[19]    Absolute war and real war
[20]    Ibidem libro primo para 28.
[21]  Era partito con  “l’obiettivo della Guerra in astratto ….disarmare l’avversario” che, in un crescendo arriverà all’estremo della scala.
[22]    Questo cardine dell’opera di Sun Tzu , sara’ ripreso nello Strategikon dell’imperatore Maurizio, opera forte anche di contenuti etico-morali. Egli scrive “La guerra è come la caccia[dove] le prede vengono catturate con esplorazioni , trappole , appostamenti accerchiamenti e altri stratagemmi del  genere..Il generale… [che] studia con  attenzione l’avversario, ..é in grado guardarsi dai suoi  punti di forza..e di trarre vantaggio dalle sue debolezze..Tentare di sconfiggere il nemico in campo aperto..corpo a corpo..significa condurre un’impresa rischiosa e dispendiosa. A meno dicasi di assoluta necessità..é assurdo tentare di ottenere una vittoria così a caro prezzo che porta inutile gloria. (Strategikon Maurizio Imperatore, a cura di Giuseppe Cascarino, il Cerchio,  Rimini 2006, pag 78-79). Queste tesi saranno riprese nell’Arte della Guerra da N. Machiavelli in questi termini: “Meglio è vincere il nimico con la fame che col ferro, nella vittoria del quale può molto più la fortuna che la virtù”.  Si dice che questo testo fosse studiato nelle scuole militari del 6-700 e che fosse capitato tra le mani di Napoleone. Di certo nell’epoca romatica  tutto ciò che era riconducibile a Bisanzio non suonava bene. Eppure, grazie a una Grand Srategy nazionale l’Imperò durò circa un millennio stabilendo un primato
[23]    Basil Liddel Hart, Strateg, Second revision, A  Meridian Book, London 1970, pag 338-340. Ironicamente aggiunge “Il fraintendimento é il comune destino della maggioranza dei profeti e dei pensatori. A proposito, secondo lui  il tedesco è un codifying thinker più che uno creativo o dinamico”.
[24]     Karl von Clausewitz, On War, Libro I, cap 3,  pag 117
[25]     Henry de Jomini, Sunto dell’Arte della Guerra, prima traduzione dal Francese dell’edizione di Parigi del 1838, Stamperia dell’Iride, 1855, pag   20
[26]     B. Liddel Hart, Strategy, second revised edition, Meridian Book, London 1991 , pag324-328.
[27]  65 anni dopo la pace di Westphalia che conteneva l’importante riferimento del “ad servandum in Europa Equilibrium”, nei numerosi trattati di cui si compone la pace di Utrecht,  le quattro potenze emerse dalla guerra di successione spagnola, Francia-Gran Bretagna-Repubblica Olandese- Austria, in una sorta di formato P4, accorpando i loro interessi a mò di un’unico fascio, stabilirono nella sostanza che le pretese di qualunque  altro stato (a partire da quelli piccoli come la Savoia e la Prussia) dovevano sottostare alla loro approvazione in nome del predetto equilibrio. Il che rendeva scontenta la parte spagnola. Nasceva così il balance of power, che con il tramonto dell’Olanda e la comparsa della Russia, rimarrà in piedi per tutta la durata della Santa Alleanza.  
[28]    Memoires de Frédric Roi de Prusse, ‘Ecrites par Lui-meme”, ed. Henri Plon 1866, pag 10.
[29]   Bernard Brodie, nei suoi commentari, che lui definisce “guida alla lettura”, all’opera Clausewitziana tradotta da Peter Paret e Michael Howard , ne fornisce un ampio resoconto e una chiave di lettura moderna. Anche perché i tanti  riferimenti a Federico il Grande e altri protagonisti d’antan presuppongono una conoscenza della storia del loro tempo. 
[30]  “L’arte della dialettica delle volontà che impiegano la forza per risolvere i loro conflitti”. André Beaufre, Introduction à la Stratégie, Hachette, 1998, pag. 34.
[31]    ibidem
[32]  Non rivelatosi decisivo Sia perché basato su assunti errati (accettazione USA del fait accompli) sia per averlo incentrato sulla componente militare delle portaerei. Queste ultime al momento dell’attacco erano in mare , per cui il raid giapponesi sortì l’affondamento e il danneggiamento di vecchie navi da battaglia, che  furono riparate o sostituite.
[33]   Questa frase viene riportata da Beaufre , citata Vue d’ensemble de la Strategie , pag 420, e ripresa negli stessi termini e commenti da Broodie.
[34]   Alexandra de Hoop Scheffer, L’Iraq en quete de sens, http://www.ceri-sciencespo.com/cherlist/hoopscheffer/maghreb_machrek07.pdf
[35]    The Economist, Modern Warfare, edited by Benjamin Sutherland, pag 273-276.
[36]   Da considerare una guida nel dominio dell’agire, più che una serie di regole rigide,  tipo catechismo. In breve una sorta di cornice di riferimento.
[37]    William C. Martell, Victory in War, Cambridge University Press, New York, 2007, pag 137-144.
[38]    Rod Nordland, Afghan’s Army Turnover threatens US Strategy, NYT ,Oct 15 2012
[39]   Vedi A new Kind of Warfare, Editorial ot the Times, NYT  9 Sept 2012.
   [40]  Joham MG van der Dennen,  On War: Concepts, Definitions, Research data: A short literature Review and Bibliograpphy,http://rechten.eldoc.ub.rug.ni l/FILES/root/Algemeen/overigepublicaties/2005enouder/UNESCO/UNESCO.pdf.
[41]   Bernard Angell, The Great Illusion, 1910. L’autore, che nel suo libro “La grande Illusione “ sosteneva la futilità della guerra, non faceva tutavia previsioni sulla scomparsa del fenomeno. Egli sosteneva che commercio e industria erano le fonti del benessere e non lo sfruttamento di popolazioni sottomesse. L’illusione era riconducibile agli apparenti i guadagni del colonialismo con guerre di conquista ecc . Nel 1933 , dopo la riedizione del libro, in cui, con l’avvento della Società delle Nazioni , introduceva la nozione di sicurezza collettiva, fu insignito del premio Nobel. http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/peace/laureates/1933/angell.html
[42]  Von Clausewitz  descrive la situazione in questi termini “ se l’uomo di stato guarda a certe mosse e attività  militari, che sono a lui estranee, allora la politica  influenzerà le operazioni al peggio”.
[43]   Bernard Montgomery, Storia delle Guerre, Rizzoli, Milano ,1970, pag. 17.

sabato 31 maggio 2014

Europe:A predictable earthquake


Voters in the European Union sent a strong message last week, with populist and eurosceptic parties topping the polls in a number of countries, most notably the Front National in France and the UK Independence Party in the UK. It is important to keep this in perspective, though. While the elections will bring domestic political instability to France and the UK, in many countries mainstream parties dominated, for example in Germany and - encouragingly - in Italy.

This largely reflects how citizens feel about how their countries are being managed at the national level: where they are happy, mainstream parties did well. It has been clear for a long time that mainstream parties in France and the UK are failing to connect with their electorates, leaving the way open for the insurgents to fill the political vacuum.

Despite the surge in support for populists, mainstream parties will continue to enjoy a solid majority in the European Parliament. For the most part, the direct effect of the election on the laws get passed in the EU will be minimal, although progress on international trade deals may become more complicated. And as the bickering over the choice of a new European Commission president illustrates, horse-trading looks set to remain the EU's decision-making mechanism of choice, despite the fact that it is one of the causes of voters' discontent.

How do you think these election results will play out at the national and EU level? Let me know on Twitter 
@Baptist_Simon or via email on simonjbaptist@eiu.com. 

Best regards,

Simon Baptist

martedì 27 maggio 2014

Scenario pakistano: segnali contradittori

Pakistan
Pakistan 146

Martedì 20 maggio, l’Aviazione pakistana ha condotto un’operazione militare nel Nord-Waziristan, all’interno della regione denominata FATA (Federal Administered Tribal Areas). I raid aerei si sono concentrati su Mir Ali, situata a circa 40 km dal confine afghano, e avrebbero provocato 60 vittime e 30 feriti tra gli insorti, presumibilmente appartenenti alle milizie talebane del TPP (Taliban Movement of Pakistan), organizzazione “ombrello” di ribelli di etnia Pashtun attiva nell’area sin dal 2007 e attualmente guidata dal leader talebano Maulana Fazlullah.
Le trattative intavolate tra una delegazione di ribelli talebani e i rappresentanti del Primo Ministro Nawaz Sharif vanno avanti da mesi senza esito, oscillando tra apparenti segnali di avvicinamento e marcate prese di distanza.
La differenza di vedute tra la politica oltranzista dei militari, propensi a continuare l’offensiva contro i ribelli nel Nord del Paese, e l�! �ala dialogante, rappresentata dal governo Sharif, segnala una divisione interna al potere centrale e rende complessa la definizione di una strategia univoca da parte delle istituzioni, in uno scenario come quella pakistano, nel quale le Forze Armate hanno storicamente detenuto una posizione di rilievo.
In questo senso, le recente presa di posizione di Fazlullah, il quale ha fatto sapere che la lotta portata avanti contro il governo di Islamabad andrà avanti sino a quando la Legge Islamica non sarà introdotta in Pakistan, sembra poter produrre l’effetto di acuire le divisioni interne tra le Forze Armate e il Governo Nazionale e di radicalizzare lo scontro in atto.
I contraddittori segnali che provengono dallo scenario pakistano lasciano supporre, quindi, che il conflitto in atto possa continuare a svolgersi sul “doppio binario” della diplomazia e del confronto militare, lasciando al momento irrisolta la fondamentale questione di sicurezza che allarma lo Stato! pakistano.

Fonte CEsi Roma

venerdì 23 maggio 2014

La Svizzera farà scuola? A margine delle elezioni legislative

Legislative a Bruxelles
Il Belgio come la Svizzera?
Cosimo Risi
14/05/2014
 più piccolopiù grande
Alcuni tendono a comparare se non a mettere insieme i casi di Belgio e Svizzera. Il fattore comune è dato dal multilinguismo con la convivenza sotto lo stesso tetto federale, o confederale, di vari popoli e varie culture. Rispetto a quello svizzero, il panorama belga è relativamente più semplice sotto il profilo della varietà e più complesso sotto quello dei rapporti fra comunità.

La grosse koalition Di Rupo
Il 25 maggio il Belgio vota contemporaneamente per le elezioni legislative e le europee. Un banco di prova per il governo di Elio Di Rupo, entrato in funzione dopo la crisi che vide il paese senza un governo per 540 giorni.

Un esecutivo di coalizione, una sorta di grosse koalition alla belga, in cui ci stanno tutte o quasi le componenti fiamminghe e francofone di liberali, cristiano-democratici, socialisti.

I risultati del governo di Di Rupo, verso il quale noi italiani abbiamo il naturale trasporto per chi, figlio d’immigrati abruzzesi, si è fatto strada nel paese di accoglienza, sono ragguardevoli. E non solo per avere superato il lungo stallo istituzionale.

Il Belgio ha recuperato la fiducia dei mercati internazionali: lo spread si è ridotto di molti punti, i conti pubblici rivedono l’equilibrio senza che il paese si sia avvitato in una spirale deflazionistica, i deficit 2013 e 2014 si riallineano.

Sul piano interno la tregua nella querelle fra comunità, che spinge alcuni della parte fiamminga a ipotizzare la divisione del paese in due tronconi, trova un punto di compromesso sulla questione della circoscrizione della parte fiamminga di Bruxelles.

La stessa Bruxelles, agli occhi di chi ci ha vissuto a lungo e torna da visitatore, appare del tutto trasformata negli usi e nei costumi. L’inglese è la lingua terza che avanza. Gli orari degli esercizi commerciali si allungano. I ristoratori che prima andavano a letto con le galline, ora tirano tardi quasi al cantare del gallo.

Il jazz continua a essere la colonna sonora del vieux quartier che va dal Sablon alla Grand Place. Non si consumano solo frites et moules et bière, la dieta varia, accanto agli onnipresenti italiani trovi ristoranti di ogni tipo e, purtroppo, di ogni qualità.

Pulsioni separatistiche e regionalistiche 
La Bruxelles europea s’internazionalizza e certe polemiche che avevano senso nella grande capitale d’un piccolo Regno perdono senso nella grande capitale della grande Europa.

L’allargamento dell’Unione europea (Ue) del 2004-2007 ha toccato la morfologia di Bruxelles, che ha pure avuto il riconoscimento al suo ruolo di “capitale d’Europa” nel Trattato sull’Ue. Nei tempi Rue de la Loi figurava come “indirizzo provvisorio” della Commissione, ora il Berlaymont e il Justus Lipsius dominano lo skyline cittadino e continentale.

Il problema di una capitale ipertrofica rispetto al resto del petit et plat pays di Jacques Brel non è per questo risolto. Pulsioni separatistiche e regionalistiche mettono in discussione quello che pareva il dogma del Belgio: l’europeismo. Al punto che era comune ritenere che acquis belge e acquis communautaire fossero all’incirca la stessa cosa.

Il Regno resta il collante di una società molto articolata. Il passaggio dinastico da Alberto II a Filippo I è stato morbido e ha riaperto il dibattito interno sull’opportunità di rivedere le prerogative reali se non la stessa monarchia.

La soluzione repubblicana resta sullo sfondo ed è evocata tiepidamente dagli stessi seguaci dell’idea. Il Vlaams Belang, il partito nazionalista fiammingo, proclama la sua fede repubblicana per rivendicare l’autonomia: “siamo per la repubblica delle Fiandre”.

Altri dirigenti fiamminghi la pensano allo stesso modo, ma tengono l’idea nel retro della mente. Il mondo politico vallone sarebbe aperto al dibattito istituzionale, ma solo dopo le elezioni e verificati tutti gli scenari che verrebbero da una scelta del genere.

Guy Verhofstadt, duplice candidato 
Le prossime elezioni sono segnate dalla figura di Guy Verhofstadt, il duplice candidato del partito liberale e dell’Alde. Fra i possibili candidati alla presidenza della Commissione, Verhofstadt è il solo a evocare la prospettiva federale con schiettezza. La chiama col suo nome e senza ricorrere alle perifrasi di comodo tipo “vogliamo più Europa”.

Il suo federalismo a tutto tondo gli chiama simpatie fra quelli che ne condividono il sogno anche se in formazioni diverse dall’Alde ( si pensi alla nostra Barbara Spinelli, candidata nella lista per Tsipras), ma gli attira le critiche, in patria e fuori, di chi attribuisce all’Europa i mali del continente. Anzitutto per la politica di rigore che ha messo in ginocchio le economie di alcuni stati membri e diffuso disoccupazione e disagio sociale.

I sondaggi assegnano un vantaggio all’Alleanza Fiamminga di Bart De Wever, che mira a portare il partito al governo per rompere il blocco di liberali - cristiani - socialisti. Nel contempo il 33% degli intervistati vorrebbe che l’esperienza Di Rupo continuasse nel segno della ritrovata stabilità. L’estrema sinistra punta ad affermarsi in contestazione ai socialisti, giudicati troppo morbidi nella loro voglia di grande coalizione.

L’europeismo col turbo del Belgio sarà chiamato alla prova, il 25 maggio, da vecchi e nuovi euroscettici. La frontiera belga dovrà mostrarsi ben più salda della linea dei forti nelle Ardenne durante l’ultima guerra. Le Ardenne - si pensava - erano barriera insormontabile per i mezzi corazzati. L’Ue ha bisogno che il Belgio resti nella parte di stato membro fondatore.

Cosimo Risi è Ambasciatore d’Italia in Svizzera; ha servito a lungo a Bruxelles.
- See more at: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2638#sthash.c3vbesTH.dpuf

Io Voto in Europa


Dall'Ue all'Ucraina. Ma anche Egitto, Belgio e Irlanda. Ci attende un fine settimana fitto di elezioni. 
Quanto dovremo aspettare per conoscere il nome del presidente della Commissione europea? Come hanno reagito gli europei allo sbarco del faccia a faccia televisivo tra i leader che potrebbero presiedere l'esecutivo di Bruxelles? 
Nell'Ucraina in crisi il re del cioccolato riuscirà a battere la principessa del gas? Nella sponda sud del Mediterraneo, l'ex generale Sisi si prepara al plebiscito che lo incoronerà presidente egiziano. Ma quali sfide dovrà affrontare? A parlarne con Affarinternazionali è il suo sfidante, lo storico leader dell'opposizione di sinistra, Hamdeen Sabbahi.

In previsione delle elezioni del Parlamento europeo, Affarinternazionali dedica ai giovani elettori il Dossier "IO VOTO IN EUROPA". Il Dossier è stato presentato presso le Università di Catania, Pisa, Torino e Trento.

mercoledì 21 maggio 2014

Russia: potenziata la difesa anti- missilistica di MOsca


russia
Un terzo reggimento armato del sistema antiaereo S-400 è stato schierato dalle Forze Armate russe a difesa di Mosca e della regione circostante, la più popolosa e la più industrializzata di tutta la Russia. Il reggimento è stato schierato presso la cittadina di Zvenigorod e si aggiunge a quelli già dislocati presso Dmitrov ed Elektrostal. Altri reggimenti armati di S-400 sono già schierati a Nakhodka, nei pressi di Vladivostok, a Kaliningrad, sul Baltico, e a difesa del Distretto Militare Meridionale.
Schierato per la prima volta nel 2007, l'S-400 è destinato a diventare il perno del sistema russo di difesa aerea: entro il 2020, infatti, è in programma il dispiegamento di 28 reggimenti, ognuno costituito da 2-3 battaglioni, dotati a loro volta di quattro sistemi ciascuno. Con questi numeri il sistema potrebbe non essere sufficiente a garantire la protezione dell'intero territorio russo, ma una volta dislocato lungo i confini e lungo le coste dovrebbe garantire la difesa delle città principali e delle installazioni strategiche.
Sviluppato dall'Almaz Central Design Bureau nella seconda metà degli anni '90, come upgrade della piattaforma S-300, l'S-400 può colpire un massimo di 26 bersagli simultaneamente, fino ad una distanza di 400 km e ad un altitudine di 50 km. Può inoltre utilizzare una vasta gamma di munizioni, capaci di coprire tutte le distanze di ingaggio e tutte le tipologie di bersagli, inclusi velivoli e missili, sia balistici che da crociera.
L'S-400 ha suscitato da sempre un certo interesse sul mercato internazionale, nonostante nel 2012 l'agenzia Rosoboronexport avesse chiarito che il sistema non sarebbe stato esportato prima del 2015 e che, nel frattempo, tutte le unità prodotte sarebbero state destinate al mercato interno. Secondo fonti di stampa, però, il Presidente russo Putin avrebbe recentemente autorizzato la vendita dell'S-400 alla Cina, interessata al sistema SAM già dal 2011. Una Cina dotata di S-400 risulterebbe certamente capace se non di modificare a proprio vantaggio i rapporti di forza sullo scacchiere asiatico, almeno di controbilanciare efficacemente le mosse dei propri avversari, costringendo Paesi come Taiwan, Giappone e India a rivedere, o a rafforzare, le proprie opzioni strategiche, sia in termini di armamenti che dottrinali.

Fonte CESI Roma

venerdì 16 maggio 2014

Potere d'acquisot dell'Asia


(versione originale in lingua inglese. traduzione automatica in lingia italiana)

Alla fine di aprile Programme confronto internazionale della Banca mondiale (ICP) ha pubblicato nuovi dati che evidenzia che lo spostamento del peso economico di sviluppo ai mercati emergenti è ancora più rapido quando l'attività economica è misurata a parità di potere d'acquisto (PPP) tassi di cambio. Ad aprire la strada sono stati tre grandi economie emergenti dell'Asia (Cina, India e Indonesia), che nel 2011 aveva classificato come secondo, terzo e decimo più grandi economie del mondo, rispettivamente, secondo i calcoli della ICP. I nuovi numeri suggeriscono che la Cina soppiantare gli Stati Uniti come più grande economia del mondo nel 2014 su questa misura, ma ci sono molte ragioni per trattare i dati con cautela.
L'idea che la Cina supererà gli Stati Uniti come più grande economia del mondo quest'anno ha fornito carburante profeti di sventura in quest'ultimo paese preoccupato per il declino dell'influenza degli Stati Uniti sulla scena mondiale. In precedenza, in base all'ultima versione del PPA forniti dalla ICP nel 2005, aveva guardato come la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti solo nel 2019. In Asia, l'India ha superato il Giappone a diventare la terza più grande economia del mondo misurata in cambio PPP tassi.Quando l'ICP ha fatto la sua ultima revisione nel 2005, aveva classificato l'economia indiana come solo il 10 ° più grande in termini di PPP.
Il grafico mostra i dieci maggiori economie nel 2011 con PPA e tassi di cambio di mercato
La Cina è davvero più grande economia del mondo?
È importante notare che la ICP non ha scoperto nuove attività economiche. Il "potere" economico di paesi come Cina e India non è aumentato: le transazioni economiche globali sono condotte a tassi di cambio di mercato, non quelli PPP. L'Economist Intelligence Unit prevede che il PIL della Cina a tassi di cambio di mercato raggiungerà US $ 10.4trn nel 2014, ma questo è ancora inferiore al 60% della dimensione dell'economia degli Stati Uniti, a US $ 17.6trn.
In pratica, l'uso delle PPA tende ad aumentare la dimensione apparente delle economie in via di sviluppo rispetto a quelli più ricchi. Questo riflette il fatto che una certa quantità di dollari convertiti ai tassi di cambio di mercato comprerà più beni e servizi in molti mercati emergenti che lo farà in un paese sviluppato. Tuttavia, il compito di misurare l'attività economica a tassi di cambio PPA rimane molto difficile. La teoria dietro l'idea è semplice: la produzione economica di un paese comprende molti beni che non sono commerciabili attraverso le frontiere, in modo da utilizzare i tassi di cambio di mercato per misurare il PIL può essere fuorviante se i prezzi dei beni non commerciabili sono sistematicamente diversi. Dato che i beni non commerciabili, come i pasti al ristorante o tagli di capelli, sono spesso alta intensità di lavoro, i bassi salari nei mercati emergenti in genere significa che questo è il caso. Inoltre, i tassi di cambio di mercato possono oscillare violentemente da un anno all'altro, distorcendo il confronto tra le economie. Il sistema dei tassi di cambio PPA cerca di produrre un modo di confrontare i prezzi di un paniere di beni e servizi tra i paesi per produrre una misura della performance che conta la quantità di beni e servizi prodotti non distorto da tali differenze di prezzo.
Ci sono molti difetti nell'idea di PPP, tuttavia. Forse il più importante è che trovare un paniere di beni e servizi di confrontare i prezzi tra i vari paesi è praticamente impossibile. Paesi producono (e consumano) molto diversi tipi di beni e servizi, e le differenze di qualità sono difficili da prendere in considerazione. Il cibo in Cina può essere più conveniente che negli Stati Uniti, ma i consumatori negli Stati Uniti non si deve preoccupare nella stessa misura per la sicurezza alimentare, perché una parte del prezzo più alto che pagano va verso il mantenimento di un regime di regolamentazione e di controllo più severe. Ad aggravare queste preoccupazioni, ci sono stati taglienti cambiamenti nei tassi di cambio PPP utilizzati dal ICP tra il 2005 e il 2011, che solleva interrogativi sulla presunta maggiore stabilità dei tassi di cambio PPP.
Allora a che serve PPP?
I problemi legati all'uso PPA significa che molti economisti considerano i tassi di cambio di mercato l'unica misura adeguata da utilizzare quando la classifica le dimensioni delle diverse economie di tutto il mondo. Certo, per le aziende che vogliono valutare le opportunità di business, i tassi di mercato sono quelli che contano. Il governo cinese sembra condividere questo punto di vista, e si rifiutò di cooperare con l'ICP nel suo lavoro (sollevando ulteriori informazioni sui dati utilizzati per la Cina). La decisione della amministrazione cinese potrebbe essere stato spinto in parte dalla preoccupazione che i dati risultanti possono essere utilizzati da coloro sostenendo che la crescente peso economico della Cina significa che il paese dovrebbe fare di più per affrontare problemi globali come il cambiamento climatico.
PPA sono i più utilizzati per confrontare e il contrasto produzione pro capite nei diversi paesi, piuttosto che di rango economie in termini di dimensioni. La forza economica della Cina, India e Indonesia deriva in parte dai loro grandi popolazioni. Essi sono molto più deboli in termini di prodotto pro capite, pari a US $ 9202, US $ 4,960 e US $ 8389 rispettivamente nel 2011 sotto le cifre PPP appena aggiornati. Ciò a fronte di US $ 51.605 negli Stati Uniti e una media globale di US $ 13.258.
Indicando monete sottovalutate
Un ulteriore uso del PPA è quello di avere un'idea di quali valute sono sottovalutati.India e le azioni di Indonesia dell'economia mondiale sotto misure di PPP, al 6,4% e al 2,3% rispettivamente, sono circa il doppio proprie quote se misurato dai tassi di cambio di mercato. (Entrambi i paesi hanno registrato un sensibile deprezzamento delle loro valute nei confronti del dollaro USA a partire dal 2011, che non farà che hanno ampliato il rapporto). Questo suggerisce che i prezzi di beni e servizi che non sono negoziati attraverso i confini sono molto a buon mercato in India e in Indonesia, anche in confronto con quelli di molte nazioni a basso reddito in Africa. Il livello dei prezzi per la spesa pubblica in Indonesia è stato particolarmente basso rispetto alle altre componenti di spesa del PIL a PPA, suggerendo che la spesa pubblica potrebbe essere un modo più efficace per ridurre la povertà, che rimane endemica nel Paese. Al contrario, il livello dei prezzi per la formazione di capitale fisso in India era alto.Questo potrebbe riflettere una serie di fattori, tra cui problemi come il trapianto che aumentano il costo dell'investimento.
I mercati emergenti arrivano a dominare l'economia globale
I nuovi dati del tasso di cambio PPP hanno molti problemi e possono essere facilmente fraintese. Tuttavia, qualunque sia la fondatezza delle figure, che hanno nuovamente attirato l'attenzione su una tendenza secolare che è evidente sia con PPP o cambio di mercato. I mercati emergenti sono rappresentano una quota crescente della produzione economica globale, e più grandi economie asiatiche stanno conducendo la carica. Le aziende che desiderano avere successo in questo ambiente globale dovranno seguire il denaro.
Fone Economic Intelligence UNIT 13 maggio 2014

martedì 13 maggio 2014

Lavoro: una prospettiva europea da sinistra

Diritto del lavoro
La battaglia globale della nuova sinistra europea
Andrea Scavo
09/05/2014
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La globalizzazione dell'economia è entrata negli ultimi decenni in una fase estremamente avanzata, che sta radicalmente modificando le dinamiche economiche nelle diverse aree del globo, cambiando gli equilibri storici tra capitale e lavoro all'interno delle economie nazionali.

L'evoluzione delle tecnologie di comunicazione, l'abbattimento dei costi di trasporto delle merci e la riduzione delle barriere tariffarie sui traffici commerciali sono tre fenomeni che stanno di fatto realizzando una transnazionalizzazione dei sistemi produttivi. Il capitale, molto più del lavoro, si "globalizza", e l'impresa transnazionale si mette nelle condizioni di organizzare un ciclo produttivo su cinque continenti.

Dumping sociale
Le economie nazionali entrano in competizione tra loro per attrarre questo capitale. I governi nazionali cercano in tutti i modi di rendere il sistema-paese più appetibile agendo sulle leve fiscali, offrendo incentivi, ma anche mantenendo "economicamente vantaggiosa" la manodopera nazionale.

Si realizza così un vero e proprio dumping sociale, in cui le economie emergenti sfruttano le loro normative più flessibili in materia di lavoro per agevolare le imprese straniere che hanno investito sul loro territorio. E le economie occidentali arrancano, in una "corsa al ribasso" che si realizza sulle spalle dei lavoratori.

Questo dumping, questa concorrenza "sleale" è la faccia perversa della globalizzazione.

Contro-rivoluzione industriale 
In Occidente, il tessuto industriale si sta inesorabilmente sfaldando. La concorrenza delle economie emergenti è fortissima. A partire dai settori produttivi a più basso valore aggiunto, ma sempre più anche in settori "di eccellenza", come la meccanica di precisione, il design e o l'hi-tech. Le imprese occidentali delocalizzano alla ricerca dei minori costi di produzione.

È una vera e propria contro-rivoluzione industriale con conseguenze tragiche per l’occupazione. Gli “operai” sono passati da un terzo a un quarto del totale dei lavoratori europei negli ultimi vent’anni. Solo in Italia si sono persi più di due milioni di posti di lavoro nel manifatturiero in trent’anni.

Non va molto meglio per le economie emergenti: l'attrazione dei capitali stranieri garantirà sì una crescita in doppia cifra, ma la struttura economica e sociale ne risulta compromessa. La dipendenza dal capitale straniero rende quelle economie estremamente esposte alle fluttuazioni economiche internazionali, così come la natura export-led della domanda.

L'assenza di un mercato interno consistente e stabile (il ceto medio) crea disuguaglianze e iniquità. Il vantaggio competitivo rappresentato da una manodopera a basso costo (e priva di diritti) permette di attrarre investimenti, ma costituisce un freno allo sviluppo economico e (soprattutto) sociale. Dover essere (e dover restare) competitivi può diventare una "trappola da sottosviluppo".

Deindustrializzazione e crisi
La spina dorsale del sistema economico europeo sta crollando, sotto i colpi della deindustrializzazione. E un sistema in difficoltà, come abbiamo imparato in questi ultimi anni sulla nostra pelle, è facile preda della speculazione internazionale.

In Europa, la crisi economica che stiamo vivendo è nata a causa del debito sovrano. In alcuni paesi mediterranei il rapporto debito/Pil è diventato insostenibile. In realtà il problema sta nel secondo termine di questo rapporto: è il Pil a non crescere più abbastanza. Soprattutto a causa della deindustrializzazione in atto. La crisi finanziaria americana iniziata nel 2007 ha solo accelerato il declino. L'economia europea era già in agonia.

L'Europa deve recuperare la sua vocazione produttiva. Deve rimettere al centro il lavoro ed evitare di trasformarsi in una terra destinata solo al consumo. Per fare questo deve spezzare la dinamica del dumping sociale e della corsa al ribasso. È vano illudersi di poter competere "al ribasso" con i paesi in via di sviluppo. È inutile e socialmente distruttivo.

Riforma del regime del commercio internazionale
L'Unione europea, che ha competenza esclusiva in materia di commercio internazionale, deve proteggere la nostra concezione dei diritti e del welfare. Il commercio internazionale non può incentivare il deterioramento delle condizioni dei lavoratori e lo smantellamento dello stato sociale. Il regime del commercio internazionale deve essere riformato per impedire che il non rispetto dei diritti fondamentali del lavoro rappresenti una fonte di vantaggio competitivo.

Come farlo? Con una "clausola sociale", introdotta nell'ordinamento del Wto che condizioni la partecipazione degli stati membri al libero commercio internazionale all'adozione di alcuni standard fondamentali in materia di diritto del lavoro. Per iniziare, si può fare riferimento alle convenzioni fondamentali dell’International labour oraganization (Ilo). Chi non le rispetta, non può commerciare liberamente con i paesi socialmente più avanzati.

Non sarebbe una mossa protezionistica. Di fatto, una simile clausola avrebbe l'effetto di promuovere in tutto il mondo l'innalzamento del diritto del lavoro agli standard occidentali. Un obiettivo politicamente ambizioso, ma ampiamente condivisibile.

Un obiettivo che l'Europa deve porsi, se vuole trovare una ragion d'essere che vada oltre le politiche dell'austerity e le direttive della Banca centrale. Una battaglia finalmente politica per parlare ai cittadini e farsi vedere vicina ai loro interessi.

Una battaglia globale che, in Europa, una nuova sinistra europea può e deve combattere.

Andrea Scavo è Dottore di ricerca in Scienza della Politica e autore di Il ratto di Europa.
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Verso le elezioni europee del 25 maggio

Il Parlamento 
europeo per la 
nuova Unione





a cura di Gianni Bonvicini

Quaderni IAI n. 9,
Aprile 2014


Le prossime elezioni del Parlamento europeo si svolgono in uno scenario profondamente diverso da quello dei precedenti appuntamenti. Le ragioni sono molteplici: il Trattato di Lisbona, se da una parte ha notevolmente accresciuto alcuni poteri del Parlamento, dall'altra ha spostato l'equilibrio istituzionale verso il Consiglio europeo a scapito della Commissione, che si è trovata a svolgere una funzione sempre più burocratica, e dello stesso Parlamento.
A complicare ancora di più il quadro hanno notevolmente contribuito le modalità con cui è stata affrontata, sotto la spinta dell'emergenza, la crisi economica. Invece di trovare all'interno del Trattato gli strumenti per ridimensionarla, il Consiglio ha escogitato soluzioni istituzionali al suo esterno, con il varo di due trattati internazionali, il Fiscal Compact e l'Esm, con un conseguente minore ruolo per il Parlamento.
L'azione svolta dal Parlamento per affrontare questi problemi e i suoi tentativi di influenzare l’evoluzione politico-istituzionale di questi ultimi anni sono rimasti largamente sconosciuti; certamente non hanno avuto un significativo impatto su un'opinione pubblica sempre più scettica e critica nei confronti delle istituzioni europee. Questo volume cerca di rimediare alla scarsa conoscenza del Parlamento europeo e di delineare una via di riscatto del processo di integrazione, a partire proprio da un ruolo più centrale e strategico del futuro Parlamento.

Vedi anche Il Fiscal Compact, Quaderni IAI n. 5




domenica 4 maggio 2014

South Steam: energia vitale per l'Europa

Energia
South Stream, avanti tutta!
Nicolò Sartori
14/04/2014
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Mentre si acuiscono le tensioni nelle regioni orientali dell’Ucraina e si continuano a registrare movimenti di truppe e blindati russi al confine tra i due paesi, Vladimir Putin ha reso nota la posizione del Cremlino sul futuro delle forniture di gas naturale.

In una lettera indirizzata ai leader dei paesi europei, il presidente russo ha puntato il dito contro l’Ucraina per le sue inadempienze nella partita degli approvvigionamenti di gas, che, a suo dire, mettono a repentaglio la stessa sicurezza energetica europea.

Il rischio - a questo punto estremamente concreto - è che si possa ripetere quanto accaduto nel 2009, quando di fronte ad appropriazioni di gas in transito verso l’Europa da parte di Kiev, il Cremlino decise di ridurre le esportazioni destinate ai mercati europei.

Putin ha fornito ai leader europei dettagli tecnici per garantire il flusso ininterrotto di gas all’Europa per il prossimo inverno, invitandoli a cooperare per la stabilizzazione dell’economia ucraina attraverso consultazioni immediate.

Nel medio periodo, tuttavia, l’unica soluzione credibile per mettersi al riparo dalle conseguenze di una prolungata disputa tra Russia e Ucraina è l’accelerazione sulla realizzazione del gasdotto South Stream. A meno che le relazioni con Mosca non si deteriorino a causa di un’escalation militare in Ucraina, il gasdotto del Mar Nero appare la migliore - se non l’unica - delle opzioni sul tavolo.

In debito con Gazprom
Secondo i dati presentati dal presidente russo, tra agosto 2013 e marzo 2014 il governo ucraino ha accumulato con Gazprom un debito di circa due miliardi di dollari per le forniture di gas. Affondando il colpo, Putin ha avvertito i leader europei che in caso di mancato pagamento dei debiti da parte di Kiev, Gazprom esigerà dall’Ucraina, in base alle clausole contrattuali esistenti, il pagamento anticipato delle forniture mensili. Ha inoltre avvertito che, in caso di ulteriori inadempienze, Gazprom si troverà costretta a sospendere - completamente o in parte- le forniture di gas all’Ucraina.

Per evitare possibili interruzioni alle forniture per l’Europa durante il prossimo inverno, il Cremlino sostiene che sia necessario pompare 11,5 miliardi di metri cubi di gas nei depositi ucraini entro l’autunno, per un valore di circa 5 miliardi di dollari sulla base dei prezzi (non più scontati) in vigore dal primo aprile.

Date le drammatiche condizioni di bilancio in cui naviga il governo ucraino è difficile poter pensare che Kiev possa sostenere da sola un simile sforzo finanziario, e per questo Putin ha invitato i partner europei ad un impegno congiunto per far fronte alla situazione.

Il gemello del Nord Stream è più lento
Grazie anche alla lungimiranza italiana, all’indomani della prima crisi del gas - nell’ormai lontano 2006 - veniva lanciata l’idea di South Stream, un gasdotto ideato per aggirare il territorio ucraino e consentire agli approvvigionamenti russi di raggiungere direttamente i mercati europei evitando paesi di transito.

Tuttavia, mentre il suo gemello settentrionale Nord Stream ha visto rapidamente la luce e oggi contribuisce a rafforzare la sicurezza energetica tedesca di fronte alle vicende ucraine, il completamento di South Stream è stato rallentato (oltre che da altissimi costi di realizzazione), da forti perplessità dell’opinione pubblica europea sullo scopo del gasdotto.

L’iniziativa di Gazprom, infatti, è vista come un modo per rafforzare il controllo russo sui mercati dell’Europa orientale altamente dipendenti dal gas di Mosca, e non come un tentativo di diversificazione delle vie di transito.

Oggi, il gasdotto ideato da Gazprom ed Eni - alle quali si sono aggiunte in corsa la tedesca Wintershall e la francese Edf - rappresenta l’unica reale soluzione per assicurare che le quarantennali relazioni energetiche tra Europa e Russia non vengano minacciate dalla condotta di paesi terzi. Il gasdotto, inoltre, collegando direttamente produttore e consumatori, produrrebbe una responsabilizzazione delle relazioni tra le parti, impedendo a Mosca di invocare responsabilità esterne di fronte ad eventuali sospensioni delle forniture.

Sicurezza energetica europea
Mentre la Russia è intenzionata ad accelerare i tempi per la realizzazione del progetto, i messaggi che arrivano da Bruxelles non sono rassicuranti. Il mese scorso il Commissario europeo per l’energia Oettinger aveva annunciato la sospensione dei negoziati sul futuro della pipeline a causa del protrarsi della crisi ucraina.

All’indomani della lettera di Putin, la sua portavoce ha confermato la freddezza della Commissione nei confronti del gasdotto guidato da Gazprom. Sebbene sia necessario che South Stream si conformi alla legislazione antitrust europea, l’approccio di Bruxelles nei confronti del partner russo continua a essere diffidente, nonostante la forte interdipendenza energetica e la storica affidabilità di Gazprom nelle relazioni con i propri partner europei.

A patto che le relazioni con Mosca non si deteriorino a causa di un’escalation militare che porti al coinvolgimento diretto di paesi europei (e/o della Nato) in Ucraina, South Stream rappresenta chiaramente un’opportunità per rafforzare la sicurezza energetica europea.

Il messaggio di Putin si chiude con un invito a una maggiore cooperazione tra Europa e Russia sul dossier ucraino, e un’accelerazione su South Stream può rappresentare il punto di partenza sul quale riprendere la collaborazione bilaterale e intavolare un negoziato neutrale (privo di riflessi energetici) sul futuro dell’Ucraina.

Nicolò Sartori è ricercatore dell’Area Sicurezza e Difesa dello IAI
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Vaticano: guardando ad oriente

Vaticano
Quanto conta un papa in Polonia? 
Antonio Armellini
28/04/2014
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Ero a Varsavia quando fu eletto Giovanni Paolo II. Nel silenzio dei media ufficiali - le notizie sulla chiesa cattolica venivano date allora con il contagocce - la gente aveva seguito da vicino l’andamento del Conclave, nel quale il Cardinale Wyszynsky, Primate di Polonia, appariva destinato a giocare un ruolo di primo piano (qualcuno azzardava che avrebbe potuto essere proprio lui il nuovo Papa).

Pochi pensavano che il Cardinale di Cracovia, Karol Woityla, avrebbe avuto un ruolo altrettanto determinante.

Woityla e Comunismo
I due prelati erano molto diversi fra loro. Rappresentavano entrambi un punto di riferimento fondamentale in un Paese fortemente cattolico che sopportava a fatica un socialismo visto soprattutto come espressione dell’odiato nemico sovietico (fra anticomunisti dichiarati e silenziosi, gli oppositori erano la maggioranza).

Entrambi ritenevano l’ideologia comunista un male da estirpare, ma il loro approccio al regime di Gierek era diverso. Per Wyszynsky il comunismo rappresentava solo uno dei molti incidenti nella storia millenaria della Chiesa, che questa avrebbe sicuramente dominato. Proprio perché non destinato a sopravviverle, si poteva con esso dialogare al fine di conservare alla chiesa tutto lo spazio possibile in attesa del trionfo definitivo.

Per Woityla il comunismo rappresentava una minaccia mortale e la battaglia contro il secolarismo incombente avrebbe dovuto essere combattuta da subito e con decisione, senza scendere a compromessi. Per tali ragioni si mormorava che fra i due vi fosse un po’ di ruggine: il regime preferiva comprensibilmente trattare con il Primate di Varsavia piuttosto che con il suo collega di Cracovia.

Quella sera ero stato invitato da amici: genitori e figli si dividevano quello che era stato un tempo il grande appartamento borghese di famiglia e che, per dare un minimo di privacy ad entrambi, era stato diviso da una lunga parete di cartone. Rappresentavano, gli uni e gli altri, l’essenza dell’opposizione laica e antisovietica, più che anticomunista: intellettuali disincantati e cosmopoliti, agnostici quanto era lecito essere nella Polonia del tempo.

La madre era stata la traduttrice di Moravia, la figlia era una italianista di valore e il genero un amico e collega del regista Krzystof Zanussi. Tutte frequentazioni che li collocavano al margine esterno del limite di tolleranza da parte del regime, che essi facevano attenzione a non travalicare.

Rivalsa polacca
Mentre stavamo cenando, la parete di cartone cominciò a sussultare pericolosamente e, dopo qualche istante, i genitori entrarono nella metà dell’appartamento dei figli gridando: “È successo l’evento più importante nei novecento anni della storia di Polonia: è stato eletto un Papa polacco!”.

A questo annuncio tutti - padri, figli e altri amici presenti - cominciarono ad abbracciarsi piangendo e a pregare, dicendo: “abbiamo sofferto per decenni sotto il giogo assurdo sovietico, ma questo ci ripaga di tutto: la Polonia vivrà per sempre!”.

Assistevo esterrefatto e commosso a questa scena, ad un tempo così intensa e così irreale, come lo erano tante cose nella Polonia di allora. La presa di Mosca sul paese era sì avvolta in un guanto di velluto, ma nessuno si azzardava a pensare che non fosse destinata a durare a lungo.

Era difficile immaginare, quella sera, che il papa polacco la sua guerra contro il comunismo la avrebbe portata avanti come aveva promesso sin dai tempi di Cracovia, e la avrebbe vinta. Non lo pensai io ma i miei amici polacchi - sotto la spinta di un entusiasmo che faceva della fede uno strumento di affermazione nazionale - ci credevano; la storia ha dato loro ragione.

Antonio Armellini, Ambasciatore d’Italia, è commissario dell’Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente (IsIAO).
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